L’albo d’oro nel calcio è un punto interrogativo

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La naturale propensione alla rissosità del calcio italiano, un segnale eloquente di crisi, è corroborata dalla presentazione del ricorso della Juventus al Collegio di garanzia del Coni contro l’assegnazione dello scudetto 2006 all’Inter.

Non sembri grottesco che la società al centro di Calciopoli, per i comportamenti spregiudicati di Luciano Moggi (e non solo), cerchi, 13 anni dopo, di ribaltare un verdetto che sembrava pacificamente acquisito.

Lo sport dovrebbe consistere in affermazione di certezze, di risultati incontestabili, ma la semplice lettura dell’albo d’oro del massimo campionato di calcio con tutte le sue contraddizioni e l’attuale contestazione, sembra far fermentare più che mai una constatazione evidente. Più che uno sport il calcio è un gioco. Dunque opinabile come tutti i giochi. In realtà per un congruo numero di scudetti l’etichetta salomonica di “n.e.” (non assegnabile) omologabile a quella di “n.p.” (non pervenuto, inteso come chiaro risultato sportivo) sarebbe la più indicata.

Per l’assegnazione dello scudetto 2006 la Juventus (che a suo tempo finì in serie B) ha atteso che le acque si quietassero (anche alla luce della richiesta di un fantomatico rimborso per danni morali) e che venisse insediato un presidente alla Federcalcio (Gravina) per riaccendere le polveri e una polemica che sembra non aver fine.

Ma non sembri troppo fuori corso e degna di prescrizione la richiesta visto che c’è estrema turbolenza anche per altre assegnazioni del passato secolo e millennio. Per l’onore e l’orgoglio dei tifosi, per l’edificazione dei presidenti che sostengono queste mozioni, per il decoro del campanile. Vicende e situazioni che quasi si perdono nella notte dei tempi, che hanno perso ogni possibile testimone (tutti defunti) e che si muovono nella palude di una Federcalcio che tentenna e prende tempo nell’impossibilità di accontentare tutti, come sarebbe preferibile.

La richiesta più lontana nel tempo è quella dell’Udinese che sollecita lo scudetto del 1896. Ci si muove in area Novecento con la Lazio che reclama il tricolore del 1915, un anno estremamente difficile e complicato per la storia patria. Come si regola l’istituzione in questi casi? Si nomina una commissione ad hoc la cui filosofia principale è quieta non movere.

Nella Lazio ci pensa il presidente Lotito a stimolare le suggestioni dei tifosi in un fritto misto di tifo e demagogia.

Il Genoa si sente penalizzato rispetto al Bologna in albo d’oro per il titolo 1925.

Il Torino chiede la restituzione dello scudetto 1927, revocato per un caso di corruzione che riguardò Allemandi. Il giocatore non fu parte concreta della combine ma, responsabilità oggettiva a parte, la vicenda è complicata dal fatto che l’attuale Torino non ha nulla a che vedere con quello che si vide portare via il titolo per colpa di due fallimenti che hanno azzerato la sua prestigiosa storia sociale.

C’è un’altra guerra mondiale di mezzo nella richiesta di La Spezia per il torneo 1944, fortemente minato dagli sviluppi di un conflitto rovinoso. Quel campionato ebbe uno svolgimento parziale e la Federazione non ritenne di assegnare il titolo vista la quasi totale impossibilità delle squadre del centro sud e delle isole a partecipare.

A quell’era pioneristica segue, 62 anni dopo, la richiesta della Juve che promette di seminare nuova zizzania in un mondo squassato da una perenne litigiosità, dal razzismo, dalla piaga degli ultrà e da un andamento economico perennemente ai limiti del collasso di sistema.

About Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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