Coronavirus, fase 2: guai ai poveri!

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Mentre ancora si contano i morti si comincia a parlare della “fase 2”. Giustamente ma, ahimè, in modo del tutto inadeguato. Ancor più inadeguato della gestione della fase 1.

 Primo. Per programmare e guidare la nuova fase è stata istituita, il 10 aprile, una Commissione di superesperti dotata di «ampi poteri», una task force operativa, per usare il lessico del presidente del Consiglio e dei media. Non ci siamo: le scelte sul come uscire dalla crisi epocale che stiamo attraversando (e che ancor più ci attanaglierà) non sono tecniche ma politiche. Non definirne le linee fondamentali e demandare tutto a una commissione di “esperti” è una fuga della politica dai propri compiti e dalle proprie responsabilità. Ma passi. Facciamo finta che la Commissione sia un semplice “ausilio” per i decisori politici. Bene. Tutti gli analisti – proprio tutti – concordano nel ritenere che la crisi economica dei prossimi mesi sarà la peggiore di sempre e provocherà una disoccupazione e una povertà senza precedenti (in un Paese che già ora ha un tasso di povertà insostenibile). Molti studiosi, poi, segnalano un nesso tra la diffusione (se non l’origine) dell’epidemia e l’inquinamento ambientale. Altri ancora sottolineano che l’impoverimento e la disuguaglianza sono coessenziali al modello di sviluppo perseguito negli ultimi decenni (e non suoi effetti collaterali suscettibili di correzione). Ciò imporrebbe quantomeno, nel momento in cui si definiscono le strategie per affrontare la crisi, una verifica e un riesame di quel modello. Se non ora quando? Ebbene, nulla di ciò è all’orizzonte. Basta guardare la composizione della task force preposta alla “ricostruzione” (si badi, alla “ricostruzione”, termine che evoca un’assoluta continuità col passato). Cominciamo da chi la presiede: Vittorio Colao è un «supermenager – come ci informa, sollecita, la Repubblica dell’11 aprile (https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/04/11/news/no_ai_salotti_buoni_si_alla_meritocrazia_il_manager_che_risolve_problemi-253792706/?ref=RHPPTP-BH-I253796739-C12-P3-S1.8-L) – abituato a scalare le Dolomiti in bicicletta o a risalire il Lago di Garda in windsurf fino a Riva per cercare il vento teso», strappato, per la bisogna, «alle Olimpiadi di Milano e Cortina». Difficile pensare che siano queste le doti necessarie per sollevare il Paese dal baratro… E non è più rassicurante il quadro degli altri 16 componenti la Commissione: sette economisti o similari (per lo più provenienti da scuole o istituti impegnati nei decenni a sostegno dell’attuale modello di sviluppo), tre manager pubblici o privati, tre grand commis della pubblica amministrazione, un’esperta di psicologia sociale, un tributarista e un giuslavorista (https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/04/10/news/vittorio_colao_task_force_coronavirus_ricostruzione-253705612/). Non un esponente di movimenti sociali o ambientali, non uno studioso di problemi connessi con l’inquinamento, non un economista o un sociologo “critico”, non un tecnico che abbia espresso qualche dubbio sulle grandi opere, non una rappresentanza dei movimenti dei lavoratori o della casa (cioè di chi più soffre gli effetti della crisi), non un esponente del volontariato sociale… Certo la presenza di queste componenti non sarebbe risolutiva ma si tratterebbe almeno di un segnale. In assenza, qualcuno può seriemente pensare che tra le opzioni al vaglio della Commissione ci sia anche un diverso modello di sviluppo (pur un tempo evocato da alcune delle componenti che sostengono il Governo)?

Secondo. Non sono da meno i messaggi culturali, sintetizzati nel titolo con cui, l’11 aprile, la Repubblica annuncia, con involontaria ironia, il varo della Commissione: «Colao. No ai salotti buoni sì alla meritocrazia, il manager che risolve problemi». Ancora una volta la bacchetta magica, l’asso nella manica del Governo e della sua task force è la “meritocrazia”, evocata da almeno vent’anni come chiave di volta per il cambiamento (chi non ricorda la perentoria affermazione di Matteo Renzi del 2014 secondo cui «la meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione»). Eppure è difficile trovare una sciocchezza maggiore, rivelatrice, come poche altre, del degrado del pensiero nel nostro Paese (https://volerelaluna.it/societa/2018/03/20/contro-la-meritocrazia/). Ovvio che una crescita generalizzata di competenza e di capacità, garantita da controlli adeguati, sarebbe auspicabile e positiva ma la meritocrazia è tutt’altro. Basta prestare attenzione a chi principalmente la invoca, ovviamente per gli altri. È quel ceto dirigente dell’economia, della finanza e delle professioni che si perpetua grazie alla trasmissione di imprese, aziende e ruoli professionali per via ereditaria e per il quale il merito consiste, per lo più, nell’essere figli, mogli, nipoti, cognati e via seguitando. L’attenzione alla provenienza svela il senso dell’appello al primato del merito: perpetuare lo status quo ed evitare che alcune, limitate posizioni di rilievo sfuggano a quella logica. Mentre è evidente che la predisposizione di risposte attendibili alle domande sociali diffuse richiederebbe non già la selezione dei migliori ma la crescita professionale di tutte le categorie interessate. Se, poi, si passa ai cittadini, cioè ai destinatari dei servizi e degli interventi dello Stato, gli epigoni della meritocrazia non hanno dubbi: reddito e provvidenze vanno assicurati dallo Stato solo a chi li merita. Che fare, poi, dei non meritevoli o dei non capaci (che sono, nel pensiero dominante, legione: marginali, malati, alcolisti, tossicodipendenti, sofferenti psichiatrici, clandestini e via elencando potenzialmente all’infinito)? Costruire un’immensa rupe Tarpea da cui precipitarli? Sembra un paradosso ma non lo è, come la storia insegna. È questo il vero volto della meritocrazia: premiare chi ha qualità, sanzionare chi ha handicap o difetti. Che sia la chiave di volta per un governo giusto, o almeno accettabile, della società non è così certo. Anche se a dubitarne sembra rimasto solo il papa di Roma: «Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia” [che] sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. […] Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa» (Genova, 27 maggio 2017, incontro con il mondo del lavoro, stabilimento Ilva: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2017/5/27/lavoratori-ilva-genova.html).

Terzo. Contemporaneamente all’istituzione della Commissione, il 10 aprile, il presidente dei deputati Pd, Graziano Delrio, ha proposto di introdurre, per il 2020 e il 2021, un contributo di solidarietà a carico dei cittadini con redditi superiori a 80 mila euro annui (pari a 6.500 euro mensili). Si tratterebbe di una sovrattassa temporanea (due anni), progressiva (dal 4% per i redditi tra 80 e 100mila euro si arriva all’8% per quelli oltre il milione), calcolata sulla parte dei redditi che eccede la soglia. Il tutto con l’obiettivo di garantire il gettito di un miliardo e trecento milioni l’anno da destinare «a coloro che versano in situazioni di povertà a causa della crisi o in situazioni di grave difficoltà per la perdita completa del reddito». Sembrerebbe il minimo sindacale, criticabile per la timidezza e per il carattere temporaneo. In un Paese in cui già prima dell’epidemia 18 milioni di persone erano a rischio di esclusione sociale, 5 milioni in povertà assoluta e 9,3 milioni in povertà relativa, un incremento della tassazione sui redditi più elevati è semplicemente necessario: nell’immediato per far fronte alle esigenze di vita più elementari di molti; in prospettiva, per contenere le disuguaglianze. Del resto – sia detto per inciso – così era, nel nostro Paese, negli anni Settanta quando, per l’Imposta sulle persone fisiche, erano previsti 32 scaglioni di reddito l’ultimo dei quali con un’aliquota addirittura del 72 per cento. Ebbene – c’è da non crederci – questa timida proposta, bollata come una patrimoniale, è stata salutata da (quasi) tutti come uno scandalo. Italia Viva l’ha definita «una follia», il M5Stelle ha affermato che «non è il momento di chiedere altri sacrifici agli italiani», le opposizioni hanno promesso di fermare questa barbarie, la segreteria del Pd ha preso le distanze e, nella stessa serata, il presidente del Consiglio l’ha definitivamente bocciata. Traduzione: i poveri possono morire di fame purché non si tocchino i privilegi dei ricchi. Per salvarsi la coscienza bastano i tricolori alle finestre e una retorica patriottarda fatta di buoni sentimenti diffusi a piene mani da leader politici e pubblicità televisive delle grandi marche (per lo più in mano a multinazionali).

