Condonare e inquinare: governo nuovo, vizi vecchi

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Devo ammettere di essere stato uno di quelli che credevano che, da un punto di vista ambientale e territoriale, con questo governo le cose sarebbero migliorate. Mi rendevo conto che partner del M5S era quella Lega che governa nelle due regioni con maggior consumo di suolo in Italia, ma auspicavo una sorta di folgorazione sulla via di Damasco o, molto più prosaicamente, un accordo sul tema.

Dai segnali che vengono lanciati da Montecitorio, devo dedurre che mi sono sbagliato. Due in particolare i messaggi preoccupanti.

Il primo. Nel cosiddetto “decreto Genova” (decreto legge 28 settembre 2018, n. 226), un tot di articoli (più di quelli sul ponte Morandi) riguardano la ricostruzione post terremoto, in particolare l’isola di Ischia, dove sono più le case abusive che quelle in regola.

Bene, sarà una svista, non lo sarà, ma l’articolo 25 del provvedimento prevede che per gli immobili distrutti o danneggiati dal sisma del 2017, vengano conclusi i procedimenti di condono ancora pendenti facendo riferimento alle sole disposizioni del primo condono, ossia la legge 47/1985. Ciò significa che non varrebbero le norme in materia di tutela paesaggistica e idrogeologica introdotte successivamente. Risultato: si condonano anche edifici realizzati in aree a rischio e in zone protette. In più (il danno oltre la beffa per noi onesti), tutti gli abusivi godranno del contributo pari al 100 per cento della ricostruzione post sisma.

Ancora una volta, si crea di fatto un incentivo a edificare senza permesso, dovunque e comunque, quasi che ce ne fosse bisogno: in Campania, su cento alloggi realizzati oggi, ben 64 sono abusivi: un tasso di delinquenza nell’edilizia ben più alto di quello della camorra, un danno più grave arrecato alla comunità nazionale con la costruzione di case abusive e relativo consumo di suolo, che non quello arrecato dalla camorra. Triste a dirsi, ma siamo un paese che vive nell’illegalità e che ha governi che la fiancheggiano (vedi: Legambiente: una follia riaprire il condono…).

Il secondo. Sempre lo stesso decreto prevede, all’art. 41, la possibilità di spargere reflui di depurazione delle acque contenenti residui di idrocarburi, a patto che tali idrocarburi non superino i 1000 milligrammi per chilo.

Diciamo pure che la prassi legalizzata di spargere reflui di depurazione nei campi (reflui che poi finiscono nelle acque sotterranee e nel nostro sistema digerente) già lascia perplessi. Ma è l’Europa che ce lo chiede (personalmente sono fieramente antieuropeista e un giorno ne spiegherò le ragioni). E va bene. Anzi, non va per niente bene, ma fa lo stesso. Ma almeno si potrebbe prevedere che non vengano sparsi reflui contenenti addirittura idrocarburi.

E invece no, lo si consente, e con questa norma (inserita tra l’altro in un decreto che parla di tutt’altro, un vezzo questo classico dei nostri governi di qualsiasi bandiera) il limite si porta a quei 1000 milligrammi per chilo già individuati, guarda caso, dalla Regione Lombardia (vedi: Fanghi agricoltura, solito caos all’italiana), guidata da quella Lega che è al governo.

Peccato che la norma della regione Lombardia sia stata impugnata da una cinquantina di comuni del pavese e del lodigiano, preoccupati per gli effetti sulla salute pubblica. E peccato che lo scorso 20 luglio la terza sezione del Tar della Lombardia con la sentenza n. 1782 abbia accolto il ricorso dichiarando illegittima la norma, in quanto confliggente con il decreto legislativo n. 152 del 2006, che conteneva limiti molto più stringenti di quelli dettati dalla regione lombarda (e, se è vero che le regioni possono legiferare in campo ambientale, è altresì indubitabile che esse non possono porre limiti più lassisti di quelli stabiliti dalla legislazione nazionale).

A luglio dunque, a seguito di questa pronuncia, i 1000 milligrammi a luglio erano diventati illegittimi (vedi www.osservatorioagromafie.it/wp-content/uploads/sites/40/2018/07/tar-milano-1782-2018.pdf e https://ilblogdellasci.wordpress.com/2018/08/01/ciclo-dellacqua-il-problema-dello-smaltimento-del-fango-residuo/).

Due mesi dopo peraltro, grazie all’intervento salvifico del governo (coerente, a dire il vero, con la Conferenza Stato – Regioni tenutasi sul tema lo stesso mese: intesa sui fanghi, e adesso il decreto…) non solo divengono legittimi, ma valgono per tutto il territorio nazionale.

Libertà di inquinare. Più di prima e dappertutto. Altrimenti si manderebbe in crisi il sistema di smaltimento delle acque reflue… E qui rimando molto prosaicamente a un mio recente articolo sul postumano e alle nostre defecazioni.

Il risultato è che si continueranno a utilizzare fanghi reflui di depurazione contenenti idrocarburi per arricchire campi impoveriti dall’uso di sostanze derivanti da idrocarburi…


Il Postumano: una filosofia di nicchia?

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Come dice il filosofo inglese Timothy Morton, noi siamo dentro degli “iperoggetti” e non ci rendiamo conto della realtà che ci circonda.

È facile che il secondo giorno che piove dopo un periodo di siccità, il cittadino provi un senso di fastidio e in ascensore si rivolga a noi dicendo “piove sempre”. Quando chiunque di noi si siede sulla tazza del water e defeca, tirando lo sciacquone non sa dove va a finire la deiezione e neppure gli importa. Nel momento in cui ci sediamo in auto e portiamo in giro quella voluminosa e pesante scatola di acciaio, plastica e gomma non ci rendiamo conto di contribuire al riscaldamento globale. E via discorrendo.

Per renderci conto di quello che realmente ci circonda, dovremmo fare un atto di umiltà: spostare la nostra attenzione da noi umani per rivolgerla a ciò che umano non è, che poi rappresenta la stragrande maggioranza della vita sulla Terra. In parole povere, abbandonare la nostra visione antropocentrica, per abbracciare la natura intorno a noi. Animali, piante, ma anche rocce (di “diritti delle rocce” parlava Aldo Leopold, precursore dell’ecologia profonda).

Questo è appunto quello che predica Morton e la filosofia che predica questa necessità è quella del Postumano. Solo riscoprendo l’umiltà, solo abbracciando in senso figurato ma anche letterale la vita “altra” (ma che altra non sarà più) che ci circonda possiamo prendere davvero coscienza del male che facciamo alla Terra e intraprendere un’altra strada. Virtuosa.

