L’irriducibile incomparabilità tra antifascismo e anticomunismo

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Quando si parla di antifascismo, come in questi giorni, si sente sovente richiedere agli esponenti di sinistra genericamente intesi, da parte di postfascisti e liberali, una professione uguale e contraria di anticomunismo. E questo in nome di una malintesa pacificazione nazionale che sconta, già dal dopoguerra, una mancanza di assunzione delle responsabilità da parte di chi ha gettato l’Italia nel periodo più buio della sua storia unitaria, culminato con la catastrofe mondiale. Perché sia avvenuta tale pacificazione monca lo si spiega con fattori storici e contingenti. Tra questi soprattutto la guerra fredda, che ha creato in Europa occidentale ostilità nei confronti dei partiti comunisti tanto da farli mettere al bando nella Germania occidentale. Ma in Italia ciò non era possibile, dato l’importante apporto dato dai comunisti alla liberazione e alla scrittura della carta costituzionale. Perciò, tale ostilità si concretizzò con una strisciante criminalizzazione postuma del movimento partigiano da una parte e con la conventio ad excludendum del Partito comunista italiano dall’altra.

La prima cosa che non capiscono (se si presume la buona fede) coloro che chiedono l’abiura del comunismo è che, mentre il fascismo ha causato danni enormi all’Italia, il comunismo italiano non condivide questo triste primato ma ha partecipato in prima linea alla ricostruzione postbellica. Occorre poi ricordare che la stessa Unione Sovietica, con l’esempio che un’altra società era possibile, ha permesso l’evolversi degli stati del welfare nell’Europa occidentale. Altrimenti si sarebbe proseguito con quell’utopia del mercato autoregolato che, secondo l’antropologo Karl Polany, ha portato all’insorgere dei fascismi. Oggi, molti conservatori riconoscono il ruolo indiretto dei sovietici nel favorire il patto tra capitale e lavoro che ha dato forma a quel periodo postbellico denominato i Trenta gloriosi, frutto della dialettica tra comunismo e liberaldemocrazie.

Ma vorrei spostare la riflessione su un altro piano: quello degli ideali. La storia ci ha dimostrato che l’applicazione pratica di un ideale avviene con un certo grado di scostamento da quell’ideale se non nel suo totale rovesciamento. Il primo esempio ce lo fornisce la Chiesa cattolica, che in origine predicava ideali di uguaglianza e fratellanza, ma già nei primi secoli dopo Cristo si distinse per la caccia agli eretici, quindi in una lotta fratricida tra coloro che praticavano la stessa religione. In seguito, la repressione si allargò agli ebrei e ai musulmani. Il cristianesimo si distinse per essere la meno tollerante delle religioni monoteistiche, quella che praticò la pulizia religiosa eliminando le persone in base al loro credo. Per lo storico David Kertzer, non si spiega lo sterminio perpetrato dai nazisti se non si riconosce la secolare politica antisemita esercitata dai papi. La Chiesa è stata, inoltre, il fondamento etico del potere; i re erano tali per diritto divino. Persino il genocidio degli indios americani venne fatto brandendo la croce. Movimenti che anelavano a quell’uguaglianza predicata dai primi cristiani, su un piano terreno e non solo celeste, furono scomunicati e sterminati. Gli albigesi nel Medioevo, i contadini di Tommaso Muntzer nel Cinquecento, i livellatori inglesi nel Seicento rappresentano esempi di protocomunismo che anelava alla realizzazione del regno dei cieli in terra. In fondo, il motto di Marx «da ciascuno secondo le proprie capacità a ciascuno secondo i propri bisogni» era proprio delle prime comunità cristiane.

Il liberalismo non è stato da meno. Gli Stati colonialisti hanno perpetrato lo sterminio dei popoli colonizzati. Mi limito ad alcuni casi, ché l’elenco sarebbe troppo lungo. Gli statunitensi nei confronti degli indiani, i coloni inglesi nei confronti degli aborigeni australiani. La colonizzazione inglese dell’India ha prodotto milioni di morti attraverso la mancata gestione delle carestie, le quali non sono mai un fenomeno naturale ma sociale. La democrazia americana, quella considerata la prima democrazia al mondo, si fonda sul genocidio degli indiani. Successivamente, la stessa democrazia permetteva prima lo schiavismo e poi la discriminazione razziale nei confronti degli afroamericani, e questo fino a tempi recentissimi. Tutt’ora si denuncia una discriminazione de facto se non de jure. Sia per quanto riguarda gli Stati Uniti che per quanto concerne le democratiche potenze occidentali di Otto-Novecento, si può parlare di uno stato duale: democratico nei confronti di chi è considerato cittadino, repressivo e discriminante nei confronti dei colonizzati o di coloro che, anche se all’interno dello stato come negli Stati Uniti, sono considerati privi degli stessi diritti goduti dalla maggioranza. È ciò che si consuma attualmente nella realtà mediorientale con la prevaricazione israeliana sui palestinesi. Lo storico Michael Mann ha evidenziato come la pulizia etnica sia un fenomeno moderno sorto all’ombra della democrazia. Si è in presenza del lato oscuro della democrazia, nella quale si può verificare che una maggioranza tiranneggi una minoranza con risultati drammatici.

Infine, il comunismo ha fallito nella sua applicazione storica, allontanatosi anch’esso dagli ideali che propugnava e che consistono nell’emancipazione di donne e uomini dalle necessità materiali e nella riappropriazione di uno status di umanità in capo alle masse sfruttate dal capitale. Comunismo e democrazia sono termini conciliabili perché entrambi fanno riferimento a un supposto potere del popolo. I teorici del comunismo, a cominciare da Marx, non avevano quella considerazione pessimista del popolo che dimostrarono di avere i liberali. Soprattutto, ma non solo, in occasione delle rivolte popolari causate dalla fame, gli esponenti liberali della classe agiata consideravano le classi inferiori plebaglia, canaglia, orda in preda a istinti bestiali e non disdegnavano di esercitare la repressione più brutale. Nell’Italia monarchica, una rivolta dettata dalla fame fu repressa a colpi di cannone dall’esercito comandato dal generale Bava Beccaris, il quale fu premiato dal re per il lavoro svolto. Se lo sguardo abbraccia l’intero globo, non si può dire che il comunismo abbia prodotto più disastri del cristianesimo o della democrazia liberale. Ciononostante non gli si concede il beneficio del disaccoppiamento tra ideale e reale.

Quello che distingue invece il fascismo dalle altre dottrine politiche e religiose è proprio l’impossibilità di disaccoppiare ideale e reale. Privo di un’ideologia originaria, il fascismo ha attinto da un magma di valori composito e ha sviluppato i suoi ideali sul campo dell’esperienza concreta, correggendo il tiro per assecondare il corso degli eventi. Si può addirittura affermare che la prassi preceda la teoria. Per questo non è possibile distinguere una ideologia fascista dalla sua realizzazione concreta. Il fascismo è soprattutto un’esperienza storica. Non è possibile fare riferimento a un fascismo che non sia stato quello storico. Inoltre, prevaricazione, razzismo, violenza squadrista, antipacifismo, militarismo, guerra di conquista e sfruttamento di una razza da parte di un’altra ritenuta superiore fanno parte integrante dei valori propugnati e non sono semplicemente una degenerazione dell’ideologia fascista. È questa la sua caratteristica peculiare. Né è possibile affiancare il termine fascista a quello di democrazia. I fascismi nascono all’interno di regimi democratici e li sovvertono per impiantare regimi totalitari. Semmai, i fascisti condividono con i liberali il disprezzo per le masse, e forse questo disprezzo, oltre alla comune appartenenza all’area di destra, rende i liberali indulgenti col fascismo ma non con il comunismo. E per questo, in nome di una malintesa parità, ci si ostina a chiedere, come contraltare a una dichiarazione di antifascismo, una analoga dichiarazione di anticomunismo.


La sinistra e la critica necessaria del capitalismo

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Occorre essere folli o ciechi per ignorare che il capitalismo è un sistema fallimentare. Tale fallimento si manifesta sotto tre profili: la crescente disuguaglianza sia a livello mondiale che all’interno dei singoli paesi, la tenuta della democrazia e la crisi climatica. Tali aspetti sono inestricabilmente tenuti insieme e non possono essere affrontati singolarmente senza una riflessione radicale sul funzionamento del capitalismo.

La disuguaglianza ha raggiunto livelli insostenibili che minano la tenuta sociale degli Stati. Se, infatti, un tale stato di disparità è avallato dalle istituzioni politiche, non si capisce per quale motivo il 90% più povero non debba rompere un patto sociale vessatorio che lo lega al 10% più ricco. L’ineguaglianza e la correlata concentrazione delle ricchezze in poche mani, esplose con il trionfo del neoliberalismo negli anni Ottanta, hanno raggiunto, secondo molti osservatori, livelli da ancien régime portando le società contemporanee ad assomigliare più al sistema feudale che ai regimi liberali post-illuministici. A giustificare le disuguaglianza sarebbe l’idea che questa sia fondata sul merito e che favorirebbe la crescita economica, beneficiando così anche le classi più povere. Di fatto, si è verificato il contrario di quanto teorizzato. La ricchezza, più che del merito, è frutto delle circostanze e di quella che Piketty (Il capitale del XXI secolo, 2014) ha individuato come una legge tendenziale del capitalismo, per la quale il tasso di rendimento del capitale cresce più dell’economia. La povertà è cresciuta e le classi più povere si sono ulteriormente impoverite a fronte dell’arricchimento smisurato del decile e del percentile più ricchi della scala sociale. Infine, la crescita, come hanno finalmente riconosciuto OCSE e FMI, viene ostacolata dalla presenza di disuguaglianze eccessive. Gli stessi organismi raccomandano politiche di mitigazione delle disuguaglianze per favorire la crescita economica.

