Osservatorio settimanale

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CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 14

Quattordicesima settimana del processo all’indipendentismo catalano, piena di argomenti e attori diversi senza un centro preciso. In appena due giorni, per lasciare spazio alle feste madrilene di San Isidro, sfilano davanti alla Corte votanti del referendum dell’1 ottobre, volontari dell’Assemblea Nacional Catalana, avvocati volontari per il referendum, politici, sindacalisti, intellettuali, funzionari della Generalitat, ex-componenti della presidenza del Parlamento catalano.

Le deposizioni interessano tutti i delitti contestati, dalla ribellione per la celebrazione del referendum alla distrazione di fondi pubblici per finanziarlo. Risaltano due elementi di fondo: il primo è l’evidenza del pluralismo che permea il movimento catalano per il dirittto a decidere; il secondo è l’atteggiamento del tribunale nei confronti dei testi della difesa cui gli avvocati reagiscono denunciando l’impedimento dell’esercizio dei loro diritti. Il presidente Manuel Marchena, infatti, interrompe continuamente le testimonianze portate dalla difesa, taccia d’impertinenza le domande degli avvocati difensori che sono state permesse all’accusa nelle sessioni precedenti, fino a sbottare con un “Mucho mejor!”, quando uno degli avvocati rinuncia, per protesta, a continuare l’interrogatorio della filosofa Marina Garcés, sua testimone.

I testimoni che votarono per il referendum in diversi centri della Catalogna raccontano la violenza della polizia spagnola sulla popolazione ai seggi. «Io pensavo che il diritto di voto non me lo possono proibire», perciò Santiago, di professione meccanico, andò al collegio di Sant Antoni a Barcellona a votare. «Stavamo mangiando della pasta quando arrivarono gli agenti della Policía Nacional. Ci circondarono facendo una muraglia – quella sì che era una muraglia – e cominciarono a menarci». Esther è una disegnatora grafica, l’1 ottobre andò a votare nella scuola di Barcellona Pau Claris, uno dei seggi in cui più violenta fu l’irruzione della polizia spagnola: «C’era molta gente per le scale e nel cortile della scuola, l’ambiente era festoso. Quando gli agenti cominciarono a salire sulle scale dove io mi trovavo, cominciarono a tirare giù da lì le persone con violenza senza dire nulla. Quell’assenza di parola era la cosa che più mi fece effetto. Cominciarono a buttare le persone giù per le scale, mi presero per una gamba e mi lanciarono. C’era la volontà di fare male», racconta con un filo di voce. Jordi Pesarrodona è un attore clown, dell’associazione “Pagliacci senza frontiere”, investigato per disobbedienza, assessore nel Comune di Sant Joan de Vilatorrada. Il 20 settembre si trovava in Via Laietana davanti alla Consiglieria degli Esteri e come normalmente fanno quelli della sua associazione nelle diverse proteste, «mi misi il naso da pagliaccio davanti agli agenti della Guardia Civil per sdrammatizzare la situazione». «Il 1 ottobre andai a votare nel mio collegio di Vilatorrada – continua –. Non lo dimenticherò in tutta la vita, arrivarono 10 furgoni della Guardia Civil e seppi che si ricordavano di quel 20 di settembre». La polizia infatti si diresse a lui chiamandolo “famosito”. «Vennero da noi, ma ricordo solo che mi spinsero per le spalle, mi trascinarono per terra, mi colpirono per quattro volte nella zona testicolare, il primo colpo fu molto forte. Altre persone risultarono contuse». Il sindaco di Cellús nel Bages, Joan Badia, racconta di quando gli agenti della Guardia Civil arrivarono nel suo paese l’1 ottobre e lui si fece loro incontro chiedendo l’ordine di perquisizione del centro. «Il comandante della polizia mi disse che aveva solo istruzioni orali e gli risposi che non era sufficiente. Si girò e se ne andò, allora un agente mi colpì con lo scudo facendomi cadere in terra. La Guardia Civil stava attaccando i miei concittadini. La gente era silenziosa, attuava una resistenza passiva». In quel seggio ci furono oltre 15 feriti tra i votanti, su denuncia di 9 di questi è stata aperta un’istruttoria presso il Tribunale di Manresa.