Un filosofia di nicchia quella del Postumano? Forse. Per il momento ancora, ma innanzitutto con forti agganci con altre discipline, come l’ecologia profonda citata prima, la decrescita, l’Antropocene. E comunque con sempre più numerosi adepti.

A parte Timothy Morton, in Italia ne sono alfieri almeno l’etologo Roberto Marchesini e il filosofo Leonardo Caffo. Personalmente ho fortemente voluto che venisse inaugurata, presso la casa editrice NEOS di Torino, una collana denominata, appunto, Postumana, il cui primo titolo (Loro e Noi. Storie di umani e altri animali, con prefazione di Caffo) riporta le esperienze di diciassette persone che hanno un rapporto di amore con gli animali (non quelli da compagnia). Un modo per divulgare le esperienze di coloro che già praticano (magari inconsciamente) il Postumano, amando una vipera, un topo, un rospo, un pipistrello.

Per chi voglia approfondire la materia, consiglio il libro di Caffo, Fragile umanità (Einaudi, 2017), in cui egli chiaramente espone le radici del Postumano e la necessità di abbracciarlo. Coerentemente, Caffo fa poi un altro passo avanti e, nella sua ultima fatica, Vegan (Einaudi, 2018), espone la necessità di cambiare alimentazione e diventare vegani. È chiaro che nel momento in cui io abbraccio idealmente la vita intorno a me, sento di dover porre fine al dolore e alla morte che noi procuriamo agli animali. Contribuendo tra l’altro così sensibilmente alla diminuzione dell’inquinamento sulla Terra che deriva dall’allevamento degli animali “da reddito” (orribile espressione con cui si equipara una vita a una cosa): secondo la FAO attualmente un quarto delle terre non coperte da ghiacci sono dedicate all’alimentazione degli animali e non degli umani.

Insomma, abbracciare il Postumano non può che fare bene, a noi umani e alla Terra, che, a suo modo, ci ringrazierà.


Il futuro del pianeta e la crescita impossibile

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L’umanità sta vivendo un momento molto critico della sua storia. Siamo ormai più di 7 miliardi e seicento milioni, l’impatto del nostro modo di vivere e delle tecnologie di cui disponiamo sta producendo o accelerando mutazioni climatiche globali, il prelievo annuo di risorse biologiche ha superato da tempo la capacità di rigenerazione della biosfera, e così via. Questo stato di cose non è un arcano noto a pochi iniziati, ma è oggetto di migliaia di articoli scientifici pubblicati ogni giorno in tutto il mondo, con frequenza crescente occupa le pagine dei quotidiani ed è oggetto di dibattiti televisivi. Gli stessi governi di molti paesi, compreso il nostro, ne hanno in teoria colto la rilevanza e hanno sottoscritto documenti e accordi, come quello di Parigi, che impegnano, sia pur senza vincoli o sanzioni, ad agire con urgenza per riuscire quanto meno ad attenuare le conseguenze di una evoluzione carica di conseguenze globalmente dannose. La realtà è però che nulla di sostanziale è stato fin qui intrapreso.

Nelle scelte concrete di ogni giorno le classi dirigenti dei paesi più industrializzati, e in particolare del nostro, si comportano, di fronte a una vera e propria emergenza globale, come drogati in crisi di astinenza alla disperata ricerca di “dosi” che divengono sempre più scarse e difficili da trovare. Eppure non è difficile individuare il meccanismo perverso all’origine di tutti i guai. La nostra economia, ormai globale, si è sviluppata, fin qui, nel segno della crescita.

Fior di economisti hanno teorizzato che per mantenere sotto controllo le tensioni sociali legate alle disuguaglianze è necessario che la produzione e il volume degli scambi di beni e servizi (l’economia) cresca ininterrottamente. La parola che più viene pronunciata, invocata, declamata, nei discorsi di imprenditori, sindacalisti, politici di maggioranza e di opposizione, governanti e aspiranti governanti, commentatori di giornale o telegiornale, economisti (quanto meno classici) è “crescita”. Sembra una formula magica capace di esorcizzare disoccupazione e disagio, dissesto ambientale e crisi internazionali. Eppure la crescita non è una semplice parola: qualunque crescita economica ha e non può non avere una base materiale. Il fatto però è (c’è quasi da vergognarsi a ricordarlo) che nessuna crescita materiale indefinita è possibile in un ambiente finito. E il nostro ambiente è sicuramente finito; basta visitare un supermercato per accorgersi di quanto sia piccolo e a portata di mano il mondo intero.

La presenza di limiti invalicabili è insieme un fatto evidente e vivacemente rifiutato dalle nostre società. La disponibilità di qualsiasi risorsa materiale, assoggettata insieme alle leggi della fisica e a quelle del mercato, segue una curva nota come curva di Hubbert, inizialmente elaborata pensando al petrolio, ma in realtà applicabile a qualsiasi cosa. Dapprima la produzione annua della materia prima di turno cresce rigogliosamente, poi, raggiunto un massimo, prende inesorabilmente a diminuire. Non ci sono margini di discussione o di trattativa in proposito, ma l’economia classica e coloro che assumono decisioni capaci di influenzare la vita di tutti, fingono di ignorare il problema o si rifiutano di prenderne atto e preferiscono comportarsi come il drogato che esulta quando riesce a recuperare una “dose” dimenticata in un angolo, come avviene con il fracking, le trivellazioni off-shore, magari nell’Artico, e così via, senza preoccuparsi di cosa dovrà fare quando anche quella dose sarà finita.

Le leggi della chimica e della fisica (lo si sa dalla fine dell’Ottocento) ci dicono che se la composizione dell’atmosfera cambia in modo da renderla più opaca alla radiazione infrarossa, la temperatura superficiale del pianeta crescerà e questo fatto produrrà mutamenti climatici rilevanti la cui manifestazione locale (in un particolare punto del globo), per via della teoria del caos deterministico, rimarrà sostanzialmente imprevedibile, esponendoci così a rischi tanto più gravi quanto meno conosciuti in anticipo.

La questione del mutamento climatico si intreccia con la domanda crescente di energia e il correlato uso massiccio di combustibili fossili. Qui, in spregio alle leggi della termodinamica, si è continuato a inseguire il mito della fonte dell’illimitata energia.

Venendo alla biosfera, il Global Footprint Network si incarica ogni anno di segnalarci la data in cui i prelievi arrivano a saturare la capacità di rigenerazione della terra: oggi tale data si aggira intorno al 1 di agosto (quattro anni fa era il 20). Da lì in poi si continua prelevando da riserve accumulatesi nei secoli e che ovviamente non possono durare per sempre.

