“Tutti i nomi” che abbiamo: l’ordine e il caos

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La trama in sintesi: Il Signor José (protagonista di “Tutti i nomi”, romanzo di José Saramago del 1997) è impiegato presso la Conservatoria Generale dell’Anagrafe. Il suo unico svago è quello di collezionare notizie su persone famose ritagliate dai giornali. Una notte, tuttavia, decide di verificare quei dati tra i polverosi archivi della Conservatoria. Ma tra le varie pratiche si intrufola la scheda di una donna sconosciuta, che, da quel momento, diventa lo scopo della sua ricerca.

Estratto del testo: «Il conservatore si alzò […]. C’è ancora un’ultima questione da risolvere, Quale, signore, Nella pratica della sua donna sconosciuta manca il certificato di morte, Non sono riuscito a trovarlo, […] Finché non lo troverà quella donna non sarà morta, Sarà morta anche se lo troverò, A meno che non lo distrugga, disse il conservatore. Voltò le spalle dopo queste parole […]. Il Signor José entrò in Conservatoria, si avvicinò alla scrivania del capo, aprì il cassetto dove l’aspettavano la torcia e il filo di Arianna. Si legò un capo del filo alla caviglia e avanzò nell’oscurità».

 

Giada: Tutti i nomi, ovvero: i nomi di tutti mescolati insieme nell’archivio di una Conservatoria in una storia nella quale finisce per cedere anche l’ultima frontiera, quella che separa i vivi dai morti. Una frontiera da noi spesso taciuta, rimossa, dissimulata anche nel discorso pubblico – che da tempo preferisce concentrarsi su confini più terreni e redditizi nella ricerca del consenso. Dice l’esergo del libro: “Conosci il nome che ti hanno dato, non conosci il nome che hai”. E la vita del Signor José cambia – o addirittura comincia – nel momento in cui quest’uomo si mette in cerca di una sconosciuta (morta suicida, ma questo all’inizio lui non lo sa) sfidando il confine che non ha mai oltrepassato, rompendo regole su cui non si è mai interrogato, abbandonando l’ordine che lo ha protetto fino ad allora e sprofondandosi nel caos.

Marica: È una sorta di innamoramento, quello di José. Per questa donna che irrompe nella sua vita ordinaria un giorno qualsiasi, sotto forma di scheda anagrafica rimasta incollata a quelle delle persone famose che l’uomo colleziona: un innocuo “vizio” segreto con cui riempire un privato fin troppo asciutto. Ne ha tutte le caratteristiche: la casualità dell’incontro, l’inspiegabile colpo di fulmine, l’urgenza ardente della fuoriuscita da sé, la cifra (leopardiana) di “pensiero dominante”. La perdita del controllo, il confronto con il mistero dell’Altro. La donna si suicida nel mentre, ignara di questa ricerca. Perché? Non si sa. L’avrebbe potuta salvare? Forse. E forse non importa, perché ciò che conta è che il Signor José diventa, da marchingegno, uomo, soggetto.

Giada: E così facendo compie la rivoluzione: abbandona la sua collezione di nomi famosi per cercare una sconosciuta, dal noto si inoltra nell’ignoto, e tutto questo senza un motivo logicamente nitido e squadrato. È il Signor José a prendere la decisione o è la decisione a prendere lui? Ognuno risponda come vuole, se vuole e se ci riesce. Quello che conta è porre la domanda, rimettere in discussione un confine che sembrava chiaramente tracciato, comunque sia stato tracciato, fra volontà individuale, caos, destino, Dio. Fra vivi e morti. In una vita che è «una vigna posta fra il nulla e il nulla» tutto diventa possibile, anche annullare l’estinzione di qualcuno distruggendo il suo certificato di morte.

Marica: Tutti i nomi è un libro profondamente esistenzialista: un’interrogazione, appunto, sul senso della vita. Che si sviluppa attorno al conflitto tra ordine e caos, ragione e non sense. Il Signor José è un concentrato di ansia e ossessioni – fa decisamente sua questa dimensione della contemporaneità –, tanto da perdere spesso di vista il buon senso di uno sguardo d’insieme. La spinta all’azione si scontra con il disperato tentativo di controllo, di calcolo delle eventualità e conseguenze, che però risulta fallimentare sia perché la ristrettezza del pensiero ossessivo lo induce a errori clamorosi, sia perché non può annullare l’arbitrarietà delle logiche altrui (per esempio, il pastore che scambia i numeri identificativi delle tombe). «Fiducioso che il resto del mondo si serva del proprio spirito in maniera deduttiva come lui, il Signor José decise di lasciare la finestra aperta».