 Quarto. C’è, poi, la ciliegina finale. Il 10 aprile 2020 il ministro dell’Interno ha inviato ai prefetti una circolare con cui li invita a «intercettare ogni segnale di possibile disgregazione del tessuto sociale ed economico, con particolare riguardo alle esigenze delle categorie più deboli»: per «sensibilizzare gli enti territoriali competenti ad adottare ulteriori misure di sostegno a situazioni di disagio sociale ed economico e di assistenza alla popolazione». Doverosa premura – verrebbe da dire – se non fosse che i prefetti vengono parallelamente  richiamati alla necessità di vigilare, tra l’altro, sul fatto che «alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro potrebbero accompagnarsi gravi tensioni a cui può fare eco la recrudescenza di tipologie di delittuosità comune e il manifestarsi di focolai di espressione estremistica». Insomma, attenzione all’assalto ai forni di manzoniana memoria (che certamente sarebbe frutto non della disperazione e della fame ma di un disegno eversivo di estremisti e mestatori!).

Questa la situazione. Non sarebbe opportuno provare a costruire una controproposta strutturata per l’uscita dalla crisi? Noi ci proveremo.


Coronavirus. Ci stiamo giocando la democrazia

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«La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare» (Piero Calamandrei).

Già, ma quanto vale la nostra comune libertà?

La fase 2 della sospensione delle nostre libertà, si apprende, inizierà prima dalle fabbriche, e solo dopo dalle persone. Peraltro da fabbriche in cui assai spesso si lavora senza tutele sanitarie adeguate, con una penosa autocertificazione vagliata (?) dai prefetti (!). Il sogno proibito di un capitalismo estremo: le persone ridotte letteralmente a produttori senza diritti e consumatori senza libertà. Produrre, consumare, crepare. Ma, si apprende, questo sarà brevissimo: e avviene perché ci sono i ponti festivi di primavera, e non possiamo liberare gli italiani: che, sennò, abuserebbero della loro libertà. La svolta paternalista: festeggeremo la Liberazione in casa perché non sapremmo gestire la nostra libertà. Dal maggioritarismo al minoritarismo: nel senso che ci ritroviamo in stato di minorità.

Ma non è il momento di polemiche, e nemmeno di critiche, e nemmeno di un pensiero diverso, ci si dice. Non sono d’accordo. Io penso questo: saremo dopo quel che siamo ora (come è già stato scritto in queste pagine: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/23/saremo-domani-quel-che-siamo-oggi-riflessioni-per-il-dopo-coronavirus/). Il modo in cui gestiamo l’emergenza, quel modo sarà la cifra del dopo.

E questo modo è, per molti versi, l’esasperazione negativa di ciò che combattevamo prima.

Mille sono i fronti su cui ora – proprio ora – occorre combattere una battaglia politica. Sanità pubblica, diritti dei lavoratori e dei loro corpi ridotti a merce, diritti di chi non ha una casa in cui rimanere né i soldi per vivere, diritto alla vita degli anziani, diritto all’istruzione e libertà di insegnamento, finanziamento della ricerca e accesso ai ruoli di responsabilità scientifica e mille altre questioni vitali. Insomma, la ricostruzione dello Stato dalle sue fondamenta: secondo il progetto della Costituzione.

Ma un fronte appare preliminare a tutti gli altri: e si chiama democrazia. Tutti i maestri di diritto costituzionale ci hanno spiegato che sì, si possono e si devono comprimere le libertà per garantire a tutti (e specie ai più deboli: ricordiamolo) vita e salute. Sacrosanto. Ma hanno anche aggiunto: purché sia per un tempo breve, e certo. Condizione necessaria per rimanere in regime democratico.

Bene, onestamente nessuno sa quanto la compressione delle nostre libertà durerà. Si rincorrono gli studi: sei mesi, un anno, due anni da ora? Appare chiaro che anche il prossimo anno scolastico potrà essere in remoto – con conseguenze psicologiche, sociali e culturali che non voglio nemmeno immaginare.

Se le cose stanno così, deve essere il Parlamento a decidere: non il signor presidente del Consiglio dei ministri.

Avrei voluto che il Parlamento avesse un ruolo anche nella costruzione del decreto Cura Italia, da cui pure dipende la vita di milioni di italiani: l’assenza di una vera discussione e la incredibile decisione del Governo di porre la fiducia significano che la democrazia è ridotta a una pura formalità. Di questo passo il taglio ai parlamentari potrebbe essere del 100%: se per le decisioni più gravi prese, forse, nella storia della Repubblica il ruolo delle Camere è pari a zero, perché tenerle aperte?

Da cittadino ora pretendo che siano i miei rappresentanti a discutere a fondo, e di fronte al Paese: chiedendo e ottenendo la migliore documentazione scientifica, comprese le necessarie ammissioni di ignoranza e di impotenza. Perché le cose che non sappiamo sono forse ora ancora più decisive di quelle che sappiamo.

Vorrei che si considerasse quel che si fa negli altri paesi europei: in alcuni – per dire – si può andare nei parchi, in altri i conviventi (famiglie o nuclei di qualunque sorta) possono uscire insieme, purché a distanza dagli altri. Vorrei che lo si considerasse, lo si soppesasse: e poi si decidesse, e si spiegasse perché lo si è deciso. Non sono dettagli: sono la sostanza della vita di noi tutti non sappiamo fino a quando.

Vorrei che si discutesse a fondo e poi si decidessero alcune regole. Chiare, comprensibili, razionali, fondate, uguali per tutto il Paese. Perché – sul piano delle libertà – la cosa peggiore che sta succedendo è che la confusione delle fonti e ancor più la vaghezza delle norme (per dirne una tra mille: cosa diavolo vuol dire prossimità? Il quartiere, come quando ci si vuole imporre il ‘poliziotto di prossimità’, o i duecento metri stabiliti dalla Lombardia?) stanno lasciando un enorme margine di arbitrio alle forze dell’ordine.

Ora, io ho una sincera gratitudine verso questi lavoratori che, per stipendi da fame, sono per strada a farsi alitare in faccia da legioni di furbetti, ma vedo anche che questa situazione sta facendo regredire le coscienze a una situazione da antico regime. Non sai mai se quel che stai facendo sia passibile di sanzione: tutto è rimesso alla discrezione dell’uomo in divisa che ti trovi davanti. Ecco, questa è una situazione che si sta facendo insostenibile: e che, proiettata in mesi o in anni e soprattutto valutata nelle sue conseguenze di lungo periodo, mi pare davvero fatale.

E nodi più grandi andranno sciolti: lavoreranno (e usciranno di casa?) gli immuni, i giovani, le donne? E come si accerterà l’immunità? E poi i controlli: droni, applicazioni, satelliti, tracciamenti… A decidere i contorni di questa distopia orwelliana non potrà essere solo il signor presidente del Consiglio: e non si dica che di fatto siamo temporaneamente una virtuosa “dittatura scientifica”, perché il Comitato tecnico scientifico non fornisce – né potrebbe – al Governo certezze oggettive o decisioni già confezionate: fornisce invece elementi, più o meno certi, in base ai quali orientare una scelta. Che è, e resta, politica: e che dunque va fatta in Parlamento, con la massima trasparenza e con la ricerca del massimo consenso possibile.

Dovremo discutere di molte cose, dovremo pretendere risposte e cercare terribili verità su quel che è successo in questi mesi: dovremo farlo con feroce determinazione.

Ma non sapremo dove farlo se nel frattempo ci saremo convinti che la democrazia non ci serve più: anzi, che la democrazia sia una zavorra che ora non ci possiamo permettere.


