Il fascismo, le leggi razziali, la scuola

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Sono passati 80 anni dal 5 settembre 1938. È una data che nulla ricorda ad alcuno di noi; eppure è il giorno in cui è iniziato il periodo più infame della storia italiana, quello della discriminazione razziale che, durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana, divenne vera e propria persecuzione.

Il primo provvedimento della legislazione antiebraica fu infatti il regio decreto legge 5 settembre 1938 n. 1390 contenente «provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista». Nei mesi precedenti, peraltro, si era già verificata un’inattesa accelerazione di questo processo con la pubblicazione del “manifesto della razza”, redatto il 14 luglio da 10 sedicenti scienziati, e con il censimento della popolazione ebraica del 22 agosto (!).

Con il regio decreto legge del 5 settembre fu disposto: che fossero esclusi dall’insegnamento presso tutte le scuole statali o parastatali – e da quelle private ai cui studi era riconosciuto effetto legale – tutte le persone di razza ebraica (art. 1); che ad alcuna scuola ai cui titoli era riconosciuto effetto legale potessero essere iscritti alunni di razza ebraica (art. 2); che fossero sospesi dalla funzione gli insegnanti ebrei (art. 3); la cessazione dell’appartenenza degli ebrei ad accademie e istituti analoghi (art. 4). La sola deroga prevista fu la possibilità di proseguire gli studi universitari per gli ebrei già iscritti a istituti di istruzione superiore (art. 5).

Successivamente fu previsto che, nelle scuole elementari pubbliche, potessero essere istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni per i fanciulli di razza ebraica nelle località in cui il numero non fosse inferiore a dieci (art. 5 comma 1); le comunità ebraiche potevano essere autorizzate ad aprire scuole elementari con effetti legali per i fanciulli di razza ebraica e di istituire scuole di istruzione media, alle quali poteva essere concesso il valore legale degli studi e degli esami. In queste scuole era previsto (art. 5 comma 3) che gli insegnanti potessero essere di razza ebraica.

È da sottolineare che il provvedimento del 5 settembre non riguardava soltanto gli insegnanti presso le scuole pubbliche o gli alunni e studenti di tali scuole bensì anche le scuole private (“non governative”) ai cui studi era riconosciuto effetto legale. Inoltre il provvedimento legislativo si riferiva anche ai direttori delle scuole e al “personale di vigilanza” delle scuole elementari. Era anche previsto che nelle scuole di istruzione media fosse vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica (e nel caso di più autori bastava che uno fosse ebreo perché valesse il divieto). È stato calcolato che dalle scuole secondarie furono espulsi circa 1000 studenti e dalle elementari 4000.

Pesantissimo fu anche l’intervento di epurazione nell’università accompagnato dall’eliminazione dei libri di testo scritti dagli autori epurati o alla cui compilazione questi autori avevano comunque partecipato. Dalle ricerche effettuate si calcola che siano stati espulsi dall’università 108 professori ordinari (dei quali 41 si dichiararono non praticanti) che, secondo altre ricerche, si riducono a 99. Aggiungendo ai professori ordinari i liberi docenti e gli assistenti si perviene a un numero complessivo di docenti ebrei estromessi dall’università sicuramente superiore a 400. Ad essi va aggiunto il numero, mai esattamente determinato, del personale non insegnante.

Desolante è l’esame delle reazioni dei colleghi dei professori epurati; numerose furono le adesioni entusiaste alle leggi razziali di alcuni (parte dei quali beneficiò ovviamente dell’esclusione dalle cattedre degli epurati) ma la maggior parte furono costituite da espressioni di stima ambigue e ipocrite che si limitavano ad augurare agli epurati un futuro migliore…

Visto che espressioni di dissenso potevano avere gravi conseguenze sulle carriere future e sugli incarichi ricoperti o da ricoprire, la reazione prevalente fu, peraltro, quella del silenzio. Ma vi furono anche isolate manifestazioni di dissenso: ricordo in particolare quelle di Luigi Russo (che rifiutò la cattedra già di Attilio Momigliano, epurato, per “la repugnanza della cosa”) e di Gaetano De Sanctis (cattolico praticante – che già nel 1931 aveva perso la cattedra per aver rifiutato il giuramento al regime – il quale rifiutò di dichiararsi cattolico per evitare il perpetuarsi di un’ingiustizia e fu quindi radiato da una serie di istituti culturali dei quali aveva continuato a far parte).


Vittime, folle e potere

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I funerali delle vittime di Genova

Funerali di Stato a Genova per le vittime del ponte Morandi. Il Presidente della Repubblica è stato acclamato ma quando sono entrati nei padiglioni della Fiera i viceministri Salvini e Di Maio c’è stata addirittura un’ovazione. È stata una presenza organizzata? Forse, in parte, perché il povero segretario del PD, al contrario, gironzolava sperduto mentre alcuni lo contestavano.
Per il resto credo che si sia trattato di un abbraccio autentico che risponde alle nette prese di posizione del governo contro i “padroni” delle autostrade che si sono arricchiti e che avrebbero arricchito i governanti precedenti sulla pelle di decine di vittime, morte per mancata manutenzione e mancati controlli.
Anche se la strada della revoca della concessione invocata per “giusta causa” – come ha detto il Ministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali – appare impervia, non c’è dubbio che quella prospettiva ha dato corpo giuridico alle richieste e alle promesse di “farla pagare” ai sicuri responsabili.
Ogni tragedia reclama profondi risentimenti nei piccoli come nei grandi eventi: desiderio di vendetta e di giustizia, necessità di esprimere l’inconsolabile dolore per la perdita subita, bisogno di evacuare i più reconditi sensi di colpa per non aver impedito la morte.
I funerali rappresentano il momento ideale per manifestare il turbinio di tutti questi, a volte contraddittori, sentimenti. Nonostante il ricorso allo scenario religioso, non è più il solo sacerdote a interpretarli come accade ormai nei lutti domestici o nelle cerimonie spettacolari. I parenti, gli amici, i colleghi e a volte le stesse autorità civili si presentano per rendere omaggio e per riportare il rito, uguale per tutti, alla irripetibile concretezza della singola, specifica vita andata perduta.

La folla

Nelle grandi tragedie, come quella di Genova, c’è un fattore aggiuntivo che svolge un ruolo simbolico, sintomatico della percezione collettiva dei fatti. Mi riferisco alla folla, alla massa che si sente, finalmente, autorizzata a esprimere pubblicamente i propri risentimenti covati nelle molteplici esperienze di vittimizzazione come cittadini, utenti, abitanti in un territorio che non è più sentito come sicuro.
Mai come a Genova, che io ricordi, la folla ha tenuto in modo così plateale a manifestare, con accorato slancio, tutta la sua approvazione verso i nuovi governanti in occasione di un funerale per una tragedia collettiva.
Ma il consenso ottenuto da Salvini e Di Maio va decisamente oltre il dissenso verso i “democratici” per le responsabilità che portano nel governo del territorio genovese. D’altra parte lo stesso Salvini rappresenta un movimento politico che negli ultimi decenni è stato tutt’altro che estraneo a decisioni politiche e operative sull’assetto ambientale, urbanistico e infrastrutturale dell’Italia, della Liguria e di Genova stessa. Come si spiega, allora, questo tributo reso ai viceministri?

Lo straniero

Fin dal suo insediamento il nuovo governo – ben orchestrato da specialisti della comunicazione – ha lanciato alcuni messaggi inequivocabili alla popolazione italiana.
Se si escludono alcune stravaganze su famiglia e genitorialità, il presidente del Consiglio, giurista quotato, si è presentato non certo come garante dei diritti umani ma come “avvocato degli italiani”.
Si tratta di un messaggio nitido e rassicurante espresso con toni anche rozzi, capaci di legittimare una rottura con i sentimenti più nobili che una civiltà possa raggiungere: la solidarietà, l’accoglienza dello straniero, la cura verso i più vulnerabili.
Il messaggio ha pienamente raggiunto lo scopo di tranquillizzare la precaria identità di molti italiani, di giustificare le loro paure e di concentrarle – anche attraverso modalità criminali – sul capro espiatorio più facile da scegliere come insegna la storia dell’umanità: lo straniero. A nulla vale la reazione del mondo cristiano che ha richiamato il primo dei patti biblici («Ricordati che sei stato schiavo nel Paese d’Egitto» Deut. 5, 11) per non dimenticare il passato non troppo lontano della lunga e tumultuosa emigrazione italiana.
Ma, soprattutto, il messaggio ha pienamente centrato l’obiettivo di capovolgere l’ordine delle cose: costruendo il migrante come nemico a causa dei mali italiani, gli italiani sono diventati, improvvisamente, vittime per il solo fatto di essere cittadini e abitanti del “nostro” Paese. Le vere vittime, quelle reali, sono scomparse, invisibili, tra i flutti del Mediterraneo o spappolate sotto la carrozzeria accartocciata di un furgone bulgaro dopo la raccolta dei pomodori.
Corollario di questo rovesciamento valoriale, simbolico e reale al tempo stesso, è stata la richiesta di abrogare l’illiceità dell’odio razziale per degradare questo sentimento disumano a mera opinione, paragonabile a qualsiasi espressione di una passione sportiva.
Le vittime dell’umanità sono così diventate odiosi assedianti, invasori che legittimamente si possono odiare.

