È permesso immaginare la pace?

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Vorrei molto che queste righe fossero inutili perché contemporanee anche solo a un’interruzione della follia di cui siamo testimoni da troppi (anche se pochi) giorni in Ucraina: che si traduce nella concretezza di tanta sofferenza e morte senza senso, assurda per le cause su cui sono scatenate le analisi, e per un futuro che troppi analisti dicono non breve.

La crisi ucraina è scoppiata, in forma di guerra di aggressione, non improvvisa: incubata da anni, monitorata da tutte le parti in causa, temuta a parole e nella preparazione armata, discussa a porte più che chiuse sulle scacchiere di tutto il mondo geopolitico. Per le modalità della sua manifestazione (visto il suo protagonista aggressore e lo scenario di bombardamenti che interessano un paese centrale e critico dello scenario europeo) l’invasione del territorio ucraino ha avuto l’onore di essere subito qualificata come guerra e di attrarre anche l’attenzione dei più alti livelli del diritto internazionale (ICC, ICJ). Tutte le altre “aggressioni”, con o senza bombardamenti, sparse “normalmente” nel mondo sono state oggetto di altre denominazioni, anche se la tragicità delle sofferenze e delle morti era/è senz’altro più che competitiva. La guerra è arrivata perfettamente in tempo per sostituirsi da protagonista alla pandemia in tutti i talk-show: come era stato per il Covid-19, che aveva dato il nome di un nemico ben identificato (un virus che aveva fatto un salto di specie) ad agenti ancor più effettivi in termini di contagio e di vittime, perché permanenti e strutturali, come la fame, la diseguaglianza, la mortalità infantile (tanto “normali” e “condivisi” da non essere più attribuibili all’uno o all’altro responsabile, o sottoposti all’una o all’altra giurisdizione).

Il successo della guerra a livello mediatico, di opinione pubblica, della politica è stato così forte da rendere impossibile ‒ per mancanza di spazio? di emozione? di interlocutori autorevoli? ‒ fare della pace l’oggetto primario, coinvolgente, capace di fantasia e immaginazione, il tema principale, ineludibile. Come in un servizio psichiatrico alle prese con una crisi psicotica violenta, si ritiene che la “contenzione”, di qualsiasi tipo, sia il rimedio, perché non c’è tempo mentale e tradizione di cura. Coerentemente, l’accordo più immediato, tra gli attori più prossimi e ufficiali, è stato quello di rompere tutti i dubbi possibili e indicare nella fornitura delle armi, non importa come e a chi, il “rimedio” più urgente e simbolico alla “follia criminale” (sulla quale l’accordo può essere totale: come per la diagnosi di una crisi psicotica). L’unico grido condiviso è stato quello di chiedere all’aggressore di arrestare la sua follia: senza immaginare-proporre nulla se non altre “contenzioni” in forma di sanzioni. Come quando per la tragedia della migrazione (“miracolosamente” scomparsa dalla cronaca e dalla politica, con le sue vittime e le guerre che ne sono la causa) un aiuto umanitario simile a un’elemosina sostituisce una presa in carico, almeno entrando in un’agenda di lavoro.

Così la guerra, diventata in modo massiccio protagonista di tutti i quotidiani della vita, svolge perfettamente il suo compito: al di là della ferocia e inutilità dell’uccidere, essere rivelatrice (ancor più perché tutti gli attori della geopolitica sono coinvolti, a diverso titolo ma nessuno in modo innocente) di una struttura di fondo della “civiltà” nella quale viviamo che ha spazi crescenti e senza confini per ricerca, industria, produzione, glorificazione tecnologica delle armi, e riserva per la pace dichiarazioni e raccomandazioni svuotate di potere, credibilità, esempi.

