Un nuovo conflitto nel mar Rosso

Autore:

A partire dalle settimane immediatamente successive all’attacco terroristico di Hamas in Israele e conseguente invasione israeliana nella Striscia di Gaza, il teatro del conflitto si è gradualmente allargato con il coinvolgimento – deliberatamente a sostegno della causa palestinese – delle milizie yemenite Houthi, movimento religioso, politico e militare che, per quanto non riconosciuto come soggetto statuale, controlla dal 2015 la parte nord-occidentale dello Yemen.

Già dal novembre 2023, il movimento Houthi ha posto in essere – tramite l’utilizzo di infrastrutture terrestri – decine di attacchi a navi (sia commerciali che militari) portatrici di interessi legati a Israele e in transito tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, nonché, in particolare a partire dal 12 gennaio 2024, nei confronti di navi britanniche e statunitensi, come conseguenza delle operazioni di distruzione delle postazioni Houthi sul territorio dello Yemen da parte di USA e Gran Bretagna. Gli atti ostili – tali da mettere a repentaglio la sicurezza di equipaggi, navi e rispettivi carichi – hanno assunto varie forme: attacchi con missili e droni, sequestri, ispezioni, visite, dirottamenti, portando a una generale destabilizzazione dell’area. Lo stretto di Suez, infatti, naturale passaggio lungo la rotta tra l’Oceano Indiano e il mar Mediterraneo, è attraversato da circa il 40% del naviglio commerciale di interesse per l’Italia e, più in generale, dal 12% dei traffici mondiali: dallo scoppio della crisi marittima con epicentro lo stretto di Bab al-Mandab, si è quindi registrata una riduzione notevolissima dei transiti a causa del reindirizzamento lungo il Capo di Buona Speranza. Intuitivo, dunque, il primo ordine di conseguenze scaturenti dalla necessità di periplo dell’Africa: allungamento dei tempi di consegna delle merci, aumento di noli, costi di carburante, premi assicurativi, spese di equipaggio, oltre all’inevitabile calo dei volumi di affari dei porti esclusi dalle rotte alternative.

Quali misure assumere, dunque, nei confronti degli attacchi a navi militari e commerciali e, più in generale, a tutela del principio cardine della libertà di navigazione marittima (codificato nell’art. 87, paragrafo 1, lettera a, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay del 1982, “Libertà dell’alto mare»)? E, prima ancora, come qualificare tali attacchi?

Partiamo da alcune considerazioni circa il contesto giuridico alla luce del diritto internazionale, pur consapevoli della peculiarità di alcuni elementi caratterizzanti le vicende in questione quali, ad esempio: a) le dinamiche (ovvero l’esercizio – da parte degli Houthi – del controllo delle operazioni di attacco in mare principalmente da postazioni di terra); b) le finalità (politiche e non economiche) degli atti; c) i soggetti coinvolti (gli Houthi non sono un attore statuale e difficilmente potranno considerarsi quale Stato belligerante nel contesto di un conflitto armato); d) la tipologia degli attacchi (e l’assimilabilità all’organizzazione di un esercito convenzionale).

Orbene, gli attacchi navali degli Houthi sono normalmente eseguiti con l’utilizzo di postazioni terrestri e con armi di portata particolarmente importante (ad esempio, missili e droni) rispetto ai classici atti di pirateria marittima; in secondo luogo, sullo sfondo delle condotte ostili, non sussiste un motivo di carattere economico (quale un riscatto) bensì politico-ideologico: da questo punto di vista, sembrano ravvisarsi elementi consistenti di distanza rispetto al fenomeno della pirateria, che – nella formulazione della Convenzione sul diritto del mare di Montego Bay del 1982 – è definita come «ogni atto illecito di violenza o di sequestro, o ogni atto di rapina, commesso a fini privati dall’equipaggio o dai passeggeri di una nave o di un aeromobile privati». Più verosimile, invece, l’ipotesi (e salvo non ricorrere a un diverso inquadramento nella fattispecie di “conflitto armato”) della qualificazione degli atti quale forma di terrorismo marittimo, recante finalità di danni e coercizione politica, secondo il dettato della Convenzione di Roma del 1988 per la repressione dei reati contro la sicurezza della navigazione marittima, integrata da protocolli aggiuntivi del 2005, il cui articolo 3 bis indica un preciso elenco di atti accomunati dallo scopo di «intimidire una popolazione o di costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un atto qualsiasi». Tuttavia, non si può tacere come il carattere ripetuto, frequente, continuativo e pianificato degli attacchi – con l’utilizzo di mezzi verosimilmente equiparabili a quelli di un esercito convenzionale – potrebbe far altresì propendere la collocazione verso la categoria dell’“attacco armato”, con la conseguenza di far sorgere negli Stati di bandiera destinatari dell’attacco il diritto – quantomeno nei casi di una certa gravità (di cui di seguito) – ad atti preventivi di autodifesa secondo l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite invocabile nelle ipotesi di «attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale».

Tracciati, dunque, sullo sfondo, alcuni tratti caratterizzanti la fisionomia ibrida degli attacchi in questione, resta da indagare il ventaglio di rimedi per far fronte alla crisi marittima dell’area, sia in un’ottica di legittimità che di opportunità.

In base alla risoluzione ONU 3314 del 14 dicembre 1974 («l’aggressione è l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato»); tale presupposto legittimerebbe – esaurite le vie diplomatiche e comunque nel rispetto dei criteri di proporzionalità, necessità, distinzione (tra obiettivi militari e civili) e ragionevolezza – il ricorso agli strumenti di difesa preventiva.

Tuttavia, si può, nel quadro attuale, sostenere che vi sia stata un’aggressione tale da giustificare mezzi preventivi di autotutela (e bombardamenti delle postazioni militari terrestri site in Yemen)? Sul punto, se può dirsi ragionevolmente accolta l’idea dell’uso della forza in autotutela in caso di attacco a navi militari, più controverso è il caso di atti nei confronti di navi mercantili, come si può desumere – ad esempio – dall’art. 2 della richiamata risoluzione ONU 3314 del 14 dicembre 1974 e dalla giurisprudenza internazionale (in particolare, sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 1986 nel caso Nicaragua contro Stati Uniti), ove si fa riferimento – ai fini dell’esercizio della difesa preventiva in risposta a un attacco armato – alla presenza di elementi di “sufficiente gravità” e di assimilabilità degli “effetti” degli atti a un attacco di tipo convenzionale: fattori, questi, che impongono quantomeno una rigorosa valutazione del carattere sia qualitativo che quantitativo delle condotte e delle relative conseguenze (si noti come lo stesso art. 3 della risoluzione ONU 3314 del 14 dicembre 1974 definisca come aggressione l’attacco a una flotta marina, intesa quindi letteralmente come insieme di unità). Infine, nel quadro di fatto attuale, non si possono tacere le incertezze di analisi circa la legittimità del ricorso a strumenti di autotutela (a partire dalla qualificazione della presupposta aggressione ai sensi della lettera della risoluzione ONU 3314), laddove la minaccia provenga da un gruppo armato privo di riconoscimento statuale.

In ogni caso, indipendentemente dai possibili inquadramenti teorici degli attacchi e delle possibili contromisure alla luce del diritto internazionale, si assiste – ad oggi – a una diversa percezione del pericolo da parte di alcuni Stati (in primis USA e Regno Unito, oltre ovviamente a Israele) rispetto ad altri. Sotto questo profilo, assume certamente un rilievo centrale la ferma condanna da parte della comunità internazionale e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per il tramite della risoluzione n. 2722 del 2024, in cui – pur invitandosi al ricorso a strumenti diplomatici – si stigmatizza l’illegalità degli attacchi degli Houthi e si riconosce – nel rispetto del diritto internazionale – un diritto di difesa del naviglio commerciale, anche a tutela del libero uso del mare.

In questo panorama, sono sotto gli occhi di tutti le distinte posture politiche e militari per la gestione della crisi marittima in Medio Oriente: USA e Regno Unito, dal loro canto, hanno invocato il rimedio di autodifesa sulla scorta dell’art. 51 della Carta ONU, laddove (invece) gli Stati dell’Unione Europea mostrano (fortunatamente) un atteggiamento più prudente. Infatti, mentre si assiste – senza alcun esito favorevole alla crisi – ai bombardamenti delle postazioni di terra degli Houthi da parte di USA e Regno Unito, si è in attesa di conoscere, ad oggi, le regole di ingaggio della missione europea Aspides nel quadro delle disposizioni sulla politica di sicurezza e di difesa comune (artt. 42 e ss. TUE), le cui anticipazioni lascerebbero intendere un carattere esclusivamente difensivo dell’operazione medesima al solo scopo di tutelare il commercio internazionale e la libertà di navigazione, e comunque non votata a interventi militari terrestri.

Infine, oltre le luci (e le ombre) sulla legittimità delle contromisure da parte degli Stati, si spingono le valutazioni (e le domande) squisitamente di opportunità: quali sono i concreti rischi di escalation della crisi? Quanto si tende a sottovalutare la possibilità di reazioni a catena, sapendo che lo scacchiere è affollato da un numero di attori ben più ampio dei diretti protagonisti degli attacchi? Quanto davvero si teme il profilarsi all’orizzonte di uno scenario di guerre – dall’Ucraina al Medio-Oriente, almeno per ora – che unisca soggetti accomunati da convergenze di interessi economici, nonché affinità e sensibilità politiche e ideologiche? I due anni di guerra russo-ucraina dovrebbero aver forgiato nell’immaginario collettivo la consapevolezza dell’importanza della via diplomatica secondo gli auspici (anche) del diritto internazionale; d’altronde, come accennato, anche l’attuale crisi mediorientale mette a nudo tutti i limiti di un approccio bellicista. Non resta che augurarsi, quindi, che l’Unione Europea e gli Stati membri, a partire dall’Italia, si distinguano dal furore guerrafondaio che imperversa in questi anni in Occidente, smarcandosi da un’influenza anglo-statunitense che – oltre a ipotecare le possibilità di ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche – colpisce gli interessi economici e di sicurezza dell’Europa e, in particolare, dell’area mediterranea. In questa prospettiva, è auspicabile (e doveroso) quantomeno un tentativo da parte delle istituzioni europee di provare a cogliere l’occasione per una riflessione sull’identità politica dell’Unione in materia di difesa europea, nel segno del dialogo e di formule condivise di sicurezza comune, e necessariamente con un lucido sguardo d’insieme alla radice del problema e al contesto generale: a partire dalla Palestina.


