«I manganelli sono l’inizio dei regimi». Intervista a Gustavo Zagrebelsky

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«Questo proliferare di cariche e manganelli, questo clima di repressione per ora tiepida, diffondono un senso di insicurezza. Alle mie figlie e nipoti, se avessero l’età di quei ragazzi di Pisa, sentirei la responsabilità di dire di pensarci due volte prima di scendere in strada. Ma così si comprime un diritto, si diffonde una cattiva aria. Il diritto a manifestare è il primo ad essere colpito nei regimi autoritari. In Russia, in Afghanistan, in Iran, in certi regimi islamici, nei Paesi golpisti del Sud America, la prima repressione si fa nelle strade». Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Consulta, è molto colpito dalle scene di violenza sugli studenti toscani.

«Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento», ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
«Un intervento non consueto. Non ricordo un precedente tanto netto, un tanto chiaro richiamo ai principi della convivenza civile e ai principi costituzionali. Non è un caso di moral suasion, è una presa di posizione ufficiale che, per quel che vale, ha la mia condivisione totale. Mi ha inquietato che abbia dovuto intervenire il presidente della Repubblica».

Si riferisce al silenzio della presidente del Consiglio Meloni?
«Mi sarei aspettato che le prime reazioni indirizzate a ricordare i limiti e la funzione della polizia, venissero dal governo, responsabile della corretta gestione dell’ordine pubblico. Dalla presidente del Consiglio e dai due ministri più strettamente coinvolti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi».

Piantedosi, nell’occhio del ciclone, rivendica di dover mantenere l’ordine pubblico, sua competenza.
«Competenza e responsabilità. Ma quale ordine pubblico? Una cosa è l’ordine pubblico dei regimi autoritari, che è l’ordine nelle strade. Altra cosa è l’ordine pubblico nella Costituzione, che non è repressione ma garanzia dell’ordinato sviluppo delle libertà costituzionali. Brutto segno che abbia dovuto ricordarglielo il presidente della Repubblica. Mi pare che vari ministri non conoscano la Costituzione e neanche certi prefetti e questori, e spesso neanche i giornalisti che parlano di manifestazioni non autorizzate».

Sta sostenendo che a prevalere è la libertà di scendere in piazza?
«L’articolo 17 della Costituzione dice che tutti i cittadini hanno il diritto di riunirsi, a condizione che la riunione sia pacifica e senz’armi. È sotto il fascismo che occorreva l’autorizzazione dell’autorità pubblica: l’esercizio dei diritti allora era subordinato al beneplacito del governo. La nostra Costituzione non prevede alcuna autorizzazione: delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato semplicemente un preavviso alle autorità. Il preavviso non è la richiesta di un’autorizzazione. Il principio è il diritto, l’eccezione è il divieto che può essere disposto eccezionalmente solo con provvedimento motivato in relazione a “comprovati” motivi di sicurezza o incolumità pubblica».

Il ministro dell’Interno fa sapere che la polizia voleva proteggere la sinagoga a Pisa e il consolato Usa a Firenze, luoghi sensibili. Non è un argomento valido?
«Luogo sensibile può essere qualsiasi cosa, una strada, un cimitero, un’ambasciata, una sede di partito o di sindacato. Ci sono naturalmente luoghi in certe circostanze storiche più esposti alla violenza, come lo sono in questo momento quelli evocativi del conflitto in Medio Oriente. Ma in questi casi si giustifica non il divieto della manifestazione, bensì la disciplina, anche rigorosa, delle modalità di svolgimento: gli organizzatori devono dare un preavviso, che serve all’autorità per predisporre le misure necessarie all’esercizio pacifico del diritto a manifestare. Solo quando ciò non è possibile si può disporre il divieto».

E se gli organizzatori non danno il necessario preavviso?
«La violazione dell’obbligo di preavviso comporta sanzioni soltanto a carico dei promotori e non anche di chi partecipi pacificamente alla manifestazione. Tale partecipazione — cito una sentenza della Corte costituzionale, la n. 90 del 1970 — “si risolve nel concreto esercizio di un diritto costituzionalmente protetto”. E invece non solo questi ragazzi hanno incontrato un abuso del diritto da parte dello Stato, ma sono incorsi direttamente nella sanzione di una manganellata. È stato un episodio poliziesco. L’autorità di pubblica sicurezza non è lì per reprimere ma per garantire l’esercizio di quello che è un diritto, fino a quando in concreto, non ipoteticamente, non trasbordi in violenza».

Come si spiega dunque quelle manganellate agli studenti?
«Non ne capisco la ragione, se non in termini di intimidazione. Finora per nostra fortuna non c’è stato alcun episodio che abbia provocato ferite gravi o addirittura mortali. Ma questa violenza per ora tiepida, ma che può surriscaldarsi, diffonde un senso di inquietudine e insicurezza. Non voglio fare fastidiose citazioni. Ma un grande saggio del passato ha detto che la libertà consiste precisamente nella sicurezza dei propri diritti».

La sicurezza dei diritti è compressa anche dalle identificazioni? Con la polizia che chiede i documenti al loggionista antifascista della Scala o a chi depone fiori per Navalny.
«In sé per sé, l’identificazione può essere un’utile misura di prevenzione e repressione dei reati. Ma diventa un problema quando è ‘mirata’ e suscita il sospetto che serva ad altri fini».

Piantedosi obietta: anche io sono stato identificato.
«Sembra che dica ‘che male c’è?’ Ma, l’identificazione non finisce mica lì. Chi viene identificato è schedato, incasellato in un rapporto di polizia. E la schedatura, che si può fare intercettando le telefonate o controllando gli spostamenti e la partecipazione a manifestazioni pubbliche, accresce, insieme alle manganellate, il clima di apatia che sempre piace a tutti i regimi illiberali».

Insomma, le ragioni di ordine pubblico servono a giustificare la limitazione del dissenso?
«Rendono difficile ciò che la Costituzione vorrebbe fosse facile. E in questo senso si può parlare di limitazione».

Siamo su un crinale pericoloso?
«La domanda che è lecito porsi è: quel che accade è un rigurgito di cose del passato o il preludio a qualcosa del futuro? Nessuno di noi è profeta, ma ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità nei confronti del futuro. Se questi episodi si ripeteranno e se si è in quella parte del popolo italiano, io penso maggioritaria, che vuole evitare di imboccare la strada di involuzioni autoritarie, è buona cosa che ci si mobiliti. Manifestare per poter manifestare. Mi pare che qualcosa stia già accadendo».

Salvini le risponderebbe: “Noi stiamo con i poliziotti”.
«È inquietante il ‘sempre e comunque’ che accompagna queste professioni di fede. Tutti siamo con la polizia quando difende i diritti costituzionali ma, nello stato democratico, esiste la necessità di controllare chi esercita poteri di qualunque tipo essi siano. ‘Sempre e comunque’ ciecamente con qualcuno, mai».

È ancora convinto che la riforma del premierato di Meloni voglia portarci verso il modello Orbán?
«Quella riforma costituzionalizzerebbe un’idea di democrazia del vincitore e del vinto. Il vincitore si può facilmente considerare abilitato a usare tutti gli strumenti della vittoria. Quale più classico del manganello?»