Non sono esperto di strategie, ma mi sembra che ci sia una domanda che mantiene tutta la sua attualità anche a guerra in corso. Perché l’Unione Europea non trova la dignità di soggetto autonomo e non entra nella politica con una piattaforma chiara ed esplicita che indichi, nell’immaginario e nella prassi, un cambio di paradigma, mettendo al centro il popolo-paese dell’Ucraina, dandogli l’opportunità storica di essere indicatore di un “dopo” rispetto alla logica dominata dalla guerra (ancor più se nucleare): un’Ucraina neutrale, garante di non aggressione alla Russia e al mondo della NATO? L’ingenuità della domanda coincide con questo ultimo “attore”, che non coincide con nessun popolo, e di cui è nota l’ideologia e il ruolo centrale nelle politiche di tutti i paesi, dentro e fuori i suoi confini. L’unica interpretazione legittima del ruolo “di difesa” della democrazia sarebbe quella di divenire protagonista diretto della trattativa insieme a paesi e popoli riuniti nell’UE. La “follia” di un Putin che rappresenta soprattutto se stesso e cancella il diritto in tutte le sue forme si dovrebbe confrontare, in questo scenario, non con un “nemico”, ma con un progetto di futuro, nel quale le armi siano a priori escluse, e si dia il tempo di sperimentare forme democratiche di decisione, senza pericolo di interferenze militari. La “ovvietà” della proposta è pari all’apparente ingenuità della sua percorribilità. È, di fatto, il test per sapere se la vera “contenzione” violenta e impunita non sia, in realtà, quella che si applica direttamente anche solo al pensare-immaginare la pace.

Non c’è dubbio che l’Ucraina, e soprattutto il suo popolo, rappresentano in questo momento tutti i popoli che sono alla mercé ‒ armata delle più diverse armi politiche ed economiche ‒ dei poteri, pubblici e privati, indisponibili a cambiare, al loro interno e nello scenario internazionale, paradigmi-modelli di sviluppo nei quali  il linguaggio della “guerra”, di vincitori e vinti e di tutti i neocolonialismi (dittatoriali o democratici) è quello che detta legge, e proibisce quello dei popoli e della loro autodeterminazione. Dal piccolo-debole osservatorio del Tribunale Permanente dei Popoli, abbiamo, con tanti popoli, appreso e sperimentato che un diritto, nazionale e internazionale, che non abbia il coraggio e la creatività di fare della vita concreta delle persone il riferimento “senza se e senza ma” può solo soccombere alla violenza-guerra dei poteri di turno.


Lo scandalo eterno della guerra

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L’unica cosa “vera”, cioè fattuale, attesa, pianificata, documentabile, marginale nelle cronache e nelle considerazioni politiche su quanto sta succedendo in queste ore che diventano giorni, senza una fine prevedibile, in Ucraina, sono le vittime, militari e civili, dirette e indirette. Sapendo bene, come si dice per tutte le guerre, che la prima vittima certa è la verità, da tutte le parti in causa. Ma è una guerra – quella  “scoppiata”, ma sorvegliata e accompagnata negli infiniti dettagli, come un parto ad alto rischio in un luogo (enclave, regione, Stato nuovo, indipendente, neo-coloniale) – di cui si può dire solo che coincide, da tanti anni, con intervalli di altri “scoppi”, sanguinosissimi, ma interni, e non qualificabili come guerre. Ed è guerra di chi, contro chi, e per che cosa? È chiaro l’aggressore materiale: e l’aggredito (oltre alle vittime sul campo)? Il diritto internazionale? La comunità degli Stati? La “civiltà” occidentale?

Quale posto occupa questa guerra-in-cerca-di-un-nome tra i tanti scoppi, acuti e cronici, con equivalenti o molte più, o meno, vittime di cui è così ricca e variata la mappa del mondo, spesso con attori molto simili, o coincidenti, con quelli che occupano il primo piano, e soprattutto le prime pagine, delle news in questi giorni? Dagli scenari, tanti, permanenti, a singhiozzo dell’area Kurda, della Siria, della Libia, del Sahara Occidentale, dello stillicidio palestinese… solo per rimanere “dalle nostre parti”? Ma senza dimenticare il Myanmar, il Kashmir, il Mali… E se tutto quanto avviene-avverrà in Ucraina fosse solo (con costi intollerabili in termini di vite e di diritti umani: ma molto più calcolati e decisivi a livello economico-finanziario e di macroinvestimenti militari) una delle mosse – azzardate? arroganti? spiazzianti? – di una partita a scacchi permanente, giocata sui tavoli riservati di diplomazie che giornalmente “digeriscono” senza batter ciglio le guerre ai migranti da ogni guerra, i bombardamenti sul futuro dell’ambiente e delle generazioni presenti e future degli affamati-scartati, gli algoritmi neutrali che decidono ciò che è legale-permesso, e cancellano le vite concrete dei popoli, che sono disturbanti perché introducono la variante dei diritti umani di ognuna/o?