Europa. Una colossale esercitazione della Nato contro il “nemico russo”

Autore:

Nonostante la più volte evocata “stanchezza” e la comunemente riconosciuta impossibilità di sbloccare la situazione di stallo, sembra proprio che la guerra Russia-Nato per interposta Ucraina sia destinata a continuare, almeno per quest’anno, e finché gli ucraini avranno gente da mandare al macello (sempre che, nel frattempo, non diventi mondiale, nel qual caso non c’è più bisogno di preoccuparsi perché andrà avanti per conto suo, e soprattutto durerà poco). Questo almeno è l’intento dell’Occidente collettivo.

Coloro che, come chi scrive, si sono brevemente illusi che – vista la mala parata della situazione sul fronte russo-ucraino, l’apertura di un nuovo fronte a Gaza dove è impegnato il proprio fidato alleato locale, nonché l’allargamento apparentemente incontrollato di quel conflitto ad altri attori regionali – Washington cambiasse registro e decidesse di chiudere il fronte ucraino, rendendo possibile quanto meno un cessate il fuoco, si deve purtroppo ricredere. È ben vero infatti che gli Stati Uniti ormai appaiono molto “distratti” rispetto alla vicenda ucraina e, come prevedibile, stanno entrando in un momento di introflessione tipico del periodo pre-elettorale, e che oltretutto l’ultima tranche promessa da Biden all’Ucraina continua a rimanere bloccata dalle schermaglie parlamentari. Ma, d’altra parte, la linea dell’Impero non cambia: guerra ad oltranza contro la Russia, nonché sostegno incondizionato (a parte i distinguo di facciata) a Israele nel suo massacro indiscriminato ai danni dei palestinesi di Gaza.

Del resto, l’estensione del conflitto di Gaza allo scenario mediorientale non è più una prospettiva ma una realtà. Da mesi l’intervento delle milizie degli Houti yemeniti (notoriamente sostenuti e guidati dall’Iran) non appare affatto un’iniziativa episodica ma un organico contributo a quello che appare già un conflitto generalizzato o in via di generalizzazione. Il disturbo delle rotte nel Mar Rosso, infatti, ha subito dato i suoi effetti: aumento delle assicurazioni marittime, conseguente aumento dei costi di tutte le merci che passano di lì, con la concreta prospettiva di un’ulteriore impennata dell’inflazione in Occidente (basti pensare che il costo del viaggio di un container tra Shanghai e Genova è salito tra metà dicembre 2023 e metà gennaio 2024 di quasi tre volte!). In altre parole: altro che “ribelli yemeniti”, questa è una sofisticata operazione di guerra ibrida, volta a indebolire il mondo occidentale, mandandogli un segnale (dopo quello che nel febbraio 2022 mandò la Russia) che il mondo non è più disposto ad accettare qualunque cosa l’Occidente collettivo decida di fare pro domo sua (in quest’ultimo caso, l’accanimento terroristico su due milioni di disgraziati nella striscia di Gaza). Non è un caso che la milizia yemenita non intenda colpire il traffico mercantile nel Mar Rosso in quanto tale, ma solo le navi israeliane o riconducibili a interessi israeliani nell’area, mentre lascia passare le navi cinesi o russe ecc.

Ebbene, tornando al fronte russo-ucraino, gli Stati Uniti non hanno cambiato linea; hanno solo ridotto l’interesse e mandano ora avanti di preferenza altri loro partner. Così si possono interpretare gli accordi bilaterali che, in questo inizio d’anno, Kiev ha stretto con la Gran Bretagna (da sempre capofila del fronte antirusso), con la Francia e con il Canada. Si tratta di accordi molto importanti (in particolare quello con Londra, che prevede lo stanziamento di 2,5 miliardi di sterline nel biennio 2024/25), tesi a garantire all’Ucraina linee di approvvigionamento sicure di qui al prossimo anno o due, a fronte, forse, dell’incertezza che grava sul futuro degli Usa (se vince Trump, che succede?), oltre che naturalmente profitti assicurati per le industrie militari di questi sub-imperialismi. Qualcosa di simile vale per l’Unione europea che, il 1 febbraio, è riuscita a far passare un altro enorme finanziamento all’Ucraina (50 miliardi di euro per i prossimi anni), dopo aver superato le forti resistenze dell’Ungheria che lo stava bloccando. Non per niente il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è vantato: «L’Ue sta assumendo la leadership e la responsabilità nel sostenere l’Ucraina» (Francesca Basso, I leader disinnescano Orban. Accordo Ue per i fondi a Kiev, “Corriere della sera”, 2 febbraio 2024, p. 2-3).

Ma è soprattutto dalla Nato che arrivano i segnali più inquietanti. Il 25 gennaio, infatti, ha preso inizio (con la partenza da Norfolk, in Virginia, di un’importante nave da sbarco alla volta dell’Europa) “Steadfast Defender 2024”, una colossale esercitazione militare che coinvolgerà 90.000 uomini, 50 navi da guerra, oltre mille mezzi blindati, ed è la più grande operazione di questo tipo dal 1988 e durerà fino al 31 maggio. L’operazione si concentrerà sui confini con la Russia, per mostrare la capacità di intervento della Nato per difendere Paesi baltici e Polonia, ma sarà anche l’occasione per testare le capacità di trasporto truppe e mezzi, la logistica, la rapidità, la «interoperabilità» ecc. (https://formiche.net/2024/01/steadfast-defender-esercitazione-nato-guerra-fredda-ecco-i-dettagli/ e https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2024/01/18/la-nato-lancia-unesercitazione-anti-russia.html).

Alla conferenza stampa di presentazione dell’operazione, svoltasi il 18 gennaio, i tre alti ufficiali presenti – l’ammiraglio Rob Bauer e i generali Christopher Cavoli e Chris Badia – sembravano meno interessati alla presentazione dell’operazione militare in sé che a fare una riflessione a voce alta, di carattere sociologico e filosofico, e con scoperti intenti pedagogici, sul tema della guerra e del suo rapporto con la vita sociale:

«Bisogna che comprendiamo tutti insieme – ha spiegato l’ammiraglio Bauer – che la guerra non è qualcosa che riguarda solo i militari. Io credo che una nazione debba capire che quando arriva una guerra come quella in Ucraina ci troviamo di fronte a un fatto sociale totale [a whole of society event]. E per molti decenni abbiamo avuto questa idea dell’esercito professionale che avrebbe risolto tutti i problemi di sicurezza che avevamo (in Afghanistan, in Iraq…), ma per una difesa collettiva gli apparati militari attuali non sono più sufficienti, tu hai bisogno di più gente che sostenga gli eserciti, hai bisogno che l’industria produca più munizioni, più carri armati, più navi, più velivoli, più pezzi d’artiglieria… Tutto questo rientra in questa riflessione sulla guerra come fatto che coinvolge l’intera società. […] È l’intera società che deve sentirsi coinvolta, che le piaccia o no» (qui la registrazione della conferenza stampa: https://www.youtube.com/watch?v=G1cDW_O1PbU ).

Non sappiamo se i tre generali siano appassionati della letteratura tedesca del primo dopoguerra e se conoscano Ernst Jünger, ma la mente corre al concetto di «mobilitazione totale» [totale Mobilmachung], introdotto appunto dallo scrittore tedesco per indicare la novità introdotta dalla Prima guerra mondiale: la guerra non più come un evento a sé stante, ma come un fenomeno organicamente collegato al movimento complessivo della nuova realtà sociale e produttiva, della società ridotta a sua volta ad apparato tecnico-industriale (Ernst Jünger, La mobilitazione totale, “Il Mulino”, n. 301 / 1985, p. 753-770). Alla domanda di una giornalista svedese, che descriveva l’isteria che si sta diffondendo nel paese per la paura di un’invasione russa (gente che fa scorte, che compra radio a batteria ecc.), il generale Bauer ha risposto che va benissimo così, perché in questo modo la gente si prepara a «sopravvivere alle prime 36 ore» in caso di attacco nemico, perché «non si può dare per certo che nei prossimi vent’anni tutto sia pianificabile e tranquillo» («non dico che sarà domani, ma bisogna che ci rendiamo conto che non è un dato scontato che saremo in pace, ed è per questo che abbiamo i piani, per questo che ci stiamo preparando al conflitto con la Russia e con i gruppi terroristi se dovesse accadere»).

Molto chiare e spaventose le “riflessioni” dei tre militari: le nazioni europee si abituino all’idea di spostare grandi risorse all’esercito e al settore militar-industriale; la questione del reclutamento di massa sia riaperta; i civili si preparino a uno sconvolgimento generale del loro modo di vivere per far fronte alla mobilitazione bellica che ci attende; la stessa possibilità che si debba affrontare il nemico sul nostro stesso territorio sia tenuta in considerazione. Talmente inquietanti che non stupisce che la stampa più acquiescente alla Nato (cioè praticamente tutta) abbia creduto bene di tenere la notizia per ora totalmente sotto traccia (il “Corriere della sera” la dava in un micro-box a fondo pagina…).

Non c’è niente da fare. Le classi dirigenti dell’Occidente collettivo (dovremmo dire gli Stati Uniti ma gli europei hanno perduto – posto che mai l’abbiano avuto – qualunque margine di azione autonoma e appaiono come dei ventriloqui della Casa Bianca) non hanno un piano B e non se lo vogliono dare. Si sono troppo esposte nella guerra totale contro la Russia, apice visibile di un ben più vasto sommovimento che vede come posta in gioco il mantenimento dell’ordine geopolitico a egemonia americana. Hanno scelto come soluzione la guerra, che già negli anni Quaranta del Novecento si rivelò il modo in cui il capitalismo risolse la sua crisi generale esplosa nel 1929. E noi, cosa aspettiamo a mobilitarci contro questa follia?

Per una versione più ampia dell’articolo cfr. https://www.ideeinformazione.org/2024/02/03/mobilitazione-totale/


L’anatema di Israele contro Francesca Albanese

Autore:

In una situazione già drammatica, nella quale ogni dichiarazione che persegua il raggiungimento della pace attraverso la fine dell’azione militare israeliana a Gaza viene definita antisemita, come la semplice e stringata dichiarazione a Sanremo del cantante Ghali “Stop al genocidio”, spicca ora l’inserimento da parte di Israele nella sua blacklist di Francesca Albanese, Special Rapporteur Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, accompagnata (per non essere troppo riduttiva…) dalla richiesta al Segretario dell’Onu Guterres di estrometterla dall’incarico.

