Figlie e figli che hanno ripudiato i genitori, militari torturatori

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Buenos Aires. È un caldo pomeriggio di marzo 2024 e Lili mi ha dato appuntamento al bar dell’Haroldo Conti, uno dei padiglioni della ESMA, la Scuola meccanica della Marina, lager clandestino dal quale passarono circa 5.000 persone durante la sanguinosa dittatura che massacrò l’Argentina dal 1976 al 1983. Quei 5.000 giovani, bollati come sovversivi e sequestrati, vennero portati qui, torturati, violentati, uccisi. Alcune donne incinte, furono torturate facendo sadicamente attenzione a che non morissero perché, una volta partoriti, i/le neonati/e venivano affidati a militari che non potevano avere figli con falsi certificati di nascita, mentre le madri venivano uccise. Circa 300 sopravvissero e fu la loro coraggiosa testimonianza a permettere il processo che iniziò a condannare quei sadici macellai in uniforme. Il 24 marzo del 2004, ricorrenza del golpe del 1976, il presidente argentino Nestor Kirchner e il sindaco di Buenos Aires Anibal Ibarra dichiararono quel luogo museo per la memoria di tali orrendi crimini e per la promozione della verità e della giustizia, nel nome dei diritti umani. Proprio lì Lili mi ha dato appuntamento e io sono arrivato in anticipo, curioso di immaginare come è una persona con una storia come la sua. Quando Lili arriva, un sorriso accogliente manda in soffitta tutte le mie elucubrazioni e mi trovo a conversare con lei come fossimo vecchi amici.

Viene subito al dunque Liliana, senza neppure chiedermi perché voglio conoscerla. In fondo ci ha messi in contatto un’amica comune e questa è una garanzia. Lili è la figlia di Paulino Furiò, tenente colonnello a capo del G2, la divisione di intelligence dell’Esercito che operava nella città di Mendoza. Furiò è stato condannato all’ergastolo nel 2012 per una serie di reati tra cui sequestro, tortura, eliminazione fisica di almeno venti persone. Lili mi racconta che non era facile vivere con un padre autoritario, machista e violento, al punto che quando un giorno, da adolescente, gli disse «non permetterti mai più di picchiarmi» lui cominciò a stringerle la gola e se non fossero intervenuti la madre e il fratello di 16 anni (lei ne aveva 17) avrebbe potuto ucciderla per strangolamento. Ecco il suo racconto.

Avevo sempre saputo che mio padre era in grado di commettere cose terribili, per cui non rimasi affatto sorpresa quando nel 2008, mentre eravamo a una festa nella nostra casa di campagna, vennero ad arrestarlo. Di fronte all’incredulità e allo sbigottimento di parenti e amici io pensai solo una cosa: giustizia è fatta! Da quel momento iniziò il processo con il quale venivano alla luce le infamie che aveva commesso durante la dittatura. Non era facile per me, mi sentivo sola e confusa, finché nel 2016 in una libreria di Buenos Aires (mi ero spostata da Mendoza alla capitale, anche per il mio lavoro di documentalista) incontrai un libro che si intitolava Figli degli anni ’70. Storie della generazione che ha ereditato la tragedia argentina. Ho divorato quel libro che raccontava le storie di figli di militari torturatori e di militanti desaparecidos o sopravvissuti e pian piano ho sentito il desiderio di fare qualcosa per chiarire a me stessa il mio posto nel mondo. All’epoca avevo 55 anni e, grazie a quel libro, ho deciso di contattare Analia Kalinec, la figlia del torturatore denominato Dr. K. Lei è nata nel 1979 e, a differenza mia, aveva un padre amorevole e affettuoso e le fu molto difficile decostruire l’immagine di un genitore che amava per vedere l’aspetto del torturatore.

Fu un percorso doloroso anche per lei, cui Lili non accenna per rispetto, ma che io ho letto nelle varie interviste rilasciate da Analia, che entrò in un conflitto tale con il padre che venne da questi diseredata, con l’avallo degli altri figli, i suoi fratelli. Lili continua il suo racconto:

Avevo 20 anni quando è arrivata la democrazia e volevo credere che le cose terribili che si raccontavano nei processi che avrebbero portato al Nunca Mas fossero accadute all’Esma, che mio padre fosse stato un violento, ma nell’ambito della guerra sporca cui si appellava, in cui magari avevano esagerato in alcune circostanze, ma avendo di fronte sovversivi armati e determinati a rovesciare il paese. Quando iniziò il processo nel 2008 ebbi la conferma che i dubbi atroci che cercavo di seppellire erano una terribile realtà.

Ho dovuto decostruirmi e poi rimettere dolorosamente insieme i pezzi. Mi dicevo che dovevo sapere, mi ripetevo che dovevo essere in grado di affrontare qualsiasi verità. Ascoltare le testimonianze di detenuti sopravvissuti e di familiari di desaparecidos fu una botta emotiva devastante, ma io avevo bisogno di sapere e continuavo a leggere libri e a documentarmi. Io avevo rotto definitivamente con mio padre durante un viaggio a Berlino nel 2013, dove avevo una relazione con Julie, la donna tedesca conosciuta a Buenos Aires ballando il tango e che ora è mia moglie. Già, perché l’arresto di mio padre mi ha permesso un percorso interiore per cui ho potuto finalmente dichiarare la mia identità sessuale. Con Julie siamo andate a passare alcuni giorni a Parigi e lì, nel quartiere dove si era trasferita la mia figlia più giovane, ho incontrato una donna che mi ha chiesto se fossi argentina, avendo sentito il mio accento. Le risposi di sì e le chiesi cosa ci facesse a Parigi. Mi rispose che era lì dal 1977, era dovuta scappare dall’Argentina dopo la desaparición del marito avvenuta nel 1977, nella biblioteca della città di Mendoza. Mi ha visto turbata e mi ha chiesto cosa mi stesse succedendo. Quando le ho raccontato chi ero è corsa via, furiosa. Le sono corsa appresso chiedendole di parlare e quando lei si è fermata abbiamo iniziato a raccontarci. Mi ha detto del suo esilio a Parigi con i due figli molto piccoli, dopo avere cercato invano almeno il corpo del marito e io le ho raccontato dei miei tormenti per un padre genocida e torturatore.

Sono tornata a casa in Argentina e ho capito che mio padre mi doveva delle spiegazioni e lui dal carcere mi ha risposto che non si pentiva di nulla, si sentiva perdonato da Dio e se fosse rinato si sarebbe comportato nello stesso modo, senza però raccontarmi cosa avesse fatto, nonostante le mie domande incalzanti. Un dolore lacerante, che solo l’incontro con una persona nelle mie stesse condizioni, cioè Analia, poteva parzialmente lenire.

Lili e Analia si incontrarono e lì si sentirono meno sole. Il 25 maggio del 2017 nasceva ufficialmente il collettivo Historias desobedientes dopo una riunione cui parteciparono cinque figlie e un figlio di repressori. Un mese dopo erano una trentina e da lì hanno iniziato a darsi una struttura organizzativa. Attualmente si riuniscono ogni 15 giorni, in presenza e online (alcuni di loro vivono all’estero); una volta al mese organizzano una sorta di cineforum sul tema della memoria (esempio con il film La vita degli altri); organizzano e vengono invitati a incontri nelle scuole o a conferenze pubbliche.

Lili è giustamente reticente sul tema famiglia, un dolore intimo e privato. Mi racconta solo di una madre succube del padre, ma affettuosa con lei, di cui però non riesce a capire l’ostinazione nel considerare tutte le accuse ascoltate nelle udienze, cui non è mai mancata, come delle montature contro il marito. Ha quattro fratelli: il più grande è mancato qualche anno fa, gli altri la seguono nel percorso di Asambleas desobedientes. Il padre è morto nel 2019, affetto da demenza senile, motivo per il quale ha trascorso gli ultimi tempi ai domiciliari. È stato durissimo affrontare il proprio passato e decostruire l’immagine di sé e del proprio padre. Un aiuto fondamentale è venuto dalla creatività. La psicoterapia è stata importante, ma insieme all’Arte, al bisogno di sublimare: «La maggior parte di noi del collettivo è legata a espressioni artistiche, molti scrivono, io sono documentalista e ballo il tango, qualcuno lavora con il teatro. Esprimere, raccontare è terapeutico, è liberatorio». Qui si ferma un attimo, poi mi racconta che c’è stata una divisione interna. Analia è rimasta presidente di Historias desobedientes, mentre lei e altri hanno fondato Asambleas desobedientes. La divisione non è stata traumatica e non ha causato rancori, semplicemente Asambleas è più centrata sull’orizzontalità e sul consenso di tutte: «Io arrivo da un padre militare e machista, non potevo reggere una struttura che non fosse orizzontale».

La prima figlia disobbediente a rivelarsi è stata Mariana, la figlia di Miguel Etchecolatz, che racconta di avere addirittura cambiato il nome in Mariana Dopazo, per sancire il fatto di essere una ex-figlia, come si definisce. Lei ricorda un padre prepotente, che voleva il silenzio assoluto in casa e si chiudeva nella sua stanza, forse perché abitato dalle urla di terrore che provocava come capo della Polizia di Buenos Aires e braccio destro del generale Camps, per conto del quale coordinava i 21 campi clandestini della Provincia. Con altri figli disobbedienti Mariana ha marciato il 3 maggio del 2017, quando una moltitudine, circa 500.000 persone, è scesa in piazza per contestare la legge denominata 2 x 1 proposta dall’allora presidente Mauricio Macri. Questa legge intendeva, per i casi di lesa umanità contro i militari della dittatura, far contare il doppio ogni anno trascorso dai torturatori in carcere preventivo o in attesa di una condanna finale. Questo vergognoso sconto di pena ha fatto scendere in piazza le ragazze di Histories desobedientes, che per la prima volta hanno partecipato a una manifestazione a fianco delle Madres de Plaza de Mayo, delle Abuelas, degli organismi dei diritti umani. «Non ci sentiamo vittime – ha dichiarato Mariana – e non vogliamo occupare lo spazio di chi ha avuto familiari desaparecidos o sopravvissuti, ma ci dichiariamo al loro fianco come disobbedienti verso un mandato potente, violento, patriarcale e rigidamente gerarchico. Una disobbedienza che vogliamo declinare in senso femminista». La ricerca di memoria, verità e giustizia è il mantra che accomuna queste persone, come dichiara Analia Kalinec, sottolineando come Patricia Isasa, studentessa di 16 anni che fu sequestrata e incarcerata per tre anni durante la dittatura, abbia voluto marciare a fianco delle figlie dei repressori durante una marcia indetta da Ni Una Menos, segnale di unione indispensabile di fronte all’ondata di negazionismo che pervade il paese.

