Le manganellate di Pisa non sono un “incidente”

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Le manganellate sulla testa degli studenti a Pisa e Firenze, non diverse da quelle che più volte, con l’aggiunta dei lacrimogeni CS ben pericolosi per la salute, hanno colpito a Torino o in Valle di Susa, meritano un ragionamento più ampio rispetto alla situazione contingente.

Sparare a vista” è il titolo di un libro di Camilla Cederna, giornalista scomoda per il Potere, che ricostruisce la feroce repressione nei primi anni Settanta e in particolare le uccisioni, da parte della Polizia, di Saverio Saltarelli, Giuseppe Tavecchio, Franco Serantini, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi. Leggere le pagine della Cederna o di Corrado Stajano sull’assassinio di Franco Serantini, massacrato di botte da 10 “celerini”, con manganelli e calci di fucile sul Lungarno Gambacorti di Pisa il 5 maggio 1972, e poi lasciato agonizzare per due giorni in cella fino al decesso, è più che angosciante. Partecipava a una manifestazione contro un comizio fascista del MSI. Eloquente fu il manifesto di denuncia affisso sui muri di Pisa: “La polizia, a 27 anni dalla caduta del fascismo, uccide per permettere a un fascista di parlare”.

Nella meticolosa opera di controinformazione Camilla Cederna mette sotto accusa non solo la violenza delle Forze dell’ordine ma la “gestione” politica dell’ordine pubblico, il ruolo di copertura garantito alla polizia da una larga parte della magistratura e l’emarginazione dei magistrati impegnati a difendere i diritti dei cittadini. In quegli anni la sigla degli attuali Reparti mobili della Polizia di Stato era la “Celere”, creata da Mario Scelba, area autoritaria della Democrazia Cristiana, dal cui nome deriva il termine scelbismo che automaticamente richiamava la linea dura della repressione antidemocratica delle manifestazioni di dissenso. Scelba, che fu anche il primo firmatario della “Legge truffa” (il tentativo, nel 1953, di modificare a uso e consumo del Potere la legge elettorale svuotando il proporzionale a favore del maggioritario), riteneva la Celere una sorta di “cavalleria motorizzata” e i cavalli erano le jeep lanciate a velocità folle contro i manifestanti.

Milano 17 aprile 1975, Giannino Zibecchi viene travolto e ucciso da un blindato della polizia. Napoli 16 maggio 1975, Gennaro Costantino muore travolto da una jeep della polizia. Le stesse scene della “cavalleria motorizzata” si sono riviste nel luglio 2001 a Genova, in occasione del G8, segnato da una violenza inaudita ma mirata a bloccare la crescita del movimento internazionale contro la globalizzazione neoliberista. E in piazza Alimonda il 20 luglio 2001 viene ucciso Carlo Giuliani. Si può affermare che, senza soluzione di continuità e in questi ultimi tempi con aumento sensibile, non è mai venuto meno il leitmotiv reazionario delle cariche violente e non motivate della polizia, l’uso eccessivo del manganello, del lacrimogeno sparato anche ad altezza d’uomo contro le manifestazioni di dissenso sociale, dello sgombero violento di picchetti e sit in di operai in difesa del posto di lavoro.

Ragionare su come possa un poliziotto colpire con la violenza del manganello la testa di un manifestante, chiedendosi: ma non ha un figlio studente, un parente disoccupato, non ha mai perso il lavoro, non ha mai avuto un’idea di maggiore giustizia sociale ecc., non porta da nessuna parte. Il problema è più generale e investe l’architettura e l’organizzazione delle forze di polizia come dell’esercito le cui leve di comando, con rare eccezioni, sono storicamente rimaste avvolte dal filo nero di responsabili già compromessi con il fascismo e non epurati, i quali a loro volta hanno selezionato i propri eredi per garantire la continuità della visione conservatrice e reazionaria. Ed è difficile entrare in un corpo delle forze dell’ordine e mantenere, quando c’è, una visione progressista in un ambiente fortemente caratterizzato in senso autoritario se, resistendo ai condizionamenti, si rischia l’emarginazione.

È utile ricordare che persino l’agente della CIA Steve Pieczenik, che partecipò ai comitati di crisi durante il rapimento Moro, si diceva stupito della presenza di tanti ex fascisti all’interno dei servizi segreti, tanto da avere l’impressione di ritrovarsi «nel quartiere generale del duce, di Mussolini». Scrive l’ex magistrato Ferdinando Imposimato: «Cossiga, su sollecitazione di Licio Gelli, inserì nel comitato di crisi del Viminale, che gestì il caso Moro in senso contrario alla sua salvezza, affiliati alla P2 tra cui Federico Umberto D’Amato, già capo del disciolto ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno (tessera 554), Giulio Grassini, capo del Sisde (tessera 1620), Giuseppe Santovito, capo del Sismi (tessera 1630); Walter Pelosi capo del Cesis (tessera 754), il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza (tessera 535), il generale Donato Lo Prete, Guardia di Finanza (tessera 1600), l’ammiraglio Giovanni Torrisi, capo di Stato maggiore della Marina (tessera 631). Ancora: il colonnello Giuseppe Siracusano (tessera 1607), il prefetto Mario Semprini (tessera 1637), il professore Franco Ferracuti (tessera 2137), agente della CIA e consulente personale del senatore Francesco Cossiga, il colonnello Pietro Musumeci dell’Arma dei Carabinieri, vice capo del SISMI (tessera 487)».

Non c’è stato il rinnovamento democratico delle forze di polizia nell’immediato dopoguerra per l’amnistia di Togliatti, per l’opera di ostruzionismo della DC supportata dalle pressioni americane e poi per la timidezza del centrosinistra, che anche nei momenti di maggiore forza non ha avuto il coraggio di incidere radicalmente per una svolta, nemmeno per istituire il necessario numero di identificazione sul casco degli agenti, la cui assenza ha sempre garantito l’anonimato a chi usa violenza. La “macelleria messicana” alla scuola Diaz in occasione del G8 a Genova, sostanzialmente impunita, come le torture nella caserma Bolzaneto, ne sono la prova… così come, a breve, finirà nel nulla l’inchiesta sui “picchiatori” di Pisa e Firenze.

Le forze dell’ordine, nel loro insieme, costituiscono un bacino elettorale storicamente di destra, che FdI e Lega si contendono a suon di promesse d’impunità a prescindere. Salvini, per il suo forsennato bisogno di rastrellare voti a danno di FdI, spesso non sa di cosa parla e in relazione alle manganellate di Pisa ha dichiarato che «chi mette le mani addosso a un poliziotto o a un carabiniere è un delinquente», capovolgendo la realtà dei fatti perché sono stati gli studenti a prendere le botte… Ma non vale la pena di commentare frasi di chi, secondo molti, in altra epoca sarebbe stato un buon giullare di corte. Il problema sono le incredibili dichiarazioni del centrosinistra, a prescindere o per mancanza di coraggio politico o per sentirsi parte dell’establishment, a favore delle forze dell’ordine senza capire che in questo modo si accresce solo il distacco con il Paese reale e con quella che dovrebbe essere la sua base di riferimento, perché chi dissente e manifesta rivendica prima di tutto il diritto dei cittadini a partecipare ed essere ascoltati.

Perché per dirla come la cantava Giorgio Gaber «La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione» e non bisognava attendere l’importante dichiarazione del Presidente della Repubblica per denunciare la sistematica delegittimazione e repressione del dissenso.


Giocate, giocate! L’azzardo del Governo

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Il gioco d’azzardo nel nostro Paese non conosce crisi e la crescita del gioco online sembra sempre più inarrestabile (https://volerelaluna.it/societa/2022/12/22/azzardopoli-il-paese-del-gioco-dazzardo/). Si stima addirittura che a fine 2023 la raccolta sia stata pari a 149miliardi di euro. Gioco d’azzardo che come è ormai tristemente noto a tutti –può avere forti conseguenze negative sul piano economico della persona e di chi le sta attorno e può assumere una connotazione patologica, diventare cioè un vero e proprio disturbo psichiatrico, così come ufficialmente riconosciuto dall’American Psychiatric Association (APA) nel 1980. Nel 1994, il gioco d’azzardo patologico (GAP) è stato classificato nel DSM-IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come “disturbo del controllo degli impulsi”. Il DSM-IV t.r. ha definito il GAP come un “comportamento persistente, ricorrente e maladattativo di gioco che compromette le attività personali, familiari o lavorative”. Nel 2013 l’APA ha elaborato una nuova definizione più aggiornata e scientificamente corretta ovvero: “Disturbo da Gioco d’Azzardo” (APA – DSM V 2013) e l’ICD-10 (International Classification Disease) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”.

