False notizie e false verità

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Per una democrazia liberale il bene più prezioso è l’informazione: il diritto di partecipazione alla cosa pubblica, infatti, conserva effettivo significato soltanto in presenza di una informazione attendibile e plurale; quando questa viene manipolata, tale diritto si riduce alla possibilità di esprimere opinioni eterodirette. A ragione, pertanto, si dibatte molto su come contrastare il preoccupante fenomeno delle fake news. Beninteso, gli “inventori di verità” sono sempre esistiti, talvolta causando drammatici epiloghi: basterebbe ricordare la diceria degli untori di manzoniana memoria. Oggi si è aggiunta la straordinaria proliferazione delle notizie false, la loro capillare diffusività per la forza moltiplicatrice dei social e la loro “permanenza telematica”.

L’attuale saturazione informativa induce ‒ con un meccanismo che i massmediologi chiamano di risparmio cognitivo ‒ a far propri in modo acritico i messaggi perentoriamente assertivi, sebbene non sostenuti da alcun argomento o riscontro. La vita sociale diviene un mare torbido in cui il cittadino avido di notizie può facilmente abboccare ad esche informative senza avvedersi dell’amo della menzogna. Fenomeno che si fa ancor più pericoloso quando le esche vengono posizionate secondo una precisa strategia da entità che mirano a sviare l’opinione pubblica dal suo fisiologico orientamento. Nonostante le controindicazioni del rimedio, si sta facendo strada l’idea di istituire un’Autorità indipendente in grado di bonificare l’offerta informativa dalle notizie false. Comunque, anche a prescindere da questa contromisura “istituzionale”, è sempre possibile, anche se in concreto non facile, che il “consumatore” svolga accertamenti per sbugiardare il prodotto conoscitivo che gli viene offerto.

Esistono invece informazioni rispetto alle quali anche il più attrezzato e diffidente spirito critico risulta praticamente disarmato: sono le notizie vere, quando vengono enfaticamente proposte con incalzante successione. I riflettori dei media, orientati dalle leggi del mercato o dalla politica, seguono di volta in volta determinate tipologie di eventi, che, nello specchio deformante dell’informazione, si ingigantiscono a dismisura.

Non molto tempo fa, le notizie di alcuni casi di meningite fulminante, date con il clamore e con l’insistenza imposte dalle leggi della concorrenza mediatica, hanno determinato un’ansia collettiva che ha condotto ad una impennata dei vaccini del 30 per cento, nonostante le autorità sanitarie avessero rassicurato sull’assoluta normalità statistica del fenomeno. Fenomeno che poi è tornato nel cono d’ombra del disinteresse dei media, nonostante queste manifestazioni patologiche continuino dolorosamente a verificarsi. Per venire all’attualità e su ben altro versante, si pensi al problema dell’immigrazione: avendovi la politica e i mezzi di comunicazione “appoggiato” una lente di ingrandimento, si registra una percezione del fenomeno sino a quattro volte superiore alla sua consistenza effettiva (cfr. ricerca Istituto Cattaneo).

Queste folate di insistita e talvolta morbosa attenzione mediatica inducono una dispercezione collettiva dei problemi reali (secondo il Rapporto Ipsos l’Italia è il paese europeo in cui la distorsione è più accentuata). Se si dà con molta enfasi la notizia di due ravvicinati episodi di mancato rientro di detenuti dal permesso premio, si induce l’impressione di un sistema lassista e fallimentare, nonostante la percentuale dei mancati rientri non raggiunga nella realtà l’uno per mille dei permessi concessi.

In simili, frequentissime evenienze, si verifica un pericoloso fenomeno troppo spesso ignorato o superficialmente considerato un incendio al di là del fiume: la somma di tante notizie vere dello stesso tenore, offerte in martellante sequenza, produce, per così dire, una fake truth, una falsa verità o, forse meglio, una verità ingannevole. Con rilevanti conseguenze sociali e politiche. I fatti, posizionati davanti ai riflettori dei media, si proiettano sullo schermo della comunicazione sociale come enormi ombre cinesi, suscitando – in una “società emotiva” qual è l’attuale – ansie e allarmismi.

Se la politica svolge il suo ruolo di indicare, al di là delle fibrillazioni contingenti, la via da seguire verso sorti, se non magnifiche, almeno progressive, il fenomeno resta confinato nella sua dimensione di psicologia collettiva. Ma se su di esso si innesta un’azione di governo sagomata sui sondaggi, se la cometa della politica, anziché precedere, segue i re magi dell’opinione pubblica per assicurarsene l’assenso, il cammino civile di un popolo diviene inevitabilmente ondivago ed esposto ad ogni regressione sull’onda emotiva generata da queste “verità ingannevoli”.

Ciò è particolarmente evidente sul piano della politica penale. Di fronte a un ingiustificato allarmismo per talune condotte devianti, non ci si preoccupa di rassicurare fornendo i dati reali del fenomeno: si ha infatti il timore di deludere la collettività che potrebbe sentirsi non capìta e voltare elettoralmente le spalle. Tanto meno ci si preoccupa di rimuovere o contenere le cause di tali condotte, approccio molto impegnativo che darebbe risultati nel medio-lungo periodo e quindi non spendibili nel mercato del consenso. Ci si preoccupa soltanto di esibire una muscolarità sanzionatoria, che ovviamente non risolve alcun problema, ma ha il vantaggio di non costare nulla e di ostentare sollecita attenzione per le preoccupazioni dei cittadini-elettori.

Càpita così di assistere spesso a scriteriati interventi legislativi, con i quali il Dulcamara di turno prepara pozioni normative con cui imbonire l’opinione pubblica (“udite, udite, o rustici”). Sul finire degli anni Settanta per contrastare il fenomeno dei sequestri di persona si stabilì per il relativo reato un minimo edittale di pena superiore a quello previsto per l’omicidio. In tempi più recenti si è introdotto il delitto di omicidio stradale, quasi che un’autonoma e più grave figura di reato – e non la prevenzione, i controlli e le inibizioni amministrative – potesse fronteggiare la criminale tendenza a mettersi alla guida in condizioni psichicamente alterate.

Ma tutto lascia intendere che l’odierna stagione politica non tema confronti su questo terreno del diritto penale à la carte. È all’esame del Parlamento una proposta della Lega che, tra l’altro, si preoccupa di fronteggiare il fenomeno dei furti e delle rapine “domiciliari” concedendo una licenza di uccidere per respingere l’intrusione mediante effrazione nel proprio domicilio. Per soprammercato, si esibisce anche una “rodomontata punitiva” nei confronti degli autori del furto con strappo. La trovata, non certo originale, è quella di includere questo reato nell’elenco dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede il divieto di concessione di qualsiasi misura alternativa nel corso dell’esecuzione della pena. Si tratta di una norma inizialmente prevista per la criminalità mafiosa e poi divenuta una sorta di attaccapanni penale cui appendere il reato “stagionale” secondo le esigenze demagogiche del momento, dissennatamente ignorando ogni criterio di razionalità e di proporzione. Ebbene, se fosse approvata questa proposta di legge, al condannato per aver strappato la borsetta a una signora sarebbe preclusa a priori ogni misura risocializzante, a cui invece potrebbe essere ammesso il colpevole del delitto di strage. Ovviamente è del tutto irrilevante, nell’ottica demagogica, che tanto i reati “domiciliari”, quanto i furti con strappo siano statisticamente declinanti: la loro narrazione mediatica ha un forte impatto emotivo sulla popolazione, e tanto basta per “cavalcarli”.

