Firenze. Per un progetto unitario a sinistra: se non ora, quando?

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Le elezioni amministrative sono ormai vicinissime. A Firenze si presenta una situazione del tutto particolare.

Mentre a livello nazionale si prospetta, pur con mille problemi e oscillazioni, la necessità, per far fronte alla destra che governa – definirla post-fascista non ne cambia la natura, che era e rimane convintamente fascista –, di unire tutte le forze che le si oppongono (e il PD di Elly Schlein è una componente essenziale di tale schieramento), nella nostra città il PD del sindaco Nardella, strettamente collegato a quello regionale di Giani, non è cambiato nella sostanza, benché i due personaggi abbiano cambiato schieramento, appoggiando ora la segretaria, vincitrice del confronto per la leadership del partito, dopo che in un primo tempo si erano pronunciati per Bonaccini (contro Elly Schlein, appunto).

A livello cittadino e regionale il PD ha costruito, negli anni, un sistema di potere, con tutti gli aspetti negativi che un sistema del genere comporta (con le sue reti di amicizie da favorire, sviluppando collegamenti e complicità, al di là degli obiettivi che si pongono, specialmente con le forze finanziarie ed economiche dominanti, con un costante predominio e notevoli condizionamenti rispetto a ciò che viene avanti nel sociale). Un sistema che ha causato molte disaffezioni fra gli elettori e le elettrici di quel partito, tradottesi in molti casi in astensionismo. Non a caso tutte le città capoluogo della Toscana, tranne, per ora, Firenze, sono state conquistate dalla destra. È pertanto urgentemente necessario porre un freno a tale sistema, che in molti casi riduce la politica a personalismi, a vincoli amichevoli privi di respiro strategico, alla perdita di vista di quelli che dovrebbero essere i contenuti propri dell’azione di governo della sinistra, a cominciare dall’attenzione verso gli ultimi, gli emarginati, i “senza voce”. Nel caso di Firenze va contrapposta un’altra idea di città a quella che ha prospettato l’Amministrazione a conduzione PD in questi anni, in cui si sono avuti la riduzione del centro storico a spazio riservato al turismo di rapina e alle residenze per ricchi, l’abbandono di coloro che vivono nelle periferie, la mancanza o l’insufficienza di politiche rivolte a contrastare il disagio sociale e la crisi climatico/ambientale.

Di fronte a tutto questo risulta estremamente importante la costruzione di un progetto che ha bisogno, per essere pienamente credibile e convincente, di camminare su più gambe: il riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto da Sinistra – Progetto Comune (Dimitri Palagi e Antonella Bundu) in Palazzo Vecchio e nella città; il contributo a una idea diversa di città portato da “Firenze città aperta” con il referendum auto-gestito “Salva Firenze” e con le sue molte iniziative sia politiche che mutualistiche; l’entrata in campo di energie nuove e diverse con l’Associazione “XI Agosto” proposta da Tomaso Montanari; il necessario apporto al progetto di tutte le forze politiche che compongono la coalizione che sostiene Sinistra – Progetto Comune (oltre a Firenze città Aperta, Rifondazione/Possibile/Potere al popolo/la componente fiorentina di Sinistra Italiana che non si è schierata con il PD) e anche dei “5 Stelle”, che sono stati all’opposizione rispetto alla Giunta Nardella; gli auspicabili interventi a sostegno del progetto di associazioni, movimenti, realtà di base che stanno portando avanti esperienze alternative.

Per quanto riguarda la scadenza elettorale, le “gambe” qui indicate hanno la responsabilità, se intendono svolgere un ruolo non di pura testimonianza, di camminare nella stessa direzione e di ricercare l’unità, un’unità nella diversità che renda veramente efficace la loro azione. Al fine di riuscire nell’impresa, difficile ma non impossibile, di realizzare tale progetto occorre che si mobilitino, si pronuncino, prendano posizione le energie intellettuali, sociali, politiche che non si riconoscono nella “continuità” prospettata dalla candidata a sindaca del PD, ma vorrebbero invece una decisa inversione di rotta, per una idea di città diversa, che riscopra appieno la sua vocazione di “operatrice di pace” (particolarmente importante in un periodo di guerre diffuse in varie parti del mondo come l’attuale), che rifiuti il ruolo di Disneyland a cui si vorrebbe relegarla, che intenda essere davvero la città dei suoi cittadini/ delle sue cittadine.

Certo, ci sono notevoli ostacoli su tale cammino, e cioè: l’auto-referenzialità e l’ “autismo” dei vari soggetti che dovrebbero essere interessati al percorso comune; il prevalere di attaccamenti ideologici a simboli e “bandiere” del tempo che fu; il rifugiarsi in “giochi” politicisti che non si basano sul confronto fra i contenuti dei vari progetti e programmi; l’affidarsi a pregiudizi e considerazioni residui del passato; la tendenza di ciascun soggetto a ritenersi l’unico valido sulla piazza. Se si riuscirà a impostare un percorso fatto di confronti sui contenuti, si scoprirà che non ci sono differenze sostanziali fra i vari programmi e progetti. E che sotto questo profilo l’unità sarebbe già cosa fatta.

Con sforzi, passi indietro, un po’ di umiltà da parte di tutti coloro che sono interessati a costruire una svolta nella realtà fiorentina, si potrebbe raggiungere il risultato di cogliere l’occasione, unica e forse irripetibile, di far sentire davvero la voce, anche sul piano elettorale, di un’altra Firenze. Un progetto unitario potrebbe riportare al voto parte di quelli che, insofferenti delle divisioni a sinistra, si sono rifugiati nell’astensione. E potrebbe anche rimotivare molte persone a impegnarsi con entusiasmo nella campagna elettorale.

Questo vuole essere un appello ad operare, nel poco tempo che rimane, per costruire una presenza unitaria, con liste diverse ma con un unico/un’unica candidato/a a sindaco/a, alle prossime elezioni amministrative, collegandosi alle esperienze positive del passato e introducendo, nel contempo, elementi fortemente innovativi.


Un appuntamento europeo per la pace

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Il triangolo di Weimar (Macron, Scholz e Tusk) ha deciso la fornitura di missili a lungo raggio agli ucraini. Putin ha aumentato del 68% per il 2024 le spese militari della Russia. A più voci ministri e politici russi agitano lo spettro dell’impiego nucleare. Macron risponde in piena sintonia nella sua solitaria presa di posizione per l’impiego nucleare europeo, aggiungendovi la possibile necessità dell’invio di truppe sul terreno ucraino. Nel 2022 la spesa legata al riarmo è stata di 2240 miliardi di dollari (fonte SIPRI). Il riarmo è questione importante nell’economia dell’apparato industrial-militare globale, è fattore di crescita economica e sul piano strategico costringe nella sua corsa gli avversari meno dotati economicamente a uno sforzo che alcuni sperano porti (come avvenne per l’URSS) al loro collasso economico. Corsa al riarmo anche come strumento di impoverimento del nemico quindi. In questa fase di de-globalizzazione non governata, la superiorità militare è funzionale a definire ambiti di ri-globalizzazione parziale (ossimoro) per aree di influenza. Il potere ormai multipolare si scontra economicamente e militarmente per definire e ridefinire nuovi perimetri ove esercitare il controllo mentre si stanno organizzando su scala più ampia scenari in potenza di nuovo bipolari (Occidente egemonico Vs. Brics per la de-dollarizzazione). Un negozio di cristalli dove i frantumi del neoliberismo provano di nuovo ad addossare i costi della propria ristrutturazione ai popoli del sud del mondo e agli strati meno tutelati del nord.

O si ferma questo delirio o guerre morti e miseria saranno i compagni di viaggio dell’umanità nei prossimi anni. Nel 2022 il fatturato delle 15 maggiori imprese nell’industria degli armamenti è stato di 777 miliardi di dollari con un aumento di 76 miliardi rispetto all’anno prima. Contemporaneamente il cambiamento climatico, l’innalzamento dei mari, le inondazioni e la siccità riducono i raccolti e rendono insicuri i fabbisogni alimentari per centinaia di milioni di abitanti del pianeta. Nel 2023 783 milioni di persone hanno sofferto di fame cronica e 333 milioni di insicurezza alimentare mentre nel mondo ci sono risorse per 12 miliardi di persone a fronte di una popolazione di 8,73 miliardi (dati ONU). Il declino dell’accesso al cibo è la fonte primaria delle migrazioni. Una società mondiale che si confronta ancora militarmente senza occuparsi di sfamare i suoi abitanti e salvaguardare le risorse del pianeta nasconde gli squilibri facendoci individuare sempre nuovi nemici che minacciano le nostre piccole certezze. Siamo in mano ad oligarchie senza scrupoli, l’80% del capitale azionario globale è nelle mani del 2% degli azionisti (E. Brancaccio) che fondano i loro privilegi su questo insostenibile modello di sviluppo.

Le prossime elezioni europee danno una possibilità. Va costruito un appello europeo che rilanci il tema “L’Europa ripudia la guerra” e ribadisca la richiesta di ridurre le spese militari; che proponga un immediato cessate il fuoco sui teatri di conflitto; che proponga di istituire fasce Nuclear Free tra Unione Europea e Russia e nei paesi del Mediterraneo. I partiti europei che si richiamano al disarmo si impegnino a presentare su questi punti appositi ordini del giorno al Parlamento Europeo; nei contesti nazionali le forze e i movimenti per la pace e il disarmo debbono chiedere ai Governi e ai Parlamenti atti di de-escalation militare. Queste alcune linee sicuramente non esaustive e da ampliare ma vanno coordinati gli impegni per riportare al centro del dibattito la Pace con le sue implicazioni economiche, sociali, ambientali, di sicurezza e di redistribuzione. Va convocato un appuntamento di soggetti politici personalità e movimenti europei per condividere una carta di valori basata su denuclearizzazione, disarmo, tutela dell’ambiente e che avvii campagne per una cultura pacifista transfemminista e ambientalista. O irrompe nella scena sociale e politica la cultura ambientale pacifista e che fa delle diversità un valore o, con l’attuale assetto a totalitarismo maschile e strapotere degli apparati industrial-militari, le guerre e le vittime continueranno per i decenni a venire.


Elezioni europee: facciamoci del bene

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Non c’è dubbio che ci troviamo in uno dei momenti più drammatici della storia umana. I processi e le contraddizioni che attraversano il mondo sono inediti e aspri, come in poche altre epoche è accaduto, e richiederebbero capacità di risposte altrettanto inedite. La crisi climatica ed ecologica, domanda non solo ingentissimi investimenti nella riconversione, ma più al fondo la rimessa in discussione di un benessere che non può più essere inteso come mera moltiplicazione di merci. La crisi del neoliberismo, finanziarizzazione estrema e disuguaglianze estreme, è conclamata, produce qualche inquietudine anche nei ceti dirigenti e qualche esempio di inversione di tendenza, ma non la fuoriuscita da quel modello. La transizione in corso da Ovest ad Est, processo storico non reversibile, iscritto persino nella demografia, domanderebbe una nuova mediazione di interessi, con la capacità di definire cooperativamente nuovi equilibri.

Con tutta evidenza non è quello a cui stiamo assistendo. Il ritorno della guerra, che non se n’è mai andata, ma che oggi viene rilegittimata come strumento “normale” di risoluzione delle controversie internazionali, sembra indicare che si stia percorrendo la via opposta. La guerra rilegittimata, non è “solo” lo strazio senza fine del genocidio del popolo palestinese, né quello delle morti e della distruzione in Ucraina, è la guerra come strumento, di più, come sistema, per “governare” quelle contraddizioni, erigere nuove cortine di ferro con le potenze emergenti, difendere e ribadire un dominio unipolare ormai in crisi, con il mestiere delle armi. In un tempo in cui le armi sono “anche” le quasi 13.000 testate nucleari esistenti.