Nulla di nuovo, dunque, in Ucraina. Le domande si sono fatte più esplicite, perché geograficamente ed emotivamente vicine. Come era stata un tempo la ex-Yugoslavia e i suoi genocidi accompagnati da guerre umanitarie, che ci aveva aggiornato sulla “prossimità” di quanto era accaduto in Rwanda, e nella guerra del Golfo. Ma avevamo dimenticato presto: Irak, Isis, Sri Lanka, il genocidio lungo 70 anni della Colombia che continua nel silenzio perfetto di tutti gli attori, anche noi, dell’Ucraina.

Il punto di vista del Tribunale Permanente dei Popoli —piccolo piccolo, senza potere né mediatico né ancor meno politico – ha come unica funzione irrinunciabile quella di essere un promemoria della sola inviolabilità su cui misurare la “civiltà” dei tanti diritti ufficiali, nazionali e internazionali. La inaccettabilità della guerra-in-cerca-di-un-nome che occupa l’orizzonte globale documenta ancora una volta l’incapacità programmata di non trasparenza e di “dire la verità ai potenti” (è il tema ricorrente nella letteratura anche scientifica nel tempo della “guerra dei vaccini”: con quante vittime? e certi, pochi, potentissimi, umanitari vincitori) delle democrazie: anche quelle che si sprecano in qualificazioni accusatorie per “gli altri”, o “il nemico”. Biden è reduce dall’Afghanistan, e le conseguenze di quella guerra pesano oggi,  non sulla coscienza, ma certo sulla responsabilità di tutti “noi” alleati, in termini di “morti per fame”: più silenziosi e noiosi di quelli per bombe o missili o droni. E le risposte sono sempre (quando e se gli interessi, delle banche o delle strategie energetiche lo permettono) “sanzioni devastanti” (per chi, a che scopo, con quale attenzione ai popoli soggetti di storia, trasformati in mosse di partite a scacchi?).

Questo testo non voleva essere scritto, perché l’unica cosa da dire è «no a tutto ciò che rimanda, coincide, rende di fatto protagonista la guerra, in tutte le sue forme e sotto qualsiasi nome. Senza se e senza ma». Nel ricordo di tutti i popoli che, nella sua storia “permanente”, hanno chiesto al Tribunale permanente dei popoli di dare loro una voce più forte e indipendente di quella di tutti gli aggressori, il “no” ha provato ad articolarsi, traducendosi in domande che sono allo stesso tempo ovvie e imprescindibili. Permanenti. Finché la “civiltà” delle nostre società non avrà la lucidità (sempre più rara…) di prendere sul serio la proibizione della guerra, così chiaramente presente nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella nostra Costituzione e così ovviamente violata in nome di non importa quale menzogna o scusa dettata dal potere. È l’augurio del Tribunale permanente dei popoli, anzitutto perché tutte le vittime inutili di questa guerra, unite a quelle dei tanti altri conflitti di cui è fatta la guerra mondiale per frammenti (di cui parla Papa Francesco) si trasformino in un grido permanente di “basta”.

Se, ancora una volta, il “piacere” di giocare a scacchi sarà la regola del diritto internazionale, per le nuove generazioni sarà ancor più vera la tragica verità della Ninna nanna della guerra di Trilussa, così come recitata (parola per parola, sguardo per sguardo…) da un indimenticabile, disincantato, dolcissimo Gigi Proietti.


Uscire dalla pandemia: 10 spunti per guardare avanti

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In un mondo globale con un’autocoscienza di onnipotenza e di crescita programmabile secondo modelli lineari di un neo-colonialismo economico e culturale, l’irruzione di una pandemia infettiva, con sapore antico, si è tradotta in un’esperienza di impotenza-ignoranza rispetto a qualcosa che si temeva da sempre ma a cui non si voleva credere: un attacco terroristico alle Torri Gemelle della scienza e dell’economia. Era quasi implicito il rischio di una risposta, più o meno ritardata, nei termini già sperimentati di una guerra travestita da affidamento alla sicurezza, con rimedi di chiusura che mimavano in chiave moderna quelli delle pesti medievali. I punti che seguono provano a rileggere la storia di questi due anni a partire dal settore specifico più immediato e visibile della pandemia ‒ la salute-sanità ‒ ma avendo come obiettivo quello di guardare a un futuro che, come in tutte le guerre, è annunciato in termini densi di preoccupazioni, ma soprattutto di promesse di cambiamenti in vista di un mondo “altro”. Chiamare le cose per nome è un passo indispensabile per sapere quali sono, se ci sono, i vincitori di questa guerra (le vittime sono certe, non nei numeri, ma nella tragicità non conclusa…) che, per definizione, diventano i decisori del futuro.