Masse e potere

L’altro messaggio, meno urlato perché più complesso, ha fatto leva su un sentimento diffuso in tutto il mondo, ma quasi fisiologico alla natura italiana, la cui identità nazionale rimane acerba, contraddittoria, in fondo infantile. Si tratta del rapporto che autori agli antipodi come Elias Canetti e Pietro Ingrao hanno affrontato sotto lo stesso titolo: massa e potere. Per la precisione Ingrao aveva declinato il primo sostantivo al plurale proprio per entrare nel vivo di una dialettica storica tutta italiana, mentre ben altri fini sistematici aveva il premio nobel per la letteratura.
Questo secondo messaggio ispirato soprattutto dal Movimento 5 Stelle addita nelle classi dirigenti precedenti del nostro Paese una responsabilità storica costruita sui privilegi della politica, sulla disposizione alla corruzione, sulla disponibilità a mantenere legami con poteri occulti e illeciti. Non è una novità: il terremoto istituzionale e partitico del 1992 aveva uno schema del tutto identico e, anche in quel caso, non venne premiata la sinistra ma un movimento finanziato da uno spettacolare imprenditore.
Anche Renzi aveva giocato la carta della “rottamazione” della vecchia élite politica: ma si era trattato, soprattutto, di una battaglia interna al centrosinistra, poi all’origine di un vero e proprio dissanguamento.
Il movimentismo – in realtà molto apparente – della componente elettoralmente più forte di questo governo seduce tanto a destra quanto a sinistra perché fa leva, ancora una volta, sul sentimento diffuso tra gli italiani di essere vittime di una classe dirigente distante, autoreferenziale, nella versione dei “democratici” addirittura saccente e arrogante, di essere vittime di un sistema paese nel quale è scesa l’incomunicabilità totale tra cittadini e istituzioni. Gli atti di insediamento dei ministri del Movimento 5 Stelle – in particolare del ministro di Di Maio e del ministro Bonafede – sono stati estremamente significativi di un nuovo indirizzo tra il politico e l’amministrato, a partire dai dipendenti dei rispettivi dicasteri.
«Sono uno di voi – questo è il messaggio – mi potete incontrare dove volete e quando volete. Non sarete più vittime dell’anonimato, dell’indifferenza se non dei mille piccoli e grandi soprusi che hanno costellato il vostro lavoro: è giunta l’ora del riconoscimento della vostra dignità». Ovviamente anche questo messaggio è dotato di una notevole carica falsificante. Non c’è infatti nulla né nel contratto di governo né nei programmi elettorali e, tantomeno, nei primi atti normativi che garantisca il benché minimo cambiamento nei rapporti tra amministrati e amministratori. Per ora c’è stata la corsa agli avvicendamenti nelle poltrone più importanti.
Le idee sulla democrazia diretta sono pura demagogia proposta in forma di slogan per favorire il meccanismo identificativo: «Sono uno di voi, vittima come voi».

Due messaggi, un identico programma

Questi dunque i due messaggi vincenti: noi italiani siamo vittime di un assedio incombente in danno di una terra che non ha risorse sufficienti neppure per noi; noi italiani siamo vittime di élite politiche che hanno operato solo per il loro tornaconto.
Le due componenti si sono assegnate con precisa delimitazione di competenze i due ruoli e i due messaggi: l’una ha aizzato la folla contro lo straniero, l’altra l’ha invitata a un banchetto al quale finora non era stata invitata. Non sono ruoli intercambiabili per ovvie ragioni: l’una perderebbe troppi voti nella lotta allo straniero; l’altra non è credibile nel messaggio del ribaltamento, per le responsabilità di governo che ha avuto a lungo nel passato.
Ma entrambi convergono nel proporre uno schema vittimario e una perfetta identificazione con la massa nell’aderire a quello schema.
Nello schema vittimario – che si parli di migranti, di ponti che crollano, di un polo siderurgico devastato dal dilemma tra disastro ambientale e occupazionale – non hanno molta importanza le cause, l’accertamento dei fattori che determinano i flussi migratori o l’usura delle infrastrutture, l’analisi dei costi e dei benefici sottesi a ogni scelta politica o economica. L’importante nella scelta vittimaria, sempre animata da un’ansia persecutoria, è l’individuazione dei responsabili a qualunque costo e nel più breve tempo possibile per pacificare il senso d’impotenza che connota ogni vittimismo.

Il vittimismo

L’individuazione del responsabile a prescindere da ogni attenta valutazione dei fatti consente alla vittima di fondare il proprio risentimento.
Da tempo questo meccanismo è utilizzato in modo sempre più spettacolare quanto infantile dai “nuovi governanti”: ma è certo che la nuova classe dirigente italiana appena insediata sta superando tutte le precedenti nell’uso spregiudicato di questa risorsa.
Daniele Giglioli ha colto perfettamente questa deriva vittimaria del potente quando ci spiega come «ai suoi gregari, il leader che si atteggia a vittima propone un implicito e a volte esplicito patto affettivo, un’identificazione attraverso la leva potente del risentimento. È la chiave di qualunque populismo».
Le due componenti governative italiane sono profondamente diverse tra loro per interessi che curano, per ceti sociali che rappresentano, per le aree territoriali nelle quali hanno ottenuto consenso. Queste profonde diversità trovano però un punto d’incontro nella trasformazione – potrei dire trasfigurazione – delle differenti istanze che promanano dalla cittadinanza attraverso la loro accettazione della proposta elettorale offerta dai nuovi potenti: le loro legittime richieste (di occupazione, di sicurezza, di benessere), in realtà, non sarebbero soddisfatte – questo è il meccanismo – “per colpa di qualcuno” di cui essi non sono altro che vittime.
È così che questo “qualcuno” – lo straniero, i precedenti governi, i notabili della UE – diventa il nemico che accomuna distinte categorie di interessi. «Nel populismo – dice ancora Giglioli – non c’è amore [in politica forse basta qualcosa di meno, convergenza d’interessi, aggiungo io] senza nemico, e nessuno individua un nemico senza sentirsene vittima reale e potenziale».
Quando i politici si atteggiano a vittime e, per questa via, cercano l’identificazione vittimaria con gli elettori di cui chiedono il consenso cadono, invariabilmente, negli ingranaggi di un meccanismo, potremmo definirlo così, fusionale.

In nome delle vittime

Poiché il potente s’identifica con le vittime, reali, presunte o immaginarie che siano, parla in loro nome e non si perita di interpellarle.
A distanza di qualche giorno dal crollo del ponte Morandi, la società concessionaria ha dato la propria disponibilità a stanziare una cifra non indifferente per il risarcimento delle persone danneggiate. Uno dei due viceministri ha respinto sdegnosamente l’offerta definendola “un’elemosina”. Nello schema vittimario del potente non è prevista un’interlocuzione con le vittime reali. Le vittime reali non hanno parola perché ormai sono perfettamente rappresentate da chi ne cura gli interessi. Il populismo vive di questa falsificazione di ruoli e delle realtà. Fin quando si scoprirà che il potente ha sempre avuto profonde interessenze con il nemico. Con quello reale non con quello “costruito” a suo vantaggio.

Vittime e oppressi

Lo schema vittimario ha completamente scalzato lo schema dell’oppressione. Entrambi operano in ragione di un nemico che si contrappone alle sorti della vittima e dell’oppresso. Tutta la storia del movimento operaio e della sinistra storica è stata connotata dalla ribellione nei confronti del nemico, sia esso il capitale, il padrone, lo Stato fascista e, purtroppo non infrequentemente è stato individuato, al proprio interno, tra “i compagni che sbagliavano”. Nella prospettiva dell’oppressione il nemico, però, è ben definito; nella prospettiva vittimaria il nemico è generico, volatile, mutabile.

Il perseguitato

Da ultimo, nelle parole del capo della Lega ha, però, preso corpo il simbolo per antonomasia del vittimismo del potente: quello del perseguitato. Nel braccio di ferro che si è consumato sullo sfondo del pattugliatore Diciotti attraccato al porto di Catania, il destino di 177 eritrei in fuga da una delle peggiori dittature del mondo si è rovesciato in quello del Ministro degli Interni accusato di averli sequestrati. Non aspettava altro – dicono – di ricoprire i panni della vittima perseguitata. Non aspettava altro – ha detto testualmente l’interessato – perché «ogni denuncia è una medaglia al valore». D’altra parte, mentre i veri perseguitati in una dittatura sono potenzialmente tutte le voci non allineate (secondo il regime), in una democrazia liberale come la nostra il potente si definisce come perseguitato solo quando infrange la legge (da Berlusconi in poi) e il nemico è sempre e soltanto la magistratura. Per essere precisi il persecutore è sempre il singolo accusatore, definito di sinistra anche quando le sue convinzioni sono diametralmente opposte: il magistrato persecutore, in quanto tale, si differenzia dalla maggioranza dei colleghi definiti bravi e onesti lavoratori solo perché non sono coinvolti nell’affare.
La posizione del potente perseguitato fa leva, ancora una volta, su sentimenti profondi. Al buonismo verso gli eritrei in fuga si contrappone la richiesta di compassione per il capo ferito in battaglia, nella giusta battaglia contro l’orda straniera.

