Ancora sul decreto anti raduni: incompetenza o malafede?

Il decreto legge anti raduni, emanato in tutta fretta dal Governo, è, secondo la generalità dei giuristi, inidoneo ai fini dichiarati e denso di pericoli per le libertà di riunione e manifestazione. Ma il Governo e la maggioranza fanno quadrato e lo difendono a oltranza. Difficile dire se, in questa operazione, prevalga l’incompetenza o la malafede. O se siamo di fronte al trionfo di entrambe.

Il fronte del porto e un Governo senza vergogna

Il Governo ostacola le operazioni di salvataggio dei naufraghi raccolti in mare dalle navi di alcune ONG consentendo lo sbarco esclusivamente ai “fragili”. Solo dopo il richiamo dell’UE e una serie di ricorsi ai tribunali fa marcia indietro ricorrendo, per salvare la faccia, a un escamotage. È una scelta miope e illegittima. Un’altra politica è possibile a partire da un’analisi non demagogica dei flussi migratori.

Quando l’Europa è complice: lo sterminio dei curdi

Mentre prosegue, da parte turca, il disegno di annientamento del popolo curdo anche a mezzo di armi chimiche, l’Europa chiude gli occhi, reprime le manifestazioni di protesta dei curdi in esilio, nega il diritto di asilo ed espelle i rifugiati verso le galere turche o iraniane. Accade in Serbia, in Francia, in Germania, in Olanda e persino in Svizzera. È questa l’Europa delle libertà?

Il Governo ritiri subito i decreti che impediscono lo sbarco dei naufraghi nei nostri porti

I decreti ministeriali che consentono lo sbarco solo ad alcuni dei naufraghi salvati da navi delle ONG e respingono gli altri fuori dalle acque territoriali nazionali sono manifestamente illegittimi. È, dunque, necessario che il Governo li ritiri subito e consenta lo sbarco a tutti i naufraghi costretti a rimanere sulle navi di soccorso.

L’alternativa della pace: rendiamola possibile!

Esigiamo la pace! È ora – il 5 novembre a Roma – di far sentire, forte, la voce del movimento pacifista. La pace non è una resa. La resa è pensare che non vi sia alternativa all’escalation, al combattimento. Chiedere con una grande manifestazione il cessate il fuoco e una conferenza internazionale di pace è il primo passo. Un passo per la pace, un passo per invertire la rotta e per andare verso un altro futuro.

Lula ha vinto!

Lula ha vinto! Nonostante una mobilitazione senza precedenti dei poteri forti brasiliani in favore di Boslonaro. La vittoria è stata di misura, il paese è spaccato e la destra è forte in parlamento e nelle istituzioni federali. Ma Lula ha vinto ed è una vittoria della democrazia e dell’uguaglianza. In Brasile non hanno dimenticato che non bisogna mai rinunciare alla lotta.

“Essere donna” o “essere parte” di una storia di emancipazione?

Le grida inneggianti ai soffitti di cristallo infranti lasciano allibiti. Il punto non è essere donna (Giorgia Meloni, presidente del Consiglio) né avere avi immigrati (Rishi Sunak, primo ministro inglese): è essere parte, ed “essere dalla parte”, di una storia di dominio o di una storia di emancipazione. E quello di Giorgia Meloni è il racconto di un successo personale, non di una storia di liberazione collettiva delle donne.

Io non sono Giorgia: donne, linguaggio, potere

L’Italia ha “finalmente” un presidente del Consiglio donna. Peccato che il dato biologico non corrisponda a quello politico. Meloni stessa ha sgombrato il campo dagli equivoci, quando ha postato un video in cui, ammiccando, esibiva due meloni. Il gesto non è solo la riprova di quanto la volgarità paghi nella politica italiana ma segnala anche l’adesione al peggior modello machista.

La “marcia su Roma” nei giornali di 100 anni fa

Cos’è stata, esattamente, la “marcia su Roma”? Il suo ruolo è storicamente appurato in modo definitivo. Ma poco noti sono i passaggi, anche minuti, con cui l’evento è stato costruito tra il 24 e il 31 ottobre 1922. Un prezioso aiuto a colmare la lacuna viene dal podcast di Andrea Fabozzi “1922. Italia anno zero. La Marcia su Roma nei giornali di cento anni fa”. Un’occasione per dare un senso al centenario.

Il Governo della destra e i conti aperti con il neofascismo e lo stragismo

Non basta, onorevole Meloni, la condanna formale del fascismo storico. Il Paese ha bisogno di verità e di presa di distanza dalle stragi del neofascismo che hanno insanguinato il Paese anche in epoca repubblicana. Rimuoverle, come Lei sta facendo, con le parole e con i fatti, significa condannare il Paese a uno stato di democrazia incompiuta, sempre esposta al pericolo di rivivere quel passato.