Il sogno di Renzo

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50 anni dalla scomparsa, 120 dalla nascita. Nell’arido conto, la vita, complessa e straordinaria, di Renzo Videsott. Che meriterebbe un posto nel Pantheon degli Italiani che andrebbe eretto per gli uomini di pace. Come lui dimenticati, ricordati da pochi. Perché siamo incapaci di superare le logiche arcaiche dei guerrieri e le guerre restano l’unico accesso alla fallace illusione dell’immortalità da millenni. Il nome di Renzo Videsott è sconosciuto ai più, eppure meriterebbe un pubblico riconoscimento per quanto ha fatto. Avvolto in un ingrato oblio dal quale, con gratitudine, sentiamo il dovere di riportarlo all’attenzione almeno del movimento ambientalista di cui fu alle origini. Quel movimento che oggi, inconsapevole, si nutre di una storia di cui fanno parte le giuste rivendicazioni dei giovani che, con sigle diverse, combattono per il loro futuro, minacciato soprattutto dalle questioni ambientali.

Renzo Videsott, nato il 10 settembre 1904 a Trento e scomparso a Torino il 4 gennaio 1974, nelle sue terre di origine diede prova di grandi qualità alpinistiche con una brillante carriera di crodaiolo, sviluppata nel periodo tra il 1924 e il 1930. Compagni di cordata Pino e Raffaello Prati, Giorgio Graffer, Leo Rittler e Domenico Rudatis. Negli annali dell’alpinismo resta scritta la salita del 1929, insieme a questi ultimi due, dello spigolo Nord-ovest della Busazza nel gruppo del Civetta, vero e proprio capolavoro del sesto grado. A Torino si trasferì per laurearsi in veterinaria nel 1928. L’anno seguente frequenta come ufficiale veterinario la Suola di cavalleria di Pinerolo, per poi essere assegnato al Reggimento di artiglieria a cavallo “Voloire” di Milano. Sarà poi docente alla Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino in patologia e clinica medica e in farmacologia. Nel 1953 ottenne il distacco alla direzione del Parco nazionale Gran Paradiso a sancire un impegno iniziato nel 1943 e a cui dedicherà l’intera vita.

Se negli alti pascoli del Gran Paradiso, tra Piemonte e Valle d’Aosta e nelle numerose colonie che di lì sono state create, vive ancora lo stambecco celle Alpi lo si deve a lui, Renzo Videsott. Riconosciuto protagonista della salvezza della specie Stambecco, giunta sull’orlo dell’estinzione, fu anche figura fondamentale nella nascita e nella crescita della nuova consapevolezza ambientalista che, superato il naturalismo, spostava il suo impegno sul terreno dell’impegno sociale e politico rendendosi conto di quanto il primo non fosse sufficiente. Per lui l’impegno sull’arco alpino, all’altro estremo rispetto a quello in cui era nato, si profilò subito come una sorta di missione per impedire la possibile estinzione dello stambecco. Erede della tradizione dei cacciatori alpini, che lo vide impegnato fin dall’adolescenza, davanti agli occhi imploranti di un capriolo morente inseguito sulle montagne di Fanes, si convertì e dopo il 1947 non uccise più alcun animale in alta montagna. Si dedicò, anima e corpo, anche muovendosi tra mille insidie, in bicicletta, tra Torino e le valli valdostane del Parco, per la difesa dello stambecco, quasi a redimersi dal suo passato venatorio. Proprio nel 1943 aveva promosso l’insediamento di una colonia sulle montagne della sua Marebbe, esperienza poi conclusasi malamente.

Intanto in quegli anni fece, altresì, la scelta di impegnarsi contro il regime fascista con le formazioni di Giustizia e Libertà. Non partecipò mai attivamente ad azioni armate anche se ricorderà di essersi trovato «varie volte in situazioni da essere fucilato solo perché mi ricordavo la gioia che dava il rischio della montagna». Nell’impegno partigiano vedeva «molta purezza ideale» che condivise con decisione ritenendosi costituzionalmente «tagliato per affrontare freddamente la guerra». In quel periodo conobbe e frequentò Federico Chabod e Vittorio Foa con il quale instaurò un solido legame che gli consentì aiuti concreti nel momento della riorganizzazione del parco. Queste conoscenze non furono ininfluenti nel momento in cui, nel 1945, con il consenso del Comando Alleato, Renzo Videsott fu scelto come Commissario straordinario del Parco Nazionale del Gran Paradiso, incaricato di ricostruirne l’organizzazione. Il passaggio da partigiano a parchigiano era compiuto. Il suo impegno come difensore della natura e dell’ambiente definitivamente scolpito nella sua biografia anche se, proprio in uno scambio epistolare con Foa espresse tutte le sue preoccupazione per una decisione che rischiava di apparire del tutto utopistica ma di cui era profondamente convinto che sarebbero diventate «realtà future in Italia, dopo averle toccate con mano all’estero».

Per riorganizzare il servizio di sorveglianza, che con la milizia fascista si era ridotto al ridicolo, assunse i migliori bracconieri – costretti per fame alla caccia di sopravvivenza – convincendoli alla necessità di togliere dai mirini gli stambecchi e offrendo loro, in compenso, lo stipendio da guardiaparco. Fu il primo passo per ridare alla prima area nazionale protetta una prospettiva. Per rafforzarne la presenza ebbe l’intuizione di promuovere un movimento popolare a sostegno della natura e dell’ambiente che si concretizzò prima con il MIPN (Movimento Italiano Protezione della natura) poi, a livello internazionale con l’UIPN Unione Internazionale Protezione della Natura) oggi UICN dove la C di conservazione ha sostituito la P di protezione.

Il seguito è storia che non ripetiamo (rimandando al saggio di Edgar Meyer Il visionario che salvò il Parco. 25 anni di Renzo Videsott per i 100 anni del Parco Nazionale Gran Paradiso, Lions Club Alto Canavese, Castellamonte 2022) e che ha sancito l’iscrizione della figura di Renzo Videsott tra i più insigni protagonisti della storia della protezione dell’ambiente nel nostro Paese. Che meriterebbe un riconoscimento tra i grandi della Nazione. Purtroppo si deve accontentare che si sia solo noi, e pochi altri, a ricordarlo… E lo vogliamo ricordare come padre fondatore con le parole con cui Dino Buzzati scrisse, sulle pagine del Corriere della Sera, delle persone che Renzo Videsott seppe coinvolgere dando loro appuntamento a Oreno, nella dimora del Conte Gallarati Scotti:

«Si decide di formare un Gruppo di amici della natura, pochi per ora e senza impacci burocratici, senza statuto, consiglio direttivo, sede sociale e senza neanche presidente (…). Firmato il foglio, gli amici si disperdono per il solenne parco silenzioso che non è poi tanto grande ma sembra immenso per le straordinarie prospettive. E non è come in quei gravi congressi che appena finita la seduta tutti si mettono a parlare d’altro come per liberarsi da un ingrato peso. Qui tutti parlano ancora di boschi e di montagne (…). Ci par molto civile che nell’anno 1948 ci sia ancora qualcuno che si interessi sinceramente di queste cose. Di fronte alla natura se si riesce a guardarla con animo sincero, le miserie si sciolgono, gli uomini si ritrovano l’un l’altro, dimenticando di avere questo o quel colore. (…) Ma che importa – dirà qualcuno – se l’orso scomparisse dalle Alpi? È un po’ come chiedere perché sarebbe un guaio se il “Cenacolo” di Leonardo andasse in polvere. Sarebbe un incanto spezzato senza rimedio, una nuova sconfitta della già mortificatissima natura».

Alla fine, dopo Oreno, si ritrovarono con Renzo, il fratello Paolo internato in un campo tedesco, i fratelli Bruno e Nino Betta anch’essi deportati, Domenico Riccardo Peretti Griva magistrato antifascista, suocero di Alessandro Galante Garrone, Fausto Penati tra gli animatori del Partito d’Azione. Reduci dall’impegno in Giustizia e Libertà e visionari di democrazia eccoli protagonisti del nascente ambientalismo, mossi dalla stessa fiducia e speranza di futuro. Ad accompagnarli in questa nuova sfida un manipolo di altri visionari che Videsott richiamò a sé al castello di Sarre e a una visita al Parco nazionale Gran Paradiso «dopo aver visto e constatato come all’estero, in questo campo, si sia tanto lavorato e raccolto e come troppo poco sia stato fatto in Italia».

Videsott constata come non sia più sufficiente il pur prezioso lavoro delle società scientifiche ma occorra raccogliere intorno a «un parco ben diretto» che può esserne «il cuore pulsante (…) le migliori umane forze operanti, non rese limbo da un sublimato ed astratto pensiero scientifico, ma rese nobile vita da una creativa interpretazione poetica, dei fatti misteriosi del mondo naturale, che ci è diventato soffocante solo perché troppo artefatto anche dall’arroganza dell’umanità. (…) In quest’Italia che ha dato tante persone valorose nel campo naturalistico operante, non ci dobbiamo scoraggiare. Dobbiamo almeno tentare, dobbiamo trovarci per discutere, alla buona, litigarci da amici, se necessita, ma senza ordini del giorno, ma senza sperperi né di quattrini né di energie per il superfluo e per la forma. (…) Questa nostra discussione preliminare è urgente e serve anche per la probabile Conferenza internazionale di Parigi, sotto l’egida dell’Unesco». È il 25 giugno del 1948 e parte l’avventura del MIPN che passato attraverso la trasformazione in Pro Natura Italica nel 1959, nel 1970 ha assunto l’attuale denominazione di Federazione nazionale Pro Natura. L’urgenza dell’impegno internazionale si concretizzò poco dopo a Fontainebleu (settembre-ottobre 1948) con la fondazione dell UIPN (oggi UICN) e subito dopo (maggio 1952), di fronte agli attacchi all’integrità ambientale del suo Gran Paradiso con i progetti dei bacini idroelettrici, della CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Regioni Alpine) attiva tutt’oggi.

Il sogno di Renzo si è dunque sviluppato e consolidato e la sua eredità è stata raccolta. Che si sia realizzato non può purtroppo essere detto. Ma stiamo vivendo una nuova fase di presa di coscienza e di consapevolezza da parte delle nuove generazioni che sono scese in campo assumendosi l’impegno di continuare nella lotta per la difesa di quella natura che Renzo Videsott ha servito con abnegazione convinto, come lo siamo noi, che sia la base imprescindibile per ogni futuro destino della specie umana. Oggi come ieri servono molti visionari che raccolgano con entusiasmo il testimone dei pionieri delle difesa dell’ambiente per farne il fulcro di quella ormai inderogabile riconversione ecologica che ci chiama a un cambiamento radicale a cominciare da dentro noi stessi. E che magari tornino a mobilitarsi «attorno a una realtà visibile, a bellezze rare e solitarie, di monti, di alberi, di fauna» come sono quelle che le nostre aree protette difendono.