L’Europa è uno degli snodi fondamentali dei processi in corso. Non solo perché la guerra in Ucraina è dentro l’Europa, e quella in Palestina sulle coste del Mediterraneo, ma perché un’Europa capace di darsi un ruolo autonomo nel mondo, come di rilanciare il compromesso sociale che l’ha per lungo tempo caratterizzata – aggredito pesantemente dalle politiche austeritarie, ma ancora non compiutamente distrutto – potrebbe essere

un attore decisivo nella definizione di quei nuovi equilibri globali, come nella ricerca di vie d’uscita progressive alle contraddizioni che segnano questo tempo. Per questo la guerra non è solo dentro l’Europa, è contro l’Europa, in un contesto in cui mai come oggi “l’atlantismo” non solo non coincide, ma collide con la stessa esistenza dell’Europa come soggetto nei processi globali.

Le prossime elezioni europee sono dunque un appuntamento di straordinaria importanza. Se si continuerà nella scelta della guerra, con lo spostamento sempre più in avanti di ciò che è accettabile da parte dell’opinione pubblica, con le dinamiche di riarmo che si stano compiendo, l’invio delle truppe vagheggiato da Macron, il coinvolgimento sempre più esplicito nell’allargamento dei conflitti – come avviene con la missione Aspides –, gli accordi bilaterali con l’Ucraina di una serie di paesi, Italia compresa, la “terza guerra mondiale a pezzi” si trasformerà sempre più in un conflitto globale, sarà sempre più difficile trovare una via d’uscita alle crisi sistemiche, intrecciate e contemporanee, l’Europa sarà sempre più solo un’appendice subalterna al dominio unipolare in crisi degli Stati Uniti, e la società tutta si “abituerà” alla crescente disumanizzazione.

È per tutti questi motivi che ho firmato l’appello di Michele Santoro e Ranierò La Valle. Per la centralità assoluta della pace, e all’opposto, delle conseguenze della guerra, sul terreno economico, sociale, ambientale, antropologico. E perché troppo deboli mi sembravano le forze che contrastavano i processi in atto, nella politica, e forse ancora di più, nella società, con le difficoltà evidenti di rimettere in campo un movimento come quello che aveva segnato l’inizio del secolo. Fin dall’inizio mi sono augurata tuttavia che quell’appello non si traducesse in una nuova lista in competizione con quelle già esistenti, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle, che magari con contraddizioni (il voto iniziale sulle armi all’Ucraina, come quello recente per Aspides, per quel che riguarda il M5S) erano e restano interlocutori indispensabili per cambiare il quadro esistente. Che si trovassero modalità per evitare di correre il rischio di sottrarre rappresentanza alle ragioni della pace, come avverrebbe in presenza dello sbarramento al 4% se AVS o Pace, Terra, Dignità non raggiungessero il quorum, togliendosi reciprocamente consensi, e magari togliendoli anche a quel Movimento 5 Stelle, che pure non ha problemi a superare la soglia di sbarramento. Una preoccupazione analoga ha quella che ha visto intervenire su il manifesto, prima Rizzo e Molinari, e subito dopo Gianni e Vita, per quanto non sia identica la proposta avanzata.

Per questo ho sempre pensato che ci fossero solo due possibilità positive: o la confluenza in un’unica lista dei diversi soggetti esistenti, o l’apertura delle liste di M5S e AVS non a singoli indipendenti, ma al programma e alle persone impegnate nel percorso di Pace, Terra, Dignità. Qualcosa di analogo all’esperienza degli “indipendenti di sinistra”. C’erano e ci sono ragioni e problemi in entrambe queste vie.

La confluenza in un’unica lista, sarebbe stata il segno di un fatto di estrema novità nel panorama politico, ed avrebbe segnalato la centralità assoluta dell’impegno per la pace. Avrebbe comunque comportato dei problemi, che non mi paiono ascrivibili semplicemente all’orgoglio o peggio all’egoismo dei soggetti politici esistenti. Michele Santoro ha spesso fatto riferimento al recupero dell’astensionismo, e alla maggioranza della popolazione italiana che tutti i sondaggi registrano essere per l’opzione della pace, la contrarietà all’invio di altre armi, la via del negoziato. Ma i processi non sono lineari. Parte di chi esprime quegli orientamenti ha votato per partiti che hanno fatto altre scelte, compresi quelli di destra al governo, buona parte dell’elettorato vota per motivi di politica interna, magari per chi ha incontrato nelle iniziative per il reddito di cittadinanza, o la difesa della sanità pubblica, magari per una vertenza di quartiere, come pure per motivi del tutto contingenti e persino irrazionali. Così come il recupero dell’astensionismo, presuppone processi complessi di ricostruzione di legami con lo spazio pubblico e la politica. In questo contesto, a meno di non raccogliere la disponibilità di persone assolutamente autorevoli e capaci di rappresentare mondi diversi e complessi (ma forse anche in questo caso), la scomparsa dalla scheda elettorale di simboli già noti avrebbe potuto avere persino l’effetto di una diminuzione dei consensi. A questo si aggiunge la stanchezza per i molti tentativi di produrre “liste per elezioni”, finiti tutti, salvo rarissime eccezioni, senza raggiungere il proprio obiettivo, per il semplice fatto che alla difficoltà meramente funzionale di far conoscere in poco tempo e con pochi soldi, una proposta e un simbolo, si aggiunge la difficoltà più pesante: la crisi della politica che porta ad etichettare proposte nate per un appuntamento elettorale, come espedienti per cercare una collocazione. Sono motivi che anche se del tutto estranei ai proponenti di Pace, Terra, Dignità, vivono nell’opinione pubblica e nel senso comune.

Se non è troppo tardi, spero che sia ancora possibile la seconda opzione, quella dell’apertura delle liste del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra alla proposta di Pace Terra Dignità. Non ci sarebbero problemi particolari a “sommare” gli elettorati potenziali, per una coerenza di fondo, se non in tutti i passaggi, certamente in orientamenti in qualche modo consolidati. Non comporterebbe in nessun modo per Pace Terra e Dignità l’adesione all’interezza dei progetti politici di M5S e AVS, né per questi ultimi l’adesione a ogni articolazione della proposta Santoro-La Valle, riconoscerebbe soltanto che esistono soggetti politici già in campo che hanno obiettivi con cui è possibile una qualche convergenza. Sarebbe un riconoscersi per l’appunto, nelle proprie parzialità, per un obiettivo che certamente lo merita, e forse lo esige. Con la trasversalità evocata nel primo appello, rivolta non solo ai pacifisti ma ai “pacifici”. Con la possibilità di raggiungere risultati positivi per tutti sul terreno istituzionale, movimentando il quadro esistente nel Parlamento Europeo, ed anche di rafforzare le dinamiche sociali e di movimento.

Non ho alcun titolo per consigliare scelte che appartengono alla sovranità di altri, se non la preoccupazione di chi a giugno dovrà andare a votare e vorrebbe finalmente vedere un risultato positivo in un quadro così difficile, che richiede non solo la forza della ragione, ma anche, almeno un po’, le ragioni della forza. Quella che serve per ricostruire qualche speranza nel futuro.


La sinistra e l’Europa: se si è insieme è bene, ma se si è chiari è meglio

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Donald Trump ha ricordato recentemente agli alleati europei della Nato che negherebbe il sostegno militare in caso di attacco, ove non fossero virtuosi negli investimenti in spese militari. Non è una novità. Già Trump aveva attaccato la Nato e il suo ruolo durante il suo mandato presidenziale e la questione dell’impegno ad accrescere le spese militari al 2% del PIL è stato tema di discussione e decisione da parte della Nato.

Non è nuova neppure la reazione degli alleati: scandalo, riprovazione e, soprattutto, paura. La presa di distacco dall’Europa e dai suoi problemi da parte degli Stati Uniti è stata assunta come una catastrofe, come una prospettiva di isolamento e crescita della vulnerabilità e dell’insicurezza. E la risposta, naturalmente non poteva che essere una: impedire il distacco degli Stati Uniti dagli affari europei o, in alternativa, sostituirli. L’unica proposta è stata il rilancio dell’esercito europeo, che inevitabilmente diventerebbe, se vuole essere deterrente, anche forza nucleare. Risorse inimmaginabili verrebbero buttate nel pozzo senza fondo del sostegno alle guerre e si perderebbe ancora una volta l’occasione per cercare un nuovo ordine del mondo, una nuova regola di convivenza e collaborazione.

Non viene in mente a nessuno (e purtroppo neppure a nessuna) dei (delle) governanti europei che ciò che avviene negli USA possa essere un sintomo di fallimento della politica estera e di difesa della Nato, di una crescente sfiducia degli statunitensi nella capacità di quella politica di assicurare sicurezza e benessere. Non viene in mente a nessuno che ormai è ora di cambiare il punto di vista, lo sguardo che abbiamo sul mondo e sulle cose. Alla provocazione di Trump, dovremmo rispondere che sono le alleanze militari che devono essere messe in soffitta, che non garantiscono più né sicurezza, né tanto meno benessere e che l’Europa potrebbe difendere con molto maggiore successo la propria esistenza con la trattativa, la collaborazione, la sicurezza reciproca. Invece gli europei si stanno accingendo a ripetere l’errore compiuto all’indomani dello scioglimento del Patto di Varsavia, quando, invece di comprendere che si aveva di fronte la grande occasione per disarmarci reciprocamente, gli Usa, e l’Europa al seguito, hanno scelto la via del dominio unipolare, fondato sulla forza militare usata in tutti i teatri dl mondo. Quanti avvertimenti dovremo ancora avere per comprendere la necessità di cominciare a pensare e ad agire in modo profondamente diverso?

Nel giro di pochi anni sono diventate emergenze quotidiane del presente questioni che pensavamo estranee alla nostra “confort zone” europea. Il riscaldamento globale, con l’avvicendarsi sempre più frequente di eventi estremi, ha ormai posto davanti agli occhi di tutti la necessità di cambiare drasticamente, rapidamente e insieme in modo socialmente compatibile il nostro modo di produrre e di consumare, dall’abitare, al coltivare, al produrre, al mangiare. La pandemia di Covid 19 ha improvvisamente ricordato a tutte e tutti che nessuno può salvarsi da solo, che nessuno, a parte forse pochissimi, possiede tante ricchezze, conoscenze e opportunità per potersela cavare. La crescita dei fenomeni migratori, delle persone che sfuggono alle guerre o alle catastrofi ambientali, ma anche delle donne e degli uomini che cercano nuove opportunità di vita, ha riaperto nelle nostre società la spirale perversa della guerra tra poveri. E, infine, il ritorno terribile della guerra, della potenza militare come strumento di definizione dei rapporti di forza e di gerarchie nel mondo e nelle sue diverse aree. È tornata la guerra, non più confinata tra i poveri e i derelitti del mondo, ma in Europa, nel Mediterraneo, a un passo dalle nostre case. E se ancora non ne paghiamo il prezzo diretto di sangue e distruzione, cominciamo a risentirne gli effetti nell’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime, nel rallentamento dei commerci e delle comunicazioni, nella crescita delle andate migratorie. Quante di queste guerre “combattute dall’occidente” abbiamo perso? Tutte. Quanto hanno migliorato queste guerre i paesi in cui le abbiamo portate? Per nulla, anzi. Abbiamo alimentato odio, nazionalismi, povertà.

Ma di tutto questo sembra che in Europa abbiamo perso cognizione. Le novità portate dalla pandemia sono state archiviate e l’utilizzo del PNRR, del debito comune è stato via via depotenziato dei suoi (pochi già in origine) aspetti innovativi. Le misure di riconversione ambientale vengono via via rinviate, allontanate nel tempo, messe in secondo piano, mentre sia l’Europa che i singoli paesi sembrano del tutto incapaci o impossibilitati ad aiutare economia, società e sistemi pubblici ad affrontare le sfide della crisi climatica e della riconversione necessaria. Il patto di stabilità, che tanto ha danneggiato le nostre società e i nostri sistemi pubblici costringendo alle politiche di austerità, di privatizzazioni e tagli, è stato ripristinato senza nessun reale ripensamento. C’è un’unica voce che non va in crisi e c’è un’unica spesa che non viene messa in discussione: quella per gli armamenti. Nessun dubbio sembra sfiorare le menti dei governanti europei. E tutte e tutti noi siamo dentro a una sorta di drammatica coazione a ripetere politiche che già hanno fatto fallimento e che stanno conducendo il mondo in una situazione di guerra diffusa, permanente e senza sbocco.