A volte ritornano

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A volte ritornano è il titolo di un film horror del 1991 tratto da un romanzo di Stephen King giocato sul tema del terrore suscitato dal ritorno dei fantasmi dei protagonisti di un tragico fatto di sangue. In realtà anche gli eventi della politica possono richiamare la trama di un film horror quando fanno riapparire nel nostro cielo i fantasmi di un passato orribile da cui credevamo di esserci liberati. Sono tornato è il titolo del film di Luca Miniero, uscito nel febbraio 2018, fondato su una intuizione di fantapolitica: il 28 aprile 2017 nel bel mezzo di Piazza Vittorio, cuore multietnico della Capitale, si materializza il Duce in persona, risorto proprio nel giorno della sua morte. La trama del film si confronta con l’ambiguità dei sentimenti di fascino o ripudio che la riapparizione traumatica del Duce può provocare.

Tutti quanti abbiamo sorriso di questa provocazione. Però adesso, dopo due anni, scopriamo che si tratta di una profezia nera che si sta autoavverando. Non a Roma, ma a Budapest il Duce è risorto; non il 28 aprile 2017, ma il 30 marzo 2020 quando il Parlamento ungherese ha votato una legge che concede al premier Viktor Orbán pieni poteri a tempo indeterminato per fronteggiare l’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia del COVID-19 (https://volerelaluna.it/mondo/2020/04/01/ungheria-attenti-a-orban/).

Quella approvata dal Parlamento è una legge-cardine basata sull’art. 53 della discussa Costituzione ungherese del 2011 secondo cui, nel caso di calamità naturali o di altri disastri, possano essere concessi poteri straordinari al Governo. La legge prevede (art. 2) che il Governo, mediante decreto, «può sospendere l’applicazione di talune leggi, introdurre deroghe a disposizioni normative e adottare altre misure necessarie per tutelare la vita, la salute, i beni, la sicurezza giuridica dei cittadini e la stabilità dell’economia nazionale». Il Parlamento non può mettere becco in tali decreti, che non devono essere sottoposti ad alcun tipo di controllo, mentre il Governo ha solo l’obbligo di informare il Presidente dell’Assemblea nazionale e i capi dei gruppi parlamentari sulle misure adottate. Sono inoltre introdotte due nuove disposizioni penali: una in particolare riscrive l’art. 337 del codice penale rendendo possibile la criminalizzazione, con sanzioni fino a cinque anni di carcere, di tutti coloro che diffonderanno critiche sulla gestione dell’allarme sanitario, sullo stato della sanità pubblica o su altre decisioni del potere politico. Durante il periodo dell’emergenza non si potranno svolgere consultazioni elettorali di nessun tipo. La legge non pone alcun limite temporale all’esercizio di questi poteri straordinari e sarà lo stesso Orbán a decidere a suo insindacabile giudizio quando porre fine allo stato di emergenza (http://www.questionegiustizia.it/articolo/stato-di-pericolo-e-poteri-straordinari-al-governo-ungherese_01-04-2020.php).

In sostanza, prendendo a pretesto l’emergenza sanitaria, Orbán si è fatto incoronare Duce. Di slancio è riuscito persino a superare il suo modello, facendosi attribuire dal Parlamento un potere superiore a quello che il Parlamento del Regno aveva attribuito a Benito Mussolini con la legge 24 dicembre 1925 n. 2263 sulle attribuzioni e prerogative del Capo del Governo. Con quella legge veniva attribuito al Governo, che non aveva più bisogno di ottenerne la fiducia, il controllo dell’attività delle Camere (art. 6: «Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle due Camere, senza l’adesione del Capo del Governo»), ma il potere legislativo restava pur sempre in capo al Parlamento, che non poteva essere chiuso o sospeso neppure dal Duce.

In realtà la legge sui pieni poteri a Orbán non arriva come un fulmine a ciel sereno ma è lo sbocco di un processo politico-costituzionale che ha portato a smantellare, passo dopo passo, i meccanismi dello Stato di diritto in Ungheria mirando all’instaurazione di una “democrazia illiberale”, come definita dai suoi stessi artefici.

L’evoluzione in atto in Ungheria costituisce un oltraggio ai princìpi su cui si basa la convivenza fra le nazioni Europee poiché «l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani» (art. 2 TUE). L’UE aderisce alla CEDU, precisando (art.6) che: «I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali».

Il 12 settembre 2018, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione proponendo al Consiglio Europeo di constatare l’esistenza di violazioni gravi e persistenti dei principi fondamentali da parte dell’Ungheria e di disporre le sanzioni previste dai Trattati (https://volerelaluna.it/mondo/2018/09/14/orban-leuropa-e-il-partito-popolare/). La risoluzione individua i punti di crisi praticamente in tutti gli aspetti della vita politico istituzionale, in particolare per quanto riguarda, fra l’altro, il funzionamento del sistema costituzionale ed elettorale, le limitazioni all’indipendenza della magistratura e delle altre istituzioni e i diritti dei giudici, le limitazioni alla libertà di espressione, alla libertà accademica, alla libertà di religione e di associazione. Una particolare attenzione viene dedicata alla violazione dei diritti delle persone appartenenti a minoranze, inclusi rom ed ebrei, e dei diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Infine, per quanto riguarda i diritti economici e sociali, la Risoluzione punta il dito contro la criminalizzazione dei senza tetto, la mancanza di protezione dei diritti sociali e l’inibizione del diritto di sciopero, reso illegale in via di principio dal dicembre 2010.

L’11 settembre 2018 nel Parlamento europeo si è svolta la discussione sulla proposta di risoluzione. A fronte delle gravissime contestazioni sollevate dalla relatrice, Judith Sargentin, i deputati sovranisti hanno fatto quadrato attorno ad Orbán. Nell’occasione la deputata leghista italiana Mara Bizzotto così si è espressa: «Benvenuto Presidente Orbán. Lei, carissimo Orbán, è un eroe dentro questo Parlamento, un eroe che lotta per la libertà e la sovranità del proprio popolo, contro l’Unione sovietica europea. Il popolo ungherese è sotto attacco di questa Europa, schiava delle lobby, delle banche e dei finanzieri alla Soros. Ecco perché oggi Bruxelles attacca Orbán in Ungheria, e domani attaccherà l’Italia e il nostro leader Matteo Salvini, che con grande coraggio sta fermando l’immigrazione clandestina. Presidente Orbán, noi abbiamo gli stessi valori, i valori di chi vuole difendere la propria identità e la sovranità popolare, i valori di chi vuole difendere le frontiere e dire di no all’invasione di immigrati clandestini». Non c’è da meravigliarsi quindi se Salvini abbia respinto ogni critica verso il premier ungherese mettendo in evidenza che vi è stata una votazione democratica di un Parlamento democraticamente eletto, non nascondendo una punta d’invidia per quei “pieni poteri” che l’estate scorsa egli aveva rivendicato senza successo.

Ha osservato Magistratura Democratica: «La riforma per i pieni poteri al governo ungherese dimostra che le situazioni di crisi possono diventare l’occasione per liberarsi dei vincoli della democrazia e degli ostacoli che le sue Istituzioni e le sue regole pongono all’accentramento dei poteri e all’alterazione del sistema costituzionale. Oggi, più che mai, occorre vigilare sugli sviluppi che in tutta Europa può avere il processo di regressione della democrazia, che ha portato all’affermazione di democrazie illiberali anche nei paesi dell’Unione e che, in nome del ritorno alla sovranità nazionale, ha dato impulso al progetto di disgregazione dell’Europa unita, quale comunità fondata sui diritti e sui valori universali e indivisibili di solidarietà, eguaglianza e pari dignità delle persone» (http://www.magistraturademocratica.it/comunicato/uscire-dalla-crisi-salvando-la-democrazia_3061.php).

Poiché il modello ungherese affascina tanto i politici italiani, massima deve essere la consapevolezza dei rischi che corriamo nel nostro paese . Negli anni Trenta del secolo scorso gli antifascisti si mobilitavano al grido di Carlo Rosselli: «Oggi in Spagna, domani in Italia!». In questo tempo infame in cui i valori dell’antifascismo sono rovesciati, la pandemia può essere un’ottima occasione per importare in Italia il modello ungherese: «Oggi in Ungheria, domani in Italia?» (https://www.change.org/p/unione-europea-contestazione-della-trasformazione-autoritaria-dell-ungheria).

 


Una Repubblica fondata sul profitto?