Le conseguenze di questo andazzo ‒ improvvido, ma purtroppo remunerativo in termini di consenso ‒ sono molto gravi. Tanto più gravi, perché insidiose e inavvertite. Anzitutto, il sistema normativo perde progressivamente di razionalità, e quindi di credibilità. E una collettività che non ha più fiducia nella propria giustizia è votata alla disarticolazione in lobby e gruppi di potere. Nell’agone politico, poi, sono penalizzati coloro che propongono progetti impegnativi e lungimiranti a tutto vantaggio dei professionisti della comunicazione per slogan, tweet e toni stentorei. Il sistema scivola ineluttabilmente verso una democrazia “taroccata”. O meglio, a voler chiamare le cose con il loro giusto nome, verso quella forma degenerata di democrazia che da più di duemila anni prende nome di oclocrazia: cioè governo delle masse, della gente, delle moltitudini; in definitiva delle loro pulsioni e dei loro istinti. E in questi duemila anni la storia ha offerto non pochi esempi dell’infausto e spesso drammatico destino che attende le oclocrazie.

L’articolo è tratto dal Corriere della sera – La lettura del 30 settembre 2018

 


Svezia. Come (non) raccontare i risultati delle elezioni

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La sera di domenica 9 settembre, parecchio demoralizzato da quanto leggevo nei siti italiani e vedevo in tv, ho fatto un tweet che in un paio d’ore (senza hashtag civetta) ha avuto cinquemila visualizzazioni e diversi rilanci e apprezzamenti.

Segnalavo in sostanza l’indirizzo della pagina della tv svedese dove si potevano finalmente scorrere i risultati delle elezioni in tempo reale. «Per capirci qualcosa su come stanno andando le cose, qui trovate le informazioni giuste» questo il senso del messaggio. Ma perché c’era bisogno di andare alla fonte? Perché da noi impazzava un enorme confusione. Mentre erano già disponibili i dati reali delle elezioni quasi tutti i nostri media si rifacevano invece agli exit poll che davano l’estrema destra al 20 per cento attribuendole un autentico trionfo. E non era vero. Si era trattato sì di un indubbio successo – un aumento del 4,7 per cento con un risultato finale del 17,6 per cento – rimasto però nell’ambito della dimensione di una buona crescita elettorale, non certo uno “sfondamento” (qui trovate i numeri, gli Sverigedemokraterna, ex neonazisti sono in giallo). Ma per apprendere tutto questo bisognava collegarsi alla tv svedese.

Il problema è che proprio la prospettiva dello sfondamento elettorale dei sovranisti di destra nemici della UE era invece il pronostico unico della nostra informazione. Alcuni sondaggi li avevano addirittura indicati come futuro primo partito (sono arrivati terzi) e questo era piaciuto da noi. Da qui fiumi di parole sulla fine del modello svedese, sulla morte della storica socialdemocrazia (ha chiuso in perdita ma al primo posto al 28 per cento e continuerà, forse, a esprimere il primo ministro), dell’integrazione, dell’accoglienza. A parte il fatto che politiche “restrittive” sull’immigrazione le aveva già promosse il governo uscente, e lo stato sociale aveva già subito diversi colpi per le molte correzioni liberiste introdotte, così la Svezia era stata iscritta di fatto nella narrazione che vuole per forza che le formazioni estremiste più o meno neofasciste siano vincenti ovunque in Europa.

Anche su questo è bene intendersi: che i socialisti non godano di buona salute quasi ovunque è un dato certo. Ma in diversi paesi ci sono altre formazioni “progressiste” in ottima forma. Volete un esempio? In Germania i verdi registrano sondaggi decisamente lusinghieri ma da noi non ne parla assolutamente nessuno, nessuno ha mandato inviati a cercare di capire e spiegare il perché. Se si parla di Germania i nostri media citano solo gli estremisti di Alternative für Deutschland, il pericolo neonazista.

Qual è la ragione di questo atteggiamento così concorde un po’ in tutta l’informazione? Si possono avanzare delle interpretazioni. La cosa più probabile è che prevalga la tendenza a “vendere la notizia”. A chi interessa la Svezia in Italia? Chi può emozionarsi davanti alla prospettiva che i socialdemocratici perdano due o tre punti percentuali? Se invece gli raccontiamo che anche lì sta trionfando una fotocopia di Salvini, allora facciamo contenti i suoi fan e generiamo allarme negli altri. Metteteci sopra poi, come spiegazione, una buona dose di ignoranza (mandare un inviato due giorni prima del voto serve solo a fare scena) e la conseguente prassi per cui vengono presi per buoni tutti i numeri sfornati dalla agenzie e il gioco è fatto.

Ovviamente il giornalismo sarebbe un’altra cosa. E qui sta il punto vero di merito. Nell’epoca social e del parallelo “disordine informativo” il giornalismo professionale ha un solo modo per salvaguardare il suo futuro: crescere e cambiare. Il “pilota automatico” delle interpretazioni stereotipate e preconfezionate è micidiale, così come pure le derive allarmistico/commerciali. Che significano termini (letti su importanti giornali) come “peste populista” e “lezione svedese”? Onestamente questo è tutto “materiale fuorviante”, sostanzialmente inutile.

«Per ogni problema complesso c’è sempre una soluzione semplice, che è sbagliata». Lo diceva George Bernard Shaw. E aveva ragione da vendere. Nel 2019 ci saranno le elezioni europee, e saranno più importanti del solito. Andrebbero raccontate esplorando paese per paese, segnalandone le originalità, di cosa si dibatte nelle città, nelle università, nei luoghi di lavoro. Con uno sforzo che punti a tornare ai fatti, superando luoghi comuni, frasi fatte, interpretazioni precotte frutto del sentito dire di chi non approfondisce mai nulla. Lo farà qualcuno? Vedremo.

E la Svezia? Per chi vuole capire qui trovate una mappa sui risultati partito per partito, distretto per distretto. Scoprirete che i neonazisti hanno avuto buoni risultati nelle campagne e non nelle periferie urbane. Poi se approfondite verrete anche a sapere che il 70 per cento degli svedesi è oggi convintamente europeista. Indagare il perché interessa a qualcuno?

L’articolo è tratto dal sito www.articolo21.org


Roma: morire in carcere ad appena quattro mesi

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Come sarà classificata la povera bimba morta, pare uccisa dalla propria mamma, nel carcere romano di Rebibbia? Di certo non verrà conteggiata tra i detenuti morti nel 2018. Lei non era una detenuta. Era prigioniera, suo malgrado. Era innocente. Come innocenti sono tutti i bambini del mondo. Di tutto questo sarebbe importante discutere. Di come non riusciamo a liberarci del carcere al punto che non si riesce a trovare una soluzione neanche per qualche decina di bambini innocenti. Ogni altra interpretazione è fuorviante ed apre a strumentalizzazioni.