Il Collegio di avvocati di Manresa aveva organizzato per l’1 ottobre un servizio di volontari per orientare giuridicamente le persone che erano ai seggi. Alcuni di loro sono chiamati a testimoniare dalla difesa. L’avvocata Mercè Torras racconta: «A Fonollosa, quel giorno, arrivò un contingente della Guardia Civil di 80-100 agenti, noi eravamo una sessantina di persone al seggio. Non ci fu alcuna richiesta da parte loro. In due minuti cominciarono la carica, la sproporzione era evidente, ci sloggiarono in maniera violenta».

Diversi, in questa sessione del processo, sono gli alti funzionari della Generalitat sentiti come testimoni: del gabinetto giuridico, della contrattazione, dei dipartimenti della Giustizia, delle Infrastrutture, dell’Educazione. Sono interrogati sul possibile uso di risorse pubbliche per finanziare il referendum e sugli obblighi della presidenza del Parlamento catalano. «In un procedimento di contrattazione standard intervengono molti uffici e perciò molto personale, almeno 15 persone, il tempo medio di perfezionamento di un contratto di acquisto è di 5-6 mesi», riferisce Mercè Corretja, direttora generale della Contrattazione pubbica della Generalitat. «Tutto il procedimento si realizza elettronicamente, perciò non è possibile andare avanti se non viene conclusa la fase precedente e tutto è registrato», risponde, escludendo perciò che siano possibili nell’amministrazione pubblica affidamenti e impegni di spese non contabilizzati e realizzati in poche settimane. Francesc Esteve, direttore del gabinetto giuridico della Generalitat, conferma che la pubblicità fatta passare nei giorni precedenti il referendum sui mezzi radiotelevisi pubblici era «nel quadro del contratto gratuito di annunci pubblicitari della Generalitat» con la Corporazione dei Mezzi Audiovisisvi.

Pere Sol, ex-segretario generale del Parlamento catalano, conferma quanto sostenuto dalla difesa dell’ex-presidente Carme Forcadell: «Per quanto riguarda l’ammissione alla discussione parlamentare delle proposte dei Gruppi, l’intervento della presidenza è solo sull’analisi dei requisiti dettati dal regolamento parlamentare. Relativamente al voto sulle risoluzioni, la presidenza deve valutarne la congruenza con il dibattito proposto». È quanto ribadiscono Lluís Corominas e Anna Simó, rispettivamente vicepresidente e prima segretaria della presidenza del Parlament quando Forcadell ne era la presidente. Entrambi, pur avendo condiviso ogni scelta fatta da Forcadell nella presidenza in quell’autunno del 2017, sono imputati presso il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya, accusati del solo delitto di disobbedienza.

Tra i testimoni, il segretario genrale di UGT Pepe Álvarez, il segretario dell’omologo sindacato catalano Camil Ros e il portavoce della piattaforma Escoles Obertes, Ramon Font, che, nel fine settimana precedente l’1 di ottobre, fece un appello per organizzare iniziative ludico-festose nelle scuole per difendere i seggi e consentire il referendum.

«Non ci fu un’entrata nella sede perché la polizia non aveva il mandato del giudice, ma lì si stava producendo un attentato contro i diritti della CUP come partito politico», afferma l’ex-deputata al Parlament della Candidatura d’Unitat Popular Mireia Boya, raccontando il tentativo della polizia spagnola di entrare nella sede del suo partito in quel 20 di settembre. «C’erano un 3000 persone, ma sempre operammo perché non ci fosse nessun tipo di incidente, secondo i precetti della disobbedienza attiva non violenta». Le fa eco Jaume Asens, avvocato, uno dei vicesindaci di Barcellona, eletto deputato al Parlamento spagnolo lo scorso 28 aprile nella lista dei Comuns-Podemos: «Il 20 settembre facemmo una riunione d’urgenza come governo di Barcellona e chiamammo i cittadini a mobilitarsi». «Non facciamo parte dell’associazione dei municipi per l’indipendenza, ma arrivammo a un accordo con la Generalitat per partecipare all’1 di ottobre. Per noi si trattava di una mobilitazione con forma di referendum». Dopo le cariche della polizia «creammo un servizio di assistenza come Comune, mettemmo insieme le prove e organizzammo 300 persone tra i feriti, presentandoci come accusa popolare presso il Tribunale 7 di Barcellona».

About Elena Marisol Brandolini

Elena Marisol Brandolini, giornalista, è italiana per nascita e formazione e spagnola per parte di madre. Laureata in Economia ha conseguito un dottorato in Relazioni Internazionali. Ha collaborato con “Il Fatto Quotidiano” e scrive attualmente per “Il Messaggero”.

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