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«Basta criticare su tutto», «Siamo in guerra», «La gente muore»: sono solo alcune delle reazioni della rete alle prime, timide critiche alla direzione che sta sempre più decisamente prendendo la gestione dell’emergenza Covid da parte del presidente del Consiglio Conte. Quella direzione è uno svuotamento progressivo della forma, e dunque della sostanza, democratica: che non è affatto un pedaggio da pagare in nome del sacrosanto contrasto al virus. Perché si può e anzi si deve limitare la libertà personale di tutti noi in nome della difesa della vita: ma bisogna stare molto attenti a come lo si fa, e a chi lo fa.

Il fatto che il presidente del Consiglio abbia annunciato in una diretta Facebook notturna un decreto che ancora non c’era, non è solo “antiestetico”: è pericoloso, per la buona ragione che su quel decreto in gestazione si è potuta così esercitare una fortissima pressione di una parte (Confindustria) che ha finito per vanificarne almeno in parte il risultato. E il dubbio, fondato, è dunque che l’annuncio (condito dalla ormai abituale retorica patriottica) del «chiudiamo tutto» fosse un modo per nascondere la verità, che è riassumibile nella formula «chiudiamo tutto tranne ciò che lasciamo aperto».

La difesa che di Conte ha fatto il ministro Franceschini («Conte va ringraziato per il suo lavoro senza sosta, con sulle spalle una responsabilità che nessun predecessore ha mai dovuto portare») è un rimedio peggiore del male, perché usa il problema come giustificazione: la solitudine del presidente del Consiglio, che ha tutto sulle sue spalle. Ma noi non siamo (ancora) una repubblica presidenzialista: il Governo è un organo collegiale, e poi c’è il Parlamento, c’è il Presidente della Repubblica. Se si fosse scelta la strada dei decreti legge o dei decreti del Presidente della Repubblica, Conte avrebbe condiviso quella responsabilità, e non solo formalmente.

A chi obietta che in un momento di gravissima emergenza non si devono fare questioni formali, o non ci si deve dividere (Franceschini ha aggiunto che il Governo sarebbe come la Nazionale di calcio), rispondo la stessa cosa che bisogna rispondere a chi scrive le frasi che ho citato in apertura: e cioè che la democrazia non è un ostacolo, non è lusso per i tempi facili. La democrazia è invece la nostra migliore arma per resistere nei frangenti peggiori. La criminalizzazione del dissenso, la voglia di chiudere il Parlamento, l’insofferenza per ogni richiamo alla cautela nello spegnimento delle libertà fondamentali (temporaneo, ma di fatto senza un limite certo, e con regole di ingaggio del tutto evanescenti e lasciate in gran parte all’arbitrio delle forze di polizia) sono invece segni chiari di quanto la deriva autoritaria sia già una realtà culturale nella testa di molti italiani.

Al contrario, proprio quando le decisioni sono più gravi e la sfida è più dura, la democrazia diventa vitale. Perché è l’unica garanzia del fatto che le decisioni siano davvero prese nell’interesse generale, orientate al bene comune e rigorosamente nei confini della Costituzione.

Mai come oggi è difficile dire qualcosa di certo sulla pandemia che ci opprime e sulla sua manifestazione italiana in particolare: non sappiamo dire quando e come passerà, non sappiamo spiegare il numero di morti in Lombardia, non sappiamo se il caldo sarà risolutivo e nemmeno se chi l’ha presa una volta è davvero immune. Una cosa però appare certa: il rifiuto degli imprenditori lombardi di chiudere la produzione ha prodotto un’esplosione del numero di contagi, e dunque del numero dei morti. E mentre giornalisti e sindaci scatenano un’irresponsabile caccia a chi correva o camminava nel rispetto delle misure di sicurezza, centinaia di migliaia di lavoratori continuano ogni giorno a prendere i mezzi pubblici e ad andare al lavoro.

Finalmente, sabato sera Conte si è convinto a dire basta, ma la procedura opaca e la scelta di tenere tutti per sé onori e oneri, ha di fatto indebolito quella stessa decisione, permettendo alla rapace irresponsabilità di Confindustria di aprire una breccia fatale nel decreto. Così, quando venti ore dopo la diretta Facebook è finalmente arrivato il testo del decreto fantasma, si è appreso che lascia aperto tutto ciò che è ritenuto «strategico per l’interesse nazionale» (la più flessibile delle definizioni): come per esempio, lo dimostra la lista allegata, l’industria delle armi e i call center. Altro che vincolo dell’utilità sociale per l’impresa, altro che pieno sviluppo della persona umana e altro che diritto fondamentale alla salute: il disegno della Costituzione appare rovesciato nel suo contrario, in quello di una Repubblica fondata sul profitto dei padroni e sui lavoratori intesi come carne da cannone. Mi pare che, a questo punto, uno sciopero generale di tutti i settori che non sono vitali per la sopravvivenza del Paese si imponga: per difendere le due cose più importanti che abbiamo, la vita e la democrazia.


Le nostre prigioni: l’indulto necessario

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Quel che si temeva – e che qualcuno già aveva segnalato (vedi https://ilmanifesto.it/carcere-langoscia-dietro-le-sbarre-e-laltro-virus/) – è successo. La paura per i rischi di contagio da Coronavirus e la rabbia per le limitazioni ai colloqui con i parenti stanno provocando rivolte in numerose carceri: a Salerno, Modena, Pavia, Napoli, Frosinone, Vercelli, Alessandria, Bari, Foggia. E si cominciano a contare i morti: tre nella rivolta di Modena. Sono segnali di una situazione tanto esplosiva quanto trascurata o sottovalutata.

Ci sono, nelle carceri italiane, 61.230 detenuti a fronte di 47.230 posti regolamentari. In questa situazione di sovraffollamento l’approdo del virus all’interno di uno o più istituti sarebbe devastante. Nell’immediato per i detenuti e, subito dopo, per l’esterno. Gli spazi ristretti, l’inevitabile promiscuità, l’impossibilità di misure preventive adeguate determinerebbero una diffusione esponenziale del contagio senza possibilità di “vie di fuga”. I muri non sono una difesa né in entrata né in uscita. Il carcere non si può “sigillare” e le misure fino ad oggi adottate (sospensione dei colloqui, blocco dei permessi e, qua e là, interruzione del lavoro all’esterno e del regime di semilibertà) sono tanto punitive quanto insufficienti ché le vie del contagio – come stiamo imparando giorno dopo giorno – sono molte e imprevedibili.

È necessario un intervento immediato. È già tardi e non si può perdere ulteriore tempo. Altri, in situazioni meno gravi della nostra (o di pari gravità) lo hanno fatto: è il caso dell’Iran, le cui autorità, il 3 marzo, hanno disposto la conversione del carcere in arresti domiciliari per 54mila detenuti con pena inferiore a cinque anni. Le proposte non mancano (vedi https://www.huffingtonpost.it/entry/indulto-contro-il-coronavirus-per-restare-umani_it_5e6274fdc5b601904ea9d5a1). Altre se ne possono fare. Quella meno impegnativa e di più rapida attuazione è la sospensione dell’esecuzione della pena per i condannati a pene inferiori a tre anni che, ove prevista con decreto legge, consentirebbe al pubblico ministero che cura l’esecuzione di provvedere alla scarcerazione di ufficio e in tempo reale. Il provvedimento riguarderebbe circa 23.000 detenuti, la cui uscita dal carcere ridurrebbe le presenze al di sotto della capienza regolamentare e consentirebbe, in caso di necessità, misure precauzionali adeguate. A beneficio non solo di chi è in carcere ma anche di chi è comunque a contatto, in modo diretto o indiretto, con le strutture penitenziarie.

È solo questione di volontà, e di responsabilità, politica.

Questa soluzione, si è detto, è la meno impegnativa. Perché dettata dall’eccezionalità della situazione e tale, conseguentemente, da lasciare impregiudicate le successive scelte di politica criminale delle diverse forze politiche. E tuttavia, oltre all’esito immediato, essa riaprirebbe, in modo tanto inevitabile quanto opportuno, una questione che negli ultimi anni si è cercato di rimuovere perseguendo, a destra e a sinistra, politiche di incremento del carcere (e di un carcere di cui buttar via la chiave). Mi riferisco evidentemente alle politiche penali e alle modalità di contenimento e di controllo della devianza, delle dipendenze e della opposizione sociale, cioè dei fenomeni che riempiono, oggi, le nostre prigioni.