Dovunque, in galera o no, una madre ammazza un proprio figlio bisogna restare in silenzio. Un rispettoso silenzio. Solo così onoreremo quella vita spezzata. Un silenzio che non ammette sociologismi o speculazioni. Sarebbe bello se di fronte a un qualsiasi fatto di cronaca imparassimo a tacere o quanto meno cercassimo di trarne conseguenze opposte a quelle che finora ci hanno portato nelle braccia dei pan-populisti. Non so quale mai potrà essere il commento dei nostri twittatori professionisti saputa la notizia. Ancora più triste è immaginarsi di quali sarebbero state le reazioni social se quella mamma non fosse stata tedesca ma di un qualsiasi paese africano o se fosse stata una donna rom.

Rebibbia è un carcere gestito con professionalità da tante brave persone. Si respira un’aria di umanità. Ce ne fossero in giro di persone e luoghi di questo tipo. L’ultima volta (fine maggio 2018) ci sono andato con una trentina di studenti dell’Università Roma Tre impegnati in un corso universitario. E il corso si è chiuso con una conferenza, rivolta alle detenute, della nipote di Ghandi. Si parlava di non-violenza.

Dunque, se proprio si decide che su questa vicenda di cronaca si vuole rompere il silenzio lo si faccia per spiegare come il carcere sia un’invenzione della modernità per superare la tragedia dei supplizi e delle pene corporali. Un’invenzione alla quale oggi i cultori della pena certa si affidano in modo totemico. Prima di twittare, commentare, legiferare, contro-legiferare bisogna avere visto. Era questo il titolo di uno straordinario numero della rivista Il Ponte di Piero Calamandrei del 1948. Loro, gli uomini della resistenza incarcerati dai fascisti (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Vittorio Foa), il carcere lo avevano visto e sapevano raccontarlo nonché svelarne le drammatiche ambiguità. Tra queste ambiguità c’è quella di bimbi piccoli costretti a stare in carcere con le proprie mamme detenute. Non si è riusciti a mandarli tutti fuori. Non è facile. Ma è dovere di tutti continuare a provarci, con determinazione e senza urlare.

L’articolo è tratto da comune-info.net, 19 settembre 2018


Copyright: pace armata tra modelli di business

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La legge sul copyright approvata ieri dal Parlamento di Strasburgo ha una logica inequivocabile: i giganti della Rete devono pagare le royalties necessarie per rimpinguare le casse dei colossi dei media.

Il voto di ieri lancia un segnale chiaro anche ai naviganti del cyberspazio: il copyright, come la proprietà, è sacro. Non sono state neppure introdotte significative variazioni richieste da molti eurodeputati degli articoli 11 e 13 per mitigare il carattere punitivo della legge in discussione. Già, perché da una parte c’è il capitalismo delle piattaforme; dall’altra, i capitalisti degli old media. Il capitalismo delle piattaforme non mette certo in discussione la proprietà privata, ma considera i contenuti come materia prima di un business che fa leva su curiosità, il desiderio di comunicare dei singoli con i propri simili per appropriarsi dei loro dati. Per questo, una concezione rigida del copyright può rallentare il flusso degli affari on line. Dall’altra, una concezione della comunicazione che ha bisogno di imprese che fanno da intermediarie tra il pubblico e la realtà. L’andamento carsico del conflitto non ha però determinato la messa in discussione dell’egemonia conquistata in questi decenni dal capitalismo delle piattaforme.

Suonano tuttavia false come il suono delle monete di metallo non nobile le prese di posizioni di chi vede nel voto di ieri il tanto auspicato riconoscimento del lavoro intellettuale vilipeso dalle multinazionali high-tech. Le leggi sul diritto d’autore vigenti hanno da anni ratificato il fatto che il copyright è a tutti gli effetti diritto proprietario delle imprese editoriali, discografiche, cinematografiche: i denari che entrano nelle tasche dei singoli autori, a meno di non essere un autore che ha un forte potere contrattuale, sono briciole da prefisso telefonico. Scrivere dunque di diritti del lavoro culturale attraverso l’istituto del copyright è, a differenza di quanto afferma il neopresidente della SIAE Mogol, come guidare a fari spenti nella notte: un pazzo che pervicacemente ignora come vanno le cose del mondo. Desta tutt’al più simpatia per quel suo invocare nostalgico una realtà che da oltre quattro decenni non esiste più.

Rispetto a una situazione di strapotere delle imprese culturali e dell’intrattenimento, sono infatti sempre più musicisti, scrittori, blogger, «lavoratori culturali» che hanno deciso di sperimentare modelli di business alternativi a quelli dominanti e adeguati alla pervasività della rete, che consente distribuzione e una circolazione di contenuti differenti da quelli tradizionali. E attraverso la diffusa e granitica consuetudine degli utenti della Rete – qualche miliardo di uomini e donne – ignorare le leggi sul copyright, condividendo in libertà i contenuti reperiti nelle loro peregrinazioni on line.

Ma quello che è andato in scena nelle settimane scorse e che avuto il suo momento topico nel voto di ieri è uno scontro tra modelli di business e logiche economiche differenti e sotto molti aspetti alternative tra di loro. Da una parte i giganti della Rete, come Google, Facebook, che fanno profitti con la pubblicità e che puntano a una libera circolazione dei contenuti propedeutici a catturare l’attenzione degli utenti di Internet per appropriarsi dei loro dati personali, comprese le informazioni (i siti visitati, i dati sui consumi culturali) sulle loro navigazioni in Rete, per poi elaborarli, impacchettarli e venderli sotto forma di Big Data. Dall’altra, imprese che hanno da sempre venduto i loro contenuti, rivendicandone l’indiscutibile proprietà. Peccato che la Rete abbia minato il loro potere economico, rendendole marginali rispetto al flusso di contenuti.

Dunque da una parte aziende che fanno montagne di profitti sui dati personali, dall’altra le corporation dell’entertainment e dell’informazione che chiedono una spartizione dei profitti prodotti dalla Rete. Il voto ha dato ragione a quest’ultime, anche se adesso inizia il lungo iter per rendere operativa la legge, all’interno del quale la battaglia degli oppositori si preannuncia senza esclusione di colpi.

Quel che è certo è che la legge di ieri esprime un mutamento nello spirito del tempo, già evidenziato dal conflitto di Donald Trump contro i cosmopoliti della Silicon Valley o nelle pretese di alcuni governi nazionali di controllare le attività in Rete. Google, Facebook e gli altri si adegueranno al nuovo Zeitgeist. Stabiliranno tregue e compromessi, perché nessuno dei contendenti si sogna di mettere in discussione il «sistema». Toccherà quindi agli utenti e ai produttori di contenuti far comparire anche a Strasburgo la scritta «system error». A quel punto bisognerà resettare la macchina per farla ripartire.

