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Profilo:

E' professore ordinario di Antropologia culturale dell’Unical, dove ha fondato e dirige il Centro di iniziative e ricerche «Antropologie e Letterature del Mediterraneo». Si è occupato di storia e culture dell’alimentazione, di antropologia del viaggio e dell’emigrazione, di riti e feste nella società tradizionale e in quella attuale, di antropologia ed etnografia dell’abbandono con particolare riferimento al Mezzogiorno d’Italia e al Mediterraneo. E’ autore di volumi, saggi, racconti (tradotti in inglese, francese, spagnolo), reportage fotografici, documentari etnografici. Tra le più recenti pubblicazioni: Storia dell’acqua, Donzelli, Roma, 2003; Il senso dei luoghi. Paesi abbandonati di Calabria, ivi, 2004; Storia del peperoncino, ivi, 2007; La melanconia del vampiro, Manifestolibri, Roma, 2007 (I ed. 1994); Pietre di pane. Un’antropologia del restare, Quodlibet, Macerata, 2011; La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Manifestolibri, Roma, 2011 (I ed. 1993); Maledetto Sud, Einaudi, Torino, 2013; Pietre di pane, Quodlibet, 2014; Terra inquieta. Per un’antropologia dell’erranza meridionale, Rubbettino, 2015; Fine pasto. Il cibo che verrà, Einaudi, 2015; Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Donzelli, 2017.

Contenuti:

Memoranda/La casa (nel tempo del Coronavirus)

Una riflessione antropologica sulla casa quando il virus ci impone di “ritirarvici”, scritta in una terra, la Calabria, di migrazioni, abbandoni, ritorni, restanze… Dovremmo, da oggi, pensare a un nuovo senso dell’abitare e di rigenerare i luoghi, le comunità, noi stessi; dovremmo pensare al pianeta come a una grande Casa, dove ci sia posto, dignità, vita per tutti.

Memoranda/ Catastrofe

La catastrofe rende impossibile, sempre e comunque, il ritorno a un prima. Ma non bisogna tacere che, purtroppo, anche con questa immane, inedita, inimmaginabile catastrofe ci saranno ceti e gruppi che trarranno profitto e ceti popolari e marginali che diventeranno sempre più deboli, poveri, bisognosi di cure.

Memoranda/ Io resto a casa

Uno dei più noti interpreti dell'”antropologia della restanza” descrive cosa significhi per lui – famiglia di migranti, nomade e sempre fuori luogo – “restare a casa” al tempo del Coronavirus. E propone, come antidoto, il ricupero e lo scambio di memorie: quali fatti accaduti vorremmo portare con noi nella “valigia della memoria e della speranza”.