In questo contesto occorre ripensare all’indulto e all’amnistia, da sempre strumenti per mitigare l’asprezza della repressione e per sfoltire una giustizia altrimenti destinata alla paralisi. Nell’ormai lontano 1992, nel clima della nascente Tangentopoli, essi sono stati trasformati da istituti giuridici in bestemmie impronunciabili e, con un consenso tanto unanime quanto demagogico, si è riscritto l’articolo 79 della Costituzione richiedendo per la loro adozione il voto dei due terzi del Parlamento (cosa che rende oggi il varo di un indulto o di un’amnistia più difficile della modifica della Costituzione). È tempo di un ripensamento. In questa direzione si cominciano a vedere alcuni segnali. Dopo una prima, timida, apertura del Consiglio superiore della magistratura in un parere del 2006 (all’atto del varo dell’ultimo indulto) è stato il presidente della Corte d’appello di Roma, nella relazione per l’inaugurazione dell’ultimo anno giudiziario, a prospettare la necessità di un’amnistia per i reati minori. Altre voci nello stesso senso si sono levate dall’avvocatura, dalla stampa, dal mondo dell’associazionismo (vedi http://www.memoriacondivisa.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7238&Itemid=57).

A volte, nella storia, sono stati eventi tragici a produrre svolte razionali. Bisogna fare in modo che sia così anche per l’epidemia che ci sta toccando in sorte.


La doppia epidemia

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«Se tu soffiassi nel mio cuore / come un fantasma bianco al bordo della schiuma in mezzo al vento / come un fantasma scatenato in riva al mare / qualcuno verrebbe forse / dalle cime delle isole / dal fondo rosso del mare / qualcuno verrebbe / qualcuno verrebbe…». I dolci versi d’amore di Saffo ci hanno fatto sempre immaginare l’isola di Lesbo come un angolo di paradiso. Un paradiso che noi abbiamo trasformato in un inferno per un popolo di disperati sfuggiti dall’orrore della guerra siriana o dalla spietatezza dei talebani. Un inferno presidiato dalle bande naziste di Alba dorata che attaccano i profughi e bruciano il cibo, mentre la guardia costiera e la polizia greca sparano sui migranti che osano attraversare la frontiera turca, con i bambini che annegano nei tentativi di sbarco. Tutto questo mentre nel campo di Moria ove vengono tenute ammassate come in un lager oltre ventimila persone si potrebbe apporre l’incipit di Dante Alighieri all’entrata dell’inferno: «lasciate ogni speranza o voi che entrate».

In questi giorni, dopo che Erdoğan ha aperto le porte dei suoi “centri di accoglienza” intorno all’isola di Lesbo e alla frontiera nord-orientale della Grecia, si sta consumando un dramma biblico con centinaia di migliaia di profughi che cercano riparo in Europa dall’odio e dalla violenza da cui sono fuggiti. Chiedono la salvezza, mentre la risposta che la Grecia dà, in nome e per conto dell’Europa intera, sono il filo spinato, le bastonate e i colpi di fucile. La risposta dell’ottuso egoismo delle nazioni europee è: non c’è salvezza per nessuno!

Peccato che nessuno si sia accorto che questi atti disumani, rappresentano inaccettabili violazioni del principio del diritto internazionale del non respingimento dei richiedenti asilo e rifugiati e del diritto d’asilo previsto dalle Convenzioni internazionali, dalle Costituzioni e dalla Carta di Nizza.

Certamente, in questi giorni l’opinione pubblica è sbalordita, assiste con sgomento alla geometrica potenza del morbo che ci affligge. In meno di due settimane la progressione del COVID-19 è passata da pochi casi a oltre tremila. I reparti di malattie infettive degli ospedali del Centro-Nord sono prossimi alla saturazione, un centinaio di migliaia di persone nelle zone rosse e fuori si trovano in una condizione di isolamento simile agli arresti domiciliari, mentre con l’ultimo decreto emesso nella giornata di ieri, sono state adottate delle misure inusitate che il nostro Paese non ha mai conosciuto, neanche in tempo di guerra, come la chiusura di tutte le scuole, dall’asilo all’Università, e la sospensione di «manifestazioni ed eventi di qualsiasi natura, svolti in ogni luogo, sia pubblico che privato». Per spiegare queste misure il Presidente Conte ha diramato mercoledì sera un videomessaggio alla nazione, chiedendo l’impegno di tutti gli italiani per superare l’emergenza. È chiaro a tutti che nessuno si può salvare da solo. Per debellare l’epidemia occorre un grande impegno collettivo e occorre anche l’aiuto dell’Europa, che deve allargare le maglie della borsa, perché l’Italia da sola non ce la può fare.  

Tuttavia l’epidemia causata dal Coronavirus non è l’unico male che ci minaccia.

C’è un’altra epidemia che soffoca l’Europa, come dimostrano le immagini che giungono dalla frontiera greca. Il virus della disumanità sta scavando profondamente nell’inconscio dei popoli europei e si sta trasformando in una vera e propria epidemia, penetrando in profondità nelle strutture politiche e culturali, rendendoci indifferenti alla sorte del popolo dei profughi-migranti come accadde negli anni Trenta del secolo scorso nei confronti del popolo ebraico discriminato con le leggi razziali. È rimasto completamente inascoltato il grido del Papa a Bari, il 23 febbraio: «A me fa paura quando ascolto qualche discorso di alcuni leader delle nuove forme di populismo, e mi fa sentire discorsi che seminavano paura e poi odio nel decennio ’30 del secolo scorso».

Resta la domanda: una civiltà che precipita un popolo di profughi nell’area dei sommersi, ha le risorse morali per salvarsi dal virus del pipistrello?


Il Corona virus è un problema sanitario, non una guerra

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Sono un “cittadino informato”. Ho alle spalle una vita di ricerca (riconosciuta come non banale, in Italia e fuori) in campo clinico-epidemiologico. Non mi considero esperto sugli aspetti di base e specialistici di un problema sanitario trasformato in un mosaico che evoca il contesto (e l’universo di personaggi, simboli, messaggi) dell’angosciante “cecità bianca” di Saramago più che una questione di salute pubblica da gestire in un Paese con un sistema sanitario nazionale e tutte le competenze scientifiche e tecnologiche necessarie e disponibili. Mi riconosco completamente nelle posizioni (che hanno cercato di farsi strada nell’invasività aggressiva di decreti, raccomandazioni, talk show, cifre, previsioni, misure…) di esperte reali come Maria Rita Gismondo e Ilaria Capua (seguite dalle dichiarazioni di Walter Ricciardi e Silvio Garattini) che ridanno a eventi, protagonisti, terrori surreali i loro nomi e la loro realtà: il Convid19 esiste; è (non completamente ma) sufficientemente noto; deve e può essere gestito come un problema sanitario. Non è una guerra misteriosa contro un nemico da affrontare come una emergenza.

Da cittadino competente penso di avere il diritto-dovere di esplicitare alcune domande utili per comprendere (e magari rendere culturalmente e politicamente didattico) quanto sta succedendo:

1) perché un problema di salute pubblica (tra i tanti, per quanto particolare) è stato trasformato in uno scenario di “protezione civile”, con tutto il corredo di competenze, misure, messaggi che ne consegue? La trasformazione – sullo sfondo di uno scenario con suggestioni, antiche e nuovissime, come “la Cina” – di una domanda che, per definizione, richiede una partecipazione informativa reale (coerente e trasparente, su quello che si sa e su ciò che non si sa) nell’annuncio di un nemico da affrontare come un terremoto in atto o un uragano che può colpire mortalmente ovunque e chiunque ha fatto della paura e dell’impotenza le protagoniste;

2) il termine più vicino a “paura”, ancor più minaccioso, è “sicurezza”: qualcosa che deve essere dato dall’esterno, in modo rigido, contro tutti gli invasori. Quanto più la sicurezza confonde le idee, tanto più le misure che suggerisce sono sostanzialmente senza senso. O talmente di senso generico e comune, da essere ridicole: dal lavarsi tutte/i sempre più spesso le mani, al pulire ogni 15 minuti tutte le maniglie su treni sostanzialmente deserti e ben in ritardo (testimonianza personale su un Roma-Milano divenuto notturno). Senza parlare di che cosa evoca, nell’Italia di Minniti e Salvini, l’immaginario di in-sicurezza personale e collettiva coltivato per tanto tempo, e ora riversato su un nemico invisibile e potenzialmente mortale;