La vittima: l’eroe moderno

Una psicanalista e un avvocato di rango, qualche anno fa, hanno scritto un libro in terra francese, “Le temps des victimes”: vi si dice a chiare lettere che la vittima, tanto più se potente e affermata, è il nuovo “eroe moderno”. All’eroe tradizionale che s’impone per abilità, forza, intelligenza, astuzia e bontà d’animo (secondo uno schema che regge ancora in certa cinematografia) si contrappone l’eroe che porta le stigmate dell’ingiustizia. Il terreno della persecuzione giudiziaria si presenta, però, inevitabilmente impervio perché la giurisdizione (altro discorso sono le carriere dei magistrati) in una democrazia liberale non è asservita al potere. È divisiva per definizione, dà torto all’uno e ragione all’altro secondo diritto, non è unificante. Pronuncia sentenze in nome del popolo tutto per esprimere, in realtà, non tanto la sua volontà quanto quella della legge quale unico potere cui si sottopone.

Vittime e diritti

È possibile rompere e superare questo perverso schema vittimario?
Credo che sarebbe un errore confondere lo schema vittimario e il vittimismo di cui è figlio dal ruolo che le “vittime” hanno conquistato nella nostra società. L’importanza ottenuta dalle vittime è, infatti, una filiazione della società dei diritti e della loro espansione. Certamente il termine “vittima” ha riguardo alla dimensione penalistica della vita associata: si è vittima, innanzitutto, perché è stato commesso un crimine. Eppure è proprio la Direttiva europea del 2012 a mettere in stretta correlazione vittime e diritti. Il reato non è solo un torto alla società – è scritto – ma soprattutto una violazione dei diritti delle vittime. In un mondo dove ogni aspetto della nostra vita, anche quelli più superflui e intimi, è scandito dal diritto a da correlativi obblighi la posizione della vittima emerge anche quando non sono in gioco dei crimini. Per questo la vittima ha scalzato l’oppresso. L’oppresso ha scritto la storia della conquista dei diritti, la vittima – nella società dell’incertezza e della crisi delle identità – sta scrivendo la storia della paura di perderli.

La paura di perdere diritti

Occorre però evitare che la paura della perdita di diritti – qualunque essi siano – attraverso il vittimismo alteri la gerarchia dei valori e dei beni da proteggere. Occorre cioè evitare – come sta accadendo – che la paura della perdita dei diritti giustifichi la prevalenza degli interessi più forti in danno di quelli più deboli: la proprietà del più forte contro la vita del più debole; il benessere conquistato contro il malessere del disgraziato; l’appartenenza territoriale contro il bisogno di rifugio.
Abbiamo bisogno di un concetto che non stigmatizzi la paura, reale, di perdere i diritti, anche se espressa da ceti e gruppi privilegiati rispetto ad altri, ma che – al tempo stesso – sappia conservare una corretta gerarchia di valori e di beni da proteggere in nome di princìpi comuni all’umanità.
Trovo estremamente interessante il concetto di vulnerabilità che si sta diffondendo in tutte le aree del sapere e delle attività umane.

La parola alla vulnerabilità

Il concetto di vulnerabilità è stato estremamente utile per individuare, sulla base di valutazioni concernenti l’esposizione a rischio e la capacità di farvi fronte, quei gruppi vulnerabili che presentano una più elevata probabilità di subire un danno. Si tratta di una nozione che ha avuto e ha successo, tra le diverse discipline e attività umane, in medicina, in psicologia, in geologia e, non da ultimo, in informatica. Applicata ai rischi di essere offesi dall’azione volontaria o involontaria di persone fisiche o di enti, o, addirittura da politiche economiche o sociali, questa nozione presenta, a sua volta, rischi di “stereotipizzazione e di stigmatizzazione” con riflessi negativi sulle capacità e sull’autonomia personale delle componenti umane di quei gruppi. Con parole semplici: riservare una tutela specifica e distinta alle donne, ai minori, agli anziani, ai rifugiati – per fare alcuni esempi – per quanto garantisca alle vittime delle salvaguardie prioritarie per il solo fatto di appartenere a una categoria considerata vulnerabile, conferma – d’altro lato – la condizione “minorata”, deficitaria e dipendente del tutelato.
Il difetto principale di una concezione parcellizzata ed etichettante della vulnerabilità sta, però, nel presupporre che tutti gli esseri siano – astrattamente – uguali, pienamente capaci di agire in autonomia, salvo, appunto, alcune categorie che, a causa della loro ontologica vulnerabilità, necessitano di particolari protezioni. L’intensità e l’efficacia della protezione dipende però dalle risorse reali che i sistemi sociali ed economici – fondati sul libero mercato – riescono a mettere a disposizione a favore degli svantaggiati. Sullo sfondo dell’uguaglianza formale e della piena autonomia e capacità degli individui le categorie vulnerabili, in realtà, rischiano di ricevere poco più di un’elemosina. Quando il Ministro degli Interni afferma che l’Italia ha accolto 700.000 migranti (“erranti” li definisce Etienne Balibar) dice esattamente questo: è esclusa qualsiasi valutazione della vulnerabilità, sia pure nel rispetto dei diritti fondamentali, perché il benessere raggiunto nel nostro territorio, pur con tutte le disuguaglianze che lo caratterizzano, non ammette che sia elargita ai più vulnerabili in assoluto neppure l’elemosina.

Uno Stato responsabile

In realtà da più parti è in corso un tentativo di dare agli stessi diritti umani un fondamento rivolto più al soggetto “di carne” – per usare un’espressione di Stefano Rodotà – che al soggetto di diritto. In questa prospettiva il denominatore comune a tutta l’umanità non sarebbe tanto la titolarità di diritti ma l’esperienza della sua vulnerabilità. La cura della vulnerabilità o il momento della vulnerabilità non sarebbero più l’oggetto di un intervento d’eccezione rispetto alla regola della piena autonomia e capacità ma il paradigma su cui costruire uno Stato “responsabile” come lo definisce Martha Albertson Fineman. La vulnerabilità definirebbe la condizione umana universale da cui prendere le mosse non solo nell’organizzare la cura in generale delle persone ma anche per stabilire i bisogni in concreto da soddisfare per gli individui. La vulnerabilità perderebbe i suoi risvolti stigmatizzanti a favore di un approccio – anche in materia di offese criminali – fondato sull’analisi concreta e individuale delle esigenze delle vittime.
Ciò non significa negare che vi siano persone per età, condizione, sesso, religione, provenienza territoriale maggiormente esposte a rischio di altre: al contrario, questa prospettiva garantisce, attraverso la valutazione individualizzata delle persone o quella specifica delle situazioni, la massima attenzione alla vulnerabilità in concreto come alla capacità e all’autonomia in concreto dei vulnerabili.
Lo schema della vulnerabilità potrebbe fondare al meglio il principio di uguaglianza sostanziale come base per la ricostruzione di uno stato sociale “responsabile” anziché riservare agli “avanzi” del libero mercato la soddisfazione dei bisogni essenziali degli ultimi.
La stessa funzione sociale dell’iniziativa economica privata oltre che gli investimenti pubblici non dovrebbero prescindere dalla gerarchia dei valori della vulnerabilità, non solo a garanzia della sopravvivenza degli inoccupati o degli inabili (il reddito di cittadinanza) ma soprattutto a fondamento di politiche premiali della capacità e dell’autonomia delle persone fin dal primo ingresso nella vita attiva.


San Giuseppe dei Falegnami e la pelle di Roma

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È terribilmente rivelatrice la delusione dei cronisti, in queste ore. «Ma quali capolavori sono stati distrutti?», «A quanti milioni di euro ammonta il danno, possibile non lo si possa quantificare?». Ebbene, la perdita di San Giuseppe dei Falegnami non si misura con i nomi degli artisti da “grande mostra”, né con quotazioni da asta internazionale. E l’unica risposta possibile è una domanda: quanto riteniamo importante, quanto valutiamo l’integrità del nostro corpo, anzi del nostro volto?

Quella piccola chiesa piantata nel cuore stesso di una storia millenaria non era solo la redditizia location per l’industria dei matrimoni “religiosi”: no, era anche una cellula del nostro volto collettivo. Un brandello del tessuto, unico al mondo, che chiamiamo Italia. Un lembo di pelle e di carne che oggi è distrutto.
Fu la fede semplice dei falegnami di Roma a volerla, e a volerla di legno: con grandi sacrifici la fecero bella, ricca, sonante d’organi preziosi e adorna dei dipinti degli artisti più bravi e famosi a cui potevano arrivare. Non un occhio, non il naso o la bocca del volto di Roma: ma un suo piccolo lembo di pelle. Unico, e ora per sempre perduto, nonostante i restauri.

Di chi, allora, la colpa?

Colpa di un consumo culturale culturalmente insostenibile, tutto ingabbiato nell’industria delle mostre consacrate alla top ten degli artisti noti anche ai politici.
Colpa di decine di governi che hanno tagliato sul patrimonio culturale e sulla sua manutenzione, condannando generazioni di storici dell’arte e restauratori all’esilio o alla rassegnazione, e condannando così a morte il tessuto storico e artistico dell’Italia.
Colpa delle riforme di Dario Franceschini, che obbedendo all’odio di Renzi per le soprintendenze, ha puntato tutto sulla valorizzazione selvaggia e ha fatto a pezzi quel che rimaneva della tutela.
Colpa di un giornalismo servile e ignorante, sordo a ogni denuncia dal basso e capace solo di lodare il potente di turno per poi correre a stupirsi che l’Italia crolla: dai ponti alle chiese.