Secondo il rapporto Oxfam licenziato nel gennaio 2023, negli ultimi dieci anni, i miliardari hanno raddoppiato la propria ricchezza in termini reali, registrando un incremento delle proprie fortune pari a sei volte l’incremento registrato dalla metà più povera della popolazione globale. Nello stesso intervallo di tempo, l’1% più ricco ha accumulato una ricchezza in termini reali pari a 74 volte quella vantata dal 50% più povero. Persino nelle fasi emergenziali, come quella della crisi economica del 2008 e quella pandemica del 2020, la disuguaglianza ha continuato a crescere con l’economia a crescita zero o negativa. Nel biennio pandemico, sempre secondo Oxfam, il 63% di incremento della ricchezza netta globale è andato all’1% più ricco, mentre solo il 10% è andato al 90% più povero. Le grandi società dei settori energetico e agroalimentare, nel 2022, hanno più che raddoppiato i propri profitti rispetto alla media dei profitti registrata nell’arco di tempo 2018-2020. Il caso italiano rispecchia il trend globale, con il decile superiore che possiede 6 volte la ricchezza detenuta dalla metà più povera e lo 0,134% più ricco che, a fine 2021, vanta una ricchezza aggregata pari a quella posseduta dal 60% più povero. Dopo la crisi del 2008, si è proseguiti nel solco del business as usual e le politiche di austerità, colpendo la spesa pubblica, e quindi il sostegno ai più deboli, hanno divaricato ulteriormente la forbice tra ricchezza e povertà.

Tra i motori della disuguaglianza, Maurizio Franzini e Mario Pianta (Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, 2016) individuano il potere del capitale sul lavoro e l’arretramento della politica. Quest’ultima, attraverso una serie di manovre ispirate al neoliberalismo, ha dato vita a un golem che l’ha fagocitata rendendola succube del capitale. Affermare che la politica è arretrata di fronte ai mercati rappresenta una verità parziale. Infatti, le misure che hanno reso possibile il trionfo dei mercati concorrenziali sono eminentemente politiche. Ciò che è successo da quarant’anni a questa parte, è stato il prevaricare della classe capitalista su quella dei lavoratori. Lungi dall’essersi esaurito, il conflitto di classe è stato solo nascosto dalla vittoria del capitale. Ciò va a minare anche la base di consensi su cui si fondano i regimi parlamentari. Il potere di condizionamento esercitato quotidianamente dai più ricchi è incomparabilmente superiore alla possibilità che il resto della popolazione ha di incidere nei soli appuntamenti elettorali. Si tratta, per dirla con Colin Crouch (Postdemocrazia, 2005), di controllare l’ordine del giorno delle decisioni politiche.

La democrazia, quindi, è la seconda vittima dell’espansione del capitale e risente anche della concentrazione dei capitali, altra legge tendenziale del capitalismo già evidenziata da Marx e riproposta da Emiliano Brancaccio (Democrazia sotto assedio, 2022). Concentrazione dei capitali e disuguaglianza vanno quindi di pari passo e hanno come portato la degenerazione della democrazia. La qual cosa impedisce di affrontare in modo efficace il terzo problema generato dal capitale: la crisi climatica. Infatti il capitale, con la sua visione dei profitti a corto raggio, non è in grado di programmare una strategia di lungo periodo per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Quest’ultimo, a sua volta, farà da volano per peggiorare sia la disuguaglianza (gli effetti del cambiamento climatico, come quelli delle pandemie, non si distribuiscono paritariamente sulle popolazioni ma ne ripercorrono e ne accentuano le separazioni) che la tenuta della democrazia (la quale non gode di buona salute di fronte agli stati di emergenza).

Di fronte a tali evidenze, la sinistra può rimarcare la propria differenza dalla destra e riaffermare la propria identità solo alla luce della critica anticapitalista. La destra non fa che perpetuare il potere del capitale. Soprattutto le destra populista. Lo stiamo vedendo nel nostro paese. Anche la sinistra, nell’ultimo trentennio, è stata oggetto di una cattura cognitiva da parte dell’ideologia del libero mercato. Ma, oggi, l’erosione dei consensi nelle fasce di rappresentanza tradizionale sta stimolando qualche cambiamento. Tornano in auge temi sulla disuguaglianza, sul lavoro e sulla crisi climatica. Si superano le titubanze sul reddito di cittadinanza e si rafforzano le richieste di un provvedimento sul salario minimo. Se si introducono i temi di una riforma fiscale fortemente progressiva e di una limitazione alla libertà di movimento dei capitali possiamo sperare che ci sia ancora vita a sinistra. All’opposto, la destra rifiuta sostegni alle fasce più emarginate e glissa sul salario minimo, in quanto misura che frenerebbe la corsa al ribasso del costo del lavoro. Allarga il solco della disuguaglianza pensando alla flat tax e, parallelamente, si immagina un provvedimento legislativo che contempli l’evasione fiscale di necessità. Ribadisce la propria fede nella teoria del trickle down, come se non fosse stata totalmente fallimentare e non avesse contribuito ad allargare la forbice vista sopra. La lotta continua alla tassazione è uno dei pilastri delle destre che hanno favorito disuguaglianza e concentrazione delle ricchezze. Neppure ai costi dell’energia, determinati dal sostegno acritico alle posizioni americane sulla guerra in Ucraina, è stato fatto fronte chiedendo un contributo straordinario a chi da tali condizioni ha percepito profitti enormi.

Rimarcate le differenze tra destra e sinistra, va detto che se quest’ultima non si pone l’obiettivo della critica radicale al sistema capitalista, ridando spazio alla politica e alla programmazione, vera bestia nera dei neoliberali, si rischia di perseguire solamente dei correttivi utili in un’ottica di breve periodo, ma inefficaci in una prospettiva ampia. È bene che la sinistra assuma coraggio e responsabilità per operare una critica al sistema nel complesso e si smarchi definitivamente dall’angolo in cui l’hanno relegata le sirene del neoliberalismo.


La crisi climatica ha un’unica soluzione: uscire dal capitalismo

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Ciò che spicca nelle elezioni degli ultimi decenni è l’assenza di reali alternative al sistema attuale. Partiti senza una vera visione politica di lungo periodo non sembrano contrapporsi per visioni globali divergenti ma per correttivi anodini di un sistema che non regge più ma che viene unanimemente condiviso. Le logiche di mercato, non contestate da alcuno dei partecipanti alle elezioni, non lasciano alcuno spazio di autonomia alla politica, chiamata a blindare e a rafforzare le dinamiche di competitività sfrenata tra individui, gruppi economici e stati. Questo vuoto della politica risulta ancora più evidente in quelle forze che per vocazione storica dovrebbero anelare a un cambiamento dei rapporti sociali, dei rapporti di classe si sarebbe detto un tempo, e quindi a una trasformazione radicale del sistema. Tale ruolo era ricoperto in passato dai partiti social-comunisti che avevano come aspirazione massima il superamento del capitalismo. Paradossalmente, oggi che il capitalismo presenta contraddizioni drammatiche e insanabili tale critica è quasi del tutto scomparsa se si eccettuano pochi cenacoli di intellettuali. A dire il vero, l’obiettivo del superamento del sistema capitalista è venuto sbiadendo gradualmente già dagli anni seguenti il secondo dopoguerra. Il compromesso keynesiano aveva già conquistato la classe operaia con l’illusione che questa avrebbe potuto godere di una buona fetta della torta. In seguito, l’affermarsi della razionalità neoliberale ha dato il colpo di grazia all’attecchimento di un qualsiasi pensiero critico che mettesse in discussione i dogmi del libero mercato strutturato sulla competizione senza quartiere. Nel 1994, Marco Revelli scriveva Le due destre, in cui prendeva atto che nel panorama politico italiano non esisteva più la classica contrapposizione tra destra e sinistra. A fronteggiarsi si trovavano due destre: l’una tecnocratica ed elitaria (liberale), l’altra populista e plebiscitaria (fascistoide). Entrambe operavano da sponda istituzionale per gestire il passaggio alla società postmoderna nella quale una nuova ragione del mondo avrebbe soppiantato tutti gli schemi appartenenti alla società fordista e al compromesso tra capitale e lavoro.

Oggi, il capitalismo mostra il drammatico fallimento delle promesse di benessere e felicità diffusi. La disuguaglianza è aumentata a livelli mai registrati nella storia recente e meno recente. Sono aumentati anche i conflitti, nonostante la caduta del blocco sovietico; il venir meno della guerra fredda ha aperto la stura ai molti conflitti caldi e ha lasciato libera la bestia americana di azzannare chiunque fosse sospettato di minare ai suoi interessi, come prescriveva la dottrina Clinton. La povertà è aumentata anche negli stati a economia avanzata, grazie all’attacco al mondo del lavoro e alla scelta degli stati di abiurare al loro ruolo di garante del compromesso tra capitale e lavoro. Anzi è stata spianata la strada affinché il capitale fosse libero di esprimere tutta la propria aggressività. È aumentata anche la precarietà dei lavoratori che va di pari passo alla compressione del loro potere d’acquisto. La crisi climatica ha raggiunto un punto di non ritorno e gli eventi meteorologici avversi, quali siccità, inondazioni, uragani, si abbattono soprattutto su popolazioni e ceti già provati dai disagi creati dal capitale. Corollario di cambiamenti climatici e guerre sono le crescenti migrazioni tra gli stati, dovute al tentativo di fuggire da situazioni drammatiche nella speranza di trovare altrove un habitat più favorevole.

Nonostante il capitalismo ci abbia regalato un mondo peggiore, a livello globale, sembra che la sua egemonia non venga meno. Alla coscienza di alcuni che il modello non funziona più e produce solo disastri per le collettività, corrisponde l’assenza da parte dei più di una vera critica che ne metta in dubbio la funzionalità. Il panorama politico italiano, ma non solo, rispecchia tale contraddizione. Nessuno che si interroghi sul futuro dell’umanità rimanendo ancorati su fattori tecnici utili a dare risposte sul breve periodo. La politica è ridotta ad amministrazione, a tecnocrazia. Il programma massimo, coincidente con il proseguire di uno sviluppo capitalistico votato a un’accumulazione permanente e distruttiva, non viene messo in discussione. La stessa tecnocrazia serve a mascherare di neutralità e di ineluttabilità decisioni politiche prese a monte. Mentre la nave affonda, ci si preoccupa di drenare acqua con i secchi anziché tappare la falla.

Negli anni successivi al dopoguerra, nell’ambito della Scuola di Francoforte ci si interrogava su chi potesse essere il soggetto rivoluzionario, dato che la classe operaia era stata conquistata dalle sirene del capitale che aveva promesso una fetta più ampia della torta. Alcuni individuavano tale soggetto tra le frange più disagiate, tra il sottoproletariato, tra i nuovi immigrati ma tali previsioni si sono rivelavate errate. Soprattutto, la nuova razionalità neoliberale, con la frammentazione dei gruppi collettivi, il rifiuto dell’intermediazione e l’individualizzazione spinta, ha impedito la formazione di una coscienza critica analoga a quella formatasi nel movimento operaio otto-novecentesco. Negli ultimi decenni, non solo è mancata la domanda su chi potessero incarnare le contraddizioni del capitalismo e promuovere una rivoluzione antisistema, ma è mancata la stessa critica radicale al sistema, il desiderio di superare il capitalismo. L’omologazione è stata quasi totale.

