«L’accompagnatore»: Liberi di morire, liberi di vivere?

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La trama in sintesi:
“L’accompagnatore” è un romanzo dello scrittore olandese Peter Drehmanns pubblicato in Italia nel 2013 da Meridiano Zero. Leo Zonderland, proprietario di un’agenzia di viaggi, si è specializzato nell’accompagnamento dei cosiddetti “suicide tourists” da Amsterdam a Zurigo. Qui ha sede la fondazione Sententia, che offre all’umanità stanca della vita una via di scampo sottoforma di 15 grammi di pentobarbital sodico. La signora R., abbandonata dalla psichiatria, il signor M., impotente, e infine la signora W., igienista dentale inabile al lavoro. Tutti e tre hanno un appuntamento vincolante a Zurigo. Con alta professionalità, Leo Zonderland è pronto a guidarli a destinazione…

Estratto del testo:
Se ora tagli la corda quel vecchio pazzo sicuramente non saprà più cosa dire, balbetterà, per la prima volta in vita sua, resterà senza parole, finalmente. Ma già soltanto quel pensiero è severamente proibito, incomprensibile addirittura, prova di un desiderio di autonomia totalmente indecoroso. Non mi resta altro che fare da guida al signor M., in modo che sia lui, a poter tagliare la corda. Non voglio essere accusato di omissione, non potrei sopportarlo, sarebbe la fine.

Giada: Io sono un umile soccorritore, dice Zonderland, non un superbo moralista. Il suo compito è aiutare i clienti (li chiama così) a esercitare il loro diritto all’autodeterminazione, evitando ogni incidente di percorso che possa farli morire diversamente da come hanno deciso. Morire in modo asettico e senza rischi: è lecito desiderarlo? Ed è lecito aiutare qualcuno a realizzare questo desiderio? Chi sono io, chiede l’accompagnatore, per giudicare le motivazioni dei miei clienti?
Invece il desiderio (o la necessità; comunque: la scelta) di morire nella nostra società deve essere motivato. Bisogna fare di tutto per vivere, non possiamo arrenderci alla morte… Che resta, oggi, il nostro grande tabù: il cittadino non è libero di morire quando e come decide lui (mi riferisco al cittadino comunemente integrato nella società, non al migrante, al marginale, al detenuto. A questi ultimi suppongo che in molti concederebbero la libertà di farsi fuori volontariamente senza bisogno di giustificazioni). Ma non potrebbe essere altrimenti: in ultima analisi, la stessa libertà che manca nella morte manca anche nella vita; e l’una senza l’altra non si dà.

Marica: L’accompagnatore è un libro che parla proprio di libertà, e quindi anche di responsabilità. Sono d’accordo: il nostro rapporto con la morte è l’altra faccia della medaglia di quello con la vita. Per questo partirei col sottolineare che Peter Drehmanns è olandese: la sua è una riflessione avanzata, che si colloca in una società che già nel 2002 aveva, prima al mondo, una legge sull’eutanasia diretta e sul suicidio assistito, che nel 2005 ha approvato il Protocollo di Groningen e che nelle ultime statistiche registra il 4,4% dei decessi per eutanasia. È lì che l’autore si può chiedere, lontano anni luce dalla situazione italiana, se un suicidio efficiente, eseguito con metodo svizzero, sia davvero il massimo che ci possiamo concedere. Perché è vero che la morte deve essere “buona”, ma buona dovrebbe essere, prima di tutto, la vita.
I clienti di Leo Zonderland hanno una lettura dolorosamente ma anche prepotentemente soggettiva della realtà, limitata da una condizione psichica alterata. Così anche la percezione di insopportabilità di vita. Dov’è allora il giusto confine? E non è per caso che a questa follia, che è morte in-vita, si sia arrivati proprio per quell’eccesso di igiene di cui l’operato della Sententia è solo uno specchio?

Giada: In effetti, prima di poter morire i “candidati” devono dimostrare di essere in salute abbastanza da poter porre fine a una situazione che sana non è, devono apparire equilibrati e decisi, per quanto sconvolti si sentano… Ma non sono precisamente queste le richieste che dobbiamo soddisfare ogni giorno per garantirci la possibilità di stare al mondo? Dobbiamo essere capaci di occupare un posto nella società, di ottenere e mantenere un lavoro; dobbiamo farci accettare dagli altri, costruirci una famiglia, coltivare reti di relazioni. Dobbiamo stare bene, tenerci in equilibrio sui nostri personali abissi e nei dissesti che ci circondano, mostrare – almeno mostrare! – di sapere cosa vogliamo e cosa possiamo ottenere e non lasciarci sconvolgere quando far combaciare l’una cosa con l’altra si rivela impossibile. Dobbiamo essere adatti alla vita e celebrarla nonostante tutto.
Infatti a Zonderland viene rimproverato: «Non avresti dovuto spalancare le porte dell’inferno per tutta quella povera gente. Avresti dovuto indicare loro un’altra strada, fare del tuo meglio per mostrar loro il bello della vita…». Be’, io metterei da parte questa retorica della bellezza per parlare invece di responsabilità. Quella, per cominciare, di chi si oppone alla morte liberamente scelta in nome di qualche principio – la sacralità della vita, per esempio. Allora: io decido di porre fine alla mia esistenza e tu sostieni che non posso farlo? Dovresti quanto meno impegnarti a mostrarmi le alternative possibili, concrete e preferibili e aiutarmi a percorrerle.