Mi sono incontrato più di una volta con Lili, che mi ha raccontato di come i loro riferimenti siano Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, con la loro lotta coraggiosa e incorruttibile. Mi ha anche parlato di una sorta di internazionalizzazione del processo di affrancamento dall’identità di figlie di militari torturatori, come nel caso di Alxandra Senfft, una giornalista nipote di un gerarca nazista autrice del libro Il silenzio fa male scritto sul nonno. Lili è una fonte di informazioni preziosissima e documentata. Mi racconta anche del libro Entre hienas scritto da Loreto Urraca, una scrittrice spagnola che descrive gli intrecci tra i franchisti, i fascisti, i nazisti e la polizia del regime di Vichy attraverso la storia di suo nonno Pedro Urraca Rendueles, poliziotto spagnolo condannato a morte in Francia nel 1948 per connivenza con il nemico durante l’occupazione nazista e fuggito in Belgio dove ha continuato impunemente a lavorare per lo Stato spagnolo fino al 1982. Già, perché Asambleas Desobedientes ha incrociato nel proprio cammino le storie simili di cileni, paraguayani, spagnoli, tedeschi, uruguayani, brasiliani che hanno ripudiato i parenti militari coinvolti in atrocità. Sarà un caso, mi chiede con un sorriso Lili, se mancano solo storie di italiani in ripudio di fascisti coinvolti in crimini?


La vittoria di Milei in Argentina: non solo una sconfitta politica

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Javier Milei è il nuovo Presidente dell’Argentina, avendo totalizzato nelle votazioni di domenica scorsa il 56% dei voti a fronte del 44% ottenuto dallo sfidante, il peronista Sergio Massa. Milei ha raccolto il 50,8% delle preferenze tra i lavoratori dipendenti, il 47,4% tra i pensionati, il 63,5% tra i lavoratori autonomi e il 50,95 tra i lavoratori informali. L’89,4% dei militari si è espresso a suo favore, come pure la schiacciante maggioranza dei giovani (in Argentina si vota a partire dai 16 anni). Il programma di Milei, che si definisce anarco-capitalista, postula il quasi totale azzeramento dello Stato, a fronte di un liberismo estremo che prevede la dollarizzazione, l’abolizione della Banca Centrale, la chiusura di quasi tutti i settori statali, le privatizzazioni tra cui la radiotelevisione, la compagnia di linea aerea, l’agenzia di notizie Telam, la compagnia petrolifera YPF. Non a caso i primi a congratularsi con Milei sono stati Trump, Bolsonaro e ora Matteo Salvini, compagni di strada nel cercare di trasformare il mondo in un immenso supermercato ove tutto ha un prezzo e non esiste supporto dello Stato alle fasce più deboli e più esposte, oltre alla demolizione dei tre pilastri del welfare: istruzione, sanità e pensioni (https://volerelaluna.it/mondo/2023/11/01/argentina-1983-2023/).

Il peronista Massa, attuale Ministro dell’Economia, rappresenta il vecchio sistema, quello che, in questi 40 anni di democrazia, ha portato l’Argentina, già duramente colpita dalle misure neoliberiste imposte con la forza dalla sanguinosa dittatura militare, sull’orlo dell’abisso, che adesso si manifesta sotto forma di una inflazione del 143%, con il 42% degli argentini sotto la soglia di povertà e con un debito estero spaventoso. La destra tradizionale, che si è alternata al potere con i peronisti, ha contribuito all’impoverimento e soprattutto al debito estero che sta soffocando il paese. In questo contesto ha fatto presa il discorso di Milei, avvocato eccentrico comparso sulla scena politica solo tre anni fa. Promettendo di cacciare tutti i politici, di distruggere il sistema clientelare che affligge l’Argentina e interpretando la rabbia dei cittadini che non riescono a vedere uno sbocco, una prospettiva nelle loro vite, ha rappresentato la rottura con un vecchio sistema (https://volerelaluna.it/mondo/2023/09/06/argentina-la-sorpresa-dellanarco-capitalista-javier-milei/). Insomma tutte le premesse per cercare un nuovo orizzonte, soprattutto per quella classe media, per gli autonomi e per i troppi giovani che tra indebolimento del potere d’acquisto, salari bassi, disoccupazione si arrabattano quotidianamente cercando di sopravvivere. La classe media che – come diceva Paul Krugman – è la garanzia per l’esistenza di democrazie liberali e società aperte, va scomparendo e coloro che da essa passano alla recessione vanno ad alimentare la folla dei populisti, dei rancorosi, degli eccessi digitali, cavalcati abilmente da Milei con i suoi discorsi esagerati, i vestiti e la posa da rock star, le urla senza contenuto reale. Milei ha parlato alla pancia della nazione, stufa di povertà e indebitamento. Adesso inizia la fase difficile, quella del governare il paese mantenendo le promesse elettorali.

Sul piano economico, a dicembre l’Argentina dovrà pagare una rata di 44 miliardi di dollari al FMI, La dollarizzazione, ovvero l’equivalenza tra la moneta locale (il peso) e il dollaro, necessita di fare cassa e questo è molto difficile in un paese al fallimento: da qui l’esigenza di privatizzare, con il rischio del corto circuito, ovvero un po’ di liquidità nell’immediato a fronte di uno svuotamento delle risorse. Il ragionamento di Milei è semplice: smettiamo di usare il peso, ritenuto una moneta inaffidabile (attualmente la più debole dell’America Latina) e facciamo tutte le transazioni, dagli investimenti a quelle più comuni della vita quotidiana, in dollari. Viene così meno la necessità della Banca Centrale Argentina (che non è, come dice Milei, l’origine di tutti i mali ma che, stampando a getto continuo carta moneta, ha contribuito in maniera significativa all’inflazione). I governi passati, per finanziare gli ingenti piani sociali, hanno accumulato un enorme debito pubblico, finanziato dallo stampare moneta della Banca Centrale. In questo modo l’economia è cresciuta per il finanziamento della spesa pubblica con soldi stampati appositamente e non grazie a un sistema che cresce e paga, in proporzione, sempre più tasse. La spesa pubblica ha senso ed è auspicabile ma non può essere l’unica modalità di intervento, altrimenti l’inflazione dilaga. È, appunto, quel che si è verificato Argentina. Oggi, nel paese, consumatori e industrie usano i dollari anche per i piccoli acquisti quotidiani, oltre che come risparmi, proteggendo così il loro potere di acquisto. Esiste, infatti, un cambio clandestino, definito “cambio blu”, ormai accettato con tanto di quotazione sui giornali che è il doppio di quello ufficiale. In questo contesto, la dollarizzazione fermerebbe l’aumento dei prezzi, essendo il dollaro una moneta stabile, e renderebbe ufficiale una moneta spesso ottenuta in modo clandestino, ma questa ricetta, applicata da Menem, ha portato alla gravissima crisi del 2000-2001 con tanto di default. Il fatto è che la dollarizzazione richiede una quantità di dollari che le casse vuote argentine non possiedono. Abolire la Banca Centrale, inoltre, priverebbe lo Stato della possibilità di usare in maniera corretta la politica monetaria per stabilizzare, al bisogno, l’economia. E, poi, si rinforzerebbe la dipendenza tossica dagli Stati Uniti.

Milei sa bene che le promesse elettorali sono un conto e la realtà un altro e che le sue promesse di “far tornare grande l’Argentina” – come negli anni ’40 quando era tra i cinque paesi più ricchi al mondo – non sono credibili. Per questo si sta cominciando a verificare un cambio graduale di rotta. Già rispetto al voto di ottobre i toni si sono ammorbiditi, probabilmente per l’intervento di Macri, presidente due mandati or sono, uomo d’affari con il mantra della privatizzazione, che sembra il burattinaio della situazione, anche grazie a una posizione ambigua nella fase elettorale, nella quale non ha appoggiato, pur non sconfessandola, la sua compagna di partito Patricia Bullrich (che nel primo turno è giunta terza, venendo eliminata dal ballottaggio), mentre ha sempre dichiarato simpatia e vicinanza con Milei, pur non appoggiandolo esplicitamente. C’è stato un parziale dietrofront sulla privatizzazione di sanità e istruzione, ma è mantenuta la promessa di un piano di riduzione degli ammortizzatori sociali.

A livello planetario la strategia delle destre è un atteggiamento populista contro la casta, accompagnato dalla promessa di cambiamenti epocali (in Italia Meloni docet) che si infrange davanti alla realtà e ai compromessi (vedi, per esempio, la tassazione delle banche in Italia poi sfumata nel nulla a fronte di profitti incredibili). Conseguentemente l’unico progetto che può essere tenuto fermo è quello sicuritario, con la criminalizzazione del dissenso (si veda, ancora in Italia, la repressione metodica del movimento No Tav e di realtà affini). La ricetta argentina è ancora più radicale: la vice presidente, Victoria Villaruel, è familiare di militari coinvolti nella dittatura del 1976/83, ha fondato un’associazione per difendere i militari imputati nei processi iniziati nel 2006 ed è una negazionista. La sua teoria riprende quella dei due demoni, secondo cui in Argentina c’è stata una guerra iniziata da guerriglieri terroristi, in cui lo Stato ha giustamente reagito: talvolta ha esagerato, ma questo è comprensibile in uno stato di guerra. Per di più, Milei ha firmato la Carta di Madrid, un documento proposto dalla destra spagnola di Vox che propone di frenare l’espansione del comunismo in Sud America (dove le sinistre hanno vinto in Colombia con Petro e in Cile con Boric, oltre ai consolidati Cuba e Venezuela). In diverse città argentine targhe commemorative di desaparecidos sono state imbrattate e distrutte, mentre le Abuelas e le Madres de Plaza de Mayo sono dileggiate e insultate. Nemmeno Papa Francesco è stato risparmiato: Milei lo ha accusato di essere un “comunista di merda” che propone cose criminali come i sussidi e gli aiuti alle persone fragili. Florencia, un’attivista argentina, mi racconta che nel quartiere di San Telmo, a Buenos Aires, dai balconi delle case gridavano «Negros (termine spregiativo per indicare i poveri, gli indigeni etc., ndr) de mierda, se le viene la purga!». In questa situazione, alcuni esuli argentini in Italia da molti anni, già imprigionati e torturati durante la dittatura, mi dicono di avere paura a tornare in patria per il consueto viaggio a incontrare i parenti.