Eppure, c’è una questione dirompente che riporta i nodi al pettine e aspetta solo qualcuno che ne comprenda la portata rivoluzionaria. La crisi ambientale è l’unica la cui faglia non può essere nascosta dal capitalismo. La voracità di quest’ultimo in nome di un’accumulazione fine a se stessa, la sua necessità a fagocitare le risorse naturali e a scaricare rifiuti e inquinamento nell’ambiente, la sua tendenza all’esternalizzazione dei costi che gli impedisce di valutarne l’impatto rappresentano tutti aspetti non emendabili. Intervenire su tali aspetti significherebbe mutare la natura stessa del capitalismo e quindi porsi in direzione di un suo superamento. Il capitalismo ha capito la gravità della situazione. Per questo ha promosso per decenni campagne di negazionismo per occultare i danni dovuti al modello di accumulazione. A ciò si deve il ritardo con il quale la comunità politica è arrivata a prendere in considerazione i moniti del mondo scientifico che anni addietro venivano considerati eccessivamente allarmistici.

Negli ultimi anni, un filone di studi efficacemente ripercorso da John Bellamy Forster (Ecologia, in M. Musto, Marx revival, 2019, Donzelli) ha evidenziato come Marx abbia denunciato la spoliazione della natura prima della nascita del pensiero ecologico borghese. Nei suoi scritti lo sfruttamento della natura e quello dell’uomo rappresentano le due facce della medaglia del capitalismo. Si pensi alle osservazioni su «come il capitalismo ha depredato la natura» e su «come ha spogliato gli esseri umani della loro essenza naturale-fisica (oltre che intellettuale), usandoli prematuramente per poi gettarli via, senza costi per il capitale». Inoltre sono descritte due concezioni della crisi ecologica pienamente attuali: crisi economiche causate dall’ambiente, dalla crescente scarsità di risorse naturali e dal crescente aumento dei costi dell’offerta; crisi ecologiche vere e proprie, le quali non sono contemplate dal capitalismo come costi in virtù delle sue capacità esternalizzanti. Oggi queste crisi sono evidenti più che mai e il cambiamento climatico, che ha indotto gli scienziati a parlare dell’avvento di una nuova era, l’Antropocene, sta mostrando come il capitalismo possa perpetuarsi solo a scapito dell’esistenza del genere umano. Ancora una volta distruzione della natura e dell’umanità vanno di pari passo. Quelle promesse di felicità e benessere che il capitale aveva fatto e con le quali aveva illuso anche i propri antagonisti si sono infrante sul muro di un sistema autoreferenziale. Nel quale il mezzo è diventato il fine e l’uomo, al pari della natura, è subordinato a produzione e consumo.

Se ci si ferma a riflettere sul futuro dell’umanità, si comprende come quelle fratture evidenziate sopra non potranno che aumentare a causa della crisi climatica. Per questa ragione, nulla più della crisi ecologica, nel XXI secolo, può assumere quella portata universale e rivoluzionaria che, nel XX secolo, si riteneva avesse la classe operaia, sola in grado di azione rivoluzionaria in quanto principale vittima dell’alienazione e della disumanizzazione del sistema. Tanto che oggi si comincia a parlare di un nascente proletariato ambientale come unico portatore di una carica rivoluzionaria allo stesso tempo ecologica e sociale. In fondo, i movimenti dei Fridays For Future sono la naturale evoluzione di quelli di Occupy Wall Street dato che entrambi hanno uno stesso nemico: quell’un per cento più ricco che alimenta un sistema di accumulazione che va a detrimento della stragrande maggioranza dell’umanità.

Se si auspicano soluzioni per la crisi ambientale, sarebbe miope cercarle all’interno di un sistema dominato dalla logica capitalista. Si possono individuare soluzioni anodine all’interno del sistema stesso, come il ricorso ad energie green ed ecosostenibili. Ma, in realtà, la contraddizione, con tutto il suo portato di catastrofe ecologica e umana, esploderà in modo deflagrante. L’emergenza richiede una critica radicale e un mutamento sistemico. Le teorie della decrescita, se semanticamente poco attraenti, colgono però il nocciolo del problema. Rappresentano quanto auspicato giusto cinquant’anni fa dagli scienziati che, incaricati dal Club di Roma, produssero quel pionieristico studio su I limiti dello sviluppo. La soluzione auspicata in quello studio era incompatibile con il capitalismo. Infatti, in luogo di una continua competizione volta a generare una distruzione (di ambiente e risorse naturali) creatrice (di merci inutili, rifiuti e inquinamento), si auspicava una collaborazione tra Nord e Sud del mondo con una riduzione del tenore consumista del primo e uno sviluppo rispettoso dell’ambiente del secondo grazie alle tecnologie offerte dai paesi ricchi. Ciò che deve essere abbandonato è il dogma produttivista con annesso mantra del Pil. Questo a sua volta basato sulla crescita della produzione e del consumo di merci non necessarie che drogano artificialmente l’economia producendo esternalità non più tollerabili. Di fatto si tratta di uscire dal capitalismo. Il che, come ha affermato Mélenchon, non è una posizione ideologica ma di necessità.

A cogliere il testimone della rivolta, come argomenta Forster, potranno essere le popolazioni del sud del mondo, più esposte alle contraddizioni del capitalismo. La stragrande maggioranza dell’umanità emarginata dagli interessi dominanti a fronte di un mondo sempre più disumanizzato potrà prendere coscienza della ineluttabilità di un mondo caratterizzato da uno sviluppo umano sostenibile. Allora si potrà prendere atto della necessità della traduzione della critica ecologica classica marxiana nella prassi rivoluzionaria contemporanea.


Il fascismo è un pericolo concreto e attuale

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Gli ultimi eventi hanno prepotentemente riproposto la questione di un ritorno fascista in Italia. Da una parte l’inchiesta di Fanpage sulla vicinanza di gruppi neofascisti ai partiti populisti della Lega e di Fratelli d’Italia. Dall’altra la manifestazione contro il green pass di sabato scorso che è culminata con l’attacco squadrista prima contro la sede nazionale della Cgil, poi verso un ospedale romano. La domanda che ci si pone è se ci si trovi in presenza di un reale pericolo fascista ovvero di episodi criminali perpetrati da frange non realmente legate a partiti che competono elettoralmente per la conquista del potere. In sostanza, se si è di fronte a singoli episodi, più numerosi del solito, o se si stia assistendo a un salto di qualità. A dire il vero, già il succedersi di numerosi episodi di esplicita simpatia fascista, documentati su questo stesso sito (https://volerelaluna.it/allarmi-son-fascisti/2021/10/08/lobby-nera-fascisti-del-terzo-millennio/), offre un’indicazione preoccupante che siamo di fronte a un salto di qualità.

Non ritorniamo – se n’è scritto abbastanza – sulla vicinanza ideologica e politica di formazioni che esplicitamente si richiamano al fascismo a partiti dell’arco costituzionale come Fratelli d’Italia e Lega. Rispetto a quest’ultima ci si limiti a notare l’evoluzione del partito fondato da Umberto Bossi, antifascista e regionalista, verso una formazione nazional-populista dai chiari connotati razzisti e fascistoidi. E la cui piattaforma ideologica e politica difficilmente risulta distinguibile da un partito postfascista come quello guidato da Giorgia Meloni.

Gli ultimi episodi vanno letti alla luce di una considerazione per nulla rassicurante. Nel nostro Paese, infatti, il fascismo storicamente è stato sì sconfitto, ma non debellato. Ha continuato a tramare nell’Italia repubblicana, rendendosi protagonista della strategia della tensione nei decenni Sessanta-Settanta. Episodi stragisti e tentativi golpisti avvengono grazie allo sforzo congiunto di neofascisti e apparati deviati dello Stato e dell’esercito. Per cui, vedere un condannato per banda armata e associazione sovversiva capeggiare un attacco squadrista a un sindacato dei lavoratori non può lasciare indifferenti. Soprattutto se alcuni partiti e certa stampa vicina alla destra tentano di derubricare tali accadimenti a episodi insignificanti.

Ma ciò che non può lasciare indifferenti è la capacità di formazioni della destra radicale di guidare un pubblico ben più vasto di quello che ne condivide fino in fondo la visione politica. Un problema non solo italiano. A rendere attuale e preoccupante il rischio di un ritorno di pulsioni fasciste sugli scranni governativi è anche il clima internazionale. In alcuni Paesi il governo è appannaggio di forze reazionarie che molto hanno in comune con quelle neofasciste e che sono guardate con ammirazione dalle destre nostrane (è il caso dei Paesi di Visegrad o del Brasile di Bolsonaro). In altri Paesi si assiste alla crescita di partiti che si rifanno esplicitamente ai fascismi della prima metà del Novecento. Ma uno spartiacque importante è stata l’elezione di Trump alla presidenza USA cinque anni fa. All’ex presidente americano guardavano con estremo interesse, e guardano tutt’ora, le forze di destra come Lega e Fratelli d’Italia. Trump rappresenta una novità nella stessa storia americana, poiché va a raccogliere consensi sia tra frange complottiste e apertamente razziste sia tra una pletora di persone colpite dalla crisi economica che ha investito il Paese dal 2008 e che sono state private delle tradizionali forme di rappresentanza. Episodi come quello dell’assalto a Capitol Hill, seguito alla sconfitta elettorale dell’ex presidente, non hanno nulla da invidiare alle peggiori spedizioni squadriste. Per qualche ora, il Congresso americano è stato un bivacco di manipoli, per evocare il discorso tenuto da Mussolini nel 1922 in occasione del suo insediamento al governo. Soprattutto, occorre prestare particolare attenzione a un fenomeno che vede le destre raccogliere consenso tra le vittime di un capitalismo di stampo neoliberale che, negli ultimi trent’anni, ha fatto strame dello Stato sociale, ha eroso la capacità di acquisto degli individui, ha precarizzato le esistenze, ha prodotto incertezza individuale e collettiva, ha fomentato la più aspra concorrenza facendo introiettare alle persone un senso di colpa per non essere riuscite ad emergere o a restare a galla.