Questo ennesimo scontro tra Israele e Onu ha preso avvio, secondo fonti giornalistiche, dalle parole pronunciate da Francesca Albanese in risposta al Presidente francese Macron, che aveva definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre come il più grande massacro antisemita della storia, con le quali aveva chiarito come, a suo giudizio, le uccisioni dei cittadini ebrei non fossero avvenute per motivi religiosi, ma in risposta all’oppressione di Israele.

Ora – anche a prescindere dalla circostanza che i fatti non sono mai bianchi o neri, onde è difficile spiegare con una sola definizione quanto accaduto, senza tener conto della complessità della situazione – è, a dir poco, inaccettabile che uno Stato sotto processo presso la Corte di Giustizia dell’Onu per un’accusa gravissima come quella di genocidio (rispetto alla quale la Corte ha ritenuto presenti indizi e sospetti) si permetta non solo di inserire nella propria blacklist la Special Rapporteur dell’Onu, ma addirittura di pretenderne l’allontanamento dal ruolo. Come se il fatto di chiamarsi Israele e di avere subito, oltre alla tragedia, indicibile per il suo orrore, della Shoah, l’eccidio criminale del 7 ottobre, lo rendesse legibus solutus e lo autorizzasse a dettare le regole di comportamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e di chiedere la rimozione o la conferma dei suoi funzionari.

La serietà con cui Francesca Albanese porta avanti il suo lavoro e la competenza dimostrata nel trattare argomento così sensibili sono incontestabili. In ogni caso essa ha il diritto-dovere di esprimere le sue valutazioni. Anzi, tali valutazioni sono particolarmente rilevanti, proprio per il ruolo che ricopre, e la comunità internazionale dovrebbe tenerle in massimo conto. Mentre sarebbe un crimine restare in silenzio quando a Gaza prosegue la carneficina raccontata, per esempio, nei giorni scorsi, in tutta la sua sua drammaticità, sulle pagine di la Repubblica, dal giornalista palestinese Sami Al Ajrami, rifugiato a Rafah (https://www.repubblica.it/esteri/2024/02/07/news/striscia_gaza_notizie_oggi_sami_al_ajrami_padre-422073243/).

L’insofferenza nei confronti di Francesca Albanese non è cosa nuova, anche nel nostro Paese. Nel luglio 2022, per esempio, in occasione della sua audizione da parte della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, per riferire sulla situazione oggetto del suo mandato, venne letteralmente aggredita dal presidente, Piero Fassino, con contestazioni tanto pesanti quanto infondate (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/07/15/ragionare-di-palestina-e-impossibile-anche-nel-parlamento-italiano/).

È difficile usare la razionalità e parlare di Palestina uscendo dagli stereotipi di Israele e dell’Occidente. Anche per la sua coerenza in questo difficile contesto Francesca Albanese merita tutta la nostra solidarietà.


La memoria di Biden e una candidatura in dubbio

Autore:

«La mia memoria funziona benissimo», risponde Joe Biden alla domanda di un giornalista che gli chiede spiegazioni in ordine alle conclusioni cui da poco è giunto il procuratore speciale, Robert K. Hur, in una relazione di 345 pagine. Incaricato all’inizio del 2023 dall’Attorney General della Casa Bianca (corrispondente al nostro ministro della Giustizia) Merrick Garland di investigare su un possibile reato di detenzione illegale di documenti coperti da segreto di Stato – relativi al periodo in cui Biden era vice presidente di Obama e trovati dagli avvocati della sua amministrazione in un suo ufficio e nella sua abitazione in Delaware – giovedì scorso lo Special Counsel decide di non esercitare l’azione penale contro l’attuale presidente.

Alla buona notizia dell’archiviazione dell’accusa a suo carico decisa dal procuratore Hur – parte del team del ministero della giustizia ai tempi di Trump e da quest’ultimo poi nominato quale Attorney General in Maryland – si accompagna però, per Biden, un devastante attacco alle sue capacità cognitive, di dubbia interpretazione sul piano politico. In un documento, che entra pesantemente nei dettagli delle facoltà intellettive del presidente, la ragione per cui il procuratore speciale non esercita l’azione Biden penale non riguarda i fatti, ma la difficoltà di provare in giudizio che Biden si rendesse conto di quel che faceva. A differenza di quel che gli avvocati di Biden asserivano, Hur dichiara che non è vero che la sua detenzione di materiale coperto da segreto di Stato non abbia messo in pericolo la sicurezza nazionale. È invece la sua ovvia incapacità di ricordare che «renderebbe difficile convincere una giuria a condannarlo per un reato grave che richiede la prova della volontà dell’azione». Il presidente è, insomma, in uno stato mentale tale che sarebbe assai difficile per l’accusa provare il dolo richiesto dalla fattispecie criminosa, ossia provare che egli si rappresentasse e quindi volesse effettivamente detenere del materiale riservato.

Il rapporto con cui Hur archivia l’accusa descrive ore di confronto in cui il presidente avrebbe dimostrato di non essere in grado di ricordare eventi e fatti importanti e noti, come la data di morte di suo figlio Beau o il periodo della sua vice presidenza. Già in una conversazione registrata nel 2017, con colui che poi ne avrebbe scritto la biografia, Biden «faceva fatica a ricordare molti fatti» e «aveva difficoltà nel leggere e capire le sue proprie annotazioni», scrive il procuratore speciale. Nel 2023, aggiunge, la situazione è decisamente peggiorata. È un resoconto sulla memoria di Biden e sulle sue capacità cognitive del tutto inusuale per un documento legale, commenta il New York Times, che riporta la notizia con grande enfasi (https://www.nytimes.com/2024/02/08/us/politics/biden-special-counsel-report-documents.html). È un chiaro eccesso rispetto ai compiti spettantegli, afferma il presidente (https://www.politico.com/news/2024/02/09/white-house-frustration-with-garland-grows-00140813).

Cosa sta dunque succedendo? Si tratta di un colpo basso messo a segno da un procuratore speciale che in fondo parteggia per Trump, essendo stato parte della sua amministrazione in passato? O siamo invece di fronte a un errore di Merrick Garland, che non ha saputo tutelare il suo presidente, per aver nominato a suo tempo il procuratore speciale e per non aver “sbianchettato” oggi tutte le parti del rapporto che compromettono irrimediabilmente l’immagine di un Biden compos sui, ossia capace di ragionare e quindi di governare un paese come gli Stati Uniti?

Se l’intenzione di danneggiare Biden a vantaggio di Trump da parte di Robert Hur è tutta da provare, è ancora più complicato addossare a Merrick Garland la responsabilità di quanto accaduto. Con un’indagine per i documenti riservati detenuti a Mar-o-Lago da Donald Trump già a novembre 2022 attribuita a un procuratore speciale, qualora nel gennaio 2023 Garland avesse intestato a sé l’investigazione relativa a Biden per fatti analoghi e avesse poi archiviato, la disparità di trattamento sarebbe risultata evidente. Per garantire un’immagine di neutralità al dipartimento della giustizia, vantaggiosa anche per l’attuale presidente nella sua futura corsa elettorale, Merrick non poteva fare diversamente e la scelta di un prosecutor dal passato politico non democratico aveva proprio lo scopo di avvalorare l’imparzialità di un organo di giustizia che, per la prima volta, ha poi esercitato l’azione penale contro un ex presidente in corsa per la rielezione. Né lo US Attorney General avrebbe potuto modificare il rapporto del procuratore speciale senza dover rendere conto al Congresso.

Mentre alla Casa Bianca volano gli stracci, quel che è accaduto sembra invero la spia di un forte disagio per la candidatura di Biden all’interno dello stesso establishment democratico. Quanto la relazione di Hur sia stata o meno concordata con coloro fra i democratici che pensano che il presidente debba ritirarsi dalla corsa elettorale forse non lo sapremo mai. Quel che è certo è che in molti nel mondo dem ritengono ormai certa una sua sconfitta. A suffragare la loro opinione stanno i sondaggi che lo danno come il presidente con il più basso tasso di gradimento dai tempi del secondo mandato di George W. Bush e ne attestano il pericolosissimo progressivo e rapido abbandono da parte dell’elettorato (https://www.nbcnews.com/politics/2024-election/poll-biden-trump-economy-presidential-race-rcna136834), soprattutto giovane (https://www.vox.com/politics/24034416/young-voters-biden-trump-gen-z-polling-israel-gaza-economy-2024-election). Ci sono poi le preoccupazioni per un’economia che, per quanto sbandierata come in ottima salute, non soltanto è sempre tale solo per i pochi che se ne avvantaggiano a danno dei molti, ma rischia altresì di vedere ricomparire gli alti tassi di inflazione – da poco lasciati alle spalle – a causa della guerra nel Mar Rosso, che anche gli Stati Uniti combattono. Le difficoltà cognitive di Biden, al di là del rapporto di Hur, sono sotto gli occhi di tutti e il timore che la situazione peggiori è forte e non infondato. Ecco perché la relazione di Hur, se non concordata, con ogni probabilità costituirà comunque il grimaldello attraverso cui una parte consistente dell’establishment democratico cercherà di aprire la porta a una diversa candidatura. In che modo? Biden potrebbe, per esempio, partecipare alle primarie fino alla convention repubblicana di agosto, accumulando delegati e attaccando Trump, salvo poi «scioccare il mondo intero con l’annuncio del suo ritiro dalla corsa e l’invito ai delegati alla convention di scegliere loro con chi sostituirlo», scrive Ross Douthat sul New York Times. Ciò comporterebbe «uno spettacolo e un entusiasmo che il vecchio Biden non può più offrire» (https://www.nytimes.com/2024/02/10/opinion/joe-biden-convention-2024.html). Fantasie di un opinionista? Forse no e la relazione di Robert Hur potrebbe allora essere il segnale di un prossimo cambio di guardia atteso da molti.


Usa: un anno di scioperi

Autore:

Un articolo di Labor Notes (https://labornotes.org/2023/12/2023-review-big-strikes-bigger-gains ) ripreso da In These Times traccia un bilancio degli scioperi che si sono succeduti negli Stati Uniti nel 2023. Per questo va letto e rilanciato.

Il bilancio è assai positivo: gli scioperi ufficialmente registrati (cioè con più di 1.000 scioperanti) sono stati il doppio e hanno coinvolto un numero di lavoratori doppio rispetto al 2022. Ma gli scioperi più piccoli, di cui si ha notizia solo localmente o spulciando le pagine interne dei giornali, sono molto più numerosi.