Nel cratere del terremoto i frammenti di affreschi stanno ancora sotto il sole e la neve, a Napoli decine e decine di chiese sono chiuse, saccheggiate sul punto di rovinare, a Santa Croce a Firenze un turista è morto per il distacco di un frammento, a Roma ora solo per un miracolo del santo falegname si è evitata la strage.
Basterà tutto questo ad aprirci gli occhi, o al prossimo crollo saremo sempre fermi qua?


I migranti e l’eclisse del diritto

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Non sono tra i pasdaran dell’interventismo giudiziario e, anzi, diffido di chi pensa che le grandi questioni politiche e sociali si risolvano nelle aule dei tribunali. Ciò vale anche per le migrazioni. Non spetta ai giudici definire contenuti, modi e forme delle politiche in tale settore e del governo delle migrazioni. Esistono, peraltro, delle regole che la comunità internazionale e i singoli Stati si sono date che fissano la cornice entro cui si dispiegano le scelte politiche. E quelle regole valgono per tutti, compresi i governanti. È questo il senso del diritto, da che le grandi convenzioni internazionali e il costituzionalismo del secondo dopoguerra hanno cercato di affrancarlo dal ruolo di puro strumento di tutela dei più forti e di trasformarlo in veicolo di garanzia per tutti. Ed è questo il senso dello Stato di diritto, della divisione dei poteri, dell’indipendenza delle giurisdizioni.

Questo delicato equilibrio sta venendo meno nel disinteresse e nel silenzio dei più.

C’è nel Mediterraneo, al largo di Lampedusa, una nave della guardia costiera italiana con a bordo 177 migranti raccolti in mare, tra cui bambini e donne in precarie condizioni di salute, ferma da giorni in attesa di essere autorizzata ad attraccare in qualche porto italiano o maltese (in un’odissea che ricorda in modo sinistro la vicenda della Saint Louis e del suo carico di oltre 900 ebrei in fuga dalla Germania nazista cui fu impedito, nel 1939, l’attracco a Cuba e negli Stati Uniti). E c’è un ministro degli interni italiano, nel silenzio complice del presidente del Consiglio, che minaccia, in mancanza di una disponibilità europea a collocare i migranti, di rimandarli in Libia. Forse si troverà, a breve, una soluzione. Me lo auguro. Ma, in ogni caso, resta la “sospensione del diritto” per più giorni. E non è la prima volta: né del “blocco” di una nave né del riaccompagnamento dei migranti in Libia, come denunciato anche in un recente esposto alla Procura della Repubblica di Napoli.

Le violazioni del diritto internazionale e interno sono molteplici ed evidenti e a poco rileva, sotto questo profilo, la diversa ricostruzione della vicenda delle autorità maltesi e di quelle italiane. Secondo queste ultime i migranti sono stati raccolti in mare perché a rischio di naufragio, mentre secondo le prime non si è trattato di soccorso e i migranti sono stati intercettati e presi a bordo per evitare che arrivassero a Lampedusa con la loro imbarcazione.

In entrambi i casi le norme del diritto internazionale e di quello interno sono esplicite.

Il diritto del mare prevede l’obbligo di salvare chi si trova a rischio della vita e la Convenzione di Amburgo del 1979 prescrive che i salvataggi vengano effettuati «nel modo più efficace possibile» accompagnando i naufraghi in un «porto sicuro», cioè nel porto più vicino (punto 3.1.9): cosa del tutto diversa dal trattenerli e farli vagare in mare, in condizioni fisiche e psichiche precarie, per giorni e giorni e nella più totale incertezza delle prospettive. Per non dire della minaccia di riaccompagnare i migranti in Libia, cosa che precluderebbe loro la possibilità di richiedere il riconoscimento del diritto di asilo o dello status di rifugiato, previsti dalla Convenzione europea dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e violerebbe il divieto di espulsioni collettive di cui all’art. 4 Protocollo n. 4 CEDU (pratica per cui l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sin dal 2012). Tale quadro è confermato e aggravato dalle norme di diritto interno, applicabili in ogni caso dal momento in cui i migranti si trovano a bordo di una nave battente bandiera italiana. L’articolo 10, comma 4, del Testo unico sull’immigrazione del 25 luglio 1998 (come risultante dalle successive integrazioni e modifiche) vieta il respingimento di chi intende chiedere asilo e il successivo articolo 19, comma 1 bis, pone analogo divieto per i minori non accompagnati e per le donne in stato di gravidanza o subito dopo il parto. Non solo, ma una norma generale del codice penale, l’articolo 593, comma 2, prevede come omissione di soccorso, tra l’altro, il comportamento di chi «omette di prestare l’assistenza occorrente a una persona ferita o altrimenti in pericolo» (e ciò anche a prescindere dai ben più gravi reati che potrebbero essere integrati dalla consegna dei migranti a organi o istituzioni che pratichino la tortura o attentino alla loro incolumità).

Non diversa – e, se possibile, ancora più censurabile – la situazione, ove l’imbarco fosse avvenuto non già a fini di evitare un naufragio ma per impedire il raggiungimento diretto dell’Italia da parte dei migranti. In questo caso, infatti, potrebbero aggiungersi i reati previsti dagli articoli 605 (sequestro di persona) e/o 610 (violenza privata) del codice penale, determinati dalla avvenuta costrizione dei migranti, senza titolo giuridico legittimo, ad abbandonare la loro imbarcazione e a salire e trattenersi sulla nave italiana.  

Il numero e la gravità delle violazioni non lasciano dubbi sul carattere discriminatorio e razzista delle scelte del ministro dell’interno e del Governo nella sua interezza. Non è una sorpresa, e non lo è neppure il balbettio dell’opposizione parlamentare, che a politiche analoghe ha dato corso in passato, delegando il controllo dei flussi migratori alle autorità libiche, debitamente equipaggiate e finanziate, nonostante le documentate violazioni dei diritti umani dalle stesse praticate.

Ciò che sorprende e preoccupa è il silenzio delle autorità e delle articolazioni sociali cui spetta, in diversa misura, il compito di far rispettare le regole fondamentali del diritto (o di richiamare alla necessità di tale rispetto). Tace la cultura giuridica, cui competerebbe ricordare alla politica il ruolo del diritto. Ma tacciono soprattutto le istituzioni di garanzia. Tace il presidente della Repubblica, garante di una Costituzione il cui articolo 2 «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo» e il cui articolo 10, comma 3, prevede che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Tacciono, e latitano, le Procure della Repubblica potenzialmente interessate, che mostrano una prudenza singolarmente contrastante con la sollecitudine usata nel criminalizzare le ONG impegnate a salvare i naufraghi (nei cui confronti sono state avviate indagini ed emessi provvedimenti cautelari rivelatisi in gran parte infondati e smentiti una volta arrivati al vaglio dei giudici). Fino a quando?

Così – è bene ricordarlo – muore lo Stato di diritto.


Dimmi come parli

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«I fatti degli ultimi giorni rendono sempre più chiaro come il razzismo sia diventato l’arma ideologica dei globalisti e dei suoi schiavi (alcuni giornalisti e commentatori mainstream, certi partiti) per puntare il dito contro il popolo italiano […]. Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano».

Dopo aver letto questo demenziale messaggio esternato su Facebook dal Ministro per la famiglia, Lorenzo Fontana, mi è venuto in mente quell’adagio di antica saggezza che fa: «dimmi come parli e ti dirò chi sei».

Le parole contano, in politica, più dei fatti; ci sono parole usate per sedurre, parole usate per suscitare emozioni, parole per dividere e parole per unire, parole per ingannare e parole per nascondere le verità amare. Le parole del ministro Fontana, proprio per la loro assurdità anche lessicale, ci rivelano molte più cose di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Occorre premettere che la cosiddetta legge Mancino (legge 25 giugno 1993, n. 205, con la quale è stato convertito, con modificazioni, il decreto legge 26 aprile 1993, n. 122, recante misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa) introduce delle misure legislative con le quali sostanzialmente viene data attuazione alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata dall’ONU il 21 dicembre1965 e ratificata in Italia con legge n. 654 del 13 ottobre 1975. La Convenzione trae origine dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e si basa sul presupposto che:

«la discriminazione tra gli esseri umani per motivi fondati sulla razza, il colore o l’origine etnica costituisce un ostacolo alle amichevoli e pacifiche relazioni tra le Nazioni ed è suscettibile di turbare la pace e la sicurezza tra i popoli nonché la consistenza armoniosa degli individui che vivono all’interno di uno stesso Stato».

In base all’art. 4 della Convenzione, gli Stati contraenti condannano tutte le condotte:

«che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale, e si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento a una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo».

Di conseguenza, gli Stati contraenti hanno l’obbligo di:

«a) dichiarare crimini punibili dalla legge, ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza, od incitamento a tali atti […];
b) dichiarare illegali e vietare le organizzazioni, le attività di propaganda organizzate e ogni altro tipo di attività di propaganda che incitino alla discriminazione razziale e che l’incoraggino, nonché a dichiarare reato punibile dalla legge la partecipazione a tali organizzazioni od a tali attività».

La legge Mancino ha dato tardivamente attuazione a tali obblighi, punendo le condotte volte a diffondere l’odio razziale e l’incitamento a compiere atti di discriminazione o di violenza per motivi razziali, etnici o religiosi, nonché mettendo fuori legge le organizzazioni che si prefiggono di realizzare tali condotte e prevedendo un’aggravante specifica per tutti i reati commessi per finalità di discriminazione o di odio razziale.

Chi si ribella alla legge Mancino (la cui abolizione rientra nel programma politico di Forza Nuova) in realtà contesta la Convenzione dell’ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale e il suo fondamento, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, che costituisce una pietra miliare nello sviluppo della civiltà umana.

