Cancellare Riace: un atto di autolesionismo

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Il provvedimento del Ministero dell’interno con il quale si pone fine a una procedura in corso, si revocano i finanziamenti e si dispone il trasferimento di tutti i 200 migranti ospiti del borgo di Riace, è un pericoloso atto di autolesionismo.

Al di là delle questioni di merito sollevate, per le quali è sempre possibile trovare una composizione, il decreto assume una valenza politica perché pone fine al modello Riace, una esperienza straordinaria che coniuga l’integrazione dei migranti con la rivitalizzazione del tessuto civile e dell’economia dei luoghi di accoglienza: un modello di convivenza felice fra il popolo dei migranti e la popolazione italiana che è stato studiato e apprezzato sul piano internazionale.

Nel momento in cui atti diffusi d’intolleranza fanno avvertire come un peso la presenza di quote di migranti nelle comunità locali, l’ultima cosa da fare sarebbe quella di smantellare le esperienze di convivenza virtuosa che sono riuscite a trasformare il popolo dei migranti in una risorsa per le comunità locali, ripopolando e ridando vita a borghi disagiati destinati all’impoverimento e all’abbandono.

Per questo a essere danneggiati dal provvedimento saranno, insieme agli stranieri che vanno via, gli italiani che restano. È un provvedimento che obiettivamente lede anche gli interessi degli italiani e irresponsabilmente opera per rendere la convivenza più difficile e più problematica per l’ordine pubblico.

L’esperienza di Riace si muove nel solco della grande apertura che la Costituzione italiana ha fatto verso la comunità internazionale, con il riconoscimento del valore del diritto internazionale, con il diritto d’asilo e con il ripudio della guerra. Costituisce una sperimentazione, a livello delle comunità locali, dei grandi principi della fratellanza fra i popoli, di umanità, di solidarietà, di rispetto delle persone e del dovere di soccorso verso le vittime di ogni guerra.

Il decreto del Ministero dell’interno interviene creando un inaccettabile corto circuito fra la legalità costituzionale e la legalità delle prassi amministrative. 

Al contrario noi riteniamo che sia necessario e urgente ripristinare il nesso fra i comportamenti delle autorità amministrative e i valori irrecusabili della Costituzione, che garantiscono la pace, la libertà e la giustizia per il popolo italiano.

Per questo chiediamo che si organizzi una mobilitazione popolare affinché dalla società civile giunga un severo richiamo alla politica per evitare che vengano disperse esperienze preziose come quella di Riace.  

15 ottobre 2018

 

Articolo 21

ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione

CILD – Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili

Coordinamento per la democrazia costituzionale

Associazione italiana Giuristi Democratici

Libertà e Giustizia

Magistratura democratica

Rete dei Comuni Solidali

Fondazione Lelio e Lisli Basso

Volere la luna – Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche

 

* Per adesioni inviare una mail a: organizzazione.com.referendum@gmail.com

 

One Comment on “Cancellare Riace: un atto di autolesionismo”

  1. Continuare a cercare di porre argine e rimedio ad ogni nefandezza che la mediocrità di ogni colore acconcia per il proprio tornaconto elettorale, in vista di una sempre imminente elezione, è una scontata fatica di Sisifo, poiché essa ne è fonte generosa e perenne.

    L’impegno deve essere rivolto non ad opporsi all’ultimo rigurgito, ma alla sterilizzazione della fonte.

    Il prof Azzariti è solo l’ultima persona importante a riconoscere la necessità e a suggerire una “RIVOLUZIONE COSTITUZIONALE per Uscire dalla Barbarie” sul Nuovo Manifesto del 16/09 e ripreso da LeG al link

    http://www.libertaegiustizia.it/2018/09/25/una-rivoluzione-costituzionale-per-uscire-dalla-barbarie/

    La sua necessità è infatti richiamata non dall’ultimo capopopolo urlante, ma da persone capaci di riflessioni responsabili. Come Sandra Bonsanti, al tempo presidente di LeG, in “COSTRUIRE LA RIVOLUZIONE” a questo link http://www.libertaegiustizia.it/2011/06/16/costruire-la-rivoluzione/ terminava magnificamente “Cambiamola questa nostra Italia. Facciamola nuova. Non ricostruiamo macerie su macerie.
    Si chiama, in gergo tecnico politico, “rivoluzione”. Non saremmo i primi e nemmeno gli ultimi a invocarla, profonda, convinta, serena, esigente, libera e giusta.”

    Manifesto a cui dopo qualche mese fece seguito, con lo stesso concetto espresso in termini più sfumati, il prof. Settis col suo “AZIONE POPOLARE. CITTADINI PER IL BENE COMUNE”, Einaudi 2012.

    Concetto ancora richiamato dal Pres. Onorario di LeG prof Zagrebelsky: “La Costituzione vive dunque non sospesa tra le nuvole delle buone intenzioni, ma immersa nei conflitti sociali. La sua vitalità non coincide con la quiete, ma con l’azione. Il pericolo non sono le controversie in suo nome, ma l’assenza di controversie. Una Costituzione come la nostra, per non morire, deve suscitare passioni e , con le passioni, anche i contrasti. Deve mobilitare.”

    Fino ai giorni nostri col prof Azzariti, ma sicuramente molti altri nell’intertempo. Ma una “Rivoluzione Costituzionale”, che miri a realizzare quella promessa intrinseca alla Carta, non può essere legata ad evoluzioni culturali che richiedono generazioni, mentre l’urgenza è adesso.

    È davvero impossibile mettere insieme una riflessione sul tema ” Una Rivoluzione Costituzionale è possibile dentro i suoi limiti e forme?” Evento che sarebbe funzionale anche a blindare il suo Spirito Originale ed Autentico ancora pericolosamente ad alto rischio di deforma.

    Sarebbe almeno un argomento originale e stimolante!

    Paolo Barbieri

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