1.

Dal punto di vista della “scienza medica” la pandemia di per sé era uno dei campi di ignoranza-impotenza che si incrociano nel rapporto tra salute e rischi di malattia-morte. Allo stesso modo in cui un tempo il tumore era vissuto come un male incurabile e la sofferenza psichica come disordine da contenere-punire (magari con psicofarmaci più o meno sintomatici e isolamenti: la demenza riproduce ora il problema per il popolo degli anziani). Poi l’AIDS era stata una prova generale, finché la ricerca non ha prodotto un’area nuova di intervento-controllo cronico (in collaborazione con interventi sociali e culturali importanti, anche se non perfetti, per quanto riguarda i diritti delle persone).

2.

La novità determinante della pandemia era la rapidità e il non sapere quasi nulla del nemico: dipinto come una variante dell’influenza, con il suo peso di “morti in eccesso”, soprattutto per popolazioni in condizioni precarie e diversificate di fragilità. “Per fortuna” (non lo si diceva così, ma lo si constatava, non solo in Italia) il picco di visibilità e di gravità era nella popolazione anziana, non produttiva, già in qualche modo “destinata” e nelle periferie delle tante diseguaglianze.

3.

Come in tutte le guerre, con destini incerti e senza vincitori in vista, l’unico segnale di vita e di speranza di futuro si traduce nella segnalazione degli eroismi che vanno al di là delle attese e che – si garantisce e promette solennemente – avranno riconoscimenti culturali, politici ed economici che saranno la risposta democratica e di civiltà della “comunità internazionale”. La calamità – si riconosce da tutte le parti, e spesso perfino con toni dispiaciuti – ha messo in evidenza il come, il quanto e le responsabilità di sistemi sociopolitici che dappertutto (e strutturalmente in Italia) erano in un più o meno esplicito stato di smantellamento (o, più banalmente, di “assenza” nel mondo dei paesi altri, previsti come tali nei modelli di sviluppo neocoloniali).

4.

Il riconoscere che si è tutti nella stessa barca in un mare in tempesta diventa un mantra condiviso, con il proliferare di dichiarazioni internazionali di solidarietà che sembrano trasformare la globalizzazione in un laboratorio in cui sperimentare nuove forme di convivenza: la salute-sanità è il settore dove si dovrà e potrà maggiormente condividere il diritto universale di nuovi “rimedi”, non appena questi saranno prodotti da una ricerca dove la competizione sarà sostituita da una conoscenza senza barriere e confini. Sottaciuta e negata è la constatazione che nulla lascia prevedere cambiamenti a livello di un’economia paralizzata nelle sue catene di distribuzione di beni, trasporti, produzioni che non si mette in discussione nei suoi dogmi. Solo la voce di Francesco, in una piazza San Pietro buia, silenziosa, nella pioggia trova i toni per esprimere il bisogno di una “conversione” di sguardo e di comportamenti. La pandemia sanitaria rivela drammaticamente di essere una sindemia: prodotto del sommarsi-esprimersi di pandemie – sociali, economiche, ambientali, politiche – per le quali nessuna ricerca di “vaccini” sembra prevista.

5.

L’annuncio, simbolicamente e concretamente fatto a livello non sanitario ma finanziario da un attore “privato” (una delle industrie farmaceutiche più rappresentative del mercato duro e puro, la Pfizer), di aver trovato un vaccino cambia di colpo lo scenario: la scienza ha fatto il miracolo. Tutto è rimesso in gioco. Non c’è più bisogno di conversioni culturali e tanto meno economiche. Se la pandemia sanitaria ha un rimedio (e gli annunci di altri vaccini si moltiplicano, nei modi più diversi, e meno controllati), tutto il resto non conta più: la guerra ha il suo vincitore, che detta le regole del gioco. Che sono le stesse del “prima”: senza se e senza ma. L’umanità che si era trovata a essere migrante rispetto alle sue certezze e aveva promesso di fare della salute un bene comune, può essere destinata al destino dei migranti (quelli veri, che hanno continuato a morire come e più di sempre): non-umani, dipendenti dalla sicurezza delle leggi del mercato, titolari di diritti solo se cittadini dei paesi e dei sistemi sanitari che possono pagare, perché anche i costi assolutamente sproporzionati, e senza sconti, non si toccano.

6.