In questa situazione, la sinistra, le forze che tali ancora si definiscono sembrano, nella migliore delle ipotesi, ridotte all’afasia. Non riescono a costruire nessuna alternativa. Anzi, non ci provano neppure. Sembrano accontentarsi dei sondaggi che sembrerebbero assicurare per il prossimo Parlamento europeo maggioranze simili all’attuale, ancorché indebolite. Lo status quo, questo sembra l’unico obiettivo auspicabile e desiderabile. Così la domanda se valga la pena di andare a votare diventa inevitabile. Non a caso i sondaggi rivelano che via via che ci si avvicina la voto, paradossalmente, aumenta, invece che diminuire, la percentuale di quanti non sanno se andranno alle urne. Oltre alla domanda inquietante su chi votare nel giugno prossimo, se esisterà o meno un riferimento per chi volesse sentirsi di sinistra, ne esiste un’altra, forse ancora più preoccupante: per cosa siamo chiamati a votare alle elezioni europee? Questo secondo interrogativo è in realtà preliminare. Anzi, in una qualche misura pregiudiziale.

L’abitudine della politica italiana di considerare le elezioni europee, che, si svolgono con il metodo proporzionale e quindi non obbligano a coalizioni e alleanze, come una grande primaria per misurare forza e consenso non solo tra i partiti, ma anche tra i/le leader degli stessi movimenti, rischia, questa volta, di allontanare dalle urne anche i più fedeli praticanti del dovere del voto. Se la Comunità esiste è per rinviarle addosso le palle difficili o per invocarne principi e valori originali, ormai sbiaditi nella consapevolezza comune. Eppure non si può dire che l’Europa non sia presente, nel bene e, va detto, soprattutto nel male. L’Europa è in guerra e noi siamo in guerra con lei. Mandiamo armi all’Ucraina, costruiamo missioni militari nel Mar Rosso, subiamo di fatto la follia di Netanyahu, partecipiamo, più o meno consapevoli e convinti, alla battaglia di sopravvivenza armata di un occidente sempre meno forte economicamente e sempre meno democratico, sempre meno attrattivo.

Le piazze europee sono state attraversate da lotte e movimenti che, senza letture alternative, senza politiche pubbliche efficaci, senza cura delle compatibilità sociali, rischiano di trovare il nemico nelle politiche di riconversione ambientale. Cosa può rendere interessante il voto europeo? Cosa può portare i milioni di cittadini italiani a votare nel prossimo giugno, a partire da me? Cosa può segnalare l’inizio di un nuovo modo di pensare le nostre società e le nostre vite?

Il sistema elettorale europeo è, fortunatamente proporzionale. Possiamo votare per chi ci convince di più e non solo per chi ci dispiace di meno. Non è più sufficiente oggi, la denuncia dei mali dell’ordoliberismo. Occorre proporre un obiettivo, grande, ma praticabile e comprensibile. Un obiettivo che apra la strada a politiche diverse, liberi le risorse per un nuovo paradigma, che sostituisca la competizione, e lo sfruttamento e la rapina delle risorse, con la cura per le persone e per il nostro mondo. Credo che abbiano ragione Santoro e La Valle: quell’obiettivo è la fine della guerra in Europa e della partecipazione europea alle guerre di dominio ad alta e bassa intensità ovunque nel mondo. Se si esprimesse, se non in tutta Europa, almeno in Italia, in un voto così motivato, una parte di quel sentimento pacifista che si manifesta oggi solo nei sondaggi e nelle mobilitazioni, questo sarebbe un segnale forte. Esprimerebbe una voglia di cambiamento, una volontà di liberare le risorse impegnate nelle guerre, di avere un’Europa capace di accompagnare la società e le attività verso la riconversione ecologica, di ragionare con equità sugli accordi commerciali, di combattere la povertà e i lavori poveri e precari, di impegnare risorse nella salute, nella ricerca, nella vivibilità delle nostra città, nella costruzione di modelli diversi di produzione e consumo. Le idee ci sono. Sono le volontà che mancano. Alla fine, non è più l’unità quella che conta, per avere una lista attrattiva. Se si è insieme è bene. Ma se si è chiari, è meglio.


La Via Maestra: punti fermi per un’alternativa culturale e politica

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L’ultima assemblea della “Via Maestra” a Roma è stata un passaggio importante nel percorso promosso dalla Cgil insieme a più di 100 organizzazioni del civismo attivo, dei movimenti, del mondo della cooperazione sociale, perché in modo unitario è emersa la voglia, la disponibilità a investire in un cammino comune per mettere in campo non solo un’opposizione sociale diffusa alle politiche delle destre ma anche e soprattutto per provare a costruire un’alleanza capace di proporre la costruzione di un’alternativa politica e culturale a tali politiche. Partendo e valorizzando, nella relazione tra sindacato e associazionismo, quelle tante pratiche e esperienze territoriali che già oggi, tutti i giorni e ostinatamente, provano nel concreto a proporre e realizzare iniziative alternative al “neo-liberismo”. Pratiche costruite nei luoghi e con i luoghi, che sono portatrici di saperi concreti, centrati sulla realtà, forti perché in grado di proporre “cose” che si possono fare perché già si stanno facendo.

Cosa non da poco in un Paese in cui la politica e di decisori spesso non hanno né il coraggio, né le competenze, né la volontà di farsi carico della complessità e che quindi propongono un dibattito centrato non sulla realtà, ma sulla sua rappresentazione e semplificazione. Una modalità poco utile a risolvere e governare questioni e temi ma molto utile a sostenere narrazioni politiche centrate sulla strumentalità e la propaganda, mirate alla costruzione del facile consenso, magari, come nel caso dei migranti, quotando la paura sul mercato elettorale o ancora, come nel caso della povertà, rappresentando i poveri come colpevoli della loro condizione. In questa deriva culturale, accompagnata dalla colpevole ostinazione a rimanere dentro l’ottica neo-liberista, si sta realizzando lo sgretolamento dei presupposti stessi della nostra democrazia. Sul lavoro, sempre più povero, precario e in molti casi non sufficiente a uscire dalla povertà. Sulla scuola, con l’ipocrisia strafottente della parola “merito” aggiunta al titolo del Ministero quando tutti i dati ci dicono che in Italia se sei “povera, donna e meridionale” non hai le stesse opportunità di “un maschio, benestante e del nord. Così come sull’attacco sempre più violento al Servizio Sanitario Nazionale, che ha smantellato l’idea di cura come responsabilità pubblica e collettiva, in un’ottica inclusiva e agita dentro alle comunità verso un impianto contenitivo e istituzionalizzato, dove tutto diventa malato e malattia e dove larga parte della sofferenza viene messa in produzione con la privatizzazione dei servizi pubblici e lo smantellamento della sanità territoriale e di prossimità

Nell’incontro, inoltre è emersa la consapevolezza che la prima sfida è quella culturale. Perché nel paese è cambiato il senso comune, e così i poveri sono diventati colpevoli della loro condizione, le disuguaglianze sono state accettate come inevitabili e normali, i fragili sono stati disumanizzati e trasformati in categorie negative con cui è più facile essere cattivi e indifferenti. Lo stesso meccanismo si agisce sui migranti, sul pubblico rappresentato costantemente come inefficiente e mal funzionante rispetto al privato. E con la stessa modalità si cerca di proporre la svolta green e la transizione giusta come tema “agito dai centri” a discapito dei margini, alimentando così le reazioni sovraniste e conservatrici (come oggi sta avvenendo attorno alla mobilitazione dei “trattori”). In altre parole, il rischio è che dopo poveri, immigrati e immorali i nuovi “nemici del popolo” diventino gli ambientalisti.

E allora la Via Maestra, deve porsi l’obiettivo di produrre un vero e proprio ribaltamento culturale che argini e rovesci le tre tendenza che hanno determinato disuguaglianze e povertà, cioè le politiche pubbliche che hanno smesso di redistribuire ricchezza collettiva, la perdita di potere del lavoro e il cambiamento del senso comune. In primis, ribadendo le politiche di welfare, insieme a quelle mirate a contrastare le povertà e ridurre le disuguaglianze, non come esiti ma come presupposto di uno sviluppo giusto, fondato sull’intreccio tra giustizia sociale e ambientale. Dove la spesa sul sociale e per promuovere e tutelare diritti viene proposta non come “spesa a perdere” ma come investimento di buona spesa pubblica, centrata sulle persone e non in un’ottica servile nei confronti del mercato.

È evidente che lavorare per un welfare pubblico e per l’accesso universale ai servizi significa oggi ridefinire un nuovo patto fiscale che ritrovi coerenza e rilanci la progressività fiscale (per altro in coerenza con la nostra Carta Costituzionale), individuando come priorità la lotta all’evasione che continua a pesare come un macigno sul Paese in termini di inuguaglianze e precarietà dei servizi pubblici. Significa, ancora, proporre il tema della patrimoniale e della tassazione delle rendite finanziarie (in un Paese dove il prelievo fiscale continua a pesare di più sul lavoro dipendente e sui pensionati). Affiancando a tale prospettiva anche la richiesta forte di una riduzione delle spese militari, soprattutto in un momento in cui la guerra è tornata a essere accettata come uno strumento di regolazione dei rapporti internazionali.

Insomma, la “Via Maestra” deve proporsi come soggetto che ritrovi i contenuti, i linguaggi e le forme della politica in grado di parlare con le persone, soprattutto con quelle che si sentono abbandonate e distanti, per tornare a convincere. Chiedendo a tutti i diversi attori coinvolti di riconoscersi come indispensabili l’uno all’altro, soprattutto per investire sul coraggio di guardare al mondo con “occhi mai indossati prima”.

Infine nell’incontro si è sottolineato come i temi del welfare e delle politiche di contrasto delle povertà e delle disuguaglianze sono fondamentali anche per contrastare nei territori la proposta dell’Autonomia Differenziata. Perché declinarne le ricadute sul piano delle disuguaglianze territoriali e sociali, sul terreno dell’impatto sui diritti e sulle opportunità di accesso al sistema dei servizi è una chiave indispensabile per costruire un’alleanza orizzontale e popolare per contrastarla. In altre parole, il linguaggio dei diritti può aiutare a rendere consapevoli le persone delle ricadute che l’approvazione dell’autonomia differenziata avrebbe sulle loro vite, per evitare che, per paradosso, proprio le persone che ne saranno più colpite siano quelle più indifferenti alla sua approvazione. E ancora, soprattutto nel Centro Nord, per evitare che in particolare nelle aree di popolazione più colpite dai processi di impoverimento e vulnerabilità, dovute alla sempre più densa precarietà di lavoro e vita, prevalgano logiche egoiste e di lacerazione delle comunità.


Un’Europa federale per uscire dalla palude

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La prima cosa che vorrei dire è che in vista delle elezioni europee del prossimo giugno temo il rischio che molti voti vengano vanificati dal non raggiungimento del quorum da parte di liste alla sinistra del PD. Questa esperienza l’abbiamo già fatta ed è molto frustrante.

Il momento è difficile: l’Europa che abbiamo davanti è lontanissima da quella che sarebbe necessaria. Edgar Morin osserva che le crisi si alimentano a vicenda e le guerre ne sono parte fondamentale, fino a divenire quella che lui definisce una “crisi antropologica”. In Europa, le piccole aperture che avevamo apprezzato durante la pandemia, quali il ricorso al debito comune per finanziare investimenti e la sospensione del Patto di stabilità, hanno lasciato il posto a una acritica ripresa del rigore finanziario e di bilancio.

L’indebolimento del fronte alternativo alle destre è preoccupante così come la subalternità delle forze socialiste e democratiche rispetto all’offensiva di destra, inseguita, spesso, sul suo stesso terreno. Il voto del 18 gennaio scorso del Parlamento europeo sulla guerra in Medio Oriente è emblematico e può rappresentare l’anticipazione delle dinamiche politiche della prossima legislatura. Infatti, a una risoluzione chiara che chiedeva il cessate il fuoco permanente a Gaza e il rilascio degli ostaggi, è stato inserito un emendamento – sostenuto dal PPE, dalle destre e da parte dei liberali – che ne ha stravolto completamente il senso, subordinando il cessate il fuoco alla sconfitta definitiva di Hamas e al rilascio degli ostaggi, praticamente la linea di Netanyahu. Ciò nonostante, la Risoluzione è stata approvata a larga maggioranza con il voto favorevole del Gruppo socialisti e democratici, con qualche piccola e meritoria defezione. Lo scenario che si prepara è facilmente prevedibile; il PPE riconquistando centralità come primo partito potrebbe giocare su più tavoli anche senza arrivare a una alleanza organica con le destre.