L’articolo merita di essere letto anche perché offre una spiegazione dell’aria nuova che tira nel movimento operaio americano. Questa andrebbe cercata: a) nella ripresa delle rivendicazioni dopo la mazzata della pandemia sul mondo del lavoro e b) nel netto cambiamento di leadership all’interno del sindacato, con la sconfitta di dirigenze corrotte e colluse con i padroni e la vittoria, seppure per un pugno di voti nel caso della Uaw, di leader combattivi come Shawn Fain.

No Concessions, no Corruption, no Tiers”, è stato uno degli slogan che hanno permesso ai reformer di vincere. Ancora una volta un ruolo importante sarebbe stato svolto dai Teamsters. Teamsters for a Democratic Union (TDU) è il caucus che ha permesso di riguadagnare la fiducia della base, imponendo il principio one member-one vote. Ma, per ricostruire questa vicenda di liberazione dal giogo della corruzione interna, bisogna risalire al 1989 quando il Governo minacciò di commissariare il sindacato e TDU si oppose all’ingerenza governativa. Così vinse le elezioni nel 1991, ma le perse nel 1998. Nel 2022 è riuscito a vincerle di nuovo e la nuova coppia di leader, Sean O’Brien e Fred Zuckerman, presidente e tesoriere, ha potuto impostare con successo la lotta all’UPS contro la sesta giornata lavorativa settimanale e contro l’istituzione di una seconda categoria di autisti (a onor del vero, non tutti considerarono una vittoria la conclusione dello sciopero dei 340 mila autisti di UPS; ricordiamo di aver letto dei commenti molto duri, secondo i quali si sarebbe potuto ottenere molto di più). Una dinamica simile si è verificata all’interno del sindacato dell’auto UAW, dove il caucus Unite All Workers for Democracy (UAW for Democracy – un voluto gioco di acronimi) è riuscito a cacciare nel 2019 la direzione corrotta di Gary Jones e Denis Williams – finiti addirittura in galera – e a presentare nel 2022 la lista Members Unite, che ha conquistato con Shawn Fain la presidenza e la maggioranza del comitato esecutivo.

La grande novità del 2023 è stata comunque la lotta durata quattro mesi della WGA, degli sceneggiatori di Hollywood, cui si sono uniti gli attori della SAGA (The biggest strike of the year was by 160,000 actors in SAG-AFTRA who walked out in July, following 11,000 Screenwriters (WGA) to the strike line). Ma su questo sciopero l’articolo non aggiunge altri dettagli. Il 2023 si era aperto con lo sciopero delle 7.000 infermiere degli ospedali di New York e ha visto altre agitazioni nel settore sanitario, di particolare rilevanza quella in ottobre dei 75 mila dipendenti di Kaiser Permanente in California, un gigante della sanità privata. Anche a Los Angeles il sindacato degli insegnanti è riuscito a sbarazzarsi di una leadership corrotta e ha portato alla lotta i suoi iscritti che, insieme al sindacato dei dipendenti scolastici, costituiscono una forza di 65 mila scioperanti. Come se non bastasse, a Los Angeles il sindacato Unite Here ha esteso le agitazioni al personale di 68 hotel.

La seconda parte dell’articolo passa in rassegna il processo di sindacalizzazione che sta investendo moltissimi settori, dalla catena Starbucks (dove la Starbucks Workers United ha sindacalizzato 360 negozi) agli elettrici, ai produttori di camion. Naturalmente la reazione padronale, per far fronte a questa pressione, ha alzato il tiro a sua volta con ogni mezzo, aprendo contenziosi legali, tirando in lungo i negoziati (litigate, litigate, litigate, delay, delay, delay) oltre ad adottare una serie di pratiche illegali, infischiandosi anche delle condanne inflitte dalle corti. In testa a tutti, ovviamente, Amazon, che non ha potuto accettare la sconfitta al magazzino JFK8 di Staten Island, a New York, dove un leader nero, Christian Smalls, emerso dalla base contro il sindacato ufficiale (quello che aveva perduto la battaglia a Bessemer in Alabama, malgrado l’inusitato appoggio di Biden), era riuscito a far riconoscere il sindacato da lui fondato, l’Amazon Labor Union (su questa vicenda sta per uscire un volume in italiano). La combinazione di azioni repressive e tattiche dilatorie da parte del padronato è riuscita a ottenere risultati concreti (esempio proprio Starbucks, dove, malgrado la sindacalizzazione, non è stato firmato alcun contratto in nessuno dei 360 negozi). Il National Labor Relations Board (NLRB) finché è retto da Jennifer Abruzzo, nominata dai democratici, riesce a reintegrare lavoratori illegalmente licenziati, riesce a sanzionare le unfair labor practices e a favorire le richieste di base per votare nelle singole aziende il riconoscimento della presenza sindacale. Ma questo baluardo diventa sempre più fragile anche perché Biden sta perdendo popolarità proprio tra i militanti sindacali più attivi a causa del suo sostegno alla politica omicida di Netanyahu.

Inoltre, accanto a quello sindacale, rimane più che mai aperto l’altro fronte della difesa del diritto di aborto, dopo la decisione antiabortista della Corte suprema, che sta costringendo molti Stati a rilegittimare in modi diversi il diritto di scelta delle donne. Abbiamo visto Sara Nelson, leader del sindacato degli assistenti di volo (Association of Flight Attendants, AFA), partecipare ai picchetti di vari scioperi in altri settori come attivista del movimento di difesa del diritto di aborto. Del resto, il sindacato AFA è esso stesso un prodotto del femminismo, perché è stato costituito essenzialmente da donne. Il 13 dicembre è entrato in agitazione con lo slogan “Furious Cabin Crewsper il miglioramento delle condizioni economiche di operatrici ed operatori costretti molto spesso a orari di lavoro logoranti. Sara Nelson, la Presidente, era già una figura molto popolare; in lei movimento delle donne e movimento dei lavoratori sembrano unirsi nella stessa persona. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che queste lotte sindacali forse hanno trovato una sponda politica sincera nel Workers Families Party (WFP), indenne per ora dalle ambiguità e dalle contraddizioni del Partito Democratico, la conclusione che possiamo trarre da queste poche righe è che vale proprio la pena seguire attentamente questi avvenimenti, perché ci danno un minimo di respiro positivo e qualche insegnamento per la nostra situazione.

Anche come conseguenza di un anno di lotte, segnaliamo che il 10 gennaio 2024, il Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato la norma finale, Classificazione dei dipendenti o degli appaltatori indipendenti ai sensi del Fair Labor Standards Act, in vigore dall’11 marzo 2024. Questa norma finale rivede le linee guida del Dipartimento su come analizzare chi è un dipendente o un appaltatore indipendente ai sensi del Fair Labor Standards Act (FLSA). Il Dipartimento ritiene che questa norma finale ridurrà il rischio che i lavoratori dipendenti vengano erroneamente classificati come collaboratori esterni. (ndr)

L’articolo, comparso su Officina Primo Maggio e ripreso dal sito del CRS, è qui pubblicato in virtù di un rapporto di collaborazione con quest’ultima testata


La Palestina, la giustizia internazionale, i diritti delle vittime

Autore:

Sembra esserci un accordo assoluto sulla importanza storica – oltre che per il caso specifico, per le implicazioni su ruolo, immagine e futuro del diritto internazionale – del processo che si è aperto con l’iniziativa del Sud-Africa, e con la prima, urgente, precisa risposta da parte della Corte internazionale di giustizia sulla qualificazione e le responsabilità, fino al genocidio, dei crimini commessi dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/30/la-corte-internazionale-di-giustizia-e-israele-una-decisione-storica/). Ed è, in un certo senso, irrilevante il fatto che il termine “assoluto” si riferisca all’insieme dei pareri fortemente positivi o altrettanto fermamente negativi: gli scenari così polarizzati sono espressione di contrapposizioni geopolitiche e di interpretazioni molto conflittuali del diritto internazionale, che hanno nella guerra di Israele, scatenata come reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre, lo scenario più riassuntivo.

Le riflessioni che seguono non hanno l’obiettivo di fare il punto al riguardo. Il loro quadro di riferimento, molto concreto, è l’esperienza-dottrina di un organismo internazionale indipendente, il Tribunale Permanente dei Popoli, che su richiesta dei popoli interessati, ha affrontato molti dei casi più critici di violazione del diritto internazionale (e di impunità)) e che ha pensato alle 50 e più sessioni della sua storia come a un unico, diversificato strumento di ricerca sulle categorie di riferimento necessarie per supplire all’insufficiente capacità e indipendenza del diritto internazionale degli Stati: specificamente quando sono poteri forti statali a dover essere giudicati. Al centro della logica e dello statuto del TPP sta una constatazione. Per il diritto internazionale degli Stati, così come esiste e si esercita come prolungamento del diritto penale generale, chi è accusato di un crimine è il destinatario di tutte le garanzie mentre individui-collettività-popoli vittime non sono al centro del processo come soggetti inviolabili di diritto, dandosi per acquisito che i poteri statali formalmente riconosciuti siano i loro garanti, in quanto titolari di poteri legittimi. Il paradigma del TPP è capovolto: le evidenze fattuali di violazioni dei diritti fondamentali sono il punto irrinunciabile di riferimento, e fanno delle vittime i primi soggetti e rappresentanti inviolabili dei propri diritti. Non può esistere una legittimità a priori di poteri legalmente riconosciuti. La priorità obbligatoria che deve essere riconosciuta, difesa, restituita è quella delle vittime, anche e soprattutto se sono in situazione di marginalità-repressione per qualsiasi causa che le abbia esposte a gravi-fatali violazioni della dignità e della vita.