La storia dei vaccini – che continua immutata producendo vittime senza nome e senza numero: vero, programmato, impunito “genocidio per diseguaglianza” – è troppo nota e documentata in tutti i suoi dettagli per aver bisogno di essere raccontata. Testimonia meglio di ogni altro indicatore che il “dopo” della pandemia è la copia fedele del “prima”. La salute (cioè il diritto alla vita e alla dignità) è ritornata ad essere indicatore della in-civiltà del mondo globale. I produttori, privati, nella piena connivenza degli Stati, sono gli unici protagonisti: direttamente, imponendo al pubblico spese che violano impunemente perfino le regole minime del mercato, e ancor di più per ridare il vero green pass (senza obbligo o possibilità di vaccini) a tutti gli attori, mediatori, strumenti, paradigmi di una società della diseguaglianza.

7.

È tempo di smettere di fare della pandemia virale il paravento informativo, emotivo, operativo con cui si garantisce clandestinità, o al massimo tempi e spazi contingentati, agli scenari strutturali promessi (e finanziati) del PNRR. La guerra in Afghanistan (e altrove: condotta con l’accordo “dovuto” dei paesi NATO) non è stata un “dopo” di maggiore democrazia: anzi. E non c’era bisogno di 20 anni per fare un bilancio. Covid-19, con tutte le sue varianti, è solo “una” delle aree critiche della sanità e della società. Il suo spazio mediatico non è solo un pessimo servizio informativo. È un’irresponsabile manipolazione culturale, oltre che una cortina fumogena per una politica che si dichiara sempre e solo preoccupata di dati sanitari la cui comunicazione, anche quando vuol “colpire”, continua a essere patetica e insieme arrogante: uno spettacolo di finti dibattiti, che documentano drammaticamente, da un lato, l’inesistenza di una collettività scientifica che si prenda la responsabilità (indipendente e critica) di produrre informazioni essenziali e orientate seriamente e non a far propaganda ai singoli, dall’altro, la disponibilità trasversale (di parti politiche e competenze: economiche, giuridiche, filosofiche, più o meno mescolate) a imporre un disegno, di governo oltre che di cultura, teso a non portare in primo piano, in modo conflittuale e sistematico, quegli aspetti del “prima” che stanno dimostrando il loro rafforzamento ed esigerebbero un cambiamento.

8.

Il nucleo di quello che l’eroismo sanitario aveva fatto sognare fosse un “dopo” della società era, e rimane, quello: ri-conoscere lo statuto di beni-diritti inviolabili, e perciò di attenzione prioritaria della politica, della economia, del dibattito pubblico quei “bisogni inevasi di uguaglianza e dignità” che sono (anche costituzionalmente) oggetto obbligatorio di ricerca. È ora che per la sanità si vedano chiaramente i piani: la Lombardia ha già detto che, nel “prima”, tutto era così positivo da dover essere confermato per il dopo; il privato, che nessuno si sogna di indicare come problema, deve essere il protagonista del futuro, lasciando al pubblico i carichi assistenziali non attraenti per il mercato; come saranno le Regioni nella loro diversità? dove e come creare continuità tra sanità, ambiente, lavoro, non-autonomia di vita? Non ha senso – meglio, è irresponsabile – continuare in dibattiti sui vaccini, fingendo di fare informazione sanitaria o addirittura “scientifica”, e non avere tempo e risorse per una trasparenza informativa sul presente-dopo della scuola, nella infinita diversità dei contesti sociali e geografici, del personale, dei contenuti.

9.

Gli anni della pandemia sono stati scuola massificata di disinformazione sul ruolo della scienza nella società. L’attenzione obbligata agli aspetti medici (tradotti nell’ossessività acritica dei bollettini, degli algoritmi e di dibattiti più o meno arbitrari) è stata un altro pericoloso paravento di cui disfarsi: la preoccupazione per l’affidabilità delle decisioni prese sulla pandemia ha favorito la illusione-percezione che le decisioni economico-finanziarie, infinitamente più pesanti in termini di conseguenze sulla vita delle persone e della collettività, passino allo stesso vaglio di “scientificità”. Non si spiega altrimenti – se non con ignoranza colpevole o malafede – la scomparsa dalla pianificazione-valutazione di aree “critiche” (molto più della sanità e dei vaccini) come quelle dell’ecologia, dell’energia, dei territori e come il ruolo di confronti pubblici, locali e generali, sui rapporti benefici/rischi, costi/efficacia, ampliamenti/restrizioni delle libertà personali e via elencando. Gli obblighi di trasparenza, l’impatto della politica sulla vita, il futuro delle società eccetera devono trovare almeno altrettanto spazio nei settori non sanitari: con più robustezza di confronti-conflitti, con più preoccupazione per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone e nella definizione dei beni-comuni. Ciò che rilancia la critica e l’appello alle categorie-competenze, come quelle del diritto e dell’economia, a non accettare-subire, con il silenzio o la reticenza, il ruolo di paraventi rispetto a un futuro che non può più essere pensato come lineare.