Fatta questa premessa, è più facile comprendere lo strampalato linguaggio del ministro Fontana. Quando si parla di “globalisti” che svolgerebbero un’attività antinazionale, l’espressione rivela una vera e propria idiosincrasia per il presupposto su cui si fonda l’edificio dei diritti umani: l’universalità. Se si espunge l’universalità, il discorso dei diritti umani si rovescia nel suo contrario; in fondo anche il Ku Klux Klan rivendicava la fratellanza, ma la voleva “bianca”.

Per questo dobbiamo essere grati al ministro Fontana, con la sua provocazione sulla legge Mancino ha aperto uno squarcio su se stesso, lasciandoci intravedere la verità della sua cultura politica.


Schiavi e caporali

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Caporalato, intermediazione di manodopera, lavoro nero

Il caporalato è una intermediazione illecita di manodopera e, insieme, una forma di controllo brutale dell’uomo sull’uomo. Lungi dall’essere un retaggio del passato, esso è tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi quindici-vent’anni, e in maniera ancora più aspra nell’ultimo decennio, seppur con una differenza evidente rispetto al passato novecentesco. Nella stragrande maggioranza dei casi, e in particolare per le raccolte agricole più pesanti e meno qualificate, ai “cafoni” pugliesi, siciliani, lucani, calabresi e campani di un tempo si sono, infatti, sostituiti nuovi braccianti provenienti prevalentemente dall’Africa e dall’Europa dell’Est.

Il nuovo caporalato è per lo più associato alle regioni meridionali e alla raccolta stagionale dei pomodori, delle arance, delle angurie nel Tavoliere, nella Piana di Gioia Tauro, in Lucania o in Salento e proprio in tali aree sono emersi i peggiori casi di sfruttamento e di neo-schiavismo. Ma il fenomeno non riguarda unicamente il Sud Italia. Una marea limacciosa, fatta di violenza, minacce, sotto-salario, contrazione del costo della forza-lavoro, orari massacranti, condizioni igienico-sanitarie innominabili, sta risalendo la penisola. Come “la linea della palma” di Leonardo Sciascia, anche la linea del caporalato s’alza simile all’ago di mercurio di un termometro: «su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…». È già arrivata in Piemonte e in Lombardia.

Secondo dati forniti dalla campagna «Stop caporalato», lanciata nel 2011 dalla Flai-Cgil e dalla Fillea-Cgil, oggi in Italia almeno 60 mila lavoratori vivono in condizioni di assoluto degrado, in alloggi di fortuna e sprovvisti dei minimi requisiti di vivibilità. L’incidenza del lavoro nero sarebbe del 90% nelle regioni del Mezzogiorno, del 50% nelle regioni centrali, del 30% in quelle settentrionali.

Tra passato e presente

C’è una profonda differenza tra i braccianti di oggi e quelli di ieri: quelli di Di Vittorio e di Placido Rizzotto, quelli che hanno lottato per l’imponibile di manodopera, hanno partecipato alle occupazioni delle terre e si sono scontrati contro condizioni di lavoro e di vita inique. Un tempo i “cafoni” condividevano con il caporale il medesimo orizzonte sociale e culturale, la medesima lingua, le medesime contrade. Pur schierati su versanti contrapposti, appartenevano allo stesso paese. Pertanto venivano a stabilirsi con il caporale, e quindi con il proprietario terriero alle sue spalle, dei rapporti di forza codificati, che impedivano – per la loro stessa natura – che il caporalato si trasformasse in aperta schiavitù. I vecchi caporali l’avrebbero ritenuta “sconveniente”. Certo, c’erano la fame, la malaria, la mortalità infantile… La “civiltà contadina” è stata anche questo.

Tuttavia oggi accade qualcosa di profondamente diverso. I braccianti stranieri, soprattutto se stagionali, percepiscono le nostre campagne come una “terra di nessuno” con cui non hanno niente a che spartire: una terra di cui non condividono la lingua e le usanze, non conoscono le leggi scritte e quelle non scritte. Anche quando si insediano nelle borgate e nei casolari intorno ai paesi, non c’è alcuna forma di integrazione con il tessuto urbano e sociale. C’è una distanza siderale: ogni chilometro ne vale cento; ed è proprio questa estraniazione a generare la profonda vulnerabilità che alimenta lo sfruttamento più crudo. Benché non tutto il caporalato sia riconducibile a forme di neo-schiavismo, sempre più spesso esso si manifesta in casi eclatanti di riduzione in schiavitù, in vari gradi di “soggezione continuativa”, secondo la definizione dell’articolo 600 del codice penale per cui «la riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona».

Riproducendosi su larga scala, e per migliaia di lavoratori, tale “soggezione continuativa” diviene elemento strutturale del lavoro agricolo (e, in misura minore, in altri ambiti come l’edilizia). Condiziona le sue regole; produce una gravissima concorrenza sleale per tutte quelle imprese che intendono rimanere nell’ambito della legalità.

Alcune inchieste

Negli ultimi anni ci sono stati articoli, reportage, libri, rapporti, che hanno provato a definire l’universo materiale e psicologico dello sfruttamento, le biografie dei nuovi schiavi, i loro sogni e i loro incubi, la genealogia della violenza subita, le speranze di riscatto (si vedano, ad esempio, i testi citati nella bibliografia). Tuttavia è grazie ad alcune importanti indagini della magistratura che si è potuto ricostruire il funzionamento del caporalato dal suo interno, i rapporti tra i caporali più influenti e i propri sottoposti, le relazioni con gli imprenditori agricoli, gli scambi con la criminalità organizzata. Detto in altre parole: si è fatta un po’ di luce sulla piramide dello sfruttamento a partire dal suo vertice.

In questa sede, vanno ricordate almeno tre inchieste:
a) l’inchiesta “Terra promessa” della Direzione distrettuale antimafia di Bari sui casi di riduzione in schiavitù durante la raccolta del pomodoro nel Tavoliere di Puglia, inchiesta che ha portato a un importante processo, conclusosi nel 2010 con la condanna in via definitiva di un nutrito numero di caporali stranieri;
b) l’inchiesta “Migrantes” coordinata dalla Procura della Repubblica di Palmi, successiva alla rivolta di Rosarno e alla “cacciata” dei braccianti stranieri dal paese;
c) l’inchiesta “Sabr” della Direzione distrettuale antimafia di Lecce originata, tra l’altro, dalle denunce dei braccianti africani che hanno organizzato, nell’agro di Nardò, il primo sciopero dei raccoglitori immigrati contro il caporalato.

Le inchieste ci dicono alcune cose essenziali.

Siamo in presenza di un sistema ramificato su scala interregionale, in grado di movimentare sul territorio nazionale lavoratori che provengono dall’altra parte del Mediterraneo o dalle regioni più povere dei Paesi dell’Est Europa recentemente entrati nell’Unione europea. In alcuni casi – come nel Tavoliere di Puglia – il controllo sui braccianti si estende per 24 ore al giorno, ben oltre l’orario di lavoro, e fin dentro gli alloggi e le bidonville sorvegliate da veri e propri sgherri. Difficile fuggire, quasi impossibile ribellarsi, senza subirne le conseguenze. Nel Tavoliere, come in altre zone, è la cronaca a restituire periodicamente le storie di braccianti uccisi o scomparsi per il solo fatto di essersi ribellati a tali condizioni di vita.

Ciò che stupisce nelle moderne storie di schiavitù è l’intreccio di crimine ed economia. L’attività di queste organizzazioni variamente assortite è orientata all’intermediazione criminale di manodopera globale. Se da una parte ci sono gli “schiavi”, dall’altra ci sono le imprese. Si tratta di organizzazioni fluide: la loro forza non è tanto nel radicamento sul territorio, quanto nell’abitare gli anfratti dell’economia globale.

L’intervento delle mafie

Quali rapporti questi nuovi aggregati criminali volti al controllo della forza-lavoro stabiliscono con le mafie tradizionali, camorra, Cosa nostra, ’ndrangheta?

Come dimostrano i fatti di Rosarno, dove le aggressioni ai braccianti all’origine della rivolta sono avvenute su un terreno di proprietà della famiglia Pesce, in alcuni casi la contiguità tra mafia e organizzazione del nuovo caporalato è evidente. Anche quando la ’ndrangheta non è interessata a gestire direttamente il mercato delle braccia straniere, l’azione dei caporali non avviene mai autonomamente sul territorio. Tuttavia non va dimenticato che casi efferati di riduzione in schiavitù si sono riprodotti anche in province (meridionali e non solo meridionali) tradizionalmente non interessate dalla presenza di insediamenti mafiosi di lunga durata.

Dalle inchieste pugliesi è emersa, invece, la notevole capacità dei caporali più potenti (anche stranieri) di investire il “capitale” accumulato con lo sfruttamento delle braccia in altri “settori”, in primis la tratta a fini sessuali e il traffico di sostanze stupefacenti, spesso in accordo con clan della zona.

Se si allarga, inoltre, lo sguardo dal solo sfruttamento della forza-lavoro all’intera filiera dell’agro-industria, il controllo dell’ortofrutta da parte delle mafie tradizionali (come rivela, ad esempio, l’inchiesta della magistratura sul mercato di Fondi) si fa asfissiante. L’estendersi di tale controllo è direttamente proporzionale all’abbassamento del costo del lavoro nei campi di raccolta, dalla Puglia alla Sicilia, e quindi al dilagare del caporalato.

