“La Lotteria”: quando le vittime si estraggono a sorte

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La trama in sintesi:
È un luminoso mattino di giugno e in un villaggio del New England si sta per svolgere la lotteria che ogni anno vede partecipare tutti gli abitanti, adulti e bambini, in attesa di un raccolto propizio. Mr. Summers inizia a chiamare famiglia dopo famiglia. Ma via via che l’estrazione procede sale la tensione: in palio è il ruolo di vittima sacrificale, lapidata dalla folla.

Estratto del testo:
I paesani avevano dimenticato il rituale e perduto la cassetta nera originaria, ma ricordavano ancora l’uso dei sassi. Il mucchio che i ragazzi avevano fatto in precedenza era pronto; c’erano sassi per terra insieme ai pezzetti di carta svolazzanti usciti dalla bussola. Mrs. Delacroix scelse un sasso così grosso che dovette raccoglierlo con entrambe le mani e si volse a Mrs. Dunbar. «Vieni, su» disse. «Spicciati».

Marica: La Lotteria compare per la prima volta sul New Yorker nel 1948. La data collega il surreale racconto horror all’orrore drammaticamente reale delle dittature. È infatti una lucidissima analisi del meccanismo che le regge: sostanzialmente l’individualismo opportunista che tende a salvare il proprio interesse immediato, anche latamente inteso come status quo, che, minacciato dagli spettri della crisi, si oppone al rischio dell’investimento. L’arroccarsi, insomma, nella strenua difesa di ciò che è, ma che vacilla, invece di scommettere su ciò che potrebbe essere migliore, ma che, in quanto non ancora tangibile, richiederebbe al contrario un rilancio di fiducia.

Giada: Invece nei momenti di crisi il linciaggio e il sacrificio del singolo o di una minoranza – percepiti come diversi, dunque estranei alla comunità e pertanto nemici – possono dare l’illusione dello “scampato pericolo”. Nel racconto di Shirley Jackson il capro espiatorio è sorteggiato fra gli abitanti medesimi della cittadina; nelle nostre società viene individuato di volta in volta in determinate “categorie”: ebrei, rom, migranti, omosessuali… per dirne solo alcuni. I diversi.
D’altra parte, anche l’uguaglianza gode di una popolarità incerta. Fra i lettori del New Yorker, per esempio, molti inviarono lettere di protesta contro quella che interpretarono come una rappresentazione di sé: si scoprirono – o quanto meno ebbero il timore di potersi scoprire – uguali ai personaggi del racconto, e questa uguaglianza provocò in loro repulsione e rabbia. Noi non siamo come loro.
Allora: la diversità ci mette in crisi, dall’uguaglianza prendiamo le distanze… Che cosa rimane? L’eccellenza, ovvero l’assoluta superiorità. Ecco un valore che da tempo si impone. Peccato che ad arrivare primo possa essere uno soltanto. E gli altri? Gli altri siamo spesso proprio noi.

Marica: Trovo che la chiave stia in una delle prime frasi del racconto, introdotta quasi en passant a proposito delle sopraggiunte vacanze estive, quando «il senso di libertà dava ai più un certo disagio». La libertà, di non ridurre e non ridursi a categorie oppositive (noi – gli altri), è invece proprio la sfida. «Più che antifascisti» scriveva Alfonso Gatto «fummo semplicemente uomini all’erta nel paese della propria anima». Che è una posizione meno comoda, ma l’unica possibile per uno scarto sostanziale. Nella Lotteria si ragiona invece per antitesi, e poco importa chi sia la vittima di turno, la cui casualità è esplicitata dall’estrazione a sorte. Manca qualunque solidarietà, nessuno si ribella a un male considerato inevitabile, anche quando tocca un familiare. «Zitta, Tessie» dirà il marito alla moglie in procinto di essere lapidata.

Giada: Nessuno si ribella, né mostra sentimenti di angoscia o almeno preoccupazione per sé o per gli altri, tranne il gruppo delle bambine: coloro che, in una società quale quella raffigurata, si trovano sull’ultimo gradino della gerarchia. Eppure non sono le sole ad avere qualcosa da perdere nella lotteria. Ma il benessere (economico) della comunità richiede il sacrificio del singolo – lotteria di giugno, dice un proverbio locale, spighe grosse in pugno – e il sacrificio deve compiersi rapidamente perché si possa tornare a casa per l’ora di pranzo (!).
Il male che incombe su tutti, evidentemente, viene considerato da ognuno inevitabile solo per gli altri; dunque, si proceda con l’estrazione. Sta nella morte altrui la propria salvezza, nel peggio per gli altri il meglio per sé: sembra il ritratto di una buona parte dell’Italia – e dell’Europa – di oggi.