La lezione della rivolta dei trattori: l’ecologia sarà contadina e popolare o non sarà

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La protesta dei contadini attraversa l’Europa e sembra ingrossarsi ogni giorno di più. Ci sono in essa – come già rilevato nei giorni scorsi in queste pagine: https://volerelaluna.it/rimbalzi/2024/02/06/la-rabbia-degli-agricoltori-nasconde-un-mondo-diviso/) – componenti eterogenee, interessi contrapposti, rivendicazioni corporative e nazionaliste e, a fianco, la rivolta contro un modello economico insostenibile. Le organizzazioni rappresentative dei contadini vengono scavalcate e contestate. In Italia, e non solo, la destra al governo cerca di farsi interprete del movimento dirottando sull’Europa ogni responsabilità per la crisi che attraversa il mondo agricolo. I problemi implicati dalla protesta sono enormi e hanno a che fare con il sistema economico imposto dal liberismo, con la meccanizzazione selvaggia del lavoro agricolo, con i rapporti tra produttori e grande distribuzione, con lo spopolamento delle campagne e molto altro ancora. È un intrico di temi di cui non ci si libererà facilmente, comunque vada a finire l’attuale protesta. L’analisi – a partire dal modello agricolo e dalle forze in capo – andrà sviluppata e cercheremo di farlo nelle prossime settimane. Intanto, come contributo al confronto, proponiamo l’articolata presa di posizione del movimento francese Les soulèvements de la terre, impegnato da anni sui temi del clima, dell’acqua, dell’agricoltura, nella prospettiva di tenere insieme la questiona ecologica e quella sociale. Il documento è stato pubblicato in Italia da Comune-info nella traduzione di Francesco Zevio. (la redazione)

È ormai trascorsa una settimana da quando il mondo agricolo ha preso a esprimere chiaramente e nei fatti la sua rabbia: rabbia di un mestiere diventato quasi impraticabile, in crollo sotto la brutalità degli sconvolgimenti ecologici che si annunciano e sotto asfissianti vincoli economici, normativi, amministrativi e tecnologici. Mentre i blocchi continuano un po’ ovunque, presentiamo alcune posizioni circa la presente situazione espresse dal punto di vista dei Soulèvements de la terre.

Siamo un movimento composto da abitanti delle città e delle campagne, di ecologisti e contadini già installati sulla terra o in procinto di installarsi. Rifiutiamo la polarizzazione che alcuni cercano di creare tra questi mondi. Abbiamo fatto della difesa della terra e dell’acqua – strumenti di lavoro degli agricoltori – e degli ambienti di produzione alimentare il principio e il punto di ancoraggio della nostra azione. Da anni ci mobilitiamo contro i grandi progetti di artificializzazione che li devastano e contro i complessi industriali che li avvelenano e li monopolizzano. Saremo chiari: l’attuale movimento, nella sua eterogeneità, è stato questa volta avviato e ampiamente sostenuto da forze diverse dalle nostre; con obiettivi dichiarati che a volte divergono dai nostri, che altre volte ci vedono assolutamente d’accordo. In ogni caso, quando sono iniziati i primi blocchi, noi dei diversi comitati locali abbiamo aderito ad alcuni di essi e ad alcune azioni. Siamo andati a incontrare i contadini e gli agricoltori mobilitati, abbiamo parlato con i nostri compagni di diverse organizzazioni contadine per comprendere la loro analisi della situazione. Noi stessi ci siamo ritrovati nel dignitoso moto di rabbia di chi rifiuta di rassegnarsi alla propria estinzione.

Possiamo solo rallegrarci del fatto che oggi la maggioranza degli agricoltori blocchi il paese. Certo è un peccato che, nei negoziati col Governo, essi siano rappresentati dalla FNSEA (Fédération nationale des syndicats d’exploitants agricoles, ndr) e dai padroni dell’agroindustria, per di più in un momento in cui i dirigenti del sindacato di maggioranza non solo vengono copiosamente fischiati in alcuni blocchi, ma non riescono nemmeno più a mantenere le loro basi. Molte persone presenti nei blocchi organizzati non sono sindacalizzate e non si sentono rappresentate dalla FNSEA. Nato nel dopoguerra, questo sindacato egemone sostiene da decenni lo sviluppo del sistema agroindustriale, in cogestione con lo Stato. È questo sistema che mette una corda al collo dei contadini, che li sfrutta per alimentare i propri profitti e che alla fine li spinge a indebitarsi per espandersi al fine di rimanere competitivi o scomparire.

Nel 1968 Michel Debatisse, allora segretario generale della FNSEA, prima di diventarne presidente, disse: «Due terzi delle aziende agricole non hanno, in termini economici, alcun motivo di esistere. Siamo d’accordo per ridurre il numero degli agricoltori». Missione più che riuscita: il numero degli agricoltori e dei lavoratori agricoli è passato da 6,3 milioni nel 1946 a 750.000 nell’ultimo censimento del 2020. Mentre il numero dei trattori nelle nostre campagne è aumentato di circa il 1000%, il numero delle aziende agricole è diminuito del 70% e quello dei lavoratori agricoli dell’82%. In altre parole, più di 4 lavoratori su 5 hanno abbandonato il lavoro agricolo in un periodo di soli quattro decenni, tra il 1954 e il 1997. E la lenta emorragia continua ancora oggi… Mentre la dimensione media di un’azienda agricola in Francia (nel 2020) è di 69 ettari, quella di Arnaud Rousseau, attuale direttore della FNSEA, ex intermediario e commerciante sfornato da una business school, ammonta a 700 ettari, senza contare il fatto che egli sia a capo di una quindicina di imprese, holding e aziende agricole, nonché presidente del consiglio di amministrazione del gruppo industriale e finanziario Avril (Isio4, Lesieur, Matines, Puget, ecc.), direttore generale della Biogaz du Multien (una società di metanizzazione), amministratore della Saipol, leader francese nella trasformazione dei semi in olio, o ancora presidente del consiglio di amministrazione di Sofiproteol…

Per i dirigenti della FNSEA, così come per i leader delle più grandi cooperative agricole – abbondantemente rappresentate dalla “Fédé” e dai suoi satelliti – è la grande abbuffata: il reddito medio mensile delle dieci persone più pagate nel 2020 all’interno della cooperativa Eureden ammonta a 11.500 euro. I redditi medi dei contadini sventolati sui palcoscenici e il mito dell’unità organica del mondo agricolo mascherano una disparità di reddito sconcertante e violente disuguaglianze socio-economiche che non possono più essere dissimulate: i margini dei piccoli produttori continuano a erodersi mentre i profitti dei complessi agroindustriali esplodono.

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), la percentuale del prezzo di vendita destinata agli agricoltori è scesa dal 40% nel 1910 al 7% nel 1997. E questo ovunque, nel mondo. Dal 2001 al 2022, i distributori e le aziende agroalimentari del settore lattiero e caseario hanno visto il loro margine lievitare rispettivamente del 188% e del 64%, sebbene quello dei produttori vada stagnando, quando non sia semplicemente negativo.

Uno fra i motivi che spingono il mondo agricolo a bloccare le autostrade, a svuotare bottiglie di latte al Carrefour (Epinal-Jeuxey), a bloccare le fabbriche Lactalis (Domfront, Saint-Florent-le-Vieil, ecc.), ad arare un parcheggio (Clermont-l’Hérault), a bloccare il porto di La Rochelle, a svuotare i camion provenienti dall’estero, a spargere liquame su una prefettura (Agen), a mettere sottosopra un McDonald’s (Agens), è che i gruppi industriali intermediari sia a monte (fornitori, venditori di prodotti agricoli e attrezzature, aziende di semenze industriali, venditori di fertilizzanti, pesticidi, alimenti…) che a valle (cooperative di raccolta e distribuzione come Lactalis, grande distribuzione industriale e agroalimentare come Leclerc…) dei settori che strutturano il complesso agroindustriale, li spossessano dei prodotti del loro lavoro.

È questa spoliazione del valore aggiunto organizzata dalla catena dei settori industriali che spiega come, oggi, senza le sovvenzioni che svolgono un ruolo perverso di stampelle del sistema (oltre ad avvantaggiare i più grandi) il 50% di coltivatori e allevatori avrebbe un conto negativo ante imposte: per i bovini da latte, il guadagno totale calcolato al di fuori dei sussidi, il quale si aggirava intorno a una media di 396 € per ettaro tra il 1993 e il 1997, è diventato negativo alla fine degli anni 2010 (-16 euro per ettaro in media), mentre il numero di agricoltori presi in considerazione da la Rete Informativa Contabile Agraria del settore è passata in questo periodo da 134.000 a 74.000.

Gli accordi internazionali di libero scambio (denunciati dalla Confédération paysanne e dalla Coordination rurale), oltre a mettere in competizione i contadini di tutto il mondo, hanno anche accelerato queste depredazioni economiche. Sappiamo bene che oggi, quando si parla di “liberalizzazione”, di “aumento di competitività” o di “ammodernamento” delle strutture, significa che aziende agricole scompariranno, che la policoltura associata ad allevamento (rappresentata attualmente solo dall’11% delle aziende agricole) diminuirà, lasciando solo un deserto verde di monocolture industriali guidate da agricoltori alla guida di strutture sempre più indebitate e sempre meno in controllo di strumenti di lavoro e di un conto bancario che finisce per appartenere solo ai creditori.

Il riscontro è senza appello: meno agricoltori ci sono, meno riescono a guadagnarsi da vivere, a meno che non espandano continuamente la loro superficie agricola, divorando i loro vicini. In queste condizioni, “diventare un manager d’impresa”, come promette la FNSEA, è in realtà ritrovarsi nella stessa situazione di un autista Uber che si indebita fino al collo per acquistare il suo veicolo, quando dipende da un unico committente per eseguire la sua attività… A questo aggiungiamo la brutalità del cambiamento climatico (siccità, incendi, inondazioni, ecc.), le perturbazioni ecologiche che portano alla moltiplicazione di malattie emergenti e epizootiche e il mestiere diventa quasi impossibile, invivibile, tanta e tale è l’instabilità.

Se ci solleviamo è in gran parte contro le devastazioni di questo complesso agroindustriale, con il ricordo vivido delle aziende agricole delle nostre famiglie che abbiamo visto scomparire e con l’acuta consapevolezza della profondità delle difficoltà che incontriamo nel nostro cammino d’installazione. Sono queste industrie e le mega-corporazioni d’accaparramento che le accompagnano (inghiottendo la terra e le fattorie circostanti, accelerando la trasformazione in marche della produzione agricola e così uccidendo, silenziosamente, il mondo contadino), sono queste industrie che abbiamo preso di mira nelle nostre azioni fin dall’inizio del nostro movimento: e non la classe contadina.