Vi è ancora un altro aspetto della crescita, che viene per lo più trascurato. Non c’è dubbio che la nostra economia sia un sistema complesso di relazioni di scambio di beni e di servizi; la complessità si può misurare mediante il numero di relazioni. Ora, se un sistema fisico cresce, il numero delle relazioni al suo interno cresce più in fretta del sistema stesso: è un fatto facilmente verificabile. D’altra parte lo scambio lungo ogni relazione non è astratto: ciò che viene spostato sono cose, persone, informazione (la quale ha sempre una base materiale). Ogni trasferimento materiale comporta qualche rischio di malfunzionamento o di fallimento (pensiamo a guasti o incidenti in un viaggio su strada); gli inconvenienti che ne nascono possono essere mantenuti al di sotto di una soglia di accettabilità in vari modi, che però corrispondono tutti a destinare al controllo e alla sicurezza una parte della ricchezza disponibile. Da un lato l’espansione dell’economia fa crescere la ricchezza prodotta (qualunque cosa sia), dall’altro il governo e la sicurezza del sistema in crescita portano ad assorbire una frazione crescente di quella ricchezza e, come abbiamo visto, il fabbisogno per la sicurezza aumenterà più in fretta della ricchezza prodotta.

Combinando le due crescite e sottraendo la seconda dalla prima si ricava una “ricchezza netta” (quella cui dovrebbe corrispondere un miglioramento effettivo delle condizioni di vita) che evolve nel tempo come in figura.


Andamento nel tempo della ricchezza netta prodotta da un sistema in crescita

È l’andamento che Ugo Bardi dell’università di Firenze ha battezzato “curva di Seneca”, riferendosi alla 91esima lettera a Lucilio, di Seneca appunto, in cui si dice che la crescita è lenta, ma la rovina è precipitosa.

Si tratta di una tendenza generale, valida in contesti apparentemente molto diversi. Storici e antropologi ci dicono che il grafico rappresenta abbastanza bene l’ascesa e il crollo di molte civiltà del passato che hanno involontariamente consumato le basi materiali della loro prosperità. Il guaio è che anche la nostra economia globalizzata sta percorrendo una curva come quella.

Il problema dei problemi, naturalmente, una volta fatta la diagnosi, è quello di trovare una cura. Se la malattia sta nel mito della crescita perpetua, la medicina non può essere la tecnologia, anche se essa riveste comunque un ruolo fondamentale: la tecnologia procede in base alle leggi fisiche e sono quelle che rendono impossibile l’eterna crescita. I cambiamenti di cui c’è bisogno riguardano le relazioni di dare e di avere tra esseri umani, cioè la loro cultura materiale. La crescita ‒ ci viene spiegato ogni giorno ‒ può essere mantenuta e stimolata mediante l’incremento della produttività; d’altra parte è ovvio che un incremento della produttività può essere compatibile con un mantenimento dell’occupazione solo se la produzione complessiva aumenta. Se quest’ultima non può crescere per motivi fisici, l’incremento della produttività comporta una contrazione dell’occupazione e l’intero sistema si inceppa. D’altra parte l’incremento della produttività è “necessario” per garantire la competitività e, di nuovo, in un sistema che non può più materialmente crescere la competizione porta a far crescere le disuguaglianze: ciò che aumenta è il numero degli sconfitti. Anche questa non è una semplice visione pessimista, ma trova ampio riscontro nelle statistiche in giro per il mondo: tolti periodi limitati, le disuguaglianze crescono un po’ ovunque, anche e forse in particolare in presenza di parametri positivi per l’economia tradizionale. Questa tendenza, fra l’altro, accomuna Stati Uniti e Cina, passando per l’Europa.

Insomma la convivenza con limiti materiali non flessibili e non negoziabili richiede un cambio di paradigma delle società umane in cui si persegua una sorta di stato stazionario a un livello adeguato e la competizione sia sostituita dalla collaborazione. Questo cambiamento bisogna innanzi tutto volerlo, dopodiché nulla è facile e tanto meno automatico: ci sono di mezzo i comportamenti quotidiani di milioni, anzi miliardi, di esseri umani.

Versione aggiornata e rivista dell’articolo «Il Futuro Impossibile. Vincoli e crescita economica» pubblicato in Ecoscienza


Il TAV e l’idolatria delle grandi opere

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Sul futuro del progetto della Nuova linea ferroviaria Torino-Lione sembra essersi aperto un dibattito. Un dibattito, peraltro, viziato da dati inveritieri e da suggestioni.

Per esempio, per alcuni giorni, le maggiori testate giornalistiche e televisive hanno riportato con grandissimo rilievo (cioè attraverso evidentissimi titoli, più ancora che col contenuto degli articoli) che un ritiro italiano dalla realizzazione del tunnel di base avrebbe comportato l’esborso di due miliardi di penali (un esponente politico piemontese è arrivato a dichiarare che sarebbero stati 2,4 miliardi). Questa notizia era, ed è, falsa. Una volta sgonfiatasi (c’è stata anche una precisazione da parte dell’Unione Europea e il commissario e presidente dell’osservatorio in una intervista ha dovuto dichiarare di non aver mai parlato di penali) nessuna delle testate che avevano divulgato la bufala ha pubblicato smentite, ma la cosa più significativa è che nessuno dei giornalisti implicati si era preoccupato di verificare la storia delle penali. Nel complesso si è intenzionalmente lasciata nelle orecchie e negli occhi dei lettori la convinzione che se ci si ritira si dovranno pagare delle multe: questa è deliberata manipolazione dell’informazione per fini particolari. In compenso sui mezzi di comunicazione in un sol giorno sono apparse dichiarazioni di parlamentari in cui si affermava che uno stop alle grandi opere nazionali avrebbe in 50 anni (!) prodotto 40 miliardi di danni, che per bocca di altro esponente della stessa forza politica, sono diventati 50 miliardi e prima della fine della giornata sono diventati 60 miliardi. Chi offre di più?

Passo dalle fake news alla realtà. Cominciando da benefici (supposti) e costi (molto concreti).