In questa ottica, il dato certo e potenzialmente rivoluzionario della decisione della Corte internazionale di giustizia è l’avere riconosciuto come imprescindibile e sufficiente per accogliere l’accusa formulata dal Sud-Africa (e ritenere non plausibile la difesa di Israele) l’evidenza che la vita di un popolo era stata attaccata, non importa per quale causa, in modo da distruggerne tragicamente la possibilità stessa di esistere oltre che, potenzialmente, per minacciarne l’identità e la sopravvivenza con un vero e proprio processo genocidiario. La forza giuridicamente innovativa del giudizio è anche quella di rigettare implicitamente una trappola tanto frequente nelle politiche degli Stati, non ritenendo plausibili etichette come quella di “terroristi” che da anni vengono imposte a non importa quale entità che disturba politiche di potere. Gli USA sono quelli che con più facilità ricorrono (imponendolo anche ad altri Stati) a questo “titolo”, che coincide di fatto con l’inclusione in una lista nera che comporta l’arbitraria espulsione di quei soggetti (individui, gruppi, minoranze, popoli) da ogni diritto di cittadinanza. La centralità-urgenza-obbligatorietà di farsi carico dell’esistenza e della storia reale del popolo palestinese (da Gaza alla Cisgiordania, con la continuità tragica dei tanti modi di distruzione e annientamento, dai bombardamenti a condizioni di vita indescrivibili: l’Unicef ha dato priorità, nel proprio budget, alla riduzione dell’accumularsi intollerabile di “escrementi umani”…) mette a questo punto in primo piano la credibilità del diritto internazionale: sarà possibile obbligare Israele e i suoi alleati (USA, UK, Canada…) che ne condizionano la vita e sono di fatto conniventi nei crimini commessi ad obbedire agli ordini della Corte?

La discussione sulla definizione di quanto da mesi succede in termini di “genocidio” (riconosciuta come più che motivata da tante parti e non solo da attivisti, ma oggetto di rifiuto “senza se e senza ma” da altri) è in questa prospettiva sostanzialmente marginale, pur se simbolicamente importante. Infatti qualificare come genocidio dei “crimini orrendi” – secondo le parole del Segretario delle Nazioni Unite – non significa evocare violazioni materialmente più gravi di quelle successe a Gaza o in Cisgiordania. Il Tribunale Permanente dei Popoli stesso (non da solo, sostenuto da esperti, e mai sconfessato) ha riconosciuto come tali vari casi: Rohingyas, Tamil, la Colombia nei 70 anni prima di Petro, i popoli dell’Amazonia… La qualificazione di genocidio implica una responsabilità più pianificata e sistematica da parte di chi lo commette o permette o collabora attivamente o per omissione. Il problema del chi e come applicherebbe una sentenza rimane. È chiaro, peraltro, che nel caso di Israele il “simbolo” sarebbe enorme. Come ben sottolineato da Roberta de Monticelli (https://ilmanifesto.it/la-difesa-di-israele-e-la-politica-della-memoria ) si tratta di rompere un tabù: la vittima della Shoah diventerebbe il moderno attore dello stesso crimine da cui è nato lo Stato di Israele. E l’antisemitismo crescerebbe in modo intollerabile.

Dal punto di vista del TPP lo scenario è molto diverso e riprende in sostanza quanto sostengono già da molti anni, dentro e fuori Israele, storici autorevoli soprattutto ebraici (e già in precedenza Einstein, Primo Levi, Hanna Arendt): lo Stato di Israele non coincide con l’identità e i diritti inviolabili del popolo ebraico che è la vera vittima della Shoah. È universalmente noto che lo Stato di Israele è nato da un’operazione coloniale di lungo periodo, che ha potuto tradursi in uno Stato come espressione molto controversa di un “dovere di riparazione” da parte degli Stati che avevano sconfitto e giudicato il nazismo. Storicamente, lo Stato di Israele, come sua prima espressione, viola gli accordi sui quali si è formato, e attiva, con la nakba, quel lungo processo genocidario del popolo palestinese che, ignorando tutte le decisioni della Nazioni Unite, è continuato nelle più diverse forme fino alla tappa in corso. Rompere il tabù di cui si è detto significherebbe chiamare una volta per tutte con il suo nome la politica dello Stato di Israele, che esplicitamente rigetta tutte le competenze delle Nazioni Unite, forte di un potere di veto e dei supporti degli USA, che dovrebbero essere il primo co-imputato, ma che a loro volta si dichiarano esenti dagli obblighi internazionali disposti da una Corte che ha un potere vincolato da un Consiglio di Sicurezza ben vigilato (senza dimenticare la buona, simbolica, importante notizia che una formale denuncia contro il Governo USA è stata presentata nel Tribunale di Oakland, e che altrettanto è stato fatto contro il Governo inglese a Londra: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/30/la-corte-internazionale-di-giustizia-e-israele-una-decisione-storica/). Quanto detto, evidentemente, non cancella né diminuisce la necessità di dare all’attacco del 7 ottobre tutte le condanne necessarie per quanto commesso (che ancora attende, come tutto in questa tragica storia, una valutazione effettivamente indipendente), tenendo peraltro presente che la storia-identità di Hamas non può essere considerata coincidente con quella del popolo palestinese.

Lo spazio grande aperto dalla decisione della Corte internazionale di giustizia non può distrarre da quanto succede alle popolazioni concrete di Gaza, dalla complementare componente genocidaria rappresentata da quanto accade in Cisgiordania e dalle migliaia di prigionieri anche minori rinchiusi nelle carceri israeliane. Le posizioni assunte dagli Stati alleati-obbedienti agli USA (l’Italia è sempre presente senza dubbi, anche rispetto ai finanziamenti all’UNRWA) sono il segnale più drammatico che, aldilà di tutte le questioni giuridiche, la vita concreta delle persone che non rientrano nei giochi di potere ha un destino coerente con quello degli ostaggi (o, forse, ancor peggiore). Il tempo aperto dallo spiraglio simbolico della Corte continua a indicare che il diritto internazionale è a rischio di essere un cerimoniale da usare nei teatri diplomatici: la politica dei nostri paesi lo può ignorare-sospendere, di fatto, negandone l’obbligatorietà: che può coincidere tranquillamente con non importa quante “vittime” dichiarate non-umane. È di fatto un crimine sistemico: programmato, confermato, al di là (anzi con l’aggravante) di tutte le dichiarazioni in contrario. Un rituale che coincide con quanto succede al popolo trasversale dei migranti: palestinesi della globalità. Era molto lucido Mandela quando diceva che sul destino concreto della causa-popolo palestinese si metteva alla prova la capacità-qualità di civiltà del progetto di futuro del mondo.


La Corte internazionale di giustizia e Israele: una decisione storica

Autore:

La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aja è il più importante organo giudiziario delle Nazioni Unite e ha competenza a dirimere le controversie tra Stati. Non va confusa con la Corte Penale Internazionale (CPI), anch’essa con sede all’Aia, che invece persegue gli individui sospettati di aver compiuto crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e aggressione. I giudici della CIG sono 15 e sono eletti dall’Assemblea generale e dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, secondo il criterio dell’equa distribuzione geografica (al collegio per questa controversia sono aggiunti due giudici cosiddetti ad hoc, uno indicato dal Sudafrica e uno da Israele). Le sentenze e le ordinanze della Corte sono vincolanti per gli Stati in causa. Nella storia della CIG, prima del recentissimo ricorso del Sudafrica contro Israele, ci sono state altre controversie tra Stati relativamente alla violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948. Due di questi casi sono ancora pendenti (Gambia c. Myanmar e Ucraina c. Russia) mentre, tra i casi meno recenti, il più importante è sicuramente quello che ha visto contrapposte la Bosnia-Erzegovina e la Serbia (all’epoca Serbia-Montenegro), nel quale la CIG nel 2007 ha condannato la Serbia per mancata prevenzione del genocidio di Srebrenica.

Nel ricorso presentato il 29 dicembre 2023, il Sudafrica ha citato in giudizio lo Stato di Israele per una serie di atti compiuti nel contesto delle operazioni militari condotte nella striscia di Gaza a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. In particolare, gli atti contestati a Israele nel ricorso rientrano tra le condotte proibite dalla Convenzione del 1948. Il ricorso si sofferma non soltanto sul numero esorbitante di civili palestinesi uccisi nelle operazioni militari successive al 7 ottobre (oltre 20.000 persone in poco più di tre mesi, tra i quali moltissimi bambini), ma anche sulle condizioni di vita in cui è costretta la popolazione civile di Gaza e che vengono descritte come volte a causare la distruzione dei palestinesi di Gaza come gruppo. Tali condizioni, che vengono ricostruite in larga parte sulla base dei rapporti delle agenzie umanitarie dell’ONU e del Comitato internazionale della Croce Rossa, includono: espulsioni e sfollamenti di massa, distruzione su larga scala di case e aree residenziali; privazione dell’accesso a cibo e acqua adeguati e a cure mediche adeguate e altre ancora. Inoltre, il Sudafrica sostiene che le condotte contestate a Israele siano state accompagnate da intento genocidario, come richiesto dalla Convenzione: la definizione del crimine di genocidio prevede infatti che gli atti proibiti siano stati commessi con l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un determinato gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Per sostenere l’esistenza di questa intenzione, il Sudafrica ha raccolto decine di dichiarazioni di organi di Stato israeliani, a cominciare dai vertici dello Stato fino ai militari sul campo, nelle quali si deumanizzano i palestinesi e si afferma di volerli eradicare da Gaza. Al termine di una lunga e dettagliata esposizione dei fatti e della catastrofe umanitaria in corso a Gaza, il Sudafrica contesta a Israele la violazione di vari articoli della Convenzione del 1948. Oltre ad accusare Israele di atti di genocidio, il Sudafrica contesta anche la violazione dell’obbligo di prevenire atti di genocidio, la violazione delle norme che vietano la cospirazione per commettere genocidio, l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio, il tentativo di compiere il genocidio, la complicità nel genocidio; si contesta altresì la mancata punizione degli individui implicati in questi crimini e gli ostacoli posti a indagini indipendenti e imparziali. Alla luce del quadro drammatico descritto nel ricorso, il Sudafrica ha chiesto alla CIG di emettere un’ordinanza cautelare chiedendo una serie di misure che vanno dalla cessazione delle operazioni militari nella striscia di Gaza alla garanzia di forniture adeguate di aiuti umanitari.

Vista l’urgenza della situazione, la CIG ha convocato le parti per le udienze preliminari che si sono svolte nei giorni 11 e 12 gennaio e ha reso l’Ordinanza cautelare il 26 gennaio 2024. Durante le udienze il Sudafrica ha illustrato nel dettaglio quanto già contenuto nel ricorso. Israele ha risposto sostenendo che non vi era alcuna disputa relativa alla Convenzione sul genocidio – cercando di portare la Corte a dichiarare un difetto di giurisdizione e a non pronunciarsi neanche sulle misure cautelari – per poi sostenere che le accuse di aver violato la Convenzione sono false e diffamatorie. Israele ha sostenuto che le proprie azioni sono conformi al diritto internazionale e miranti esclusivamente a difendere la propria popolazione dagli attacchi di Hamas.

