«Holidays on Ice»: Natale significa dare

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La trama in sintesi:
La surreale sfida tra due famiglie, che si contendono il primato del vicinato a colpi di ricchezza ostentata, iperbolici sprechi e sfoggi di ipocrita generosità. Il Natale diventa l’occasione perfetta per una gara a chi sappia realizzare il biglietto d’auguri più significativo. In un climax rincarato di anno in anno, le due famiglie finiranno in rovina, fisica e morale, raccontata con lo sferzante umorismo di David Sedaris, che esordì proprio con la lettura alla radio della sua esperienza come elfo natalizio in un grande magazzino.

 Estratto del testo:
Io e Beth di solito ingaggiavamo un fotografo di fama per farci scattare un ritratto di famiglia che mostrasse tutti i regali ricevuti l’anno prima. Nel biglietto scrivevamo i prezzi di ogni singolo regalo, concludendo con il messaggio: “Natale significa dare”. Il biglietto dei Cottingham consisteva nella fotocopia del portafogli d’azioni di Doug e Nancy. Quella sera io dissi che avere i soldi era sì un’ottima cosa, ma che il loro biglietto non diceva nulla sul modo in cui li spendevano.

Marica: Holidays on Ice è una raccolta di quattro racconti incentrati sul tema del Natale, o meglio sulla decadenza consumistica della festa, che David Sedaris registra con il suo implacabile umorismo. Le due famiglie di Natale significa dare lottano per il primato sociale ostentando la propria ricchezza, prima stipando i giardini di costruzioni accessorie (dalla pista di pattinaggio indoor al centro fitness, con la stessa logica delle torri medievali), poi in atti di generosità volti a essere immortalati nella foto del biglietto natalizio. Differenti forme della stessa volontà di supremazia, anche se per prendere la rincorsa nella nuova direzione – quella “altruista” – le due famiglie stentano comunque un po’. Al misero dollaro donato dai Cottingham a un barbone inizialmente preso a morsi dal protagonista, questi risponde con ben due bigliettoni al Fondo per la lotta all’emicrania, sorprendendosi compiaciuto che «se praticata correttamente, la generosità può indurre un senso di vergogna, di inadeguatezza, e addirittura di invidia».

Giada: E la competizione sulla generosità va avanti a furia di slogan. «Natale significa dare. Finché fa male». «Natale significa dare. Finché non esce il sangue». «Natale significa dare una parte di sé»: ed ecco il biglietto di auguri natalizi che ritrae Douglas Cottingham su un tavolo operatorio pronto a farsi espiantare un polmone. Alla sfida i contendenti rispondono mettendo sul piatto, oltre al polmone, anche gli occhi, un rene, buona parte delle vene intorno al cuore, cuoio capelluto (donato a una donna malata di cancro), denti (utili a fabbricare una collanina-ricordo) e gamba destra (che sfamerà una cucciolata di border collie). Generosità, appunto, altruismo – ovvero, amore verso il prossimo, dice il dizionario, atteggiamento di chi orienta la propria opera per raggiungere il bene altrui o per trovare nel bene altrui il proprio. Qualcosa che somiglia tanto all’egoismo. Ma “altruismo” piace di più. O anche “fare del bene”… Ho letto di uno studio secondo il quale il volontariato «sviluppa energie mentali e un senso di soddisfazione e di benessere che riduce il rischio di caduta in atteggiamenti di ansietà, stress e depressione che hanno incidenza negativa sul sistema immunitario, su quello cardiovascolare e sullo sviluppo cellulare anormale che può condurre allo sviluppo di tumori». Più chiaro di così. Be’, io metterei da parte l’altruismo e i suoi vari sinonimi e mi accontenterei, almeno per il momento, di un egoismo universalizzato. Egoisti sì, ma in intelligente armonia.

Marica: Io direi piuttosto nessun -ismo, ossia nessuno sbilanciamento eccessivo né verso se stessi né verso l’altro. Anche perché credo che il bene, se tale, sia sempre per tutti i soggetti in gioco. Quella terza via che sintetizza (proprio nel senso hegeliano, che implica l’integrazione) le necessità, reali ed essenziali, degli uni e degli altri, liberandoci dal superfluo. Nel racconto, invece, le due famiglie non tengono assolutamente conto delle esigenze del destinatario: al senzatetto regalano un videoregistratore!
Non solo. Quando giungono a cedere i figli, che verranno stuprati e uccisi, abdicano ovviamente a ogni responsabilità. Ossia, al di là dell’iperbole grottesca di Sedaris, il dare non può certo essere indiscriminato. Primo, non esonera dalla responsabilità di una scelta sufficientemente informata della persona o ente a cui si dà, e del suo contesto. Faccio l’esempio, più concreto e meno caricaturale, del turista che fa un’elemosina diretta di pochi (per lui) dollari a un bambino del Sud del mondo, che però corrispondono allo stipendio mensile del padre, creando ripercussioni familiari di difficile gestione. O del dono di una caramella al medesimo bambino che non ha lo spazzolino da denti, tantomeno il dentista. Secondo, si dovrebbe dare al massimo nella quantità e nelle modalità in cui si è in grado di sostenere (e non solo nell’immediato) quel dono.

Giada: Credo che sempre dirimente sia l’interesse inteso proprio nel suo senso etimologico, essere nel mezzo. Ciascuno è nel mezzo. È nella vita, nel tempo, fra altri individui che a loro volta sono nel mezzo… E ciascuno è nel mezzo con la propria persona, i propri sensi, la propria testa – non con quelli di un altro. A un dare “filantropico” e teoricamente disinteressato (ma realisticamente, a mio avviso, impossibile) spesso, se non sempre, corrisponde un ricevere che invece è interessato eccome; e nessuno trova nulla da ridire. Allora io riabilito l’interesse: il disinteresse non mi convince e, in ultima analisi, non credo che sia umano.

Marica: Ci sono però non solo diversi modi ma anche diversi livelli di interesse. Una cosa è la regalia, che si basa sulla coercizione del potere, altra è il dono, più libero (anche se umanamente mai del tutto), che in cambio ha la gioia stessa del poter esprimere e quindi condividere con un destinatario il “bene” che si possiede. «È quando date voi stessi che date davvero» diceva Khalil Gibran. Certamente non nel senso sacrificazionista, che deteriora la sua stessa etimologia (“fare il sacro”) a favore di un autocompiacente “apparirò buono perché mi anniento” di matrice cattolica o “apparirò buono perché ho successo” di stampo protestante. Ma un dono più autentico, del proprio talento personale – unico, innato e non di meno coltivato – che non è necessariamente connesso alla gratuità, neppure economica. E che ha invece a che fare con il proprio posto nel mondo, dove la rinuncia è semmai quella al ruolo (dove vige ancora la maschera) ma certo non al senso del proprio esserci. Il dono, insomma, non è mai uno sbarellamento al di fuori del proprio io, ma, al contrario, una corretta centratura, dalla quale si può gioire nel rendere felice anche l’altro. Insomma, parafrasando Picasso, direi che, se il senso della vita è trovare il proprio dono, lo scopo è regalarlo. Buon Natale!

About Giada Ceri

Giada Ceri, autrice, lavora con le parole in vari ambiti: sociale (prevalentemente penitenziario), editoriale, educativo. Il suo ultimo libro è un reportage narrativo sul carcere.

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