Lungo la linea ferroviaria esistente il massimo flusso di merci si è avuto nel 1997. Da allora fino al 2016 il flusso si è ridotto del 71%; nello stesso periodo il traffico ferroviario attraverso la frontiera italo-svizzera è cresciuto del 63% e quello attraverso la frontiera italo-austriaca è cresciuto del 46%. Tutti questi dati, come i seguenti, sono reperibili presso l’Ufficio Federale dei Trasporti Svizzero. È stato detto, senza argomentazione, che la causa degli andamenti opposti in direzione est-ovest e nord-sud era dovuta all’inadeguatezza della ferrovia esistente nelle valli Susa e Maurienne. Concentriamo dunque l’attenzione sul decennio 1997-2007. In tale periodo la contrazione del traffico Italia-Francia è stato del 43,6%, mentre quello Italia-Svizzera cresceva del 43,7%. Tra Italia e Francia era in funzione il tunnel ferroviario del Fréjus lungo 13,6 km ad una altitudine di 1335 m. Fino al 2007, il traffico attraverso la Svizzera centrale (in crescita) passava per il tunnel del Lötschberg, lungo 14,6 km ad una altitudine di 1400 m, con pendenze e raggi di curvatura analoghi a quelli del Fréjus. Per completezza ricordo che fino al 2016 è stato in funzione anche il tunnel storico del S. Gottardo, lungo 15 km ad una altitudine di 1151 m. Si direbbe che i diversi andamenti dipendessero da fattori di mercato diversi dalle caratteristiche tecniche dei tunnel. Occorre poi aggiungere che tutto il traffico attraverso la frontiera italo-francese (inclusa quindi la strada) ha subito tra l’anno del suo massimo (2001) e il 2016 una riduzione del 17,7% mentre l’analogo traffico complessivo tra Italia e Svizzera nello stesso periodo è cresciuto del 30%. Insomma anche il traffico su strada in direzione est-ovest ha manifestato una tendenza alla riduzione, che non corrisponde all’andamento nord-sud.

Questo stato di cose ha la testardaggine tetragona dei fatti. Essendo tutto ciò oggettivo, chi sosteneva comunque e a priori l’opera si è rivolto al futuro e nella Analisi Costi Benefici (l’unica resa pubblica nel 2012 sotto forma di quaderno n. 8 dell’Osservatorio) ha sostenuto che il traffico est-ovest (simulato a partire dal 2004) avrebbe drasticamente ribaltato gli andamenti e avrebbe incontrato una strabiliante crescita (triplicazione entro il 2035 e moltiplicazione per 15-20 entro il 2050). Quelle “previsioni” erano inattendibili e, quel che più conta, non si sono fin qui verificate, anzi (come riconosce lo stesso Osservatorio nel 2017: vedere quaderno n. 10 pubblicato nel 2018). Quei documenti si pensa che il normale cittadino non vada mai a leggerli e al committente interessa solo che la conclusione dia ragione alla decisione già presa, ma quando c’è qualche ficcanaso, che sa leggere i numeri e va a guardare le carte, si vede che quei mirabolanti risultati sono ottenuti con artifici poco dignitosi dal punto di vista professionale… e il mondo reale si incarica di smentirli.

Va detto che in questa vicenda la propaganda urlata è una costante. Nei primi anni Novanta si parlava (titoli di giornale, articoli e interviste a coloro che contano) di passeggeri e si diceva che il loro numero tra Torino e Lione (per la verità tra Milano e Parigi) erano circa 2000 al giorno, ma in una decina di anni (sempre tra Torino e Lione) sarebbero diventati 20.000! A quasi trent’anni di distanza i passeggeri sulla linea, servita dal TGV, sono più o meno sempre gli stessi: ci sono tre treni al giorno, uno solo dei quali ferma a Lione, per altro ad una ventina di km dal centro (stazione di Saint Exupéry) per cui per andare davvero a Lione conviene scendere o a Chambéry o a Aix Les Bains e poi prendere un altro treno che arriva in centro città (Lyon Part Dieu). È appena il caso di ricordare che sulla linea giapponese Tokyo-Osaka i passeggeri/giorno sono dell’ordine di 400.000 e sulle linee cinesi i flussi sono dell’ordine di 200.000 al giorno in crescita. Il ramo più trafficato dell’alta velocità francese si attesta sui 40.000 passeggeri/giorno.

Tramontati i passeggeri, sono emerse le merci e gli altoparlanti hanno preso a trasmettere che la linea esistente era prossima alla saturazione, che sarebbe stata raggiunta di nuovo entro una decina d’anni. Non era vero e fu l’Osservatorio (di cui ho fatto parte finché non venne richiesta una dichiarazione a priori di non contrarietà all’opera) ad attestarlo (quaderni 1 e 2). Chi aveva sbandierato l’imminente saturazione smise di parlarne, ma nessuno si peritò di smentire le precedenti false notizie.

Scomparsa la saturazione, emerse l’inadeguatezza della linea storica, per cui rimando a qualche riga più su.

L’ultima carta giocata è stata quella dell’ambientalismo globale: venute meno le altre ragioni la linea deve servire a trasferire merci dalla strada alla rotaia. Gli svizzeri in questo sono maestri. Ciò che gli altoparlanti omettono di dire è che la Svizzera ottiene il risultato tassando (in proporzione al carico e alla distanza, tenendo conto del tipo di autoveicolo) l’attraversamento del Paese su strada; in tal modo la ferrovia diviene più conveniente. Né Francia né Italia hanno mai provato a fare una mossa del genere (ci sono di mezzo anche dei vincoli europei): se lo facessero, prima e a prescindere dalle infrastrutture, potrebbero ottenere un effetto immediato di trasferimento, visto che la linea esistente è in grado tranquillamente di portare 7 volte il traffico che ospita oggi.

L’altra motivazione gridata e insistita è quella dell’occupazione che verrebbe compromessa arrestando quest’opera. Anche in questo caso è facile osservare che le “grandi opere” come questa sono tutte ad alta intensità di capitale e relativamente bassa intensità di mano d’opera: relativamente pochi posti di lavoro per miliardo investito e per un tempo limitato. Interventi diffusi per riqualificazione territoriale (danni ingentissimi ogni anno), efficienza energetica (voce pesantissima sul bilancio dello stato, delle imprese e dei cittadini), sistemi di trasporto di massa hanno viceversa un’alta intensità di manodopera a fronte di una relativamente bassa intensità di capitale: si creano più posti di lavoro per miliardo investito e per durate indeterminate.

Non mi dilungo su un’altra serie infinita di dettagli, ma mi permetto una citazione evangelica, (Luca 14, 28-30): «Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?». Ebbene nel caso di molte grandi opere, non solo in Italia, ma anche in altri Paesi, la prassi corrente è proprio quella di non fare i conti prima, semmai farli dopo per giustificare a posteriori ciò che si è già deciso per “altri motivi”. A dirlo non sono io ma la Corte dei Conti Europea (European Court of Auditors: rapporto n. 19 del 2018, punto V, pag. 8).