L’ordinanza della Corte ha accolto la richiesta di misure cautelari e la portata di questa decisione è molto significativa. I giudici hanno affermato chiaramente che non soltanto la Corte è competente a dirimere la controversia tra i due Stati relativamente alla violazione della Convenzione sul genocidio, ma che le presunte violazioni contestate a Israele dal Sudafrica sono plausibili e alla luce del rischio incombente di violazione della Convenzione, della gravità della situazione e dell’urgenza, ha ordinato una lunga serie di misure cautelari, accogliendo quasi tutte le richieste del Sudafrica. Assai significativo è anche il fatto la CIG ha adottato la maggioranza delle misure cautelari con una maggioranza schiacciante di 15 a 2 (voto contrario del giudice israeliano e della giudice ugandese) e alcune di queste addirittura con maggioranza di 16 a 1 (contraria la giudice ugandese).

Tra le misure adottate dalla Corte non vi è la richiesta di cessazione delle operazioni militari, ma a ben guardare questo non deve sorprendere. La Corte è competente a dirimere la controversia relativa alla violazione della Convenzione sul genocidio tra i due Stati, Hamas invece è parte nel conflitto, ma non parte di questa disputa giuridica e sarebbe stato difficile per i giudici giustificare una misura di cessazione delle operazioni militari diretta a una sola delle parti in conflitto. Tuttavia, leggendo tutte le misure che sono state ordinate, si capisce che l’indicazione va nella direzione quantomeno della sospensione delle operazioni militari. La Corte, infatti, impone a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per evitare il rischio di genocidio, gli impone anche di assicurarsi che le sue forze militari non stiano compiendo nessuno degli atti vietati dalla Convenzione, intima a Israele di prevenire gli atti di genocidio e di punire coloro che incitano al genocidio contro i palestinesi nella striscia di Gaza. I giudici inoltre impongono a Israele di adottare misure immediate ed efficaci per garantire la fornitura degli aiuti umanitari e per rispondere alla necessità primarie e sanitarie dei palestinesi nella striscia di Gaza e ordinano a Israele di impedire la distruzione delle prove di eventuali atti di genocidio e anzi lo obbligano a garantirne la conservazione. L’ordinanza infine obbliga Israele a presentare un rapporto su tutte le misure cautelari adottate in risposta all’ordinanza entro un mese dalla data del 26 gennaio. Si tratta di una lunga serie di misure che è praticamente impossibile attuare senza sospendere le operazioni militari.

La decisione è storica perché si tratta della prima volta che Israele viene messo davanti all’obbligo di rispettare alcuni principi del diritto internazionale da parte del massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite. L’importanza di questo caso sta anche nel fatto che il ricorso è stato presentato non dalla parte direttamente lesa, ma da uno Stato terzo rispetto a quanto sta avvenendo a Gaza. Questo è possibile perché la Convenzione sul genocidio contiene norme che tutelano valori fondamentali per la comunità internazionale (si parla di norme imperative, cogenti) e ogni sua violazione dà titolo a tutti gli Stati che hanno sottoscritto il trattato di lamentarne la violazione di fronte alla CIG (art. IX). Ogni Stato ha un interesse giuridico a che la Convenzione non sia violata, a che non si commetta un genocidio in nessuna parte del mondo e per di più ogni Stato che ha sottoscritto la Convenzione, ha in prima persona l’obbligo di prevenire atti di genocidio. In altre parole, ogni Stato membro di questo trattato, inclusa l’Italia, alla luce del rischio paventato dalla CIG e delle misure indicate, dovrebbe far pressione su Israele perché faccia tutto quanto in suo potere evitare il genocidio dei palestinesi di Gaza. Se è vero che l’ordinanza è vincolante soltanto per le due parti della controversia, è vero anche che ogni sostegno dato dagli altri Stati a Israele, in particolare se questo non intendesse rispettare le misure deliberate dalla Corte, potrebbe configurarsi come violazione dell’obbligo di mancata prevenzione del genocidio. Se poi il sostegno a Israele fosse particolarmente significativo, ad esempio attraverso la fornitura di armi, gli Stati terzi si esporrebbero anche ad essere accusati di complicità in atti di genocidio. Queste, ad esempio, sono le accuse che il Center for Constitutional Rights (storica organizzazione che opera in USA nel campo della tutela dei diritti umani, sin dagli anni ‘60 con il movimento statunitense per diritti civili) ha mosso al Presidente Biden di fronte a un tribunale della California contestando agli Stati Uniti di aver violato i propri obblighi di prevenzione di un genocidio ed esponendosi al rischio di complicità con Israele in atti di genocidio.

Proprio perché l’ordinanza sulle misure cautelari manda un messaggio che non può essere ignorato anche a tutti gli Stati parte della Convenzione, appare particolarmente grave la notizia che 9 Stati, fra cui l’Italia, hanno tagliato i fondi a UNWRA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), agenzia dell’ONU che svolge un ruolo chiave nel garantire la distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La sospensione dei finanziamenti è dovuta alle accuse mosse da Israele che ha sostenuto di avere prove che mostrano che 12 funzionari di questa organizzazione (su uno staff di 13.000 persone) sarebbero coinvolti negli attacchi del 7 ottobre. Naturalmente si tratterebbe di responsabilità gravissime, se provate. Tuttavia l’ONU ha già in via cautelativa interrotto il rapporto di lavoro con queste persone e avviato le indagini per verificare le loro responsabilità. Pare completamente sproporzionato sanzionare un’intera organizzazione per il presunto comportamento di pochi impiegati e pare ancor più ingiustificata l’interruzione del sostegno a un’agenzia che è cruciale per garantire l’assistenza umanitaria alla popolazione civile di Gaza dopo quanto ordinato nella decisione della Corte. Il Commissario generale di UNWRA ha dichiarato che non sarà possibile continuare a prestare assistenza alla popolazione civile a Gaza oltre la fine di febbraio se non verranno ripristinati i finanziamenti. Nel rendere più difficile la fornitura di aiuti umanitari, gli Stati che hanno tagliato i fondi a UNRWA dopo l’ordinanza della Corte, si espongono alla violazione del proprio obbligo di prevenire atti di genocidio.


Le primarie repubblicane negli Usa: verso l’incoronazione di Trump

Autore:

Donald Trump inizia la sua corsa presidenziale con la tromba, con il 51% di preferenze e un distacco di 30 punti percentuali dai suoi concorrenti, Nikky Haley e Ron De Santis – rispettivamente ex governatrice del South Carolina e ambasciatrice Onu sotto George W. Bush, la prima, e attuale governatore della Florida, il secondo – ad appena mezz’ora dallo spoglio. Mai prima un candidato repubblicano aveva ottenuto una vittoria così schiacciante al primo appuntamento elettorale. Un successo annunciato da tutti i sondaggi, quello dei caucuses repubblicani dell’Iowa, con cui comincia il processo di selezione popolare del candidato alla presidenza per la tornata elettorale del 2024. Nonostante sia un piccolo Stato, con un numero ridotto di delegati alla Convention repubblicana in cui verrà deciso il candidato ufficiale (35 delegati di cui il 15 gennaio 20 sono andati a Trump, 8 a Ron De Santis e 7 a Nikki Haley), da sempre l’Iowa rappresenta un’importante vetrina nella corsa per le presidenziali, soprattutto nel mondo repubblicano. La sua tradizionale collocazione, quale primo Stato in cui si svolgono le selezioni nazionali, attribuisce ai suoi caucuses una forte spinta propulsiva o interruttiva dei candidati. Malgrado un elettorato numericamente esiguo, la sua demografia infatti ben rispecchia la base repubblicana, giacché si tratta di uno Stato rurale -conosciuto per avere una maggior densità di maiali piuttosto che di umani – la cui popolazione è in stragrande maggioranza bianca. A conferma di quel che si viene dicendo, dopo il suo deludente posizionamento di lunedì scorso, sta il ritiro dalla corsa dell’imprenditore bio-tech, Vivek Ramaswamy, che ha già affermato il suo endorsement a favore di Trump.

La corsa alla candidatura per le presidenziali repubblicane è però quest’anno caratterizzata da un peculiarissimo aspetto, giacché vede correre Donald Trump più come un vero e proprio incumbent che come semplice candidato alla pari degli altri. Pur non essendosi praticamente fatto vedere in Iowa, se non a ridosso dei caucuses, l’ex presidente ha mobilitato ugualmente la base repubblicana che, nonostante il freddo fuori dal comune, si è riversata nei seggi per attribuirgli una vittoria senza precedenti. Una base meno ampia del solito, si dirà, ma ciò forse proprio per via dell’implicita veste di incumbent attribuita a Trump dalla percezione collettiva – che agli occhi dei tanti rende quasi superflua la selezione dei candidati. L’intera campagna elettorale dell’ex presidente ha poi toccato temi di rilevanza nazionale, a differenza di quel che di solito accade, giacché di norma sono le questioni prettamente locali che vengono analizzate e su cui i concorrenti si espongono: anche questa una conseguenza dello speciale status attribuito a Trump dagli elettori repubblicani.

In questo mese – e forse già prima delle primarie in New Hampshire il prossimo 23 gennaio- the Donald dovrà affrontare due appuntamenti giudiziari. Si tratta da un canto di una sicura condanna sul piano civile da parte del giudice di Manhattan, Arthur F. Engoron, per frode nei confronti delle banche – per aver gonfiato i propri averi al fine di ottenere prestiti – nonostante la testimonianza dei rappresentanti di queste ultime che i prestiti sarebbero stati ritenuti sicuri in forza di una indagine condotta internamente. Si è poi aperto un nuovo dibattimento, che vede convenuto Trump in un secondo processo per diffamazione nei confronti di E. Jean Carrol, la scrittrice che ha già vinto contro di lui in un precedente giudizio ottenendo un risarcimento pari a circa 5 milioni di dollari.