Eppure, nonostante siano ormai scientificamente accertati i gravissimi danni che porta con sé, il gioco d’azzardo continua a godere di privilegi diffusi e di particolari attenzioni. È il caso, per esempio, del decreto legislativo che riordina il settore dei giochi, a partire da quelli a distanza, approvato di recente dal Consiglio dei ministri (https://www.camera.it/leg19/682?atto=116&tipoAtto=Atto&idLegislatura=19&tab=1#inizio). Si tratta di un testo che va a modificare la normativa dei giochi a distanza (telematici), un settore in forte espansione e che rappresenta oltre il 60% della raccolta complessiva dell’industria dell’azzardo. Un provvedimento che ha fatto dire a Maurizio Fiasco, sociologo, presidente di Alea, esperto della Consulta nazionale antiusura e, dal 2016, componente dell’Osservatorio del ministero della Salute per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave, in una intervista rilasciata a Vita, che «la novità più clamorosa e pericolosa è l’esautoramento dell’Osservatorio presso il ministero della Salute. Sarà sostituito da una Consulta permanente gestita dal Mef. Ma il primo interesse, dal punto di vista dello Stato, deve essere quello della salute: qui si sta capovolgendo tutto, tornando al 2012» (https://www.vita.it/il-decreto-sul-gioco-dazzardo-online-bocciato/).

Ma è anche la Caritas, tra i tanti, a lanciare l’allarme sul pericoloso passo indietro che si fa con questo provvedimento, che rischia di peggiorare di molto la diffusione dell’azzardo patologico. Sollecitata dal forte coinvolgimento di molte persone e famiglie che nella Capitale patiscono le conseguenze del disturbo da gioco di azzardo – 4 miliardi e 962 milioni il totale della raccolta nel solo 2022 – la Caritas diocesana di Roma, in particolare, ha deciso di non restare silente rispetto ai decisi passi indietro che verrebbero fatti alla prevenzione, alla cura e al contrasto all’azzardo patologico con la proposta approvata dal Consiglio dei Ministri il 18 dicembre 2023 e ora in discussione alle commissioni Finanze e Bilancio e Tesoro della Camera dei deputati e del Senato. E rivolge un appello ai parlamentari ad andare al di là delle logiche di schieramento politico di fronte all’urgenza di arginare gli effetti estremamente gravi che la piaga dell’azzardo sta producendo in un clima di gravissima sottovalutazione. L’azzardo non può essere considerato solo come un’entrata per il Bilancio dello Stato, sottolinea la Caritas, ma rappresenta una grave patologia che coinvolge tutte le generazioni, che sottrae enormi risorse all’economia reale e mette in serio pericolo le famiglie, soprattutto le più fragili. «Nel massimo rispetto delle prerogative del Parlamento, sottolinea la Caritas di Roma, segnaliamo che sono diversi gli aspetti della proposta di decreto legislativo che rischiano di peggiorare la diffusione dell’azzardo patologico e, allo stesso tempo, indebolire l’efficacia della rete di difesa sociale che nel corso degli anni si è organizzata grazie all’associazionismo e alla sensibilità degli amministratori locali (Regioni e Comuni) che quotidianamente si trovano a contatto con famiglie in stato di povertà a causa della dipendenza dall’azzardo».

La Caritas diocesana di Roma fa proprie le posizioni espresse dalle Regioni e Province Autonome, dai Comuni e dalle Province nell’ambito della Conferenza Unificata del 25 gennaio scorso, con le quali – pur esprimendo parere positivo all’intesa si richiedono significative modifiche al testo governativo: https://www.statoregioni.it/media/nnrj4lux/p-2-cu-atto-rep-n6-25gen2024.pdf. In particolare, la Caritas di Roma richiede il mantenimento del divieto assoluto di pubblicità estendendo tale provvedimento alla pubblicizzazione di quote e pronostici ritenuti “informazione giornalistica” e trasmessi durante gli eventi sportivi. La proposta del Governo prevede «l’utilizzo della pubblicità del gioco pubblico funzionale alla diffusione del gioco sicuro e responsabile, comunque coerente con l’esigenza di tutela dei soggetti più anche all’ultimo vulnerabili; riteniamo che tale fine non vada perseguito con la pubblicità del gioco ma con campagne specifiche affidate a enti di tutela, primo tra tutti il Ministero della Salute».

Inoltre, in materia di “Promozione e tutela della salute” la Caritas di Roma chiede il mantenimento del ruolo e delle competenze esclusive in materia di salute dell’Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave costituito presso il Ministero della Salute e l’incremento di risorse per il Fondo per il gioco d’azzardo patologico. Per la tutela dei minori, riprendendo quanto chiesto dalla ministra Eugenia Roccella dopo le violenze sui minori a Caivano per la tutela dei minori dai siti pornografici ed estendendo tale preoccupazione al gioco d’azzardo a distanza, chiede, infine, che venga istituito un tavolo tecnico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri che studi la problematica con i gestori telefonici al fine di prevedere dei contratti per utenti minorenni, sottoscritti dai genitori, che proibiscano l’accesso a siti vietati (https://www.caritasroma.it/2024/02/appello-al-parlamento-tre-proposte-per-arginare-lazzardo-patologico/).


23 febbraio 2024: no alla repressione, no alle guerre

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23 febbraio 2024: oggi non è una giornata allegra. Abbiamo dovuto constatare che il nostro Paese sta deviando dalla linea che dovrebbe seguire un Paese democratico, in cui la protesta, tanto più se totalmente pacifica, dovrebbe essere rispettata e, se è il caso, tutelata dalle forze dell’ordine. Invece no: le immagini mostrate ai telegiornali poche ore fa sono inequivocabili: a Pisa, a Firenze cortei formati da studenti, sono stati respinti con forza e a suon di manganellate da poliziotti bardati di tutto punto. Coloro che prendevano manganellate, invece, erano ragazzi inermi, con le mani alzate in segno di resa. Due giovani pisani sono stati presi e fatti sdraiare a forza sull’asfalto bagnato e – chissà perché – immobilizzati. Leggo il comunicato che i docenti di questi ragazzi hanno immediatamente diramato; ci spiega che, di fronte all’ingresso del Liceo artistico “Russoli” di Pisa, i poliziotti in tenuta antisommossa hanno caricato gli studenti che procedevano pacifici, dopo averli di fatto chiusi in modo da non consentire loro l’allontanamento. Gli studenti avevano deviato dal tragitto concordato? E se pure fosse, di fronte a un corteo pacifico, la polizia di un Paese democratico cerca di trattare con i manifestanti, non parte alla carica menando manganellate. Un episodio simile si è verificato oggi anche a Firenze.

Andiamo alle ragioni della protesta odierna: si chiede che finalmente il massacro che dal 7 di ottobre 2023 vede come oggetto la popolazione palestinese abbia fine. Oh, scusate: dovevo premettere che il 7 ottobre Hamas ha colpito Israele con un attacco che ha causato circa 1.400 vittime tra civili e militari e portato alla cattura di 240 ostaggi. Ma – scusate ancora – ho dimenticato di specificare come si viveva in Palestina prima del 7 ottobre 2023: «Dagli anni ’90 la popolazione palestinese non era più in grado di muoversi liberamente. Dal 2006 l’introduzione di un blocco israeliano contro Hamas ha peggiorato la situazione. Le conseguenze economiche sono state catastrofiche: disoccupazione, dipendenza dagli aiuti internazionali, difficoltà a ottenere cure mediche e infrastrutture fondamentali regolarmente distrutte dalle guerre». Insomma, in Palestina si dovevano sopportare angherie quotidiane e da molto tempo. Persino Giulio Andreotti aveva avuto modo di affermare nel 2006: «Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista». Questa non è una giustificazione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre: ma se fossi sul palco di Sanremo e avessi detto quel che ho scritto, ci sarebbe la Mara Venier di turno che puntualizza. E che cosa puntualizza? Il fatto che l’orrore di 30.000 vittime civili (ma chissà quante saranno davvero) è equiparabile all’orrore dell’attacco di Hamas e che non possiamo parlare delle vittime palestinesi senza ricordare il diritto di Israele a esistere e difendersi. Anche quando difendersi vuol dire far morire per fame, sete, mancanza di cure mediche quei civili palestinesi che non muoiono sotto le bombe e che magari nemmeno si identificano con Hamas?