Dopo aver abbondantemente fatto riferimento alla realtà, aggiungo qualche commento. Questa ininterrotta, asimmetrica, esasperata levata di scudi su un’opera che produrrebbe debiti e passività ha una natura profondamente ideologica, anzi si potrebbe dire “religiosa” di una idolatria dogmatica che incorpora un modello di economia fondato su assiomi o meglio dogmi, il primo del quale è che gli esseri umani sono ineludibilmente e necessariamente egoisti e che di conseguenza, con qualche limitazione, il modo migliore per affermare l’interesse generale è dare campo libero all’egoismo. Questo sistema economico è entrato in conflitto coi limiti fisici del pianeta (che sono perfettamente insensibili ai titoli dei giornali, ai comunicati di Confindustria, ai commenti degli intellettuali e alle dichiarazioni dei politici) ed essendo basato sulla competizione quale vera molla del “progresso”, mentre collaborazione e solidarietà vengono relegati all’ambito del buonismo e delle pie intenzioni, si fonda sulle differenze sociali e le fa invariabilmente crescere. A dirlo non sono io ma le statistiche da cui si evince che il fenomeno tende ad essere più accentuato nei Paesi più potenti come gli Stati Uniti. Quanto più questo stato di cose diviene evidente, tanto più ne diventa isterica la difesa, mobilitando soprattutto chi più si identifica con questa struttura sociale, e puntando sulla disinformazione e sull’ignoranza. Le grandi opere, a prescindere dalla loro utilità o meno, concentrano grandi quantità di denaro, invariabilmente pubblico, in poche mani e si collocano su questo sfondo.


Quello che unisce le erbacce ai poveri

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Chi mi conosce sa che mi occupo di ambiente da una vita, ma anche, ultimamente, di povertà ed emarginazione. In particolare ho scritto con altri amici Verde Clandestino, sulla flora spontanea cittadina, detta anche “flora urbica”, e in solitaria Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino.

Qual è il collegamento fra il verde spontaneo e i poveri? Ci tengo ad affrontare questa problematica, sia perché mi è stato chiesto più volte da persone che non comprendevano, sia perché l’approfondimento mi consente di parlare di ambedue i temi.

Innanzitutto, Verde clandestino. Perché clandestino? Semplicemente perché arriva e si diffonde senza che l’uomo intervenga. Facile distinguerlo dal verde curato dei giardini, il verde clandestino. Sul verde clandestino esistono enne pubblicazioni, ma che si limitano semplicemente alla catalogazione delle piante e alla scoperta delle loro proprietà, culinarie quando non medicinali. Ma c’è di più. Molto di più. Soprattutto c’è – trasformandosi da passanti in osservatori – la coscienza della potenza della natura. Se una città fosse abbandonata per alcuni decenni dagli umani, dopo diverrebbe quasi irriconoscibile. La natura si sarà riappropriata dei marciapiedi, le piante avranno crepato e sollevato l’asfalto, gli alberi avranno colonizzato i tetti. Uno spettacolo distopico, direbbe qualcuno, utopico a detta del sottoscritto. Del resto, la DMZ, la fascia demilitarizzata fra le due Coree, è uno dei luoghi con più alta biodiversità al mondo. Ed a Prypiat – a soli trent’anni da Chernobil – i boschi si stanno riprendendo gli edifici, e sono tornati i bisonti europei e la lince. Gunkanjima – isola nel distretto di Nagasaki – era il luogo più densamente popolato della Terra, oggi, a distanza di quarantasei anni dall’abbandono delle miniere di carbone, essa è oramai irriconoscibile. A conforto di quanto afferma Alan Weisman nel suo pregevole Il mondo senza di noi.

Tutto questo in piccolo noi riusciamo a osservarlo, con un minimo di attenzione, in quelle che stupidamente e spregiativamente chiamiamo “erbacce”.

I poveri. Torino è una città ad alto tasso di povertà. La Caritas diocesana li stimava nel 2016 in circa centomila. Con grande incremento di italiani, anche perché si nota un fenomeno di immigrazione al contrario da parte di talune etnie. Centomila? Può essere se consideriamo che al nord è considerato povero dall’Istat chi possiede un reddito pari a 826,73 euro (la soglia della povertà sta diminuendo anno dopo anno, mentre aumentano i poveri in povertà assoluta). E per fortuna che, oltre che povera, è anche, al contempo, la città più accogliente d’Italia, e non già grazie al pubblico, ma grazie ai privati. Se non ci fossero le strutture private laiche, ma soprattutto religiose, i poveri sarebbero ben più visibili di quello che sono.

Ed ecco il primo aggancio fra poveri e verde clandestino. La visibilità. Quando ci chiudiamo il portone alle spalle non ci accorgiamo della parietaria, del tarassaco, della piantaggine. Ma neppure dei poveri. Eppure ne siamo circondati. Non sono solo i neri che chiedono l’elemosina fuori dal supermercato, o dalla chiesa: quelli sono una minoranza. Sono quelli che vediamo rovistare nei cassonetti, sono i ragazzi che sfrecciano in bicicletta per Foodora o Just eat, o quelli che ci rispondono dai call center. Alleniamo la nostra vista e il nostro orecchio alla diversità!

Ma a Torino in particolare la povertà è aumentata perché essa era la città d’Italia più tradizionalmente industriale, grazie soprattutto alla FIAT e a suo indotto. Una realtà che non esiste più.

Ed ecco l’altro collegamento: le aree già industriali sono state colonizzate negli anni dal verde clandestino, spesso sotto forma di boschi in città. Peccato averli persi. Per cosa poi? Per nuovi condomini (ma a Torino non ci sono già fra 35.000 e 50.000 alloggi sfitti?) o non luoghi votati al dio consumo. Sarebbe stato più saggio conservare la memoria di quello che c’era (gli uomini e il loro lavoro) e di quello che è subentrato, anche se quello che è subentrato c’era già prima degli uomini e del loro lavoro. Semplicemente la natura si riappropria. Così come sarebbe più educativo e formativo accompagnare scolaresche di bambini e ragazzi a riconoscere la ricchezza in primavera di una aiuola. Un tripudio della vita e della diversità.


