Quello che sta avvenendo nel basket italiano in un certo modo sancisce la fine dello sport o, perlomeno, dello sport con i criteri di merito, correttezza, trasparenza a cui finora abbiamo guardato.
Avviene che nel massimo campionato nazionale alcuni predatori americani piombino a falco su società che non se la passano bene economicamente, le corteggino e ne comprino i diritti. Vuol dire che un gruppo “X”, fiutando l’affare, si piazza a Roma, acquistando i diritti di Cremona e che un altro, di provenienza incerta, subentra a Trieste in cambio di un bel po’ di milioni di dollari più che di euro. Salvo definire poi dove piazzare il nuovo club secondo i propri interessi: a Roma, Milano o a Lussimpiccolo. Un trapianto che è un vulnus morale e deontologico enorme ma che avviene con il beneplacito della Federbasket e delle Leghe senza che nessuno abbia a che ridire sulla regolarità del campionato. Del resto cosa aspettarci di diverso nel regno del primo reggente Petrucci, segnato da vent’anni di disastri senza che la nostra nazionale abbia mai colto un podio in una qualsivoglia manifestazione internazionale?
Il progetto di innesto di un torneo di marca NBA in Europa è ancora piuttosto confuso. Sicuramente tende a valorizzare i poli delle città che assicurano più business, come Milano e Torino. Così al via del prossimo torneo 2026-2027 s’insediano squadre fantasma che, per ora, non hanno né un presidente, né un allenatore, né l’ombra di un giocatore. Vince il mercato con la sua supponenza e la sua arroganza. Finora al massimo era avvenuto un passaggio di diritti in cui una squadra di un campionato inferiore subentrasse a quella di livello superiore. Una forzatura ma in un certo senso accettabile. Ma qui il subentro è secco, da zero, senza basi, né diritto né merito se non il potere dei soldi.
La confusione è aumentata dal fatto che, a esempio a Roma, ci sono due cordate in competizione. E se una ha acquisito i diritti di Cremona, l’altra si è garantita l’affitto del Palasport, l’unico impianto idoneo nella capitale per un basket di livello, pagando anticipatamente quattro milioni di euro. Per cui c’è da chiedersi dove mai andrà a giocare la squadra con i diritti in tasca? E che penseranno i tifosi di Trieste la cui squadra in questi giorni si sta giocando i playoff e la teorica conquista del titolo italiano quando il futuro è già bruciato dall’ipoteca della vendita? Più in generale il basket sta dissipando le proprie risorse e certo non prende esempio dalla saggezza del mondo della pallavolo.
I calendari sono già strabordanti. Le squadre di Eurolega, la massima manifestazione per club, oltre alle decine di partite del campionato nazionale si sono sobbarcate 38 match preliminari più la prosecuzione, per le migliori. Ma nella prossima stagione il carico di impegni aumenterà. La situazione di Roma è ancora più complicata dal fatto che esiste già una squadra che sta sgomitando per la promozione nel secondo campionato e che non ha alcun rapporto con gli acquirenti della cordata in fieri. Se lo sport è tifo e passione in quale club nel futuro si potranno riconoscere i tifosi? E come guarderanno il nuovo progetto che piomba da Marte e certo non gli appartiene. La manipolazione dei diritti è qualcosa di inaudito e mai sperimentato nemmeno nel calcio. La Juventus quando ha dovuto subire la gogna della serie B certo non ha avuto dai regolamenti lo spiraglio per subentrare, a forza di indennizzi economici, al posto di un altro club.
Con queste cessioni è come se fosse stato messo in moto un meccanismo di auto-distruzione dalle conseguenze ancora in larga parte imprevedibili. Se si vuole una metafora dell’anomia del momento basti osservare il minuto dedicato all’inno nazionale prima delle partite del massimo campionato: le note e il testo non le riconosce nessuno (e tanto meno le canta) perché le squadre all’80% sono formate da americani.