Che tutto ciò crei malessere fin dentro le istituzioni europee è testimoniato dal fatto che ben 840 funzionari della Commissione, con una lettera aperta, avevano contestato già dall’inizio le dichiarazioni di von der Leyen di totale appoggio alla reazione israeliana ai drammatici eventi del 7 ottobre, reazione che già si annunciava indiscriminata e tesa a colpire soprattutto la popolazione civile palestinese.

In tutto questo, appare quanto mai inadeguata la linea socialista di riproporre nella prossima campagna elettorale lo schema dello Spitzekandidat (cioè il candidato designato alla Presidenza della Commissione) da collegare al risultato elettorale; questa cosa avrebbe un senso solo in un sistema elettorale maggioritario. A chi auspica una proiezione in Europa degli attuali equilibri politici italiani, andrebbe ricordata la procedura che porta alla formazione della Commissione europea: a cominciare dalla designazione del/della suo/sua Presidente. Quest’ultimo/a viene indicato/a da un voto del Consiglio europeo (capi di Stato e di Governo) a maggioranza qualificata, e deve ricevere l’investitura del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti il che vuol dire 361 voti su 720. Quanto ai membri della Commissione, essi vengono indicati dai governi di ogni singolo Paese. Il Consiglio, a sua volta, approva a maggioranza qualificata l’intera Commissione. L’insieme della Commissione, compreso l’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza, è sottoposto al voto a maggioranza del Parlamento europeo. Il Parlamento, ha anche il compito di esaminare le candidature dei singoli commissari, attraverso audizioni atte a stabilirne: la competenza, l’impegno europeo e l’indipendenza; un giudizio, quindi, che prescinde dall’appartenenza politica ma che costò la bocciatura, nel 2004, al candidato italiano Buttiglione. Infine, l’ultima parola spetta al Consiglio, il quale, con un voto a maggioranza qualificata, nomina la Commissione e il/la suo /a Presidente. Ciò fa capire quanto sia azzardato fare previsioni.

Detto tutto questo, quello che sarebbe davvero importante è il rafforzamento del Gruppo della sinistra europea, che esercita il ruolo di stimolo, soprattutto nei confronti del Gruppo dei verdi e dello stesso Gruppo socialista; oltre a ciò, questo Gruppo ha il merito di mantenere alcuni “punti fermi” in una situazione in cui rischiano di venir meno i riferimenti fondamentali alla base del processo di integrazione europea quali: la pace e la guerra; l’ immigrazione e i diritti delle persone; le politiche sociali; le politiche ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici e le questioni della democrazia e della partecipazione dei cittadini nelle decisioni politiche.

La nostra destra, avendo abbandonato l’antieuropeismo ancestrale, ha una idea precisa, direi terra-terra, dell’Europa e la si può dedurre dai ripetuti pronunciamenti della presidente Meloni – da ultimo quello esposto nella conferenza stampa di inizio anno in cui ha dichiarato: «Non c’è questo superiore interesse comune, ci sono nazioni che, chiaramente, valutano quello che è meglio per i propri interessi e si cerca una sintesi tra questi interessi». Nella neolingua meloniana, “nazione” e “interesse” sono termini ossessivamente presenti e, messi insieme costruiscono “l’interesse nazionale”, concetto ambiguo e mutevole, che tende a legittimare, come portatori di questo interesse, i governi; questa visione si sposa perfettamente con il progetto di premierato inseguito in Italia. Questa visione, sotto la cortina fumogena degli interessi nazionali, nasconde i veri scontri di interessi che sono quelli tra i poteri economici, i gruppi sociali subalterni e quelli degli stessi governi che mirano essenzialmente al consenso e al mantenimento del proprio potere.

Il paradosso è che le destre nazionaliste sembrano, più di altri, in grado di agitare questioni che travalicano la dimensione nazionale, riportandole, poi, nella dinamica spesso conflittuale della prassi intergovernativa che oggi prevale nel sistema istituzionale europeo. Tutto ciò rende indifferibile una svolta realmente europea della sinistra e pone il problema, non solo della rappresentanza ma, soprattutto, quello di rendere incisive le proprie idee; in pratica, fare politica e cercare di farla sempre più nella dimensione europea.

Che io ricordi, in tutti gli anni trascorsi al Parlamento europeo, a parte singole crisi aziendali, l’unica occasione in cui vi fu una vera mobilitazione dei lavoratori fu quella dell’opposizione alla famigerata Direttiva Bolkestein; mobilitazione che qualche risultato lo ottenne – almeno quello di impedire che le imprese, operando in un Paese diverso dal proprio, potessero avvalersi delle legislazioni sociali del Paese di provenienza. Sventato questo pericolo, essa rimane un provvedimento volto soltanto a tutelare il mercato e la concorrenza delle imprese più che i diritti dei destinatari dei servizi. I sindacati, che pure hanno una rappresentanza nella dimensione europea (Confederazione europea dei sindacati), non sono ancora riusciti, tramite le necessarie “cessioni di sovranità”, a darsi una vera organizzazione europea capace di portare a quel livello il conflitto sociale.

Con il Trattato di Lisbona e con la prassi che ne è seguita, il tratto istituzionale che si è rafforzato è quello “intergovernativo” fino a fare dell’attuale Unione qualcosa di molto simile a una confederazione di Stati, modello caro alle destre. Ciò ha influito anche sul ruolo del Parlamento; osservando, infatti, il comportamento dei diversi gruppi politici, si può notare la continua scomposizione degli stessi in riferimento alla diversa collocazione dei singoli deputati rispetto al Governo nel proprio Paese, a prescindere dal contenuto o, al contrario, votare contro contenuti condivisi ma proposti da Gruppi o deputati estranei alla propria maggioranza. Qualche esempio curioso, a questo proposito: nella Risoluzione che il Parlamento europeo ha esaminato e votato sulle riforme necessarie al progresso dell’Unione, il Gruppo della sinistra europea, ha proposto un emendamento per abolire, togliendoli dai Trattati, il Patto di stabilità e il Fiscal compact, cavallo di battaglia di Lega e di Fratelli d’Italia i quali, però, hanno votato contro. Nella stessa Risoluzione, il deputato della sinistra Botenga ha chiesto di inserire un articolo che riprendesse l’art. 11 della nostra Costituzione sul ripudio della guerra, posizione sostenuta anche dal Movimento europeo; ebbene, solo 21 dei 76 deputati italiani lo hanno votato. I Gruppi di centro-destra (PPE, ECR, ID) hanno proposto di scorporare dal calcolo del rapporto deficit-Pil gli investimenti collegati al raggiungimento degli obiettivi europei; tutti i deputati italiani degli altri gruppi (non vi sono italiani nel Gruppo della sinistra) hanno votato contro, salvo 15 del PD che si sono astenuti – come se questa proposta l’avesse inventata Giorgetti e non fosse una proposta della sinistra presente in quel Parlamento fin dai tempi di Giorgio Ruffolo, e dello stesso presidente Prodi quando definì stupido il Patto di stabilità.

Per non parlare della pericolosa rielaborazione della storia a fini politici, che coinvolge sempre più anche i parlamenti a cominciare da quello europeo, quando equiparò nazismo e comunismo in una Risoluzione del 2019 che trattava della Seconda guerra mondiale. Più che egemonia della destra, questi episodi segnalano l’ignavia di una parte della sinistra. Prova di quel “pensiero cieco” di cui parla Morin, cui bisogna cercare di sottrarsi cercando di produrre “anticorpi” che possono nascere solo dall’esercizio della critica, da una conoscenza della Storia e da un’analisi della realtà contemporanea. La cosa più grave è che, a oltre due anni dall’inizio della guerra in Ucraina e dopo l’esplodere della guerra in Medio Oriente, il Parlamento europeo non sia stato capace di una posizione che si discostasse da quella dei governi. Neanche sulla richiesta del cessate il fuoco a Gaza!

A questo proposito, potrebbe essere importante, al di là di tante parole, il riconoscimento dello Stato palestinese, come atto politico da parte dell’Ue stessa e dei paesi Ue che non lo hanno ancora fatto. Questo anche per ribadire il diritto di quel popolo a rimanere sul suo territorio. La Svezia lo ha fatto da tempo, la Spagna si appresta a farlo, molti paesi, come Malta, Cipro, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Romania, lo avevano già fatto prima dell’adesione all’UE. Quanto alle soluzioni possibili, penso che Israele, nel tempo, abbia portato la crisi a un punto di non ritorno con l’occupazione illegale dei Territori e l’approvazione nel 2018 della legge di rango costituzionale che dichiara Israele lo Stato degli ebrei. Nel campo palestinese è importante favorire processi di riconciliazione politica, capaci di emarginare le ali militari delle diverse componenti, premessa per avere qualche voce in capitolo circa la propria sorte.

A chi continua a parlare dei due Stati con una certa superficialità, chiedo di essere coscienti delle proposte inaccettabili fin qui prospettate ai palestinesi, fino ad arrivare a quella prevista nei famigerati accordi di Abramo, confezionati alla Casa Bianca all’epoca di Trump, per iniziativa di suo genero, l’imprenditore Jared Kushner, grande amico degli sceicchi e interlocutore di Netanyahu; per tutte queste ragioni sarebbe più corretto aggiungere qualche aggettivo al sostantivo Stato. Non è un caso che Arafat, quando parlava di Stato palestinese, aggiungesse sempre “vivibile”. La stessa Unione europea, fino a quando ha fatto coincidere le sue posizioni con quelle delle risoluzioni dell’ONU, poneva delle condizioni precise per definire la vivibilità di uno Stato. Non dimentichiamo tutto questo.

Infine, non credo che senza rimettere in discussione l’attuale assetto intergovernativo esistano le condizioni per grandi cambiamenti nel modo di funzionare dell’Unione, la realtà smentisce ancora una volta l’approccio funzionalista di Jean Monnet e la teoria secondo la quale sarebbero le reazioni alle crisi a far progredire l’integrazione europea.

Eventuali progressi nella politica della difesa comune sono impensabili nell’attuale quadro di dipendenza dagli USA, funzionali al rafforzamento del ruolo della NATO oltre che dettati prevalentemente dagli interessi economico-militari di una parte dell’industria. Dopo la moneta senza Stato, sarebbe paradossale aggiungere anche un esercito senza Stato.

Così come pensare di risolvere l’attuale perdita di credibilità dell’Unione superando il voto all’unanimità del Consiglio costituisce un falso obiettivo perché è lo strapotere del Consiglio stesso che va messo in discussione come elemento strutturale dell’attuale Unione. La controprova che questa sia una “falsa soluzione” sta nel fatto che anche nelle materie in cui è previsto il voto a maggioranza i provvedimenti si bloccano davanti al Consiglio.

Se l’attuale Unione si dimostra “irriformabile” e molto più vicina quella Confederazione di Stati-nazione così cara alla cultura delle destre, nulla impedisce che il progetto federalista possa essere rilanciato da una parte di paesi europei. Molti leader europei si sono cimentati con ipotesi di assetti a diversa intensità di integrazione, primo fra tutti Mitterrand all’epoca della caduta del muro di Berlino, oggi Macron, con la sua “Comunità politica europea”. Tutte costruzioni basate su predestinazioni geopolitiche riferite ai diversi paesi e soprattutto rivolte ai paesi candidati; queste visioni partivano dal presupposto che vi fosse un nucleo forte con intorno satelliti. Oggi è proprio questa idea a vacillare e a richiedere una riflessione per impostare su nuove basi lo stesso discorso sul futuro dell’Europa.