Questo magma di disagio è materiale pronto a esplodere nelle diverse rivolte urbane che in maniera scomposta e senza un chiaro disegno di cambiamento si stanno succedendo negli anni. Ma la destra si sta dimostrando capace di veicolare il malcontento, pur senza avere veramente la pretesa di cambiare il sistema. I dogmi liberisti non vengono messi in discussione dai neofascisti i quali, nella loro analisi socio-economica tagliata con l’accetta, individuano solo nella stampa di regime e nella politica di centro-sinistra il nemico da abbattere. D’altra parte, il pensiero neoliberale alla von Hayek non confligge con un disegno di società autoritaria. Basti ricordare l’intervista che lo stesso economista austriaco rilasciò al periodico cileno El Mercurio, nella quale si definiva compatibile con il liberalismo il regime di Pinochet. La stessa idea di libertà, invocata dagli Hayek e dai Milton Friedman, declinata unicamente nella sfera imprenditoriale, ricorda i proclami di libertà urlati dai manifestanti contro il Green Pass e, paradossalmente, dai fascisti di Forza Nuova, a dimostrare come il concetto di libertà possa essere manipolato a seconda delle occasioni e diventi il paravento a reali intenzioni di prevaricazione.

Alla luce di questo ragionamento, sarebbe il caso che la sinistra, oltre a chiedere improbabili prese di distanza dal fascismo da parte dei partiti postfascisti, si preoccupasse di rioccupare quegli spazi di rappresentanza di cui sono rimaste orfane le frange più vulnerabili ed esposte della popolazione. Vulnus sociale di cui detiene chiare responsabilità per essersi fatta affascinare dalle sirene liberiste. La lotta a un certo modello di turbocapitalismo non è cosa diversa da quella al fascismo. Torniamo alla lezione di Keynes e al suo Le conseguenze della pace. Se non si risolvono le problematiche economico-sociali che costituiscono un humus fertile per la proliferazione di nazional-populismi di stampo fascistoide, chiedere alle destre la presa di distanza dal fascismo storico e dal neofascismo politico può risultare poco più di uno stanco rito apotropaico.


Mele marce o crimini di sistema?

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Il rischio che dalla pandemia non si uscisse con l’imperativo di un cambio di paradigma bensì di un’accelerazione del modello business as usual si sta concretizzando (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/10/20/il-covid-19-il-partito-della-crescita-e-il-nostro-futuro/). Lo si vede – come già sottolineato da Marco Revelli (https://volerelaluna.it/commenti/2021/06/01/una-ripartenza-senza-freni/) – dalle prime pagine dei giornali che riportano la notizia che a causare l’incidente della funivia del Mottarone è stata l’avidità. Perché si è voluto risparmiare in manutenzione, temendo di aggravare le perdite di incassi dovute al blocco del turismo a causa della crisi sanitaria. Sempre per una questione di guadagni criminosi, e negli stessi giorni, apprendiamo che è stato inquinato il terreno di larghe zone della pianura padana. In questo caso non c’è rimorso in chi era consapevole che il mais inquinato sarebbe stato mangiato dai bambini, come è emerso dalle intercettazioni delle telefonate intercorse tra i responsabili del disastro ecoalimentare. E, in questo caso, la pandemia non c’entra nulla. Centocinquantamila tonnellate di fanghi tossici sono stati versati nei terreni agricoli del nord Italia tra il 2018 e il 2019. Fanghi spacciati per fertilizzanti e venduti ai contadini per oltre 12 milioni di euro, guadagni cui si devono aggiungere i risparmi ottenuti dal mancato trattamento dei fanghi.

Sono due delle tante vicende di un’Italia balorda che annovera nella sua storia un lungo elenco di crimini eseguiti non da sistemi mafiosi ma da una borghesia cialtrona che sull’altare del dio denaro sacrifica tutto, ambiente e salute delle persone. In fondo, il male è più banale di quanto si pensi. Dalla “terra dei fuochi” campana, che non è solo una questione di camorra dato che vede la connivenza degli industriali del nord felici di risparmiare sui costi di smaltimento, allo scandalo dell’Ecolibarna, che, nei primi anni Ottanta, ha avvelenato le campagne del comune di Serravalle Scrivia dando vita a una terra dei fuochi piemontese, passando per il ponte Morandi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/08/14/genova-un-ferragosto-fa-e-qualche-considerazione-per-loggi/). Queste sono vicende che, insieme alle morti sul lavoro e allo sfruttamento dei migranti in agricoltura, sono salite alla ribalta grazie a un’eco mediatica. Ma molte altre se ne verificano nel silenzio dei media.

Occorre fare alcune riflessioni su una così massiva diffusione del crimine dei colletti bianchi: industriali, imprenditori, tecnici conniventi, controllori corrotti.

La prima è che sarebbe fuorviante interpretare tale prassi criminale come caratteristica del nostro paese, poco votato a coltivare l’interesse collettivo e molto votato al perseguimento degli utili individuali. Sarebbe un errore di prospettiva perché, in realtà, il nostro paese non detiene il monopolio di una così poco lusinghiera prassi. Federico Caffè, nell’introduzione alla seconda edizione del celebre libro di James O’Connor La crisi fiscale dello Stato, notava come quell’analisi critica, sebbene calibrata sulla realtà americana, fosse esportabile anche ad altri paesi a capitalismo avanzato. O’Connor porta parecchie frecce all’arco della tesi secondo cui il welfare state era funzionale all’accumulazione capitalistica privata. Ad esempio, l’elenco di comportamenti truffaldini perpetrati a discapito del programma sanitario per i più disagiati, tenuti da strutture private che dovevano erogare servizi sanitari e che gonfiavano parcelle, effettuavano interventi chirurgici e ricoveri inutili o prescrivevano farmaci altrettanto inutili, potrebbe benissimo adattarsi alla disfunzione del sistema sanitario italiano ma, in realtà, descriveva la realtà americana.

Esclusa una tipicità italiana, la seconda riflessione impone di chiedersi se si tratti di singole azioni di mele marce in un contesto comunque sano o se, al contrario, siamo in presenza di un tessuto truffaldino legittimato da una cultura che è quella degli spiriti animali del capitalismo e della competitività spinta che impone la legge del più forte. Nonostante il welfare state, che si fondava sul compromesso keynesiano, fosse comunque basato sulla socializzazione dei costi e la privatizzazione dei profitti, come dimostra O’Connor, quella forma di Stato non era comunque più ritenuta idonea a garantire una soddisfacente accumulazione di capitale privato, per cui quel compromesso saltò. Il nuovo contratto sociale fu scritto dalla classe capitalista e sappiamo cosa ciò ha significato. L’ideologia del mercato quale entità in grado di garantire una migliore distribuzione delle risorse ha caratterizzato gli ultimi quarant’anni dei paesi a capitalismo avanzato e non solo. I risultati più eclatanti sono stati un’accelerazione della devastazione ambientale e della disuguaglianza, all’interno e tra i paesi, e della concentrazione dei capitali. Il che significa che è stata intrapresa una direzione non proprio nel senso di una realizzazione di un libero mercato concorrenziale. Ciononostante, una vera e propria acculturazione, a favore dello spirito concorrenziale come mantra per uno sviluppo progressivo portatore di benessere, è stata subita dalla società nel suo complesso, sia a livello individuale che istituzionale.

Persino per far ripartire il paese dopo la pandemia si inneggia alla concorrenza e alla competitività, termini ricorrenti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/04/30/primo-maggio-2021-la-solitudine-dei-lavoratori/). Non si riflette che la competizione, mutuata dal modello delle gare sportive, non fa crescere il collettivo ma solo gli individui, sacrificando la maggioranza per premiare una piccola minoranza di fortunati o capaci o ben inseriti nel sistema relazionale (https://volerelaluna.it/commenti/2021/04/28/piano-di-ripresa-e-resilienza-una-nuova-fregatura/). Quello che non si considera nelle riflessioni politico economiche è che tra le gare sportive e la competizione sociale c’è la stessa differenza che c’è tra il gioco del Risiko e un conflitto bellico reale. La competizione sfrenata non fa prigionieri e richiede un atteggiamento aggressivo e impavido, che spinge a ignorare leggi che per molti imprenditori costituiscono solo lacci che frenano la libera impresa, anche se concernono la salvaguardia delle vite umane. E non si può ignorare che da un clima culturale egemonico discendono poi azioni che di quel clima rappresentano il portato.

Chissà se coloro che hanno ideato i titoli dei giornali, il giorno dopo la notizia della manomissione dolosa del freno della funivia, titoli che additavano la causa della tragedia alla sete di profitto e all’avidità, si sono resi conto del messaggio che stavano veicolando. Ad ogni modo se ne sono accorti quelli del il Foglio che, il giorno successivo, hanno schierato una serie di articoli in difesa del capitalismo e contro gli sciacalli dell’anticapitalismo. Una riflessione a sangue freddo tesa a correggere l’impulsività che invece, dettata dall’indignazione, ha fatto gridare che il re è nudo. E chissà se a qualcuno è venuta in mente quella frase di Boris Johnson che, riferita ai vaccini, esaltava l’avidità capitalistica: in fondo il successo nella campagna di vaccinazione, secondo il premier inglese, è dovuta al capitalismo, è dovuta all’avidità, amici miei (https://volerelaluna.it/commenti/2021/04/18/da-johnson-a-draghi-il-trionfo-dellavidita/).


Ankara val bene uno schiaffo

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Il protocollo turco che ha lasciato in piedi Ursula Von der Leyen non è stato unicamente una mancanza di rispetto verso la presidente della Commissione europea o verso la figura femminile. È stato anche uno schiaffo verso l’Europa e la sua storia tesa a una continua evoluzione verso il rispetto del principio di eguaglianza, di pari dignità fra i generi e di godimento delle elementari libertà civili e politiche. Soprattutto se visto alla luce della recente uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne siglata nel 2011 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/03/26/cose-turche/). L’autocrate turco ha ribadito il suo disprezzo per la storia europea e per le sue libertà e lo ha fatto da una posizione di forza mettendo in luce la debolezza dell’Europa.