3) il cittadino che sono lascia ora un po’ di spazio per una domanda “competente”. Avendo come alfabeto obbligatorio di riferimento, in medicina, la consapevolezza che un’informazione sul pericolo e sul rischio deve, se vuole produrre i suoi effetti, essere chiara e generatrice di comportamenti razionali, come è stato possibile che non sia stato costituito un gruppo di esperti che fungesse da riferimento per coloro (a cominciare dai media) che potevano/possono avere un ruolo di informazione? Un gruppo di esperti reali, non a priori concordi, ma credibili per indipendenza e chiarezza di posizioni: disponibili alla discussione pubblica, ma con potere/dovere di intervenire sulle informazioni fuorvianti, per eccesso o per difetto o per banale (e più frequente) scorrettezza, più o meno volontaria. È chiaro che la domanda potrebbe essere rivolta alla “comunità scientifica” (se questa esiste): la circostanza che, di fronte a un problema dichiarato di “sicurezza nazionale”, non ci sia stato neppure un tentativo di ritrovare tra i tanti esperti una responsabilità collettiva non è banale. Ognuno parla per sé. Con la sua immagine. Con i suoi titoli. Con l’aura che sa costruirsi intorno. Viva la libertà di parola, certo. Ma a patto che a livello istituzionale non ci sia solo il raccomandare, il controllare, l’essere protagonisti rispetto a una popolazione di “consumatori” delle informazioni più ingiustificate, incomprensibili, fuori da qualsiasi credibilità scientifica: privati del diritto/possibilità di essere “interlocutori” di un’autorità responsabile e dialogante;

4) questo cittadino competente è anche abbastanza vecchio, da essere stato attore diretto (e molto tecnico, in laboratorio e in commissioni) ai tempi – ormai preistorici (anno 1976) – di Seveso. Lo scenario era quello di un gravissimo incidente industriale. L’epidemiologia e la sanità erano centrali. Molto più “potenti” di ora. Era un’estate molto calda. La commissione di tecnici era disponibile quotidianamente a valutare e discutere tutti i risultati (affidabili o meno) e le proposte di sicurezza/legalità e di civiltà/democrazia (una domanda non era, allora, così banale: era possibile permettere la gestione pubblica dell’interruzione di gravidanza nelle donne certamente “contaminate”?). E le comunità locali erano i soggetti – con tutte le parzialità – e non le destinatarie/oggetto di misure. Anche allora il problema era la credibilità dell’istituzione, e la sua disponibilità/accessibilità alla trasparenza/condivisione dell’incertezza, ma soprattutto dei suoi perché. È normale, infatti, che un evento che sembra venire da un mondo “altro” ed è minaccioso generi fantasmi. Che hanno bisogno di risposte fondate sulla realtà. Non di altri fantasmi, o di numeri che fingono di coincidere con la realtà (come i numeri di morti “per” virus che fanno ancora oggi da titolo di prima pagina a un giornale come il Corriere della Sera). Chi ci dice quanti sono i denominatori dei “positivi”, e da dove vengono, e perché e quanti sono i falsi positivi e negativi? Non per il gusto di altri numeri: semplicemente per avere, dopo l’emergenza, un tempo in cui la sanità riprenda a fare il suo unico mestiere indiscutibile: quello di essere un indicatore di democrazia e di servizio, e non un garante più o meno illusorio di risposte vendute bene all’opinione pubblica.


La maledizione dei due Matteo

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Dunque alla fine, il Capitano che giocava ai soldatini è finito fuori bordo. Il Senato ha deciso con una maggioranza secca (152 a 76) di mandarlo a processo. Né vale la sceneggiata finale della Lega che non partecipa al voto (con la bizzarra motivazione del “rispetto per Matteo”), dopo che era ormai evidente che l’Aula avrebbe votato pollice verso: anche con la partecipazione dei 60 senatori leghisti e del Partito sardo d’Azione (povero Emilio Lussu, si rivolterà nella tomba) avrebbero perso malamente.
Forse l’uomo dei “porti chiusi” aveva sperato, per un breve momento, di quotare alla propria miserabile borsa i cattivi sentimenti di quanti (e non sono pochi) quei 131 naufraghi della Gregoretti avrebbero voluto vederli in pasto ai pesci. Ma i processi, si sa, sono percorsi scivolosi, non si vincono solo con le retoriche da spiaggia. E le motivazioni a difesa, alla prova della realtà, erano fragili: destinata a franare sotto un’onda di ridicolo quella di aver agito per amor di patria contrabbandando per sacra “difesa dei confini” (sic) la presa in ostaggio di 131 poveri cristi e il divieto d’attracco imposto a una nave militare italiana (un argomento che suona ad offesa di quanti il proprio paese l’hanno difeso davvero e sui confini hanno lasciato il proprio sangue). Impropria quella basata sulla presunta collegialità di una decisione presa, al momento dei fatti, in totale solitudine, anzi con l’evidente intenzione di differenziarsi per crudeltà dalla collegialità di un governo che si stava preparando a denunciare per impotenza e ignavia (il divieto di sbarco, ricordiamolo, si è protratto fino al 31 luglio del 2019, otto giorni prima del proclama del Papeete che evidentemente era già pronto in pectore)… Un po’ penosa, infine, dal vago sapore di ritirata strategica, quella della sua solita avvocatessa d’ufficio Giulia Bongiorno, tesa a derubricare a semplice “rallentamento dello sbarco” quello che l’accusa considera “sequestro di persona” e che un uomo di mare che se ne intende, come il comandante de Falco, ha definito una “inutile crudeltà”. Per tutto questo restiamo convinti che Matteo Salvini avrebbe fatto volentieri a meno di questo rinvio a giudizio, se solo i numeri gli avessero permesso di difendersi “dal processo” anziché “nel processo”. E che quella di ieri sia stata per lui un’ennesima sconfitta, in una catena ormai lunga.
Ora, se le cose (della politica, ma non solo) conservassero un qualche senso, una giornata così dovrebbe poter essere considerata una vittoria per la maggioranza giallo-rosa, che ha “messo sotto” il suo principale sfidante. Invece no. In quello stesso pomeriggio il governo non ha mancato di mostrare tutte le proprie crepe, i dissapori interni e l’incapacità di decidere, l’avvitamento intorno al tormentone della proporzionale e le scaramucce di corridoio, cosicché le agenzie non avevano neppur fatto in tempo a battere per intero la notizia del voto al Senato, che questa è stata soppiantata da quella del voto alla Camera nelle commissioni congiunte Affari Costituzionali e Bilancio sul cosiddetto “Lodo Annibali” che avrebbe dovuto congelare la riforma Bonafede grazie alla confluenza dei voti di Italia viva con quelli del Centrodestra. E che prepara una nuova possibile mina sottomarina sulla rotta del governo Conte la prossima settimana quando un emendamento di Forza Italia al decreto Intercettazioni riproporrà al Senato il ritorno alla Legge Orlando…
Al centro sempre lui: l’eterno Terminator. L’uomo che destabilizza tutto ciò che tocca, sia un partito politico come il Pd quando ne ha avuto la guida, sia una maggioranza eterogenea come quella attuale dopo che l’ha fatta nascere. L’altro Matteo: quello che per incomprimibile egotismo, per furia di visibilità o per coazione al dispetto, per un infantile desiderio di possesso o per primitivo istinto di aggressione unito a una caratteriale vocazione al tradimento è ormai visibilmente incompatibile con qualsivoglia collettivo. E che tuttavia si illude di essere l’ago della bilancia dell’equilibrio politico e istituzionale italiano. E forse lo è.
Promosso sul campo generale del Genio guastatori (per la verità poco genio, molta sregolatezza) svolge, nel Conte due, la stessa funzione che Salvini aveva ben coperto nel Conte uno: polarizza su di sé un po’ tutte le magagne e tutti i vizi della compagine. Ma al contrario di quei fogli Acchiappacolori per il bucato che attirano tutte le scorie impedendo che danneggino gli altri tessuti, loro distribuiscono a piene mani le proprie componenti tossiche avvelenando l’ambiente e rivelandone anche, in qualche modo, vizi e peccati, dalla subalternità ai poteri più o meno forti al realismo cinico che antepone gli interessi di bottega ai valori universali, con la radicalità e l’assenza di remore che hanno solo i fanatici o gli affetti da una qualche psico-patologia (non per niente, su “Volere la luna”, sono stati accomunati sotto lo stesso titolo: Psicopatici al potere).
Il “lodo Annibali” è stato bocciato, gli sono mancati 9 voti (49 no a 40). Anche il Matteo due ha avuto la propria personale Waterloo. Ma non è questo il punto: in fondo gli argomenti di Renzi contro Bonafede sono deboli esattamente come la difesa di Salvini contro il tribunale dei ministri. E concentrano le ragioni di tutti i colpevoli di potere nel tentativo, spesso riuscito, di evitare sentenze che li condannerebbero. Il fatto è che senza la fibrillazione degli equilibri politici e degli stessi assetti istituzionali la vicenda del bullo di Rignano precipiterebbe sotto la soglia di visibilità dei radar della politica e dei media. E di fibrillazioni, nella lunga marcia che la legislatura deve ancora compiere prima del suo naturale termine, ne vedremo ancora e tante. Pietre d’inciampo, trappole, agguati parlamentari in aula e in commissione, azioni di diversione, cavilli, falsi problemi, impuntature – sappiamolo fin d’ora – ingolferanno la cronaca politica e la vita del governo fino all’esasperazione e alla paralisi perché questo è il prezzo per essersi incorporati nella maggioranza che regge l’Esecutivo, l’agente perfetto del Re di Prussia. Ragion per cui il rischio è che l’invettiva dello sconfitto della Gregoretti, secondo cui il Re (governo) sarebbe “nudo” – esposto alle vergogne della sua inconsistenza e paralisi – possa essere tragicamente inverata da chi quel “sovrano” dovrebbe conservare in salute e invece si adopera per spogliarlo esso stesso.
E’ la “maledizione dei due Matteo” che continua a colpire: entrambi sconfitti, presi nella spirale della propria passione di sé. Ed entrambi capaci di trascinare tutti noi nella propria deriva autodistruttiva, se non saremo capaci di tener alta la guardia nei confronti dell’uno e dell’altro.