L’articolo è tratto da la Repubblica del 26 febbraio


Cutro. I morti e i vivi

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C’era il mare forza 5 e soffiava il ponente, ieri, sulla spiaggia di Steccato di Cutro, dove un anno fa, tra il 25 e il 26 febbraio, alle quattro del mattino, si schiantò il caicco Summer Love partito due giorni prima dalla Turchia. A bordo c’erano 180 persone, morirono almeno in 94, tra cui 34 bambini, più undici dispersi. Il mare ruggiva ieri rabbioso e dolente, lasciando una schiuma bianca sulla secca in cui si infranse l’imbarcazione, spegnendo all’improvviso i sogni e i progetti dei suoi passeggeri, in gran parte afghani e iraniani, esuli politici e non migranti economici.

Mina Afghanzadeh, 24 anni, afghana, doveva raggiungere il marito in Europa, la famiglia decise che il fratello Farhad, 16 anni, l’avrebbe accompagnata. Torpekai Amarkhel era la giornalista fuggita dall’Afghanistan. Il piccolo Sultan aveva sei anni. E poi la sigla KR16M0 scritta sulla bara, in codice un bambino morto con meno di un anno, solo ieri è stato trovato con certezza il suo nome, si chiamava Mohamed Sina Hosseini. Sono morti in maniera orrenda, di freddo, tra le onde, o inchiodati alle travi della barca come poveri cristi in croce. Sono stati ricordati in questi tre giorni che culmineranno nella manifestazione di oggi e nella silenziosa fiaccolata in spiaggia delle quattro di notte, all’ora del naufragio. Bisogna venire qui, in questo “luogo senza tempo”, mi ha detto Vincenzo Montalcini, il direttore di Crotonews, un giornalista rigoroso e sensibile che fin dalle prime ore ha raccontato tutto quel che avveniva (e anche in un libro Quale umanità?, Idemedia). Avvicinarsi come in un pellegrinaggio laico. Ascoltare Vincenzo il pescatore, che rivive l’orrore, asciugarsi le lacrime quando impreca: «Ne avessi salvato almeno uno! Forse se non avessi preso il caffè prima di uscire forse ci sarei riuscito», come se la colpa fosse sua, e non di chi era tragicamente in ritardo mentre avveniva la strage.

Sì, la strage, come quelli che negli anni Settanta insanguinarono i treni e le stazioni. Perché ci sono gli esecutori della traversata, gli scafisti, e ci sono le responsabilità di chi non ha salvato quelle vite, l’omissione di soccorso su cui indaga la magistratura. E poi c’è il romanzo di un potere che aveva individuato nei migranti il nemico.

«Non dovevano partire», disse un anno fa a caldo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, erigendo un monumento al cinismo. Piantedosi è tornato due giorni fa a Cutro, per assicurare che saranno mantenute le promesse di Giorgia Meloni. La premier ricevette le famiglie delle vittime a Palazzo Chigi dopo la figuraccia della conferenza stampa di Cutro, conclusa con una fuga ingloriosa. A salvare l’onore della Repubblica fu il presidente Mattarella che andò a trovare i morti riuniti nel PalaMilone di Crotone, diventato in quei giorni il nostro Pantheon. Colpisce che un anno dopo tocchi ancora al presidente rimproverare “il fallimento” della polizia di Piantedosi a Pisa, dopo il fallimento operativo e morale dello Stato a Cutro. A colmare il vuoto dei governanti, furono le istituzioni locali, con il sindaco di Crotone Vincenzo Voce e un tessuto spontaneo di accoglienza, umanità, dignità, che considerò le vittime una ferita di tutti, di tutto il paese.

Cutro, più delle stragi di Lampedusa del 2013 e del 2015, sintetizza l’indifferenza di chi doveva agire e non lo fece, come non ha mai smesso di denunciare il medico di Crotone Orlando Amodeo, dirigente di polizia, l’assenza dell’Europa di Frontex. Ai superstiti e alle famiglie delle vittime di Cutro non sono stati garantiti il permesso il soggiorno e i corridoi umanitari, non smette di dire Manuelita Scigliano della rete di associazioni 26 febbraio, a loro è toccata la stessa sorte di italiani di altre epoche, confrontarsi con l’attitudine di chi detiene il potere a mentire, a sminuire le sofferenze e il dolore. Per questo torna a risuonare oggi la parola che la gente ha gridato un anno fa davanti a Mattarella: giustizia. Giustizia per chi è morto senza soccorso, per chi è stato lasciato solo in quella notte di un anno fa a morire sulla spiaggia di Cutro. Giustizia per chi è rimasto vivo e per i familiari delle vittime.

Giustizia anche per chi non si vede, per chi viene respinto in mare o nei campi di detenzione libici, condannati anche dalla recente sentenza della Cassazione. Per questo non bisogna smettere di ascoltare le voci di Cutro, dei vivi e dei morti, di questo cuore d’Italia, della nostra coscienza collettiva.

L’articolo è tratto da Il Domani del 25 febbraio


Israele. «Sono ancora vivi»: il silenzio delle carceri è rotto solo da chi esce

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La famiglia di Wissam non aveva sue notizie dal 14 ottobre 2023. Quella notte, intorno alle 2, l’esercito israeliano ha sfondato la porta della loro casa e ha portato via Wissam, bendato, legato e spogliato. Non è la prima volta che accade, è stato arrestato tre volte dalla seconda Intifada, accusato di legami con un gruppo della sinistra palestinese. Stavolta è diverso: dal 7 ottobre le visite familiari sono sospese. Agli avvocati da qualche settimana è possibile comunicare con alcuni assistiti solo in videoconferenza. Con alcuni, non tutti.

Il 13 febbraio, nel primo pomeriggio, il telefono della moglie di Wissam ha squillato: «Volevo solo dirle che è vivo». Dall’altro capo c’era un uomo di Hebron. Era tornato libero il giorno prima. Funziona così: chi esce, si segna i numeri dei compagni di cella e di sezione e poi chiama i familiari per dire che stiano tranquilli, che sono vivi. Dimagriti, con barba e capelli lunghi, ma vivi. Non è scontato. Negli ultimi quattro mesi e mezzo dietro le sbarre delle prigioni israeliane sono morti almeno otto detenuti politici da Cisgiordania e Gerusalemme est. Non si hanno notizie dei prigionieri di Gaza: fonti stampa israeliane negli ultimi giorni hanno riportato di svariati decessi tra gli arrestati durante l’invasione via terra, ma di numeri non ne esistono.

A oggi sono 9mila i prigionieri politici palestinesi, 6.220 gli arrestati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre che ha ucciso 1.140 israeliani. In cella al momento si contano 70 donne, 200 bambini, 3.484 detenuti amministrativi (senza accuse né processo), 50 giornalisti, oltre cento studenti universitari.

Moltissimi vengono presi di notte, a casa; tanti altri in pieno giorno, ai checkpoint che spuntano ovunque per le strade cisgiordane: «È la combinazione di due novità: un numero maggiore di posti di blocco e il controllo ossessivo degli smartphone – ci spiega Mona Shatiye, esperta palestinese di diritti digitali –. Basta una foto di Gaza o un like per compiere un arresto. Molti, quando devono spostarsi, lasciano i telefoni a casa o li ripuliscono dai gruppi Telegram e dalle app delle piattaforme social». Il sistema è stratificato da anni, al suo servizio l’utilizzo compulsivo delle nuove tecnologie, dalle app di profilazione dedicate all’esercito israeliano come Blue Wolf alle telecamere a riconoscimento facciale. «Sono installate in tantissimi checkpoint tradizionali e sui droni che sorvolano le città, è un sistema di sorveglianza multi-strato», continua Shatiye.

