Lidia Menapace, partigiana

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Anche Lidia Menapace se ne è andata.

Non riceveremo più i suoi rimbrotti per avere usato un sostantivo solo al maschile o per avere fatto ricorso a termini bellici (battaglia, guerra etc.) per descrivere un’impresa o una campagna aspra e difficile. Ricordare questo aspetto del suo atteggiamento non è riduttivo o, addirittura, macchiettistico. Perché Lidia, a partire dal femminismo e dal pacifismo (tratti fondamentali del suo tragitto politico), ha sempre posto un’attenzione particolare al dato culturale, al linguaggio, alle parole, che considerava decisivi per un cambiamento non di facciata. Per chi – come noi – anima un sito politico-culturale è un insegnamento fondamentale (anche se non sempre lo applichiamo con il rigore che lei avrebbe voluto).

Ci sono, poi, altri due aspetti della sua personalità e della sua attività che vogliamo ricordare, a noi stessi e ai più giovani.

Anzitutto la convinzione che la politica – quella per cui vale la pena spendersi – è incontro con le persone e che non bisogna perdere nessuna occasione. Veniva da qui la sua disponibilità ad andare ovunque (in treno, in seconda classe e con lo zaino in spalla, fino a novant’anni compiuti, come molti hanno ricordato), anche a dibattiti in piccoli paesi e con poche persone, per concludere la serata convivialmente e continuando a parlare di tutto, della vita.

E, poi, la coerenza. Quella coerenza che la spinse, durante la sua breve avventura parlamentare, a bruciarsi consapevolmente la presidenza della Commissione Difesa del Senato rilasciando, alla vigilia del voto, una intervista dai toni vivacemente antimilitaristi. Quella coerenza che la portò a interpretare la Resistenza come un’avventura inconclusa, insuscettibile di essere imbalsamata nell’ufficialità e nelle celebrazioni, da proseguire sempre. Come dimostrò nella festa dell’ultimo 8 marzo al Quirinale quando – come ci ha ricordato su il manifesto Luciana Castellina – a fronte della presentazione di una giornalista televisiva («e ora ecco la ex partigiana Lidia Menapace») le strappò quasi il microfono per dire con tutta l’energia dei suoi 96 anni: «Scusi signorina, io non sono ex, sono tutt’ora partigiana!».

Ciao Lidia. Cercheremo di non dimenticare i tuoi insegnamenti.

Volere la luna