No, così non va. La mia solidarietà, qui ed ora, visto che siamo partiti dalla scuola, va a tutti i docenti che hanno accolto l’appello allo sciopero delle pochissime formazioni del sindacalismo di base che oggi si sono esposte per lo sciopero a difesa della Palestina (nessuna delle formazioni “maggiori”, né del sindacalismo istituzionale né di quello cosiddetto di base ha ritenuto valesse la pena di scioperare contro il massacro dei palestinesi), a tutti gli studenti che si stanno muovendo contro le guerre, a tutti coloro che sentono come un’offesa alla propria intelligenza e al proprio sentimento l’unanimismo pro-israeliano dei nostri mezzi di comunicazione di massa e infine, con vera vicinanza, a quegli israeliani che condannano le scelte dissennate di Netanyahu. La pace è un punto d’approdo di cui, per ora, non si intravvedono i contorni. Anche Netanyahu, per esempio, vuole la pace, ma sospetto somigli da vicino alla “pax romana”. Desertum fecerunt et pacem appellaverunt: lasceremo che si arrivi a questo in nome della presunta sicurezza di Israele? E quanti terroristi farà germinare il sangue innocente che scorre in Palestina?

Oggi bisogna essere tenacemente contro la guerra. Sarà pur vero che “guerra è sempre” ma è altrettanto vero che la capacità di arrivare alla tregua e di renderla il più stabile e duratura possibile, nel rispetto di tutti, è l’unico cammino verso un maggior grado di civiltà. E per noi, in Italia, è necessaria la massima all’erta: tira un forte vento di destra, che per ora si indirizza sulle proteste studentesche ma che non esiterebbe a reprimere con maggior durezza ogni dissenso. Anche per questo motivo, oltre che per protestare contro guerra, violenza, discriminazione sociale, le nostre piazze devono essere piene: facciamo comprendere a chi ci governa con l’uso della propaganda quando non addirittura con la menzogna che l’era della servitù volontaria sta per finire e il popolo ha capito che un unico filo tiene insieme la guerra sociale e la drammaticità senza rimedio della guerra vera.


Un’altra memoria: quella delle vittime dell’occupazione coloniale italiana

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Il professor Bora Avsar ha appena letto, nell’originale turco, la dodicesima lettera a Taranta Babu, accompagnata, sullo schermo, da una sua nuova traduzione italiana e dalle illustrazioni che Renato Guttuso le dedicò nel 1960. L’autore è Nazim Hikmet, uno dei maggiori poeti europei del Novecento, un turco cosmopolita innamorato dell’Italia, che finse di pubblicare le lettere in cui un giovane abissino, poi arrestato e giustiziato a Roma, annunciava a sua moglie l’imminente arrivo dell’invasione coloniale italiana. Quando uscì, era il 1935, il governo fascista di Mussolini ottenne dalle autorità turche che il titolo fosse cambiato: non Un giovane abissino in Italia, ma Lettere a Taranta Babu. Un professore che è insieme curdo, turco e italiano, legge e traduce in italiano versi turchi nei quali parla un giovane africano, in Italia. Questa è la vita quotidiana dell’Università per Stranieri di Siena: traduzione, comparazione, mediazione. Vederci con gli occhi degli altri, imparare a scambiarci gli sguardi, studiare ogni giorno come i confini ci attraversino.

Il nuovo gonfalone della nostra università, oggi per la prima volta uscito in pubblico e dipinto dal maestro Francesco Del Casino – l’inventore senese dei murales di Orgosolo, che è ormai parte della nostra comunità – rappresenta la Stranieri come una sirena dalla doppia natura: radicata nella nostra amatissima città di Siena, ma aperta al mondo. Impegnata per la pace, e rivolta allo studio di ogni differenza, come dimostrano le piccole applicazioni ceramiche, create da giovani persone con autismo.

La nostra università nasce come scuola di lingua e cultura italiana per stranieri, nel 1917, nel mezzo della Grande Guerra. Nel 1992 diventa università, e la legge la apre anche alle studentesse e agli studenti italiani, con la missione statutaria di essere «impegnata nella diffusione del plurilinguismo e del multiculturalismo». Lo abbiamo fatto innanzitutto affiancando all’insegnamento dell’italiano a stranieri, l’insegnamento di molte lingue agli italiani. Oggi siamo a 14: le ultime arrivate sono ucraino, turco, swahili. In cantiere ci sono vietnamita, neogreco, e in prospettiva l’ebraico. E un nuovo corso di studi, che speriamo di attivare dal prossimo autunno, si chiamerà “Plurilinguismo, traduzione, interpretazione”. La mediazione culturale continua a sembrarci una prospettiva straordinariamente importante per costruire pace non solo nel mondo, ma nel cuore delle nostre città. La radice della guerra, lo sappiamo, è nel desiderio di dominio e possesso; nella diffidenza per il diverso che diventa odio, e poi industria politica della paura. «Casa mia, casa tua che differenza c’è?»: perfino al Festival di Sanremo ha fatto irruzione la questione centrale del nostro tempo. Un ‘italiano vero’ che canta in arabo ha mostrato al Paese quello che il Paese è già. Qua alla Stranieri studiamo che, no, non c’è differenza morale, e che le differenze culturali invece ci sono, per fortuna: e sono una straordinaria ricchezza, una cruciale occasione per crescere insieme. Per ridiscutere profondamente il concetto di identità.

Ma perché iniziare proprio con i versi di Hikmet, belli e terribili? Perché oggi è il 19 febbraio. È il giorno in cui, da tempo, si chiede di poter celebrare una giornata nazionale di memoria delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana, stimate ben sopra le 500.000. Il 19 febbraio 1937, dodicesimo giorno del mese etiopico di Yekatit, iniziò la violenta rappresaglia italiana in ritorsione al fallito attentato al maresciallo Graziani, il boia del Fezzan, che in capo a qualche mese fece circa 20.000 vittime, culminando nell’eccidio del monastero di Debra Libànos, «il peggior crimine di guerra dell’Italia». Di questo ci parlerà, nella sua lezione inaugurale, il professor Paolo Borruso, che saluto e ringrazio. E nell’altra lezione inaugurale, la dottoressa Igiaba Scego – un’amica della Stranieri che torna da noi, e che pure saluto e ringrazio – ci dirà in quali modi possiamo convivere con il patrimonio culturale coloniale. Come capirete, le parole e la musica di Jadel Andreeto e del Buthan Clan, che siamo felici di avere tra noi, saranno una parte integrante del nostro discorso collettivo.

Decolonizzazione è la parola chiave di questa giornata. Una definizione efficace di decolonizzazione è quella di Edward Said, grandissimo intellettuale palestinese, instancabile costruttore di pace. Un nome che non si può oggi pronunciare senza chiedere, e tutta la nostra comunità accademica lo chiede, un immediato cessate il fuoco a Gaza. Said diceva che per decolonizzare i rapporti internazionali, ma anche i rapporti interni alle comunità nazionali (quelli tra uomini e donne, per esempio, ancora segnati da un fortissimo dominio maschile), bisogna sciogliere l’«intreccio di potere e conoscenza» che fa di ciò che chiamiamo cultura anche un luogo di dominio di alcuni su altri, provando invece a renderlo un luogo di costruzione dell’umanità di tutte e tutti. L’Università per Stranieri di Siena – è ancora il nostro Statuto a dirlo – «promuove e favorisce la dimensione internazionale della ricerca e della formazione, i processi di incontro, dialogo, mediazione fra persone con lingue e culture diverse, nell’intento di favorire la civile e pacifica convivenza che nasce dal reciproco riconoscimento e dal vicendevole rispetto».