Che fare? Taty Almeida, madre de Plaza de Mayo, Linea Fundadora, mi ha inviato un vocale in cui dice «ci hanno sconfitti, ma non ci hanno vinti», proponendo a 93 anni la luce della resistenza. Raul Zibechi, giornalista uruguayano, rilancia, dicendo che finalmente i movimenti sociali potranno incanalarsi verso una resistenza organizzata, non più imbrigliata dal governo amico e da sussidi, cariche politiche e quant’altro. È una nota di speranza che voglio rilanciare. E invito alla lettura dell’analisi di Miguel Mazzeo, scrittore, professore alla Uba (università di Buenos Aires) e attivista movimentista (Resumen latinoamericano, 19 novembre 2023). Mazzeo ci ricorda che è mancata la rappresentanza politica del precariato. Così i poveri, i settori impoveriti delle classi medie, le generazioni del 21° secolo hanno preso a calci un mondo che gli nega ogni orizzonte, vendicandosi delle generazioni del 20° secolo che hanno costruito questa realtà di povertà, inflazione, disoccupazione, clientelismo, disattenzione all’ambiente. E hanno votato per l’estrema destra, che ora si appresta a scartarli. Mazzeo sottolinea come per 40 anni in nome del “popolare” le classi dominanti al governo si sono dedicate ad attenuare le differenze e ad aumentare le diseguaglianze. Da 50 anni si sta formando una società argentina a misura di mercato, deteriorando gli immaginari egualitari, creando un apparato politico dedicato a metabolizzare le frustrazioni sociali e non a sradicarle. E il voto per l’estrema destra esprime «lo stato d’animo di un mondo senza cuore», la rappresentazione di una rabbia.

È tempo di concludere. Milei non ha la maggioranza in Parlamento, avendo il suo partito LLA (La libertà avanza) 38 seggi su 257, a fronte dei 108 dei peronisti e dei 93 della destra tradizionale (che, peraltro, lo ha appoggiato in toto al ballottaggio). Il 10 dicembre assumerà la presidenza e i giochi inizieranno.


Ecuador: quando il fallimento della sinistra spiana la strada al liberismo

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In un mondo che vira pericolosamente a destra non poteva fare eccezione l’Ecuador, che alle elezioni di metà ottobre ha visto il successo di Daniel Noboa, imprenditore di 35 anni, figlio dell’uomo più ricco del paese (quell’Alvaro Noboa che per ben cinque volte aveva tentato senza successo la scalata alla presidenza della nazione), con studi di management a New York, fondatore di una serie di aziende nel solco del monopolio familiare sulla esportazione di banane.

Queste elezioni sono figlie di una situazione particolare, in quanto il nuovo presidente starà in carica per soli 18 mesi, il periodo che mancava, per concludere il mandato, a Guillermo Lasso, anch’egli di destra, che ha sciolto l’Assemblea federale nel 2023 per evitare l’impeachment legato a un’inchiesta per appropriazione indebita di fondi pubblici.

Nel primo turno delle elezioni nessun candidato aveva superato la quota stabilita dalla Costituzione per diventare presidente (pari al 50% dei voti o al 40% con almeno il 10% dei voti in più del secondo candidato). Nella prima tornata Luisa Gonzales, candidata progressista di Revolucion Ciudadana, legata all’ex presidente Rafael Correa, – che aveva cavalcato l’ondata di sinistra degli inizi del 2000 in America Latina (Tabarez in Uruguay, Chavez in Venezuela, Lula in Brasile, Kirchner in Argentina, Bachelet in Cile e appunto Correa), accompagnata da tanto entusiasmo ahimè spesso mal riposto, – aveva vinto con il 33,6% dei voti, contro il 24,15% di Noboa, davanti a Christian Zurita (centrista, indicato come sostituto del candidato principale Fernando Villavicencio, giornalista che indagava sul presidente Lasso, ucciso nel corso della campagna elettorale). Zurita, anch’egli giornalista e amico fraterno di Villavicencio, aveva promosso le indagini sulla corruzione che avevano portato alla condanna di Correa a otto anni, fatto che aveva indotto Correa stesso alla fuga in Belgio. Ultimo, infine, era stato, con il 14,6%, Jan Topic, un ex legionario che aveva promesso di risolvere il problema della criminalità dilagante con mano d’acciaio. Le votazioni si erano svolte in uno stato di allarme per la sicurezza, per i numerosi omicidi (oltre a Villacencio altri uomini delle istituzioni, sindaci e amministratori anche del partito di Gonzales). Il programma di Revolucion Ciudadana prevedeva un aumento degli investimenti pubblici e dell’occupazione e la lotta alla criminalità, portata avanti con decisione da Luisa Gonzales, avvocato di 46 anni. Noboa, per parte sua, propugnava il libero mercato e, anch’egli, la consueta lotta alla criminalità.

Dopo il primo turno c’è stata la dichiarazione di appoggio a Noboa da parte di tutti gli altri candidati: più in termini di alleanza contro il “correismo” che di comunità di intenti e di programmi, anche perché l’eccessiva personalizzazione del partito già di Correa faceva passare in secondo piano le buone doti mostrate da Gonzales, vissuta come una propaggine di Correa stesso. Per questo il ballottaggio ha visto la vittoria di Noboa con il 52,3% a fronte del 47,7 di Gonzales. Al successo ha contribuito Angela Lavinia Valbonesi, moglie di Noboa e influencer con un enorme seguito, che con l’uso di Tik tok e altri social ha raggiunto un notevole numero di persone, soprattutto tra i giovani.

Due punti sono decisivi per comprendere l’attuale situazione dell’Ecuador: la criminalità e il correismo.

La criminalità è legata al fatto che i porti dell’Ecuador sono diventati un nodo strategico nel traffico di droga, per cui sono nate e si sono sviluppate organizzazioni al soldo dei cartelli stranieri, soprattutto colombiani e peruviani, e della mafia albanese. Manta al centro, Puerto Bolivar a sud ed Esmeralda a nord sono diventati porti di transito e smercio, dando vigore a organizzazioni criminali locali come los Cochoneros, capeggiati da Fito, legati al cartello messicano di Sinaloa e accusati dell’omicidio del candidato presidenziale Villavicencio. Guayaquil, invece, è il luogo preferenziale di passaggio della droga tra Colombia ed Ecuador. A seguito di queste dinamiche l’Ecuador, paese considerato una volta estremamente sicuro, ha visto il tasso di omicidi passare dal 5,6 ogni 100.000 abitanti del 2016 al 25,3 del 2022 e Quito è considerata una delle 15 capitali più violente del mondo.

Quanto agli effetti del correismo valgono le parole di Pablo Davalos, economista, già ministro nel primo governo Correa (presidente dal 2007 al 2017), dimessosi in disaccordo con le politiche di Correa nel campo dell’ambiente e nel rapporto con il movimento indigeno. Rispetto all’ambiente, Correa ha puntato in maniera discutibile sull’estrattivismo, devastando il paese con trivellazioni petrolifere e miniere a cielo aperto. Nel rapporto con la Conaie, la potente confederazione nazionale degli indigeni dell’Ecuador, che aveva contribuito in maniera sostanziale alla prima virata a sinistra del Pese all’inizio del 2000 arrivando ad avere due ministri nel precedente governo di Gutierrez (rivelatosi anch’egli una gran delusione), lo scontro è avvenuto (e continua ad avvenire) sia sull’ambiente che sulla violazione dei territori indigeni. Le attività estrattive sono iniziate in aperto conflitto con indigeni e ambientalisti con l’oleodotto del 2002 e lo scempio del bosco di Mindo, una delle zone con maggiore biodiversità del pianeta. Altro motivo di scontro tra Correa e la Conaie è legato all’iniziativa del presidente di fermare i fondi per l’università indigena. A ciò si aggiungono, per spiegare la sconfitta del correismo, il suo arroccamento, che ha impedito di cercare alleanze, e la posizione pro vita di Luisa Gonzales, che l’ha portata in rotta di collisione con il movimento delle donne.

Contemporaneamente al voto per eleggere il presidente si è svolto il referendum per bloccare le trivellazioni petrolifere nel Parco Amazzonico Yasuni, dichiarato dall’Unesco riserva della biosfera nel 1980, luogo in cui la devastazione è iniziata nel 2016 per voler dell’allora presidente Correa. Il referendum, benché nessun partito importante lo abbia sostenuto, è stato vinto con il 60% dei voti.

Noboa ha promesso una consultazione popolare sulle priorità da affrontare tra tre mesi ma, nel frattempo (dopo aver vinto in 16 provincie su 24), si trova ad affrontare alcuni temi spinosi: la disoccupazione, che ha spinto ad emigrare, nel 2022, 114.000 persone e, nei primi sette mesi del 2023, altre 35.000, attraverso la foresta de Darien che collega, senza strade, l’Ecuador con la Colombia e poi con il Panama: 25.000 chilometri quadrati di foreste pluviali, paludi e montagne, considerata una delle zone più pericolose del mondo (giaguari, serpenti velenosi, corridoio per il traffico di droga e la marcia di profughi in fuga da tutto il pianeta, compresi africani, medio orientali, caraibici, asiatici diretti verso gli Stati Uniti); il traffico di droga, in quanto – come si è detto – l’Ecuador è diventato paese di transito, stoccaggio e distribuzione di cocaina in arrivo da Colombia, Perù e Messico; la violenza, con 5.320 omicidi nei primi sette mesi del 2023; il deficit fiscale che è il 4% del PIL.