Se affermiamo che la liquidazione economica e sociale del mondo contadino e la distruzione degli ambienti di vita sono strettamente correlate – le aziende agricole scompaiono allo stesso ritmo degli uccelli dei campi, il complesso agroindustriale stringe la sua morsa mentre il riscaldamento globale accelera – non ci sfuggono certo gli effetti deleteri di una certa ecologia industriale, manageriale e tecnocratica. La gestione dell’agricoltura secondo norme ambientali e sanitarie è assolutamente ambigua. Incapace di tutelare realmente la salute delle popolazioni e degli ambienti di vita, essa ha soprattutto costituito, dietro buone intenzioni, un nuovo vettore di industrializzazione delle aziende agricole. Gli investimenti colossali richiesti dagli aggiornamenti normativi nel corso degli anni hanno ovunque accelerato il processo di concentrazione delle strutture, la loro burocratizzazione a suon di controlli permanenti e la perdita di senso del mestiere.

Ci rifiutiamo di separare la questione ecologica dalla questione sociale, o di farne una questione di cittadini consumatori responsabili, di cambiamenti nelle pratiche individuali o di “transizioni personali”. È impossibile esigere che un allevatore intrappolato in un settore iper-integrato faccia un’improvvisa sterzata e si sottragga da un modo di produzione industriale, così come è vergognoso chiedere che milioni di persone strutturalmente dipendenti dagli aiuti alimentari inizino a “consumare biologico e locale”. Né vogliamo ridurre la necessaria svolta ecologica del lavoro della terra a una questione di “regolamenti” o di “un insieme di norme”: la salvezza non arriverà rafforzando il controllo delle burocrazie sulle pratiche contadine. Nessun cambiamento strutturale arriverà finché non allenteremo la morsa dei vincoli economici e tecnocratici che gravano sulle nostre vite: e possiamo liberarcene solo attraverso la lotta.

Pur non avendo lezioni da impartire agli agricoltori né false promesse da rivolgergli, l’esperienza delle nostre lotte a fianco dei contadini – che si tratti di contrastare grandi progetti, inutili e imposti, come i mega bacini, o di riappropriarsi dei frutti dell’accaparramento delle terre – ci ha offerto alcune certezze che guidano le nostre scommesse strategiche.

L’ecologia sarà contadina e popolare oppure non sarà. I contadini scompariranno insieme alla sicurezza alimentare delle popolazioni e ai nostri ultimi margini di autonomia di fronte ai complessi industriali, se non sorgerà un vasto movimento sociale che, di fronte al loro accaparramento e alla loro distruzione, miri a riappropriarsi delle terre. E scompariranno se non abbatteremo le barriere (trattati di libero scambio, deregolamentazione dei prezzi, influenza monopolistica dell’industria agroalimentare e degli ipermercati sui consumi delle famiglie…) che sigillano la presa del mercato sulle nostre vite e sull’agricoltura, se non bloccheremo la corsa a capofitto tecno-soluzionista (il trittico biotecnologie genetiche / robotizzazione / digitalizzazione), se i principali megaprogetti della ristrutturazione del modello agroindustriale non verranno neutralizzati, se non troveremo le leve adeguate di socializzazione dell’alimentazione che permettano insieme di garantire il reddito dei produttori e il diritto universale al cibo.

Crediamo anche nella fecondità e nel potere delle alleanze estemporanee. In un momento in cui la FNSEA cerca di riprendere il controllo del movimento – in particolare rimuovendo da alcuni blocchi tutto ciò che non assomiglia a un agricoltore “sindacalizzato” dei loro – crediamo che la svolta possa venire dall’incontro tra gli agricoltori mobilitati e le altre frange del movimento sociale ed ecologico che si sono sollevate negli ultimi anni contro le politiche economiche predatorie del Governo. Il “corporativismo” è sempre stato il fondamento dell’impotenza contadina. Proprio come la separazione dai mezzi di sussistenza agricoli ha spesso segnato la sconfitta dei lavoratori.

Forse è giunto il momento di abbattere qualche muro: continuando a rafforzare alcuni blocchi, andando incontro al movimento di chi ancora, in questi blocchi, non ci ha messo piede, proseguendo nei prossimi mesi le lotte comuni tra abitanti dei territori e lavoratori della terra.


Città, aree verdi e salute

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In un recente convegno torinese, organizzato da Assoverde, Confagricoltura e Kèpos, sono stati presi in esame i rapporti tra verde, paesaggio e salute, considerando criticità, prospettive e proposte per lo sviluppo delle città e mettendo a confronto professionisti del verde, istituzioni, mondo della ricerca e Università. Il titolo del convegno, “La salute è verde. Il verde è salute”, è il segno che la conquista del giusto equilibrio tra abitazioni e aree verdi non è più percepita solo come un fattore estetico ma come un vincolo per la salute, particolarmente importante per le classi disagiate che hanno meno possibilità di usufruire dei servizi ecosistemici forniti dalle aree naturali e boschive.

Il rapporto tra cittadino e verde è cambiato radicalmente da quando, relegati in spazi angusti durante il Covid, ognuno di noi si è reso conto che la presenza di zone naturali vicino all’abitazione costituiva un aspetto imprescindibile per la qualità della propria vita. L’avvento di fenomeni climatici estremi, portatori di alluvioni, allagamenti, siccità, arretramento dei ghiacciai, per altro verso, ha aumentato la consapevolezza che la tendenza a costruire sempre di più causa un evidente degrado del territorio, a discapito del paesaggio, dei servizi ecosistemici e della nostra salute.

L’Italia è uno dei paesi europei con maggiore consumo di suolo: 2,5 m² al secondo, quasi 77 km2 in un anno, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Secondo l’Ispra si consumano 19 ha al giorno e la superficie coperta in modo artificiale rappresenta il 10,2% del territorio; tra l’altro il 20% dei vani costruiti (di cui un terzo illegale), non è abitato, malgrado vi siano, nelle grandi città, famiglie e studenti che faticano a trovare casa. È evidente che l’ambiente intorno a noi è troppo antropizzato.

Ciò impatta fortemente sulla salute dei cittadini. Se fino a poco tempo fa il verde veniva considerato un bene superfluo, adesso è chiaro a tutti che è un valore primario fondamentale per la qualità della vita, da proteggere e ampliare. Le aree verdi combattono le isole di calore, abbassano la temperatura di almeno 8°, riducono i rumori e l’inquinamento: 1 ha di verde elimina 14 kg di polveri sottili e 1000 kg di CO2 rendendo le città più resilienti ai cambiamenti climatici. Considerando che in Italia ogni anno si calcolano 70.000 morti in conseguenza dell’inquinamento, il 25% delle quali potrebbero essere scongiurate, è chiaro che c’è ancora molto da fare.

Secondo l’OMS è auspicabile che per ogni cittadino vi siano 0,5 ha di verde entro 100 m dalla sua abitazione. Per diffondere questa consapevolezza l’Europa auspica che per ogni cittadino si rispetti la cosiddetta regola del 3-30-300, secondo cui ognuno possa vedere dalla sua finestra 3 alberi, circondato dal 30% di aree verdi, entro un raggio di 300 m dalla sua casa. È, infatti, assodato che la salute ne avrebbe grande giovamento. Si tratta di un traguardo ambizioso ma non irraggiungibile visto che molti paesi del Nord Europa vi si stanno avvicinando. Certo, da noi c’è ancora molto da fare.

Nel convegno richiamato all’inizio, alcuni relatori, parlando di Torino, hanno messo in evidenza il fatto che, nella graduatoria del Rapporto Ecosistema Urbano, essa risulta ben piazzata, tra le città metropolitane più grandi, sommando il verde pubblico urbano e periurbano, giacché, per sua fortuna, è circondata da quattro fiumi con sponde ricche di alberi e dai Parchi Reali che si trovano a meno di 30 km. Ma hanno anche evidenziato che, purtroppo, il verde pubblico in città non è accessibile a tutti in uguale misura. Da alcune mappe tematiche del Comune, per esempio, si vede che la distribuzione dei problemi di salute è disuguale nei vari quartieri: laddove si concentra una maggiore quantità di persone con problemi di diabete e bassa scolarità si riscontra nel contempo una minima accessibilità al verde e ciò evidenzia la stretta correlazione tra censo, salute, stili di vita. Nel programmare la ridistribuzione delle aree verdi in città dunque, sarà importante indirizzare gli interventi laddove è massima la concentrazione dei bisogni essenziali, perché solo una visione olistica del contesto urbano, con gli interventi urbanistici da programmare, può fornire la giusta prospettiva per far convergere abitabilità, verde e salute, nell’ottica dell’agenda Onu 2030.

Infine non dobbiamo dimenticare che qualunque progetto efficace sul territorio, che metta in moto le migliori risorse, non può essere calato dall’alto senza momenti di ascolto e confronto degli urbanisti e dell’amministrazione con gli abitanti del quartiere, confronto che li coinvolga nelle decisioni da prendere: solo la democrazia partecipativa assicura un consenso diffuso e consapevole e il rispetto dei bisogni di tutti.


Meno auto e meno chilometri in auto: non solo 30 chilometri all’ora!

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Nel variegato panorama della transizione energetica e dell’incombente collasso climatico è ultimamente comparsa anche la questione del limite dei 30 km/h adottato per il 70% del territorio comunale di Bologna e presente in forma decisamente più limitata in altre città: a Torino, per esempio, sono a 30 all’ora i controviali condivisi con le biciclette. Com’è inevitabile, ogni volta che si introducono limitazioni che implicano il cambiamento di abitudini consolidate, il provvedimento solleva proteste e apre un dibattito in cui la dimensione emotiva ha un peso determinante e tende a soverchiare quella razionale.

Innanzi tutto, prima di cercare o rigettare questa o quella soluzione, è bene evidenziare il problema. Il dato di fondo è che l’Italia è il paese più motorizzato d’Europa e questo fatto ha conseguenze ben evidenti e misurabili. Un’autovettura, non importa se elettrica o meno, è un oggetto ingombrante e la conseguenza è che le nostre città sono intasate dai veicoli. Nel caso di Torino, limitandoci alle autovetture, ne troviamo, al 31 dicembre 2022, 512.687 (60,5 auto ogni 100 abitanti di tutte le età). Tutte in fila occuperebbero 2.051 km: di che andare in linea retta da Torino a Marrakech e anche un po’ più in là. Nulla di strano se entrambi i lati di tutte le strade della città sono permanentemente occupati da macchine in sosta, considerato anche che ognuna di esse sta ferma per più del 90% del tempo. I grandi viali rettilinei di Torino, pensati per passeggiare sotto gli alberi, si sono trasformati in giganteschi (e insufficienti) parcheggi e la stessa circolazione è tale che ci si può magari muovere ma è un problema fermarsi e scendere, per cui per lo più i furgoni per consegna merci non possono far altro che stare in doppia fila. La situazione è la stessa in tutta Italia.