Il nostro modo per fare questo – un modo tipicamente umanistico – è legare passato e futuro. Studiare, riesaminare, interpretare l’eredità culturale del passato (dalle letterature ai patrimoni culturali) per costruire un futuro diverso. Studiare la differenza di genere, studiare le migrazioni e le vite delle persone migranti in Italia, studiare le relazioni internazionali da ogni punto di vista, significa da una parte dare un contributo alla ridefinizione del concetto di identità, e contemporaneamente definire “una nuova etica delle relazioni”. Questa ultima espressione è il sottotitolo di un documento chiave del processo di decolonizzazione europea (il Rapporto francese sulla restituzione del patrimonio culturale africano del 2018), chiesto dal presidente Macron e firmato dall’economista senegalese Felwine Sarr e dalla storica dell’arte francese Bénédicte Savoy. Vi si legge che «pensare alla restituzione implica molto di più che esplorare il passato: si tratta soprattutto di costruire ponti verso relazioni future più eque». È così anche per il nostro lavoro: leggere i versi di Nazim Hikmet significa capire fino in fondo cosa ha fatto l’Italia, per poter consapevolmente costruire un futuro diverso. Nel nostro caso non si tratta della restituzione materiale di oggetti (anche se pure questo è un fecondo campo di studi), ma della restituzione morale di riconoscimenti reciproci, tra popoli e tra persone. Questa prospettiva decoloniale è l’unica possibile, pensiamo, per una Università per Stranieri italiana nell’anno 2024. Per questo, l’altro nuovo corso di laurea che abbiamo costruito si chiamerà “Decolonizzazione e sostenibilità. Ambiente, paesaggi, patrimoni culturali”. […]

Coltivare in questo Paese gli anticorpi del pensiero critico ci pare importante, urgente. Ci pare l’unica strada per rimanere umani, e civili. Nell’anno 2023 anche il nostro ateneo ha partecipato alle celebrazioni per il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Nella sua celebre Lettera ai giudici, documento chiave della storia del pacifismo del Novecento, il Priore di Barbiana ricorda la sua esperienza di alunno in una scuola italiana nazionalista, spiegando con parole non fraintendibili ciò che la scuola (e l’università, qua amiamo ripetercelo, è scuola) non deve fare: «Ci presentavano l’Impero come una gloria della Patria! Avevo tredici anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri s’erano dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per esser più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler». Noi crediamo a una università che formi, semmai, alla disobbedienza: intesa come esercizio, non condizionato e non sorvegliato, del pensiero critico. Martin Luther King ha detto che l’autonomia universitaria è una realtà moderna perché anticamente Socrate praticò la disobbedienza civile. Noi crediamo che avesse ragione.

Un unico filo lega le nostre scelte dello scorso anno. Abbiamo ospitato qua, insieme all’Università degli Studi, un confronto tra tutte e tutti i candidati a sindaco di Siena: rivendicando la nostra assoluta terzietà, ma insieme il nostro interesse per la sorte della polis. Abbiamo rivendicato la nostra libertà di esporre, o non esporre, le bandiere: e devo ringraziare pubblicamente la ministra dell’Università perché, pur nella palese diversità di giudizio di merito, ha garantito con adamantina coerenza l’autonomia universitaria affermata nella Costituzione su cui ha giurato. È lo stesso senso di autonomia per cui manteniamo aperti i canali con le università russe e la certificazione della lingua russa, e contemporaneamente abbiamo dato una laurea honoris causa a Liudmìla Petrucèskaia, una intellettuale che, esortando i soldati russi alla diserzione, ha restituito a Putin il massimo premio culturale russo. È il senso di autonomia per cui abbiamo dedicato una sala di lettura a Michela Murgia, simbolo di una funzione intellettuale non subordinata al potere. È il senso di autonomia per cui non abbiamo aderito al boicottaggio delle università israeliane: perché le università sono sempre luoghi di dissenso da tutelare e promuovere, anche (anzi, soprattutto) in una situazione terribilmente compromessa come quella, con una strage che rischia di avvicinarsi ogni giorno di più a un genocidio. Questo è ciò che siamo, e che sempre meglio vogliamo essere. […]

Abbiamo istituito, e messo in Statuto – prima università in Italia – un Osservatorio sulla precarietà che possa costantemente monitorare l’andamento del lavoro precario, e fornisca pareri formali al governo dell’Ateneo sui piani di fabbisogno del personale. Pensiamo che non si possa fare bene didattica e ricerca se le si fanno sulle spalle di docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo il cui lavoro non è sicuro e dignitoso. Brecht si chiedeva se fossero stati i re di Tebe a strascicare i blocchi di pietra delle sue sette porte: anche noi vorremmo costantemente chiederci su quale lavoro e su che qualità della vita di tutte e di tutti costruiamo la nostra università. E permettetemi qua di dire che questa domanda riguarda in modo urgente, e direi, straziante, tutta l’Italia, nel momento in cui nel cantiere Esselunga di Firenze si sono recuperati i corpi di quattro operai e se ne cerca disperatamente un altro, quello di un diciannovenne venuto in Italia come un fantasma senza corpo e senza diritti, fino al momento in cui di quel corpo tutti ci siamo accorti nel modo più terribile. […]

La persona è il punto che ci sta più a cuore. Per questo nell’ultimo anno abbiamo scelto di avere tra i ricercatori, come research fellows, due colleghi con disabilità, i professori Luca Casarotti e Paola Tricomi, che ringrazio e saluto. Se l’accesso dell’università italiana agli studenti con disabilità è un nodo ancora largamente non risolto, ancora più grave è la questione dell’accesso alla docenza di chi, a parità (spesso anzi in condizioni di superiorità) di conoscenze e qualità di ricerca, ne è escluso semplicemente perché nessuna delle nostre strutture di ricerca analogiche o digitali (a partire dagli strumenti bibliografici) è concepito per chi ha una abilità diversa. Su questo, speriamo che la nostra (piccola) esperienza possa essere utile all’intera comunità universitaria nazionale.

Un poeta napoletano, Francesco Nappo, ha scritto due versi in cui ci riconosciamo profondamente: «La patria sarà | quando saremo tutti stranieri». È l’aspirazione ad un nuovo giorno: davvero adatta per coronare questo inizio solenne di un nuovo anno accademico. È stato detto che «bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci». Non solo ci crediamo, ma tutto il nostro lavoro collettivo è perché l’aurora di quel giorno si affretti.

È uno stralcio del discorso di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per stranieri di Siena, svolto dal rettore il 19 febbraio 2024.


Lettera agli “amici” di Israele

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Sono molti gli amici di Israele che oggi operano alacremente per negare a questo Paese ogni possibilità di pace per i prossimi anni e per il futuro.

Al primo posto metterei le comunità ebraiche. Mi limito a quelle italiane e soprattutto, per miei limiti di conoscenza, a quella di Roma. Da decenni queste organizzazioni non solo non hanno mai avuto una parola di solidarietà nei confronti del popolo palestinese per le sue condizioni di miseria, di emarginazione e umiliazione nell’angusta striscia di Gaza. Non solo non hanno mai espresso, a quanto io sappia, una parola di pietà per i cittadini innocenti massacrati dal mare, dal cielo e da terra dall’esercito israeliano nelle operazioni di guerra cosiddette Piombo fuso (2008) e Margine di protezione (2014). Al contrario hanno sempre reagito con una durissima campagna di intimidazione a ogni critica nei confronti del Governo di Israele. Chiunque aprisse bocca per esprimere riprovazione nei confronti talora di veri e propri massacri, con migliaia di morti tra la popolazione civile, veniva bollato di antisemitismo, veniva cioè accomunato alla schiera di coloro che avevano concorso alla tragedia della Shoah, perpetrata dai nazisti negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Si tratta di una ritorsione argomentativa con cui da decenni questi ebrei organizzati in comunità – non tutti gli ebrei, ovviamente, tra cui si contano tanti generosi pacifisti e amici del popolo palestinese – hanno gettato un’ombra di riprovazione sulla libertà di espressione degli italiani e dato una copertura politica e morale a ogni misfatto compiuto dall’esercito di Tel Aviv. E vorrei ricordare che tale sistematica opera di ”terrorismo” ideologico-culturale si fonda su un costrutto argomentativo privo di qualsiasi fondamento razionale: poiché il popolo ebreo ha subito l’immane tragedia dei campi di sterminio, il governo che oggi lo rappresenta non può essere oggetto di critica perché ogni sua azione ha il fine supremo di difendere la propria esistenza. Tale argomentazione non differisce in nulla dalla proposizione secondo cui un individuo, a cui da piccolo sia stata sterminata la famiglia, una volta divenuto adulto, lui e i suoi figli hanno il diritto di porsi sopra la legge, di sopraffare e recare danno al prossimo senza dover ricevere riprovazioni e sanzioni. L’accusa di antisemitismo a chi critica le azioni militari degli israeliani nasconde, dunque, come nocciolo logico-argomentativo, questa clamorosa mostruosità giuridico-morale.