Tali sfide sono rese ulteriormente difficili dalla frammentazione dell’Assemblea federale, l’organo legislativo della confederazione, composta da 137 membri, che dura in carica quattro anni e che, dopo le elezioni, vede 52 membri di Revolucion Ciudadana, 28 di Construye, 15 di Adn (il partito di Noboa), 14 dei cristiano sociali e 4 del movimento indigeno Pachakutik più altri poco significativi: una frammentazione che rende precaria la governabilità, suscitando più di un dubbio sulla reale possibilità di una ripresa del paese.


1973. Il golpe cileno e il giardino di casa degli Stati Uniti

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Negli anni Sessanta nel mondo occidentale soffiavano impetuosi venti di cambiamento, alimentati dalla vittoriosa rivoluzione cubana che nel 1959 aveva spodestato il dittatore Fulgenzio Batista e parlava di socialismo, di giustizia sociale, di un mondo diverso e migliore. L’assassinio di Che Guevara nel 1967 a La Higuera non solo non aveva fermato l’impeto rivoluzionario ma, trasformando il Che in un martire, aveva ulteriormente fortificato i movimenti di quegli anni: il movimento contro la guerra nel Vietnam, le lotte per i diritti civili, il movimento femminista, il movimento studentesco partito da Berkley e culminato nel maggio francese del ’68 (e poi mei movimenti extraparlamentari italiani e tedeschi), le lotte operaie, il movimento di deistituzionalizzazione (a cominciare, in Italia, dal superamento dei manicomi predicato e praticato da Franco Basaglia). Senza dimenticare il movimento hippy e i raduni come Woodstock o Wight, o, su altro piano, il Cordobazo in Argentina, insurrezione popolare ed operaia del maggio1969.

Parole come libertà, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, pace, parità tra i sessi, diritti per tutti e in particolare per i più fragili erano, peraltro, troppo pericolose per non provocare una reazione da parte dell’establishment. Ciò, per di più, in un contesto mondiale diviso in due blocchi: contrapposti, ma con il patto tacito di non intervenire nelle questioni dell’altro, anche se nemico. Così si spiega l’ignavia con la quale l’occidente guardò senza intervenire al soffocamento della rivolta ungherese nel 1956 e, poi, ai carri armati russi che stroncavano la primavera di Praga nel 1968. Così si spiega l’appoggio solo di facciata del Patto di Varsavia alle lotte sud americane (determinato, in verità, anche dal fatto che Mosca voleva il controllo totale sulle stesse, cosa respinta da Che Guevara come da Allende).

Il pericolo maggiore per l’establishment Usa arrivò nel 1970 dal Cile, dove, nelle elezioni presidenziali del 4 settembre, nessun candidato raggiunse la maggioranza assoluta, motivo per cui la decisione venne affidata al Congresso, secondo quanto prevedeva la Costituzione del 1925. Il 24 ottobre, grazie a un accordo tra i socialdemocratici cristiani del presidente uscente Frei e la sinistra, venne eletto Salvador Allende del Partito socialista, con la schiacciante maggioranza di 153 voti contro i 35 di Alessandri e 7 astenuti. Determinante, nella scelta in favore di Allende, fu l’assassinio del Capo di Stato Maggiore dell’esercito, René Schneider, ad opera di cospiratori di destra appoggiati dalla Cia. L’ondata emotiva che ne seguì convinse, infatti, il Partido Demócrata Cristiano di Frei a sciogliere ogni riserva e ad appoggiare Allende, nonostante fosse il leader di una coalizione che comprendeva il Partito comunista (con Pablo Neruda candidato per la presidenza che decise di ritirarsi in favore di una candidatura unica) e che godeva dell’appoggio esterno del Mir (Movimiento de izquierda revolucionario).

Allende pose subito mano all’attuazione del suo programma che prevedeva la nazionalizzazione delle miniere di rame (allora sotto il controllo di due aziende statunitensi, la Kennecott e la Anaconda), delle banche, delle compagnie di assicurazione, dei trasporti ferroviari, aerei e marittimi, delle telecomunicazioni, della siderurgia e delle grandi industrie. Ci fu inoltre l’avvio della riforma agraria, accompagnata dalla tassazione sulle plusvalenze e dalla sospensione del pagamento del debito pubblico. Ciò provocò la reazione dei ceti medio-alti e la fuga di capitali all’estero con il seguito di un’inflazione galoppante e il blocco di molte attività economiche, mentre la sospensione delle sovvenzioni statali alle scuole private provocò l’irritazione dei vertici ecclesiastici. In questo contesto l’esperienza del Governo Allende fu considerata dagli Stati Uniti troppo pericolosa economicamente e politicamente, perché avvenuta con elezioni democratiche e perché si inseriva in un un quadro di spinte progressiste. Per il presidente Nixon e il suo segretario di Stato Kissinger, convinti sostenitori della dottrina Monroe, secondo cui il Sud America era “il cortile di casa degli Usa”, doveva essere stroncata non solo ogni idea di sinistra, ma ogni politica volta a minare gli ingenti guadagni che le imprese statunitensi si garantivano sfruttando le risorse latinoamericane.

Questo insieme di fattori portò, l’11 settembre del 1973, al golpe realizzato dal generale Pinochet con l’appoggio e la collaborazione della Cia.

Dopo il golpe, il Cile fu il laboratorio perfetto per i Chicago Boys, il gruppo di economisti seguaci di Milton Friedman che, chiamati come consulenti dalla junta militar, usarono il ruolo per sperimentare le loro teorie, smantellando le aziende pubbliche, privatizzando le imprese più importanti, riducendo nettamente la spesa pubblica (sanità, istruzione, pensioni), insomma azzerando le riforme di Allende. Fu inoltre facilitato il rimpatrio dei profitti delle multinazionali e delle imprese straniere, in modo da essere attrattive per gli investimenti. Seguirono il crollo dei salari (- 50%) e l’aumento della disoccupazione (dal 3,1% del 1972 al 38% del 1987), oltre alla recessione agricola per mancanza di sussidi statali.

Il golpe cileno non fu isolato. Prima si erano verificati il golpe militare del 1971 in Bolivia ad opera del generale Banzer e quello del giugno del 1973 in Uruguay, in cui il presidente fantoccio Juan Maria Bordaberry aveva chiuso il Parlamento e affidato il potere a una giunta militare (ufficialmente il golpe doveva schiacciare il fronte guerrigliero dei Tupamaros, ma in realtà servì, come nel caso della Bolivia, a favorire gli interessi economici statunitensi e delle multinazionali in genere). Nella stessa ottica venne poi varata, sempre dal presidente Nixon e dal segretario di Stato Kissinger, la famigerata operazione Condor, volta a sradicare ogni governo di sinistra, utilizzando militari ed estremisti di destra, tra cui molti neofascisti europei rifugiati in Sud America, come Stefano Delle Chiaie.

Ma per realizzare in America Latina il neoliberismo che avrebbe dominato l’Occidente degli 1980, con Reagan e Thatcher, mancava un tassello e questo fu il golpe argentino del 24 marzo 1976. L’Argentina era la nazione sud americana più simile a un paese occidentale, per la presenza di una forte classe media e di importanti sindacati. Insomma, il luogo ideale dove perfezionare il lavoro economico iniziato in Cile. Ma il golpe cileno aveva insegnato una cosa: le scene dello stadio di Santiago pieno di oppositori politici, i morti ai bordi delle strade e la mano durissima dei militari vista in tutto il mondo avevano determinato una reazione di indignazione, non tanto dei Governi occidentali quanto della società civile che aveva organizzato marce, comitati di solidarietà, appoggio logistico e non solo. Così il golpe argentino si svolse nel più assoluto silenzio: i sequestri avvennero di notte, i campi di reclusione e tortura furono segreti e clandestini, l’immagine che si offrì fu quella di un rassicurante controllo della violenza delle organizzazioni Montenera e dell’Erp. Per di più il governo deposto di Isabela Peron non era certo un modello di democrazia: finito nelle mani di Lopez Rega aveva visto la nascita della triple A (Alleanza argentina anticomunista) che aveva iniziato già nel 1975 la pratica della desaparicion (Alejandro, figlio di Taty Almeida, madre de Plaza de Mayo e cittadina onoraria di Torino dal 2007, era stato sequestrato nel 1975). Il golpe argentino fu un processo lineare per sperimentare un modello economico da esportare poi in Occidente, usando i militari come braccio armato e con la complicità della cupola ecclesiastica (molti sacerdoti di base, spesso della teologia della Liberazione furono perseguitati e uccisi).

Sintomatica del diverso atteggiamento dei governi e dell’opinione pubblica occidentali a fronte del golpe cileno e di quello argentino fu la reazione dell’Italia. Il nostro Paese non riconobbe il Governo del macellaio Pinochet e, dopo qualche tempo, ritirò la propria rappresentanza diplomatica. Prima, tra il settembre 1973 e il novembre 1974, oltre 700 persone vennero accolte dalla nostra ambasciata: inizialmente solo cittadini di origine italiana, ma poi anche cileni in fuga dall’orrore e da persecuzione, tortura, morte. Lividi di rabbia gli assassini del regime arrestarono Lumi Videla, studentessa ventiseienne di sociologia, esponente del Mir, la torturarono, la uccisero e gettarono il suo cadavere all’interno del cortile della nostra ambasciata. Il silenzio sulla repressione in Argentina e lo scarso appeal del governo deposto – insieme agli interessi economici italiani in loco (con Eni, Fiat, Pirelli, Banco Ambrosiano) e ai legami tra la loggia P2 e i vertici militari sudamericani – provocarono un brusco cambiamento nell’atteggiamento diplomatico dell’Italia. Così la nostra ambasciata bloccò ogni accesso: nessuno poté entrare, mentre fuori la violenza era al suo apogeo con sequestri, torture, violenze fisiche e psichiche.

2.