Marica: E questo Leo non lo fa, proprio perché non vuole responsabilità. La Signorina R., tuttavia, si suicida soprattutto come «prova trionfale di fronte a tutti quei medici che non volevano prenderla sul serio». Per avere ragione insomma. «Ho dato loro per una volta un senso di vittoria» ribatte infatti Leo al rimprovero, che citavi, da parte delle sue ex fidanzate (non a caso ex). Non si tratta allora in questi casi di libertà, ma di volontà di imporre il proprio io. Un io schiacciato da una società di sole regole, incurante delle singolarità e quindi madre di singolarità ipertrofiche incuranti del noi sociale. Un cane che si morde la coda.
Leo sta nel mezzo, e regge il gioco. È probabile che non avrebbe potuto cambiare il corso di quelle vite. Ma avrebbe potuto cambiare il suo. A differenza dei clienti, è sufficientemente presente a se stesso. »But there is beauty in the darkest of things / And there’s hope in the insane» recita l’esergo. Leo vede quegli spiragli, è consapevole di ogni bivio (letterale, mentre viaggia con la sua Volvo, e metaforico), ma preferisce restare un impeccabile esecutore. «Non voglio essere accusato di omissione». Ma è proprio di omissione che si tratta, e a livello ben più sostanziale. Leo non azzarda mai una posizione, mai una mossa. Perché «i miei problemi sono iniziati quando non sono più stato messo nell’angolo». Bateson diceva «Potete portare un cavallo all’abbeveratoio, ma non potete costringerlo a bere: il bere è faccenda sua. Ma anche se ha sete, il cavallo non può bere se non lo portate all’acqua: portarcelo è faccenda vostra». Non vedo un profondo rispetto per la libertà altrui in Leo, bensì opportunismo.

Giada: Io direi, piuttosto, solitudine. E qui torno alla vita, alle condizioni che la rendono davvero possibile e desiderabile. Alla vita e a Leo Zonderland – lui sì bisognoso di soccorso. Uscito per strada, alla fine del romanzo, a pochi metri dalla stanza d’albergo cui si appresta a tornare, dalla doccia che gli toglierà di dosso «il freddo, la morte, la giornata storta», scivola nella neve. «Eccoti lì allora, un uomo che ha bisogno di aiuto, che da solo non ce la fa più, che senza l’intervento di un buon samaritano è destinato a crepare, a morire assiderato». Ciascuno ha diritto alla sua privacy… Dunque, se si vuole morire, ecco che arrivano i soccorritori a impedirlo; ma se un povero cristo scivola e si rompe le gambe, niente da fare, «dopotutto siamo in terra svizzera, ognuno deve pensare a se stesso». Proprio colui che ne ha accompagnati tanti verso la morte deve compiere il viaggio da solo, senza averlo scelto, come i suoi clienti. Perché di scelta comunque si tratta, non esattamente di libertà. Quante volte nella vita scegliamo qualcosa perché non possiamo – non abbiamo la libertà di – scegliere qualcos’altro? Ma, limitati come siamo, e senza aver potuto decidere se venire al mondo (e quando, e dove…), dovremmo pur essere liberi di decidere se, quando e come andarcene. Questa possibilità renderebbe effettiva la peraltro limitatissima sovranità che siamo in grado di esercitare su noi stessi.

Marica: Ma è proprio per questo che siamo una rete: laddove subentra il limite dell’uno, può intervenire la capacità dell’altro ad aggirarlo. Però occorre fiducia, da una parte, e generosità, dall’altra. Che implica un abbandono tout court del concetto di “’sovranità” a favore di quello di solidarietà. Non vedo né felice né funzionale una società in cui coesistano, isolate, tante monarchie assolute. È l’ambizione a questo tipo di potere che isola, generando la solitudine che dici. Anche la libertà, portata all’estremo (come accade nel libro e come qualunque principio, per quanto buono), degenera nel suo opposto. Per questo finisce per morire anche Leo, che pur non vorrebbe. La neve che lo imprigiona, col suo gelo e candore, è il morso di quella società asettica e individualista, indifferente tanto quanto lui lo è stato nei confronti dei suoi clienti. Leo si muove con lo scopo di fare bene il proprio lavoro e non per il bene di chi accompagna. Qual è la differenza dal medico che, per essere un bravo medico, non tiene conto della sofferenza e dei reali desideri del paziente?
E allora il centro dell’attenzione mi pare che debba essere la necessità di un superamento dei particolarismi nonché della Legge, intesa in senso rigido e astratto, a favore dell’humanitas, il cui bene, pur direzionato dai principi, è unicamente perseguibile secondo criteri osmotici, fluidi e al di sopra di interessi politici o di mercato fini a se stessi.

About Giada Ceri

Giada Ceri, autrice, lavora con le parole in vari ambiti: sociale (prevalentemente penitenziario), editoriale, educativo. Il suo ultimo libro è un reportage narrativo sul carcere.

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