Gli effetti si accumulano: c’è chi preferisce non viaggiare, chi non usare lo smartphone per informarsi o tenersi in contatto con amici e familiari. Si isolano le comunità, dice Shatiye, e poi si isolano le persone. L’autocensura è immediata: «La legge sul terrorismo ora considera incitamento anche il mero consumo di contenuti che le autorità israeliane ritengono tali. Parliamo di lanci di agenzie o siti di informazione che riportano la cronaca di quanto avviene a Gaza o le violazioni commesse in Cisgiordania. Credo che l’obiettivo sia non solo limitarne la diffusione ma tentare di rendere inaccessibile la documentazione dei crimini di guerra commessi».

P.Z. lavora per una nota e rispettata ONG che registra le violazioni dei diritti umani nei Territori occupati. Ha ricevuto due telefonate dello Shin Bet, i servizi segreti israeliani, a distanza di pochi giorni: gli intimavano di non pubblicare più niente sui social. Ha smesso. Non vuole tornare in prigione. Soprattutto adesso, con le carceri che sono gironi danteschi.

Per sapere cosa accade dentro si deve attendere che qualcuno esca fuori. «Dal 7 ottobre la Croce Rossa non è autorizzata a visitare le carceri – ci spiega l’associazione di tutela dei prigionieri politici palestinesi, Addameer –. Le uniche informazioni giungono dai rilasciati e dai pochi avvocati che riescono a tenere videochiamate con alcuni prigionieri. Loro ne approfittano per dare informazioni importanti sui casi più critici: malati, feriti, morti». Raccontano della vita in carcere, del senso di abbandono. Pestaggi con bastoni e sbarre di ferro, visite mediche sospese, confisca di vestiti, libri, coperte, materassi, divieto a farsi la doccia.

E la fame: «Prima erano previsti tre pasti al giorno a testa – spiega Addameer –. Ora due: yogurt, una fetta di pane e pomodori a colazione e un po’ di riso e una salsiccia a cena. Non per tutti: in ogni cella servono meno piatti dei prigionieri effettivi, spesso la metà. Si condividono pasti già poveri». Chi riemerge, porta i segni della privazione e della violenza: molti detenuti ricompaiono dimagriti di decine di chili, con gli strascichi delle torture e dei pestaggi addosso, ossa rotte e cicatrici. E poi le violenze sessuali. A denunciarle è stata due giorni fa l’Onu che ha registrato due casi di stupri di prigioniere di Gaza, altre decine di «forme multiple di abusi sessuali», perquisizioni corporali violente, pubblicazione delle foto online e casi di uomini picchiati sui genitali e minacciati di stupro dalle guardie carcerarie.

L’articolo è tratto da il manifesto del 21 febbraio


La lingua cancellina del Tg1

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È una questione di qualità. Una sfumatura, un’omissione, giorno dopo giorno, a piccole dosi. Ricorda un po’ le truffe: se ti portano via tutto assieme te ne accorgi subito, se ti sottraggono un pezzettino alla volta ci metti un po’ di più.

E allora, ogni giorno da mesi, soprattutto all’ora di pranzo, ci tocca papparci questi telegiornali del primo canale della tv pubblica, in cui il linguaggio si torce impercettibilmente e bisogna avere l’orecchio un po’ fine per accorgersene, una particolare sensibilità per le parole, per la costruzione della frase.

Al momento di parlare di ciò che accade a Gaza, si produce uno strano fenomeno: la lingua del Tg1 diventa piccolina, poverina, come fosse una lingua nascondina, cancellina, dimentichina, sbianchettina dei nomi e dei numeri. Funziona così: le frasi, quando sono in forma passiva, risultano senza complemento d’agente. I palestinesi vengono bombardati, sì, ma non si dice da chi. E muoiono, questo sì, ma risultano appunto morti, mai «uccisi», perché se si muore ammazzati vuol dire che c’è qualcuno che ammazza, mentre lì, secondo questi servizi, visto che non si dice bene per mano di chi, si muore così, un po’ all’improvviso, nel nulla, tra bombe che cadono da sole. In effetti attorno c’è il nulla: macerie, edifici rasi al suolo (case, ospedali, scuole, musei, università), strade cancellate, spianate di nulla desertificato dall’esodo forzato. Ma chi sarà stato mai a ridurle così? Non si sa, non si dice. O meglio, certo è stata la guerra, ma così, astratta. Ci sarà un esercito, tra quella polvere, tra quegli scoppi densi di fumo, ma non si sente, non si nomina.

I nomi dei palestinesi uccisi, sequestrati, arrestati, qualcuno li pronuncia, li scrive, li legge, li comunica? Non al Tg1. E non solo le parole, anche le cifre per mesi sono state taciute. Guai a riferire i numeri, mostruosi, delle vittime civili perché, ti dicono altrove, vai a sapere chi li fornisce. Non importa se sono le agenzie internazionali sul posto, le organizzazioni per i diritti umani, i soccorritori a fornirli ufficialmente: no no, quelli sono «i numeri di Hamas», sostengono, quindi non si possono dire. E la parola genocidio, nonostante l’assedio, i proclami a togliere cibo, acqua, medicine, carburante, gli appelli contro «gli animali umani», è rimasta impronunciabile, tabù, rimossa per mesi e c’è voluta l’Aja con il «rischio genocidio» per riuscire a sentirla pronunciare.

Che strano, allora, potendo informarsi in rete e su piattaforme, vedere che all’estero non funziona così. Come stona questa lingua del Tg pubblico italiano, se sentita dopo la Bbc! È la lingua di un paese distratto e analfabeta, che assieme alle notizie ha perso i nomi, le parole, le cifre, i concetti. E ci vorrebbe davvero un bravo filologo, con carta e penna, a certificare quanto ci sono e quanto ci fanno i giornalisti del nostro principale telegiornale il cui canone, come si sa, lo paga anche chi analfabeta e distratto non è. Anzi, magari conosce pure qualche altra lingua per fare confronti impietosi.

L’articolo è tratto da il manifesto del 10 febbraio


La rabbia degli agricoltori nasconde un mondo diviso

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Quello che colpisce partecipando a una qualsiasi delle tante manifestazioni degli agricoltori di questi giorni non è la dimensione dei trattori – tutti molto grandi e quasi di una sola marca – ma l’assenza di qualunque bandiera delle tre organizzazioni professionali agricole cosiddette «maggiormente rappresentative», Coldiretti, Confagricoltura e Cia. La rinuncia del mondo agricolo alla delega è il primo segnale visibile del malessere che si è andato accumulando nel corso degli anni e che di tanto in tanto esplode.

In realtà in Italia non c’è un solo mondo agricolo, ci sono molti mondi che convivono e che non hanno gli stessi interessi. Non sarebbe possibile questa comunanza tra chi riceve meno di 3mila euro l’anno di supporto dall’Unione europea e chi ne riceve 500mila. Nessuna convergenza di interessi è possibile tra chi da anni ha scelto l’agricoltura biologica e si impegna per la transizione agroecologica della propria azienda e chi, al contrario, vuole continuare in eterno a seminare mais su mais, accatastare migliaia di animali in stalle o continuare a usare la chimica senza limiti. Il malessere ha origini lontane e profonde.