Una versione leggermente più ridotta dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto con lo stesso titolo: La maledizione dei due Matteo.


La prescrizione vale una crisi di governo?

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Il dibattito sulla prescrizione è diventato sempre più incandescente, al punto da mettere in discussione la tenuta della maggioranza di governo, sferzata dalla contestazione di “Italia viva” che, assieme ai partiti di centrodestra, vorrebbe annullare la riforma Bonafede che ha introdotto il blocco del decorso della prescrizione dopo la pronuncia della sentenza di primo grado.

Non v’è dubbio che la soluzione adottata dal legislatore pentastellato nell’ambito di un provvedimento enfaticamente denominato “spazza corrotti” sia una norma bandiera del populismo applicato al diritto penale. Vale a dire dell’uso ideologico degli strumenti del diritto penale per costruirsi un facile consenso popolare. Tuttavia la drammatizzazione che ne viene fatta da soggetti politici, pur sempre interessati a mantenere in vita degli spazi di impunità, non è il modo migliore per venire a capo dei dilemmi che pone il nodo della prescrizione in relazione al rapporto fra i poteri dello Stato e i diritti delle persone.

A questo proposito non aiuta la corruzione del linguaggio che viene portata avanti nel dibattito corrente. Parole come “garantismo” o “giustizialismo” non hanno alcun senso in quanto troppo spesso sono state evocate per mascherare una rivendicazione di impunità del ceto politico-affaristico insidiato dalla crescente capacità di controllo esercitata dall’autorità giudiziaria, ma servono soltanto ad attivare opposte tifoserie. Bisogna, dunque, uscire dalle banalizzazioni per andare alla sostanza del problema: che rapporto c’è fra il potere/dovere punitivo dello Stato, il decorso del tempo e i diritti individuali?

Tranne che per i reati più gravi (l’omicidio, la strage, i crimini di guerra), il decorso del tempo fa venire meno l’interesse dell’ordinamento a procedere alla punizione dei responsabili dei fatti-reato. È un fatto obiettivo, non dipende dall’apprezzamento dei diritti dell’individuo. Infatti anche il legislatore fascista, che certamente non considerava i diritti individuali come limiti al potere dello Stato, aveva previsto come causa generale di estinzione del reato (cioè di non punibilità) il decorso di un certo spazio temporale dal fatto, variabile a seconda della gravità dell’illecito.

La norma che regolava la prescrizione è rimasta in vigore dal 1930 fino al 2005, quando il Governo Berlusconi ha introdotto una disciplina double face che comportava una diminuzione dei termini di prescrizione per la generalità dei reati commessi dai colletti bianchi (le persone perbene) e un allungamento per i reati commessi dai recidivi (le persone permale). Combinando gli effetti della diminuzione dei termini di prescrizione con quelli derivanti dalla complessità del processo penale, governato da un alto livello di garanzie, il risultato è stato la creazione di uno spazio di impunità di fatto soprattutto per i reati dei colletti bianchi (che pure, almeno in alcuni casi, sono estremamente dannosi per la collettività) e ha incoraggiato l’uso improprio delle garanzie processuali per allungare i tempi del processo. Così nel giugno 2017 la cosiddetta riforma Orlando ha approntato dei rimedi e, per i reati di corruzione, i termini sono stati allungati. Ciò dopo che, con precedenti riforme, erano stati raddoppiati i termini ordinari di prescrizione per molti reati di allarme sociale come quelli di violenza sessuale.

La riforma Orlando non è ancora andata a regime, applicandosi ai fatti commessi a partire dal 3 agosto 2017, per cui non è stato possibile sperimentarne l’effetto. Ciò rende del tutto immotivato l’intervento di Bonafede che ha sterilizzato il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. La pretesa di ridurre i tempi del processo penale per evitare il paradosso di avere delle persone imputate a vita, poi, è un’emerita sciocchezza: sia perché non si possono ridurre i tempi salvaguardando le garanzie, sia perché i tempi del processo dipendono da una serie di fattori che non sempre possono essere governati.

In ogni caso non si può sfuggire dal dilemma di quali siano nei confronti dell’individuo i caratteri del potere punitivo dello Stato, se questo potere debba essere assoluto, come pretendono i fautori del populismo penale, ovvero se vi si debba riconoscere un limite di ragionevolezza legato al decorso del tempo.

La severa critica della riforma Bonafede non giustifica, però, la fibrillazione in atto in sede politica perché gli effetti reali del prolungamento della punibilità nel tempo si comincerebbero a sentire non prima del giugno 2027, quando maturerebbe la prescrizione (secondo il vecchio regime) per i delitti meno gravi commessi a partire dal 1° gennaio 2020. Questo ci porta a diffidare della buona fede di tanti difensori interessati dello Stato di diritto.


Miracolo a Bologna. Il giorno dopo

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Quelli che “le sardine sono solo fuffa” sono serviti. Insieme a quelli che si passavano di bocca in bocca il vecchio adagio “piazze piene, urne vuote”, come fosse la profezia del mago di Oz. O che ne scrutavano i comunicati come fossero atti notarili alla ricerca delle parole incerte o dei temi mancanti. Invece lo dobbiamo proprio a loro, alle sardine, o meglio a quelle piazze piene sorridenti e cantanti, se oggi lo scenario italiano è meno tetro, e se la democrazia costituzionale ha guadagnato un po’ di tempo. Se, cioè, il piano di destabilizzazione totale di Matto Salvini non è riuscito.
Il progetto del Capitano di questa inedita Compagnia di ventura che si muove con la logica dell’occupazione fisica dei territori per usarli come clava per la conquista dei “pieno poteri” era chiaro, e dichiarato: “dare una spallata” al sistema politico-istituzionale italiano. Innescare un effetto domino che dalla Regione-simbolo del “potere delle sinistre” infine conquistata e annessa discendesse fino alla Capitale, a Palazzo Chigi, per risalire i sacri colli fino al Quirinale, costringere alla “convocazione dei comizi del popolo” e di lì mettere in discussione l’intero assetto istituzionale. Basta leggere i titoli della vigilia sulle prime pagine dei suoi house organs, “Libero” per esempio: Matteo si mangia tutto. In padella pure le sardine. O “il Giornale”: Domenica salta tutto (il 23 gennaio) e Citofonata a Conte, due giorni dopo, per capire le intenzioni e le smodate aspettative…