10.

Come per la gran parte dei problemi “pandemici”, la pandemia virale è un prodotto “sistemico”. Con il vantaggio di avere, per cercare soluzioni, tanti vaccini. E addirittura una promessa di farmaci. Vantaggio che richiede una continuità di ricerca medica (come per altre aree mediche: l’ambito tumorale è un esempio). Ma ci sono patologie ancora più gravi, cui si cambia il nome per non associarvi subito anche il rimedio, che non chiede ricerca, ma civiltà: come la fame, che la medicina traveste come “malnutrizione severa”. I vaccini per le altre pandemie che si sono menzionate sono noti: culturalmente “registrati”, parte della storia che si vive. Si chiamano diritti: umani, dei popoli, costituzionali. Non si possono comprare nel “libero mercato”. Stanno sempre più diventando un’emergenza, per la quale non si discute nemmeno (come alla vigilia di Covid-19) di preparedness o preparazione. Il primo laboratorio obbligato è a portata di lotta-ricerca: il PNRR, in tutti i suoi pilastri (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/07/dove-ci-porta-il-piano/). Incominciando magari dalla sanità come indicatore-verifica di praticabilità concreta: anche perché se la si discute (includendo la salute, e magari perfino la cura) la sanità fa incrociare senz’altro tutte le pandemie per le quali si attende un dopo.


No all’ipocrisia: proposte per la sanità nel PNRR

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Un sintetico e preciso articolo di Gianluigi Trianni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/07/come-ti-demolisco-il-sistema-sanitario-nazionale/) indica i punti di più profonda dissociazione tra le indicazioni concrete contenute nel PNRR per l’ambito salute-sanità e le affermazioni di principio che lo vorrebbero schierato, senza se senza ma, a favore dei “valori” costituzionalmente garantiti. Suggerito senza enfasi, e perciò con la chiarezza di una constatazione, il termine “ipocrisia” è evocato per qualificare questa dissociazione, che interessa trasversalmente (come una vera e propria cultura) tutti gli ambiti critici per poter considerare l’ormai mitica colonna 6 del PNRR ‒ e le altre più o meno direttamente collegate ‒ un efficace quadro di riferimento e strumento operativo per il sempre più invisibile cambio di paradigma post Covid-19 (che dovrebbe consistere nel ritrovare una sanità al servizio del diritto alla salute, inteso come diritto universale alla dignità della vita, sempre in progress, come la democrazia) e per lasciarsi alle spalle gli scenari che la pandemia ha posto in evidenza (una salute degradata a variabile marginal-clientelare di un sistema economico-politico che risponde solo a predefinite compatibilità di bilancio, sulla base di dati che prescindono dalla vita delle persone, nel silenzio-connivenza delle autorità centrali o regionali, sanitarie o meno).

Nella sua apparente indefinitezza etica il termine ipocrisia è quanto mai appropriato. Esplicita e indica un meccanismo di fondo che vorrebbe rendere digeribile la dissociazione: il travestimento-trasformazione di realtà dure in astrazioni suggestive. Il decentramento regionale diventa un passo verso “la prossimità”. La telemedicina e la digitalizzazione si presentano come realtà già presenti ed efficienti-efficaci (risolutive di tutte le assenze) per le lontananze fisiche, culturali, di età, di problemi. Il personale medico e infermieristico si immagina in stretta continuità con la dedizione eroica della pandemia, dimenticando-nascondendo la situazione di conflitto su tutto: contratti, salari, competitività tra pubblico e privato, formazione che richiede anni per colmare i vuoti. Gli investimenti sono su tecnologie ed edifici di comunità, perché le persone sono “costi”. Il privato che è parte centrale (e spesso dominante) della sanità non è neppure nominato (un eccesso di ipocrisia?), quasi fosse una brutta parola. E le popolazioni fragili (dalla salute mentale, agli anziani, ai disabili) restano nel loro limbo (con porte aperte sull’inferno…) di competenze tra pubblico, privato, terzo settore. E le promesse del PNRR sono così importanti da chiedere fiducia in stime del bilancio per la sanità (la salute non c’entra più, anche se ogni tanto la parola ricorre) che lo dichiarano, contro ogni evidenza, in aumento e in recupero, insieme alla ricerca, rispetto a quelli degli altri paesi europei.