Le politiche neoliberiste, la deregolamentazione del mercato interno, la spinta verso l’internazionalizzazione dei mercati agricoli con l’illusione che il mercato globale sarebbe continuato a crescere in eterno, la digitalizzazione e l’ingegneria genetica come risposta definitiva all’impatto della crisi climatica sull’agricoltura, oggi mostrano il loro limite assoluto. Non hanno fatto aumentare il reddito degli agricoltori, al contrario rendono il futuro molto incerto. Le grandi organizzazioni agricole “maggioritarie” con la loro rappresentanza europea hanno condizionato profondamente la riforma delle politiche agricole comunitarie nel senso che oggi viene contestato.

Queste organizzazione insieme agli Stati membri che le sostengono e hanno con loro un dialogo esclusivo sono responsabili della assoluta fragilità dell’agricoltura industriale, con aziende sempre più grandi che ormai dipendono totalmente dal denaro pubblico. Se si accetta che il prezzo del grano della Puglia debba discendere dalle quotazione dei futures negoziati alla borsa Nyse-Euronext di Parigi, non può sorprendere se questo prezzo arrivi a dimezzarsi di colpo da un raccolto all’altro. Per garantire un compenso degno al nostro lavoro e a quello dei braccianti occorre rompere l’enorme potere di mercato che hanno industrie produttrici di mezzi tecnici, industrie agroalimentari e la grande distribuzione.

Il governo spagnolo ci ha provato con una legge e i risultati sono al momento incoraggianti. Che fare, allora? Da subito vanno fermati i negoziati per gli accordi di liberalizzazioni dei mercati, vanno modificati i criteri di distribuzione dei fondi europei privilegiando il lavoro e non gli ettari, va imposta una modifica ai contratti di borsa sui futures che sono completamente sganciati dai beni agricoli reali ma che con la speculazione ne condizionano il prezzo.

Sono necessarie misure specifiche per le aziende di piccola e media dimensione – che tra l’altro sono quelle che hanno meglio resistito ai colpi imprevisti come il Covid – per sostenerle nella transizione ecologica. Chi produce il cibo non ha gli stessi problemi di chi lo fabbrica. Non servono solo risorse finanziarie ma anche una fiscalità specifica, una burocrazia alleggerita sia dal lato delle misure sanitarie aziendali che da quello delle procedure amministrative (allevare 100 capre non è come allevare 600 vacche da latte). Abbiamo bisogno di una difesa giuridica delle attività che fanno vivere il sistema sementiero contadino e di una revisione dei contratti di vendita dei prodotti agricoli che consenta di rafforzare le capacità di negoziato con gli acquirenti. Infine è tempo di democratizzare la rappresentanza.

Coldiretti, Confagricoltura e Cia grazie al fatto che accentrano le complesse pratiche agricole tengono in ostaggio le aziende e pretendono di rappresentarle. Le manifestazioni di questi giorni dimostrano che non è più così, se mai lo è stato. Ora si deve passare a un sistema di elezione che faccia sentire la responsabilità del mandato e che incarni le differenti istanze agricole. È la prima condizione, indispensabile per cominciare a cambiare davvero.

L’articolo è tratto da il manifesto del 1 febbraio


Gaza: come l’Occidente concorre al genocidio

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Gaza continua a essere un campo di morte. Distese di macerie e corpi si estendono per chilometri nei luoghi in cui sorgevano le già immiserite città dell’enclave sotto assedio. Diecimila i bambini uccisi in tre mesi, settemila le donne. Sessantacinquemila feriti, moltissimi dei quali nei primi anni di vita. Due milioni di persone in lotta quotidiana per la sopravvivenza, ammassati in tendopoli, immersi nel fango, senza alcun servizio essenziale, con un sistema sanitario quasi integralmente distrutto da seicento attacchi a strutture mediche protette, secondo l’Oms.

L’intera popolazione di Gaza avanza verso un patibolo collettivo di fame, sete, epidemie, mancanza di medicinali e cure per feriti e ammalati. Ciascuno di questi fattori, per sé, è una grave crisi umanitaria, ma è il loro effetto cumulativo a essere letale. L’ecatombe, alle attuali condizioni, è inevitabile: esperte di salute pubblica di prestigio mondiale, analizzando i dati, hanno denunciato che «un quarto della popolazione di Gaza – quasi mezzo milione di esseri umani – potrebbe morire entro un anno, in gran parte per cause sanitarie prevenibili e per il collasso del sistema sanitario».

È questa, al di là delle posizioni sul conflitto, l’intollerabile realtà rispetto alla quale, con una sorprendente maggioranza di quindici giudici a due, la Corte internazionale di Giustizia (Cig) ha avvertito l’esecutivo israeliano di essere sotto osservazione per il crimine di genocidio. A dispetto del revisionismo istantaneo che ha investito il racconto di questa decisione in Italia, il parametro giuridico sulla base del quale il verdetto è stato emesso non è questione di opinioni: la Cig ritiene plausibile che il diritto del popolo palestinese a essere protetto da un genocidio sia a rischio urgente di un pregiudizio irreparabile. In virtù di questa urgenza, la Corte ha ordinato al Governo israeliano l’esecuzione di sei misure cautelari finalizzate a prevenire il crimine dei crimini. Si intima all’esecutivo israeliano di «adottare tutte le misure in proprio potere per prevenire la commissione di condotte di genocidio», inclusa l’inflizione al gruppo vittima di «condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica», anche solo «parziale»; contestualmente, si ordina a Israele di «assicurare con effetto immediato che l’esercito non commetta alcuna delle condotte menzionate» e di «adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria urgentemente necessari» alla sopravvivenza della popolazione. Si tratta di misure vincolanti, ormai parte integrante del procedimento, per cui meno a esse si darà esecuzione, maggiore sarà il rischio di censure nella successiva fase di merito.

Dalle agenzie internazionali, intanto, arrivano notizie di civili a Gaza che si nutrono di mangime per animali, erbacce e bevono acqua contaminata. La sconcertante risposta occidentale a questa decisione è simultanea: sospensione dei finanziamenti all’unica agenzia Onu, l’Unrwa, con la capacità logistica di dare effettività a quest’ordine giuridico di assicurare gli aiuti, salvando centinaia di migliaia di vite e prevenendo un genocidio.

La motivazione è surreale: tredici persone impiegate dall’organizzazione avrebbero, a detta dell’esecutivo israeliano, partecipato ai crimini del 7 ottobre. Tredici persone su un organico totale di trentamila, ovvero lo 0,04% dei lavoratori dell’agenzia. Tredici persone, oltretutto, già licenziate e oggetto di un’inchiesta interna. Ma non conta: intanto niente fondi all’Unrwa e tanti saluti alla Corte internazionale di Giustizia, contribuendo all’imminente collasso delle operazioni umanitarie. Da un lato le misure cautelari della Cig per prevenire un genocidio, dall’altro le contro-misure mortali dell’occidente affinché le prime siano neutralizzate. Una meta-punizione collettiva: non solo tutta la popolazione civile di Gaza, ma anche la principale organizzazione internazionale che può assicurarne la sopravvivenza, verso le fosse comuni della nostra dignità di Stati e della cultura giuridica dello Stato di diritto.