Oggi – 50 anni dopo – il Cile ha un governo presieduto da Gabriel Boric, avvocato di 37 anni, leader della Federazione Studentesca Cilena nel 2012, poi deputato, eletto presidente dopo un ballottaggio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/21/la-vittoria-di-boric-in-cile-gracias-a-la-vida/). Il suo programma prevedeva che le pensioni diventassero pubbliche (soluzione poi bocciata dal Parlamento). Chiedeva inoltre un aumento del salario minimo (che è passato, in effetti, da 412 a 470 dollari mensili), un incremento della spesa sociale (con attenzione anche alla salute mentale), una crescita delle tasse per le aziende e i ceti più ricchi e una nuova Costituzione che soppiantasse quella di Pinochet. Il cambiamento della Costituzione è stato bocciato dal voto dei cileni, indebolendo di molto la posizione di Boric, che comunque ha rilanciato facendo approvare una nuova legge contro i crimini economici e ambientali che colpisce, soprattutto, società commerciali e dei trasporti, media, compagnie di navigazione, industria del pollame e società mediche coinvolte in scandali che venivano puniti in maniera irrisoria (e la cui impunità era state tra le cause delle grandi mobilitazioni popolari del 2019, con 30 morti e migliaia di feriti: https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/28/un-altro-cile-e-possibile-noi-siamo-stanchi-ci-uniamo/). La nuova legge stabilisce le sanzioni attraverso i cosiddetti “giorni di multa”, calcolati a partire dal reddito medio giornaliero della persona o dell’azienda coinvolta. Ma la situazione è difficile, aggravata anche dalle dimissioni del ministro dello Sviluppo Sociale, Giorgio Jackson, amico da sempre di Boric, intervenute a seguito di accuse di irregolarità, pur respinte dall’interessato, nel trasferimento di fondi pubblici a fondazioni private (dal ministero dell’edilizia alla fondazione Democracia Viva legata al partito di Jackson). La sintesi della situazione è quella di un Governo che aveva acceso molte speranze e che sembra oggi bloccato nella sua azione riformatrice.

Due considerazioni finali. La prima: un sondaggio realizzato dalla società di consulenza Pulso Ciudadano nel luglio 2023 rivela che il 47% dei cileni afferma che Pinochet era un dittatore, mentre il 40% non lo ritiene tale. Solo il 16,8% ha dichiarato che era un criminale. Nello stesso sondaggio il 32% dei cileni definiva Allende un presidente che voleva instaurare il comunismo in Cile. Pieno negazionismo, insomma. Seconda considerazione: Boric al primo turno delle elezioni, quando aveva un atteggiamento radicale, ha preso il 25,8% dei voti; al ballottaggio, quando ha ammorbidito la sua posizione, il 55,9%. Per dirla con Joaquim Garcia Huidobro, scrittore e docente di filosofia, Bachelet (centrosinistra) prima, Pineira (destra) dopo e ora Boric non hanno capito che i cileni vogliono la libertà economica ma con tutele statali. Cinquant’anni dopo dove è finita l’eredità di Allende?


Argentina: Javier Milei, anarco-capitalista

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Grande stupore ha suscitato in Occidente la vittoria, nelle primarie dell’11 agosto in Argentina, del semisconosciuto Javier Milei, leader anarco-capitalista (così ama definirsi) del partito di recentissima formazione “La libertad avanza” (LLA). A fronte dello stupore occidentale segnalo, peraltro, che già nel novembre del 2022, mentre ero a Buenos Aires, Julio Santucho, amico ed ex esponente di spicco dell’Erp/Prt (Ejercito revolucionario del pueblo / partido de los trabajadores), già costretto a fuggire dal paese negli anni della dittatura (quando i militari decimarono la sua organizzazione, uccisero suo fratello Roberto e fecero sparire la sua compagna incinta), mi parlò di un tal Milei e della grande presa che aveva, soprattutto tra i giovani e nelle classi popolari, nonostante un programma liberista estremo. Superfluo dire che non sarebbe stata dedicata la stessa attenzione a un paese impoverito da decenni di corruzione, impunità, evasione fiscale, clientelismo e passato attraverso feroci dittature se a contendersi il potere fossero rimasti i due soliti fronti: il peronismo, presente con il candidato Sergio Massa (attuale ministro del Tesoro) e la destra tradizionale, guidata da Patricia Bullrich. Due partiti caratterizzati da liti interne, nel nome di personalismi che non hanno certo contribuito a generare credibilità e soprattutto stabilità al paese.

La vittoria di Milei non è ovviamente definitiva, essendo solo l’esito delle “primarie aperte simultanee e obbligatorie”, previste dal 2009, che servono a indicare, con il voto popolare, i candidati alle elezioni presidenziali, fissate il 22 ottobre 2023, in cui saranno scelti i due contendenti più votati che andranno al ballottaggio il 10 dicembre. È però indicativa di una tendenza del paese ed è un termometro previsionale importante. Milei (con la LLA) ha ottenuto il 30,1% dei voti, vincendo in 16 distretti su 24, mentre Juntos por el cambio di Bullrich ha ottenuto il 28% e Union por la Patria di Massa il 27%. Distanze minime, ma indicative dello scontento degli argentini.

Il programma elettorale di Milei, deputato dal 1920, è tanto semplicistico quanto raccapricciante. Comincia con la proposta di eliminare una dozzina di ministeri, tra cui quello della Sanità Pubblica, destinato a confluire in un nuovo portafoglio definito “Capitale Umano” che raggrupperebbe sanità, welfare, lavoro, istruzione, ciascuno dei quali derubricato al rango di segretariato perdendo il rilievo che dovrebbero avere in una società democratica e progressista. Segue la privatizzazione del Conicet, organismo pubblico preposto, dal 1958, alla ricerca scientifica e tecnologica, che promuove e svolge ricerca in scienze naturali, mediche, sociali, nonché in ingegneria e tecnologia, definito da Milei parassita per i suoi 30.000 dipendenti a fronte dei 17.000 della Nasa e da chiudere affidando la ricerca ai privati! Viene poi la promessa della dollarizzazione, che si ricollega alla prima presidenza di Menem, considerata un periodo prospero per l’Argentina grazie alla parità tra peso e dollaro, dimenticando che quel periodo, definito della plata dulce (o denaro facile), fu in realtà una bolla economica che, dopo un breve lasso di tempo in cui la moneta forte (o meglio gonfiata artificialmente) fece sentire gli argentini ricchi, portò il paese alla catastrofe economica sfociati nella devastante crisi del 2001. Difficile, per di più, capire come Milei intenda effettuare questa manovra in un paese dove l’inflazione è al 130%, le riserve in valuta estera sono pressoché inesistenti, il debito con il Fondo Monetario è devastante e il 40% degli abitanti vive in condizioni di povertà. Ancora: nell’unico paese sud americano ove l’università è gratuita, tanto da richiamare migliaia di studenti dell’intero continente, Milei propone misure che, secondo uno studio dell’Università Nazionale di San Juan, costerebbero a ogni studente 2 milioni di pesos annui in tasse. C’è, poi, la privatizzazione dell’azienda petrolifera di Stato e la promessa di rompere con i Brics (“quei fottuti comunisti”). Ultima, ma non certo per importanza, viene la promessa del Ministero della Difesa e Sicurezza alla candidata a vice presidente, Victoria Villareal (avvocata di 48 anni figlia di Eduardo Marcelo Villareal, tenente colonnello alla guida, nel 1975, delle operazioni per annientare l’Erp nella zona di Tucuman), fondatrice del “Centro di studi legali sul terrorismo e le sue vittime” e, insieme, difensora dei militari imputati di crimini contro l’umanità durante la sanguinosa dittatura del 1976-1983, con un’operazione che rispolvera la teoria dei due demoni (sorella di quella italiana degli opposti estremismi), secondo cui, di fronte al terrorismo della sinistra (Montoneros ed Erp), l’esercito non poteva far altro che combattere duramente, anche a costo di sconfinare nella violenza, giustificata dalla situazione.

Milei si definisce anarco-capitalista, ha fondato la sua fortuna politica su un programma televisivo che parla di “sesso tantrico” e della disperazione e della rabbia di una nazione in cui il reddito medio mensile, per via della devastante svalutazione, equivale a circa 300 euro pro capite e dove il 40% della popolazione è in stato di povertà. Egli cavalca la rabbia del paese con slogan e frasi in cui promette di “dinamitare” il sistema politico e la Banca Centrale e in cui predica la necessità di portare armi per autodifesa, si scaglia contro l’aborto e i diritti LBGTQ e propone la libertà assoluta dei mercati. Si è scagliato contro Papa Francesco, definendolo «un fottuto comunista» e il «rappresentante del maligno sulla terra» per sostenere e promuovere la dottrina della giustizia sociale. «Gesù non pagava le tasse», è il motto di Milei, che vuole trasformare l’Argentina in un paese in cui l’efficienza capitalista sostituisca l’assistenza sociale e le tasse siano cancellate perché non bisogna sostener alcun tipo di welfare e i poveri possono vendere i propri organi al mercato aperto (frase auspicabilmente provocatoria, ma comunque pronunciata). Così come ha affermato che occorre smettere di erogare aiuti statali che sono «basati su quella atrocità che dice che dove c’è un bisogno nasce un diritto, la cui massima aberrazione è la giustizia sociale». Ultima chicca: il cambio climatico è una bugia socialista!

Paula Litvachky, direttrice del Centro per gli studi legali e sociali fondato da Perez Esquivel (premio Nobel argentino per la pace nel 1980), si dice molto preoccupata per la prospettiva che i militari, dopo 40 anni di democrazia, assumano un ruolo nei conflitti interni, militarizzando nuovamente la sicurezza e l’intelligence con commandos pronti per rapidi interventi a livello nazionale (come fa presagire la ricordata scelta di Villareal per il relativo ministero).