L’ipocrisia, come cultura e metodologia, è ovviamente un problema politico generale, e non ci sono vaccini. Constatare, con più o meno dettagli, l’esistente, non può che creare una situazione di più forte dipendenza e passività. Tra le tante proposte che da più parti emergono è ragionevolmente necessario concentrarsi su alcuni snodi, culturali e di metodo, per i quali creare, politicamente, uno spazio anche nella opinione pubblica (che è la più esposta e intossicata dai due anni di dis-informazione programmata sulla pandemia). Può essere utile lavorare a due livelli: quello della trasparenza informativa e quello del “territorio” (con la sua sequela di termini suggestivi: prossimità, continuità, cura, domiciliarità, infermieri di famiglia etc.).

1.

Comincio dalla trasparenza informativa sui dati che stanno dietro le decisioni e la comprensibilità-diffusione delle informazioni. Salvo ciò che ogni tanto compare in documenti più o meno riservati, le informazioni che circolano sono sulle macro divisioni-distribuzioni dei fondi che si dichiarano disponibili per l’una o l’altra area di intervento e per le classiche macro regioni (Nord, Centro, Sud). L’invisibilità delle popolazioni che sono i soggetti e i titolari dei bisogni e degli interventi coincide con la loro inesistenza di fatto. I dati ci sono, ma sono trattati come la proprietà privata di un’azienda. Si comunica quel che serve a rendere credibile ciò che coincide con decisioni già prese: l’occultamento sistematico dei dati reali, non globali, mirati a rendere visibili le diversità di bisogni e di risposte coincide con una clandestinità che riesce a non fare entrare nella politica, e nella cultura della “gente”, nemmeno i dati ufficiali dell’Istat o di Agenas, o delle regioni o delle Strutture sanitarie. Tutta la letteratura più accreditata, medica o meno, in Europa o in Usa, sottolinea che la malattia-pandemia più pericolosa e pervasiva è la diseguaglianza, ancor più quando si fa povertà: come è possibile che l’incrocio di questi dati (che obbligherebbero a un confronto tra responsabili sanitari e civili e a un’epidemiologia che non si limita a descrivere le tante e diverse comunità) non sia considerato concretamente in nessuna pianificazione-valutazione? Un riferimento chiaro, esplicito per quanto riguarda certezze e incertezze conoscitive alla vita reale dei “soggetti di diritto” non è facoltativo. È giuridicamente obbligatorio ‒ ben più delle liturgie etiche sul “consenso informato” nelle sperimentazioni e della firma per rendere valido un contratto ‒ e deve essere esigibile, come indicatore minimo di legittimità e come strumento di informazione/alfabetizzazione sulla salute come diritto fondamentale, e sulla sanità come uno dei suoi indicatori di attribuibilità.
Una trasparenza complementare, altrettanto imprescindibile, è quella che riguarda quei capitoli della “salute” (cioè del diritto alla dignità della vita) che non hanno risposte sanitarie ma solo, e parzialmente, sociali o simili. Sono tanti, e spesso i più dolorosi e pesanti. C’è un lavoro urgente per dare visibilità specifica ‒ non marginale, non lasciata alla casualità degli “amministratori di risorse” ‒ a queste situazioni, che sono i veri indicatori del grado di lontananza dall’accesso al diritto umano all’autonomia del vivere: che corrisponde, quando il “non so” è chiaro, alla promozione-investimento in progetti di ricerca, non necessariamente sanitaria, ma abitativa, di riabilitazione, lavorativa etc. Solo così la salute diventa strumento fortemente didattico di una democrazia che investe sui più deboli. È di pochi giorni fa la ripetizione, da parte dell’OMS, che la salute mentale è un modello di fallimento delle nostre società. Ed è di tutti i giorni la richiesta, senza risposta, di una epidemiologia dell’età anziana che sia in grado di restituire a questa popolazione la priorità di attenzione e investimenti.
Un accenno, breve ma fondamentale, è necessario a un aspetto diverso di una politica di contrasto della ipocrisia. Nulla è credibile del PNRR se non si fanno passi concreti di trasparenza, con dati verificabili, sul rapporto tra pubblico e privato. La dissociazione tra le dichiarazioni di rispetto del SSN e i bilanci che vanno al privato (da parte delle istituzioni e dei singoli) è talmente grande da tradursi in un esercizio programmato per far perdere fiducia in qualsiasi cosa venga detta sui costi e la sostenibilità sanitaria. Anche qui, i dati ci sono. Più o meno affidabili, secondo le fonti, ma rimangono oggetto di dibattito (quando va bene) generale, che non permette di far entrare nella coscienza politica e culturale del paese la visione-coscienza di quanto il diritto umano alla salute è un indicatore-garante di democrazia. All’ipocrisia del PNNR, che ha alle spalle una situazione politica di cui sono note le contraddizioni, dovrebbe corrispondere una presenza molto più intensa di ricerca e di prese di posizione esplicite da parte del mondo non-sanitario della salute: costituzionalisti, economisti, terzo settore. Non è più tempo di mimare il dibattito nei talk-show, di dire si/no, o bravo/cattivo al pubblico o al privato. La sanità-salute è un’area modello per un problema che tocca allo stesso tempo i “massimi sistemi” e il quotidiano di ciascuno, delle comunità, del paese.