A questi ebrei che oggi difendono l’attuale governo, responsabile di quasi 30 mila morti, in gran parte donne e bambini, anziani, malati bombardati negli ospedali ecc., chiedo: come pensano che Israele possa costruire uno Stato sicuro e in pace? Sotto quale edificio di menzogne dovranno seppellire le migliaia di morti innocenti periti sotto le bombe del loro esercito? E che cosa racconteranno ai loro figli e nipoti su questa fase della loro storia, di una guerra con cui si è tolto ai palestinesi l’ultimo lembo di terra in cui rifugiarsi dopo quasi 80 anni di persecuzioni ed esodi? Basterà rammentare l’eccidio subito il 7 ottobre per giustificare la nuova sicurezza di Israele fondata sulla cacciata di un altro popolo? Quale sarà il fondamento morale di questo Stato che si vuole predestinato e benedetto da Dio?

Gli altri amici di Israele sono tanti esponenti politici, uomini di cultura, giornalisti, intellettuali progressisti, i parlamentari europei, che si sono opposti a un cessate il fuoco, perché si prestasse soccorso ai feriti, ai malati, agli affamati. Tra questi spicca per splendore morale una gran parte dei socialisti europei, che hanno mostrato al mondo, con quanta viltà e miseria, per puro calcolo elettorale, hanno rinnegato la più nobile delle tradizioni politiche europee, fondata sul pacifismo, la difesa dei deboli, gli ideali umanitari. A questi amici di Israele voglio domandare: è quella dell’attuale Governo di Tel Aviv la strada che può assicurare agli israeliani la serenità di una condizione di reale sicurezza? Ma non riflettono costoro sul fatto che le immagini d’orrore delle distruzioni degli edifici di Gaza, dei bambini sanguinanti tra le braccia di padri disperati, cui si assiste universalmente ogni giorno, stanno plasmando di odio antiebraico l’immaginario di tutte le giovani generazioni dei Paesi arabi che circondano Israele? Questi illuminati e lungimiranti strateghi non pensano che tali generazioni, destinate a diventare le nuove élites dirigenti dei loro Stati, vedranno in Israele il supremo nemico dei propri popoli? E pensano costoro che gli attuali governi moderati e filo-americani come l’Arabia Saudita e la Giordania, rimarranno sempre in mano alle loro impopolari monarchie? E non li sfiora il sospetto che l’attuale superiorità militare di Israele non sarà eterna e che le più sofisticate tecnologie belliche oggi circolano per il mondo come tutte le altre merci e le avranno o già le hanno l’Iran, l’Iraq, il Libano, la Siria ecc?

Tra gli amici di Israele va annoverato anche il Governo italiano, che, per il nulla che conta, si è astenuto all’assemblea dell’ONU per il cessate il fuoco a Gaza, all’ombra degli USA che hanno votato contro. La strategia del governo Meloni merita una riflessione supplementare, perché si tratta davvero del caso clamoroso di un esecutivo sovranista che conduce la propria politica estera al servizio di uno Stato straniero. La sua azione, fino a pochi giorni fa di incondizionata adesione alle posizioni degli USA e di Netanyahu, sta infliggendo un gravissimo danno agli interessi presenti e futuri dell’Italia nel Mediterraneo. Essa tradisce una tradizione pluridecennale della nostra politica estera, che non è stata mutata da alcun governo, fatta di equilibrio e di buon vicinato con i Paesi rivieraschi dell’Africa e del Medio Oriente, con gli Stati arabi, con il popolo di Palestina. Gli interessi strumentali di un governo transeunte, che supporta le pretese dell’esecutivo estremista di Israele e gli interessi imperialistici degli USA vengono fatti prevalere, con clamorosa miopia, su quelli della Nazione, per usare il termine caro alla rozza e sguaiata destra oggi al potere. Vale a dire di un Paese al centro del Mediterraneo che, per necessità, non può avere una politica estera subordinata alle mire di uno Stato atlantico e alle ambizioni estremistiche suicide di un’ élite teocratica che spinge Israele alla rovina.


24 febbraio: giornata di mobilitazione nazionale. L’Italia deve dire basta alla guerra!

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L’Italia deve dire basta alla guerra!

Ormai le guerre si susseguono con ritmo e intensità crescente. Iniziano ma non finiscono, alimentando solo la fiorente industria e il commercio immorale di armamenti. Stati e Governi sembrano aver perso la capacità di prevenire e gestire i conflitti mediante gli strumenti della diplomazia e della politica, con i quali far applicare e rispettare le convenzioni e il diritto internazionale. La conseguenza è che la guerra e la barbarie sono nuovamente tornate ad essere le uniche opzioni in campo. Basta, questa logica distruttiva va fermata.

Il teatro di guerra è globale.

La guerra è tornata ad essere uno strumento di regolazione dei conflitti, mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta. Ha preso corpo l’idea che l’ordine mondiale debba essere basato sullo scontro tra blocchi e non sulla collaborazione e la giustizia tra i popoli. Le Nazioni Unite, come espressione di tutti i popoli del pianeta, sono umiliate e il diritto internazionale sostituito dalla forza della potenza militare, preludio della guerra globale: nella barbara “logica del più forte”, nessuno è disposto a perdere, ma nessuno ne uscirà davvero vincitore.

Si compiono i due anni di guerra in Ucraina, con centinaia di migliaia di morti, milioni i profughi in fuga e un terzo del paese distrutto. In Siria, dopo tredici anni di guerra, i risultati sono centinaia di migliaia di morti e la distruzione di una secolare convivenza inter-religiosa e inter-comunitaria. In Africa, guerre e neo-colonialismo non hanno mai cessato di coesistere e di schiacciare le speranze di democrazia e di libertà. L’ultimo e più drammatico esempio di questa spirale distruttiva è ancora una volta in Medio Oriente, con l’atroce attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha provocato 1.200 vittime e più di 200 persone prese in ostaggio, con stupri di guerra sulle donne israeliane; ne è conseguito l’assedio della Striscia di Gaza da parte del Governo israeliano con bombardamenti a tappeto, uccidendo più di 24.000 palestinesi, inclusi bambini, donne e anziani, la distruzione di ospedali, scuole, presidi delle Nazioni Unite, il taglio dei rifornimenti di carburante, cibo, acqua, assistenza sanitaria. Una escalation di crimini di guerra, che condanniamo e che debbono essere fermati immediatamente per affrontare politicamente e culturalmente le cause che li hanno determinati, applicando il diritto internazionale, il diritto di autodeterminazione di entrambi i popoli, come riconosciuto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite. E l’elenco dei conflitti, delle guerre, delle violenze purtroppo non finisce qui.

Il percorso della pace deve essere globale

L’unica via per fermare la follia criminale delle guerre ed eliminare il rischio di un conflitto nucleare, è unire le forze, assumere le nostre responsabilità civiche e democratiche, schierarsi per la pace, per il diritto internazionale, per la riconversione civile e sostenibile dell’economia, promuovendo la cooperazione e la sovranità dei popoli, eliminando vecchie e nuove forme di colonialismo insieme alla politica dei “due pesi e due misure”, alla sicurezza impostata sulla deterrenza nucleare e sui blocchi militari contrapposti; abbiamo il compito di costruire insieme una società globale pacifica, nonviolenta, responsabile, per consegnare alle future generazioni un mondo migliore di quello che abbiamo ricevuto. Non ci sarà giustizia sociale e climatica, lavoro dignitoso e piena democrazia in un mondo sempre più in guerra, che usa le risorse per la morte e non per la vita, nel quale la giustizia, il diritto internazionale e umanitario vengono calpestati nell’impunità dei colpevoli. La guerra non è mai una soluzione e l’orrore non deve diventare un’abitudine. Mobilitarsi oggi per la pace, per il disarmo, per la nonviolenza, significa affrontare le sfide globali che abbiamo di fronte pena la distruzione dei diritti, della convivenza, delle democrazie e del pianeta.