Cavalcare la rabbia proponendo soluzioni violente e usando termini violenti: questa è la strategia comunicativa di Milei e purtroppo pare funzionare, anche per l’incapacità dei partiti tradizionali di trovare soluzioni in un paese che sta affondando, con una moneta diventata la più debole del continente. In quest’ottica ci sono segnali assai inquietanti. Nei giorni immediatamente precedenti le primarie, il 10 agosto, in una mobilitazione pacifica di un gruppo di non più di 40 persone a Buenos Aires la polizia è intervenuta brutalmente, uccidendo per soffocamento Facundo Molares, giornalista di 48 anni: sebbene le telecamere e le testimonianze dimostrino che Molares stava tranquillamente fumando una sigaretta dopo avere parlato al drappello dei manifestanti, le autorità hanno fatto leva sul fatto che in passato aveva combattuto in Colombia con le Farc. Nella notte tra giovedì 10 e venerdì 11 agosto, poi, le piastrelle della memoria, messe di fronte a quattro scuole per ricordare i 35 studenti e i quattro professori desaparecidos durante la dittatura sono state vandalizzate: sui nomi dei desaparecidos sono comparse scritte come “assassini, terroristi, fottuti comunisti, non siete 30.00 desaparecidos” e, soprattutto, “Milei 2023”. Slogan identici sono comparsi in quattro scuole, facendo pensare a un attacco coordinato e organizzato, ad aumentare il clima di tensione determinato dall’uccisione di Molares. Si è trattato dell’ennesimo tentativo di negazionismo e revisionismo cui hanno prontamente risposto gli organismi dei diritti umani, prime fra tutte le Madres de Plaza de Mayo, che per bocca di Taty Almeida hanno esortato i giovani a non abbandonare la lotta. Le parole di Taty sono un balsamo che si spera funzioni in una situazione assai grave, attestata dalle parole di Costanza Rodriguez, portavoce degli studenti della scuola Claudia Falcone (in onore di una delle ragazze sequestrate, torturate e assassinate, come raccontate nel film La notte delle matite spezzate), che ha dichiarato: «Tutto è troppo violento, abbiamo paura», e di Malena Strauler, secondo cui «ci dà un senso di impotenza vedere l’avanzata della destra su temi che pensavamo di avere ormai introiettato».


Psicopatologia del sistema neoliberista

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1. Ho scritto, recentemente, alcune riflessioni sulla connessione ineliminabile tra la psichiatria e il sistema in cui la sua attività si colloca (https://volerelaluna.it/societa/2022/11/21/la-psichiatria-non-e-unisola). Voglio qui approfondire il ragionamento collegandolo con il dibattito in corso nel Paese.

La Società italiana di psichiatria ha dichiarato che la pandemia lascerà un’eredità di 300.000 nuovi casi, a cui le attuali risorse dei Dipartimenti di salute mentale non sono in grado di dare una risposta terapeutica adeguata. I neuropsichiatri infantili e i pediatri parlano dell’aumento esponenziale dei casi di disturbi del comportamento alimentare e di autolesionismo e lamentano l’inadeguatezza del sistema sanitario. Intanto si riaccende il dibattito tra il modello medicocentrico, su base biologica, e quello psicodinamico e sociale. Ancora una volta non ne usciamo se non caliamo l’analisi all’interno del momento politico, storico, economico e culturale.

Nel 1995 il Dipartimento di Social Medicin di Harvard pubblicò un libro (World Mental Health: problems and priorities in low-income Countries) in cui per la prima volta si definivano le malattie mentali non come semplici problemi biologici di competenza medica indipendenti dal contesto, ma come sovradeterminate da variabili sociali, economiche, politiche e culturali. Nel momento in cui le diseguaglianze sociali, la povertà, un’iniqua redistribuzione del reddito, la classe sociale, il genere, le guerre, le catastrofi climatiche sono riconosciuti come determinanti sociali e fattori di rischio importanti per la salute mentale, ci troviamo di fronte a un bivio. Possiamo considerare le malattie mentali come fini a se stesse, l’espressione di una sofferenza di natura biologica, modello riduzionista che lavora solo sul sintomo e non sulle cause, o possiamo mettere in discussione il sistema stesso. Allo stesso modo possiamo leggere sotto un altro punto di vista i 300.000 nuovi pazienti di cui parla la Società di psichiatria: dal momento che la pandemia ha non solo mostrato le diseguaglianze del sistema, ma le ha addirittura amplificate, se le 300.000 persone in questione avessero tutte accesso a un salario degno, un lavoro sicuro, una casa con spazi abitabili congrui al numero di componenti la famiglia, nonché relazioni affettive stabili e sicure, quanto davvero necessiterebbero di intervento specialistico psicologico e o psichiatrico?

Tutto ciò suggerisce una integrazione comparata di ciò che avviene nel macro (la società) e nel micro (la salute mentale): a) il mercato inteso come modello neoliberista non è in grado di proteggere le persone. Se la salute diventa una merce e non un bene comune il mercato non ha interesse a fare prevenzione, cioè a investire oggi per stare bene domani, ma con una visione riduzionista della scienza cataloga e cura con i farmaci; b) lo psicofarmaco non è la Cura con la maiuscola è un presidio utile in tempi e dosi limitate, ma la vera cura è ridurre i determinanti sociali (povertà, diseguaglianze, solitudine, precarietà, discriminazioni). In questo modo anche chi convive con un problema di salute mentale può avere maggiori presidi di cura e opportunità: lavoro, casa, relazioni. Occorre costruire la società della cura, in cui sono presenti la cura di sé, dell’altro, della natura, del pianeta. Mai come in questa epoca di crisi è stata usata la parola resilienza ed è giusto resistere all’impatto come ci chiedono, ma è altrettanto importante indagare le cause dell’impatto (guerra, pandemia, crisi economica, crisi climatica).

2. Proviamo a questo punto a dare una lettura psichiatrica, quindi clinica, del funzionamento del sistema neoliberista, quello finanziario senza regole e nel nome del libero mercato. Questo modello economico è paragonabile a una malattia immune, patologia caratterizzata da una reazione scorretta del sistema immunitario, che attacca e distrugge i tessuti sani del nostro organismo riconoscendoli come estranei per errore. Se pertanto il modello produce diseguaglianze, povertà eccetera – tutti fattori di rischio per la salute mentale delle persone – ecco che la parte sana viene intaccata, determinando rottura delle reti sociali, clima di competizione e situazioni che aumentano il rischio di ammalarsi. Con una sola differenza: qui non c’è, come in natura, l’errore, ma la situazione è causata volontariamente, per il bene di pochissimi a scapito della maggioranza! Consideriamo adesso la definizione di disturbo antisociale di personalità secondo i canoni clinici psichiatrici. Le persone con disturbo antisociale di personalità commettono atti illeciti, fraudolenti, tendenti allo sfruttamento e sconsiderati per profitto personale o per piacere e senza rimorsi; esse possono effettuare le seguenti azioni: giustificare o razionalizzare il loro comportamento (p. es., pensando che i perdenti meritino la sconfitta, cercando di essere i numero uno); colpevolizzare la vittima per essere sciocca o incapace; essere indifferenti allo sfruttamento e alle loro azioni nocive sugli altri.

La connessione che propongo non è arbitraria. A corroborarla trovo, tra gli altri, due autorevolissimi studiosi – Roberto De Vogli e Roberto Gnesotto – i quali affermano che la crisi finanziaria del 2008 ha aumentato il tasso di suicidi, i disturbi d’ansia e i disturbi depressivi, citando una serie di articoli e soprattutto il rapporto della National Commission on the Causes of the Financial and Economic Crisis in the US secondo cui «la crisi finanziaria era evitabile, […] è stata un risultato dell’azione umana […] e di un fallimento sistematico dell’etica e del senso di responsabilità». E Robert Hare, una delle massime autorità mondiali in tema di psicopatia, afferma: «Se non avessi studiato gli psicopatici in prigione, l’avrei fatto in borsa». Come nel disturbo antisociale le multinazionali hanno ingannato le persone con i mutui sub-prime, offerti a clienti non in grado di restituire il prestito, spesso con tassi di interesse inizialmente bassi che poi si impennavano dopo pochi mesi e vedevano il cittadino insolvente vedersi portare via la casa. Il Time Magazine ha citato Angelo Mozilo, fondatore della Countrywide Financial come una delle 25 persone da imputare per la crisi del 2008. La banca d’investimento Goldman Sachs ha patteggiato oltre 5 miliardi di dollari con il Dipartimento di Giustizia Americano per aver venduto grandi quantità di titoli tossici, basati su questi mutui bugiardi, al fine di trasferire l’eventuale inadempienza dei mutui su investitori di titoli azionari delle società compratici, ad esempio fondi pensione. E cosa pensare di Montag, anche lui della Goldman Sachs, che dopo aver venduto 100 milioni di un pacchetto finanziario tossico chiamato “Timberwolf”, in uno scambio di email con un collega, scrisse: «Ragazzo mio […] quel Timberwolf era un affare di merda». Il banchiere più citato come simbolo della decadenza morale di Wall Street è senza dubbio Dick Fuld, ex amministratore delegato della Lehman Brothers, chiamato dai colleghi il “Gorilla di Wall Street”, che ha guadagnato circa 500 milioni di dollari dal 1993 al 2007, anno del fallimento di Lehman Brothers e inizio della crisi economica mondiale. Fuld in una riunione aziendale dichiarò: «Ogni giorno è una battaglia […] e devi uccidere il nemico. […] Io sono (un tipo) morbido, sono amabile, ma quello che voglio fare davvero (riferendosi agli short-seller che secondo il suo parere stavano provocando la bancarotta di Leham Brorthers) è prenderli, strappargli il cuore e mangiarglielo prima che muoiano». E che dire del narcisismo di Loyd Blankfein, il numero uno della Goldman Sachs. che, incalzato da una giornalista sull’eventualità di imporre dei limiti ai compensi dei suoi top manager, rispose che sarebbe sbagliato «mettere un limite alla loro ambizione […] perché […] i banchieri adempiono a un ruolo fondamentale nella società: fanno il lavoro di Dio». Questo “fallimento sistematico dell’etica e del senso di responsabilità” non può essere considerato tout court la causa della crisi, ma fa parte importante dei determinanti della crisi stessa.