Eppure, proprio i nostri governi potrebbero contribuire ad assicurare alla giustizia quei tredici responsabili, riferendo la situazione in Palestina (con tutti i crimini individuali da chiunque commessi) alla Corte penale internazionale, seguendo l’esempio di altri Stati. Questi governi occidentali, invece, non solo si astengono dal contribuire alla giustizia e si rendono complici di preilluministiche punizioni collettive, refrattarie alla cultura degli accertamenti, ma ignorano che la Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio del 1948 non è un trattato qualsiasi. Proibisce a tutti gli Stati parte non solo di commettere genocidi, ma impone obblighi cogenti di prevenirli. Si tratta della soglia di tutela più anticipata del panorama giuridico mondiale e probabilmente della storia del diritto, non senza ragione.

Gli Stati parte di questa convenzione hanno il dovere giuridico di utilizzare ogni mezzo a propria disposizione per prevenire genocidi, indipendentemente da pregiudizi o interessi del proprio stato. Se questa decisione occidentale antigiuridica e insensata non fosse rivista, quindi, i governi che hanno deciso di colpire l’Unrwa e tramite ciò due milioni di civili (per “sanzionarne” tredici), sarebbero in posizione di autonome violazioni dei propri doveri imperativi di prevenzione imposti dalla Convenzione, con conseguenze giuridiche e politico-diplomatiche gravi e irreversibili.

Persino per un occidente devoto al diritto internazionale del nemico, agli occhi del mondo, soprattutto dei quasi centocinquanta stati che hanno salutato con favore il ricorso del Sudafrica, questa decisione contro l’Unrwa segna un balzo di indegnità. Dopo mesi di appoggio incondizionato a una guerra senza più innocenti, in cui ciò che era criminale e suprema atrocità contro i civili ucraini diventa giustificabile contro i civili palestinesi, questi governi appaiono invischiati nello stesso sadismo che emana dalle conferenze per la pulizia etnica e la ricolonizzazione di Gaza. Il tutto senza il minimo contributo positivo alle ragioni di sicurezza dei cittadini israeliani, che sia molti di loro, sia sempre più organizzazioni ebraiche nel mondo sostengono inestricabilmente legate alle ragioni di uguale sicurezza e libertà del popolo palestinese. La premessa perché questa duplice sicurezza rimanga un orizzonte perseguibile, tuttavia, è che esistano ancora due popoli. Nessuna sicurezza, di nessun popolo, può ammettere la cancellazione dell’altro.

L’articolo è tratto da il manifesto del 1 febbraio


La memoria dimenticata dell’Olocausto delle persone Lgbt

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Vittime dimenticate: la Liberazione per le lesbiche e i gay sopravvissuti alla persecuzione nazi-fascista non è ancora arrivata. La commemorazione collettiva di coloro che sono stati sterminati non è giunta. Per capirlo basta leggere la recente circolare del Ministero dell’Istruzione – Ufficio scolastico regionale per il Lazio, in occasione della Giornata della Memoria. Mentre si menzionano gruppi come rom, sinti, persone con disabilità e testimoni di Geova, manca un esplicito riferimento all’Omocausto.

Un’assenza che non è passata inosservata al Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli”, che si rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: «Ricordare la storia, come afferma anche la circolare in questione, è fondamentale per fare in modo che le tragedie del passato non si ripetano. Senza discriminazioni, però, o fenomeni di memoria selettiva. Gli stessi che abbiamo potuto notare quando è calato il silenzio del governo su manifestazioni di estremisti cui è scappato il saluto romano – commenta il presidente Mario Colamarino –. Chiediamo quindi al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di rivedere il testo della circolare e di ricordare le vittime omosessuali della follia nazifascista. Al mondo LGBT è ormai impedito l’accesso nelle scuole con la scusa della fantomatica teoria del gender, anche quando si chiede solamente l’introduzione dell’educazione all’affettività e all’emotività: correggere la circolare sarebbe il primo passo per eliminare il sospetto, ormai circolante, di un preciso disegno politico atto a invisibilizzare la nostra comunità, persino dalle pagine dei testi scolastici».

Niente da fare. L’olocausto di tanti nei campi di concentramento, il confino di molti in Italia rimane nell’ombra. Il capitolo più doloroso di una comunità dimenticata dalle istituzioni e dalla Chiesa che si è sempre rifiutata di approfondire le indagini in questo senso, per timore che troppe delle accuse di omosessualità mosse nei confronti dei suoi rappresentanti risultassero fondate.

La ricerca storica non è in grado ancora di darci il numero preciso degli internati. Se le vittime della violenza nazista, i morti che vediamo accatastati in foto e riprese d’epoca, sono ridotti alla dignità di un numero, tra queste vittime ce ne sono molte cui non è riconosciuta neanche questa esigua dignità. Quelle gay, lesbiche e trans sono le vittime di cui ancora non è stato fatto il conto. Persone nei campi di concentramento ben distinte dalle altre: gli uomini dovevano indossare un triangolo rosa, le donne uno nero. Il triangolo nero stava a significare l’asocialità, in questo caso la sottrazione fisica all’unica socialità considerata degna di valore, quella con il maschio. Di loro si può fare solo una stima: Himmler agli inizi della guerra si vantava di avere sterminato un milione di gay. «Dai 50 mila ai 200 mila. Le cifre sono controverse. I tedeschi bruciavano tutti i documenti via via che gli eserciti alleati avanzavano, le testimonianze sono pochissime», scriveva nel 2002 Massimo Consoli, giornalista, attivista Lgbt scomparso nel 2007 uno dei primi e principali studiosi del fenomeno che nel 1984 pubblico il saggio Homocaust riportando alla luce la storia rimossa.

La Repubblica federale tedesca cancellò la punibilità dei rapporti omosessuali fra maschi consenzienti solo nel 1969. Dopo la liberazione, gli omosessuali sopravvissuti, traumatizzati dalle violenze subite, dalle atrocità a cui assistettero impotenti, non nominati nelle cerimonie di commemorazione, hanno rischiato di perdere l’identità, di smarrirsi, di morire alla vita civile e personale. «I sopravvissuti omosessuali si sono raramente sentiti parte di un collettivo. Il silenzio loro imposto dalle società del dopo guerra li ha atomizzati. Li ha esclusi dalla cultura della memoria. Gli omosessuali che lasciarono i campi di concentramento nel 1945 non sono dei “sopravvissuti”. Essi hanno unicamente sopravvissuto». Sono le parole di Klaus Muller, consulente del Holocaust Museum di Washington. In Italia rimane viva la testimonianza di Lucy Salani, nonna trans d’Italia sopravvissuta a Auschwitz raccontata da L’Espresso. Ma internata in quanto disertore. «Con il triangolo rosa sarei morta».

Ma per Benito Mussolini semplicemente gli omosessuali non esistevano: «In Italia sono tutti maschi», aveva sentenziato il duce. Nella retorica virile e familista del fascismo non si poteva neppure nominare l’ipotesi dell’omosessualità. Per questo tra le leggi razziali del Ventennio non c’era alcun provvedimento specifico contro il «reato di sodomia». Ma sempre per questo, con ipocrisia tutta italiana, si delegò la questione alle prefetture e più di 300 omosessuali furono spediti al confino tra il 1938 e il 1943. Esiliati «nell’interesse del buon costume e della sanità della razza», si legge nei documenti dell’epoca, e destinati in gran parte a San Domino, un’isoletta delle Tremiti lunga appena tre chilometri.

