Bella Ciao e il Magnificat

28/11/2019 di:

Il 26 novembre Massimo Gramellini ha dedicato il suo quotidiano caffè sul “Corriere della Sera” alla stigmatizzazione del parroco pistoiese don Massimo Biancalani, reo di aver cantato in chiesa, dopo una funzione religiosa, “Bella Ciao”.

Non so quale idea Gramellini abbia del Vangelo. Io l’ho sempre letto come una promessa di resurrezione da ogni oppressione: a partire da quella della morte. Esso contiene il più antico canto rivoluzionario – il Magnificat di Maria –, dove il Signore viene esaltato per aver «abbattuto i potenti dai troni» e per aver «esaltato gli umili», per aver «rimandato i ricchi a mani vuote» e aver «saziato gli affamati». È un programma ancora sovversivo: quando Giovanni Paolo II visitò l’Argentina del regime militare, quei versetti furono censurati dall’esecuzione collettiva del Magnificat. La Madonna, oggi violentata dalla retorica dei nuovi fascisti, era allora stata censurata in nome del dio mercato. Anche Bella ciao è un canto degli oppressi, che dalle mondine passa ai partigiani e oggi è un canto globale: dalla fiction della Casa de Papel alla dura realtà di Kobane, dove la si canta in curdo. In chiesa, Bella ciao è a casa sua: anche se il ricco, il cardinale o il “Corriere della Sera” aggrottano le ciglia. Anzi, a maggior ragione.