Spostandoci dal tema finanziario a quello dell’industria agroalimentare, che dire di un sistema che fa cadere i contadini in una vera e propria trappola per cui si indebitano, giungono a una disperazione che porta spesso al suicidio e in cambio offrono un modello di nutrizione che causa patologie metaboliche, cardiache, allergiche, tumorali? Vandana Shiva pone l’accento sul fatto che l’India, la nazione con il suolo talmente fertile e il clima talmente favorevole da permettere fino a quattro raccolti l’anno (a fronte di uno, massimo due raccolti dell’occidente industrializzato), è in emergenza alimentare. Il National Family Health Survey racconta come il 42,5% dei bambini indiani con meno di cinque anni è sottopeso, a fronte del 21% degli omologhi bimbi africani. Oltre 300.000 agricoltori sono giunti al suicidio dal 1995 per le leggi del WTO che hanno trasferito il controllo dei semi e del cibo in mano di poche multinazionali (Bayer, Syngenta) che possono vendere a basso prezzo, non competitivo per i piccoli agricoltori che in questo modo finiscono sul lastrico. Le stesse cose avvenute in Messico nel 1994, quando il NAFTA, trattato di libero commercio tra Usa, Canada e Messico, decretava la fine della milpa, il piccolo campo di mais che non poteva reggere al confronto con un prodotto Usa su larga scala, di qualità inferiore e con sussidi statali che ne diminuivano il prezzo. Ma con la milpa spariva la tradizione e spariva la cosmogonia di quei popoli, che seppero sollevarsi con l’insurrezione zapatista e proporre un modello diverso, in armonia con i diritti della natura e la storia degli uomini e delle donne. Inoltre il cibo prodotto dalle corporazioni è avvelenato dai pesticidi e altre sostanze tossiche, tanto che, per rimanere in India, le diagnosi di diabete dal 2004 al 2012 sono passate da 820.000 a 18 milioni; i morti da 260.000 a 7 milioni. Senza contare il consumo di energia, acqua, combustibile fossile… In queste condizioni, i suicidi in India dal 2013 tra i contadini hanno una media di 12.000 l’anno (dati del National Crime Record Bureau del ministero degli interni indiano). Sono in genere uomini tra i 30 e i 60 anni, che nel 40% lo fanno per bancarotta e indebitamento. Sono tutti piccolissimo produttori. Non si è mai saputo di una parola da parte della Bayer o Syngenta o analoghi, se non per dire che loro portano il benessere e la modernità! Ci risuona il concetto di esportare la democrazia?

3. Purtroppo, fino ad ora, le risposte politiche finalizzate a limitare le psicopatologie causate dalla crisi e le analisi per comprendere come le psicopatologie abbiano contribuito alla crisi, sono state deboli se non assenti. Eppure è evidente quanto il comportamento dei governi incide sulla salute mentale: se i governi s’impegnano a investire in solidi sistemi di protezione sociale e a redistribuire il reddito più equamente, oltre a salvare vite umane, aiutano l’economia a ripartire attraverso lo stimolo della domanda interna e dei consumi, specie delle classi meno abbienti. Perfino il Fondo Monetario Internazionale (FMI), da decenni sostenitore delle politiche di austerità, ha di recente identificato le disuguaglianze come un fattore di rischio per le crisi economiche. In un rapporto del 2010, scrive che «il ripristino del potere contrattuale delle famiglie povere e di reddito medio può essere molto efficace […] (al fine di) ridurre la probabilità di un ulteriore crisi». L’Islanda, ad esempio, ha risposto alla crisi senza adottare i tagli alla spesa sociale imposti nell’Eurozona, limitandone l’impatto sulla salute e il benessere della popolazione ed è stata l’unica nazione a contrastare in modo serio gli eccessi e i comportamenti psicopatologici dei banchieri che hanno contribuito allo scoppio della crisi con la vendita di titoli tossici. Quando fu chiesto all’ex presidente islandese, Olafur Ragnar Grimmson, come riuscì il suo paese a uscire dal disastro finanziario, egli rispose: «Siamo stati abbastanza saggi da non seguire le tradizionali ortodossie (neoliberiste) del mondo finanziario occidentale degli ultimi 30 anni. Abbiamo invece introdotto controlli sulla valuta, lasciato fallire le banche, fornito sostegno ai poveri e non abbiamo introdotto misure di austerità come state vedendo in Europa».

Il disegno e lo sviluppo di un nuovo sistema politico economico oltre il neoliberismo, in grado di promuovere valori di empatia e senso di responsabilità, sono all’evidenza alla base della prevenzione e della mitigazione degli effetti della crisi sul benessere. Tuttavia, analizzare come individui affetti dal disturbo psicopatico della personalità contribuiscano a influenzare tali sistemi è la chiave per comprendere meglio le radici complesse delle crisi e agire a fini precauzionali.

Concludo. Non può esistere salute mentale senza una salute pubblica, comunitaria e universale. Salute pubblica perché il modello sanitario privato che delega i servizi di cura al terzo settore non funziona. La salute così diventa un prodotto da vendere sul mercato la cui priorità è il profitto, una merce e non un bene comune. Interessante il caso della sanità lombarda, definita un modello all’avanguardia. In Lombardia tutto il peso della pandemia è gravato sulle spalle del servizio pubblico. Non c’è salute senza diritti sindacali, senza ambienti sicuri dove lavorare, sia nelle fabbriche e nelle aziende, sia negli spazi domestici, nelle cooperative e nelle associazioni. Non c’è salute senza il diritto allo studio e senza scuola e università pubbliche, laiche e accessibili. I luoghi dell’apprendimento devono essere liberati dalla logica neoliberista della performance che, fin dai primissimi anni, prepara e inquadra studenti e studentesse a un futuro di sfruttamento e competitività nei luoghi di lavoro. Non c’è salute senza maggiori risorse all’istruzione, alla stabilizzazione e alla formazione del personale docente. Non c’è salute senza educazione alla sessualità, all’affettività e al contrasto della violenza di e del genere. Non c’è salute senza il diritto alla casa e senza giustizia ambientale, senza spazi pubblici ricreativi e senza accesso a beni comuni come una dieta completa, l’acqua potabile e l’aria pulita. Non c’è salute senza socialità. Non c’è salute senza l’abbattimento delle barriere fisiche, percettive e sociali che discriminano di fatto le persone con disabilità. Non c’è salute senza combattere la violenza, la corruzione e l’impunità. Non c’è salute senza combattere l’estrattivismo, le grandi dighe, l’attività predatorie delle multinazionali che inquinano, minacciano, derubano i paesi del sud del mondo delle loro ricchezze e creano sfollati e migranti. La salute che vogliamo costruire si basa su percorsi di solidarietà, autogestione e mutualismo dal basso capaci di ripensare, allargare e potenziare il concetto di comunità.


La psichiatria non è un’isola

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Leggo nel preambolo dello statuto di “Volere la luna”: «Essere rivoluzionari oggi significa proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici».

Mi viene spontaneo intrecciare questa impostazione con la mia riflessione e la mia esperienza di psichiatra (e non solo). Parafraso il movimento zapatista delle montagne del sud est messicano: «Gli zapatisti fanno quello che dicono e dicono quello che fanno!». E ricordo Oscar Olivera, boliviano difensore dell’acqua pubblica in Cochabamba contro una speculazione che ha causato morti e feriti: «Per voi la politica è l’arte del governare, per noi quella di trovare nuove forme di relazione degli uomini tra di loro e degli uomini con la natura»; oppure: «È importante avere uno spazio in cui incontrarsi, uno spazio dove condividere il quotidiano e in cui creare quel clima che può portarci a far soffiare il vento del cambiamento».

E vengo ad alcune esperienze personali, vissute non tanto nella mia attività professionale di psichiatra (su cui ho già riportato il mio pensiero nel Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria, scritto con Angela Spalatro per le Edizioni Gruppo Abele), quanto in quella di militante dei diritti umani in Messico e in Tunisia. Anche se i due aspetti si intrecciano e ricordo sempre la triade cognitiva del sapere: sapere, saper fare e saper essere.

Il mio bagaglio professionale non avrebbe potuto avere contributi migliori dalle visite domiciliari, dall’incontro con la povertà, con le diseguaglianze, con le ingiustizie, con la violenza del nostro modello neoliberista. Ma questo mio girovagare mi ha portato a incontri fecondi come quello con le vittime argentine di tortura, con le Madres argentine de Plaza de Mayo, con le madri messicane e mesoamericane in cerca dei figli scomparsi nel viaggio verso il sogno americano piuttosto che con le madri maghrebine e sub sahariane che vivono lo stesso dolorosissimo travaglio. Madri e familiari che mi hanno insegnato il valore della dignità ribelle, che nel nome della solidarietà e della reciprocità trasforma l’impotenza, il dolore e la rabbia che da livello individuale si fondono in una ricerca collettiva che non è soltanto più la sola ricerca del proprio caro, ma lotta comune per cambiare questo mondo ingiusto che provoca milioni di persone in cammino per sfuggire a guerre, persecuzioni, cataclismi naturali, violenze che come matrice comune hanno il desiderio di trasformare il nostro pianeta e i suoi abitanti in merce in cui si è perso il senso del bene comune.

Nella Primera brigada internacional de busqueda che si è svolta dal 16 febbraio al 26 marzo di quest’anno in Messico, da Nogales (nello stato di Sonora) a Tijuana (nella stato della Baja California), ho partecipato alla ricerca, da parte di quasi 200 familiari, dei 200.000 scomparsi nel viaggio della speranza verso gli Stati Uniti. Un viaggio di 3000 chilometri in cui incontrare gente, rendere visibile il problema, fare pressione sulle autorità, chiedere giustizia. Non solo giustizia, ma anche memoria e verità! Non mi dilungo a raccontare questa per me incredibile esperienza. Mi fermo, piuttosto, per fare il punto sulla domanda che sempre viene rivolta, sia a noi attivisti sia soprattutto ai familiari: «Ma cosa avete ottenuto?», sottendendo che le cose non cambiano e non cambieranno… Abbiamo ottenuto un paio di risultati concreti: 29 corpi recuperati e identificatiti nelle fosse clandestine rintracciate nel deserto grazie a un lavoro incessante; quattro recuperati in vita in condizioni drammatiche e restituiti alle famiglie; una serie di tracce per continuare il lavoro di ricerca, che non si è esaurito certo in questa carovana. E a chi mi dice che senso abbia recuperare dei cadaveri, spesso solo dei resti che vengono identificati dagli antropologi forensi che ci accompagnano, rispondo con le parole delle madri, che con un sorriso in mezzo alle lacrime ti spiegano il sollievo pur doloroso di sapere infine che fine ha fatto il loro caro. Perché non c’è nulla di più angoscioso dell’eterna attesa senza sapere nulla e perché avere una tomba sulla quale piangere è parte imprescindibile dell’elaborazione del lutto. Alcune donne, sapendo che sono uno psichiatra, mi hanno chiesto consigli sugli psicofarmaci che assumevano, in particolare antidepressivi e ansiolitici. Nessuna di loro aveva trovato benefici, più spesso effetti collaterali.