Giada: Lasciare la finestra aperta – un ottimo suggerimento per il tempo che, come collettività e a livello non solo nazionale, stiamo attraversando (o meglio: nel quale siamo impaniati). Aprire la finestra, alzare la testa, guardare non solo avanti ma anche intorno a sé. Alla fine della sua vicenda, che è poi in effetti soltanto la fine del libro, il Signor José riprende la propria esplorazione con un filo legato intorno alla caviglia: con cautela ma senza paura, seguendo una necessità e un desiderio di conoscenza che inevitabilmente lo spingono oltre i propri limiti, squadernando quello che sembrava certificato una volta per sempre (non si sa bene da chi). Il Signor José è un rivoluzionario che non ha bisogno di idoli né di forconi. Va avanti sulle proprie gambe a volte malferme, inciampa e cade, ma senza stampelle, e prendendo su di sé la responsabilità di essere libero. Mi vengono in mente le parole di un regista tedesco che nel 1974 attraversò a piedi città, paesi, boschi e terre desolate da Monaco a Parigi per andare a visitare una sua amica molto malata. Un viaggio faticoso, incerto, solitario, insensato… Apra la finestra, disse Herzog infine all’amica, da qualche giorno io so volare.

Marica: Dalla solitudine alla libertà, che non sono affatto sinonimi. Il percorso coraggioso in solitaria per uscire dall’isolamento. E questo è un altro, enorme nodo da sbrogliare della contemporaneità: un’erronea interpretazione dell’emancipazione che ci ha resi soli. «La solitudine, Signor José, dichiarò solennemente il conservatore, non è mai stata una buona compagnia, le grandi tristezze, le grandi tentazioni e i grandi errori sono quasi sempre il risultato dell’essere soli nella vita». La solitudine sostanziale – quella che sussiste anche in mezzo agli altri (se, appunto, è “in mezzo” e non “insieme”) – porta all’egocentrismo, a quel pensiero angusto che dicevo. L’interpretazione del mondo da parte di José parte prepotentemente in soggettiva. Non solo attribuisce agli altri il proprio modo di ragionare, in un analogismo troppo stretto e consequenziale, ma anche il suo (auto)confinamento inziale in una vita ai minimi termini presuppone una concezione egocentrica di “destino”. E invece, a proposito della sua abitazione all’interno della Conservatoria, «non si trattava né di castigo né di premio, ché il Signor José non li meritava certo, né l’uno né l’altro, gli si è permesso di continuare a vivere in quella casa, nient’altro». È La storia di Montale, che «non giustifica / e non deplora […] è a corto / di notizie, non compie tutte le sue vendette».

Giada: E la vita non è una linea retta, né quella più breve – infatti il Signor José si muove nella Conservatoria con il suo filo di Arianna lungo cento metri. Avanza tra montagne di carte, pile di moduli, pareti coperte di faldoni vecchi e sporchi, e a ogni passo rischia di smarrire la strada, o ripercorrere più volte quella già fatta. Come noi, come tutti – è la vita. Il buio è ovunque, i mormorii delle carte potrebbero essere sussurri di voci. Ma neanche questo basta a fermare il Signor José, perché il Signor José non ha più paura. È la foglia che si stacca dall’albero, il pesce di Montale che trova lo strappo nella rete dalla quale si è sempre sentito protetto; ma non fugge. Si affaccia fuori e poi, timidamente, esce alla scoperta delle buche e dei sottopassaggi lasciati dalla Storia.

Marica: Ha trovato il senso, non della Storia ma del suo esserci, nel viverla comunque, nel tentare un percorso nonostante, nell’inesausto interrogare i confini del possibile. Nella scommessa, non più quella pascaliana in un ordine superiore ma una più terrena e prossima, dove «il vero significato all’incontro lo dà la ricerca e bisogna camminare a lungo per raggiungere quello che sta vicino». La vita stessa, appunto, vissuta come fa lo scoiattolo di Hikmet, «senza aspettarsi nulla dal di fuori o nell’al di là» e che va «presa sul serio / ma sul serio a tal punto / che […] non crederai alla morte / pur temendola, / e la vita peserà di più sulla bilancia».

Giada Ceri

Giada Ceri, autrice, lavora con le parole in vari ambiti: sociale (prevalentemente penitenziario), editoriale, educativo. Il suo ultimo libro è un reportage narrativo sul carcere.

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Marica Romolini

Marica Romolini, nata nel 1982, italianista. Ha scritto saggi sulla poesia italiana del Novecento (in particolare, Montale), lavora per una Fondazione Culturale e come libera professionista nell'ambito della comunicazione e progettando laboratori creativi.

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