Il coinvolgimento giudiziario di Trump, che riguarda un ampio complesso di procedimenti e processi a suo carico, potrà mai fermarne la corsa? La risposta sembra essere non soltanto negativa. Paradossalmente è, infatti, proprio l’attacco subìto sul piano giudiziario ad averne notevolmente rafforzato le chances di vittoria. Il New York Times riferisce come subito dopo le elezioni di midterm del 2022 il suo gradimento presso l’elettorato repubblicano fosse calato. Secondo un sondaggio condotto da Suffolk University/USA Today il 61% di loro diceva che, pur essendo d’accordo con le politiche di Trump, avrebbe voluto un candidato presidenziale diverso da lui: un impressionante 76% degli elettori repubblicani in possesso di una laurea era di quella opinione. Questo mese lo stesso sondaggio riporta, invece, come Trump abbia il sostegno del 62% dell’elettorato repubblicano, fra cui il 60% dei laureati. La ragione del mutamento di opinione? La diffusa percezione di un ingiusto attacco giudiziario nei confronti dell’ex presidente che ha ricompattato tutti a suo favore (https://www.nytimes.com/2024/01/14/us/politics/trump-college-educated-voters.html). Ah l’eterogenesi dei fini! Forse solo un processo che riuscisse a dimostrare che Trump sapeva che nessun broglio elettorale era avvenuto nel 2020, e ciò nonostante aveva incitato il suo popolo alla rivolta, potrebbe fargli perdere consenso. Il processo che il procuratore speciale federale Jack Smith sta portando avanti contro di lui per i fatti del 6 gennaio 2021 potrebbe però essere posticipato, magari fino a dopo le elezioni di novembre. E su questo Donald Trump conta parecchio (https://volerelaluna.it/commenti/2024/01/03/lombra-dei-giudici-sulle-elezioni-degli-stati-uniti/).

Nel frattempo la gara delle primarie repubblicane si gioca tutta per il secondo posto, laddove un’eventuale squalifica dell’ex presidente da parte della Corte Suprema federale (che ne sta esaminando i presupposti), una sua condanna nel processo per i fatti del 6 gennaio con conseguenze negative per lui in termini di consenso, o ancora una malattia che lo escludesse dalla corsa, darebbero al secondo arrivato la palma del vincitore. È per questo che Nikky Haley e Ron De Santis si combattono fra di loro molto di più di quanto non cerchino di misurarsi con Trump. D’altronde su di loro puntano i poteri forti del mercato: inizialmente a favore di Ron De Santis – che a inizio 2023 ha ricevuto da Wall Street cifre che non erano mai state elargite prima a nessun candidato (https://www.opensecrets.org/industries/recips?cycle=2024&ind=F) – gli stessi poteri si sono più tardi orientati su Nikky Haley, sostenuta dai danari di Jamie Dimon, il capo di JPMorgan Chase, da un nuovo super PAC di imprenditori (Independents Moving the Needle) e soprattutto dal potente network dei fratelli Koch con il loro super PAC, Americans for Prosperity Action (https://www.politico.com/news/2023/11/28/koch-super-pac-nikki-haley-endorsement-00128858). Il risultato dell’Iowa – a sorpresa favorevole a De Santis – potrebbe ora far confluire nuovi finanziamenti su di lui, consentendogli di assicurarsi l’agognato secondo posto.

È per ora questo il quadro delle elezioni più pericolose per la democrazia statunitense che si ricordino.


L’Argentina allo sbando

Autore:

La stravagante immagine del nuovo presidente argentino Javier Milei ha fatto il giro del mondo e – com’è ormai consuetudine nella società contemporanea – una serie di tratti grotteschi ne hanno definito l’estetica e, con essa, un riassunto sufficiente per sapere qualcosa di ciò che accade da queste parti. Il nuovo presidente clona quelli che chiama i suoi “figli”, che in realtà sono i suoi cani, ed afferma di fare sedute spiritiche con quello giudicato più saggio, Conan, morto anni fa. È stato ritratto da tutta la stampa occidentale con il suo strumento di campagna elettorale, una motosega. Anche il suo paragone dello Stato con un pedofilo in un asilo è rapidamente verificabile su Internet. Questi tratti lo hanno reso il nuovo e fugace personaggio che riempie alcuni momenti di intrattenimento nella stampa europea e americana. Questo non è tuttavia, di gran lunga, l’aspetto più drammatico.

L’Argentina soffre di diversi mali cronici. Il più paradigmatico è forse l’inflazione. Una forma di confisca di beni ai cittadini da parte del Governo. Ma l’inflazione non è solo un fenomeno economico. È anche un fenomeno profondamente politico che incide sulla distribuzione del reddito e della ricchezza («una misura del conflitto su chi ottiene cosa dalla produzione totale», direbbe Galbraith). L’Argentina sta attraversando da molti anni un grave processo inflazionistico, che si è rapidamente e progressivamente aggravato negli ultimi 18 mesi. Ho letto con un senso di agrodolce l’allarme dell’Istat secondo cui nei primi 7 mesi del 2023 i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati in Italia dell’11,4%. Per mettere rapidamente in prospettiva i lettori non abituati a leggere notizie dall’Argentina, nello stesso periodo l’inflazione argentina è stata del 50,6% (127% annualizzato). Ma se prendiamo gli ultimi 7 mesi, da luglio 2023 a gennaio 2024, l’inflazione cumulativa è stata del 92,8%, pari al 270% annualizzato. Questo genera incertezza e povertà per la maggior parte della popolazione.

Le ragioni dell’inflazione sono molteplici e ogni specialista ne attribuisce la responsabilità a fattori diversi. Brevemente, diremo che a contribuire a questa situazione sono l’enorme debito pubblico del Paese (che nel secondo trimestre del 2023 ammontava a 403.836 milioni di dollari nominali, pari all’88,4% del PIL argentino e che viene finanziato con l’emissione di pesos), la scarsità di credito internazionale (che causa la mancanza di valuta estera essenziale per le transazioni commerciali con l’estero) e la limitata capacità di esportazione del Paese (con gravi restrizioni alla generazione di ricchezza). La scarsa disponibilità di dollari da parte dello Stato, delle aziende e degli importatori crea difficoltà quotidiane nella vita delle persone, poiché l’incertezza permanente del grado crescente di una inflazione che si modifica a ritmi giornalieri, impedisce di fatto anche la disponibilità regolare dei beni di base, e crea una situazione di penuria crescente. Sebbene la mancanza di forniture riguardi un’ampia gamma di aspetti della vita quotidiana degli argentini, poche carenze sono più drammatiche delle forniture sanitarie di base. Il governo in carica fino all’8 dicembre 2023 ha reagito a questi problemi con politiche di controllo dei prezzi, basate su arbitrarie autorizzazioni selettive dei materiali di produzione importabili, differenze dei valori di scambio tra dollaro e pesos (ufficiali e non ufficiali) superiori al 100%, modifiche dei regolamenti statali che sono diventati progressivamente più complessi e inefficienti.

In questo contesto di angoscia, incertezza e ansia, l’8 dicembre 2023 gli argentini hanno votato per un nuovo governo. Le elezioni sono state vinte da una forza (“La Libertad Avanza” di Javier Milei) che si potrebbe definire di estrema destra e che, grazie anche al sostegno della destra più tradizionale (“Juntos por el Cambio” dell’ex presidente Macri), ha sconfitto al ballottaggio il partito peronista al potere. Il presidente Milei si definisce un anarco-capitalista con idee liberali. Tuttavia, come di solito accade con i partiti di destra in Argentina, il liberalismo è confinato alla sfera economica, mentre il conservatorismo più profondo è esercitato nella sfera politica.

In campo economico, la nuova amministrazione ha proceduto subito a eliminare ogni intervento statale sui prezzi e ha disposto una svalutazione del 100% del peso rispetto al dollaro. Questo è ciò che molti uomini d’affari e gli attuali funzionari chiamano “aggiustamento dei prezzi”. Le conseguenze immediate sono state un aumento dell’inflazione del 29% nel solo mese di dicembre. Ma alcuni prodotti essenziali, come i medicinali, dall’8 dicembre 2023 al 2 gennaio 2024 sono aumentati in media del 46%. Questo aumento è stato estremamente eterogeneo. Se si prende ad esempio un portafoglio di 370 farmaci essenziali, gli aumenti per diverse categorie di prodotti variano dal 24% al 200%, secondo criteri che non obbediscono a valori economici reali, ma a scelte assolutamente preferenziali tra le aziende farmaceutiche che li producono e li commercializzano. Dato che in Argentina (e nel mondo) il costo di produzione dei farmaci e i margini di profitto delle aziende sono del tutto sconosciuti, questo comportamento dimostra piuttosto che, lasciati alle regole del libero mercato, i farmaci sono aumentati in modo anarchico. Si può presumere che nessuna azienda perda denaro o diventi non redditizia, ma l’ampiezza della gamma di aumenti per i farmaci di base (farmaci di sintesi chimica non brevettati) è così ampia che difficilmente può essere spiegata dalle sole variabili economiche. I farmaci essenziali sono un bene anelastico. Diventa così molto probabile che la situazione del migliore accesso attuale dei farmaci dell’Argentina rispetto alla maggior parte dei Paesi della regione, non sarà più sostenibile. E per completare il quadro è bene ricordare che il nuovo presidente pensa e dichiara che «il miglior sistema sanitario possibile è un sistema sanitario privato in cui ogni argentino paga per i propri servizi».

In un Paese in cui il 40,1% della popolazione vive in povertà occorre prestare molta attenzione al monitoraggio dell’accesso ai beni di base. Il nuovo Governo sta cercando molto di più di un’economia di mercato: sta pensando, piuttosto, a una società di mercato, dove chi ha qualcosa da scambiare ne fa parte e chi non ha nulla è semplicemente espulso. Una rivista satirica si è chiesta come avrebbero reagito i mercati alla mancanza di persone…

Anche a livello politico le intenzioni sono chiare. A poche ore dal suo insediamento, il presidente Milei ha chiesto al Congresso nazionale poteri incompatibili con lo Stato di diritto. Ha inviato un ambizioso progetto di legge chiedendo di concedergli ampi poteri legislativi che costituiscono una sorta di autorizzazione legale a governare con cambiamenti radicali della legislazione senza dover passare dal Congresso. Da aggiungere la criminalizzazione della protesta, esasperando le pene per semplici blocchi stradali, e proponendo una norma per cui qualsiasi assembramento di tre o più persone in strada può essere considerato una manifestazione di cui avvisare preventivamente il Ministero degli Interni. I temi del contratto sociale argentino non sono numerosi, ma la difesa del diritto di protesta e lo smantellamento dell’apparato repressivo statale sono ben radicati.

L’Argentina deve affrontare sfide complesse. Forse quella più di fondo è la costruzione di una definizione di cittadinanza. Dalle promesse-slogan del governo precedente a quelle del governo attuale, l’Argentina vive costruendo uno dopo l’altro immaginari retorici che pretendono di sostituire la realtà. E in una società affascinata e succube di leader, sono molti quelli che credono che partecipare alla vita pubblica significhi semplicemente votare per chi fa promesse più affermative e dure di un futuro in cui tutto è sotto controllo.