Quando poi le auto si muovono vediamo che il loro contributo all’impatto climatico è tutt’altro che marginale: in Italia il 24% delle emissioni climalteranti è dovuto complessivamente ai trasporti ma il 16% va in capo alle sole automobili (i due terzi di tutti i trasporti). Se si guarda al vero e proprio inquinamento sappiamo che la città di Torino vanta il non invidiabile primato europeo della peggiore qualità dell’aria, primato cui il traffico automobilistico dà un sostanziale contributo. Lo dicono gli strumenti delle postazioni fisse dell’Arpa, ma molto spesso basta il naso, quando non sia stato insensibilizzato dal Covid; se ci si prendesse la briga di piazzare qualche postazione di misura mobile agli incroci dei grandi corsi cittadini nelle ore canoniche temo che i risultati sarebbero più che allarmanti. D’altra parte un ipotetico osservatore alieno che guardasse la situazione dei grandi corsi cittadini pieni di auto da un semaforo all’altro per una parte non trascurabile della giornata non potrebbe che definire demenziale il traffico nostrano fatto di innumerevoli veicoli per lo più con una persona a bordo.

Facciamola breve: in termini di razionalità elementare tanto la situazione locale che quella globale portano a concludere che occorre ridurre il numero di auto e ridurre l’uso individuale dell’auto. Il guaio è che se uno tocca un ingranaggio di un meccanismo estremamente complesso come quello che caratterizza il nostro attuale stile di vita deve contestualmente attrezzarsi per far fronte a effetti collaterali di non poco conto. Il nostro territorio si è progressivamente riorganizzato a misura d’auto e allo stesso tempo si sono ridisegnati gli stili di vita, dopodiché lo spostamento in auto in certa misura finisce per divenire una “necessità”. Se i piccoli negozi chiudono e si moltiplicano i centri commerciali, per le compere ho “bisogno” della macchina; e, analogamente, se i servizi alla persona si concentrano in poche grandi strutture, poi “dovrò” usare l’auto per usufruirne; se ho trovato conveniente andare a risiedere in una zona ad abitato sparso, magari anche amena e in cui quel tipo di edificazione è stato incentivato, poi per andare a lavorare “non potrò fare a meno” dell’auto personale e altrettanto succederà, individualmente, ai componenti del mio nucleo famigliare dotati di patente… Tradotto in soldoni questo significa che i provvedimenti “a spot”, in questo come in altri campi, non sfondano se non sono parte di politiche che mirano a governare la complessità del problema che si vuole affrontare.

Per il bene nostro e delle generazioni immediatamente a seguire occorre indubbiamente ridurre il numero di veicoli in circolazione, ma non si potrà contestualmente “rilanciare l’automotive”. Il guaio è che però ci sono ancora migliaia di famiglie il cui reddito dipende dalla costruzione di autoveicoli, per cui, per ridurre il numero degli stessi in circolazione, bisogna mettere in atto una politica economica che contempli fra gli obiettivi la riconversione (ahimè, anche rapida) di quel settore industriale. Non pare che la politica sia incline a muoversi in questa direzione. Vediamo le lagnanze istituzionali e anche sindacali riguardo al fatto che Stellantis costruisce in Italia meno di 1 milione di automobili all’anno e che il numero di immatricolazioni annue sta calando. Non si può ridurre il numero di autovetture aumentandone la produzione, a meno di pensare che ognuno dovrebbe continuare ad acquistare auto (magari elettriche) ma usarle raramente: in ogni caso così il problema dell’ingombro non verrebbe risolto. Senza contare l’enorme quantità di materie prime e di energia che è necessaria per la produzione dei veicoli in un mondo in cui le risorse vanno gestite con saggezza e parsimonia. Però Stellantis a Mirafiori ha inaugurato il riciclo dei veicoli dismessi: automotive circolare, why not?…

Ovviamente non ci si può limitare a dire “questo non va” “quello non va”: bisogna potenziare il trasporto pubblico (lo dicono tutti); bisogna incentivare le forme di noleggio e condivisione che permettono un utilizzo più razionale ed efficiente dei veicoli senza che necessariamente questi debbano essere di proprietà di ciascuno. Bisogna rivedere la gestione del territorio, la distribuzione dei servizi e l’organizzazione dell’edificato andando in una direzione diversa da quella imperante un po’ ovunque. Da qualche anno si è introdotto il concetto di “città dei 15 minuti” in cui la maggior parte di quanto serve per vivere sia appunto raggiungibile da casa a piedi o in bicicletta: bisogna che questa idea esca dai dibattiti fra urbanisti ed entri nei piani regolatori, che tra l’altro dovrebbero anche porre fine al consumo di suolo ma non ci pensano proprio.

E i 30 all’ora? Buoni o cattivi? Se l’obiettivo è quello della riduzione del volume di traffico scoraggiando l’uso della macchina bisognerà verificare se la riduzione del limite di velocità urbano produrrà davvero l’effetto: se il volume di traffico non cambia si può sperare quanto meno di ridurre il numero e la gravità degli incidenti, ricordando però che gli incidenti sono comunque in proporzione proprio al volume di traffico: per avere meno incidenti, a parità di altre condizioni, occorre avere meno mezzi in circolazione. In ogni caso, per il provvedimento in sé, uno dei punti delicati è un’efficace verifica dell’effettivo rispetto del limite; verifica in sé non poi così semplice.

Insomma, come ho già scritto più volte, ogni provvedimento ha senso se è parte di una politica complessiva e razionale. È il caso dei trenta all’ora? Bene, si prosegua verificandone l’efficacia nel quadro degli altri provvedimenti contestualmente assunti e spiegando con chiarezza a tutti quali sono gli obiettivi finali: meno auto e meno chilometri in auto a tutte le velocità consentite.


Contro il nucleare: la lezione di Massimo Scalia

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Un incidente automobilistico sulla Casilina, alle porte di Roma, la mattina di mercoledì 11 dicembre, ci ha portato via Massimo Scalia e il suo bagaglio di scienza ed esperienza. Massimo aveva 81 anni. Laureato in Fisica nel 1969 presso la Sapienza, con una tesi di Fisica teorica nucleare, ha continuato le ricerche in tale disciplina negli anni immediatamente successivi. Dalla metà degli anni ’70 si è orientato verso la ricerca sulla stabilità e sull’analisi qualitativa dei sistemi dinamici. Dagli anni ‘80 si è interessato delle interazioni tra campi elettromagnetici e sistemi biologici (bioelettromagnetismo), degli effetti dei “campi deboli” e del ruolo del “rumore termico” nei materiali biologici. Per oltre 40 anni ha insegnato e fatto ricerca presso la Sapienza riuscendo a coniugare il metodo scientifico con lo spirito necessario nelle battaglie ambientaliste e per un nuovo futuro energetico.

Massimo, insieme a Gianni Mattioli, è stato uno dei leader del Movimento antinucleare degli anni ‘70 e ‘80, cofondatore di Legambiente e uno dei promotori dei Verdi e del movimento ecologista. Non dell’ambientalismo, che esisteva da decenni e che già si stava affacciando, sempre più prepotentemente sul terreno della politica. La sua passione politica, mirabilmente coniugata a un’incontestabile sapienza tecnico-scientifica, scese in campo per mettersi a servizio di quella corretta informazione sui temi delle scelte energetiche messa in atto dal momento in cui il movimento ambientalista iniziò il suo impegno e la battaglia contro il nucleare, con la costituzione del Comitato per il controllo delle scelte energetiche. Una mobilitazione che portò alla vittoria nei referendum del novembre1987 e all’archiviazione della via nucleare come fonte energetica per il Paese.

Massimo fu tra i firmatari, nel 1984, insieme ad Alex Langer, dell’appello per costituire le Liste Verdi in Italia. Con le elezioni del 1987 entrò, con i Verdi, in Parlamento e vi rimase quattordici anni, nei quali si spese per la tutela dell’ambiente e la giustizia sociale. Per mettere al bando l’amianto e combattere le ecomafie, presiedendo la prima Commissione bicamerale sul ciclo illegale dei rifiuti con cui aprì la strada alla repressione dei reati ambientali.

Da sottolineare che se le intuizioni di quel gruppo di preziosi scienziati contro il nucleare – che indicarono la rotta principale da seguire con il ricorso alle tecnologie delle fonti rinnovabili – fossero state prese seriamente in carico dalla politica, oggi il nostro Paese sarebbe all’avanguardia nel settore delle energie naturali e rinnovabili e non ci sarebbe disagio nell’adeguarsi alla transizione energetica. Invece la lobby del nucleare continua, imperterrita, a proporsi, pur non avendo nulla nella sua valigia di nuovo proselitismo in cui da tempo ha assoldato addirittura uno dei fondatori di Legambiente. Massimo, a differenza, è restato coerente e ancora poco prima della morte, ci aveva messi in guardia, contro la propaganda del Ministro Pichetto Fratin e la sua retorica neo nuclearista che sostiene il ritorno a quella scelta energetica vestendola con l’opzione “small modular reactor”, contrabbandata come fonte mininucleare sicura da adottare in tutte le aziende energivore. A questa ipotesi fasulla Massimo Scalia ha replicato: «piccoli certamente, ma sulla sicurezza non c’è nulla di nuovo. Gli SMR adottano le stesse tecnologie di fusione nucleare già note e non hanno alcuna caratteristica in più per la sicurezza intrinseca». Dunque niente di diverso dal nucleare degli anni Novanta, messo a tacere dai referendum. Semplicemente la tecnologia adottata per i propulsori nucleari dei sottomarini. Quella che il Premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha liquidato come tecnologia «più vecchia dei transistor».

Ciò che preoccupa è che il documento del Ministro dell’ambiente e della Sicurezza energetica “Il nuovo nucleare in Italia” aveva trovato ascolto in Parlamento con un emendamento, al decreto Sud (sic!) in cui si tentò, lo scorso ottobre, di affidare alla Difesa la realizzazione – insieme ai Centri per il rimpatrio – anche di impianti energetici che in una vaga definizione aprivano possibili spazi per il mini nucleare.