Rovesciando l’approccio, il criterio delle diverse velocità che in genere si applica a Paesi destinati a seguire, potrebbe valere, al contrario, per Paesi che volessero costruire la loro integrazione su basi autenticamente federali e quindi, accelerare il passo dell’intero convoglio. Si obietterà che questa è un’utopia, ma in un mondo in cui i cambiamenti sembrano non avere un “governo”, l’immobilismo europeo contribuisce a questa deriva non riuscendo a esprimere alcun un ruolo. È altrettanto evidente che questi processi non possono essere affidati ai Governi; da qui l’importanza della società civile, dei movimenti della sinistra e dei sindacati, insisto su questi ultimi perché, rinchiudersi nella dimensione nazionale è sempre meno possibile in un mondo che cambia e che, attraverso il tumultuoso sviluppo delle tecnologie porrà ulteriori e nuovi problemi al mondo del lavoro, a cominciare dalla proprietà dei prodotti dell’innovazione, al loro utilizzo, alle riconversioni legate alla difesa dell’ambiente.

Verso le elezioni, può essere molto utile seguire la newsletter sull’Europa prodotta dall’Osservatorio sull’Unione europea, insieme a Transform!Italia; quest’ultimo è il nodo italiano della Fondazione che fa capo al Partito della sinistra europea. La newsletter ha carattere bimensile e monotematico; raccoglie articoli e materiali pubblicati nell’area della sinistra critica. Oltre che un mezzo di comunicazione esso si propone di essere uno strumento di confronto e di dialogo. Il tema del prossimo numero sarà: l’Unione europea e la guerra.

C’è materia per lavorare a proposte che, uscendo da quel recinto, anche mentale, presentato alle opinioni pubbliche come insuperabile, diano all’Europa un ruolo diverso nella crisi mondiale. A queste bisognerebbe applicarsi perché le alternative da prospettare agli elettori vadano incontro alle aspirazioni profonde, soprattutto dei giovani e di chi non si rassegna alla cultura, all’economia e alla pratica della guerra.

È la relazione dell’autrice al seminario “Europa va cercando. Unità pure” (Roma, 31 gennaio 2024), tratta dal sito del CRS


Elogio del boicottaggio

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Se dovessimo chiederci quale fra le tante cause abbia oggi più peso nel determinare lo scadimento della vita politica, il restringimento della democrazia, la crescita delle disuguaglianze, l’impoverimento dello spirito pubblico, io non avrei esitazione a indicarla: l’affievolimento e la perdita d’efficacia del conflitto sociale. Non che le lotte siano scomparse dalla scena, ma sono quasi sempre frammentate, non inserite in una progettualità generale e soprattutto inefficaci, scarse di esiti positivi, di contropartite incoraggianti in grado di innescare processi più vasti. Senza qui addentrarci in analisi complesse, credo che il cuore di questo affievolimento sia nel depotenziamento della lotta di fabbrica, provocato dalla possibilità che il capitale ha di delocalizzare le sue aziende, e dalle molteplici ristrutturazioni industriali che hanno frantumato la compatta omegeneità operativa della classe operaia. La possibilità che le imprese hanno di rispondere alle rivendicazioni operaie con la fuga, spostando altrove le proprie sedi, ha posto i lavoratori in una condizione di impotenza, che poi si è riflessa – con intrecci che sarebbero da ricostruire in sede storica – nelle scelte moderate e neoliberistiche dei partiti ex comunisti e socialdemocratici. Costoro, sempre meno in grado di rispondere ai bisogni popolari, hanno progressivamente cessato di assumerne la rappresentanza e cercato presso altri ceti il consenso per la propria sopravvivenza. È quanto accaduto negli ultimi 30 anni.

Sul carattere dinamico e progressivo della lotta di classe non occorrerebbero prove storiche. Qui mi basti rammentare che si tratta di una scoperta teorica alle origini del pensiero politico moderno. È Niccolò Machiavelli che, nei Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio, criticando tutti gli storici che avevano sin lì considerato la lotta tra patrizi e plebei, nella Roma repubblicana, come dei meri disordini, ne capovolge l’interpretazione. «Costoro biasimano quelle cose che furono la prima causa del tenere libera Roma» poiché «vi sono in ogni repubblica due umori diversi, quelli del popolo e quello dei grandi; e [] tutte le leggi che si fanno in favore della libertà nascono dalla disunione loro» (I, IV).

Com’è noto, non si comprenderebbe lo sviluppo della società industriale senza le lotte operaie, come sul piano teorico ha mostrato Marx e come testimonia la storia del movimento operaio a livello mondiale. Un illustre sociologo del ‘900, Ralf Dahrendorf, pur da posizioni democratico-liberali, riconosceva che Marx aveva avuto il merito di cogliere il nesso profondo «tra struttura sociale e mutamento sociale assumendo che i conflitti di gruppo e le loro violente manifestazioni siano le forze che determinano tale mutamento» (Classi e conflitto di classe nella società industriale, Laterza, 1963). Del resto non c’è Paese che più pienamente dell’Italia fornisca le prove empiriche di tale nesso. Tutto il vasto processo riformatore che negli anni ’70 ha modernizzato un Paese arretrato e autoritario come il nostro, grazie allo Statuto dei lavoratori, alla riforma del diritto di famiglia, al divorzio, al Sistema sanitario nazionale, alla legge sull’aborto ecc., non sarebbe stato possibile senza i grandi e prolungati conflitti della fine degli anni ’60.

Ora è evidente che di fronte al limitato impegno dei sindacati e dei partiti politici nel sostenere lo scontro sociale, com’era accaduto nel ‘900, occorrerebbe pensare a come dar vita a nuove forme di lotta utilizzando le innumerevoli e disperse forze dei movimenti, associazioni, gruppi ecc. che oggi tengono viva per lo meno la critica alla società capitalistica. Beninteso, non si tratta di dar vita a manifestazioni di protesta, organizzare cortei, scrivere appelli ecc. Quel che appare oggi vitalmente necessario è la capacità di infliggere danni alla controparte che si vuol combattere. Senza produrre penalizzazioni, minacciare di perdite, intimorire le imprese, i gruppi politici o i governi, la lotta è quasi sempre povera di esiti. Con ogni evidenza oggi si è creata una tale la sproporzione delle forze tra poteri dominanti e ceti subalterni, alla base dell’umiliazione del lavoro e della dignità umana, dell’imbarbarimento civile che abbiamo sotto gli occhi, che non è possibile cominciare a invertire l’asimmetria se non colpendo gli obiettivi con efficacia.

Occorre dunque una una visione più complessa dei poteri che governano le nostre società. Dovremmo meglio considerare che il capitalismo non è solo un “modo di produzione”, ma anche un “modo di consumo”. Per sopravvivere esso ha un bisogno crescente di consumo famelico, perché la produzione di merci è in continua espansione, così come la competizione tra imprese, sicché gli acquisti bulimici vanno sollecitati con campagne pubblicitarie sempre più invasive e ossessive. Gli imprenditori investono somme ingenti in marketing e pubblicità, perché, mentre accrescono lo sfruttamento dei cittadini in qualità di lavoratori, debbono anche esortarli senza requie affinché acquistino i prodotti del loro stesso lavoro. Mentre spadroneggiano nelle proprie aziende, nell’ambito della società debbono inchinarsi ai potenziali clienti. È evidente dunque che nella sfera del consumo i rapporti di forza tra capitale e lavoro cambiano e in un certo senso si rovesciano. Il profitto, che si realizza solo quando la merce è venduta, sempre più dipende da bisogni non necessari dei cittadini, che si possono rifiutare di acquistare.

E qui viene in rilievo una contraddizione, certo ben nota, ma su cui si è poco lavorato in termini di progettualità politica e di lotta, soprattutto in Italia. Se consideriamo le cose dal versante del consumo dei beni appare evidente che se i lavoratori sono territorialmente chiusi nei confini nazionali come produttori – benché, almeno a livello europeo, i sindacati avrebbero potuto unificarli – in quanto consumatori potrebbero godere di uno spazio internazionale e avere al loro fianco anche altri ceti. Il rifiuto all’acquisto dei prodotti di una fabbrica che discrimina le maestranze in un luogo delimitato può teoricamente abbracciare un vasto mercato sovranazionale. Non è tutto. Anche le imprese che adottano i metodi più brutali di comportamento nei confronti dei propri dipendenti, che inquinano i suoli e le acque, danneggiano l’ambiente, cercano sempre di darsi una immagine impeccabile di probità, curano in sommo grado la propria reputazione. Le grandi imprese investono cospicue risorse per innalzare e rendere lustro il loro capitale simbolico. Una forma di ricchezza etica che si traduce in danaro, legittimità e potere. Ma anche un capitale esposto, che si può colpire su scala sovranazionale.

Appare chiaro che sto parlando di una forma di lotta ben nota, il sabotaggio, ma che dovremmo riprendere in considerazione entro un quadro di consapevolezza strategica più ampio e soprattutto con uno sforzo organizzativo all’altezza degli obiettivi. Oggi chi rilegge il vecchio testo di Francesco Gesualdi, Manuale del consumatore responsabile. Dal boicottaggio al consumo equo e solidale (Feltrinelli, 1999), a parte le utili informazioni storiche che fornisce, trova ancora freschissime indicazioni metodologiche e giuste riflessioni sulle inespresse potenzialità di questa forma di conflitto.

Beninteso, il boicottaggio non va immaginato in alternativa alla tradizionale lotta sindacale vincolata ai territori, come non sostituisce i partiti. Ma spesso può anche accompagnarla utilmente. Pensiamo alla vertenza dei dipendenti Amazon per il salario e le condizioni di lavoro. Essa poteva e potrebbe essere accompagnata da una campagna nazionale in cui si invitano i suoi potenziali clienti a non acquistare prodotti tramite quell’azienda. Una esortazione motivata con la denuncia delle condizioni di lavoro dei dipendenti, del livello dei salari, dei soprusi che spesso subiscono ecc. In questo caso la forza degli operai nella vertenza con la potente multinazionale, acquisterebbe ben altro vigore. Se si dispone di una efficiente rete organizzativa, al danno degli scioperi operai si unisce quello della perdita di centinaia di migliaia di acquisti. Al contempo l’impresa subisce uno scadimento d’immagine, una ferita al proprio capitale simbolico, apparendo socialmente esecrabile, e destinata perciò a perdere quote di mercato. Una vittoria netta su questo piano potrebbe creare effetti imitativi a catena e cambiare le carte in tavola del conflitto di classe nel nostro tempo, far lievitare il nostro depresso immaginario politico.

È solo un esempio, ma, come suggerisce Gesualdi, questo tipo di battaglie esigono lungo studio da parte di militanti, che vi si dedicano in maniera specifica, e una notevole capacità organizzativa. Capacità che oggi è potenzialmente cresciuta grazie alla rete, ma che si stenta a utilizzare per pura inettitudine. Pressoché nessuno pensa che di fronte al potere sovranazionale delle multinazionali i cittadini organizzati potrebbero mettere in piedi, con costi limitati, un’“Internazionale elettronica”, grazie al collegamento con milioni di consumatori sparsi per il mondo.

Le lotte per la protezione dell’ambiente possono trovare qui il loro campo privilegiato d’azione. Si pensi a come si potrebbero colpire le singole compagnie petrolifere invitando i cittadini a non rifornirsi di benzina presso determinate stazioni di servizio. Ma anche i governi possono essere oggetto di pressioni di grande efficacia, se fossimo bene informati e organizzati con disciplina. Consideriamo come potremmo colpire l’economia d’Israele mentre sta consumando, nell’indifferenza delle élites occidentali, il genocidio del popolo palestinese. Ma oggi, in Italia, si potrebbe organizzare una lotta in grande stile contro un potere che condiziona la vicenda politica nazionale, manipola l’opinione corrente, degrada lo spirito pubblico e la dignità del Paese. Mi riferisco ai grandi quotidiani e soprattutto alla TV pubblica e privata. Il modo in cui questi organi hanno dato conto della condotta di Israele in questi mesi, ha segnato una pagina incancellabile di disonore del giornalismo italiano. Se ne avessimo la forza potremmo organizzare una lunga campagna con la parola d’ordine “spegni la TV”, invitando gli italiani a non accendere i televisori per 1, 2 mesi, in forma di protesta per la parzialità e il servilismo filoatlantico dei nostri telegiornali e rubriche varie. Rammento che ove si riuscisse a creare una defezione significativa, si infliggerebbe un danno alle TV sia pubbliche che private, perché molti inserzionisti farebbero mancare i loro introiti dal momento che il numero dei consumatori di pubblicità diminuirebbe. Riuscire a creare un tale rapporto di ricattabilità delle TV darebbe ai cittadini un nuovo potere, la possibilità di rivendicare una informazione pluralista e meno asservita al conformismo dominante. Una campagna ben condotta, in grado di suscitare un vasto dibattito, capace di porre all’attenzione generale del Paese il problema della veridicità e qualità dell’informazione, potrebbe essere la leva per puntare a una riforma della TV pubblica, che la sottragga al controllo dell’esecutivo e all’occupazione dei partiti.