L’articolo è tratto da Il Manifesto del 13 settembre 2018


L’antimafia dimenticata nel silenzio di tutti

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Ad oggi non è stata ancora ricostituita la Commissione parlamentare antimafia, a sei mesi dalle ultime elezioni e a tre mesi e mezzo dalla costituzione del nuovo esecutivo. Nell’Italia delle mafie questa non è una buona notizia. Ciò potrebbe sembrare “normale” per un governo che ha fatto della lotta all’emigrazione la principale strategia dell’ordine pubblico, in linea con le nuove gerarchie della sicurezza per le quali un immigrato è più pericoloso di un mafioso. Ma per le forze di opposizione all’attuale maggioranza Lega-Cinque Stelle si tratta di una superficialità e di una sciatteria imperdonabili, un’occasione mancata per evidenziare le contraddizioni di chi nel governo da un lato inneggia alla sentenza sul riconoscimento della trattativa tra Stato e mafie e dall’altro trascura di dare priorità alla ricostruzione di quell’organismo parlamentare che ha contribuito negli anni a rendere le mafie meno sconosciute e a segnare con alcuni suoi atti non solo la vita parlamentare ma la stessa storia d’Italia.

Certo, la legge costitutiva è stata già approvata all’inizio di agosto, ma mancano ancora le designazioni dei gruppi parlamentari e un accordo sulla presidenza. Certo, anche nella legislatura precedente si arrivò alla composizione dei membri della commissione (e alla nomina del presidente) in forte ritardo. Ma la scelta di Rosy Bindi, una presidente dotata di una forte personalità, aveva creato una forte ostilità in forze politiche.

Ora, invece, il ritardo non sembra motivato da uno scontro sui nomi (almeno finora) ma dalla indifferenza con cui la maggioranza tratta la “questione mafiosa” rispetto ad altri temi, e dalla distrazione da parte delle forze di opposizione dai temi che potrebbero rilanciarne l’identità e la incisività politica.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la commissione antimafia non esiste fin dall’avvio del Parlamento repubblicano. Essa infatti non è un organismo permanente delle due Camere, ma viene costituita di volta in volta con apposita legge, e non sempre ha avuto poteri di inchiesta che, come recita l’articolo 82 della Costituzione, le consentiva di procedere “nelle indagini e negli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria”, sentendo testimoni e acquisendo prove e documentazioni. Questo perché per molti decenni si è ritenuto che la mafia non fosse un problema serio della democrazia italiana ma solo di “esagerazioni” delle opposizioni.

Una lunga fase di negazionismo sulle mafie ha accompagnato la nascita e l’avvio dell’Italia repubblicana. L’allora ministro dell’interno il democristiano e siciliano Mario Scelba nel 1949 disse, in un celebre intervento al Senato, “si parla della mafia condita in tutte le salse ma, onorevoli senatori, mi pare che si esageri in questo”. Pochi mesi prima era stata presentata dai comunisti la prima proposta di istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta, che non fu presa in considerazione. Poi fu Ferruccio Parri, che era stato il primo presidente del Consiglio a capo di un governo di unità nazionale istituito alla fine della seconda guerra mondiale, a farsi promotore della proposta, ma la sua venne definita da un senatore democristiano, Mario Zotta, come “inutile, antigiuridica e inidonea”. Solo alla fine del 1962 fu approvata la legge istitutiva che prendeva le mosse appunto dalla proposta di Ferruccio Parri e da una analoga del socialista Simone Gatto. Dovettero passare, dunque, ben 15 anni dall’elezione del nuovo Parlamento repubblicano per vedere operante la prima commissione antimafia.

Eppure le mafie non se ne erano state silenti in quel lasso di tempo, anzi in particolare quella siciliana aveva prodotto un numero di morti impressionanti, soprattutto di sindacalisti ed esponenti del mondo contadino e bracciantile appartenenti alla sinistra socialista e comunista. E inizialmente le commissioni antimafia si occuparono solo della mafia siciliana, non ritenendo le altre tre meritevoli di attenzione.

Solo nel 1988, durante la X legislatura, la commissione ebbe come obiettivo quello di occuparsi anche di “altre associazioni criminali similari” e dalla XV la competenza si ampliò fino alle “associazioni similari straniere”. Una prima e completa relazione sulla camorra si è avuta solo nel dicembre 1993 ad opera della commissione presieduta da Luciano Violante, e una relazione specifica sulla ‘ndrangheta solo nel 2008 ad opera di quella presieduta da Francesco Forgione, mentre il primo serio approfondimento del rapporto mafie e massoneria lo si deve al lavoro di quella guidata da Rosy Bindi, così come la straordinaria attenzione sulle mafie nel Centro-Nord. L’ultima commissione ha avuto anche la forza di aprire un’indagine sui limiti del movimento antimafia. E fu Gerardo Chiaromonte a pubblicare il primo elenco di amministratori “impresentabili” a causa di condanne per mafia o per reati contro la pubblica amministrazione.

La prima relazione parlamentare sulla mafia fu resa pubblica solo nel 1976, a quattordici anni dalla istituzione della commissione. Nella versione finale si parlava apertamente di collegamenti tra mafia e politica locale siciliana e, ai primi degli anni Settanta, di una diffusione dell’organizzazione anche fuori dalla Sicilia. Furono prodotti ben 42 volumi di atti che inchiodavano le responsabilità politiche, nonostante il democristiano Luigi Carraro concludesse i lavori parlando di un fenomeno mafioso “limitato e da non sopravvalutare”. Nonostante gli imbarazzi dei rappresentanti dei partiti più coinvolti nelle relazioni mafiose, bisogna prendere atto che le commissioni antimafie hanno pubblicato sempre delle puntuali analisi e hanno promosso una legislazione antimafia tra le più attrezzate ed estese in Occidente.

E qualche volta si è riusciti a riaprire le indagini su episodi delittuosi restati impuniti o su cui c’era stato un depistaggio, come nel caso dell’assassinio di Peppino Impastato o del ritrovamento del corpo di Placido Rizzotto, fatto scomparire da Luciano Liggio. Addirittura nell’ultima relazione è stato dedicato un paragrafo alla scomparsa di un celebre quadro di Caravaggio, giusto per capire come le azioni mafiose possono incidere anche nel campo artistico e culturale, oltre che in quello economico e sociale.

E oggi che le mafie hanno assunto un ruolo economico mai avuto in tutta la storia precedente e si è raggiunto un livello di presenza delle mafie in tutte le regioni italiane, il lusso di perdere altro tempo non ce lo possiamo consentire. Le mafie sono formate da italiani, chi le protegge e usa sono italiani. Gli immigrati non controllano le mafie, come qualcuno vorrebbe farci credere.