Ma, se ci fermiamo a riflettere, scopriamo che questa debolezza, se è veramente tale, è dovuta proprio a un’incoerenza di fondo, a uno iato tra una cultura che esalta diritti e libertà e una prassi che è volta a ignorare quanto esaltato. Tale contraddizione fa parte della storia europea, patria insieme dell’illuminismo e del colonialismo votato allo sfruttamento estremo di terre d’oltremare. Sfruttamento che, anche se con mezzi diversi, continua al giorno d’oggi. Come scrive lo storico Jürgen Kocka, riferendosi all’espansione europea nel mondo in era moderna, «è ravvisabile un’irritante fusione di commercio e guerra, una miscela aggressiva di sete di potere, dinamismo capitalistico e violenza senza regole, che storicamente ha rappresentato la regola, ma che si è ripresentata di continuo anche ai giorni nostri». Oggi come ieri, il potere euroamericano si avvale sia della forza che di strumenti commerciali. In particolare poggia su intermediari, ossia sugli stessi autocrati dei paesi sfruttati che si pongono in simbiosi mutualistica con i governi dell’Occidente.

Avviene con la Turchia e con la Libia, ritenuti entrambi un contrafforte alla stabilità europea in funzione anti-immigrazione. L’immigrazione è un portato fisiologico dei movimenti che interessano l’umanità e ha caratterizzato da sempre la storia umana. Oggi, oltretutto, viene mossa da motivazioni quali povertà, cambiamenti climatici, disuguaglianza e guerre, fenomeni tutti a cui l’Occidente non è affatto estraneo. Pur considerati essenziali alle realtà produttive occidentali, gli immigrati vengono trattati alla stregua di materie prime (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/04/08/regolarizzazione-e-forme-legali-di-semi-schiavitu-un-paradosso-da-evitare/), e quindi selezionati in entrata nei vari paesi come fossero merci. L’Europa e gli Stati Uniti non possono prosperare senza i paesi di quello che una volta veniva chiamato Terzo mondo. Quindi le politiche liberticide di questi ultimi non possono turbare i rapporti diplomatici e commerciali.

Lo si è visto con l’Egitto e le vicende di Giulio Regeni e Patrick Zaki. L’assassinio brutale dell’uno e l’incarcerazione arbitraria dell’altro non solo non hanno provocato una frattura istituzionale fra Italia ed Egitto ma non hanno neanche interrotto i rapporti commerciali, in particolare l’esportazione di armi italiane, strumenti di repressione ad uso del potere egiziano (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/01/11/nonostante-regeni-litalia-arma-legitto-e-non-solo/). Il commercio deve continuare whatever it takes. L’ideologia capitalista, che vede nella libertà di mercato e di impresa la madre di tutte le libertà, non ammette deroghe. I diritti umani possono essere relegati in un secondo piano.

L’Africa è un ulteriore esempio di questa simbiosi mutualistica, con le sue le immense risorse sfruttate dalle imprese occidentali (si veda Francoise Misser, Le compagnie petrolifere all’assalto, Le Monde Diplomatique, n. 3 marzo 2021, in cui si denuncia l’assalto delle multinazionali del petrolio ai parchi nazionali di diversi Stati africani in spregio alle norme ambientali e ai diritti delle popolazioni locali).

Per questo non ci si può attendere una reazione europea allo sgarbo, non solo protocollare, subìto dalla Von der Leyen. E, forse, la stessa presidente della Commissione, in quanto calata nel proprio ruolo istituzionale in rappresentanza dell’Europa e dei suoi traffici, si guarderà bene dal sollevare questioni e ingoierà il rospo di buon grado: Ankara val bene uno schiaffo.


L’ambiente alla prova del Terminillo

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In piena crisi sanitaria, sintomo e avvisaglia di una più generale crisi ambientale, desta non poco stupore il progetto di ampliamento di impianti sciistici sul monte Terminillo, nei dintorni di Roma. La Regione Lazio ha valutato positivamente l’impatto ambientale dell’opera e il via libero definitivo si concretizzerà non appena saranno sbrigati gli ultimi adempimenti amministrativi. Fatto passare come progetto di rilancio di un territorio depresso dal sisma del 2016, l’ampliamento degli impianti sciistici ‒ si può leggere sul sito della Regione Lazio ‒ «è stato fortemente voluto dall’amministrazione Zingaretti e oggi con soddisfazione [spiega l’assessore al lavoro e politiche per la ricostruzione Claudio Di Bernardino] possiamo descrivere il progetto come una sintesi tra le esigenze di sviluppo turistico nel pieno rispetto del territorio e delle bellezze naturali». Un ossimoro, quello della sintesi tra rispetto del territorio e creazione di vere e proprie cicatrici indelebili in una zona che è al vaglio per essere riconosciuta quale sito Unesco proprio in virtù delle sue antiche faggete. D’altra parte, come denunciano le associazioni ambientaliste, il progetto vìola palesemente il piano paesaggistico regionale. Basti pensare agli interventi previsti: 17 gli ettari di faggeta che devono essere annientati, 8,7 chilometri di trincee sulle praterie della montagna, 10 chilometri di impianti di risalita, 37 chilometri di piste da sci, due bacini per l’innevamento artificiale pari a 136 mila metri cubi di acqua. Perché, ormai di neve ne cade ben poca proprio a causa del mutamento del clima.

È paradigmatico voler antropomorfizzare oltremodo la montagna riproducendo eventi atmosferici che, proprio a causa di un’impronta antropocenica a livello globale, vanno estinguendosi. È quel concetto della natura come riserva infinita ad uso e consumo dell’uomo che ci ha portato alle soglie della catastrofe climatica, ormai difficilmente arginabile. E il perché sia difficilmente arginabile lo esplica in maniera lapalissiana proprio un progetto come quello del Terminillo, concepito e realizzato in una fase in cui non si fa altro che invocare un mutamento di paradigma. Ancora una volta si contrappone il recupero economico di un’area depressa con la sua salvaguardia ambientale. Ancora una volta vengono contrapposti lavoro e ambiente, come in altre situazioni lo sono lavoro e salute. Non vengono prese in considerazione altre possibilità di sviluppo che non siano invasive. Costruire e devastare è molto più facile che mantenere e salvaguardare. A dispetto di fondi europei stanziati in nome di un new green deal, a livello locale si procede come se nessuna riflessione fosse scaturita dagli eventi attuali. Se poi riflettiamo sulle motivazioni (trasferire in uno spazio naturale momenti di svago tipicamente urbano essendo così poco legati alla naturalità del territorio) la vicenda assume un aspetto assolutamente folle; del quale non ci rendiamo conto solo perché non ci siamo mai soffermati ad analizzare l’impatto degli impianti sciistici sul territorio montano.

Non si tratta di una sola questione estetica. Non parliamo solo di quelle cicatrici sui versanti delle montagne che caratterizzano Alpi e Appennini e che costituiscono una vera ferita alla percezione visiva del paesaggio. La realizzazione di impianti sciistici richiede una serie di lavori infrastrutturali che avranno conseguenze permanenti. Si deve procedere allo spianamento dei versanti, alla costruzione di opere edili come piloni e cabine, alla realizzazione di nuove aree di parcheggio per accogliere i turisti mordi e fuggi. Lo stesso uso di buldozer e scavatrici per la realizzazione delle opere ha un impatto devastante su flora e fauna. La distruzione della faggeta farà perdere uno straordinario elemento per l’equilibrio idrogeologico e climatico che qualsiasi bosco, naturalmente, produce. Persino la neve artificiale ha conseguenze negative sull’equilibrio idrogeologico. Per non parlare del fatto che anche gli impianti per l’innevamento richiedono opere invasive come la posa di tubazioni, la costruzione di opere edili. Né viene considerato l’enorme quantitativo di acqua necessario a garantire l’innevamento, a dispetto delle campagne sul risparmio dell’oro blu. È il tipico comportamento di una società schizofrenica quale siamo. Pertanto, parlare di esito positivo nella valutazione di incidenza ambientale assume un sapore tragicomico. Anche senza uno studio dettagliato, si potrebbe eccepire che ha poco di sostenibile una pratica sportiva che per essere realizzata deve trasformare, snaturandolo, il territorio che la ospita. Per non parlare del rischio di non sostenibilità economica, dati gli alti costi prospettati, che potrebbe causare l’abbandono del progetto a realizzazione in corso o ultimata, lasciando una ferita permanente e inutile nella natura del luogo. Considerazione non peregrina mettendo in conto la non facile fruibilità del luogo rispetto ad altre mete laziali e abruzzesi collegate dall’autostrada e il fatto che la decadenza del Terminillo quale stazione sciistica è avvenuta proprio a causa di tale concorrenza. Con l’aggravante che si andrebbero a distruggere modalità alternative di fruizione della montagna rispettose dell’ecosistema.

Insomma, proprio in una fase storica in cui, a livello globale, si attua una riflessione sul futuro dell’ambiente e vengono spesi fiumi di parole e di denaro per cercare di mutare una rotta che porta alla catastrofe ambientale, a livello pratico si continua ad agire business as usual. Anziché frenare il treno impazzito lo si accelera. Ancor più grave è che, come per la TAV, cui questo progetto è assimilabile in piccolo per la sua assurdità in termini economici e ambientali, a imprimere l’accelerazione sia una forza politica di sinistra. Qualche mese fa scrivevo della alla necessità che la sinistra faccia della questione ambientale la priorità della propria agenda politica (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/08/27/ambiente-e-conflitto-sociale/). Il vero soggetto innovatore, una volta avremmo detto rivoluzionario, è chi si fa interprete delle questioni ambientali perché, come accade per la pandemia, le ricadute dei disastri non si spalmano equamente su tutti ma ripercorrono, ampliandole, le fratture di classe prodotte da un determinato sistema politico economico. Concludevo anche l’articolo auspicando che la sinistra prendesse il testimone in quanto unica forza potenzialmente fuori dalla logica di sistema. Era più un augurio che una convinzione. La sinistra di governo è tutta interna alla logica del sistema; occorrerà volgere altrove il nostro sguardo.


Cosa intendiamo quando parliamo di crisi?

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Si discute molto su quanto la pandemia da Covid-19 stia evidenziando i punti deboli dell’attuale sistema di sviluppo. L’emergenza sanitaria lumeggia momenti di crisi già in essere e acuiti con la nuova situazione. Se ne contano diversi tra i quali spiccano: crisi economica; crisi sociale, dovuta a una sempre maggiore disuguaglianza e a una crescente diffusione della povertà; crisi politica, in quanto l’economico ha fatto sì che il politico venisse sminuito e, quando se ne rileva l’imprescindibilità, venga posto sul banco degli imputati per l’esplodere delle contraddizioni sociali; crisi istituzionale, dove per istituzioni intendiamo i centri decisionali e di elaborazione di momenti collettivi (tra cui la scienza, soprattutto quella medica, la cultura con i suoi centri di diffusione del sapere, scuola e università, la stampa che ha il compito di diffondere notizie e aprire uno squarcio tra i meandri del potere). Siamo di fronte a una crisi della classe dirigente nel suo complesso, che si porta appresso una più profonda crisi della liberaldemocrazia. Ne è un esempio l’attuale tensione sociale che, a causa della forzata interruzione di dinamiche socioeconomiche in diversi paesi in funzione anti-Covid, si sta traducendo in sommosse urbane.