Chiamparino, il TAV e la geografia

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Bufala, Musei Reali Torino

I governatori della Regione Piemonte sono partecipi della lobby del TAV Torino-Lione, in una impropria commistione tra controllori e controllati, sin dalla costituzione, nel lontano febbraio 1990, del relativo comitato promotore (la cui presidenza fu inizialmente condivisa da Umberto Agnelli e dall’allora governatore Vittorio Beltrami). Non sfugge alla regola l’attuale governatore Sergio Chiamparino, già sindaco di Torino e presidente, senza sostanziale soluzione di continuità, della Compagnia di San Paolo (primo azionista di Banca Intesa), oggi sulle barricate, fino a proporre un referendum popolare pro TAV, per reagire alle intenzioni, manifestate dal ministro delle infrastrutture, di ridiscutere il progetto della nuova linea ferroviaria.

Non metterebbe dunque conto parlarne se, in questa temeraria crociata, il prode Chiamparino non fosse incorso in alcuni infortuni che la dicono lunga sulle sue competenze in materia e, più in generale, sulla sua attendibilità politica. Valga, per tutti, l’intervista rilasciata a “Radio anch’io” lunedì 30 luglio, di cui pubblichiamo qui la registrazione integrale.

 

Il nostro comincia con il “chiarire” agli ignari ascoltatori che la linea ferroviaria non è un progetto ma una realtà e aggiunge, ridacchiando soddisfatto, che i lavori procedono a gonfie vele distribuendo benessere e prosperità di qua e di là del confine. Il primo tassello di questa idilliaca ricostruzione sta nell’affermazione che, sul versante francese, lo scavo del tunnel di base è ormai iniziato e procede speditamente.

Il governatore fa verosimilmente riferimento alla notizia, diffusa dai gazzettini del TAV (Repubblica, Stampa e TG3) con corredo di filmati e interviste, secondo cui al di là delle Alpi sono già stati scavati ben 5 chilometri del tunnel e i lavori procedono al ritmo di 18 metri al giorno. Peccato che il riferimento sia semplicemente falso. Il tunnel ripreso in decine di inquadrature e filmati, infatti, non ha nulla a che vedere con il traforo definitivo ma è un’opera di carattere geognostico destinata a collegare due discenderie e per questa finalità deliberata e finanziata (con un contributo del 50 per cento) dall’Unione europea. È proprio così, incredibile ma vero! Che poi, essendo in asse rispetto al tracciato del tunnel di base, questa galleria venga parzialmente convertita, in un incerto futuro, nella parte iniziale del tunnel è, forse, possibile. È già accaduto in casi analoghi (per esempio con la “galleria di sicurezza” del traforo autostradale del Frejus, prossima a diventare una seconda canna) ma si tratterebbe di un salto acrobatico che dovrebbe suscitare non già ammirazione ma l’interesse di qualche Procura della Repubblica…

Il secondo tassello alla base delle granitiche certezze di Chiamparino è «la prossima assegnazione di appalti per ben 8 miliardi». C’è, in questa affermazione, un deja vu inquietante (per i fautori dell’opera). Non solo, infatti, gli appalti non assegnati ma semplicemente “previsti” sono, per definizione, incerti, ma nel caso, proprio mentre Chiamparino esponeva il suo verbo, TELT (cioè la società preposta alla costruzione della linea) decideva di congelare, per prudenza, il primo mega appalto, di 2 miliardi e 300 milioni… Il pensiero corre ai ripetuti infortuni di Piero Fassino, compagno di partito e di avventure del governatore piemontese, nelle sfide lanciate prima a Grillo poi ad Appendino invitati, rispettivamente, a costituire un partito e a candidarsi a sindaco di Torino. Si capisce perché la proposta di referendum avanzata da Chiamparino è stata accolta dal milieu Si TAV con tanta freddezza!

Ma c’è un altro, egualmente grave, infortunio, anche sorvolando su alcune piacevolezze come la perentoria affermazione, suffragata dall’esame di alcune fotografie (sic!), che il festival Alta felicità di Venaus, affollato da oltre 50.000 persone, è stato un campeggio di gruppi antagonisti che nulla hanno a che fare con la Val Susa e il TAV.

Chiamparino pensa in grande e cita abitualmente Cavour, promotore del traforo storico del Frejus, come suo ispiratore e maestro, capace di scegliere il progresso contro l’immobilismo. Il paragone lo ha probabilmente convinto di essere uno statista; in ogni caso, lo induce a spiegare al popolo dei radioascoltatori, con il tono rassicurante e benevolo del professore saggio e paziente, che il progresso non ha limiti e che sarebbe “sciagurato” abbandonare un corridoio che metterà in contatto l’oceano Atlantico con l’oceano Pacifico (proprio così, sentire per credere!). Probabilmente nessuno gli ha detto che la stazione atlantica del Corridoio 5 (come si chiamava allora) si è dissolta nel 2012 con la rinuncia all’opera del Portogallo, che una linea ferroviaria ad alta capacità/velocità non è prevista in modo compiuto neppure in Lombardia e Veneto, che il tratto sloveno non esiste nemmeno sulla carta (e che per andare da Trieste a Lubiana non ci sono treni ma solo una mitica “corriera”), che in Ungheria e Ucraina nessuno sa che cosa sia il Corridoio 5 (cose tutte documentate in un servizio giornalistico di Andrea De Benedetti e Luca Rastello pubblicato su Repubblica e diventato poi un libro edito da Chiare Lettere con il titolo Binario morto). Pazienza. Ma il governatore dovrebbe sapere, almeno, che se il corridoio arrivasse a destinazione a Kiev mancherebbero comunque al più vicino sbocco sul Pacifico (la città di Vladivostok) la bazzecola di 7137 chilometri (a fronte dei 315 chilometri che separano Torino da Lione)… E ciò senza considerare che la situazione politica non lascia certo ipotizzare che Ucraina e Russia si accordino per una ferrovia comune e che le caratteristiche del corridoio sono incompatibili con quelle di tutte le linee ferroviarie esistenti nell’area.

Per carità, ignorare la geografia non è una colpa (c’è ben di peggio!). Ma certo per un presidente di Regione che la brandisce come una clava a sostegno delle proprie tesi non è il massimo. Forse Chiamparino farebbe bene a ricordare il rilievo di Diego Novelli (suo ex compagno di partito di ben altra levatura) secondo cui «mentre l’istruzione è obbligatoria l’ignoranza è facoltativa e, comunque, non è obbligatorio esibirla».