Andare oltre l’esperienza del socialismo reale e delle socialdemocrazie occidentali

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Alla fine dell’anno appena passato nessun commentatore di qualunque orientamento ha delineato un futuro positivo per la situazione politica, economica e sociale mondiale. Le tensioni geopolitiche e le guerre in corso sembrano destinate a proseguire ancora nel tempo, il peggioramento delle condizioni climatiche pare accelerare, il quadro economico si mantiene tendenzialmente negativo. Questa ondata di pessimismo investe in modo particolare gli opinionisti del cosiddetto Occidente, cioè degli Usa e della UE. C’è persino chi, tra i più aperti sostenitori del sistema attuale, si spinge fino a paventare il suicidio dell’Occidente, favorito, secondo questi commentatori, dai ragionevoli dubbi che americani ed europei, soprattutto giovani, esprimono sulla validità del modello liberista che ha trionfato in questo angolo di mondo, in particolare negli ultimi quaranta anni.

I commentatori “occidentalisti” ammettono che la nostra non sia una società perfetta, ma si dichiarano certi che essa sia perfettibile grazie ai meccanismi democratici e alla libertà che la contraddistinguerebbero. Nella loro cieca fiducia si dimenticano di considerare le difficoltà che ovunque – anche nel nostro paese – incontra il bilanciamento dei poteri, la dialettica tra le diverse posizioni politiche e culturali, il rispetto delle istituzioni da parte degli stessi governanti, la crescente sfiducia popolare verso quei meccanismi democratici tanto decantati che si concretizza in un forte astensionismo nelle scadenze elettorali. E neppure considerano il decadimento del potere delle grandi istituzioni politiche mondiali, a partire dall’ONU, o anche solo il venir meno di accordi sul controllo delle armi. La stessa situazione della NATO appare tutt’altro che consolidata per l’atteggiamento di crescente autonomia strategica che stanno assumendo, ad esempio, alcuni paesi come la Turchia, in un verso, e lo stesso Regno Unito, in verso opposto. La prima ha assunto posizioni autonome sui due conflitti più vicini all’Europa distanziandosi nettamente da quelle degli USA; il secondo, soprattutto in Ucraina, si è assunto un ruolo trainante che ha fortemente condizionato il gruppo dirigente politico e militare ucraino in termini avventuristi. C’è persino chi dubita che gli stessi Stati Uniti siano ancora interessati a sostenere l’Alleanza atlantica. D’altra parte, un fattore significativo di crisi della NATO è costituito dall’andamento della guerra in Ucraina che vede l’esercito di Kiev in evidente difficoltà (https://volerelaluna.it/mondo/2023/12/28/il-fallimento-annunciato-della-controffensiva-ucraina-e-le-menzogne-di-stoltenberg/). E naturalmente i commentatori “occidentalisti” fingono di non vedere i gravi limiti all’esercizio della libertà posti dalla condizione sociale, economica, culturale, razziale e di genere sia in Europa, sia negli USA. In tutti i paesi, infatti la crescente polarizzazione sociale ed economica incrina il consenso verso un sistema economico e politico che premia solo chi gode già di ricchezza e di potere.

Nonostante tutto ciò, il 2024 si presenterà proprio come un anno elettorale: molti, infatti, tra i paesi protagonisti di conflitti o anche solo di tensioni politiche andranno alle urne. Inizierà Taiwan a metà gennaio con una competizione elettorale che potrà dare qualche indicazione significativa sui rapporti politici ed economici con la Cina e con gli USA: l’isola, infatti, non è solo un territorio cinese in potenziale conflitto dal lontano 1949 con la Cina continentale, ma è anche un protagonista della guerra economica tra gli USA e la Cina per il controllo della produzione di chips per l’industria elettronica. A marzo in Russia si celebreranno le elezioni presidenziali: in questo caso le indicazioni che si trarranno dall’andamento elettorale saranno relative al livello di consenso che Putin riscuote nel suo paese dopo due anni di guerra e anche al reale peso politico ed economico delle sanzioni messe in atto dai paesi della NATO. Un recente reportage di un giornalista italiano su Harper’s Magazine segnala come la politica sanzionatoria rischi di rafforzare uno spirito nazionalista russo anche tra coloro che in Russia non sono sostenitori di Putin. Persino in Ucraina si dovrebbe votare, ma difficilmente si terranno le elezioni perché ci sono tensioni nel gruppo dirigente politico e militare proprio a causa dell’andamento della guerra: d’altra parte tutti i partiti di opposizione sono stati già sciolti da tempo, senza alcuna preoccupazione di carattere democratico. A giugno si svolgeranno le elezioni europee per le quali è evidente il rischio che i partiti di estrema destra, xenofobi e nazionalisti acquistino un peso determinante, come è già avvenuto in Italia, in Grecia e in Olanda. Poi a novembre gli americani eleggeranno il nuovo presidente, scegliendo probabilmente tra Biden e Trump: due figure entrambe logorate e fortemente divisive. Chiunque vincerà la competizione non sarà sostenuto dalla parte opposta e resterà, quindi, una situazione di grossa lacerazione politica e sociale che ha già rischiato quattro anni fa di produrre una vera e propria guerra politica civile. E poi nel 2024 si è già votato in Bangladesh e si voterà in India, Indonesia, Bielorussia, Iran e in molti altri paesi africani, asiatici e del centro-sud America per un totale complessivo di quasi 4 miliardi di abitanti: in nessuno di questi paesi la competizione elettorale sembra destinata a suscitare un largo confronto democratico. Si voterà, infine, entro il 2024, anche nel Regno Unito dove i Tories sembrano aver dilapidato il consenso ricevuto per attuare la Brexit e il Labour pare aver disperso e frustrato le speranze riformiste suscitate da Corbyn.

Insomma, ovunque si volga lo sguardo, non solo ad Occidente, non si vedono le condizioni per sostenere il punto di vista “occidentalista” sulla perfettibilità della democrazia fondata sul capitalismo. E il punto è proprio questo: si parla di democrazia perché non si vogliono analizzare i limiti crescenti del sistema economico e sociale che la sottende, perché non si vogliono separare i due aspetti come se la democrazia, come valore, fosse tutt’uno con il sistema economico capitalistico. Ma naturalmente questo fatto chiama in causa chi, all’opposto, critica il sistema capitalistico, ne mette in evidenza gli effetti disastrosi che esso esercita sull’ambiente, sulla società, sulla stessa salute della nostra specie e ne denuncia la volontà di affrontare con la guerra le contraddizioni tra popoli e nazioni.

Sono sotto gli occhi di tutti le informazioni e i dati che evidenziano l’insostenibilità del sistema socioeconomico e l’inefficacia delle azioni dei governi. Prendiamo ad esempio il nostro paese. Il PIL pro-capite è diminuito dal 2000 ad oggi in media del 2%; la qualità del lavoro continua a peggiorare perché due terzi dei nuovi contratti è a tempo determinato o part time. I salari italiani sono particolarmente bassi: l’80% dei salariati nell’industria e nei servizi privati guadagnava nel 2020 meno di 28 mila euro lordi annui. L’inflazione negli ultimi anni ha peggiorato la situazione per l’assenza di un’indicizzazione dei salari e per il mancato rinnovo di molti contratti sindacali. In buona sostanza tra il 2008 e il 2022 i salari reali in Italia sono diminuiti del 10%. In questo quadro sono cresciute la povertà (il 12% dei lavoratori italiani è a rischio povertà) e le disuguaglianze: l’1% più ricco della popolazione adulta controlla il 25% della ricchezza totale, mentre il 50% più povero ne possiede solo il 3%. Secondo un rapporto della Banca d’Italia il 43% delle donne italiane è fuori dal mercato del lavoro (58% nel Mezzogiorno) e il divario tra i salari di uomini e donne permane significativo. Il welfare continua a ridursi soprattutto per la sanità e l’assistenza sociale, ma anche per l’infanzia e per l’istruzione. Il governo di estrema destra italiano rafforza dello Stato solo gli apparati di forza o repressivi con l’aumento degli investimenti militari e delle spese per le forze dell’ordine.

Negli ultimi mesi dell’anno scorso, di fronte a questa situazione di degrado, si sono finalmente tenute delle imponenti manifestazioni nazionali di opposizione: per la difesa e l’attuazione della Costituzione (7 ottobre), contro la guerra e una giusta pace (28 ottobre), per un’altra politica economica sociale e contrattuale (17 novembre sciopero nazionale CGIL – UIL), contro la violenza di genere (25 novembre). Le manifestazioni ambientaliste sul tema del cambiamento climatico sono state invece diffuse su tutto il territorio, suscitando un acceso dibattito sulle loro forme di lotta. Di fronte a queste mobilitazioni sociali persino il PD, pur con tutti i suoi distinguo e le sue ambiguità, ha promosso una manifestazione nazionale contro il governo di estrema destra (11 novembre). Ma se quella del PD è stata una tradizionale manifestazione di partito, le altre hanno visto, invece, la presenza di moltissime organizzazioni sociali e culturali, non solo sindacali quindi, capaci di convergere su temi strategici oltre le proprie specificità di interessi e d’intervento. Altre mobilitazioni sociali sono state quelle davanti alle molte, troppe fabbriche minacciate dalla chiusura: la lotta della ex GKN, che si protrae ormai da più di due anni rimane esemplare per la capacità di far convergere sul tema della difesa del posto di lavoro anche movimenti ambientalisti, femministi e altri soggetti sociali.

Eppure, pur in presenza di queste novità positive, è evidente che manchi qualcosa a questi momenti di opposizione al governo di estrema destra e, più in generale, alle iniziative di critica al modello socioeconomico dominante. Non casualmente le forme di lotta utilizzate dai giovani di “Extinction rebellion” hanno portato ad aprire un dibattito interessante: si è detto che il loro modo di lottare si configura più come una rivolta rispetto alle condizioni disperate determinate dal cambiamento climatico, che come una strada verso la rivoluzione del modo di produrre e di consumare. E altrettanto chiaramente gli operai della ex GKN nel festeggiare la sentenza della magistratura che ha revocato i licenziamenti e riaperto la possibilità di una riconversione produttiva (https://volerelaluna.it/lavoro/2024/01/04/ex-gkn-una-nuova-vittoria-giudiziaria-ma-ora-serve-lintervento-pubblico/), hanno invitato tutti i solidali e i convergenti con la loro lotta ad uscire da questo eterno presente e a ragionare e lottare per un futuro migliore. È questo che manca per rafforzare le mobilitazioni, per dare loro un carattere generale, per costruire una continuità: una ripresa del dibattito su quale società vogliamo costruire attraverso le lotte sociali e democratiche.