Questa molteplicità di crisi è riconducibile a una stessa matrice che possiamo individuare nella deriva di un capitalismo finanziario sorretto dall’ideologia neoliberale.

In un momento in cui la politica è chiamata a prendere misure per fronteggiare la pandemia, emergono tutte le debolezze in capo a una categoria che ha visto negli ultimi decenni venir meno la propria credibilità. Oggi si assiste all’epilogo di un processo che, nell’arco di qualche decennio, ha eroso il perimetro di intervento della politica alla quale sono state opposte le virtù del libero mercato.

La pandemia non è la sola emergenza che ci si trova a dover fronteggiare per il futuro immediato. La questione ambientale e il cambiamento climatico (legati a doppio filo con il rischio di insorgenza di nuove pandemie) richiedono misure straordinarie che, per come il sistema è stato strutturato, difficilmente potranno essere adottate senza mettere in discussione lo stesso paradigma su cui si fonda. E il paradigma è quello del capitalismo che pervade ogni aspetto della realtà, politica, sociale o psichica e che ha cambiato in maniera profonda l’agire e il pensare individuali. Le attuali contraddizioni vengono principalmente imputate all’attuale fase del capitalismo finanziario. La tesi è parzialmente corretta nel senso che tale fase ha esasperato le contraddizioni insite nel capitalismo, erodendo le possibilità di intervento della politica e lasciando ampio spazio ai mercati. Ma alcune di quelle contraddizioni non le ha create dal nulla.

I primi trent’anni del secondo dopoguerra, quelli icasticamente chiamati i Trenta gloriosi, hanno rappresentato storicamente il miglior compromesso tra democrazia e capitalismo. In quella fase lo Stato ha disciplinato il capitale, garantendo un miglioramento delle classi lavoratrici sia attraverso un aumento dei redditi che attraverso i sistemi di welfare (salario sociale). In questo modo, i lavoratori sono stati integrati nel sistema capitalista e sono state depotenziate le spinte rivoluzionarie di quanti vedevano nell’Unione Sovietica un modello vincente alternativo a quello occidentale. Ma rimanevano alcune contraddizioni che quel modello non ha risolto, ben focalizzate dal famoso rapporto del Club di Roma su i limiti dello sviluppo. Da una parte un crescente inquinamento dell’ambiente a causa di un sistema di sviluppo basato sull’estrazione indiscriminata di risorse dal pianeta e una conseguente immissione di agenti inquinanti; dall’altra un altrettanto indiscriminato sfruttamento del Sud del mondo che ha permesso un aumento generalizzato del tenore di vita nei paesi occidentali. Già negli anni Cinquanta, quando l’offerta di beni cominciava ad essere eccessiva rispetto alla domanda ‒ come testimonia il lavoro pioneristico di Vance Packard (I persuasori occulti) ‒ si gettavano le basi per la creazione della società dei consumi che della crescita esponenziale di produzione e consumo di merci ha fatto una propria religione economica. Il consumismo diventava un vero e proprio stile di vita. Per alcuni aspetti, quindi, la società attuale presenta caratteri le cui basi sono ben ancorate nel modello del capitalismo che si accompagna allo Stato del welfare e le nostalgie per quel modello non sono affatto giustificate.

Poiché il compromesso keynesiano aveva il fine, non secondario, di costituire la stampella per un capitalismo claudicante in seguito al crollo del 1929, al presentarsi di determinate opportunità poteva essere sferrato l’attacco a quel modello per ridare al capitale una fetta maggiore della torta. Tale offensiva si è avuta a partire dagli anni Settanta; grazie al prodursi di alcune dinamiche è riuscito facile pensare al capitalismo socialdemocratico come fase transitoria che, sebbene avesse svolto bene il suo compito, non avrebbe potuto reggere sul lungo periodo. Nel 1971, un’espansione elevata dell’emissione di moneta per finanziare la guerra in Vietnam ha portato gli Stati Uniti a denunciare gli accordi di Bretton Woods e a cessare la convertibilità del dollaro in oro. Il crollo del sistema dei cambi fissi, unito alla crisi petrolifera di qualche anno dopo, si è innestato su una crescita generalizzata dell’inflazione nei paesi occidentali, dovuta anche al finanziamento del welfare, e sulla caduta del saggio di profitto.

È in quegli anni che è ritornata in auge l’idea, perorata da personaggi del calibro di Frederich August von Hayek e Milton Friedman, secondo cui l’inflazione può essere controllata attraverso la politica monetaria delle banche centrali. Queste, attraverso l’opportuna scelta di tassi di interesse, favorirebbero il giusto equilibrio dei prezzi grazie all’incontro tra domanda e offerta. Con l’ottica neoliberale si inverte il rapporto tra Stato e capitale. Non è più il primo a disciplinare il secondo, ma è il mercato che contesta alla politica competenze in merito alla fiscalità (se non quella di garantire il pareggio del bilancio), al controllo sulla finanza, all’obiettivo della piena occupazione, alla determinazione dei salari attraverso la contrattazione collettiva. Ma l’idea che debba prevalere la logica di mercato, unita all’esigenza di avere bilanci in pareggio e quindi di comprimere la spesa pubblica, si riflette sugli stessi sistemi di welfare nel loro complesso, sulla sanità come sulle politiche di redistribuzione, o sulla programmazione. Il cambio di paradigma ha comportato la fine di quello che è stato definito il compromesso keynesiano. Tale passaggio ‒ non spontaneo ma tenacemente perseguito a colpi di dottrina ‒ ha comportato anche un mutamento valoriale all’interno delle società. Il capitalismo si è dotato di un nuovo spirito, più laico rispetto a quello protestante evidenziato da Weber, e ha spesso abbracciato le rivendicazioni inerenti le libertà civili e quelle scaturite dalla critica artistica della stagione del ’68, come hanno messo in risalto Nancy Fraser o Boltanski e Chiapello. L’idea della catallassi, ossia dell’equilibrio spontaneo raggiunto attraverso le azioni individuali di una miriade di operatori ‒ secondo quanto andava affermando von Hayek ‒ ha fatto breccia all’interno delle società e non è stata intaccata neanche dalle evidenti disfunzioni scaturite da tale ottica. Dopo la crisi del 2008 e con l’attuale emergenza sanitaria che si ripercuote sull’economia, non sembra emergere, a livello di massa, una critica al sistema di sviluppo. Semmai l’obiettivo della protesta si concentra sulla politica che, con gli strumenti consentiti dalla logica di mercato, non riesce a dare risposte adeguate. Ma, d’altra parte, neanche la sinistra politica riesce a contestare questo modello.

Se negli anni Ottanta, la stura al dominio del mercato è stata data dalle destre, negli anni Novanta la sinistra di governo è stata vittima di una cattura cognitiva che le ha fatto abbracciare l’idea neoliberale e le ha fatto allevare un golem che tenta di divorare tutto quello che si pone sulla propria strada. Eppure, un’analisi più approfondita avrebbe fatto intuire che quanto propagandato era fumo negli occhi. Solo per fare un esempio, quando Hayek scriveva Legge, legislazione e libertà (poderosa apologia del libero mercato imperniata sui principi della filosofia del diritto), era già noto il lavoro di Galbraith, L’economia e l’interesse pubblico, in cui l’economista americano parlava di un capitalismo dominato dalle tecnostrutture delle grandi corporations. Galbraith illustrava il fenomeno delle porte girevoli che favorivano il processo osmotico tra corporations e governi, nel quale la politica svolgeva un ruolo del tutto subalterno e funzionale alla logica delle tecnostrutture. In sostanza, l’evidenza andava in senso contrario a quel mercato composto da una miriade di attori in concorrenza tra loro, teorizzato dal padre del neoliberalismo novecentesco. Si potrà anche eccepire che il lavoro di Galbraith, essendo del 1974, veniva varato proprio al culmine della fase socialdemocratica del capitalismo, ma sarebbe fin troppo facile rispondere che la tendenza alla concentrazione del capitale è andata aumentando soprattutto nell’attuale fase neoliberale e sembra essere una dinamica interna al modello e una delle cause delle disfunzioni socioeconomiche tipiche del capitalismo finanziario.

È evidente che persino il libero dispiegamento dell’economia ha bisogno del politico che detti il quadro normativo perché il mercato possa funzionare e, alla peggio, impedisca la rivolta sociale quando la polarizzazione delle ricchezze diventa intollerabile. Persino quel modello di turbocapitalismo ha bisogno della politica anche se ne disconosce il ruolo, come ha argomentato Nancy Fraser (Capitalismo. Una conversazione con Rahel Jaeggi).

Oggi che la crisi pandemica incombe, il ruolo della politica è quanto mai importante perché deve contemperare le esigenze della produzione con quelle della salute dei cittadini. Compito difficile in un sistema iperaccelerato che risente di ogni accenno al rallentamento e che è alla mercé della finanza. Ma decenni di disconoscimento del ruolo della politica ne minano la credibilità e l’egemonia e generano rivolte sociali in nome di immaginifiche teorie complottiste. È il trionfo della postverità e del relativismo nell’informazione e nella scienza. La società postideologica è stata salutata con entusiasmo agli inizi del secolo corrente, ma la fine delle ideologie ha lasciato un vuoto desolante, essendo l’esaltazione delle virtù del libero mercato l’unico pensiero consentito. Se l’ideologia rappresentava un’interpretazione della realtà e forniva la chiave per comprendere da quale parte stare senza doversi spendere in complesse elaborazioni, la società postideologica richiede agli individui una continua reinterpretazione della complessità. Il motto «uno vale uno» è la raffigurazione icastica di questa disaggregazione culturale e crea l’illusione che la complessità sia alla portata di tutti. Ma poiché non tutti possono sostenere questo peso, ecco che il mezzo si è sostituito al fine e il mondo dei social network è divenuto l’arena politica in cui tutti pensano di poter contare attraverso la propria esposizione ma, di fatto, non fanno che accrescere un caos sistemico.