Sull’orrore che si consumò nei campi di sterminio la memoria procede lentamente e viene ostacolata. Come afferma Klaus Muller, le interviste raccolte non superano la quindicina. Soltanto una volta, nel 1995, i sopravvissuti omosessuali si sono presentati collettivamente con una dichiarazione ripresa dal New York Times e sottoscritta da otto di loro provenienti da Polonia, Olanda, Francia e Germania «Cinquant’anni fa siamo stati liberati dalle truppe alleate dai campi di concentramento. Ma il mondo non era quello che avevamo sperato. Dovevamo nasconderci per non esporci a nuove persecuzioni. Alcuni di noi furono condannati di nuovo a lunghe pene detentive. Il sostegno nazionale e la solidarietà dell’opinione pubblica non esistevano per noi».

Heinz Heger pubblicò per una piccola casa editrice tedesca nel 1972 una testimonianza che diventò un grande successo editoriale nei primi anni Ottanta. L’autore preferì nascondersi dietro uno pseudonimo – il suo vero nome era Josef Kohout. Metteva bene in luce il sistema di sfruttamento sessuale all’interno dei campi. Lo stesso Kohout sopravvisse in cambio di prestazioni sessuali pretese dai kapò. Nel 1994 qualunque ombra fu fugata. Anche Pierre Seel, scomparso nel 2005, pubblicò le sue memorie. Alsaziano, internato perché omosessuale nel campo di Schirmeck per sei mesi, fu costretto a combattere al fronte russo. Tornato a casa fu accettato in famiglia a condizione che si tacesse sulla sua sessualità. «Ritornai e restai come una figura incerta: evidentemente avevano ancora capito che ero rimasto in vita. Gli stimati borghesi omosessuali erano ritornati, non dicevano parola e non davano alcuna spiegazione». Pierre, sotto pressione, si sposa. Viveva nell’incubo del disconoscimento di sé. Il matrimonio fallisce. Confidandosi con la madre, che morirà poco dopo, riaffiora il ricordo che aveva cercato di seppellire. Un uomo giustiziato nel campo, la ferocia dei cani che lo sventrano, una latta che copre la testa e amplifica le urla strazianti. Pierre conosce bene quell’uomo: è il suo compagno. «Da allora mi sveglio spesso di notte urlando dal terrore. Di fronte a me, al nostro sguardo. Poiché vi erano centinaia di testimoni oculari. Perché tacevamo sempre?». Un silenzio che pesa come un macigno, cresce e diventa un gesto, una mano che si leva, quella del Governo, per cancellare un pezzo di storia che che ci riguarda. Ci guarda indietro, ci guarda dentro.

L’articolo è tratto da L’espresso del 26 gennaio


L’algoritmo della vergogna e le distorsioni del welfare

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L’algoritmo della vergogna. Perché quel futuro distopico, paventato da Altman, Musk, Zuckerberg e tutti gli altri “proprietari” dell’ultima frontiera della tecnologia, quel futuro dove robot e automazione aggrediranno l’umanità, è già qui. Con una differenza sostanziale, però, rispetto a quel che raccontano i boss delle Big Tech: che quegli strumenti non aggrediscono tutti, non colpiscono un’umanità indefinita ma solo gli ultimi. A vantaggio dei primi. E quel futuro è già qui. In Francia, per fare l’ultimo esempio.

Qui uno dei pezzi più importanti del welfare, la Caisse d’allocations familiales (Caf), l’ente che si occupa degli aiuti sociali alle famiglie in difficoltà, per molto più di un decennio ha funzionato affidandosi solo a un algoritmo. Ha preso decisioni, ha escluso beneficiari, ha aggravato la condizione di migliaia di persone affidandosi a un algoritmo “costruito” e progettato solo per “sospettare” e colpire gli ultimi: i precari, i portatori di handicap, le donne sole, chi non poteva pagare l’affitto.

Stavolta non è una denuncia generica. La Quadrature du Net, una delle più serie, autorevoli, combattive associazioni per i diritti sociali e digitali in Europa – non una delle tante che si limita a firmare appelli on line – assieme a due collettivi di ricerca (Stop Controls e Changer de Cap) dopo una lunga, estenuante battaglia è riuscita a ottenere il codice sorgente dell’algoritmo utilizzato dalla Caf. Lo ha fatto sfruttando una norma che obbliga le pubbliche amministrazioni a fornire informazioni sul proprio operato. C’è riuscita superando centomila ostacoli frapposti dalla burocrazia e non ha ottenuto un risultato pieno: perché l’ente ha dovuto concedere la trasparenza sull’algoritmo utilizzato tra il 2010 e il 2018, non su quello in uso oggi. Ma il risultato è stato lo stesso clamoroso. Perché il codice sorgente è quello che definisce il “flusso d’esecuzione” di un programma, è la sequenza di istruzioni. Per usare l’espressione della Quadrature è la “formula” utilizzata per istruire il suo funzionamento.

Quel codice sorgente è stato analizzato in ogni dettaglio (codice, elenco delle variabili, ponderazioni ecc), anche qui con un lavoro lunghissimo. E dettagliatissimo. È venuta fuori la foto di una moderna distopia. Dove la filosofia della sorveglianza automatizzata si sposa con la “caccia” agli ultimi, ai precari, a chi è in difficoltà. “Sospettati” di essere imbroglioni quasi di default. Perché il sistema algoritmico della Caf – introdotto nel 2011 per scoprire chi truffava sui sussidi – prevedeva (nessuno sa se lo faccia ancora oggi) uno strano sistema di classificazione. Un livello di rischio da zero a uno.

Ecco come funzionava: la Caf controllava e monitorava tante attività delle famiglie coinvolte. Qualcosa come trentadue milioni di persone (metà della popolazione francese), tredici milioni di bambini compresi. Addirittura quanto tempo le persone stessero sul sito Web, quante email inviassero. Quanta benzina consumassero. Una profilazione di massa che poi veniva integrata ogni mese per compilare i quaranta “criteri” che servivano alla Caf per stilare l’elenco delle famiglie “sospette”, alle quali inviare o chiedere ulteriori controlli. O alle quali, nel peggiore dei casi, togliere direttamente i sussidi in attesa di accertamenti.

Gli elementi per i quali si avanzava nella classifica del cittadino “sospetto” erano – nell’ordine – perdere ripetutamente un’occupazione, come accade ai precari, vivere in un quartiere periferico, essere destinatario di un altro aiuto – magari un sostegno agli affitti -, comporre una famiglia monoparentale. Peggio se composta solo da una donna. E ancora peggio, “il massimo del cinismo” scrive Quadrature, il tasso di sospetto cresceva se nella famiglia c’era un portatore di handicap. Tra le variabili che aumentano il “punteggio di sospetto”, troviamo in particolare: il fatto di avere redditi bassi; il fatto di essere disoccupati; il fatto di essere un beneficiario della RSA (Reddito di solidarietà attiva); il fatto di vivere in un quartiere “svantaggiato”; il fatto di dedicare una parte significativa del proprio reddito al proprio affitto; il fatto di non avere un lavoro o un reddito stabile. Colmo del cinismo: il fatto di beneficiare dell’indennità per adulti disabili (AAH) mentre si lavora è uno dei parametri che hanno un impatto più forte sul punteggio di un beneficiario. Si potrebbe continuare – è ormai tutto verificabile on line per chi ha la pazienza di farlo – ma il senso è che, alla fine, correlando e ponderando le varie condizioni soggettive, “l’algoritmo della vergogna” obbligava l’istituzione a controllare quasi solo gli ultimissimi gradini della scala sociale. Chi era in condizioni disperate.

