Osservatorio settimanale

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CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 5

Finalmente, nella Sala del tribunale dove da cinque settimane si celebra il processo contro l’indipendentismo catalano, arriva la testimonianza più attesa, anche se rimasta incerta fino all’ultimo: quella del major Josep Lluís Trapero che, nell’autunno del 2017, era il capo dei Mossos d’Esquadra. Incerta, perché Trapero è indagato per ribellione presso l’Audiencia Nacional e aveva quindi diritto a non deporre. Attesa, perché nei giorni precedenti il suo nome era stato pronunciato ripetutamente in quella Sala, indicando la polizia catalana come ovvia alleata dell’indipendentismo per il sovvertimento violento dell’ordine costituzionale.

Trapero non parla come complice dell’indipendentismo, di cui «non condividevamo il progetto», ma come capo dei Mossos, deciso a difendere il buon nome del suo corpo di polizia. E la sua testimonianza è già parte della difesa per l’altro processo che lo vedrà imputato.

Con un eloquio diretto e rigoroso Trapero ricostruisce con precisione ogni momento, smentisce il teorema dell’aquiescenza dei Mossos e del loro allineamento alla Generalitat, come era stato enunciato la settimana precedente dai vertici delle polizie spagnole e del Ministero degli interni dell’epoca. E perciò smonta il teorema della ribellione proposto dall’accusa, perché la polizia catalana ne è uno degli assi a sostanziarlo. Lo fa con la stessa autorevolezza e semplicità che mostrava nelle conferenze stampa dell’agosto 2017, dopo le stragi jihaidiste sulla Rambla e a Cambrils, di cui riuscì a sgominare il commando in appena tre giorni.

«Noi garantivamo un nostro cordone davanti a quello dei volontari dell’Assemblea Nacional Catalana che ci separava dai manifestanti per far passare la secretaria judicial e consideravamo questa una soluzione sicura, altrimenti non l’avremmo proposta», sostiene in relazione alla manifestazione del 20 settembre davanti al Dipartimento d’Economia e all’abbandono dell’edificio da parte della delegata del giudice. Se poi si scelse di passare per la terrazza, fu perché sembrò che il lavoro della polizia giudiziaria all’interno del Dipartimento sarebbe andato per le lunghe e il cordone di polizia cominciò a sciogliersi: quella della terrazza, quindi, fu l’alternativa scelta per non perdere tempo a riorganizzarlo. Di quel giorno, come unici atti di violenza «apprendo del lancio di una bottiglia a due nostri agenti e di un gruppetto di persone, attorno alle 22, che si mise per un tratto davanti ai volontari dell’Assemblea per impedirci di formare il nostro cordone e il lancio di qualche oggetto, qualche spintone. Oltre ai veicoli danneggiati».

«Non condividevo la scelta di Pérez de los Cobos come coordinatore delle tre polizie, perché era un politico e non un operativo – ammette in relazione al dispositivo della polizia sotto mandato giudiziario per impedire il referendum –. Ma cosa molto differente sarebbe stata non rispettare gli ordini del giudice e questo non accadde mai». L’1 di ottobre i Mossos impegnarono 7850 effettivi: «Facemmo il massimo sforzo possibile e rispettammo l’ordine giudiziario. Furono chiusi 134 collegi e altri 250 non aprirono. Furono requisite 432 urne e 90.000 schede elettorali».

Quando il pubblico ministero gli contesta l’inefficacia del piano d’intervento dei Mossos, Trapero gli risponde ficcante, senza però mai perdere la calma: «Il nostro dispositivo era all’interno di un quadro congiunto, di cui una parte era a carico dei Mossos e l’altra era di pertinenza delle altre polizie. Ma l’1 di ottobre ci accorgemmo che qualcuno aveva deciso di rompere quel coordinamento per ragioni sconosciute».

Trapero sostiene di aver preferito che si andassero a visitare gli oltre 2200 collegi con una coppia di Mossos, piuttosto che concentrarsi tutti in un centinaio di centri, perché «non è che i Mossos non abbiano la facoltà dell’uso della forza, ma ce l’hanno solo per respingere gli attacchi alla polizia o a una terza persona. Facciamo attenzione a utilizzarla. De los Cobos mi disse che la salvaguardia della convivenza non poteva essere una scusa e a me sembrò offensivo».

«Alcune dichiarazioni del consigliere degli Interni Forn sul referendum, in cui ritengo ci fosse un po’ di irresponsabilità, non vennero ben accolte all’interno dei Mossos. Ma Forn era una persona discreta nei nostri confronti e fu sempre chiara la separazione tra la sua linea politica e il funzionamento del corpo di polizia». Spiega così il rapporto tra polizia catalana e govern. «In una riunione con Puigdemont, Junqueras e Forn espressi chiaramente la preoccupazione che una situazione con due milioni di persone e 15.000 poliziotti avrebbe favorito gravi conflitti, allertai sull’esistenza di gruppi radicali con una possibile attitudine diversa dalla resistenza passiva e dissi che avremmo rispettato la legge e la Costituzione». Dal Governo ci risposero: «Fate il lavoro che dovete fare». Infine, rivela: «Il 27 ottobre, dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, misi i Mossos a disposizione degli organi della giustizia. Avevamo già un piano definito per arrestare il president e i consellers se ce lo avessero ordinato». Ed è una rivelazione che fa scalpore.

Difficile, sulla base di questa testimonianza, ritenere che ci furono ribellione e sedizione.

E difficile sta diventando per l’accusa anche dimostrare la malversazione. Nelle giornate precedenti, infatti, è stata la volta di imprenditori e funzionari della Generalitat. Non c’è nessuna fattura a dimostrare l’uso di fondi pubblici per finanziare il referendum, né le procedure interne alla pubblica amministrazione lasciano spazio per il pagamento di qualcosa che non si sia precedentemente impegnato. Neppure si ebbero spese per il pagamento di osservatori elettorali che non ci furono. In Catalunya arrivarono solo alcuni deputati di altri Paesi interessati a cosa stava accadendo, come era già successo in altre occasioni (spiega Albert Royo, allora segretario generale di Diplocat, un consorzio di 39 soggetti pubblici e privati per la promozione della Catalunya all’estero), in un’iniziativa di diplomazia pubblica.

About Elena Marisol Brandolini

Elena Marisol Brandolini, giornalista, è italiana per nascita e formazione e spagnola per parte di madre. Laureata in Economia ha conseguito un dottorato in Relazioni Internazionali. Ha collaborato con “Il Fatto Quotidiano” e scrive attualmente per “Il Messaggero”.

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