In un’ultima newsletter del 2023 il manifesto ha proposto un elenco ragionato di “luoghi non più comuni”, di idee e di parole da buttare via insieme con il vecchio anno. In questo contesto Marco Bascetta ha scritto parole condivisibili sull’andare oltre l’esperienza europea del socialismo dell’est e della socialdemocrazia dell’ovest, pur con l’inevitabile schematicità di un breve articolo: «Non si tratta, beninteso, di cancellare il passato né di demonizzarlo, ma di mettere a fuoco una soluzione di continuità, di tagliare i rami secchi dell’albero genealogico, di eleggere a propri contemporanei gli uni e prendere commiato da molti altri» ( https://ilmanifesto.it/luoghi-non-piu-comuni-rifondazione ). Ora questo confronto su ciò che resta di utile e di necessario della storia e dell’esperienza del movimento operaio, nella prospettiva di una società che apra la transizione dal modello socioeconomico attuale, non è più rinviabile. Da qualche anno negli USA è ripreso tra le nuove generazioni un dibattito sul socialismo che allarma giustamente i commentatori “occidentalisti” dei quali si diceva poc’anzi. Il taglio di quella discussione è sostanzialmente pragmatico e ben poco ideologico: in fondo per gli americani, ancor più se giovani, le esperienze europee socialdemocratiche e sovietiche sono corpi estranei con cui non hanno mai avuto direttamente a che fare. Per noi Europei l’opera di potatura, auspicata da Bascetta, è sicuramente più complessa e dolorosa: essa, però, potrà essere tanto più efficace quanto più si intreccerà alle lotte e alle mobilitazioni sociali del nuovo anno.


Per un’Europa federale: il popolo europeo esiste

Autore: e

Mi inserisco nella discussione sulle elezioni europee avviata dalla redazione di Volere la luna che ringrazio per aver offerto questo spazio di dibattito pubblico.

Nel discorso di fine anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ci ha spronato a partecipare attivamente alla vita civile a partire dall’esercizio del diritto di voto: «Non dobbiamo farci vincere dalla rassegnazione. O dall’indifferenza. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi per timore che le impetuose novità che abbiamo davanti portino soltanto pericoli. Prima che un dovere, partecipare alla vita e alle scelte della comunità è un diritto di libertà. Anche un diritto al futuro. Alla costruzione del futuro. Partecipare significa farsi carico della propria comunità. Ciascuno per la sua parte». Anche se non ha parlato espressamente d’Europa, questo passaggio rappresenta un monito a non disertare le prossime elezioni europee. In esse la scelta che dovranno fare i cittadini italiani ed europei è abbastanza chiara: Stati Uniti d’Europa o Europa delle nazioni. In mezzo abbiamo l’Unione europea che non è né l’uno né l’altra. I critici dell’attuale UE si dividono sostanzialmente in due gruppi: il primo – che chiamo innovatori – vuole completare il processo di integrazione e procedere verso gli Stati Uniti d’Europa, ovvero il progetto federale del Manifesto di Ventotene; il secondo – che definisco regressivi – vuole tornare all’Europa delle nazioni, ovvero il progetto confederale del generale De Gaulle. In mezzo ci sono i conservatori a cui va bene lo status quo.

L’UE si trova in mezzo al guado. Quale strada prenderà dipenderà dai cittadini europei. Non esistono scorciatoie, né governi, né direttori, né assi privilegiati, né forze esterne che potranno sciogliere le catene nazionaliste. Se l’UE farà il passo decisivo verso la federazione, ciò avverrà per una scelta precisa derivante da una volontà popolare maggioritaria, la sola che può superare egoismi nazionali, veti governativi, diffidenze reciproche ed ostacoli burocratici. Le forze innovatrici dovranno mostrare in che modo l’UE può gestire meglio i beni pubblici continentali rispetto agli Stati nazione. Se non lo faranno lo spazio politico sarà colmato dalle forze regressive. I giovani nati in questo millennio che si mobilitano per i cambiamenti climatici sono quelli che più hanno da perdere in un’Europa divisa e per questo saranno la forza costituente determinante per la realizzazione di una vera sovranità europea.

Fatta questa premessa vorrei fare alcune precisazioni sul federalismo. Molti ne parlano ma pochi ne conoscono i principi fondanti. Il federalismo si basa sul principio di sussidiarietà per il quale le decisioni vengono prese al livello più vicino possibile ai cittadini. Solo per quei problemi che non possono essere risolti ai livelli territoriali più vicini ai cittadini si scala al livello superiore. Alcune questioni come la guerra e la pace, i cambiamenti climatici e le migrazioni andrebbero gestite a livello europeo. A volte – ad esempio per il clima – non basta neanche questo e bisognerebbe scalare a livello globale. A livello federale vengono prese decisioni collettive su temi di interesse comune a maggioranza (qualificata o meno che sia) e senza i veti che bloccherebbero ogni decisione come avviene regolarmente nelle riunioni del Consiglio europeo. Questo perché l’UE non è ancora una democrazia federale compiuta con un Governo responsabile di fronte al Parlamento. 

La federazione europea non è un super Stato come alcuni paventano associandola a una iper burocrazia. In uno Stato federale non vi è nessuna centralizzazione ma decisioni prese ai livelli idonei alla soluzione del problema – nell’ambito di una condivisione della sovranità che rafforza i singoli Stati membri – e un bilancio adeguato: ora siamo a un misero 1% del PIL dei 27 Paesi UE. Le risorse in campo non sono sufficienti al compito da svolgere. Tra i detrattori di un’Europa federale vi sono coloro che dicono che, se il Consiglio europeo decidesse a maggioranza, sarebbe difficile o impossibile mettere in minoranza paesi come la Germania o la Francia. A negare questa affermazione basta citare l’esperienza della Banca centrale europea che non si esprime all’unanimità. Dopo la crisi dei mutui subprime l’allora presidente della BCE, Mario Draghi, disse che avrebbe fatto tutto ciò che sarebbe stato necessario – l’ormai famoso what ever it takes – per salvare l’Euro. E questo avvenne nonostante l’opposizione del governatore tedesco.

Gli Stati Uniti d’Europa non sono un sogno ma un progetto politico concreto che nasce dalle ceneri della Seconda guerra mondiale dal confino di Ventotene dove alcuni antifascisti di diversa estrazione politica riuscirono a trovare una luce per uscire dalle tenebre del nazionalismo che ha causato decine di milioni di morti. Il progetto di un’Europa libera e unita – ancora oggi – è l’unico che valga la pena di perseguire al fine di dare una risposta alle ansie dei giovani per il proprio futuro e alle paure di una globalizzazione predatoria guidata da pochi soggetti planetari che odiano la democrazia. Il capitalismo della sorveglianza mal digerisce i tentativi regolatori dell’UE. E’ in atto la più grande accumulazione di ricchezza di tutti i tempi da parte di una manciata di piattaforme digitali con un potere inimmaginabile sulle nostre vite. Solo un’Europa sovrana anche nel campo digitale può tentare di sovvertire questa espropriazione di dati e di ricchezze. La federazione europea – se e quando sarà completata – non sarà una fotocopia degli Stati Uniti d’America semplicemente perché la storia dei paesi europei con una tradizione secolare è diversa da quella delle tredici colonie che hanno dato vita prima alla confederazione e qualche anno dopo – con la Convenzione di Filadelfia – alla federazione.

Alcuni negano la possibilità di una democrazia sovranazionale sulla base del presupposto che il popolo europeo non esiste. In realtà il popolo europeo esiste ma non è un popolo con una sola lingua, una sola religione e una sola cultura. Così come il popolo della Confederazione elvetica parla quattro lingue con altrettante culture o il popolo dello Stato federale indiano parla oltre 100 lingue (di cui una ventina ufficiali) con diverse religioni (induisti, musulmani, cristiani, sikh, buddisti, giainisti), anche il popolo europeo è naturalmente plurinazionale e plurilinguistico e trova le sue basi nei valori sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE. È un popolo che ha già fatto i primi passi durante le imponenti manifestazioni per la pace di inizio secolo: mentre alcuni governi europei – la coalizione dei volenterosi – scelsero di assecondare l’intervento americano in Iraq, la stragrande maggioranza dei cittadini e delle cittadine europee scese in piazza per rivendicare la loro opposizione alla guerra. Il problema fondamentale – di democrazia – è che quella espressione maggioritaria non ha potuto far seguire una decisione conseguente delle istituzioni europee perché la sovranità in politica estera, oggi come allora, resta nazionale.

Federazione europea non significa avere istituzioni sovranazionali al di sopra dei singoli Stati ma al servizio degli Stati e soprattutto del popolo europeo. Istituzioni condivise sono necessarie per prendere decisioni collettive in modo democratico e con la partecipazione dei cittadini sia per il tramite dei loro rappresentanti in Parlamento, sia con strumenti di democrazia partecipativa come l’iniziativa dei cittadini europei e, auspicabilmente presto, i referendum europei. L’interesse generale del popolo europeo non può essere tutelato dall’unanimità di 27 Stati nazionali figurarsi quando diventeranno 37. Per questo il potere di veto deve essere superato altrimenti l’UE non conterà più nulla in un mondo che presto conterà 10 miliardi di persone. Pensare di poter governare la globalizzazione con strumenti nazionali, mantenendo la divisione politica del mondo in 200 Stati nazione che confliggono su tutto, è pura utopia. In Europa stiamo provando a superare il feticcio del nazionalismo (oggi lo chiamiamo sovranismo ma sempre di quello parliamo ovvero di dividere gli uni dagli altri sulla base dei confini nazionali) condividendo una idea di fratellanza e sorellanza che vada oltre gli steccati nazionali e che abbia alla base valori condivisi come la pace, la giustizia ambientale e sociale, oltreché la consapevolezza di essere parte di un unico pianeta e quindi partecipi di una cittadinanza planetaria. Le grandi manifestazioni globali dei giovani del 2019 per il cambiamento climatico sono state l’espressione più evidente di un “popolo mondo” che a gran voce rivendica il diritto a un pianeta vivibile per tutti, anche per le generazioni che verranno.

Per quanto riguarda la risoluzione del Parlamento europeo del 22 novembre con la quale si chiede la riforma dei Trattati, la situazione è bloccata dal Consiglio europeo perché ci sono solo 13 paesi favorevoli ad avviare una riforma. Il Governo italiano si pone tra coloro che si oppongono alla riforma: lo abbiamo visto con il voto contrario al Parlamento europeo degli eurodeputati di Fratelli d’Italia e della Lega mentre alla Camera e al Senato (nelle sedute che hanno preceduto il Consiglio europeo di dicembre) le risoluzioni della maggioranza non hanno ripreso la questione della revisione dei trattati e il Governo ha espresso parere negativo sulla parte delle risoluzioni del Parlamento europeo relative alla revisione dei trattati. Difficilmente riusciremo ad attivare una Convenzione per la riforma dei trattati in tempi brevi. Se ne parlerà, forse, dopo le elezioni europee e comunque non prima del 2025. Ciò non vuol dire che non si possono fare passi in avanti: ci sono almeno due strade entrambe difficili ma non impossibili soprattutto per chi non vuole accettare lo status quo che paralizza l’UE. La prima è che un certo numero di Stati decida di avviare una cooperazione più avanzata in quei settori dove non c’è unanimità. È già stato fatto in passato con l’euro e con Schengen. In futuro nulla vieta di avviare, per esempio, un trattato di Lampedusa con il quale gestire collettivamente una vera politica europea per le migrazioni tra quei paesi che vogliono farlo, lasciando aperta la porta ai paesi che oggi non ne vogliono sapere come l’Ungheria di Orban. La seconda strada, quella maestra, è di cogliere l’appuntamento delle prossime elezioni europee per chiedere ai candidati di impegnarsi affinché la prossima legislatura sia costituente.

La costruzione degli Stati Uniti d’Europa come diceva Altiero Spinelli “non cade dal cielo” e necessita della partecipazione di tutti. Vuol dire cambiare prospettiva: ovvero abbandonare lo sguardo nazionale, con il quale leggiamo e interpretiamo il mondo, e adottare lo sguardo cosmopolita, il solo che ci consente di metterci nei panni degli altri. Chi vuole restringere la democrazia tra gli angusti confini nazionali nega che la cittadinanza e la politica possano esprimersi a più livelli. Nega che ci si possa sentire allo stesso tempo cittadini del proprio quartiere, della propria città, della propria regione, dell’Italia, dell’Europa e del mondo. Ciascuna di queste appartenenze compone un puzzle che rappresenta la nostra identità plurale, che può e deve esprimersi a tutti i livelli: dal quartiere al mondo.

Volere la luna è pensare che la politica serva a cambiare la vita di tutti gli abitanti del Pianeta terra non solo degli italiani, dei francesi o dei tedeschi. Volere la luna è capire che il mondo non si divide in italiani e stranieri e che la nostra patria è il mondo intero.