Scalia ci ha messi in guardia. La propaganda del Governo parla di «nucleare pulito, di nuova generazione, tanto diverso da quello referendario. Peccato non esista e, infatti, ripropongono la vecchia tecnologia». Le definì «grosse minchiate» messe in onda dal rinnovato «schiamazzo sul nucleare» e sottolineò il «niente di nuovo sul fronte dell’innovazione nella fissione nucleare» tanto propagandata quanto inesistente. Riprendere i suoi ragionamenti e avvertimenti ultimi, ci sembra la maniera migliore per ricordare un generoso e tenace combattente della causa ambientalista. Il suo competente senso civico, ancora tanto raro nel mondo accademico, ci mancherà. Come la sua militanza, responsabilmente scelta a scapito di carriera e aspirazioni di potere. Schierato fino all’ultimo con la battaglia contro le mistificazioni dell’Eni, partecipata statale (dunque finanziata con le nostre tasse) che è oggi il più ostinato ostacolo all’avvio della transizione ecologica nel nostro paese e persegue progetti ambientalmente discutibili come quello di Ravenna con il deposito di Co2 .


Ma chi sono i veri eco-vandali?

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Con 138 voti a favore, 92 contrari e 10 astenuti (favorevole tutto il centrodestra, contrarie le opposizioni, astenuti i deputati di Azione e Italia Viva), la Camera dei deputati ha dato il via libera definitivo a quello che scorrettamente viene già definita la legge eco-vandali, per la gioia, tra gli altri, del ministro della Cultura, che ha così reagito: «Oggi è una bella giornata per la cultura italiana e, in particolare, per il patrimonio artistico e architettonico della Nazione. Con l’approvazione definitiva a Montecitorio diventa legge il ‘disegno di legge eco-vandali’, da me fortemente voluto, che stabilisce un principio cardine: d’ora in poi, chi arrecherà dei danni al patrimonio culturale e paesaggistico sarà costretto a pagare di tasca propria il costo delle spese per il ripristino integrale delle opere». Eppure, una recente severa legge sui reati contro il patrimonio culturale esisteva già, la n. 22 del 2022 recante Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale”. Ma al ministro non bastava, serviva un’altra misura ideologica fatta su misura per colpire quegli attivisti – in particolare di Ultima Generazione: https://ultima-generazione.com/che cercano attraverso azioni di disobbedienza civile nonviolenta di portare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla drammatica crisi climatica in atto, di fare da cassa di risonanza rispetto agli appelli, circostanziati quanto inascolati, di esperti e scienziati di tutto il mondo, di sensibilizzare la politica, spesso scettica se non addirittura negazionista e comunque sostanzialmente inerte, al netto delle 106 pagine del recente Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) da più parti ritenuto come un mero adempimento formale, privo soprattutto di risorse e di governance (durante la conferenza stampa di fine/inizio d’anno in nessuna delle 42 domande poste alla presidente Meloni c’è stato un accenno alla crisi climatica o all’ambiente).

Una vicenda, quella che contrappone Ultima Generazione e il Governo Meloni, che si potrebbe facilmente liquidare ricorrendo al famoso proverbio: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Desta però meraviglia la malcelata soddisfazione del ministro della Cultura per il nuovo provvedimento repressivo, soprattutto quando fa riferimento alla tasca che i manifestanti dovranno d’ora in avanti aprire per eventuali danneggiamenti al patrimonio culturale e paesaggistico. Il ministro dimentica che sono gli effetti degli inquinanti e dei fattori ambientali a mettere a rischio i beni di interesse storico-artistico e non già le innocue dimostrazioni delle ragazze e dei ragazzi di Ultima Generazione, di cui a Bologna, proprio mentre veniva definitivamente approvata quella nuova norma che dà tanta felicità al ministro, il Tribunale riconosceva l’alto valore morale, attenuando la pena prevista per chi aveva bloccato il passante nello scorso novembre.

Il ministro trascura di considerare che, come è stato certificato di recente da un report dell’Enea, che ha lavorato su tre siti europei patrimonio dell’Unesco, tra cui la Reggia di Caserta, sono gli inquinanti dell’aria (ossidi di azoto e PM10) a mettere in serio pericolo i beni architettonici e che è l’inquinamento uno dei maggiori fattori di degrado dei monumenti. «A subire i danni maggiori è la Reggia di Caserta dove abbiamo calcolato per ogni anno, una velocità di corrosione delle superfici superiore al valore target fissato per il 2050 (6,4 micron l’anno), che non deve essere superato se si vuole preservare lo stato di salute della storica residenza reale, meta ogni anno di 700mila visitatori», spiega Teresa La Torretta, ricercatrice del Laboratorio ENEA di Inquinamento atmosferico e coautrice del rapporto insieme al collega Pasquale Spezzano (https://www.ri.se/sites/default/files/2022-12/Report-93_UNESCO_Part_6_0.pdf).

In quali tasche saranno messe le mani per recuperare le spese previste per il mantenimento e il restauro di monumenti corrosi, incrostati e messi in pericolo da un’esposizione diretta e continua agli agenti inquinanti? E chi paga per le frane, le alluvioni, le morti e le distruzioni, sempre più frequenti e sempre più connesse con il forsennato consumo di suolo e con l’assenza di manutenzione e cura del territorio (in 7 anni il danno economico provocato da frane e alluvioni in Italia è stato pari a 20,3 miliardi di euro, per una media di quasi 3 miliardi l’anno)? E chi sono i veri eco-mostri? Quelle ragazze e quei ragazzi che indicano lo tsunami che ci sta arrivando addosso e che ci ammoniscono a cambiare strada in fretta e radicalmente, oppure chi si ostina a cementificare e a inquinare senza sosta? E ad essere intollerabili sono veramente le vernici lavabili e i temporanei blocchi stradali, oppure l’aria troppo inquinata delle nostre città o i 378 eventi estremi che abbiamo avuto in Italia nel 2022 in cui hanno perso la vita 31 persone?

Legambiente ci dice che aumentano alluvioni, frane, mareggiate, grandinate, temperature e ondate di calore e che alluvioni e esondazioni sono addirittura aumentate del 170% rispetto al 2022; l’Ispra certifica che il 94% dei comuni è a rischio frane, alluvioni ed erosione costiera e che, intanto, avanza la siccità e diminuisce l’acqua e Openpolis ci fa sapere che nel periodo tra il 1980 e il 2019 l’Italia ha subito, secondo le stime dell’Eea, circa 72,5 miliardi di euro di danni riconducibili a eventi meteorologici e idrologici anomali e che a causa dell’inquinamento dell’aria siamo costretti a registrare nel nostro Paese oltre 140 morti premature al giorno, ma per l’attuale ministro della Cultura il problema sono le ragazze e i ragazzi di Ultima Generazione e quei Gruppi che denunciano la crisi climatica, da punire con misure che di norma sono riservate a persone pericolose per la società. Per il Governo Meloni il problema non è una crisi climatica che rischia di travolgerci, ma le manifestazioni pubbliche e il senso politico-sociale delle azioni ambientaliste, da reprimere e mettere a tacere.

«Stiamo andando verso un inferno climatico con acceleratore premuto. Leader e uomini d’affari non stanno solo mentendo, stanno soffocando il nostro pianeta con i loro interessi e investendo sui combustibili fossili»: con queste parole il segretario generale dell’ONU ha descritto perfettamente la situazione in cui ci troviamo. Le lobby del fossile faranno di tutto pur di mantenere un profitto economico, condanneranno a morte anche milioni di persone se necessario. Le ragazze e i ragazzi di Ultima Generazione dichiarano di avere il dovere morale di ribellarsi a questo genocidio programmato: «Se non protestiamo, se accettiamo questo crimine senza ribellarci, ne saremo complici».

Siamo convinti che le ragazze e i ragazzi di Ultima Generazione continueranno a protestare e a ribellarsi, anche per tutti noi. E continueranno a farlo, per fortuna, nonostante le tante belle giornate che avrà il ministro della Cultura a ogni loro condanna.


“Il verde vince”? È possibile, ma nel conflitto

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In uno dei tanti cartelli che ho visto portare dai giovani durante gli scioperi per il clima c’era una frase che diceva «il mondo si sta svegliando, il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno». I dati sullo sviluppo globale delle tecnologie per la decarbonizzazione sembrano dar loro ragione. Dal 2010 al 2022 il costo livellato dell’energia prodotta da impianti fotovoltaici si è ridotto dell’89%, quello degli impianti eolici del 69%, e quello degli impianti a biomassa del 25%. Mentre nel 2010 il costo livellato dell’energia elettrica fotovoltaica era in media 7 volte più alto del costo di quella prodotta con combustibili fossili, ora è del 29% più basso. Questo ha fatto sì che durante il 2022, l’83% della nuova capacità di produzione energetica installata nel mondo sia stata costituita da impianti a fonti rinnovabili. Alla fine del 2023 la differenza di prezzo medio tra auto elettriche e auto con motori a combustione interna negli Stati Uniti è scesa intorno al 15% e si prevede che la parità possa essere raggiunta nel giro di due o tre anni. Anche nel campo dello stoccaggio di energia i prezzi continuano a diminuire, mentre la riduzione della dipendenza da minerali rari e controversi come il cobalto, e il riciclaggio dei materiali di cui sono costituite le batterie, diventano sempre più praticabili.

Tutto questo non deve alimentare l’illusione che la soluzione alla crisi climatica sia già alla nostra portata, e soprattutto che si possa affrontare solo con nuove tecnologie o nuove scoperte scientifiche, perché si richiederanno anche profonde trasformazioni sociali ed economiche. Tuttavia, dovrebbe quantomeno fornire sufficienti elementi di ottimismo per credere che la scienza e la tecnologia attuali siano in grado di fare la loro parte. È quello che ci invita a fare Mark Jacobson, professore di ingegneria dell’Università di Stanford, nel suo libro No miracles needed, il cui sottotitolo – Come la tecnologia di oggi può salvare il nostro clima e ripulire la nostra aria – sintetizza bene la sua tesi. E in effetti il libro è una galoppata tra le tecnologie che possono permetterci già ora di costruire una società i cui fabbisogni energetici in tutti i settori, da quello residenziale a quello industriale a quello dei trasporti, siano basati esclusivamente sull’acqua, sul sole e sul vento.

Eppure, tutto questo continua a venire visto con uno scetticismo che sconfina nel cinismo, come se i progressi scientifici e tecnologici nel campo della decarbonizzazione fossero sempre i fratelli e le sorelle minori di altri progressi. Il confronto più interessante è quello con il settore dell’energia nucleare, dove ogni promessa di qualche piccolo sviluppo viene annunciata ai quattro venti, anche quando si tratta di soluzioni che forse si concretizzeranno tra qualche decennio, quindi inutili ad affrontare l’urgenza della crisi climatica.