È del tutto evidente che la politica deve tornare a esercitare un ruolo preponderante e deve riappropriarsi di quelle prerogative di cui è stata scippata dagli anni Ottanta. Occorre però riflettere in quale contesto debba avvenire tale riappropriazione e a quale modello aspirare. Il modello keynesiano va inquadrato storicamente ed è difficilmente riproducibile al di fuori di quel contesto del dopoguerra in cui si è affermato. Ma soprattutto, come abbiamo visto, non pone soluzione ai due problemi, emergenti e collegati, della crisi ambientale e del divario tra Nord e Sud del mondo.

Oggi il compito da affrontare è quello di demistificare la narrazione che il neoliberalismo ha prodotto negli ultimi quarant’anni. Occorre prioritariamente effettuare un’operazione culturale che ridia il primato alla politica in quanto istanza di gestione delle esigenze collettive, ma rifletta anche su quale debba essere l’agenda delle cose da fare. In sostanza occorre rifondare una Weltanschauung che riporti l’umanità ai valori essenziali e che liberi i comportamenti individuali dalla persuasione occulta della società dei consumi. Bisognerebbe cominciare a porre le condizioni per contraddire quella battuta secondo cui è più facile che finisca il mondo piuttosto che si arrivi a vedere la fine del capitalismo. Una battuta dotata di fin troppo senso per non essere presa sul serio e non generare preoccupazione. Ma prenderla sul serio significherebbe cominciare a pensare a un’uscita dal capitalismo, per come l’abbiamo conosciuto finora: un sistema di potere mascherato da neutralità delle interazioni sociali e una realtà totalizzante che misura tutto in base all’attribuzione di un valore monetario. E per il quale, ad esempio, il lavoro di organizzazioni umanitarie non è catalogabile tra le attività razionali degli individui. La tecnologia e la cultura sviluppati fin qui ci rendono in grado di contraddire un’idea di sviluppo forsennato che rischia di gettarci in un tunnel senza via d’uscita.


Ambiente e conflitto sociale

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Le considerazioni di Bertinotti, nell’intervista a la Repubblica del 17 agosto, e la risposta di Luciana Castellina su il manifesto del giorno dopo, hanno il merito di gettare luce su un dibattito annoso ma mai stanco che, anzi, necessita di essere riposto al centro dell’agenda politica della sinistra.

Bertinotti mette in guardia la sinistra sulla possibile catastrofe cui si andrebbe incontro nel sostituire l’ecologismo alla lotta di classe. A ciò Castellina controbatte ricostruendo i passaggi di un dibattito che si trascina dagli anni Settanta e che proprio il gruppo de il manifesto ha avuto il pregio di anticipare, aprendo alla problematica ambientalista che allora si andava profilando. In realtà è indubbio che la sinistra comunque è arrivata troppo tardi al tema. Uno degli studi pioneristici dell’ambientalismo, quei limiti dello sviluppo segnalati dagli scienziati del MIT su commissione del Club di Roma, è del 1972 e si deve all’attivismo di un esponente della borghesia imprenditoriale illuminata come Aurelio Peccei. In quello studio, ovviamente, non vi possono essere gli echi della lotta di classe ma, in un’ottica che potremmo definire umanista si cominciano a fornire ricette che anticipano di qualche decennio le teorie della decrescita, auspicano un mondo sviluppato che freni il proprio consumo di beni e aiuti la parte meno sviluppata a migliorare le proprie condizioni per consentire a tutti di avere il necessario. Inquinamento, problema demografico e disuguaglianza sono concetti già presenti in quello studio e che sono all’ordine del giorno nelle considerazioni dell’ambientalismo odierno specie di sinistra.

Solo apparentemente l’ambientalismo pone in second’ordine la lotta di classe, perché attraverso le lotte ambientali, si pone in maniera incontrovertibile la questione della lotta al capitalismo. Nel 1989, André Gorz, nel commento al programma della Spd (in Capitalismo, socialismo, ecologia), parlava di subordinazione dei criteri economici di rendimento e redditività massimi a criteri socio-ecologici. Introduceva quindi il concetto di razionalità ecologica, consistente nella soddisfazione dei bisogni materiali con una quantità minima di beni con valore d’uso e durata elevati, quindi con un minimo di lavoro, di capitale e di risorse materiali. A tale razionalità, il capitale contrappone la ricerca del massimo rendimento economico e un maggior profitto, resi possibili da un’espansione artificiale dei consumi e dei bisogni, ponendosi così al di fuori di quella sostenibilità ecologica di cui oggi tanto si parla. Il capitale è un moloch impazzito e vorace che si nutre di vite umane e di risorse ambientali. La sua crescita smisurata pone in pericolo la stessa esistenza del genere umano. Porre la questione ambientale, dunque, non significa occuparsi d’altro rispetto al genere umano (https://volerelaluna.it/economie/2020/02/10/un-pianeta-proibito-crisi-climatica-mito-del-pil-diseguaglianza/).

Gli ambientalisti non si battono per la salvaguardia dell’ambiente come valore assoluto, ben sapendo che l’ambiente sopravviverebbe e si rigenererebbe dopo una catastrofe ecologica, ma per la salvaguardia del genere umano che non potrebbe sopravvivere in un clima verso il quale lo sta proiettando la grande accelerazione di produzione e consumi degli ultimi decenni. Le catastrofi ecologiche non ricadono su tutti allo stesso modo e vanno a colpire, come ha dimostrato anche la vicenda dell’attuale pandemia (con cui la crisi climatica ha molte affinità), gli strati sociali più fragili, ossia quel soggetto che dovrebbe essere il protagonista del conflitto sociale. Le disuguaglianze vengono inasprite dalla crisi climatica sia all’interno che tra i paesi. La pandemia da Covid-19 può essere vista come un’anticipazione di quello che potrà succedere quando l’innalzamento della temperatura porterà a cambiamenti irreversibili e a catastrofi su scala globale. E le disfunzioni economico sociali che si porta dietro saranno molto più accentuate in quanto irreversibili e con effetti sul lunghissimo periodo, tanto da portare gli scienziati a coniare un nuovo termine, Antropocene, per caratterizzare la nuova era geologica in cui siamo entrati.

In alcuni casi, le battaglie ambientali si sono sposate con il conflitto sociale e Razmig Keucheyan parla, in proposito, di una questione ambientale che riporta in luce il conflitto di classe (La natura è un campo di battaglia). Anzi, spesso, la crisi ambientale, proprio perché riporterebbe alla luce le contraddizioni del capitalismo, viene mascherata da conflitto etnico-religioso, come è successo in Darfur o nella Nigeria di Boko Haram: alla radice di entrambi i fenomeni sta la crisi climatica con il suo strascico di crisi alimentare e di povertà assoluta. Pur non parlando di conflitto sociale, Mastrojeni e Pasini (Effetto serra, effetto guerra) pongono in relazione il cambiamento climatico, i grandi fenomeni migratori, le guerre per l’accaparramento delle risorse naturali disponibili sempre più scarse, le disuguaglianze.

Per tornare a Keucheyan, la crisi richiede la radicalizzazione degli antagonismi di classe, vale a dire la radicalizzazione della critica al capitalismo. Anche a cominciare dall’uso dei termini: se Antropocene, come ricorda Castellina, ha il difetto di rendere indistintamente il genere umano responsabile dei danni all’ambiente, Capitalocene porta a identificare il cambiamento climatico non come il risultato dell’azione dell’uomo in senso astratto, ma come la conseguenza evidente di secoli di dominio del capitale e se non ha piena dignità scientifica (come riconosce lo stesso Jason W. Moore, uno dei fautori dell’uso del termine) ha però senso alla luce della critica sociopolitica.

In sostanza, proprio perché non è possibile tornare alle categorie interpretative del XX secolo – come rimarca lo stesso Bertinotti – la questione ambientale è il medium per riproporre il conflitto sociale nell’agenda della sinistra. Ambiente e conflitto di classe sono due facce di una stessa medaglia e la sinistra dovrebbe assimilare tale lezione. Nulla più della crisi ambientale, nel XXI secolo, può assumere quella portata universale e rivoluzionaria che, nel XX secolo, si riteneva avesse la classe operaia. Questa per Marx aveva il vantaggio di vedere le contraddizioni del sistema perché le viveva sulla propria pelle, mentre il capitalista era vittima di una spirale che non poteva non alimentare. Oggi coloro che subiscono o comprendono la gravità dei cambiamenti climatici sono nella stessa posizione del proletariato otto-novecentesco. La crisi ambientale pone una questione emergente e porta al nocciolo delle contraddizioni del capitalismo. Ma il sistema del capitale non è portato a implodere spontaneamente grazie alle sue contraddizioni. È ancora Keucheyan a mettere in guardia circa la resilienza del capitalismo.

La finanziarizzazione e la militarizzazione sono una risposta non solo alla crisi economica ma anche a quella ecologica. Il capitalismo finanziario riesce a fare dei disastri ambientali un’occasione di speculazione attraverso la costruzione di prodotti derivati (lo stesso avviene con le pandemie). Per questo senza una presa di coscienza ambientale da parte del fronte anticapitalista non si produrrà alcuna crisi capace di portare il sistema all’implosione. Occorre riflettere seriamente sull’occasione di rifondare un pensiero di sinistra su basi ecologiche; occasione che, per più di un motivo, l’attuale crisi pandemica offre su un piatto d’argento.

È paradossale che le critiche più eclatanti al capitalismo, derivate dalle riflessioni sulla pandemia da Covid-19, si debbano a esponenti del blocco borghese che del capitale sono esponenti di punta come De Benedetti o Guido Maria Brera, che parlano di un capitalismo iperaccelerato che ha raggiunto i propri limiti. Ma se tale critica viene esercitata all’interno della cultura capitalista le soluzioni non potranno essere che anodine, come le aspettative verso tecnologie green che dovrebbero approdare a un velleitario capitalismo eco sostenibile. In realtà, la crisi attuale ci pone davanti all’evidenza che il capitalismo non è sostenibile né socialmente né ecologicamente. Ma tale evidenza potrà essere resa palese solo da chi è fuori da quella logica. E questo dovrebbe essere compito della sinistra.