L’articolo è tratto da Il Mattino del 13 settembre 2018


Suicidio assistito: un problema rimosso

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Laura ha cinquant’anni e una gravissima malattia neurodegenerativa che le ha ridotto giorno dopo giorno il suo spazio di vita a una sedia a rotelle. Reso i movimenti, i respiri sempre più faticosi fino a toglierle ogni autonomia. Per anni ha lottato, tenendo il segreto per non coinvolgere la famiglia, si è laureata, ha fatto l’avvocato. Ma ora, non ce la fa più “Rivoglio la mia dignità, voglio morire. Aiutatemi”. Laura è una delle duecento persone che ogni anno, 600 dal marzo 2015, chiedono informazioni, aiuto per ottenere l’eutanasia. Scrivono, chiamano l’Associazione Coscioni per essere indirizzati, aiutati ad andare a morire. In Svizzera. Perché in Italia, dove con 70mila firme nel 2013 è stata depositata una proposta di legge per la legalizzazione della “dolce morte”, in 5 anni il Parlamento non ne ha discusso neppure un minuto del diritto di scegliere come morire, dice Marco Cappato, tesoriere della Coscioni.

In Italia dopo anni di discussioni, dibattiti e polemiche sono state approvate le DAT, le Disposizioni anticipate di trattamento nel dicembre del 2017. Prevedono che uno possa lasciar scritto, per quando non avrà il modo di comunicare, le sue scelte di cura. A quali terapie si vuole rinunciare, comprese idratazione e nutrizione. L’eutanasia non è prevista nel biotestamento e ancora oggi è illegale in Italia.

“Domani manifestazione a Montecitorio perché venga messa all’ordine del giorno della Camera dei Deputati la discussione del disegno di legge”, prosegue Cappato. Mentre poco prima una delegazione composta da Marco Cappato, Mina Welby, Carlo Troilo, Filomena Gallo, Marco Perduca e Marco Gentili incontrerà il Presidente della Camera Roberto Fico consegnandogli le 130.000 firme dei cittadini italiani a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare. Una raccolta di firme che prosegue, e continuerà sino a quando il parlamento non discuterà il disegno di legge. Nel pomeriggio è convocato alla Camera l’intergruppo per le scelte di fine vita che conta 34 parlamentari impegnati nella richiesta di immediata discussione della legge popolare. “Vogliamo richiamare ciascun parlamentare a confrontarsi con la grande questione sociale che Marco Pannella definiva della “morte all’italiana”, cioè dell’eutanasia clandestina e dell’accanimento contro i malati ‒ dichiara Cappato ‒. In attesa dell’udienza della Corte costituzionale sul processo a mio carico, vogliamo che ora anche il Parlamento si faccia vivo e discuta la nostra legge di iniziativa popolare”.

“Abbiamo lasciato passare i primi 100 giorni di Governo, dice Filomena Gallo, segretario della Coscioni. Ora però è arrivato il momento anche di prendere in considerazione temi che tra l’altro sono stati sollevati attraverso lo strumento delle iniziative popolari. Siamo grati al Presidente della Camera per l’incontro concesso, perché l’attenzione del Parlamento alle iniziative popolari, di qualunque segno esse siano, è un fatto istituzionale prima ancora che una questione di parte”. Perché sono tanti gli italiani che vorrebbero andarsene senza dover buttarsi giù da una finestra di ospedale come il regista Mario Monicelli. Ma morire in pace, nel proprio letto, con gli amici, i parenti accanto.

Cosi scrivono alla Coscioni o direttamente a Cappato, che è stato inquisito proprio per aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo che, dopo anni di sofferenza per un incidente che lo aveva reso tetraplegico, non riteneva la sua vita più vivibile. Lettere che arrivano quasi ogni giorno.

Laura scrive che quando da ragazzina ha scoperto la sua condanna ha taciuto:

«Non volevo che la famiglia entrasse in una cappa di tristezza e disperazione. Decisi quindi di tenere questo segreto per me e quando cominciarono a vedersi le prime difficoltà avevo una serie di scuse pronte e quando iniziarono a diventare più pesanti dirottavo tutto sul fatto che probabilmente qualcosa non aveva funzionato durante l’intervento alla colonna vertebrale che avevo fatto molti anni prima. Passarono così gli anni, mi sono laureata. Lavoro ma ora è diventato davvero tutto difficile a livelli insopportabili. Ormai è difficilissimo anche stare seduta, scrivere alla tastiera del computer. Ogni anno che è passato da quel lontano giorno ha portato via un pezzo di me, dei miei sogni e della mia autonomia. In poche parole non hai più la sacrosanta libertà, libertà di scegliere, di andare, di fare, di essere. Ed ecco il motivo per cui la contatto. Dopo anni in cui ho lottato, stretto i denti e protetto chi mi stava vicino, ora voglio la libertà di scegliere! E voglio rivolgermi in Svizzera fino a quando avrò le forze nelle braccia per non dover da coinvolgere nessuno. Rivoglio la mia dignità. La ringrazio e sin dora mi scuso per il disturbo per le informazioni che vorrà darmi».

Lettere scritte da figli per i genitori malati. Come Luigi che scrive:

«Dal capezzale di mio padre, che mi ha chiesto di farlo. Da mesi tra atroci sofferenze e in uno stato di assoluta lucidità, sta combattendo la sua ultima battaglia contro un carcinoma gastro esofageo. Ha creduto di poter domare la belva, così ha chiamato il suo male. Qualche ora fa, dopo due giorni di sofferenze tremende, con un filo di voce mi ha sussurrato: “Voglio morire, così non posso vivere. Chiama Marco Cappato”. So che non puoi fare niente perché la crudele ipocrisia di chi decide che in questo Paese non si può scegliere di morire con dignità, ti impedisce di aiutare mio padre, ma l’amore che mi lega a lui mi ha spinto a scriverti e diventare la sua voce».

Libertà ed eutanasia saranno anche protagonisti del XV Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica, in programma dal 5 al 7 ottobre a Milano all’Università degli Studi di Milano, col titolo “Le libertà in persona”. Al centro della tre giorni ci saranno temi della libertà di ricerca, che coinvolgono genoma, stupefacenti, staminali, biotecnologie, aborto, disabilità, intelligenza artificiale, eutanasia, laicità.

L’articolo è tratto da La Repubblica del 13 settembre 2018


Italia: se nasci povero, resti povero

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Esiste un record negativo italiano che non è misurabile in debito pubblico, deficit, giovani Neet, evasione fiscale. Ma a guardarlo da vicino fa paura almeno quanto i primi. È l’immobilità sociale, o meglio: quanto della tua vita dipende dalla famiglia in cui sei nato. Si può misurare in tanti modi ma, comunque la contiamo, l’Italia svetta in Europa, e di gran lunga. Lo rivelano i dati del più grande database sulla mobilità sociale nel mondo, costruito dalla Banca mondiale e illustrato nel rapporto “Fair Progress”. Tra i quali, una buona parte viene dal progetto-partner a guida italiana di Equalchances.org: sul sito, creato dal Dipartimento di economia e finanza dell’Università di Bari, ciascuno può divertirsi – diciamo così – a controllare, per il proprio e per gli altri Paesi, il funzionamento dell’ascensore sociale, scorrendo gli indici della diseguaglianza di opportunità, trasmissione del reddito e dello status tra generazioni, mobilità nell’istruzione.