Dietro a questo fenomeno c’è sicuramente la fortissima capacità del settore petrolifero di influenzare i media in modo poco trasparente, con Eni che controlla (finora) l’Agenzia Giornalistica Italiana e rifiuta di spiegare addirittura ai propri azionisti dove vanno a finire le proprie enormi spese in comunicazione. Inoltre, ci sono le decisioni di investimento nel settore nucleare di grandi gruppi finanziari come Exor, che controlla il gruppo editoriale Gedi, editore tra l’altro di la Repubblica e La Stampa e ancora l’impegno finanziario e tecnologico di Eni nei progetti di fusione nucleare. Grazie ai combustibili fossili il settore dell’energia è diventato estremamente centralizzato, con pochi Paesi e una manciata di grandi aziende in grado di detenere un potere enorme, uno scenario che verrebbe facilmente replicato se il mondo andasse verso un sistema energetico basato principalmente sull’energia nucleare. Ovvio quindi che chi oggi detiene questo potere, o si è arricchito grazie ai combustibili fossili, non veda di buon occhio una transizione che si basa su fonti energetiche diffuse e non controllabili.

Se è chiaro quali e di chi sono gli interessi economici e geopolitici a rallentare il più a lungo possibile la transizione ecologica, è più difficile capire perché questa non trovi un supporto più ampio e deciso, soprattutto in Italia, Paese con poche riserve di combustibili fossili e un settore nucleare irrilevante. E qui voglio limitarmi al contesto politico, soprattutto alla strana riluttanza delle forze cosiddette progressiste a prendere decisamente le parti della transizione ecologica “senza se e senza ma”. Sul posizionamento della destra italiana, infatti, non c’è molto da dire; l’anti-ambientalismo è diventato un tratto distintivo della destra mondiale, che include il negazionismo e l’antiscientismo hard di Donald Trump e dei suoi seguaci, il più dignitoso conservatorismo tradizionalista di Roger Scruton, scimmiottato in Italia da Francesco Giubilei, e la semplice agitazione dello spettro di cambiamenti che vanno contro alcuni interessi economici del qui e ora della quale è maestra la Lega di Matteo Salvini.

Con la (debole) eccezione dell’Alleanza Verdi-Sinistra, il campo largo del centrosinistra non offre una visione alternativa altrettanto netta; non lo fa stando all’opposizione, ma nemmeno negli enti locali e nelle regioni che ancora governa. Le posizioni peggiori sono quelle del cosiddetto “Terzo polo”, il cui programma elettorale prevedeva, contro ogni possibilità concreta, di costruire otto mega-centrali nucleari da 5.000 MW ciascuna, e le cui posizioni su questioni come l’auto elettrica sono decisamente sovrapponibili a quelle della destra. Se si trattasse solo di posizioni che cercano di contendere l’elettorato di centro all’altro campo, queste già rivelerebbero un’intollerabile indifferenza verso la posta in gioco, oltre a un’enorme capacità di mistificazione. Purtroppo, temo che riflettano la visione cinica di cui parlavo sopra, che appartiene spesso ai politici che smaniano di presentarsi come “concreti”, “realisti” e “uomini del fare”, tratti caratteristici degli individui alfa di questo (ex) raggruppamento.

Sulla carta il Partito Democratico esprime posizioni favorevoli alla transizione ecologica, ma mostra ancora molta ambiguità, come dimostra il caso delle politiche contro l’inquinamento atmosferico. Nonostante il Nord Italia sia l’area con la peggiore qualità dell’aria in Europa, il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini non ha esitato a schierarsi con i suoi colleghi di destra di Piemonte, Lombardia e Veneto per cercare di fermare l’abbassamento dei limiti di qualità dell’aria previsto dalla nuova direttiva europea, mentre il suo compagno di partito Achille Variati, parlamentare europeo ed ex sindaco di Vicenza, portava in Commissione le stesse posizioni della Lega. Tutto questo mentre Matteo Lepore, sindaco PD di Bologna, prendeva la decisione di fare della sua città la prima Città 30 in Italia, una scelta coraggiosa e impopolare, presa per ridurre l’inquinamento e la mortalità per incidenti stradali. Il coraggio di Lepore, purtroppo, suona più come una eccezione dovuta a condizioni politiche locali che non come il frutto di strategie condivise dal suo partito, e in effetti non si vede nessuna volontà di replicare le sue scelte in città come Milano, Torino o Brescia, altrettanto martoriate dall’inquinamento.

Sadiq Khan, sindaco di Londra, ha recentemente pubblicato un libro intitolato Respirare. Fermiamo insieme l’emergenza climatica. Il libro racconta del suo lavoro di sindaco determinato a ridurre drasticamente i livelli di inquinamento e analizza in modo sistematico le difficoltà che ha dovuto affrontare: il fatalismo, l’apatia, la mancanza di priorità, il cinismo, l’ostilità, i costi, lo stallo. Sono le stesse difficoltà che incontra qualsiasi politico e amministratore che voglia affrontare seriamente il tema della transizione ecologica in qualsiasi parte del mondo, ed in effetti Kahn racconta di numerosi incontri con sindaci di grandi città che devono affrontare gli stessi ostacoli. Il capitolo finale del libro è intitolato “Il verde vince”, e in effetti Kahn è stato confermato sindaco di Londra nel 2021, così come Anne Hidalgo lo è stata a Parigi nel 2020 con un’agenda politica molto simile.

Per fare “vincere il verde” occorre però mostrare determinazione e coerenza e presentarsi in completa e convinta opposizione alle posizioni in materia di transizione ecologica espresse dalla destra. Questa, infatti, ha una narrazione chiara e semplice, che suona più o meno così: «il cambiamento climatico viene enormemente esagerato dagli ambientalisti, che vogliono prendere il potere per controllarvi, aumentare le tasse e farvi diventare più poveri». La semplicità del messaggio non deve però confondere, perché è frutto di anni di lavoro di numerosi think tank internazionali ed è stato ben rodato in decine di campagne elettorali in varie parti del mondo e sicuramente farà la sua parte anche durante le prossime elezioni europee. In queste la posta in gioco è altissima e riguarda sia la sicurezza climatica per le generazioni future, che il ruolo dell’Europa (e dell’Italia) nel futuro tecnologico e industriale del mondo, che dipenderà sempre di più dalla capacità di sviluppare tecnologie efficaci e mettere in campo soluzioni realistiche per un’economia decarbonizzata. Già oggi i mezzi passi indietro sul Green Deal Europeo, dovuti soprattutto alle resistenze dei governi e delle forze sovraniste, stanno costando cari all’Europa in termini di mancati investimenti e di perdita di competitività. Come sostiene giustamente l’economista Alessandro Penati, per contrastare lo strapotere della Cina in questo campo occorre un grande piano di investimenti comuni a livello europeo, perché nessun singolo Paese, nemmeno la Germania, può reggere il confronto.

In questo quadro, in confronto al semplice ma efficace messaggio della destra, la narrazione del centrosinistra suona come un flebile balbettio, anche piuttosto cacofonico visto che, non solo fra i membri della (possibile) coalizione, ma anche negli stessi partiti coesistono posizioni molto diverse. Forse è il momento, per i leader di questa coalizione, di riconoscere quello che i giovani hanno capito da alcuni anni, e cioè che il cambiamento, che piaccia o meno, sta arrivando e occorre fare una scelta di campo netta e irreversibile, lanciando a viso aperto la sfida politica alla destra non solo sui diritti ma anche sull’ambiente, consapevoli che, come tutte le grandi trasformazioni della storia, anche la transizione ecologica non avverrà senza conflitti.


Transizione ecologica versus transizione ideologica

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L’ho tenuto da parte, perché il titolo mi era piaciuto e il contenuto mi pareva apprezzabile. Si tratta di un articolo di Stefano Feltri, apparso sul Fatto quotidiano il 4 dicembre 2019, intitolato Giorgia Meloni non viene presa sul serio da nessuno. Chissà perché. Feltri sottolineava come la Meloni di quattro anni fa – un po’ meno marziale e con un vocione meno impostato di quello che usa adesso che deve recitare virilmente la parte di prima premier donna, italiana, madre e cattolicanon venisse presa sul serio da nessuno, soprattutto quando parlava di politica economica. Riporto un passaggio dell’articolo. Parla Meloni: «Se fossimo costretti a ristrutturare il debito salterebbero le banche italiane, che detengono il 70 per cento del debito». Ergo, conclude giustamente Feltri, «il default dello Stato è un problema bancario, non una catastrofe per cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Anche il numero citato pare un po’ a caso. Sulla base dei dati della Banca d’Italia, ad agosto 2019 il debito pubblico in mano a istituzioni finanziarie residenti era il 46,6 per cento (1.148.129 miliardi su 2.462.623)».

Delle due cose mi sembra più grave la seconda e cioè citare i numeri a caso e, possibilmente, a effetto. A quelle/quelli come Meloni importa far roteare le parole e i numeri in modo che colpiscano favorevolmente eventuali cittadini-elettori, con occhio sempre attento a coloro che sarebbero più preoccupati dal tracollo del proprio conto in banca che dal crash del Sistema sanitario nazionale. Feltri inoltre ironizzava giustamente su un’altra sparata dell’attuale primo ministro: «Togliere la concessione ad Autostrade? Secondo me così com’è va rivista. Sono favorevole alla gestione privata di infrastrutture strategiche, purché restino di proprietà dello Stato». Sic! E come farebbe lo Stato a dare un bene in concessione se non ne avesse la proprietà?

Non stupisce che quella stessa persona che allora non distingueva tra “concessioni” e “privatizzazioni” (sottigliezze!) e che, in una sola frase metteva in fila parole che hanno senso soltanto per un distratto ascoltatore adesso, dall’alto della sua carica, estragga dalla disordinata dispensa che costituisce il suo vocabolario, la suggestiva formula “transizione ecologica / transizione ideologica”. Immaginiamo i benpensanti che assentono e condannano la “transizione ideologica” i cui ultimi rappresentanti sono, per loro, quei teppisti che imbrattano i monumenti («Ma la vernice è lavabile!». «Sì, però quanta acqua si spreca per lavarla via?» etc.). Così Meloni alla Cop28: «L’Italia sta facendo la sua parte nel processo di decarbonizzazione in modo pragmatico con un approccio […] libero da radicalismo: se vogliamo essere efficaci [serve] una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale, una transizione ecologica non ideologica». Meloni ha detto di non aver «preclusioni su tecnologie nuove, se si può avere un risultato positivo sono disposta a parlarne, ma la grande sfida sarà la fusione nucleare e credo che l’Italia debba avere la capacità di pensare in grande».