Stiamo parlando della Caf. Ma in Francia, algoritmi (dei quali nessuno conosce il codice sorgente) regolano il funzionamento anche dell’agenzia per la disoccupazione (France Travail, ex Pole Emploi), l’assicurazione sanitaria, il sistema pensionistico pubblico, la previdenza sociale per gli agricoltori (Sécurité Sociale Agricole). E nessuno ha intenzione di cambiare registro. Perché immediatamente dopo la pubblicazione dello studio della Quadrature, il direttore della Caf, Nicolas Grivel, ha risposto con un lungo articolo per dire in sostanza che loro «non hanno nulla di cui arrossire, né scusarci: non abbiamo mai discriminato nessuno». Facile la controreplica: un algoritmo “pensato” per sospettare innanzitutto e quasi esclusivamente gli ultimi rientra esattamente nella definizione di discriminatorio. Non può esistere un modello dell’algoritmo che non si rivolga ai più svantaggiati, e più in generale a coloro che si discostano dallo standard definito dai suoi progettisti. Non è necessario conoscere il dettaglio della formula dell’algoritmo per prevedere quali popolazioni saranno prese di mira perché è l’obiettivo politico dell’algoritmo – rilevare chi percepisce senza averne diritto – che determina la discriminazione.

Ma la storia dell’“algoritmo della vergogna” racconta molto altro. Questo sistema di sorveglianza, all’interno del tuttora generoso sistema di welfare francese, serve ad alleviare le spese in eccesso? E’ stato utile? Ha stanato i truffatori dando giustizia e certezze a chi ne aveva diritto? A conti fatti, al termine di migliaia di “verifiche”, di richieste di rimborsi, di blocco dei sussidi, quell’algoritmo – stando alle cifre ufficiali – ha consentito di recuperare appena lo 0,2% delle somme spese. Quel che non è quantificabile è invece il dramma delle famiglie che da un giorno all’altro si sono trovate “sotto inchiesta”. Investigate e senza difesa. Soprattutto perché, secondo la Caritas francese, il Secours catholique, almeno il 30% circa di coloro che avrebbero diritto alle prestazioni sociali non fanno domanda, perché troppo lontani dall’amministrazione, perché è troppo difficile, perché male informati ecc.

Purtroppo in questa battaglia Quadrature non ha potuto contare su molti alleati. Come se fosse un argomento da nerd. Come se l’automazione delle prestazioni sociali non sia un elemento che dovrebbe essere centrale nell’iniziativa dei sindacati e della sinistra.

L’articolo è tratto da il manifesto del 18 gennaio


«La Corte internazionale non può tradire i propri precedenti»: intervista a Nimer Sultany

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In attesa della risposta della Corte internazionale di Giustizia (Cig) sul caso Sudafrica vs Israele, abbiamo intervistato Nimer Sultany, giurista palestinese e docente di diritto all’Università Soas di Londra.

La presentazione sudafricana è stata molto densa, correlata di prove il cui punto centrale era il contesto. Come ha scritto sul Guardian, il Sudafrica ha affermato che lo status di territorio occupato di Gaza sfida la giustificazione dell’offensiva israeliana come autodifesa. Può spiegarci?

La presentazione del Sudafrica ha dimostrato che le azioni di Israele negli ultimi tre mesi sono ingiustificabili, che equivalgono a un genocidio e che il popolo palestinese di Gaza è a rischio imminente di ulteriori atti genocidiari. Smonta la narrativa filo-israeliana dominante, soprattutto nei media e nei governi occidentali, ovvero che Israele agisca per autodifesa contro un attacco esterno da parte di un’organizzazione terroristica. Ma questa narrazione ignora la storia, il consenso delle autorità giuridiche internazionali sullo status di Gaza come occupata e l’imposizione da parte di Israele di un sistema di apartheid, anche attraverso l’assedio di Gaza. Israele ha usato per decenni argomenti di sicurezza per giustificare il sistema di apartheid. Si finge che le 500 pagine scritte da Human Rights Watch e Amnesty International – che descrivono dettagliatamente il sistema di apartheid sui palestinesi – non esistano. Eppure le hanno pubblicate nei due anni precedenti il 7 ottobre, e nel dicembre 2022 l’Assemblea generale dell’Onu ha deferito lo status dell’occupazione israeliana alla Cig. È successo perché c’è un crescente consenso tra esperti e comitati per i diritti umani delle Nazioni unite sul fatto che l’occupazione pluridecennale di Israele equivale ad apartheid. La narrazione che ha seguito il 7 ottobre ha completamente ignorato questo contesto. In ogni caso il Sudafrica ha chiarito che, anche se si presumesse l’autodifesa, è comunque legalmente e moralmente vietato che questa sia giustificazione a commettere un genocidio.

Il team legale israeliano non si è concentrato sulla risposta alle accuse, ma sulla responsabilità di Hamas nell’iniziare la guerra e nel massacro stesso dei palestinesi. È una difesa che può reggere?

La reazione generale degli studiosi di diritto è stata molto critica verso la performance di Israele. Il team israeliano ha mostrato debolezza giuridica: si è concentrato su narrazioni politiche perché la posizione giuridica è indifendibile. Ha fatto diverse affermazioni false. Ad esempio, sugli aiuti umanitari, la carestia e le malattie. Non ha risposto alle prove sudafricane basate sulle dichiarazioni ufficiali dell’Onu. La difesa si è basata sul tentativo di confondere le acque rispetto alle dichiarazioni genocidarie dei funzionari israeliani e su ciò che ha fatto Hamas. Il Sudafrica aveva già definito tale punto irrilevante: non importa cosa abbia fatto Hamas, la risposta israeliana non può violare il diritto internazionale. Si spera che i giudici della Cig resistano alle pressioni politiche, penso alle dichiarazioni tedesche, canadesi e statunitensi degli ultimi giorni di sostegno alla difesa israeliana.

A questo proposito, c’è chi ritiene che la composizione della giuria non porterà alla decisione di fermare l’attacco militare, per la presenza di giudici provenienti da paesi violatori dei diritti umani e di giudici di paesi alleati di Israele. Il tribunale è veramente indipendente?

Diritto e politica sono sempre intrecciati. La politica influenza il diritto. I giudici di qualsiasi tribunale sono influenzati dal contesto in cui operano. I giudici della Cig dovrebbero essere imparziali. Il team sudafricano, composto da avvocati sudafricani, irlandesi e inglesi, ha mostrato alla Corte le recenti sentenze emesse in diversi casi. Ad esempio il Myanmar: in quel caso i governi occidentali hanno abbassato l’asticella e sostenuto una definizione espansiva di genocidio e ora vogliono tornare indietro, preoccupati di una «politicizzazione» della Convenzione sul genocidio. Se la Corte si pronuncerà in modo diverso nel caso di Israele, non emettendo misure provvisorie significative, agirà in modo incoerente con il proprio passato. Dimostrerà ancora una volta che il diritto internazionale è selettivo e che l’idea di regole basate sull’ordine internazionale non protegge le popolazioni non bianche come i palestinesi di Gaza.