Il Coronavirus e la questione ambientale

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Da quando è scoppiata la pandemia da coronavirus, l’evento più evocato è stato quello dell’attacco dell’uomo agli ecosistemi. Perché? Cosa c’entra la questione ambientale con l’emergenza sanitaria? Quest’ultima ha più le sembianze di un evento accidentale, naturale, inaspettato, mentre la prima è ormai opinione unanime all’interno della comunità scientifica che sia determinata dall’azione del modello economico dei paesi sviluppati. In realtà, i due eventi hanno parecchi punti in comune. Cerchiamo di capire quali sono.

1. Le immagini che ci pervenivano da Wuhan, quando ancora il coronavirus era confinato in una provincia della Cina centrorientale, con le poche persone che circolavano, munite di mascherina, tra le strade deserte della città, ci riportavano alla memoria analoghe immagini che, qualche anno fa, ci arrivavano da Pechino. Un ricorso alla memoria dovuto a un’analogia e a un contrasto. L’analogia era data dall’uso delle mascherine, che a Pechino erano necessarie per l’eccessiva presenza di inquinanti nell’aria, il contrasto era dovuto al fatto che a Pechino c’era una nebbia artificiale dovuta allo smog mentre a Wuhan l’aria era stata ripulita dal blocco delle attività produttive. In Cina, a seguito della pandemia, si è determinato un calo del 25% delle emissioni, cosa che si sarebbe verificata in seguito nel resto del mondo man mano che il contagio si espandeva. La pianura padana è stata una delle regioni dove maggiormente il blocco produttivo ha fatto apprezzare il ritorno a un’atmosfera come non se ne vedeva da tempo. Le acque dei fiumi sono tornate ad essere limpide, la fauna selvatica e ittica ha ripreso possesso dei propri spazi e si è avventurata anche alla scoperta degli ambienti umani lasciati vuoti a causa delle norme sul distanziamento sociale (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/04/16/la-natura-si-riprende-i-suoi-spazi/). Un primo effetto della pandemia è stato, quindi, quello di evidenziare ancor più quanto l’uomo sia nocivo al sistema terra e a se stesso (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/03/31/cattivi-pensieri-di-un-guardiaparco-in-servizio-in-valsusa/). Alcuni studiosi del dipartimento di biostatistica dell’università di Harward mettono in correlazione una maggiore incidenza di mortalità dovuta al covid19 con una esposizione di lungo periodo all’aria inquinata (https://www.nytimes.com/2020/04/07/climate/air-pollution-coronavirus-covid.html?searchResultPosition=1). Vivere in zone con maggiore presenza di polveri sottili, in particolare le pm2,5, esporrebbe le persone colpite dal virus a una maggiore probabilità di morte, fino al 15% in più. Altri studi stanno vagliando la possibilità che la propagazione del virus sia favorita nelle zone in cui l’aria è più inquinata. Se le morti del covid19 hanno una drammatica risonanza per la rapidità con cui si verificano, quelle per inquinamento, seppur maggiori, per ora, passano sotto silenzio.

2. Secondo molti, in primis il giornalista scientifico David Quammen, autore di Spillover, il salto di specie tra animali e uomo è favorito non solo dalla promiscuità ma, soprattutto, dall’attacco che l’uomo sta portando agli ecosistemi, in particolare alle foreste di Asia e Africa: le pandemie non sono eventi accidentali ma conseguenze non volute delle nostre azioni, «sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria […] da un lato la devastazione ambientale causata dalla pressione della nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo più rapido e generalizzato» (D. Quammen, Spillover, 2014). Si tenga presente che tali parole non sono dedicate al Coronavirus, dato che il libro lo precede di alcuni anni, anche se l’autore prevedeva un Next Big One, prossimo grande evento, originato forse in una foresta pluviale, forse in un mercato cittadino della Cina meridionale.

3. Questa pandemia ha costretto il mondo a una sosta forzata, non solo nella produzione ma anche per quanto concerne la sfera relazionale. Tali effetti delle pandemie non sono nuovi, basti leggere il romanzo di Camus dedicato alla peste per ritrovarvi le stesse misure di contenimento che stiamo sperimentando ora. Ciò che è nuovo, rispetto al passato, è che la globalizzazione rende il contagio pandemico e veloce. Il mondo attuale si fonda sull’estrema interconnessione delle sue regioni, ma questa interconnessione in qualche caso dimostra la vulnerabilità del sistema. Lo stesso avviene per l’inquinamento e il cambiamento climatico. Le emissioni scaturite da eccessi produttivi di una parte, non maggioritaria, del globo, hanno effetti sull’intera Terra e comportano eventi catastrofici che si ripercuotono diversamente a seconda dei paesi che vengono colpiti e delle risorse possedute per farvi fronte. Le conseguenze sono, in questo caso, inversamente proporzionali alle responsabilità.

4. La crisi economica scaturita dal coronavirus, si stima avrà gli effetti non della crisi del 2008, ma di quella del 1929. Prove di collaborazione, più o meno difficile, si stanno svolgendo tra i paesi con fortune alterne. Gli effetti economici della crisi rendono la pandemia assimilabile ai collassi provocati dai cambiamenti climatici e dall’esaurimento delle risorse, specie l’acqua dolce. Uragani, innalzamento del livello dei mari, desertificazione dei territori metteranno a dura prova il mondo futuro con costi economici e umani ingenti. Gli stessi fenomeni migratori sono riconducibili ai cambiamenti climatici: oggi la maggior parte dei migranti possono essere definiti migranti climatici, che è termine più appropriato di migranti economici.

5. La pandemia si è dimostrata non amica delle libertà personali e dei diritti individuali. Si sono rese necessarie misure di contenimento che, seppur adottate in regimi democratici, hanno conculcato alcune delle libertà su cui tali regimi si fondano: libertà di movimento, di aggregazione, di associazione (e vi sono motivi per temere circa quella di espressione). Si è resa necessaria la scelta tra libertà e sopravvivenza (https://volerelaluna.it/commenti/2020/04/08/coronavirus-ci-stiamo-giocando-la-democrazia/). Simili scenari di compressione delle libertà sono ipotizzati anche in caso di collassi dovuti alla crisi climatica, ai quali non si reagirà attraverso la collaborazione tra i paesi ma, al contrario, con la competizione per l’accaparramento dei territori e delle risorse disponibili. Non a caso Razmig Keucheyan ipotizza un maggior ruolo dei militari nella gestione delle future crisi climatiche (La natura è un campo di battaglia, 2019) . Le stesse prove di controllo della popolazione ventilate con l’emergenza sanitaria possono essere un triste presagio di una distopica società futura.

6. La pandemia mostra un tratto potenzialmente democratico, in quanto colpisce tutti allo stesso modo, senza distinzione di classe, etnia e confini. Ma si adegua a quelle distinzioni erette dall’uomo all’interno delle società. Così, in Sudamerica, si dice che il contagio sia veicolato dai ricchi ma uccida i poveri che non hanno le risorse necessarie per farvi fronte o che non possono astenersi dal lavorare anche in assenza di sicurezza. La stessa cosa sta avvenendo negli Stati Uniti, dove la malattia colpisce soprattutto le comunità degli afroamericani. Anche i riflessi economici del contagio hanno ovviamente un’incidenza diversa. Le crisi economiche mietono vittime tra gli ultimi, non certo tra i primi. Chi vive al livello della sussistenza si vede venir meno anche quei pochi beni necessari alla sopravvivenza, mentre chi ha un alto tenore di vita, a malapena si accorge delle differenze. Anzi, come è accaduto dopo il 2008 le classi più ricche potrebbero anche avvantaggiarsi dalla crisi che favorisce situazioni di darwinismo sociale. La stessa cosa avviene già per le catastrofi indotte dal cambiamento del clima, tra e all’interno degli stati. Si pensi all’uragano che ha investito il Mozambico nel 2019 devastandolo e distruggendone la già fragile economia. Oppure a quello che ha investito la Lousiana nel 2005, dove ad essere colpite, ancora una volta, sono state soprattutto le fasce più deboli che si sono ritrovate dall’oggi al domani senza una casa e senza la possibilità di riaverne una. Quell’uragano ha indotto un vasto fenomeno di migrazione interna, verso altri stati della confederazione e favorito violenze e saccheggi nei centri più colpiti. In sostanza, eventi climatici e pandemie si stratificano sui sistemi umani e, quando questi presentano un alto indice di disuguaglianza, non fanno che amplificarne le contraddizioni. La disuguaglianza è il convitato di pietra delle attuali catastrofi. Quando le catastrofi climatiche si trasformano in catastrofi sociali, palesano il fallimento di determinati sistemi economici e politici (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/04/ce-una-sola-soluzione-la-giustizia-ecologica-e-sociale/).

7. Infine, l’attuale blocco suggerisce alcune soluzioni che potrebbero prefigurare scenari alternativi affinché, una volta superata l’emergenza sanitaria, non ci si proietti verso quella ambientale o verso una nuova emergenza dovuta a un’ulteriore pandemia. Bisognerà chiedersi di quale crescita abbiamo bisogno per il dopo covid19, se continuare secondo il modello business as usual o cambiare direzione, andando verso una riduzione sia dell’impronta ecologica che della disuguaglianza nel mondo tra e all’interno degli stati, nella consapevolezza che, per come è stato calcolato finora, il Pil è un indice sterile che misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta (Robert Kennedy). Inoltre, il contenimento ha fatto emergere l’importanza di una certa tecnologia basata sull’immateriale. La quale, laddove si possa garantirne il basso impatto ambientale e l’assenza di rischi sulla salute umana, potrebbe essere uno dei fulcri dell’economia futura. Ma ha messo in luce anche l’importanza delle relazioni sociali e di tutto un settore economico, dalla sanità alla cultura, dall’istruzione all’intrattenimento, che finora è stato considerato, dal nostro modello, figlio di un dio minore. L’altro fulcro di uno sviluppo economico futuro è costituito, quindi, da tutti quei servizi in cui il capitale umano è difficilmente rimpiazzabile dalla robotica, come la sanità, l’istruzione, la cultura, l’alimentazione di qualità; insomma tutti quegli aspetti che danno senso alla vita e costituiscono il fondamento primario di una vita che possa dirsi realmente prospera e non basata unicamente sul possesso di beni. La crescita dovrà essere smart, verde, inclusiva e sostenibile (T, Jackson, Prosperità senza crescita. I fondamenti dell’economia di domani, 2017). Le crisi offrono occasione per cambiamenti epocali che, nel nostro caso, si rivelano essere anche vitali.