Come si fa a pensare “in grande”? Si deve puntare, secondo Meloni a «una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale», giustappunto «ad una transizione ecologica non ideologica». L’Italia (per ora) non è tra i 22 Paesi che propongono, in una dichiarazione congiunta, di triplicare il nucleare entro il 2050. Meloni è furba e, per non scatenare immediatamente polemiche interne, si appoggia alla “grande sfida” della fusione nucleare – che è come dire che ne riparleremo, se va bene, tra parecchi decenni. L’Iter, acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor, sostenuto da un consorzio composto da Unione Europea, Gran Bretagna, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti, India e Corea del Sud sembra in grande difficoltà e in grande ritardo, almeno a quanto si dice da più parti: la questione viene affrontata in modo documentato da un articolo pubblicato su “Scientific American” il 15 giugno 2023 e che ritengo più attendibile dei pareri estemporanei dei politici nostrani.

La situazione attuale del pianeta ci imporrebbe, invece, di fare tutto ciò che si può al più presto. L’aria delle nostre città è irrespirabile, l’inquinamento del suolo e delle acque preoccupante (e mi limito a pensare all’Italia; il resto del mondo non va certo meglio), mangiamo cibo poco nutriente, poco fresco e per nulla genuino. Quali sono i provvedimenti per arginare problemi che, a differenza dello scioglimento dei ghiacciai, con il quale i gazzettieri ci tormentano tutti i giorni, potrebbero essere affrontati immediatamente e migliorare in tempi abbastanza brevi la qualità della vita di tutti noi? Meloni ci ha insegnato che i problemi «vanno affrontati a 360°» – e allora qual è la sua strategia per il Paese di cui è primo ministro? Realizzare «una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale» e giungere «ad una transizione ecologica non ideologica»? Ma queste, lo capirebbe anche un bambino, sono parole vuote e che non hanno nessun significato logico. Anzi, un significato ce l’hanno: quello di affermare indirettamente che l’unico sistema economico razionale sia quello capitalistico e che l’unica logica accettabile sia quella del profitto. Tutto ciò che contrasta il modo di produzione capitalistico e il sistema che ne deriva non è fattibile e va gettato, secondo Meloni, nella pattumiera dell’“ideologico”.

Però, quale altra logica, se non quella del profitto, della sfrenata estrazione di valore dalle risorse naturali ha portato allo stato di cose odierno? Il mito della crescita, denunciato come tale da decenni, continua a condizionare il discorso economico e politico. “Crescita” e “sviluppo sostenibile” sono due espressioni criticate e demolite da più parti, e da molti autorevoli studiosi: dai Limiti dello sviluppo (1972), all’opera di Illich, a quella del suo discepolo Latouche, soltanto per citare autori e testi molto famosi. La verità è che oggi, per gli economisti mainstream e i politici, il primato del profitto è ancora indiscusso: ne consegue che l’ambiente si può proteggere soltanto guadagnandoci (è il diffuso e risibile fenomeno del greenwashing). Le “tecnologie nuove” verso le quali Meloni non ha preclusioni hanno forse a che fare con il “nucleare di quarta generazione”? La definizione stessa è controversa e, se dobbiamo dar ascolto a qualcuno che ne sa di certo più di Meloni su questo argomento, Angelo Tartaglia, fisico che ha insegnato al Politecnico di Torino, sul nucleare di quarta generazione «ci sono ipotesi, progetti, sperimentazioni, ma niente di più. Gli obiettivi progettuali dei reattori di nuova generazione necessitano di molto, troppo tempo per essere realizzati. Un tempo certamente superiore a quello della transizione ecologica» (https://volerelaluna.it/controcanto/2022/12/16/la-fusione-nucleare-non-ci-salvera/ ).

E gli small modular reactors (Smrs)? Pare che siano anche quelli piuttosto lontani quanto alla realizzazione e, sostanzialmente, più piccoli ma non più convenienti né tanto meno più sicuri. Sarà per il fatto che ci vorrà tempo per vederli realizzati che Salvini propone di metterne uno nei pressi di casa sua? Nuclear now, insomma: lo conferma la recente dichiarazione del ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Pichetto Fratin per il quale il Paese deve puntare sui piccoli reattori modulari di quarta generazione. Insomma, «un approccio più moderno e flessibile»: il ruolo dello Stato sarà di svolgere «una funzione di regolazione e autorizzazione». La decisione sull’uso e la localizzazione dei piccoli reattori sarà lasciata a privati, poli industriali e comunità locali. Evviva! Intanto, nello stesso incontro romano dell’Ain (Associazione italiana nucleare) in cui Pichetto esternava in questo modo qualcuno (il presidente dell’Ain, Stefano Monti) ricordava che per il nucleare di quarta generazione bisognerà aspettare almeno il 2035, mentre una centrale di “terza generazione” potrebbe essere costruita entro 10 anni. Tenendo per buono il fatto che la “transizione al nucleare” sia tutt’altro che immediata, che la confusione sia tanta persino tra i presunti “esperti” e che abbiamo attualmente un ministro dell’ambiente che lascerebbe in mano ai privati la costruzione dei “piccoli” reattori di quarta generazione e la loro collocazione (nel cortile di casa di Salvini?) non ci resta che metterci mani ai capelli.

E se vogliamo disperarci davvero, guardiamo Nuclear now di Oliver Stone, presentato recentemente al Torino Film Festival. Si tratta di uno spot in formato lungometraggio, una sfacciata propaganda all’energia nucleare come “energia pulita” del passato, del presente e del futuro in cui la parte dei cattivi la fanno i petrolieri che, per rapacità, hanno osteggiato il giusto affermarsi del nucleare civile, innocuo, secondo Stone, a tutti gli effetti. Nemmeno lo smaltimento dei rifiuti nucleari è un problema – anzi, poco ci manca che le scorie radioattive siano addirittura un’opportunità. Abbiamo timore che, in questa brutta confusione, il partito del nucleare si consolidi e che, nel frattempo, le nostre città, i nostri campi, il nostro territorio continuino ad essere inquinati per smania di profitto. E che Nuclear now non sia che il preludio a Apocalypse now.


Colorare il Canal Grande non è reato

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Le manifestazioni nonviolente dei giovani attivisti di Fridays for Future, Extinction Rebellion, Ultima Generazione e altri gruppi e associazioni che si battono per la giustizia climatica si susseguono in tutta Italia. La disillusione e la rabbia crescono parallelamente all’incapacità dei governi di affrontare le cause della crisi climatica e di fronte alla sempre più evidente capacità della lobby dei combustibili fossili di prendere in ostaggio le COP, le conferenze internazionali che dovrebbero portare ad accordi vincolanti per la decarbonizzazione dell’economia. Dopo una COP in Egitto e una negli Emirati Arabi Uniti, la prossima si terrà in Azerbaijan: tre paesi con fortissimi interessi nel settore petrolifero e con enormi problemi di libertà di espressione del dissenso, nei quali è stato e sarà impossibile fare arrivare la voce della società civile come è accaduto l’ultima volta a Glasgow.

Se la partecipazione degli attivisti climatici ai negoziati internazionali è sempre più compromessa a favore dei lobbisti delle società petrolifere, non meno seria è la situazione degli attivisti che portano avanti proteste pacifiche e nonviolente nel nostro Paese.

Sono sempre di più gli episodi nei quali manifestazioni nonviolente e pacifiche a favore del clima vengono represse in modo sproporzionato dalle forze dell’ordine, utilizzando norme pensate per combattere la criminalità organizzata e i criminali violenti. Nel corso delle ultime due settimane abbiamo visto l’arresto di dodici attivisti di Ultima Generazione per un blocco stradale, fogli di via per un periodo di quattro anni ad attivisti di Extinction Rebellion per aver calato uno striscione e versato un colorante innocuo nel Canal Grande a Venezia e denunce per vari reati di attivisti di Fridays for Future per aver calato uno striscione durante un convegno dell’industria bellica a Torino. Non solo: l’utilizzo di decine, talvolta oltre cento agenti per controllare queste manifestazioni è del tutto spropositato rispetto ai rischi che esse rappresentano e stupisce particolarmente in un contesto nel quale le forze dell’ordine lamentano carenze di personale che impedirebbero loro di intervenire su situazioni ben più critiche, soprattutto nelle periferie, lasciando così spazio alla speculazione politica delle destre estreme quando non alle ronde di cittadini.

Alle denunce nei confronti degli attivisti ambientali hanno sinora fatto seguito archiviazioni e annullamenti dei provvedimenti amministrativi e tuttavia è chiaro l’intento di intimidire i giovani e di ridurre la loro volontà di continuare a manifestare anche a causa delle spese legali che si devono accollare.

Manifestare pacificamente in modo nonviolento è un diritto tutelato dalla Costituzione che deve essere garantito a chiunque: a maggior ragione ai giovani che non hanno altro modo per far sentire la propria voce. Per affermare questo diritto oltre 100 intellettuali hanno sottoscritto una lettera aperta ai vertici delle istituzioni nella quale si denuncia la costante restrizione degli spazi di libertà per gli attivisti climatici. L’iniziativa, nata a Torino e diffusasi rapidamente a livello nazionale è ora una petizione aperta alle sottoscrizioni online (https://www.change.org/p/in-difesa-della-libert%C3%A0-di-manifestazione-degli-attivisti-per-il-clima?redirect=false ).


La biblioteca dell’ambientalista

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Quali sono i grandi testi che hanno formato la sensibilità ecologista e che non possono mancare nella biblioteca di un buon ambientalista?

La biblioteca essenziale dell’ambientalismo, se volgiamo l’attenzione alle origini in termini filosofici e letterari potrebbe cominciare da Talete e dal suo Sulla natura. E poi ci starebbe bene, ad esempio, il Virgilio delle Georgiche. Ma mutando da natura ad ambiente e dunque superando i riferimenti ai presocratici, ai romantici e al Rinascimento, ecco giungere l’imprescindibile figura di Darwin con la sua teoria evoluzionistica. Tra i suoi scritti non può mancare, negli scaffali dell’ambientalista, Viaggio di un naturalista intorno al mondo.

La natura selvaggia è cantata dai fondatori dell’Idea americana di wilderness e dunque dobbiamo accogliere il profeta Henry David Thoreau e il suo straordinario Walden. Ovvero la vita nei boschi. Associato a lui emerge la figura di John Muir, altro classico della letteratura d’ambiente e promotore convinto e tenace della necessità di creare quella grande rete di natura protetta che sono oggi i parchi nazionali americani: La mia prima estate sulla Sierra e Le montagne mi chiamano. Meditazioni sulla natura selvaggia meritano di essere lette, insieme a Pensare come una montagna. A Sand Couty Almanac dell’autore che viene considerato il terzo filosofo dell’armonia con la natura, Aldo Leopold, non può che essere messo, nello scaffale, a fianco dei volumi precedenti.