Non era – vorrei essere chiaro – il progetto “della Lega”. Era il progetto di Matteo Salvini, super-personalizzato come si addice al turbo-populismo di cui si è fatto interprete, frutto di un Ego ipertrofico che l’ha portato a concentrare bulimicamente l’intera campagna elettorale sulla propria persona, il proprio corpo, il proprio bomber Moncler, la propria barba barbarica, le proprie passeggiate in borghi e quartieri, e non importa che quelle fossero elezioni amministrative, che ci fosse una candidata (valida o meno che fosse), che ci si giocasse la guida di una regione fino ad allora ben governata (con politiche non certo di sinistra radicale, anzi persino un po’ di destra: si pensi all’autonomia differenziata). Non importava tutto questo, perché quello che intendeva fare era provocare un pronunciamento su se stesso, e sulla propria legittimazione a comandare. Ha voluto un referendum su se stesso. E lo ha perso. Come accade a chi non sa controllare il proprio Io (ricordiamo l’altro Matteo, il Renzi del 4 dicembre?). Ha provato a “dare la spallata”, e si è rotto la spalla. Contro uno zoccolo duro di “cultura urbana” (nel senso di civile, educata, rispettosa). Non contro un partito politico avversario, o un “candidato forte”. E nemmeno una “coalizione”. E neppure un movimento. Ma contro un sentire profondo, uno stato d’animo condiviso da tanti (abbiamo visto: dai più) che, anche trasversalmente, comunque consideravano insopportabile che si potesse “cadere così in basso” e cedere il passo a una forma di imbarbarimento della politica quale quella incarnata da quello “stile”.
Con metafora medica, potremmo dire che ancora per questa volta il sistema immunitario di questo Paese sia pur debilitato da un lungo ciclo di delusioni e deprivazioni è comunque scattato, e ha prodotto i propri anticorpi, con un meccanismo di alto rilievo politico ma di radicata origine più profonda, pre-politica potremmo dire, o fisiologica. Per questo la società politica farebbe bene a riflettere a fondo, prima di parlare, o cantar vittoria. Perché i problemi sono ancora tutti lì, insoddisfatti e feroci. Farebbe bene il Pd, in primo luogo, che pure può ben festeggiare questa “grazia ricevuta” insieme al suo candidato vincente, ma che non può nascondersi che governerà una Regione spaccata in due (il voto ci ha rivelato due Emilie Romagne, una delle città, l’altra delle province, due territori potenzialmente stranieri l’uno rispetto all’altro). Che la Calabria è stata una Caporetto. E che i prossimi mesi sono cosparsi di mine vaganti per la maggioranza di governo, presa tra la crisi strutturale degli alleati 5 Stelle (gli Stati generali sono un’incognita da Idi di marzo mentre i responsi sulla piattaforma Rousseau hanno rivelato un’incultura politica desolante) e l’ossessività impaziente di Renzi e dei renziani, specialisti della destabilizzazione, oltre alla forma attualmente proteiforme e indecisa dello stesso partito di Zingaretti. Tre entità tutte e tre in fibrillazione – alcune in possibile crisi di nervi – chiamate a tenere in piedi un Governo “necessario” se non si vuole regalare a Salvini domani quello che ha perduto oggi.


Serpeggiano, tra le pieghe dei talk show e gli editoriali dei grandi quotidiani, cattive sensazioni e peggiori suggerimenti, tra chi si affretta a decretare ipso facto il ritorno conclamato al bi-polarismo e chi testardamente continua a spezzar lance a favore di una resipiscenza verso il sistema elettorale maggioritario, come se la rondinella emiliana annunciasse una florida primavera riformista. Diciamolo subito: una riedizione del modello bipolare, sul tipo di quello voluto da Veltroni e Berlusconi nel 2008 sarebbe letale per la sinistra e sancirebbe una schiacciante prevalenza di una destra a trazione populista-sovranista. Una legge elettorale maggioritaria, o mista sul tipo del Rosatellum, regalerebbe alla Lega, concentrata territorialmente nelle regioni più popolose, una vittoria che con un proporzionale non si sognerebbe nemmeno.
Anche da questo punto di vista, per evitare abbagli ed effetti dopanti sarebbe meglio studiarselo bene questo voto emiliano – il voto “del miracolo” – nei suoi numeri e, soprattutto, nella sua articolazione geografica, guardando non solo le cifre aggregate (che ci dicono che Bonaccini ha preso 1.195.742 voti (il 51,4%), 181.070 in più della Borgonzoni, la quale si è fermata a quota 1.014.672), ma la loro disaggregazione territoriale. Osservando, insomma, non solo le tabelle ma anche le mappe (e i loro colori: YouTrend ha fatto un ottimo lavoro). Si scoprirà allora che la vecchia, cara “Emilia rossa” non esiste più. Che ora è “bi-colore”, una striscia densa ma stretta rossa (o rosa) e una superficie più ampia (molto più ampia in estensione, anche se più rarefatta demograficamente) verde (o blu, a seconda dei casi, se si privilegia il primo partito – nel caso la Lega – o la coalizione di centrodestra).
E’ sull’asse che va lungo la via Emilia, da Bologna verso Modena e Reggio nell’Emilia (si potrebbe prolungarli fino alla costa con Ravenna passando per Cesena, Forlì e Imola): è lì che Bonaccini ha vinto, costruendo il suo surplus (132.000 voti di distacco sulla Borgonzoni nel bolognese, due terzi del differenziale generale, 40.000 nel modenese, 43.000 nel reggino). All’opposto, sui “bordi” (nel Piacentino a ovest, nel ferrarese e nelle valli di Comacchio o nella riviera romagnola a est) e soprattutto nelle “aree interne” dell’appennino verso sud e sud est (Appennino ligure, tosco-emiliano, umbro-marchigiano), ha fatto il pieno la candidata di Salvini, anzi Salvini in prima persona (chi volesse controllarsi direttamente i dati sul sito del Ministero dell’Interno clicchi qui). E’ lungo le direttrici che portano ai passi (si veda la mappa), che la landslide, la “lenzuolata” verde, si distende compatta.
Prendiamo la Via degli Abati, che nel piacentino-parmense sale verso Bobbio (dove Borgonzoni ha dato 11 punti di distacco a Bonaccini) con la sua storica Abbazia, e registriamo i risultati nei comuni che ne scandiscono le tappe: a Bardi ha fatto il 74% contro il 24%; a Borgo Val di Taro 63 contro 33; a Caminata, Nibbiano e Pecorara, aggregati nell’Alta val Tidone, 69 a 28… Oppure scendiamo verso sudest, sulla strada che porta al Passo delle Radici per scendere attraverso la Garfagnana verso Lucca: a Piandelagotti Borgonzoni supera Bonaccini di 13 punti (55% a 42%), a Civago-Villa Minozzo di 16 (56% a 40%), a Pievepelago quasi di 40 (67% a 29%). Idem per Verghereto – sul Cammino di San Francesco che attraverso il passo di Viamaggio conduce verso l’aretino e Città di Castello – Borgonzoni fa un secco 65 a 32. Sono piccoli numeri rispetto a quelli delle città capoluogo, distanze abissali in percentuale ma poche decine o poche centinaia di voti in valore assoluto. E tuttavia la miriade di puntini verdi sulla mappa, a segnare i territori del margine, offrono una panoramica cromatica inquietante. In termini di “territorio” (di “estensione territoriale”) l’Emilia Romagna è più che per metà (forse per due terzi) “caduta”.
Tutto questo ci dice che la partita è tutt’altro che chiusa. E che il turbopopulismo salviniano, fermato sulla linea di resistenza della via Emilia, resta pericoloso e aggressivo, come la Bestia che lo anima. Per ora la sana reazione di rigetto da parte degli anticorpi emiliani ci ha salvati dal peggio. Non disperdiamo tutto ciò per ottusità o suprematismo di partito.

 

E’ la versione più ampia dell’articolo pubblicato sul Manifesto col titolo La spallata mancata del turbopopulista

Segnalo anche, a integrazione di questo articolo, l’analisi della distribuzione del voto in ER che ho pubblicato sul sito di TPI (The Post International): Cara sinistra non cantare vittoria: c’ è tutto un mondo che vota ancora Salvini.