Israele, la democrazia, la giustizia internazionale

Autore:

La Corte internazionale di giustizia sta valutando, su richiesta presentata dal Sud Africa il 29 dicembre 2023, la violazione da parte di Israele degli obblighi della Convenzione Onu del 1948 sul genocidio. È un procedimento che, accanto alla possibilità concreta di prevedere come misura provvisoria la cessazione delle operazioni militari a Gaza, coinvolge la credibilità del diritto e delle istituzioni internazionali e interroga la loro esistenza come strumenti di giustizia e di tutela dei diritti umani, contro logiche coloniali e asimmetriche. Al difficile intreccio tra il diritto e la guerra abbiamo dedicato, in queste pagine, numerose analisi, tra cui, a proposito della situazione di Gaza, quella contenuta nel documento collettivo dello scorso 20 novembre (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/20/palestina-40-giorni-dopo-tra-crimini-di-guerra-e-calcoli-geopolitici/). Come ulteriore contributo proponiamo qui il testo dell’intervento di Alessandra Algostino all’incontro “Palestina. Guerra, informazione, politica” organizzato a Torino, il 27 novembre 2023, da Volere la Luna e da altre associazioni democratiche (la redazione).

Vorrei accostare il tema oggetto di questo incontro al termine “democrazia” e muovere da un’affermazione. Un’affermazione che non si può fare, che non è tollerata dall’informazione dominante: “Israele non è una democrazia”. Vorrei allora qui, in questo spazio libero, cercare di argomentare perché “Israele non è una democrazia”, ma anche riflettere sulle implicazioni sulla nostra, come sulle altre, democrazie che discendono dalla delegittimazione, se non criminalizzazione, della critica. Con una premessa. Il discorso razionale pensando a Gaza, si intreccia inevitabilmente con un piano emotivo; come ha scritto qualche giorno fa Valeria Parrella su il manifesto: «Penso sempre a Gaza. Si, è vero, mi alzo, esco, faccio le mie cose e penso sempre a Gaza». In primo luogo, sono il dolore, la disperazione e l’angoscia del popolo palestinese, che sentiamo riflessa in noi, e poi l’impotenza, e, insieme, la volontà di reagire, di non accettare che vi siano persone senza un luogo sicuro, senza acqua, cibo, cure, sotto i bombardamenti e privazioni disumane, uccise nella vita e nella speranza. E per reagire, denunciare, prendere posizione, per fermare il genocidio e con esso la scomparsa del senso di umanità, provo a ragionare.

Primo punto. La guerra di oggi è l’ultimo cortocircuito della democrazia israeliana, una democrazia negata dalla presenza di aggettivi che ne contraddicono l’essenza, li anticipo: razziale o etnica, identitaria, coloniale; aggettivi che raccontano una lunga storia di diseguaglianza, oppressione e violenza.

Il primo cortocircuito è nella tensione presente nella Dichiarazione di Indipendenza, laddove lo Stato è definito “ebraico e democratico”; un’affermazione affinata in senso identitario ed escludente con la legge fondamentale del 2018, “Israele, lo Stato-nazione del popolo ebraico”, che insiste sul rafforzamento dell’«insediamento ebraico» e afferma che «l’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale dello Stato d’Israele appartiene solamente al popolo ebraico». Una democrazia etnica e identitaria che si fonda sulla distinzione e l’espulsione dell’altro (il nemico) è una contraddizione in termini laddove la democrazia ha nei suoi geni l’uguaglianza e il pluralismo (https://volerelaluna.it/materiali/2018/07/31/israele-stato-nazione-del-popolo-ebraico/ ).

Il secondo cortocircuito è nella negazione dell’essenza della democrazia: l’uguaglianza. In Israele e nei territori occupati vigono regimi differenti, che concretizzano la definizione di apartheid come di colonialismo (da ultimo, cfr. Amnesty International, Israel’s Apartheid against Palestinians, 2022), sia in relazione alla legislazione e giurisdizione sia nelle discriminazioni in materia di diritti: dagli espropri ed assegnazioni delle terre alla libertà di circolazione al riconoscimento della cittadinanza all’allocazione delle risorse per servizi e diritti sociali alle privazioni arbitrarie della libertà personale. E poi, come può definirsi democratico un sistema che esercita poteri di governo senza riconoscimento di diritto di voto ai governati (come è per i 5.5 milioni di persone, su 14.5 milioni, che risiedono nei territori occupati)?

Il terzo cortocircuito è reso dall’assenza del concetto di limite. Non vengono riconosciuti limiti per quanto riguarda il territorio (occupazioni, insediamenti, frammentazione delle terre palestinesi, il muro in Cisgiordania dichiarato illecito dalla Corte Internazionale di Giustizia); non è rispettato il limite del diritto internazionale, da sempre, non da oggi; infine, la logica dell’emergenza utilizzata senza soluzione di continuità legittima la violazione dei limiti di uno stato democratico.

Infine, il quarto cortocircuito, la guerra. La guerra è violenza, distruzione e sopraffazione, sempre; avvolge Israele in una spirale di violenza difficile da arrestare; la guerra condotta contro Gaza (quanto sta accadendo è evidentemente una guerra contro il popolo palestinese) è una violenza cieca ad ogni rispetto dell’umano. Bombardamenti di campi profughi, di ospedali, privazione di acqua, cibo, medicine. È un genocidio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/30/gaza-non-e-difesa-e-genocidio/). Come negare che si tratti di atti «commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso», come recita la Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948? Lo hanno detto il direttore dell’Ufficio di New York dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, Craig Mokhiber, come sette relatori speciali delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina. Cito le parole di Mokhiber, molto chiare: «So bene che il concetto di genocidio è stato spesso utilizzato abusivamente per scopi politici. Ma l’attuale massacro su larga scala del popolo palestinese, radicato in un’ideologia coloniale etno-nazionalista, in continuità con decenni di persecuzione ed epurazione sistematica, basata interamente sul loro status di arabi, e accompagnato da esplicite dichiarazioni d’intenti da parte dei leader del governo e dell’esercito israeliano, non lascia spazio a dubbi o discussioni». Una democrazia non può praticare una punizione collettiva, una democrazia deve agire, anche di fronte a dei crimini come quelli compiuti il 7 ottobre contro i civili israeliani, con coerenza rispetto a se stessa: deve rispettare i diritti e i limiti che la distinguono da un mero assetto di dominio e sopraffazione; altrimenti si autodistrugge. Come scrisse il Presidente della Corte Suprema israeliana, Aharon Barak, la democrazia deve «affrontare la lotta con una mano legata dietro la schiena».

Secondo punto. La violenza bellica, la disumanizzazione, l’arruolamento e la repressione della dissidenza, si riverberano su tutte le democrazie. Due sono i profili che vorrei mettere brevemente in rilievo: il dissenso neutralizzato dalla semplificazione e dalla logica dicotomica amico/nemico e il suicidio dei diritti umani. Prima è venuta la guerra fino all’ultimo ucraino, nel contesto di uno scontro manicheo fra democrazia e autocrazia; quindi, il conflitto fra la supposta democrazia (Israele) e la barbarie (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/13/gaza-la-guerra-non-e-contro-hamas-e-contro-i-palestinesi/ ): il 16 ottobre 2023, Netanyau scrive, in un post su X che «questa è una lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre, tra l’umanità e la legge della giungla». Il nemico non solo non è democratico, è disumano; ricorderete tutti il riferimento agli “animali umani”: il 9 ottobre 2023, il Ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha affermato, per giustificare l’assedio totale («non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto è chiuso…»): «stiamo combattendo contro animali umani e ci comportiamo di conseguenza». Il nemico si può cancellare, è da cancellare. Il bene e il male, l’umano e l’inumano, la democrazia e l’autocrazia: dicotomie che espellono, tacciando di tradimento, delegittimandole, le opinioni non allineate, chiunque intenda riflettere con un approccio storico e non artificialmente semplificato (quanto accade a Gaza evidentemente non inizia il 7 ottobre 2023 ma data almeno 75 anni), chiunque voglia applicare le categorie del pensiero complesso. Per tutte, ricordo la reazione scomposta e violenta che ha seguito le parole del Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/02/palestina-un-caso-di-genocidio-da-manuale-e-il-fallimento-dellonu/). La complessità, la contestualizzazione, la storia richiamano parole e concetti che non si possono dire, come “Israele non è una democrazia”, dal quale siamo partiti, ma anche violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite, occupazione, discriminazione, espulsioni collettive, apartheid, progetto coloniale, genocidio, così come diritto all’autodeterminazione dei popoli, che non può essere a senso unico, e diritto di resistenza (all’occupazione come alla sistematica violazione dei diritti umani).

In questione sono l’informazione plurale, con la criminalizzazione delle voci critiche (la vicenda dell’attivista palestinese, Mariam Abu Daqqa, espulsa dalla Francia, per non riferirsi direttamente al numero impressionante di giornalisti uccisi); la libertà di manifestazione del pensiero, nel suo essere libertà di critica, di protesta e di dissenso (per l’ex ministra degli interni britannica Braverman sventolare la bandiera palestinese implica sostegno al terrorismo); la libertà di riunione (penso ai cortei vietati in Francia e non solo, ma anche alla negazione degli spazi nelle università). Si tratta dei fondamenti della democrazia, di una democrazia che sia effettivamente tale, plurale e conflittuale. Ancora. I diritti vengono colpiti alle radici: la disumanizzazione che uccide a Gaza si riflette come in uno specchio sui diritti, che si infrangono, per tutti. Quando i diritti non sono più riconosciuti all’umano, naufragano per tutti; la perdita del senso di umanità dissolve i diritti, privandoli della loro essenza.

Non reagire, non esigere il cessate il fuoco (per tacere del supporto militare), comporta una complicità dei paesi europei, degli Stati Uniti e di quanti non agiscono, nel genocidio, come nell’annientamento dell’idea di diritti umani, oltre che della credibilità del diritto internazionale e dell’idea delle Nazioni Unite, che si perdono nel loro utilizzo occidentalocentrico, coloniale e selettivo. Anche per questo, quanto accade a Gaza si riverbera sulla democrazia, svuotandone la sostanza. Spezzare un’informazione arruolata e chiedere un immediato cessate il fuoco e la fine di violente politiche coloniali è anche un passo per salvaguardare la democrazia dalla deriva autoritaria.