Gli invisibili

“Sabr”, l’inchiesta conclusa dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce nella primavera del 2012, ha preso il suo nome dal più potente caporale dell’agro di Nardò, nel cuore del Salento: un certo Saber Jelassi, chiamato anche “Giuseppe il tunisino”. Come emerge dalle indagini, la rete di capi squadra e importanti imprenditori agricoli della zona intessuta negli anni è davvero ramificata. L’organizzazione del grave sfruttamento appare pianificata burocraticamente. Centinaia di intercettazioni telefoniche tra gli interessati, oltre alle testimonianze di alcuni braccianti che hanno avuto il coraggio di denunciarli, lo confermano.

A sorprendere non è solo la fitta ragnatela stretta tra i caporali e alcuni imprenditori agricoli, ma anche i fitti collegamenti tra i caporali delle principali regioni meridionali. C’è un vero e proprio circuito dello sfruttamento: da Nardò a Cerignola, da Rosarno a Pachino, dalla Terra di Lavoro alla Basilicata. I braccianti che si spostano dalla raccolta delle angurie a Nardò a quella dei pomodori a Cerignola, e poi a quelle delle arance e dei mandarini in Calabria, per poi ricominciare il giro, non lo fanno autonomamente. Il mercato è regolato dai signori delle braccia. Sono loro che assecondano il flusso dei braccianti, quasi una “transumanza”, traendone il maggior profitto, provando a impedire le ribellioni contro il proprio dominio o i tentativi di sciopero, negando il lavoro a chi è fuori dal proprio controllo. Questo circuito asfissiante, questa “tratta interna”, come è stata definita, è una sorta di percorso obbligato per migliaia di lavoratori che non hanno altre alternative. È possibile rompere questo schema?

Come detto in precedenza, non è possibile comprendere l’odierno sfruttamento nelle campagne se non si coglie appieno la vulnerabilità dei nuovi braccianti: una vulnerabilità che nasce dall’invisibilità. È lo stesso Saber Jelassi, ad esempio, ad avere ben chiaro questo concetto. Parlando al telefono con un altro caporale, spiega in poche esaustive parole i vantaggi dell’oscurità: «È il padrone che mi ha spiegato il sistema del lavoro. Mi ha detto: figlio mio, allontanati dal centro del paese. Quando carichi la gente la mattina, ti vedono le forze dell’ordine… ti vengono a trovare. Dieci persone in una macchina, è certo che ti fermano. Ma quando sei dentro le campagne, non disturbi la gente, non hai preoccupazioni, non hai problemi con le persone, capisci?».

Quando i braccianti abitano in casolari isolati o in tendopoli auto-costruite lontane dai centri abitati, tale invisibilità alimenta la loro vulnerabilità.

Il reato di caporalato

È alla luce di tutto ciò che vanno valutate le nuove misure varate nel settembre del 2011 (introduzione del reato di caporalato) e nel luglio del 2012 (concessione del permesso di soggiorno ai lavoratori che denunciano i propri sfruttatori). Si tratta di misure di enorme importanza. Per la prima volta in Italia viene formulato giuridicamente il concetto di grave sfruttamento lavorativo: qualcosa cioè che, anche quando non giunge alle forme estreme di riduzione in schiavitù, è comunque molto più grave del semplice “lavoro nero” o della sola evasione contributiva. Per la prima volta, inoltre, viene offerta una via d’uscita ai lavoratori ricattati dalla condizione di clandestinità.

Tuttavia tali norme possono divenire davvero efficaci, solo se la cappa di vulnerabilità e invisibilità verrà rotta anche sul piano culturale, sociale, economico, sindacale.

Bibliografia

Brigate di solidarietà attiva, Sacchetto Devi, Nigro Gianluca, Perrotta Mimmo, Yvan Sagnet (a cura di), Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, DeriveApprodi, Roma, 2012

Leogrande Alessandro, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, Milano, 2008

Mangano Antonello, Gli africani salveranno l’Italia, Bur, Milano, 2010

Medici senza frontiere, Una stagione all’inferno. Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia, pubblicato online sul sito www.medicisenzafrontiere.it, 2008

Rovelli Marco, Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro, Feltrinelli, Milano, 2009

L’articolo è tratto dal Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia,
a cura di M. Mareso e L. Pepino (Edizioni Gruppo Abele, 2013).
Si ringrazia l’editore per l’autorizzazione alla pubblicazione.


Migranti respinti in Libia: un esposto alla Procura di Napoli

Autore:

Dieci giorni fa, il 30 luglio, la nave “Asso 28” della società Augusta Offshore di Napoli, operante in appoggio a una piattaforma petrolifera dell’ENI al largo di Sabratha, ha raccolto in mare, in acque internazionali, 101 profughi in fuga dalla Libia (fra cui 5 donne e 5 bambini) e, dopo averli fatti salire a bordo, si è diretta al porto di Tripoli dove i profughi sono stati sbarcati senza alcuna possibilità di avanzare domanda di asilo o di protezione internazionale.

Ciò, secondo 34 giuristi, che questa mattina hanno presentato un esposto alla Procura di Napoli, integra diversi reati, connessi con la violazione dell’obbligo di soccorso in mare e con quella della libertà personale delle persone ricondotte contro la loro volontà nel luogo da cui erano fuggite per sottrarsi a violenze e vessazioni.

Di seguito pubblichiamo, per la sua importanza, il testo integrale dell’esposto.

 

Al Procuratore delle Repubblica di Napoli

Notizie di stampa, di cui alleghiamo due esempi significativi (Corriere della sera e Il fatto quotidiano), hanno informato l’opinione pubblica che il 30 luglio la nave “Asso 28” della società Augusta Offshore di Napoli, operante in appoggio a una piattaforma petrolifera dell’ENI al largo di Sabratha (Libia), ha effettuato il recupero in mare, in acque internazionali, di 101 profughi in fuga dalla Libia (fra cui 5 donne e 5 bambini) e, dopo averli fatti salire a bordo, si è diretta al porto di Tripoli dove sono stati sbarcati senza alcuna possibilità di avanzare domanda di asilo o di protezione internazionale.

Ci rivolgiamo a Lei per chiederle di accertare se in questa occasione siano stati commessi reati e in questa eventualità da parte di chi, tenendo conto che una nave battente bandiera italiana è a tutti gli effetti parte del territorio nazionale, e se possa configurarsi una forma di respingimento collettivo per di più da parte di privati.

In relazione alla vicenda della nave Asso 28 sono state fornite diverse versioni dell’accaduto. Tra queste che alla richiesta di coordinamento dei soccorsi all’MRRC (Maritime Rescue Coordination Center) di Roma non sia venuta risposta o che la risposta abbia rinviato la responsabilità alla guardia costiera libica.

Se confermato quanto sopra, per la prima volta una nave italiana avrebbe sbarcato in Libia dei naufraghi raccolti in acque internazionali dopo la nota sentenza della Corte EDU del 2012 che ha condannato duramente l’Italia per i respingimenti in Libia effettuati da navi militari italiane nel 2009, su disposizione del Ministro dell’interno dell’epoca. La Grande Chambre della Corte di Strasburgo con la sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 23 febbraio 2012 ha statuito che:

Le azioni di Stati contraenti compiute a bordo di navi battenti la bandiera dello Stato, anche fuori del territorio nazionale, rientrano nella giurisdizione della Corte EDU ai sensi dell’art. 1 CEDU.

L’esecuzione di un ordine di respingimento di stranieri costituisce violazione dell’art. 3 CEDU, relativo al divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti, quando vi sono motivi seri ed accertati che depongono per un rischio reale che lo straniero subisca nel Paese di destinazione trattamenti contrari all’art. 3 della Convenzione (con riferimento alla Libia)

L’allontanamento di un gruppo di stranieri effettuato fuori del territorio nazionale, in presenza di giurisdizione dello Stato, senza che venga esaminata la situazione personale di ciascun componente del gruppo e senza che ciascuno possa presentare argomenti contro l’allontanamento, integra una violazione del divieto di espulsioni collettive di cui all’art. 4 Protocollo n. 4 CEDU la cui portata deve considerarsi anche extraterritoriale.

A norma del codice penale (art. 4) le navi italiane sono considerate “territorio dello Stato” agli effetti della legge penale. Di conseguenza le azioni compiute a bordo di navi battenti bandiera italiana, come affermato dalla Corte EDU, rientrano nella giurisdizione della Corte e quindi anche dello Stato italiano.

Chiediamo che siano accertate le condotte di tutti coloro che hanno concorso nell’evento, sussistendo pienamente la giurisdizione italiana sui fatti accaduti.

L’Autorità giudiziaria dovrà verificare se vi sia stato un respingimento collettivo di migranti vietato dalle Convenzioni internazionali, in particolare dall’art. 4 del quarto Protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea per i Diritti Umani (CEDU) e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in quanto ai migranti è stato impedito l’accesso alla protezione internazionale poiché forzosamente ricondotti in Libia, dichiarata porto non sicuro dall’UE e dall’UNHCR, paese nel quale i migranti sono notoriamente sottoposti a torture e trattamenti disumani e degradanti, in violazione dell’art. 3 della CEDU e dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, a cui peraltro la Libia non ha mai aderito.

Nel caso di specie potrebbero essere state violate le convenzioni internazionali sul soccorso in mare.