Alcuni osservatori ritengono plausibile che l’attacco non venga fermato, ma che a Israele venga chiesto di punire l’incitamento al genocidio. Nel caso in cui, invece, non vengano adottate misure provvisorie, Israele potrebbe ritenere di avere il via libera a commettere crimini di guerra?

L’incapacità delle istituzioni internazionali e dei governi di fermare la guerra di Israele contro Gaza, nonostante il tributo di vite umane, fa sì che la Corte internazionale di giustizia sia l’ultima possibilità. La sentenza in questa fase non determina se Israele abbia o meno commesso un genocidio. È sufficiente che il Sudafrica dimostri che esiste un rischio serio. La soglia è bassa, per questo gli esperti si aspettano che la Corte emetta degli ordini. Qualsiasi misura provvisoria, anche se non si tratterà di un cessate il fuoco completo, manderebbe un messaggio: c’è il rischio di genocidio e tutti i governi che hanno sostenuto finora la guerra selvaggia di Israele potrebbero esserne complici, di per sé una violazione della Convenzione sul genocidio.

L’impressione è quella di un paese con una storia di apartheid, del sud globale, che si riappropria del diritto internazionale ancora sottoposto a doppio standard e colonialismo giuridico. Da domani, comunque vada, il diritto internazionale sarà diverso?

Il diritto internazionale ha una lunga storia coloniale. Essendo mescolato alla politica, sarà sempre selettivo nonostante la retorica universale. C’è quindi qualcosa di potente nel fatto che il Sudafrica, ex colonia, ex Stato di apartheid, agisca in solidarietà con un’altra nazione colonizzata a cui vengono negate libertà e uguaglianza da uno Stato colonialista. Sfidando la più alta corte internazionale, espone anche l’ipocrisia dei governi occidentali che si sono affrettati a sostenere il caso del Gambia contro il Myanmar ma non sostengono quello sudafricano contro Israele. Altrettanto forte è il fatto che la Namibia, una colonia formale che ha subito un genocidio per mano della Germania, stia svelando l’ipocrisia tedesca. Si tratta di una battaglia legale e politica tra sud e nord del mondo in un’istituzione legale internazionale. Se il tribunale non riuscirà a salvare le vite dei palestinesi e a chiedere conto a Israele, dimostrerà ancora una volta che il diritto internazionale è una presa in giro. I palestinesi sono passati dalla lotta armata ai negoziati di Oslo, alla ratifica delle convenzioni internazionali dopo lo stallo dei negoziati, alla ricerca di misure legali, ma sono stati respinti dalla Corte penale internazionale e la sentenza contro il muro della Cig non è mai stata fatta applicare. Il diritto internazionale li deluderà di nuovo? La Palestina è una cartina di tornasole.

L’intervista è tratta da il manifesto del 17 gennaio


Fascisti in maschera e fascismi in doppiopetto

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Sull’adunata spiritica che ogni anno si ripete in via Acca Larentia a Roma per ricordare l’inutile e feroce uccisione di tre giovani missini nel gennaio del 1978, non c’è in realtà molto da dire se non riscoprire, inspiegabilmente sorpresi, che i fascisti esistono.

Converrebbe aggiungere che quelli in maschera, con tutto il loro torvo repertorio simbolico e le loro coreografie, sono di gran lunga preferibili a quelli in doppiopetto che nel corso del tempo, dopo essere stati “afascisti”, hanno talvolta finito per dichiararsi, sia pure a denti stretti, antifascisti. I primi si fanno onestamente riconoscere, mettono in imbarazzo i secondi tirando in ballo la loro storia comune neanche troppo passata, e si producono in frequenti carnevalate foriere di sgraditi incidenti e baruffe in famiglia. Per seguire la truppa in camicia nera, tuttavia, servirebbe oggi, contrariamente agli anni Venti, un certo stomaco. Ragion per cui l’appeal degli squadristi e in conseguenza il loro numero rimangono tutto sommato contenuti, anche se non sempre innocui. Molte aggressioni e attentati a sfondo razziale in diversi paesi dell’Unione europea sono riconducibili a questo tipo di raggruppamenti.

Confezionati in formato “democratico dai postfascisti istituzionalizzati, l’autoritarismo, lo strapotere dell’esecutivo, la diffidenza per la libertà di stampa, l’idea gerarchica dell’ordine sociale, il nazionalismo, l’arroganza occidentalista, la xenofobia, il militarismo, la dottrina (e la pratica) antisindacale, la purezza dei valori, la difesa dei privilegi e molti altri temi comuni al fascismo e a tutta la tradizione reazionaria risultano digeribili a un ben più grande numero di cittadini che però continueranno a indignarsi per i saluti romani e i cerimoniali in stile Ventennio.

Che dagli attivisti di via Acca Larentia possa prendere le mosse la «ricostituzione del disciolto partito fascista» (che fra l’altro, nonostante indossino le camicie nere, nemmeno molti di costoro auspicherebbero) è un’ipotesi ridicola. Ciò che ridicolo non è, è invece il fatto che in Europa siano stati fondati nel corso degli ultimi decenni una pletora di partiti fascisti, accomunati da uno stesso impianto dottrinario autoritario e xenofobo e dal fatto di non aver assunto in nessun caso il nome proibito di quelli che hanno perso la Seconda guerra mondiale. Dalla spagnola Vox al polacco Pis, dall’Afd tedesca all’ungherese Fidesz, da Fratelli d’Italia al Rassemblement nationale, passando per olandesi, austriaci e scandinavi, imponenti formazioni inglobano, depurate delle forme più estreme e anacronisticamente stataliste e isolazioniste, idee, politiche e mentalità che affondano le radici nel terreno ideologico e pratico dell’interclassismo fascista. Per poi adattarle al contesto delle crisi che si susseguono nella contemporaneità. Manfred Weber, leader del Partito popolare europeo, da sempre sbilanciato verso la destra, può anche tuonare contro i saluti romani, per cui «non c’è posto in Europa», ma per politiche razziste e liberticide di posto ce ne è a iosa e con l’avallo del Ppe.

Un nominalismo alla rovescia, che fa delle cose la conseguenza dei nomi e dell’apologia la causa del reato, affligge sempre più insistentemente la politica e l’opinione pubblica. Cosicché è il nome del fascismo (e la sua simbologia) piuttosto che la traduzione politica attuale dei suoi contenuti a suscitare le reazioni più veementi. Di un antifascismo affetto da questa sindrome, e a sua volta da un carattere rituale, non si sa bene che cosa farsene. Invece di invitare pateticamente le destre istituzionalizzate a prendere le distanze dagli umori nostalgici che le pervadono converrebbe inchiodarle al rapporto che con queste inclinazioni strutturalmente intrattengono. Per farlo servirebbe però abbandonare quell’idea della politica come leale duello governato da regole condivise, che pur essendo in tutta evidenza fuori dal mondo si conserva tenacemente nella finzione del discorso pubblico.

L’articolo è tratto da il manifesto del 12 gennaio