Spinto da questa considerazione e ricordando analoga esperienza in Tunisia nell’aprile del 2019 durante una carovana organizzata da Carovane migranti, in cui avevo incontrato analoghe situazioni, mi sono interrogato sul ruolo della concezione attuale della psichiatria. Con una suora brasiliana, hermana Nyzelle, che lavora su questo tema in Honduras (uno dei paesi più violenti del mondo) abbiamo fatto un questionario a 39 familiari. Di questi solo quattro si erano rivolti a uno psichiatra, assumendo psicofarmaci. Gli altri citavano come fattori “terapeutici” l’essersi riuniti in gruppi locali, nazionali e internazionali in cui condividere il dolore, denunciare l’accaduto e attraverso la ricerca della verità, della memoria e della giustizia dare senso, nel nome della solidarietà e della reciprocità, a quel che senso sembra non avere.

Ritorno a una vecchia esperienza che ho più volte raccontato: chiamato anni fa in consulenza in pronto soccorso per una minaccia di suicidio incontrai un operaio sui 50 anni, che mi raccontò di essere disperato perché stava finendo la cassa integrazione e non riusciva a trovare lavoro, tutti gli dicevano che aveva troppa esperienza e costava troppo, meglio assumere un giovane, magari con contratto di apprendistato. Anche il rapporto con la moglie, che lo aveva sempre sostenuto, era contaminato dallo spettro della disoccupazione, con l’angoscia di due figli che stavano frequentando l’università e che non sapeva come poter mantenere in futuro. Cosa posso fare, vogliono che mi ammazzi così tolgo il disturbo, aveva concluso. Avrei potuto dargli un antidepressivo, magari un ansiolitico, ma non era la soluzione. Quell’uomo era disperato, arrabbiato e triste, non certamente affetto da sindrome depressiva. Il primo passo fu la richiesta del medico di turno che mi chiese quale diagnosi segnare per la dimissione, io risposi “disoccupazione” al che lei mi fece notare che non era presente negli algoritmi e nei protocolli. Ci accordammo su un generico “crisi di angoscia legata alla disoccupazione incipiente” e fu il primo passo.

L’episodio di questo signore e quello delle madri di cui sopra mi hanno spinto a una riflessione sul ruolo della psichiatria che non può liquidare una situazione complessa con una diagnosi semplicistica e banalizzante. Se usiamo la lente della psichiatria rischiamo di patologizzare quello che è il risultato di un sistema economico criminale e disumanizzante, quello neoliberista. Se prescrivo un antidepressivo a quel signore cassa integrato o alle madri in cerca del figlio desaparecido, convinco queste persone di essere malate, con tutto quel che ne consegue. Se pongo il focus sul contesto, mi chiedo se è malato il cassaintegrato che a 54 anni è gettato via come una cosa inutile o se è malato un sistema in cui Valletta, amministratore delegato della Fiat negli anni ’60 guadagnava 30 volte lo stipendio di un operaio, mentre Marchionne, nello stesso ruolo ma negli anni 2000 guadagnava oltre 500 volte lo stipendio di un operaio! E allo stesso modo è malata una donna intristita per la scomparsa del figlio o è malata una società che produce migranti in fuga dalla povertà, dalle crisi climatiche, dalla violenza che servono ad arricchire le multinazionali e i paesi ricchi?

Non si possono creare i presupposti per incidere in maniera devastante sulla salute mentale e poi chiedere ai servizi di salute mentale, già in sofferenza, di occuparsene. Occorre uscire dalla logica binaria malattia/assenza di malattia esplorando territori complessi nel segno della partecipazione, della reciprocità, della solidarietà, delle soluzioni condivise.


Franco Basaglia, psichiatra rivoluzionario. Quarant’anni dopo

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Quarant’anni fa, il 29 agosto 1980, moriva Franco Basaglia. Tredici anni prima era morto Ernesto Che Guevara. Di loro si parla tantissimo, con uno spartiacque nitido: da una parte i furibondi detrattori, dall’altro gli entusiasti sostenitori. Io cito Gramsci: «odio gli indifferenti!». E non posso non schierarmi apertamente con Franco Basaglia e con il pensiero che lo ha guidato.

Due medici, Basaglia e il Che. Due visionari che mettevano la libertà, i diritti e la giustizia sociale al centro del loro agire.

Ma, come diceva il Che, entrambi erano visionari pratici. Uno ha partecipato all’incredibile vittoria della rivoluzione cubana, un pugno di uomini sbarcato dal piroscafo Granma che ha sconfitto un esercito agguerrito, ben armato e finanziato dalla CIA. L’altro, accompagnato da un manipolo di giovani collaboratori, ha cambiato la storia della psichiatria e ha sancito la fine di quell’orrendo e violento luogo che era il manicomio.

Lasciamo stare il Che e torniamo a Basaglia, a quella che possiamo definire la sua «lunga marcia attraverso le istituzioni», iniziata nel manicomio di Gorizia nel 1961, perfezionata in quello di Trieste e terminata con la legge 180 del 13 maggio 1978, quella che sancì la fine degli ospedali psichiatrici. Non fu un semplice cambio di rotta, ma una rivoluzione morale, culturale e intellettuale: al di là delle modalità organizzative (i centri territoriali di salute mentale, le strutture residenziali e semiresidenziali, i reparti psichiatrici negli ospedali generali, le équipes multiprofessionali) è un nuovo modo di concepire il rapporto con la follia, sancendone per prima cosa i diritti.

Nel 1964 a Londra Basaglia presenta una relazione dal titolo «La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione». Cita una frase di Antonin Artaud, che durante il suo ricovero in manicomio ammoniva i medici, o meglio il potere di cui erano il braccio armato, con queste parole: «Possiate ricordarvene domattina, all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di conversare con questi uomini, nei confronti dei quali, riconoscetelo, non avete altra superiorità che la forza» e conclude affermando che la distruzione del manicomio è un fatto necessario e urgente, se non semplicemente ovvio. Ovvero, la scoperta della libertà è la cosa più ovvia cui la psichiatria potesse giungere.

Ecco la rivoluzione di Basaglia: cercare un lessico, un ponte con le persone, mettere tra parentesi la malattia per cercare la persona. Sostituire il principio di libertà a quello di autorità, attraverso le comunità terapeutiche, ovvero le grandi assemblee all’interno del manicomio che, da luogo di segregazione e oggettivazione, diventa luogo di partecipazione, di ripresa della propria soggettività e, con essa, dei propri diritti. Ma anche doveri: Basaglia non è interessato a santificare il folle, quanto a farlo uscire dall’ozio dello statuto di matto per farlo entrare nel neg-ozio dell’inclusione sociale e dei diritti.

Basaglia non nega la follia. Dice semplicemente che esiste, ma non sappiamo cosa sia e possiamo solo metterci in posizione di ascolto dell’altro e sentire cosa risuona dentro di noi. Un suo allora giovane collaboratore scriveva che di fronte agli impasse, ai vicoli ciechi, Basaglia riusciva sempre a spostare i termini del problema, a far guardare da una altro punto di vista, a capovolgere le situazioni.

Basaglia non è però solo un narratore della realtà del folle, come sono i fenomenologi, riesce a essere anche un trasformatore, decide che la realtà del folle deve essere trasformata, prima ancora che narrata. Per lui la persona che incontra lo psichiatra ha, come prima necessità, non la cura della malattia ma un rapporto umano, di risposte reali, di denaro, di una casa, di una famiglia, insomma di tutto ciò di cui noi medici che lo “curiamo” abbiamo bisogno! E questo non è solo un compito dello psichiatra, ma della politica e in definitiva della società.

Benedetto Saraceno, psichiatra che ha diretto la sezione di salute mentale dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) in un libro recente (Sulla povertà della psichiatria) scrive che l’obiettivo della riabilitazione in salute mentale non è l’autonomia, ma la partecipazione. Non dobbiamo pensare che i deboli diventino forti e quindi autonomi, ma che i deboli possano stare con i forti, con gli stessi diritti, pur restando deboli. Quello che il subcomandante Marcos dalle montagne del sud est messicano, guidando l’esercito zapatista di liberazione nazionale, definisce «camminare al passo degli ultimi».

Mi perdo nelle mille suggestioni e nei brividi che mi dà ripensare al pensiero e all’opera di Franco Basaglia, ma mi fermo qui consigliandovi la lettura almeno di due libri. Uno è un suo testo e si intitola Conferenze brasiliane, una raccolta di pensieri e intuizioni geniali; l’altro è di Piero Cipriano, del 2018, e si intitola Basaglia e le metamorfosi della psichiatria. E su youtube andate a vedere La città dei matti, fedele e appassionante ricostruzione della storia basagliana.

Basaglia, proprio durante il suo viaggio in Brasile, affermava che in realtà l’esperienza sua e dei suoi collaboratori, che aveva portato l’OMS a definire l’esperienza di Trieste come esempio guida per la psichiatria mondiale, purtroppo non rispecchiava il pensiero e l’agire della maggioranza degli psichiatri. Oggi non resta molto del suo insegnamento, ma esistono tracce importanti da coltivare, il discorso sulla recovery, gli uditori di voci e Ron Coloeman, l’open dialogue, il contrasto alla imperante psichiatria biologista e al modello medicocentrico. Chi vuole può approfondire.

Non mi dilungo. Concludo con un pensiero di speranza: che questi semi di utopie sappiano unirsi e costruire la città che cura, la comunità competente che sa essere anche la comunità dei fragili. Ma non deleghiamo: la salute mentale è una cosa troppo seria per lasciarla solo agli psichiatri, che devono esserci, ed esserci in un certo modo, ma non essere abbandonati dalle istituzioni che propongono modelli teorici e poi organizzativi senza costrutto. O troppo “potenti” o troppo soli.