Per tutto questo, chiediamo nuovamente a movimenti, reti, associazioni, sindacati, parrocchie, comitati locali, di mobilitarsi insieme nelle piazze italiane, per ribadire il NO a tutte le guerre e il NO al riarmo, per costruire un mondo di pace, di sicurezza e di benessere per tutte e per tutti, per chiedere alle istituzioni italiane ed europee di scegliere la via della pace, impegnandosi per:

  • la messa al bando delle armi nucleari

  • la riduzione immediata delle spese militari a favore della spesa sociale, sanitaria, per la tutela ambientale del territorio e per una difesa civile e nonviolenta

  • la riconversione dell’industria bellica, che sta traendo immensi profitti dalle guerre e dai conflitti armati

  • l’immediato cessate il fuoco in Ucraina e nella Striscia di Gaza

  • la liberazione degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, la fine dell’assedio e dell’isolamento di Gaza, il libero accesso agli aiuti umanitari e l’assistenza alla popolazione palestinese

  • il riconoscimento dello Stato di Palestina, la fine dell’occupazione e della violenza in Cisgiordania

  • la soluzione politica e non militare della guerra in Ucraina, per porre fine all’illegale occupazione russa e per costruire le condizioni di libertà, democrazia, convivenza e di sicurezza comune per l’Europa intera

  • il riconoscimento del diritto di asilo e la protezione a dissidenti, obiettori di coscienza, renitenti, disertori, profughi, difensori dei diritti umani, giornalisti, attivisti sociali e sindacalisti vittime della repressione politica in ogni contesto e nazione

  • il rafforzamento dell’azione umanitaria e di protezione dei diritti umani nei contesti di violenza strutturale (Afghanistan, Myanmar, Nagorno Karabakh, Iran…)

  • lo stanziamento dello 0,7% del PIL a favore della cooperazione allo sviluppo

  • la promozione di conferenze regionali di Pace sotto l’egida delle Nazioni Unite, per ricostruire convivenza e sicurezza nelle regioni martoriate da guerre in Medio Oriente e in Africa, che coinvolgono milioni di persone che vengono uccise, espulse dalle proprie case, impoverite, costrette alle migrazioni forzate.

24 febbraio 2024. Giornata nazionale di mobilitazione nelle città italiane per il CESSATE IL FUOCO IN PALESTINA ED IN UCRAINA. “Fermiamo la criminale follia delle guerre!”. “L’Italia deve dire basta alla guerra!”. Lo deve dire ora!

Rete Italiana Pace e Disarmo
Europe for Peace
AssisiPaceGiusta


Gaza: voci ebraiche contro la guerra, anche in Italia

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Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, dopo la ricorrenza del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento. Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto.

E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 28.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta. Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro.

Si può ragionare per ore sul significato della parola «genocidio», ma non sembra che questo dibattito serva a interrompere il massacro in corso e la sofferenza di tutte le vittime, compresi gli ostaggi e le loro famiglie.

Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare voci critiche e allarmate provenienti da Israele: ci dicono che il paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso. Quello che succede in Israele ci riguarda personalmente: per la presenza di parenti o amici, per il significato storico dello Stato di Israele nato dopo la Shoah, per tante altre ragioni. Per questo non vogliamo restare in silenzio.

Abbiamo provato forte difficoltà di fronte all’appena trascorso Giorno della Memoria: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico.

Il 27 gennaio 2024 è stato una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini?

Siamo ben consapevoli che esiste un antisemitismo non elaborato nel nostro paese e nel mondo, ne sentiamo l’atmosfera e l’odore in questi mesi soprattutto dal 7 ottobre, quando abbiamo visto incrinarsi i rapporti, anche personali, con parte della sinistra. Ma ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subìto un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli.

Per combattere l’odio antiebraico crescente in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti.

Non siamo d’accordo con le indicazioni che l’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha diffuso per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei. In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme.

Primi firmatari:

Fabrizio Albert, Rachele Alberti, Marina Ascoli, Massimo Attias, David Calef, Valeria Camerino, Giorgio Canarutto, Lucio Damascelli, Beppe Damascelli, Enrico De Vito, Annapaola Formiggini, Saby Fresko, Paola Fresko, Bice Fubini, Nicoletta Gandus, Adriana Giussani, Bella Gubbay, Joan Haim, Hassan Massimo, Cecilia Herskovitz, Francesca Incardona, Stefano Levi Della Torre, Annie Lerner, Gad Lerner, Stefano Liebman, Samuele Menasce, Raffaella Molena Tassetto, Bruno Montesano, Guido Ortona, Bice Parodi, Laura Pesaro, Simone Rossi del Monte, Renata Sarfati, Stefano Sarfati, Eva Schwarzwald, Gavriel Segre, Simona Sermoneta, Shmuel Sermoneta Gertel, Susanna Sinigaglia, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Deborah Taub, Jardena Tedeschi, Mario Tedeschi, Massimo Gentili Tedeschi, Sara Tedeschi Falco, Fabrizia Termini, Alessandro Treves, Claudio Treves, Roberto Veneziani, Serena Veneziani, Marco Weiss.

Hanno aderito:

Edith Bruck, Lucilla Ravà, Micael Zeller, Gavriel Segre, Manlio Massa, Raffaella Molena Tassetto, David Calef, Samuele Menasce, Federico Fubini, Gabriele Aronov, Livia Tagliacozzo, Simonetta Heger, Dima Platz-Fontanive, Grazia-Borrini-Feyerabend, Scilla Sonnino, Carlo Ginsburg, Simona Forti, Giacomo Ortona, Andrea Fubini, Nathan Levi, Emilio Sacerdoti, Giorgio Mieli, Emily Rosner, Sergio Ottolenghi, Tamar Pitch, Paola Canarutto, Piergiorgio Minazzi, Anna Canarutto, Bianca Maria Gabrielli, Nicoletta Alberio, Liliana Madeo, Saverio Benedetti, Paola Cavallari, Patrizia Bortolini, Maria Teresa Callegari, Luca Colaiacomo, Giovanna Tornello, Daniela Radaelli, Pietro Jona, Paolo Mascilli, Andrea Corbella, Riccardo Rosetti, Alessandra Elda Falcone, Andrea Lombardi, Laura Ottolenghi, Susanna Fresko, Renato Scuffietti, Magda Mercatali, Francesca Ceccherini Silberstein, Paola Pasqua Di Bisceglie, Pierpaolo Mastroiacovo, Elena Maria Milazzo Covini, Marzia Cattaneo, Tiziano Carradori, Francesca Romana Fiore, Luigi Mancuso, Paolo Mascilli, Claudia Beltramo Ceppi Zevi, Antonella Caterina Attardo, Franco Bernardi, Antonella Caterina Attardo, Lucilla Ravà, Daniele Santini, Paola Colombino, Josette Molco, Fiorenza Cavicchioli, Claudia Zaccai, Alberto Fiz, Gianfranco De Nisi, Gianni Gregoris, Piero Morpurgo, Rita Beatrice Cauli, Ludovica Muntoni, Piero Nissim, Cecilia Del Fa, Irene Agovino, Chiara Milano, Francesca Castelli, Giuseppe Ciaurro, Gaddo Morpurgo, Piero Pelù, Elide Chiampi, Renata Spiezio Isabelle Dehais, Giuseppe Gibin, Enrico Franco, Daniela Scotto di Fasano, Francesca Rambaldi

Per ulteriori adesioni:
maiindifferenti6@gmail.com


L’anatema di Israele contro Francesca Albanese

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In una situazione già drammatica, nella quale ogni dichiarazione che persegua il raggiungimento della pace attraverso la fine dell’azione militare israeliana a Gaza viene definita antisemita, come la semplice e stringata dichiarazione a Sanremo del cantante Ghali “Stop al genocidio”, spicca ora l’inserimento da parte di Israele nella sua blacklist di Francesca Albanese, Special Rapporteur Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, accompagnata (per non essere troppo riduttiva…) dalla richiesta al Segretario dell’Onu Guterres di estrometterla dall’incarico.