Un mare di plastica

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«Nelle isole di Lampedusa e Linosa saranno vietati la vendita e l’utilizzo di contenitori e stoviglie monouso non biodegradabili e saranno vietati gli shopper, i sacchetti per asporto merci in polietilene. Abbiamo deciso di adottare questo provvedimento per diversi motivi: ci sono disposizioni comunitarie in questa direzione, e soprattutto c’è la necessità di facilitare la raccolta differenziata e lo smaltimento dei rifiuti, e di limitare l’inquinamento da plastiche del nostro mare, che sta avendo pesanti ripercussioni anche sulla fauna marina e di conseguenza sulle attività legate alla pesca». Parola di sindaco.

L’annuncio – ché di annuncio, per ora, si tratta, posto che la prevista ordinanza sindacale entrerà in vigore solo dopo la stagione estiva – è stato dato a Palermo, durante un convegno sulla pesca, dal sindaco Martello che ha aggiunto: «Capisco che per residenti, turisti, attività commerciali e artigianali sarà una “piccola rivoluzione” ma è un provvedimento necessario: tutti noi dobbiamo imparare ad adottare nuove abitudini quotidiane per rispettare l’ambiente e migliorare la qualità della vita».

La notizia ha avuto un primo importante effetto: quello di richiamare l’attenzione sulla situazione insostenibile dei nostri mari e, in particolare, su quella del Mar Mediterraneo, più pregiudicata di ogni altra.

«Come potrebbe essere altrimenti – sostiene la fisica Maria Rita D’Orsogna in un recente scritto su Comune-info – visto che l’uomo continua a produrre, usare e gettare via plastica non biodegradabile a ritmi insostenibili, e visto che il nostro è un mare essenzialmente chiuso, con in aggiunta duecento milioni di turisti l’anno? Eppure spesso sia visitatori che residenti pensano che il mare sia una sorta di pattumiera. La plastica causa bruttura, sporcizia, danni alla vita marina che mangia o si ferisce con questi pezzi di plastica o ne resta soffocata. Le microplastiche invece si accumulano silenziose, entrano nella catena alimentare e diventano parte dell’ecosistema di tutti. E di queste ultime purtroppo il Mar Mediterraneo è campione. Il 7 per cento delle microplastiche del mondo si trova nel Mediterraneo. La concentrazione di microplastica è più alta in Mediterraneo che nella Great Garbage Patch dell’Oceano Pacifico».

Più in generale secondo il rapporto stilato dal WWF internazionale Out of the Plastic Trap: Saving the Mediterranean from Plastic Pollution la plastica rappresenta il 95 per cento dell’inquinamento del mare, fondo marino e lungo le spiagge del Mediterraneo. I paesi più inquinati e inquinanti sono la Turchia e Spagna, seguiti da Italia, Egitto e Francia.

Una persona media che mangia pesce nel corso dell’anno – continua D’Orsogna – mangia pure 11.000 pezzetti di microplastiche che non vede. È una emergenza globale. Ci sono 150 milioni di tonnellate di plastica nell’oceano. In Europa produciamo ogni anno 27 milioni tonnellate di immondizia da plastica. Solo un terzo viene riciclato. Metà dell’immondizia urbana da plastica in Italia, Francia e Spagna non viene riciclata.

Cosa fare in questo quadro? Evidentemente è necessario evitare di lasciare rifiuti al mare, dalle cicche di sigaretta ai piatti di plastica. E, poi, usare prodotti biodegradabili e vetro, non usare ciò che non serve, educare i ragazzi e non lamentarsi se evitare la plastica costa fatica. Perché le nostre azioni, piccole o grandi che siano, hanno evidentemente delle conseguenze.

Ma non basta. È necessaria una pressione politica perché siano assunti, a livello normativo, provvedimenti adeguati. Per questo la scelta di Lampedusa è una occasione di confronto e discussione da non perdere.


Il blitz del rating

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Alla vigilia dell’assemblea dei soci SMAT Spa (i Comuni proprietari, rappresentati dai loro sindaci), in cui verrà proposto di predisporre un piano di possibile trasformazione di SMAT Spa in Azienda di diritto pubblico, prevedibile come la folgore di Zeus, giunge il blitz del rating: viene reso pubblico che quello di SMAT Spa è stato abbassato al solo verificarsi dell’ipotesi di una effettiva ripubblicizzazione.

Il “Mercato” ha detto NO!

«Roma locuta causa soluta» si diceva un tempo. Oggi, per i seguaci di questa nuova Religione, l’Infallibilità ha cambiato indirizzo, non più la Cappella Sistina, ma la City e Wall Street.

Superato il timore suscitato dalla collera divina, facciamoci coraggio e chiediamoci cos’è il rating, a cosa serva e chi lo attribuisce.

Tutti sanno che individua i rischi dell’investimento in un soggetto (sia diretto con l’acquisto di una partecipazione azionaria, sia indiretto tramite una concessione di credito, eventualmente sotto forma di sottoscrizione di titoli obbligazionari).

Cosa serve, allora una valutazione di rating a un soggetto statutariamente di sola proprietà pubblica come SMAT Spa? Non certo per valutare la vendita di azioni a privati (vietata dell’attuale statuto).

Per quel che riguardata il credito: come può essere diventato rischioso in presenza di un immutato, o addirittura migliorato, rapporto tra fatturato e utili, tra capitale proprio e indebitamento? Come se nulla contassero le riserve imponenti, una produzione in regime di monopolio relativa a un bene dal consumo anelastico (non soggetto a cambiamenti per effetto dell’andamento economico generale) e, cosa più importante con un sistema tariffario basato sul principio del pagamento di tutti i costi (investimenti e oneri finanziari compresi) con la tariffa.

Le agenzie di rating, sono istituzioni private, di proprietà di privati con clienti privati.

Ogni idea di terzietà nei rapporti tra interesse pubblico e privato non può e non deve essere loro riconosciuta. Al massimo si può riconoscere loro una terzietà nella comparazione di interessi privati.

Siamo invece noi cittadini ad avere il diritto, e anche il dovere, di denunciare la passata scellerata politica di distribuire utili e parallelamente finanziare gli investimenti con l’indebitamento, financo sul mercato obbligazionario internazionale.

Vogliamo solo ricordare che numerosi Comuni, fra cui Napoli e Torino, hanno votato nei loro Consigli comunali mozioni e delibere con cui si chiese con convinzione il ritorno della Cassa Depositi e Prestiti alla propria vocazione originaria fermando la deriva privatistica verso il pericoloso ruolo di banca d’affari. Non dimentichiamo che si tratta dei risparmi, costituzionalmente garantiti, dei cittadini.

Hans Tietmeyer – vent’anni or sono, come presidente in carica della Bundesbank – affermò con protervia: «i Governi finalmente abdicano alla sovranità», democratica aggiungiamo noi, «per sottoporsi al suffragio quotidiano dei mercati».