Marica: Mors tua vita mea. È anche la logica dei moderni nazionalismi e secessioni populiste che cavalcano le paure. E invece la salvezza, alla lunga, o è di tutti o di nessuno, come dimostrano i flussi migratori che fanno rientrare dalla finestra i conflitti che abbiamo tenuto fuori dalle nostre porte.
Nel racconto è il vecchio Werner a ricordare il proverbio che citi, incarnando quella tradizione dogmatica che, pur di difendere se stessa, legittima l’atrocità. Quella tradizione che cancella dalla memoria il fatto di essere nata in un determinato tempo e contesto per assurgere a principio ontologico senza inizio e quindi senza possibilità di fine: «una lotteria c’è stata sempre».
Ne abbiamo infiniti esempi: dall’assolutizzazione della prospettiva antropocentrica, che trascura il benessere di animali, piante e ambiente, alle svariate forme di maschilismo, radicato in entrambi i generi (gli uomini sono comunque allevati da madri). Dalla corrida all’agnello pasquale, a tutte le volte che ci rifugiamo nella nostra, personale consuetudine senza vagliare alternative migliori.
Eppure nessuna minoranza, nessuna parte può essere sacrificata senza danno del tutto.

Giada: La lotteria costituisce, in questo senso, una manifestazione emblematica del nostro tempo, la tendenza all’espulsione, cioè, della minoranza. Nel sorteggiato – e poi lapidato – della immaginaria cittadina del New England il 27 giugno di ogni anno potremmo vedere l’agricoltore del Sud del mondo estromesso dalla propria terra, il lavoratore del ceto medio occidentale progressivamente lasciato ai margini da un sistema di welfare che va restringendosi, il migrante, il detenuto, il reo folle… Ognuno può scivolare in questo imbuto dell’esclusione: la minoranza più minoritaria è, appunto, l’individuo.
D’altronde, a volte il sacrificio di una parte può avere positive conseguenze sul tutto. Penso al 5% più ricco degli italiani che, a metà del 2018, possedeva una ricchezza pari a quella del 90% più povero. O all’amputazione di un piede che salva il resto della gamba… È anche, a volte, una questione di prospettiva; e le relazioni fra minoranza e maggioranza possono intrecciarsi in situazioni piuttosto complesse. Prendiamo il dilemma del carrello ferroviario, formulato dalla filosofa Philippa Foot negli anni Sessanta del secolo scorso: un autista conduce un veicolo che non può frenare, ma solo dirottare su un’altra rotaia; il tram si sta dirigendo verso cinque persone legate al binario, dunque condannate a morte, ma fra loro e il tram sta un secondo binario sul quale è legata una sola persona. Le possibilità sono due: lasciare che il tram prosegua nella sua corsa e uccida cinque persone oppure azionare lo scambio e ammazzarne una sola. Qual è la scelta più giusta? Ne esiste una?

Marica: È sicuramente una questione complessa e non riducibile a esempi astratti (ab tracti, tratti fuori dal contesto concreto), ma il nodo, nel racconto così come nella nostra società, risiede nel fatto che questa scelta troppo spesso non si basa su letture oggettive e ampie della realtà, bensì su valutazioni manipolate o viziate a priori da bias, quindi su idoli e superstizioni. I conti insomma si fanno sul totale e sul lungo periodo, mentre spesso confondiamo, benché correlati, gli accidenti della cronaca con la Storia.
È la stessa miopia di cui dicevo all’inizio e che nella Lotteria non è rappresentata solamente dal fronte più tradizionalista, del vecchio Werner, ma anche dall’apparentemente progressista Mr. Summers, che «aveva ottenuto che alle tessere di legno usate per generazioni si sostituissero dei foglietti di carta». Miglioramenti minimi e formali, che mantengono inalterata la sostanza. Un po’ come quando nelle finanziarie ci si concentra sull’Iva di singoli articoli al posto che su una redistribuzione più equa e meritocratica del lavoro.
Ma paradossalmente è proprio nelle parole di Werner che emerge l’unico barlume di speranza della narrazione, quando cita, sebbene in tono polemico (essendo la leva che tutto farebbe saltare), i villaggi a nord che hanno smesso di fare le lotterie, per volere di «un branco di giovani scemi» e «se stai a sentire i giovani, non gli va bene niente». Insomma, volenti o nolenti un modello differente c’è e si situa proprio all’orizzonte dei propri confini.

Giada: Sono d’accordo. D’altra parte, non so se fosse nelle intenzioni di Jackson accendere la speranza su un altrove reale o possibile. Io credo che fece qualcosa di più: scioccò i suoi lettori, provocò un turbamento nella loro “normalità”, una normalità evidentemente non troppo lontana da quella della Lotteria. Provò ad aprir loro gli occhi: qui, e ora.

About Giada Ceri

Giada Ceri, autrice, lavora con le parole in vari ambiti: sociale (prevalentemente penitenziario), editoriale, educativo. Il suo ultimo libro è un reportage narrativo sul carcere.

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