Se vogliamo però essere davvero attenti alla letteratura che ha influenzato il lungo percorso che dal naturalismo ha condotto all’ambientalismo e poi all’ecologismo, dobbiamo andare alle origini dove sta, di diritto, quel Carlo Linneo che con la sua necessità di dare un nome a ogni cosa apre la strada alla classificazione delle specie. «Dio ha creato, Linneo ha organizzato» si diceva, scherzosamente, all’epoca. Del grande scienziato tedesco inseriamo Systaema Naturae, quello, per intenderci, che distingue regno minerale, vegetale e animale. A lui non possiamo che avvicinare il conterraneo Alexaner Von Humbold, pioniere delle scienze fisiche e naturali, inventore delle geografia moderna. Il suo Viaggio nelle regioni equinoziali del Nuovo Continente deve esserci.

Fino a questo punto siamo rimasti nella fase antecedente il passaggio dal naturalismo all’ecologia il cui concetto fu messo a punto da Ernst Haekel di cui dunque non possiamo dimenticare Morfologia generale degli organismi (1866) dove ne viene messa in risalto la stretta correlazione e l’equilibrio della natura fatto di modifiche, adattamenti, interdipendenze, da cui il concetto di ecologia e di ecosistema. A perfezionare i metodi di ricerca in ecologia ci penserà Frederic Edward Clements, oggi spesso dimenticato. Ma il suo contributo all’avanzamento degli studi in ecologia resta fondamentale rappresentando l’anello di congiunzione tra la tassonomia, la descrizione geobotanica e la moderna scienza ecologica. Medodi di ricerca in Ecologia (1905) è riferimento essenziale per la bioecologia cui la nostra biblioteca ideale deve fare spazio. Un altro concetto fondamentale introdotto nel percorso dal naturalismo all’ecologismo è senza dubbio quello di biosfera – «la regione unica della crosta terrestre occupata dalla vita» – nato nel 1929 dai lavori del russo Wladimir Vernadsky di cui inseriamo di diritto nello scaffale La Biosfera e la noosfera. A inizio Novecento iniziano anche le prime riflessioni sul ruolo della nostra specie nella biosfera e antesignano in questo settore fu certamente Jacob von Uexküll il cui saggio Mondi animali e mondo umano (1909) non può essere lasciato fuori dall’elenco dei testo fondanti del pensiero ecologico.

Siamo così arrivati a quello che viene considerato il padre dell’ecologia moderna. Quanti di noi hanno appreso i fondamenti della nuova scienza ecologica sui testi di Eugene Pleasants Odum? Fu peraltro lui il primo a trasformarsi da ecologo in ecologista con l’impegno, sul finire degli anni Sessanta, per la tutela delle zone umide costiere della Georgia e l’avvertimento lanciato, sin dal 1946, sul pericolo per l’uomo e per l’ambiente rappresentato dai pesticidi impiegati in agricoltura. Dunque nella libreria ideale dell’ambientalista Fondamenti di ecologia (1953) ed Ecologia. Un ponte tra scienza e società (1975) stanno tra i capisaldi.

In Italia i primi segnali arrivano dai precursori, Alessandro Ghigi con La natura e l’uomo e Valerio Giacomini con Perché l’ecologia. Il primo insigne zoologo e Rettore dell’Università di Bologna, il secondo botanico (sua l’introduzione in Italia della fitosociologia) ed ecologo con cattedre a Palermo e a Roma, Presidente della Pro Natura Italica prima associazione ambientalista d’Italia.

L’allarme di Odum sul pericolo pesticidi introduce a una nuova fase dell’ambientalismo, quella caratterizzata dall’impegno contro l’inquinamento e la crisi ecologica planetaria, che si sviluppa a partire dagli anni Settanta. A tal proposito uno spazio di primo piano nel Pantheon dell’eco-lettore spetta certamente a Rachel Carson con La primavera silenziosa (1962), dedicato proprio ai devastanti effetti della diffusione dei fitofarmaci (DDT in testa) in agricoltura e non solo, sostenuta dalle multinazionali delle chimica. Il saggio ebbe un effetto dirompente portando i temi ambientali all’attenzione dell’intera società mondiale, rappresentando così una di quelle opere capaci di cambiare il corso della storia. Rappresenta una pietra miliare nei riferimenti di chi si riconosce nell’impegno ambientalista e ancor oggi, a distanza di sessant’anni dalla sua pubblicazione, continua a essere testo imprescindibile.

E lo sono stati, da allora, molti autori statunitensi che hanno segnato la “primavera dell’ecologia”, l’epoca dell’informazione e sensibilizzazione sui tempi ecologici proveniente appunto, per la gran parte, dagli Stati Uniti. Un nome che non può certo mancare è Barry Commoner, da Il cerchio da chiudere, anticipatore della prospettiva dell’economia circolare, fino a Fare pace col pianeta. Accanto a lui l’ornitologo francese Jean Dorst che con Prima che la natura muoia lanciò il primo allarme sulla perdita di biodiversità, e Gordon Rattray Taylor con La società suicida che puntò il dito soprattutto sulle conseguenze della crescita esponenziale della popolazione mondiale.

Intanto le Nazioni Unite indicono la prima Conferenza internazionale sull’ambiente a Stoccolma per il 1972.

Imprescindibile, nella nostra Biblioteca ideale, il rapporto di Barbara Ward e Renè Dubois Una sola Terra, che fu il documento base di quell’incontro; come il rapporto che il Club di Roma, presieduto da Auelio Peccei, commissionato al Massachusset Institute of Technology, I limiti della crescita (in italiano tradotto con l’equivoco “dello sviluppo”) che, da origini indipendenti, non risultò indifferente alla discussione dei lavori di Stoccolma. La Conferenza palesò una spaccatura tra i paesi industrializzati che stavano prendendo coscienza delle devastazioni indotte dal loro sistema di sviluppo e il cosiddetto Terzo mondo (ipocritamente denominato “Paesi in via di sviluppo”) che si rifiutava di non seguire le stesse (nefaste) direttrici dello sviluppo attuate nel Nord del mondo, per garantire equilibrio ecologico al Pianeta.

La reazione critica alla prospettiva sostenuta dai Paesi più industrializzati trova la sua rappresentazione nel saggio di Dario Paccino L’imbroglio ecologico, prima voce di dissenso a una impostazione tutta interna al sistema che la crisi ecologica sta mettendo in crisi. Anche questo testo, per la sua capacità dirompente entra di diritto nella nostra biblioteca, per meriti storici e di sostanza che lo rendono attuale anche oggi. In fondo le tesi di Peccei e di Paccino, da visoni politiche diametralmente opposte, arrivano alle stesse conclusioni. Peccato che né l’una né l’altra siano state prese in considerazione.

Nel contesto di quell’intenso pubblicare saggistica legata all’emergenza ambientale, nella biblioteca che stiamo costruendo non può mancare un saggio che indica possibili soluzioni di futuro. Inseriamo in scaffale André Gorz con Sette tesi per cambiare la vita. Raccolgono l’allarme della pubblicistica che arriva dagli States, alcuni esponenti italiani a cominciare da Giorgio Nebba che ne redigerà una serie di introduzioni e curerà i premonitori saggi di Edward Goldsmith e Robert Allen La morte ecologica e L’utopia o la morte di René Dumont che conferivano dimensioni globali alla crisi ecologica. Di Nebbia consegniamo alla nostra biblioteca Le merci e i valori. Per una critica ecologica al Capitalismo e La società dei rifiuti.

Per chi fosse interessato alla storia del movimento ecologista – la raccomandiamo ai ragazzi di Fridays for future e di Extinction Rebellion – aggiungiamo La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni. La vasta produzione – autentico corso di formazione – di Giorgio Nebbia sulle questioni ambientali la si può trovare, interamente digitalizzata, sul meritevole sito della Fondazione Micheletti di Brescia.

Tra le prime penne impegnate in campo ecologico in Italia troviamo, poi, Alfredo Todisco di cui scegliamo il Breviario di ecologia, vero e proprio catalogo dei problemi e delle crisi ambientali che si stanno affacciando minacciose e sottovalutate. Ancora di quei primi anni Settanta che proprio Giorgio Nebbia definì “la primavera dell’ecologia” bisogna infilare nei nostri scaffali Pierre Aguerre con Guida all’ecologia ed Edouard Bonnefous con Dossier completo sull’ecologia nel mondo.

Laura Conti, studiosa e ambientalista ha lasciato numerosi saggi e alcuni romanzi. Tra i saggi mettiamo nella nostra biblioteca dell’ambientalista, Visto da Seveso, Che cos’è l’ecologia. Capitale, lavoro e ambiente e Questo pianeta. Ma come non aggiungere, per i più piccoli, il racconto per l’infanzia Una lepre con la faccia da bambina? Testo che non possiamo trascurare è quello di Enrico Tiezzi Tempi storici e tempi biologici mentre più strettamente orientati sui temi della gestione del territorio, dall’urbanistica alla pianificazione, alla difesa dei centri storici, sono i lavori di Antonio Cederna, I vandali in casa e La distruzione della natura in Italia; di Giorgio Bassani Italia da salvare; di Bernardo Rossi Doria L’uomo e l’uso del territorio; di Pierluigi Cervellati, La città post industriale, La nuova cultura delle città, La città bella: il recupero dell’ambente urbano. Di Mario Fazio, giornalista de La Stampa e poi Presidente di Italia Nostra vanno inseriti, nella nostra Biblioeca, I destini dei centri storici e, per il suo impegno nel dibattito sulla scelta energetica nucleare imboccata con il Piano energetico nazionale, L’inganno nucleare.

La formazione del movimento ecologista si è altresì nutrita di testi non ricollegabili in senso stretto al tema ambientale, ma a una visione e a una dimensione sociologica e filosofica che ha delineato ipotesi di futuro della società in indispensabile armonia con l’ambiente e di timbro olistico, da Ivan Illich a Ernst Friedrich Schumacher; da Erich Fromm a Bill Devall e George Sessions fino alle teorie della decrescita felice ben sintetizzate, recentemente, da Serge Latouche.

La Biblioteca dell’ambientalista sancisce la presenza di un progetto basato su solide radici, non solo ideali, capaci di una concretezza di prospettive senza le quali sarà difficile affrontare un futuro che si prospetta denso di incognite che nascono dal fatto di avere sempre evitato e procrastinato le misure efficaci per tornare a vivere in armonia con l’ambiente naturale di cui siamo parte.