Dobbiamo ricordare tale affermazione, di un’arroganza da oscurare quella del Re Sole, per comprendere la natura ideologica e politica dell’operazione di abbassamento del rating di SMAT.

Ideologica: per diffondere una falsa rappresentazione della realtà; politica: per costringere gli eletti del popolo a sottomettere il loro agire e le loro coscienze al volere del neo feudalesimo finanziario.

A giorni i nostri sindaci, nel prendere posizione sull’avvio del processo di ripubblicizzazione di SMAT, saranno soggetti a due sistemi di regole, fra loro incompatibili. Da una parte il rispetto del mandato popolare cui li obbliga il loro giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione, dall’altra la sottomissione alle nuove regole imposte dall’oligarchia finanziaria.

Delle loro scelte risponderanno agli elettori e alla loro coscienza.

A quanti, in buona fede, crederanno opportuno sottomettersi, per un malinteso senso di prudenza al diktat delle agenzie di rating, crediamo sia opportuno ricordare le parole che il grande cancelliere Helmut Schmidt rivolse a Tietmeyer già nel 1996, dalle colonne di Zeit: «L’effetto dei vostri argomenti rafforzerà l’ipocondriaca paura tedesca di ogni innovazione, i vostri propositi desiderano essere positivi: i risultati sono negativi».

ATTAC – Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini
Comitato torinese – via Mantova 34 – 10153 Torino – www.attactorino.org
Torino, 26 giugno 2018

 

 

Basta ARERA, da sempre al servizio dei privati!

Nelle prossime settimane il Governo dovrà indicare al Parlamento i nomi di chi dovrà ricoprire i vertici dell’ARERA.

Sinceramente non ci appassiona molto questa discussione visto che da anni denunciamo il fatto che l’Autorità è al servizio degli interessi privati a scapito della collettività per cui ne richiediamo la soppressione e il trasferimento delle competenze sul servizio idrico al Ministero dell’Ambiente.

Ma a riguardo intendiamo evidenziare come lo scandalo per cui l’Avv. Lanzalone è stato privato della propria libertà fa decadere anche l’appiglio a cui certamente qualcuno proverà ad attaccarsi sostenendo che i nuovi vertici, essendo nominati da un governo che ha nel suo “contratto” l’acqua pubblica, lavoreranno esclusivamente in questa direzione.

Le “iniziative” intraprese da Lanzalone, nominato alla presidenza di ACEA dall’amministrazione pentastellata di Roma, fanno sciogliere come neve al sole tale speranza.

In questo caso non si tratta di mettere gli uomini giusti al posto giusto, bensì concepire un nuovo modello di gestione pubblica e partecipativa dell’acqua in cui non può trovare spazio una regolazione di un mercato che non esiste.

Ci teniamo a segnalare che ci ha particolarmente allarmato leggere sul quotidiano “La Stampa” del 18 giugno u.s. – nell’articolo «Dopo aver scalato l’M5S Lanzalone voleva incassare con arbitrati e consulenze», a firma F. Grignetti ed E. Izzo – alcuni stralci di intercettazioni tra l’Avv. Lanzalone e alcuni suoi collaboratori.

Una delle frasi riportate fa riferimento a presunte relazioni intrattenute con Guido Bortoni, presidente dell’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente).

Sarebbe decisamente grave che quanto affermato da Lanzalone fosse vero per cui richiediamo una smentita da chi di dovere. Smentita che laddove non dovesse arrivare aprirebbe un ulteriore squarcio nella credibilità di ARERA.

Al di là del fatto che questa vicenda sembra mostrare che il peggio della prima Repubblica si è trasmesso alla seconda e le premesse per la terza non sono buone, ci preme sottolineare questo: come movimento per l’acqua già da tempo contestiamo il fatto che le morosità degli utenti, che siano o no incolpevoli, vengano fatte pagare in tariffa a tutti gli utenti (senza che questo per altro sia servito a fermare la pratica dei distacchi). Il fatto che emerge dalle intercettazioni è che alcuni gestori di gas ed energia avrebbero avuto un vantaggio economico a seguito dell’approvazione di una delibera che ha incrementato la tariffa per consentire al grossista di recuperare i suoi soldi. A prescindere dal fatto che la genesi di tale delibera sia effettivamente quella individuata da Lanzalone, infatti va ricordato che ci sono alcune sentenze del TAR e del Consiglio di Stato che avrebbero obbligato l’Autorità a procedere nella direzione dell’aumento delle tariffe, intendiamo denunciare che a seguito di tale scelta i cittadini pagano due volte: la bolletta, che già deve coprire tutti i costi del servizio, ora copre anche le eventuali inadempienze dei gestori.

Allora la domanda è: quali sono i reali interessi curati da ARERA? Quelli dei cittadini o quelli dei privati?

ARERA ha il compito di regolamentare i servizi di acqua, luce, gas e rifiuti, ma in questi anni è riuscita solo a complicare il sistema tariffario tanto che persino gli operatori del settore faticano a stare dietro ai suoi astrusi algoritmi, figuriamoci i cittadini.

Inoltre, ha avvallato diverse richieste di conguagli tariffari proposte dai gestori, e che ora cominciano a essere contestate nei tribunali (si veda caso Torino e La Spezia), tanto che nella scorsa legislatura è dovuto intervenire il Parlamento legiferando per porre un freno.

Ha riportato sotto le mentite spoglie di “oneri finanziari” la “remunerazione del capitale investito”, profitto garantito per i gestori abrogato con i referendum del 2011.

Ha costi pesanti per la collettività: 86 milioni l’anno, di cui quasi 1,5 di compensi per i soli membri del CdA. (v. Bilancio ARERA 2018: https://www.arera.it/it/docs/17/876-17.htm/).

Abbiamo sempre denunciato il conflitto di interessi di ARERA, il controllore pagato dai suoi controllati: l’articolo de “La Stampa” rafforza la nostra posizione e ci spinge a chiedere una volta di più di abolire questo obbrobrio e di restituire le sue competenze al Ministero dell’Ambiente.

Ricordiamoci che la “mission” di ARERA è quella di garantire la promozione della concorrenza (L. 481/1995), un’ottica di mercato incompatibile con l’acqua bene comune.

Se l’acqua è un bene comune e se l’obiettivo del Governo, come dichiarato, è la sua gestione pubblica, allora come atto propedeutico è necessario lo scioglimento di ARERA e il ripristino delle sue competenze presso il Ministero dell’Ambiente.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Roma, 25 giugno 2018