E una cosa è certa: qualcosa si è inceppato, servirebbe un ascensorista. Con particolare urgenza per l’Italia, dove quasi la metà del reddito dei figli è determinata dal livello di quello dei padri: condizione unica nell’Europa continentale, paragonabile solo a quella di Regno Unito e Stati Uniti, per i Paesi sviluppati. Ma, quanto a diseguaglianza delle opportunità, superiamo anche i regni di Brexit e Trump.

«Ogni giorno nel mondo nascono 400 mila bambini. Nessuno di loro sceglie il genere, l’appartenenza etnica, il luogo in cui si è venuti al mondo. Né le condizioni economiche e sociali della famiglia. Il punto di partenza della vita è una lotteria». Così la Banca mondiale introduce il suo rapporto, che punta a dare il primo set di numeri a copertura mondiale sulla mobilità tra generazioni. Espressione con la quale si intendono due cose: quanto, nella media, il livello di vita e benessere di una generazione è migliorato rispetto a quella precedente; e quanto la posizione di ciascuna persona sulla scala economica dipende da quella dei suoi genitori. Normalmente, le due cose vanno insieme: periodi di forte crescita economica fanno fare salti di benessere da una generazione all’altra e rendono anche più facile ai figli emanciparsi dallo status dei genitori. È quello che è successo nel mondo occidentale negli anni Cinquanta, e sta succedendo ora in Paesi come Cina e India. Ma attenzione, dice la Banca mondiale: non è automatico che questo succeda, e infatti anche in molti paesi in via di sviluppo la mobilità sociale da genitori a figli oggi è bloccata.

E poi c’è il contrappasso, quando la crescita si ferma e la marea che portava avanti tutte le barchette si ritira. Come è successo in tutti i Paesi sviluppati e con particolare evidenza in Italia. «Per un certo numero di anni la crescita ha consentito a tutti di migliorare le proprie posizioni, sono stati fatti molti passi avanti soprattutto nel rapporto tra titoli di studio», spiega Vito Peragine, professore di economia politica all’Università di Bari e collaboratore del progetto della Banca mondiale. I cui numeri permettono anche di confrontare la mobilità tra generazioni di oggi con quella di ieri, e ci dicono che «negli ultimi venti anni, da quando si è fermata la pur debole crescita economica, si è evidenziato il blocco dell’ascensore sociale».

Anzi, a dirla tutta lo stop ha evidenziato che quell’ascensore non ha mai funzionato bene: per esempio, l’Italia è uno di quei paesi nei quali non c’è uno stretto rapporto tra i progressi nel settore dell’istruzione e quelli nel reddito. In altre parole, il titolo di studio dei genitori è meno importante di prima nel definire quello che avranno i figli – l’operaio può bene avere il figlio dottore, si è avverato l’incubo della contessa di Paolo Pietrangeli – ma è anche poco rilevante nel determinare le opportunità relative di lavoro, reddito, benessere.

In effetti, se si vanno a guardare i numeri di equalchances.org, e si confronta la generazione nata nel 1940 con quella dell’80 – l’ultima di cui si abbiano dati completi – si vede che a scuola l’ascensore ha funzionato. L’indice che misura la mobilità tra generazioni nell’istruzione – più alto il numero, più bassa la mobilità – è sceso da 0,57 a 0,33. È successo lo stesso in Francia, Germania, persino nel Regno Unito, mentre lo stesso indice è sceso di pochissimo, da 0,34 a 0,32, negli Stati Uniti dell’istruzione privatizzata. Eppure, questo buon andamento in Italia non ha migliorato sostanzialmente la mobilità tra generazioni nel reddito, e non ha ridotto le diseguaglianze di opportunità. L’indice che misura la mobilità intergenerazionale dei redditi è in Italia a quota 0,48, contro lo 0,35 della Francia e lo 0,23 della Germania. Vuol dire che da noi quasi la metà del reddito dei figli dipende da quello dei genitori. È il più alto d’Europa – vicino a quello inglese – e nel mondo sviluppato inferiore solo a quello degli Stati Uniti, Paesi dai quali siamo tuttavia molto distanti nella struttura sociale ed economica.

Da cosa dipende questa eccezione italiana in Europa? E perché il grande balzo in avanti nell’istruzione non ha avuto grandi effetti di reddito e benessere? La stessa Banca mondiale ci aiuta a rispondere, ridimensionando un po’ il peso del fattore “istruzione”: anche se tutto il rapporto è dedicato proprio alla mobilità educativa (sia come dati che come politiche auspicate), vi si spiega anche che ci sono altre motivazioni della persistenza del reddito e del benessere da una generazione all’altra.

A parità di istruzione il peso della famiglia di origine – fatto di status sociale, conoscenze, relazioni amicali – torna prepotente e si fa sentire di più in contesti più fermi, con maggiore disoccupazione, minore apertura. Tutto ciò può spiegare il più scioccante dei numeri che si possono scoprire navigando nei dati: quello della diseguaglianza di opportunità.

Qui superiamo anche Gran Bretagna e Stati Uniti, e per trovare Paesi più in alto dobbiamo confrontarci con il Brasile, il Sud Africa, la Bulgaria. In particolare, spiega Vito Peragine, abbiamo un livello molto alto di diseguaglianza “relativa” delle opportunità, ossia di quella parte delle diseguaglianze spiegato esclusivamente dalla propria origine, dalla lotteria della nascita. Numeri che ne introducono altri, stavolta più soggettivi: quelli sulla percezione della propria posizione e quella dei propri figli. Secondo una indagine citata dalla Banca mondiale, gli italiani sono al penultimo posto – seguiti solo dalla Slovenia in pessimismo – nella previsione “i bambini che nascono oggi staranno meglio di noi”: otto su dieci non la pensano così. Mentre quasi 4 su 10 ritengono comunque di stare meglio dei propri genitori. Tutto ciò, dice il rapporto, condiziona il futuro, il benessere, la tenuta sociale. Non a caso lo stesso gruppo di esperti della Banca Mondiale sfornerà a breve un altro rapporto sull’impatto delle diseguaglianze sul contratto sociale europeo, mettendo direttamente la mole dei numeri dell’ingiustizia sociale in correlazione con i rivolgimenti politici europei e l’ascesa dei nazional-populismi.

L’articolo è tratto da l’Espresso del 9 settembre 2018


Privato è bello?

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Il drammatico crollo del ponte Morandi di Genova ha aperto uno squarcio nel più granitico dogma della storia italiana recente: un sostegno bipartisan, continuativo e energico alle privatizzazioni, che dai governi Amato e Ciampi hanno funestato ogni singolo anno della Seconda Repubblica (salvo il 2011); salvo prendere le distanze con affermazioni di circostanza (si pensi a Renzi) viste le catastrofiche conseguenze. Quest’estate l’indignazione collettiva verso la gestione di Autostrade spa e dei termini delle relative concessioni è stata tale da far parlare anche in area di governo di rinazionalizzare.