2024. Un augurio per la sinistra: saper interpretare i segni

Autore: e

Scambiarci gli auguri è saper interpretare segni. Gli Àuguri erano degli indovini, a loro spettava il compito e il dono prezioso di interpretare i segni dei tempi. Erano capaci di leggervi dentro il volere degli dei e osavano decifrarlo. Noi continuiamo a scambiarci gli auguri nell’epoca in cui sono scomparsi i segni dei tempi. Non solo perché gli dei si sono ritirati e resta da interpretare solo il sadico volere degli uomini. Ma anche perché i segni non sembrano più in attesa di un’interpretazione che renda comprensibile il reale, che ci permetta di capire cosa sta accadendo. I segni non attendono più né auguri né auspici, bastano a se stessi e si riproducono senza sosta e senza senso. Interpretare i segni vorrebbe dire, per fare il più tragico degli esempi, saper riconnettere l’immagine di sofferenza dei bambini di Gaza al dolore reale, alla storia concreta di esseri umani e della loro innocenza. Oggi il dolore di un bambino è vero quando diventa argomento di discussione nei nostri talk show, quando una sua foto invade i nostri profili social. Siamo capaci di commuoverci di fronte a un’immagine di un corpo molto più facilmente che di fronte a un corpo. Non c’è moralismo da parte mia: forse tutto questo non è che un meccanismo di difesa, l’ultimo che ci è rimasto. Se dovessimo interpretare i segni per capire cosa sia davvero la realtà, non rimarrebbe che la disperazione, a meno di un salto nell’ottimismo della volontà o nella grazia del soprannaturale. Proviamoci comunque. Con due premesse: lascio da parte, per una volta, le miserie italiane e, tra i molti segni dei tempi, mi limito a proporre di interpretarne tre. Non so se saranno quelli più importanti ma possono rivelarci ancora qualcosa del reale.

Il primo segno sarà quello che stiamo sottovalutando: le elezioni europee. Sono certo che la discussione italiana si limiterà a un tentativo di riduzione di quell’evento alle beghe interne e ai regolamenti di conti tra partiti. E anche quando saranno avvenute, la lettura dei risultati sarà prevalentemente sbilanciata sui nuovi equilibri della politica nazionale. Ecco, il primo augurio che possiamo farci è quello che la sinistra – non parlo di quella politica, non parlo di ciò che non c’è – possa invece proporre discorsi in grado di connettere i segni che le europee lasceranno al reale che ne sarà conseguenza. E qual è il reale che si può prevedere? Il mio timore è che ci troveremo di nuovo dinanzi a una contrapposizione che somiglia a una trappola. Da un lato l’avanzare delle destre sovraniste, che faranno leva sia sull’impoverimento economico che sta tornando imperiosamente nonostante le (false) promesse del PNRR sia sul malcontento per l’appoggio incondizionato all’Ucraina, appoggio che drena risorse e che sembra ormai su un binario morto; dall’altro la loro neutralizzazione da parte delle élite e delle grandi famiglie politiche europee, che sperano di poter avere i numeri per continuare a unirsi dopo le elezioni e in questo modo minimizzare le richieste disperate di cambiamento delle politiche sociali europee. Si può definire tutto ciò come un ritorno del populismo, che non sembra più esser di moda nelle nostre discussioni politiche? In un certo senso credo di sì. Il populismo si è trasformato da momento eccezionale delle politiche europee in parte costitutiva del regime neoliberale, che anzi pare aver bisogno di agitare il pericolo populista per giustificare la conservazione di politiche restrittive. L’ideologia del male minore produce un nemico maggiore che giustifichi le proprie scelte. È proprio in forza di questa dialettica ideologica che destre sovraniste e grandi famiglie politiche europee non sono che due facce di una stessa medaglia, una contrapposizione fittizia tra due parti che rappresentano interessi mutualmente intrecciati. In questo accordo truccato da inimicizia, l’unico vero capro espiatorio rimarrà la sinistra europea (che sopravviverà solo dove cede alla tentazione di ammiccare al sovranismo, come in Francia: guadagnando qualche voto ma rischiando di perdere se stessa). Che resta da fare, in questo quadro drammatico? Io credo resti l’evidenza di un vuoto d’Europa. La sinistra può e deve occupare questo vuoto d’Europa, quel che resta inabitato tra nazionalismi ricorrenti ed Europa neoliberale. Non saranno elezioni consolanti, ma nella misura in cui serviranno a rendere ancor più evidente questo vuoto, forse potranno essere utili.

Il secondo segno arriverà qualche mese dopo. Mi riferisco evidentemente alle elezioni americane. Dal mio punto di vista, interpretare i segni per capire meglio il reale vuol dire in questo caso non cadere nella tentazione di demonizzare Trump isolandolo dal contesto. È evidente che una delle questioni politiche della nostra epoca è come sia possibile che la democrazia colpisca se stessa fino al punto di legittimare coloro che la minacciano esplicitamente. Ma noi non possiamo comprendere questa patologia democratica se non all’interno di quella dialettica ideologica cui ho già fatto riferimento. Pochi mesi fa in Argentina lo spauracchio di Milei era necessario per legittimare la folle scelta di candidargli contro uno dei principali artefici della “bancarotta di fatto” in cui versava quel paese. Quasi otto anni fa lo spauracchio di Trump era necessario per legittimare la scelta di un personaggio come Hillary Clinton, garante delle élite e inviso alle classi popolari. In entrambi i casi i sostenitori della strategia del male minore hanno fatto male i conti. Ma proprio per questo, mi pare che il compito di una sinistra critica sia oggi non tanto mostrarsi scandalizzata per l’eventuale ritorno di Trump – che sarebbe certamente un trauma come lo è Milei in Argentina – quanto cercare di decifrare i movimenti che vi saranno dall’altra parte. Biden riuscirà a proporsi come candidato in grado di dare speranze positive o si presenterà come l’ennesima riproposizione del male minore? E su cosa imposterà la propria campagna elettorale? Mentre quella di Trump – ammesso che ci arrivi, ovviamente – sarà prevedibilmente giocata sulla contrapposizione con l’elitismo che lo avrebbe già ingiustamente fatto fuori una volta, Biden saprà per esempio spostare il centro della campagna elettorale sull’equità economica oppure di nuovo cadrà nell’errore di chiedere il voto con l’unica motivazione che sennò arriva Trump? Come si vede, non siamo affatto distanti dalle dinamiche europee. Elitismo e populismo allo specchio: ognuno ha bisogno della debolezza dell’altro per mostrare la propria forza. O neoliberismo o fascismo, anche se il fascismo non è ormai che una versione più volgare del neoliberismo. In entrambi i casi il grande capro espiatorio resta la democrazia sociale.

Sullo sfondo di questi due grandi segni che dovremo decifrare resta il terzo, il più grande e il più opaco tra tutti: la guerra. Nei quasi due anni trascorsi dallo scoppio della guerra in Ucraina, non solo la pace non si è avvicinata ma si è aggiunto un altro fronte per certi versi ancora più deflagrante. Non sono soltanto i numeri delle vittime a impressionare. Colpisce anche come in pochi mesi sia stata messa fuori gioco l’idea che la guerra debba avere una fine e che questo termine si possa raggiungere esclusivamente tramite un accordo. Il realismo politico del nostro tempo è completamente folle: crede in guerre in cui i vincitori e i vinti vengano definiti sul campo di battaglia e non sul tavolo delle trattative. Preferisce continuare la guerra a oltranza piuttosto che cercare un accordo. Riduce la guerra non alla metafora o alla forma, ma alla sostanza di un duello e, così facendo, costringe la politica a sottomettersi alla logica bellica. Non resta altro da fare che investire soldi e ancora soldi su armi e ancora armi. È uno dei tanti effetti collaterali del delirio dell’occidente: la guerra ha letteralmente preso il posto della politica, che a questo punto non serve più a nulla se non come ancella della guerra. Netanyahu e Zelensky sono entrambi figure tragiche di quest’occidente che rivendica con fierezza la rinuncia alla propria più nobile invenzione, la politica. Non ci sono vaticini difficili da formulare in questo caso: se lasciate alla propria logica, le guerre si amplificano, si estendono, continuano, ma non smettono mai. Nessuna guerra cessa da se stessa (se non al prezzo della fine del mondo, diremmo oggi se non avessimo rimosso anche la discussione sull’era atomica). Ma come si fa a interrompere il circolo vizioso delle guerre in cui siamo precipitati? Due sono le opzioni. La prima è che a interromperlo ci pensi il populismo: la legittima quanto egoriferita perdita di pazienza per cui le nazioni si accorgono che sostenere le guerre è andare contro i propri interessi. Non ci vuole molto a capire come questa interruzione sarebbe solo parziale e preluderebbe ad altri, più drammatici, focolai di guerra. La seconda è che solo una forma di resipiscenza dell’occidente rispetto alla contraffazione di sé su cui ha scelto di irrigidirsi può costringerlo all’assunzione di una logica differente – quella di una pace che diventa un’urgenza persino maggiore della giustizia (come ci ricorda saggiamente Francesco Coniglione: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/29/e-la-pace-la-precondizione-della-giustizia-non-il-contrario/).

Sullo sfondo delle guerre permanenti, due appuntamenti elettorali che segneranno la storia dell’anno che viene. Eppure per la sinistra la vera sfida non è politica, ma epistemologica. Perché il rischio più grande è che sia le guerre sia gli eventi politici restino segni senza risonanza sul reale, perenni argomenti di discussione da ridurre a poche immagini e nient’altro. È il punto da cui sono partito, in effetti. È un periodo in cui mi viene da provare nostalgia persino per ciò di cui ho sempre diffidato, come le piccole narrazioni. Mi pare infatti che buona parte delle persone sia come sequestrata dentro l’incantesimo di una civiltà delle immagini che non solo non permette più grandi narrazioni, ma che ci ha completamente sottratto il dono stesso di narrarci collettivamente. Cioè di raccontarci storie dentro le quali interpretare i segni, come tracce di un senso che continua. Lo osservo nel modo ossessivo con cui il filtro dei nostri cellulari si introduce tra lo sguardo dei nostri figli e la realtà. Come se tutto, persino la guerra, persino la povertà, persino la democrazia, tutto potesse ormai essere visto a condizione di passare tramite quel filtro che lo fotoschoppa, lo rende un’immagine a uso e consumo dei nostri social e dei nostri desideri di visibilità.

Ecco perché il più grande e il più inquietante dei segni che dovremo imparare a leggere è una questione di metodo politico, molto più che di contenuto. Come possiamo fare a ridestare gli sguardi, affinché tornino a vedere la realtà e non si limitino a consumare delle immagini che vanno e vengono con la stessa volubilità di scintille mosse dai venti? Nell’eterno e vano teatro di immagini che è diventata la nostra vita, anche la messa in scena politica sostituisce la realtà con dei segni senza più alcuna qualità concreta. I morti in guerra non sono più che immagini di morti in guerra, Trump non è un politico autentico ma un trucco permanente, una maschera che potrebbe persino non esistere a camera spenta. L’Europa è una cosa così lontana dalle nostre vite che per i giovani non è che un argomento da scegliere quando non si ha altro di meglio su cui litigare nei nostri studi televisivi. Sono segni, non rimandano che a se stessi. Non hanno bisogno di nessun augurio. La realtà sta da tutt’altra parte e non sappiamo più vederla né soprattutto sentirla, perduti come siamo in questo gioco diabolico per cui tutto è pretesto per il proprio riconoscimento, per la propria ambizione, semplicemente per la propria volontà di potenza. Dal farci gli auguri a essere Àuguri, è questo ciò che vorrei facesse la sinistra. Non rincorrere segni che girano a vuoto per tenere a distanza il doloroso farsi e disfarsi del reale, ma interpretare i segni per tornare a capire il volere degli uomini: dove stiamo andando e perché, nonostante tutto.

Nessuno sembra interessato più a dircelo. Non i giornali, non i politici, non gli intellettuali. Ma se non facciamo in modo di uscire da quest’incantesimo dei segni che ha ibernato il nostro senso di realtà, non cominceremo mai a cambiarla, questa realtà. Essere capaci di riconnettere i segni al reale, ecco l’augurio.