Questo ennesimo scontro tra Israele e Onu ha preso avvio, secondo fonti giornalistiche, dalle parole pronunciate da Francesca Albanese in risposta al Presidente francese Macron, che aveva definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre come il più grande massacro antisemita della storia, con le quali aveva chiarito come, a suo giudizio, le uccisioni dei cittadini ebrei non fossero avvenute per motivi religiosi, ma in risposta all’oppressione di Israele.

Ora – anche a prescindere dalla circostanza che i fatti non sono mai bianchi o neri, onde è difficile spiegare con una sola definizione quanto accaduto, senza tener conto della complessità della situazione – è, a dir poco, inaccettabile che uno Stato sotto processo presso la Corte di Giustizia dell’Onu per un’accusa gravissima come quella di genocidio (rispetto alla quale la Corte ha ritenuto presenti indizi e sospetti) si permetta non solo di inserire nella propria blacklist la Special Rapporteur dell’Onu, ma addirittura di pretenderne l’allontanamento dal ruolo. Come se il fatto di chiamarsi Israele e di avere subito, oltre alla tragedia, indicibile per il suo orrore, della Shoah, l’eccidio criminale del 7 ottobre, lo rendesse legibus solutus e lo autorizzasse a dettare le regole di comportamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e di chiedere la rimozione o la conferma dei suoi funzionari.

La serietà con cui Francesca Albanese porta avanti il suo lavoro e la competenza dimostrata nel trattare argomento così sensibili sono incontestabili. In ogni caso essa ha il diritto-dovere di esprimere le sue valutazioni. Anzi, tali valutazioni sono particolarmente rilevanti, proprio per il ruolo che ricopre, e la comunità internazionale dovrebbe tenerle in massimo conto. Mentre sarebbe un crimine restare in silenzio quando a Gaza prosegue la carneficina raccontata, per esempio, nei giorni scorsi, in tutta la sua sua drammaticità, sulle pagine di la Repubblica, dal giornalista palestinese Sami Al Ajrami, rifugiato a Rafah (https://www.repubblica.it/esteri/2024/02/07/news/striscia_gaza_notizie_oggi_sami_al_ajrami_padre-422073243/).

L’insofferenza nei confronti di Francesca Albanese non è cosa nuova, anche nel nostro Paese. Nel luglio 2022, per esempio, in occasione della sua audizione da parte della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, per riferire sulla situazione oggetto del suo mandato, venne letteralmente aggredita dal presidente, Piero Fassino, con contestazioni tanto pesanti quanto infondate (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/07/15/ragionare-di-palestina-e-impossibile-anche-nel-parlamento-italiano/).

È difficile usare la razionalità e parlare di Palestina uscendo dagli stereotipi di Israele e dell’Occidente. Anche per la sua coerenza in questo difficile contesto Francesca Albanese merita tutta la nostra solidarietà.


La memoria di Biden e una candidatura in dubbio

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«La mia memoria funziona benissimo», risponde Joe Biden alla domanda di un giornalista che gli chiede spiegazioni in ordine alle conclusioni cui da poco è giunto il procuratore speciale, Robert K. Hur, in una relazione di 345 pagine. Incaricato all’inizio del 2023 dall’Attorney General della Casa Bianca (corrispondente al nostro ministro della Giustizia) Merrick Garland di investigare su un possibile reato di detenzione illegale di documenti coperti da segreto di Stato – relativi al periodo in cui Biden era vice presidente di Obama e trovati dagli avvocati della sua amministrazione in un suo ufficio e nella sua abitazione in Delaware – giovedì scorso lo Special Counsel decide di non esercitare l’azione penale contro l’attuale presidente.

Alla buona notizia dell’archiviazione dell’accusa a suo carico decisa dal procuratore Hur – parte del team del ministero della giustizia ai tempi di Trump e da quest’ultimo poi nominato quale Attorney General in Maryland – si accompagna però, per Biden, un devastante attacco alle sue capacità cognitive, di dubbia interpretazione sul piano politico. In un documento, che entra pesantemente nei dettagli delle facoltà intellettive del presidente, la ragione per cui il procuratore speciale non esercita l’azione Biden penale non riguarda i fatti, ma la difficoltà di provare in giudizio che Biden si rendesse conto di quel che faceva. A differenza di quel che gli avvocati di Biden asserivano, Hur dichiara che non è vero che la sua detenzione di materiale coperto da segreto di Stato non abbia messo in pericolo la sicurezza nazionale. È invece la sua ovvia incapacità di ricordare che «renderebbe difficile convincere una giuria a condannarlo per un reato grave che richiede la prova della volontà dell’azione». Il presidente è, insomma, in uno stato mentale tale che sarebbe assai difficile per l’accusa provare il dolo richiesto dalla fattispecie criminosa, ossia provare che egli si rappresentasse e quindi volesse effettivamente detenere del materiale riservato.

Il rapporto con cui Hur archivia l’accusa descrive ore di confronto in cui il presidente avrebbe dimostrato di non essere in grado di ricordare eventi e fatti importanti e noti, come la data di morte di suo figlio Beau o il periodo della sua vice presidenza. Già in una conversazione registrata nel 2017, con colui che poi ne avrebbe scritto la biografia, Biden «faceva fatica a ricordare molti fatti» e «aveva difficoltà nel leggere e capire le sue proprie annotazioni», scrive il procuratore speciale. Nel 2023, aggiunge, la situazione è decisamente peggiorata. È un resoconto sulla memoria di Biden e sulle sue capacità cognitive del tutto inusuale per un documento legale, commenta il New York Times, che riporta la notizia con grande enfasi (https://www.nytimes.com/2024/02/08/us/politics/biden-special-counsel-report-documents.html). È un chiaro eccesso rispetto ai compiti spettantegli, afferma il presidente (https://www.politico.com/news/2024/02/09/white-house-frustration-with-garland-grows-00140813).

Cosa sta dunque succedendo? Si tratta di un colpo basso messo a segno da un procuratore speciale che in fondo parteggia per Trump, essendo stato parte della sua amministrazione in passato? O siamo invece di fronte a un errore di Merrick Garland, che non ha saputo tutelare il suo presidente, per aver nominato a suo tempo il procuratore speciale e per non aver “sbianchettato” oggi tutte le parti del rapporto che compromettono irrimediabilmente l’immagine di un Biden compos sui, ossia capace di ragionare e quindi di governare un paese come gli Stati Uniti?

Se l’intenzione di danneggiare Biden a vantaggio di Trump da parte di Robert Hur è tutta da provare, è ancora più complicato addossare a Merrick Garland la responsabilità di quanto accaduto. Con un’indagine per i documenti riservati detenuti a Mar-o-Lago da Donald Trump già a novembre 2022 attribuita a un procuratore speciale, qualora nel gennaio 2023 Garland avesse intestato a sé l’investigazione relativa a Biden per fatti analoghi e avesse poi archiviato, la disparità di trattamento sarebbe risultata evidente. Per garantire un’immagine di neutralità al dipartimento della giustizia, vantaggiosa anche per l’attuale presidente nella sua futura corsa elettorale, Merrick non poteva fare diversamente e la scelta di un prosecutor dal passato politico non democratico aveva proprio lo scopo di avvalorare l’imparzialità di un organo di giustizia che, per la prima volta, ha poi esercitato l’azione penale contro un ex presidente in corsa per la rielezione. Né lo US Attorney General avrebbe potuto modificare il rapporto del procuratore speciale senza dover rendere conto al Congresso.