Naturalmente Repubblica, Corriere, Stampa, il Giornale si sono gettati in una unanime deplorazione. Fra essi spicca la campagna stampa di Repubblica, passata in modo creativo dalla difesa ventre a terra dei diritti di concorrenza e mercato, alle lezioni di Veltroni su come costruire la nuova sinistra. Nel fronte dei progressisti pro-privatizzazioni, fra Zucconi e Sabino Cassese (il giurista che dopo aver partecipato al governo Ciampi ha collezionato diverse poltrone munificamente concessegli dal padronato italiano in banche, assicurazioni, aziende), l’inserto di Repubblica Affari&Finanza (per l’appunto) fa venire il dubbio di aver comprato per errore il quotidiano di Confindustria: le privatizzazioni sono state una «scelta ideologica di modernità», ma «una scelta obbligata», i cui frutti «vanno direttamente a riduzione del debito pubblico». In effetti il redattore, Eugenio Occorsio, lavorava al Sole 24-Ore.

Ridurre il debito pubblico attraverso le privatizzazioni è insensato. Primo perché sono non rendono abbastanza (Occosio cita una cifra di 110 miliari, ma il debito è aumentato da circa 910 a oltre 2300 miliardi fra il 1992-2018); secondo perché andrebbe fatto il saldo con gli incassi cui lo Stato rinuncia, ed il prof. Massimo Florio ha calcolato che le aziende rimaste allo Stato, lungi dall’essere carrozzoni in perdita garantiscono redditività buona nel loro complesso, anzi sopravanzano il campione delle 30 maggiori aziende private considerate come paragone. Perciò occorre considerare se lo spregio per le aziende di Stato (da organi di stampa vicini ai potentati imprenditoriali) non sia spiegabile col celebre motto per cui «chi disprezza compra».

Infine va notato che se registriamo una riduzione del debito rispetto al PIL significativa fra 1998-2007 di -11 per cento, parallelamente però si ha l’aumento dell’indebitamento privato di ben +34 per cento.

È l’austerità che ha contenuto il debito. Le vere finalità sono invece ravvisabili in altri obiettivi: in primis ridurre il perimetro della azione dello Stato nell’economia, usando il vincolo della entrata nella UE, come ammette candidamente D. Scannapieco, un collaboratore di Draghi dell’epoca: «Si è sfruttata l’occasione offerta dalla necessità ed urgenza di rispettare gli stringenti vincoli esterni, imposti dalla partecipazione all’Unione Monetaria Europea, per avviare iniziative volte alla ridefinizione del ruolo dello Stato ed alla riforma, in senso maggiormente concorrenziale, dei mercati. senza la pressione di questi vincoli comunitari sarebbe venuto meno uno degli stimoli più incisivi a procedere con decisione nel processo di risanamento della finanza pubblica e di riqualificazione del rapporto tra Stato e mercato».

In secondo luogo sono state un fattore necessario per la finanziarizzazione dell’economia che ha il suo perno nella borsa, come ammette lo stesso Draghi: «le operazioni di privatizzazione che hanno smantellato il sistema delle partecipazioni statali si proponevano specificamente fra gli obiettivi quello di contribuire a una crescita del mercato azionario».

Più concorrenza e mercato, più finanza, regali ai ricchi e tariffe maggiori per i servizi: con «sinistre» così che bisogno c’è di una destra?

L’articolo è tratto da Il Manifesto del 1 settembre 2018

 


Il diritto secondo il ministro Salvini

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Il filosofo John Searle, teorico del rapporto fra linguaggio e istituzioni, sostiene che le società vengano costruite e si reggano su una premessa linguistica: sul fatto, cioè, che formulare un’affermazione comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari.

Nel caso della politica: formulare un’affermazione comporta un obbligo di verità e correttezza nei confronti dei cittadini. Siano essi sostenitori, siano essi avversari. Non osservare questo impegno mette in pericolo il primario contratto sociale di una comunità, cioè la fiducia in un linguaggio condiviso.
Le società nelle quali prevalgono le asserzioni vuote di significato sono in cattiva salute: in esse, alla perdita di senso dei discorsi, consegue una pericolosissima caduta di legittimazione delle istituzioni. È per questo che occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è dunque un lusso da intellettuali o un esercizio da accademici. È un dovere cruciale dell’etica civile. La vicenda della nave Diciotti ha generato una straordinaria proliferazione di esperti di diritto penale, di procedura penale, di diritto costituzionale e di diritto internazionale. Amici, temo, dei molti esperti di vaccini, scie chimiche e cure del cancro con tisane di ortica, che si aggirano in Rete. Caratteristica comune a questa variegata moltitudine di personaggi è la convinzione che razionalità e competenza siano difetti piuttosto gravi e che usare parole precise e munite di senso sia un’operazione inutile e dannosa.

Qualcuno ha detto che i cittadini eritrei a bordo della nave Diciotti non dovevano entrare illegalmente su territorio italiano e che il ministro faceva il suo dovere impedendo lo sbarco per difendere (proprio così: ci sono espressioni che hanno la straordinaria capacità di essere tragiche e ridicole a un tempo) il territorio stesso da un atto d’invasione. Affermazione su cui si sarebbe potuto discutere per condividere o dissentire se i suddetti cittadini eritrei non fossero già stati su territorio italiano, considerato che le navi militari, come sa qualsiasi mediocre studente di diritto internazionale, sono a ogni effetto di legge, territorio dello Stato. E quando un cittadino straniero arriva – legalmente o illegalmente nel nostro territorio – la legge impone che gli venga consentito di richiedere lo status di rifugiato se proviene da una zona in guerra, se è sottoposto a persecuzione, se corre gravi rischi nell’ipotesi del rimpatrio. Solo dopo l’accertamento dell’insussistenza dei presupposti per ottenere quello status è possibile procedere a espulsioni e rimpatri.

Qualcuno ha detto che il ministro non può comunque essere perseguito per sequestro di persona plurimo, arresto illegale plurimo e abuso di ufficio, perché la sua condotta sarebbe, un atto politico, come tale non sottoposto all’azione della magistratura.

L’espressione “atto politico” è piuttosto sfuggente e infatti i sostenitori della tesi suddetta, richiesti di definirlo, appaiono alquanto in difficoltà. Molto più chiaro è il testo della Costituzione della Repubblica Italiana che, a quanto pare, è ancora in vigore. L’articolo 13 specifica che la libertà personale è inviolabile e che non è ammessa alcuna forma di restrizione della libertà se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi previsti dalla legge. Presupposti che non sussistono nel caso di specie.

A persone prive di fantasia come i giuristi (quelli veri) sembrerebbe tutto chiaro: il ministro ha ordinato una limitazione illegale della libertà personale di molte persone, così violando l’articolo 13 della Costituzione e, fra gli altri, l’articolo 605 del codice penale (sequestro di persona aggravato). Trattasi di reato piuttosto grave e gli ingenui magistrati pensano che i responsabili, sottoposti al principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, debbano risponderne in un processo. Ma il ministro, come dicevo e come gridano a gran voce i citati esperti di diritto, avrebbe posto in essere un atto politico, come tale sottratto alla legge penale. Si tratta di una tesi bizzarra e priva di qualsiasi fondamento giuridico.