Ad avviso dei firmatari, stanti le diverse e contraddittorie versioni fornite dalla stampa, va chiarito anche il ruolo svolto dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC), contattato dalla nave “Asso 28”, che, come è noto, ha l’obbligo di coordinare i soccorsi adottando tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro (Convenzione SAR, par. 3.1.9 come modificato nel 2004), ovvero una località dove la sicurezza e la vita dei sopravvissuti non venga più minacciata e i bisogni primari (come cibo, alloggio e cure mediche) siano soddisfatti, organizzando il trasporto dei sopravvissuti verso una destinazione successiva o finale (Linee Guida IMO sulle persone soccorse in mare, par. 6.12).

L’autorità giudiziaria italiana ha avuto modo di pronunciarsi in più occasioni e di escludere che la Libia possa essere considerata un luogo sicuro, ai sensi delle convenzioni internazionali. In particolare il gup del tribunale di Ragusa con provvedimento depositato in data 16 aprile 2018, con il quale ha disposto il dissequestro della motonave Open Arms, ha osservato che «le operazioni SAR di soccorso non si esauriscono nel mero recupero in mare dei migranti, ma devono completarsi e concludersi con lo sbarco in un luogo sicuro (POS, Place of safety), come previsto dalla Convenzione SAR siglata ad Amburgo il 1979. […] Non può essere considerato sicuro un luogo dove vi sia serio rischio che la persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzioni od a sanzioni o trattamenti inumani e degradanti, o dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o di orientamento politico. Il tema è evidentemente connesso con il principio di non respingimento collettivo, con il diritto internazionale dei rifugiati, e più in generale con i diritti fondamentali dell’uomo». Quindi il gup, sulla scorta di convergenti informazioni di fonti qualificate nazionali e internazionali ha escluso a sua volta la sussistenza di place of safety in territorio libico (il provvedimento è consultabile sul sito di Questione giustizia).

I sottoscritti hanno fiducia nella possibilità dell’Autorità Giudiziaria di accertare l’esatto svolgimento dei fatti, verificando se vi siano responsabilità individuali e l’accertamento di chiunque abbia responsabilità private o pubbliche che li abbia posti in essere. Preoccupa il profilo della violazione dell’obbligo di soccorso in mare e della violazione della libertà personale delle persone ricondotte contro la loro volontà in Libia, salvo diversi e più gravi reati, senza dimenticare che sarebbe necessario individuare queste persone e ripristinare il loro diritto individuale di chiedere asilo.

Napoli, 8 agosto 2018

Danilo Risi
Alfiero Grandi
Domenico Gallo
Massimo Villone
Elena Coccia
(seguono altri 29 firmatari tra cui Luigi De Magistris, Luigi Ferrajoli, Raniero La Valle, Livio Pepino, Roberto Lamacchia)


Il carcere: realtà e luoghi comuni

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Se si vuole fare una seria ecologia della comunicazione bisogna partire dai dati di fatto, dalla realtà, da quanto si conosce perché lo si è visto con i propri occhi, lo si è studiato, si sono analizzati i dati, i numeri, le storie. Le scelte politiche, legislative, amministrative vanno fatte sulla base di quanto accade, non sulla base della percezione, delle fake-news, della valanga di sciocchezze e odio che girano sui social. Noi di Antigone abbiamo visitato negli ultimi 18 mesi 117 carceri. Un numero molto alto, ben oltre la metà degli istituti penali italiani. 

Cosa abbiamo visto? Cosa accade?

Accade ad esempio che il tasso di detenzione degli stranieri, vale a dire il numero dei detenuti stranieri rispetto a quello degli stranieri residenti in Italia, è in calo. Se dieci anni fa era dello 0,71 per cento oggi è sceso allo 0,33 per cento. Non c’è, dunque, nessuna emergenza criminalità legata agli immigrati. E accade che il patto di inclusione sociale paga in termini di correttezza e rispetto delle norme. Se si dà fiducia a qualcuno, questo qualcuno tende a ripagare la fiducia accordata. La fiducia è una parola chiave. Man mano che una comunità straniera acquista la fiducia degli italiani, il suo tasso di detenzione cala vistosamente. È accaduto per gli albanesi e per i romeni. Regolarizzare la posizione degli stranieri e integrarli nella società riduce i tassi di criminalità. E lo fa in maniera drastica. Il numero di detenuti extracomunitari con regolare permesso di soggiorno è pari al numero di detenuti di origine lombarda ossia un numero che non pare preoccupi i nostri governanti leghisti. Si guardi inoltre alla comunità romena, la cui presenza in carcere è diminuita di oltre mille unità in soli cinque anni, mentre la sua presenza in Italia andava aumentando.

Accade anche un’altra cosa. Non è affatto vero che “chi va in galera ne esce subito” e che “non esiste la certezza della pena”. Innanzitutto la pena non è solo quella carceraria, come i nostri costituenti hanno precisato parlando, all’articolo 27, di pene al plurale (che non devono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato). E poi anche la pena carceraria è certissima e implacabile. Tanti detenuti non vanno mai in misura alternativa. Ci sono circa 24.000 detenuti che hanno da scontare meno di quattro anni di pena residua. Potrebbero essere fuori ma stanno dentro perché i magistrati non sono di manica larga nella concessione delle misure alternative, così come si sente spesso dire. Se fosse vero che nessuno finisce la propria pena in carcere sarebbero già usciti. Invece sono ancora lì.

Qualcuno esce, è vero. Ma se andiamo a vedere per bene come stanno le cose, e non come sono percepite da chi non conosce i dati di fatto, vediamo che le misure alternative hanno una durata media di poco superiore ai nove mesi. Quindi anche chi, a un certo punto, varca il cancello del carcere, ha scontato gran parte della pena dentro. E nei mesi in cui esce cosa succede? Smette di scontare la pena? Niente affatto. Succede che la sconta diversamente. Vive sotto il controllo dei servizi sociali e del magistrato di sorveglianza, seguendo un rigido programma che altri hanno stabilito per lui. Un altro modo di scontare la pena. Ma ancora pena. Un modo più utile alla nostra sicurezza (le misure alternative abbassano di molto il tasso di recidiva) e assai meno costoso per le nostre tasche.

Già, perché il carcere costa. Ciascun detenuto costa a tutti noi 136 euro al giorno. Le misure alternative sono enormemente più economiche. Chi invoca la costruzione di nuove carceri, si faccia prima due conti. Costruire un carcere da 200 posti – dunque un carcere piuttosto piccolino – costa tra i 25 e i 35 milioni di euro. Davvero vogliamo spenderli per puro senso di vendetta, per comminare pene meno utili di altre che abbiamo a disposizione? Costruire carceri ci costa 125.000 euro a posto letto. Ecco perché in passato nessuno ci è riuscito, anche tra coloro che avevano promesso sbarre su sbarre. Non c’è riuscito Silvio Berlusconi, con un sontuoso piano di edilizia carceraria annunciato in pompa magna e finito nel niente. Prima di lui non c’era riuscito il ministro leghista della Giustizia Roberto Castelli, che creò allo scopo la società Dike Aedifica s.p.a. rivelatasi in seguito una società fantasma e servìta solo a sprecare circa 1.400.000 euro, a alimentare azioni giudiziarie e a farsi tirare le orecchie dalla Corte dei Conti.

E poi si tocca con mano una cosa tanto risaputa quanto rimossa. Un provvedimento di legalizzazione delle sostanze stupefacenti porterebbe a ulteriori enormi risparmi di spesa.

Altro che nuove prigioni da costruire.


Quale politica per i musei?

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Le domeniche gratuite ai musei erano state una intelligente trovata autopubblicitaria di Dario Franceschini, il ministro per i Beni culturali che ha fatto più danni alla tutela in tutta la storia della Repubblica, ma anche il ministro con il miglior ufficio stampa. Il marketing dell’inaffondabile avvocato democristiano ferrarese aveva funzionato: e oggi una parte cospicua del mondo dell’informazione, orfano di quelle veline, si scaglia contro il successore di Franceschini, il pentastellato Alberto Bonisoli, che annuncia la fine dell’iniziativa.

Il difetto principale dell’idea franceschiniana era concentrare in poche ore, quelle della prima domenica di ogni mese, un’enorme quantità di pubblico, rendendo assai spesso del tutto vana, o anzi penosa, la visita. Alcune fotografie scattate alla Reggia di Caserta descrivono uno scenario da stadio, a Pompei si fu costretti a introdurre il numero chiuso e un po’ ovunque si registrarono commenti desolati: la folla era tale da rendere impossibile vedere le opere, da mettere a rischio queste ultime e da rendere il lavoro impossibile a custodi, funzionari e direttori.

La retorica di un democratico accesso per tutti nascondeva una realtà classista, in cui ai meno ricchi toccava anche di vedere i musei attraverso una folla da saldi commerciali. In più, Franceschini aveva finanziato questa gratuità a spese di un’altra, non estendendo ma barattando i diritti del pubblico: in particolare, a essere soppresso era stato il libero accesso per chi aveva più di 65 anni. Una scelta punitiva verso una grande fetta di coloro che hanno ormai il tempo di visitare i musei, dopo averli finanziati con una vita di tasse, e che spesso lo fanno con i nipoti, fortificando un’alleanza generazionale basata sulla cultura.

Dunque tutto bene ora che Bonisoli fa marcia indietro? Fino a un certo punto.