Mentre alla Casa Bianca volano gli stracci, quel che è accaduto sembra invero la spia di un forte disagio per la candidatura di Biden all’interno dello stesso establishment democratico. Quanto la relazione di Hur sia stata o meno concordata con coloro fra i democratici che pensano che il presidente debba ritirarsi dalla corsa elettorale forse non lo sapremo mai. Quel che è certo è che in molti nel mondo dem ritengono ormai certa una sua sconfitta. A suffragare la loro opinione stanno i sondaggi che lo danno come il presidente con il più basso tasso di gradimento dai tempi del secondo mandato di George W. Bush e ne attestano il pericolosissimo progressivo e rapido abbandono da parte dell’elettorato (https://www.nbcnews.com/politics/2024-election/poll-biden-trump-economy-presidential-race-rcna136834), soprattutto giovane (https://www.vox.com/politics/24034416/young-voters-biden-trump-gen-z-polling-israel-gaza-economy-2024-election). Ci sono poi le preoccupazioni per un’economia che, per quanto sbandierata come in ottima salute, non soltanto è sempre tale solo per i pochi che se ne avvantaggiano a danno dei molti, ma rischia altresì di vedere ricomparire gli alti tassi di inflazione – da poco lasciati alle spalle – a causa della guerra nel Mar Rosso, che anche gli Stati Uniti combattono. Le difficoltà cognitive di Biden, al di là del rapporto di Hur, sono sotto gli occhi di tutti e il timore che la situazione peggiori è forte e non infondato. Ecco perché la relazione di Hur, se non concordata, con ogni probabilità costituirà comunque il grimaldello attraverso cui una parte consistente dell’establishment democratico cercherà di aprire la porta a una diversa candidatura. In che modo? Biden potrebbe, per esempio, partecipare alle primarie fino alla convention repubblicana di agosto, accumulando delegati e attaccando Trump, salvo poi «scioccare il mondo intero con l’annuncio del suo ritiro dalla corsa e l’invito ai delegati alla convention di scegliere loro con chi sostituirlo», scrive Ross Douthat sul New York Times. Ciò comporterebbe «uno spettacolo e un entusiasmo che il vecchio Biden non può più offrire» (https://www.nytimes.com/2024/02/10/opinion/joe-biden-convention-2024.html). Fantasie di un opinionista? Forse no e la relazione di Robert Hur potrebbe allora essere il segnale di un prossimo cambio di guardia atteso da molti.


Le mani della destra sulle foibe: con l’appoggio di PD e M5S

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Giovedì 8 febbraio 2024 alla Camera è stata scritta, dal PD e dal M5S, una pagina nera sulle foibe e il conseguente esodo.

Il 3 ottobre 2023 fu presentato al Senato un disegno di legge di finanziamento alla legge n. 92/2004 di istituzione del Giorno del ricordo, risultante dall’unificazione dei disegni di legge n.  317 (Romeo), n. 533 (Menia) e n. 548 (Gasparri), dal titolo: “Modifiche alla legge 30 marzo 2004, n. 92, in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata nelle giovani generazioni” (https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/REST/v1/showdoc/get/fragment/19/DDLMESS/0/1388972/all). In pratica si prevedeva, per il triennio 2023-2025, lo stanziamento di 3 milioni di euro (più un milione per la gestione dei musei delle foibe e dell’esodo) per: 1) l’istituzione di un concorso nazionale per la “migliore installazione artistica a ricordo delle foibe”; 2) la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata nelle giovani generazioni; 3) l’organizzazione di “viaggi del ricordo” nei luoghi delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e nelle terre di origine degli esuli.

Sconcerta, come ebbe modo di scrivere dieci giorni dopo il presidente dell’ANPI Pagliarulo in una lettera rivolta a tutte le forze politiche, «che la ricerca storica e la formazione delle pertinenti commissioni tecnico-scientifiche siano riservate unicamente ed esclusivamente a associazioni degli esuli più la Lega nazionale di Trieste, tutte associazione caratterizzate politicamente a destra, e alle quali la legge destina cospicui finanziamenti, escludendo tout court gli istituti storici (quello regionale di Trieste e i provinciali di Udine e Pordenone), le fondazioni, gli altri istituti di ricerca e le associazioni che nel Friuli Venezia Giulia si occupano appunto di ricerca storica» (https://www.anpi.it/modifica-approvata-senato-sul-giorno-del-ricordo-pagliarulo-ai-gruppi-parlamentari-ricerca-storica ). Imbarazzante fu il voto quasi unanime al Senato (solo due astenuti di Verdi Sinistra), nonostante il PD avesse visto bocciati i propri emendamenti.

Passato alla Camera, il testo è stato votato giovedì 8 febbraio scorso. Sulla scorta della lettera critica dell’ANPI, la deputata PD Irene Manzi ha presentato tre emendamenti che accoglievano le richieste di Pagliarulo per allargare la platea dei “formatori” anche agli Istituti storici del Friuli Venezia Giulia, alle associazioni partigiane e all’ANED, ma gli emendamenti sono stati tutti bocciati. A questo punto ci si sarebbe aspettati che una forza politica che vedeva bocciati i propri emendamenti quanto meno si astenesse. E invece la legge che rifinanzia la Giornata del Ricordo, voluta da Menia e Gasparri, è stata votata quasi all’unanimità: nessun contrario (il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare), 10 astenuti (gruppo Verdi Sinistra) e 224 a favore. Un comportamento grave, tenendo conto che questi soldi serviranno a finanziare solo le associazioni monopolizzate dalla destra post-fascista e a consolidare la narrazione faziosa e unilaterale della vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Da notare che le due principali forze d’opposizione hanno votato a favore nonostante l’irridente discorso conclusivo della presidente di Commissione Matteoni, giovane post-fascista triestina catapultata direttamente dal consiglio comunale di Trieste alla Camera dei deputati, che ha concluso la sua replica citando il difensore della razza e fucilatore di partigiani Giorgio Almirante: «Voglio citare, infine, una bellissima frase dell’onorevole Giorgio Almirante che ebbe a dire, durante un discorso alla Camera dei deputati nel 1948, quando tutto il Parlamento italiano si stringeva con forte preoccupazione agli italiani d’Istria e Dalmazia che, avendo optato per la cittadinanza italiana, erano soggetti a vessazioni da parte delle autorità jugoslave: “occorre che questi profughi, tornando in Italia, ricevano qualcosa in più di un’assistenza sporadica e generica e che sentano in maniera concreta il cuore della patria palpitare accanto al loro”. Oggi, in qualche modo, spero che quello che egli definì il cuore della patria possa essere udito ancora forte da istriani, giuliani, fiumani e dalmati» (https://www.camera.it/leg19/410?idSeduta=0241&tipo=alfabetico_stenografico).

I parlamentari di PD e M5S non considerano che la sciagurata legge n. 92/2004 sul Giorno del Ricordo, voluta dagli eredi di Almirante, prevede comunque di conservare e rinnovare la memoria anche «della più complessa vicenda del confine orientale». Come sottolineò l’ANPI dopo il 3 ottobre, tale “complessa vicenda” non si esaurisce nella pur terribile tragedia delle foibe e dell’esodo, ma riguarda la lotta partigiana, i campi di concentramento fascisti, il crematorio della Risiera di San Sabba, le libere repubbliche partigiane. Né può prescindere dall’invasione italiana della Jugoslavia, dalla violentissima repressione della popolazione slovena, dalla efferatezza nei confronti dei civili, dai delitti dei criminali di guerra italiani. Dalla formazione delle commissioni tecnico-scientifiche di ricerca storica previste nel disegno di legge sono invece esclusi – come si è detto – gli Istituti storici e tutte le fondazioni, le associazioni e gli altri istituti di ricerca che nel Friuli Venezia Giulia si occupano, non senza difficoltà, della ricerca storica.

Di fronte a questo fazioso processo di revisione storica i partiti di opposizione sembrano non rendersi conto della gravità della fase. Questo è un governo che occupa i posti di potere, condiziona la magistratura, ignora i sindacati e le parti sociali, vuole stravolgere in senso autoritario la Costituzione nata dalla Resistenza. La revisione storica e la riabilitazione del fascismo fanno parte di questo piano (già previsto dalla P2 di Gelli). Dobbiamo quindi attrezzarci per una nuova Resistenza democratica e antifascista: resistenza culturale, sociale e politica. E non è un caso che “Resistenza” sia la parola scritta sulla tessera 2024 dell’ANPI. Ma l’ANPI non può e non deve restare sola.