L’idea balzana che la natura politica di un comportamento ne escluda a priori l’illiceità penale, può condurre a conseguenze piuttosto surreali. Se un ministro, per ragioni politiche, ordinasse alla polizia o all’esercito di concentrare in uno stadio un gruppo di manifestanti riottosi e di tenerceli per qualche giorno, o per qualche settimana, sarebbe un sequestro di persona plurimo o un atto politico non perseguibile penalmente? Se un ministro, per ragioni politiche, ordinasse alla polizia o all’esercito di sparare sulla folla ‒ o magari su un barcone di migranti ‒ si tratterebbe di omicidio plurimo o di un atto politico non perseguibile penalmente?

Il problema è che esiste un banale concetto, anch’esso purtroppo ancora valido come la Costituzione. Si chiama Stato di diritto e implica, fra le altre cose, che un ministro non possa fare quello vuole ma solo quello che gli permette la legge. Bizzarro, vero?

L’articolo è tratto da La Repubblica del 27 agosto 2018

 


Popoli che si spostano

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Nell’arduo tentativo di sorpassare in vaniloquio il suo collega di governo Salvini, il vicepresidente Di Maio ci ha spiegato dove hanno sbagliato i 136 emigranti italiani morti nella miniera belga di Marcinelle nel 1956: «Questa vicenda insegna che non bisogna partire dall’Italia, che non bisogna emigrare».

Venendo dal ministro del Lavoro, questo alto monito sarà certo rivolto non solo (retrospettivamente) ai trenta milioni di emigranti italiani in America, Australia, Europa dal 1860 al 1990, ma anche ai 5 milioni di italiani che oggi lavorano all’estero, nonché ai circa 170.000 italiani che si ostinano a emigrare ogni anno, facendo dell’Italia l’ottavo Paese dell’Ocse per tasso di emigrazione (2,4 per cento), non poi troppo lontano dal Messico col suo 2,7 per cento (dati Comuniverso). Non sapevano che era meglio starsene a casa, i nostri emigranti i cui discendenti sono oggi metà della popolazione argentina e quasi il 10 per cento di quella statunitense. E se per caso i cinque milioni di lavoratori italiani iscritti all’Aire (anagrafe dei residenti all’estero), convinti dall’argomentare del ministro, rientrassero domani in Italia, troverebbero lavoro (o reddito di cittadinanza) per tutti?

La migrazione di esseri umani è un fenomeno globale di enorme portata e complessa interpretazione, e non è con facili boutade o con fandonie improvvisate che lo si può affrontare. Ma le parole di Di Maio vanno prese sul serio anche se estemporanee. Messe insieme con le invettive di Salvini contro i migranti, sono il sintomo di una concezione del mondo che sarà forse popolare (visto che i due vicepremier gareggiano per suscitare vampate di consenso), ma è soprattutto lontanissima dalla realtà. Dà per scontate due cose che, viceversa, non sono mai accadute negli ultimi centomila anni: primo, che le comunità degli umani possano (anzi debbano) restar ferme dove sono, senza mai muoversi, senza mescolarsi fra loro, senza cercare altrove condizioni di vita migliori. Secondo, che quando si verificano flussi migratori sia non solo giusto e necessario, ma possibile e fattibile arrestarli ricacciandoli indietro con operazioni di polizia.

Perciò la dichiarazione di Di Maio è il rovescio e l’identico di quella che Renzi ci regalò un anno fa: «Aiutiamo i migranti a casa loro». Ognuno a casa propria, di qua gli italiani che non emigrano, di là i migranti che l’Italia respinge. Tutti “padroni in casa propria”, secondo lo slogan di Berlusconi che Renzi ripeteva senza pudore. La cultura al cloroformio di chi ci governa è a quel che pare ancora e sempre nutrita di miraggi autarchici.

Due pilastri megalitici di un tempio di Tarxien (Malta), del 1500 a.C. circa hanno in merito qualcosa da dirci. Sono coperti di graffiti che rappresentano almeno 38 battelli in navigazione fra la Sicilia, le isole maltesi e l’Africa. Allora come oggi. I primi abitanti di Malta vennero dalla Sicilia intorno al 5000 a.C., e nell’arcipelago maltese svilupparono una civiltà particolarissima, caratterizzata da sorprendenti e gigantesche costruzioni templari. I graffiti di Tarxien, opera di migranti scampati al naufragio (Woolner), raccontano una storia molto semplice: ci dicono che il Mediterraneo non è una barriera da fortificare, ma una strada da percorrere. E che da migliaia di anni il flusso, in tutte le direzioni, è inarrestabile.

È vero, i migranti di Tarxien erano pochi, mentre l’enorme incremento della popolazione mondiale ha moltiplicato i movimenti di popolo fino a proporzioni quasi apocalittiche. Ma chi emigra con enormi rischi e sacrifici non lo fa perché non aveva capito che era meglio starsene a casa né perché è un criminale (meno che mai perché migrare è “una pacchia”). Le cause immediate della migrazione che preme alle porte dell’Europa sono conflitti militari, carestie, guerre civili, talvolta pulizia etnica: tutte eliminabili in linea di principio, anche se per eliminarle l’Ue fa ben poco, e molto ha fatto per rinfocolarle (come in Libia). Ma c’è una causa di fondo che non si elimina con interventi di breve periodo: l’enorme squilibrio economico fra le varie parti del mondo. A un tale squilibrio c’è un rimedio vecchio di migliaia di anni: l’emigrazione. Nulla può arrestare le folle latino-americane che premono ai confini sud degli Stati Uniti, nulla può arrestare la marea di popolo che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. Anzi, i drammatici cambiamenti climatici innescheranno nuove ondate migratorie, a cui siamo ciecamente impreparati.

Perciò i placebo escogitati da Salvini e Di Maio sono patetici tentativi di rimozione (dall’attenzione pubblica, ma anche dalla loro responsabilità politica) di un problema che non sanno come affrontare. Eliminare gli squilibri che causano i movimenti migratori è necessario, ma richiede un progetto di lungo periodo di cui non s’intravvede nemmeno l’abbozzo. Ma i migranti, le donne e uomini e bambini e vecchi che salgono oggi sui barconi, non possono aspettare decenni per salvarsi la vita. Una strategia di lungo periodo è urgente, e dovrebbe includere la possibilità (non l’obbligo) di trovare lavoro “a casa propria”. Ma altrettanto necessaria e urgente è una strategia di accoglienza sui tempi brevi, rivolta ai nostri fratelli che migrano proprio come i nostri nonni cent’anni fa.

Una minima informazione e consapevolezza storica servirebbe anche ai nostri ministri, corrivi inventori di slogan senza coraggio e senza futuro. Come diceva uno dei grandi storici del Novecento, Eric Hobsbawm, abbiamo l’obbligo di protestare contro chi vuol spingerci a dimenticare.

L’articolo è tratto da Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2018