Il ministro dice che viene abrogata una norma centralista, e che d’ora in poi i direttori decideranno in autonomia. L’argomentazione non è priva di senso, ma è debole: perché le manca totalmente una visione della cultura, e soprattutto del diritto alla cultura. E lo Stato non può non avere una linea unica su un punto dirimente come questo.

D’altra parte, la scelta di togliere una gratuità senza compensarla in alcun modo non è sbagliata solo mediaticamente, lo è anche sul piano di una (qualunque) politica della cultura. Un giudizio che si aggrava quando si leggono le motivazioni, francamente imbarazzanti, con le quali Bonisoli ha accompagnato l’annuncio: motivazioni che si inerpicano sulla strada della psicologia dei consumi, riducendo tutto a un problema di marketing e dando per scontato che lo Stato con i musei deve comunque farci soldi.

E qua sta il punto: siamo proprio sicuri che le cose stiano così?

Personalmente ritengo che l’attuazione del primo comma dell’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura») sia di fatto incompatibile con qualunque barriera posta dallo Stato all’ingresso del patrimonio culturale: a partire da quella economica, che è per giunta discriminatoria. I cittadini già pagano, come contribuenti, per il patrimonio, mantenendolo con le loro tasse: e, visto il sistema, lo fanno in modo non progressivo (e lo sarebbe ancora di meno con la flat tax leghista). I poveri, cioè, pagano già i musei più dei ricchi: aggiungere a questa ingiustizia l’ingiustizia dei biglietti è davvero grave. Dunque, sarebbe naturale pensare a una abolizione non delle (dannose) domeniche gratuite, ma degli stessi biglietti dei musei. Ma quanto costerebbe?

Dopo i vergognosi aumenti delle tariffe provocati dalla riforma Franceschini, gli incassi dei musei statali raggiungono quasi i 200 milioni di euro l’anno, ma una percentuale che va dal 20 al 30 per cento è destinata ai concessionari privati che gestiscono le biglietterie. In pratica, lo Stato guadagna ogni anno dai musei quanto spende in due giorni di spesa militare (Rapporto Mil€x 2018). Questo è il punto: potremmo permetterci di aprire a tutti gratuitamente tutti i musei statali per 365 giorni l’anno semplicemente decidendo di non spendere in armi almeno per due giorni all’anno (che so: Pasqua e Natale!).

Temo, peraltro, che sia inutile aspettarsi aperture di questo valore simbolico e culturale dal governo di Salvini, e da un ministro per i Beni culturali che, pur animato da buone intenzioni, non si sta certo attrezzando per lasciare un qualche segno. La conferma di una capo di gabinetto legatissima a Franceschini e l’imminente nomina di un segretario generale esterno, esperto in lotta alla droga e totalmente ignaro di patrimonio culturale, lasciano intuire che non sarà Bonisoli a governare, di fatto, il suo ministero.

Il rischio è che le macerie materiali e morali lasciate da decenni di incuria e infine dalla barbarie del liberismo renziano continuino a ingombrare assai a lungo la strada che dovrebbe e potrebbe portare all’attuazione del progetto costituzionale sulla cultura.


Chiamparino, il TAV e la geografia

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Bufala, Musei Reali Torino

I governatori della Regione Piemonte sono partecipi della lobby del TAV Torino-Lione, in una impropria commistione tra controllori e controllati, sin dalla costituzione, nel lontano febbraio 1990, del relativo comitato promotore (la cui presidenza fu inizialmente condivisa da Umberto Agnelli e dall’allora governatore Vittorio Beltrami). Non sfugge alla regola l’attuale governatore Sergio Chiamparino, già sindaco di Torino e presidente, senza sostanziale soluzione di continuità, della Compagnia di San Paolo (primo azionista di Banca Intesa), oggi sulle barricate, fino a proporre un referendum popolare pro TAV, per reagire alle intenzioni, manifestate dal ministro delle infrastrutture, di ridiscutere il progetto della nuova linea ferroviaria.

Non metterebbe dunque conto parlarne se, in questa temeraria crociata, il prode Chiamparino non fosse incorso in alcuni infortuni che la dicono lunga sulle sue competenze in materia e, più in generale, sulla sua attendibilità politica. Valga, per tutti, l’intervista rilasciata a “Radio anch’io” lunedì 30 luglio, di cui pubblichiamo qui la registrazione integrale.

 

Il nostro comincia con il “chiarire” agli ignari ascoltatori che la linea ferroviaria non è un progetto ma una realtà e aggiunge, ridacchiando soddisfatto, che i lavori procedono a gonfie vele distribuendo benessere e prosperità di qua e di là del confine. Il primo tassello di questa idilliaca ricostruzione sta nell’affermazione che, sul versante francese, lo scavo del tunnel di base è ormai iniziato e procede speditamente.

Il governatore fa verosimilmente riferimento alla notizia, diffusa dai gazzettini del TAV (Repubblica, Stampa e TG3) con corredo di filmati e interviste, secondo cui al di là delle Alpi sono già stati scavati ben 5 chilometri del tunnel e i lavori procedono al ritmo di 18 metri al giorno. Peccato che il riferimento sia semplicemente falso. Il tunnel ripreso in decine di inquadrature e filmati, infatti, non ha nulla a che vedere con il traforo definitivo ma è un’opera di carattere geognostico destinata a collegare due discenderie e per questa finalità deliberata e finanziata (con un contributo del 50 per cento) dall’Unione europea. È proprio così, incredibile ma vero! Che poi, essendo in asse rispetto al tracciato del tunnel di base, questa galleria venga parzialmente convertita, in un incerto futuro, nella parte iniziale del tunnel è, forse, possibile. È già accaduto in casi analoghi (per esempio con la “galleria di sicurezza” del traforo autostradale del Frejus, prossima a diventare una seconda canna) ma si tratterebbe di un salto acrobatico che dovrebbe suscitare non già ammirazione ma l’interesse di qualche Procura della Repubblica…

Il secondo tassello alla base delle granitiche certezze di Chiamparino è «la prossima assegnazione di appalti per ben 8 miliardi». C’è, in questa affermazione, un deja vu inquietante (per i fautori dell’opera). Non solo, infatti, gli appalti non assegnati ma semplicemente “previsti” sono, per definizione, incerti, ma nel caso, proprio mentre Chiamparino esponeva il suo verbo, TELT (cioè la società preposta alla costruzione della linea) decideva di congelare, per prudenza, il primo mega appalto, di 2 miliardi e 300 milioni… Il pensiero corre ai ripetuti infortuni di Piero Fassino, compagno di partito e di avventure del governatore piemontese, nelle sfide lanciate prima a Grillo poi ad Appendino invitati, rispettivamente, a costituire un partito e a candidarsi a sindaco di Torino. Si capisce perché la proposta di referendum avanzata da Chiamparino è stata accolta dal milieu Si TAV con tanta freddezza!

Ma c’è un altro, egualmente grave, infortunio, anche sorvolando su alcune piacevolezze come la perentoria affermazione, suffragata dall’esame di alcune fotografie (sic!), che il festival Alta felicità di Venaus, affollato da oltre 50.000 persone, è stato un campeggio di gruppi antagonisti che nulla hanno a che fare con la Val Susa e il TAV.

Chiamparino pensa in grande e cita abitualmente Cavour, promotore del traforo storico del Frejus, come suo ispiratore e maestro, capace di scegliere il progresso contro l’immobilismo. Il paragone lo ha probabilmente convinto di essere uno statista; in ogni caso, lo induce a spiegare al popolo dei radioascoltatori, con il tono rassicurante e benevolo del professore saggio e paziente, che il progresso non ha limiti e che sarebbe “sciagurato” abbandonare un corridoio che metterà in contatto l’oceano Atlantico con l’oceano Pacifico (proprio così, sentire per credere!). Probabilmente nessuno gli ha detto che la stazione atlantica del Corridoio 5 (come si chiamava allora) si è dissolta nel 2012 con la rinuncia all’opera del Portogallo, che una linea ferroviaria ad alta capacità/velocità non è prevista in modo compiuto neppure in Lombardia e Veneto, che il tratto sloveno non esiste nemmeno sulla carta (e che per andare da Trieste a Lubiana non ci sono treni ma solo una mitica “corriera”), che in Ungheria e Ucraina nessuno sa che cosa sia il Corridoio 5 (cose tutte documentate in un servizio giornalistico di Andrea De Benedetti e Luca Rastello pubblicato su Repubblica e diventato poi un libro edito da Chiare Lettere con il titolo Binario morto). Pazienza. Ma il governatore dovrebbe sapere, almeno, che se il corridoio arrivasse a destinazione a Kiev mancherebbero comunque al più vicino sbocco sul Pacifico (la città di Vladivostok) la bazzecola di 7137 chilometri (a fronte dei 315 chilometri che separano Torino da Lione)… E ciò senza considerare che la situazione politica non lascia certo ipotizzare che Ucraina e Russia si accordino per una ferrovia comune e che le caratteristiche del corridoio sono incompatibili con quelle di tutte le linee ferroviarie esistenti nell’area.

Per carità, ignorare la geografia non è una colpa (c’è ben di peggio!). Ma certo per un presidente di Regione che la brandisce come una clava a sostegno delle proprie tesi non è il massimo. Forse Chiamparino farebbe bene a ricordare il rilievo di Diego Novelli (suo ex compagno di partito di ben altra levatura) secondo cui «mentre l’istruzione è obbligatoria l’ignoranza è facoltativa e, comunque, non è obbligatorio esibirla».