2.

Fin dalla prima ondata della pandemia (che aveva visto nelle RSA e nelle terapie intensive i luoghi delle morti senza fine e il simbolo dell’impotenza di un sistema sanitario non in grado di gestire la prevenzione e la medicina generale) la parola d’ordine maggiormente riassuntiva delle strategie da promuovere e adottare in un post-pandemia radicalmente innovativo è stata quella di porre in primo piano il territorio. Il PNRR sembrerebbe, a prima vista, essere la traduzione coerente di quella esigenza. Il territorio è lo scenario dove devono essere costruite le 1296 “case di salute-comunità”, dove sono previsti ospedali di primo livello, dove operano infermieri di famiglia, dove è garantita una presenza integrata medico infermieristica accessibile 24 ore per tutti i 7 giorni della settimana, dove si attivano centri di coordinamento. Tutto ciò che serve per far sì che gli obiettivi rassicuranti associati al termine territorio si realizzino soprattutto per le popolazioni fragili destinatarie anche di un monitoraggio ordinato e tempestivo dei bisogni presenti ed emergenti.
Ma la realtà con cui questi scenari promettenti devono confrontarsi è molto differente. Le risorse economiche previste nel PNRR appaiono preferenzialmente destinate alla costruzione di nuove strutture che si immaginano da distribuire per territori e popolazioni considerate come contesti omogenei, in termini di popolazioni, condizioni socioeconomiche e culturali, situazioni sanitarie con pari accessibilità e risorse. Non è così. “Comunità” è un termine astratto quando la si deve considerare in contesti urbani (centrali o marginali) o in contesti non urbani (intensamente abitati o isolati) o nelle diverse regioni. Le “case di comunità” hanno senso se vengono costruite come opportunità per ri-definire le mappe dei bisogni e delle risposte a partire da una epidemiologia locale che trasforma la “prossimità” da parola affascinante in piani precisi, flessibili, condivisi per adeguare risorse e interventi sulla base di dati concreti, da monitorare con il supporto di tecnologie informatiche che non si attivano dall’oggi al domani. In questo percorso, che ha contenuti e tempi di realizzazione molto diversi, il fattore determinante è la disponibilità di personale da formare, cui assicurare ruoli e retribuzioni con caratteristiche di stabilità che permettano loro di essere attraenti e motivanti. Tanto più quando si riconosce che la grande sfida ‒ finora affrontata, con esiti molto differenziati, in tante situazioni pilota o esemplari ‒ è quella di rendere integrabili competenze e responsabilità appartenenti ad amministrazioni (più ancora che a discipline) a tutt’oggi separate, quando non antagoniste. Basta pensare ai rapporti tra diversi ruoli e organizzazioni di medici e infermieri, di assistenti sociali, di caregiver. Nella logica top-down del PNRR queste realtà concrete sono immaginate come perfettamente funzionanti in modo collaborativo. Con un’ulteriore, e determinante, carenza-ipocrisia. Mentre alle risorse per costruire reti di “case”, di ospedali gestiti da infermieri, di centri di coordinamento informatizzati corrispondono nel PNRR capitoli di spesa, il problema del personale è sostanzialmente scoperto: anche in questo caso immaginando che le risorse arrivino da non si sa dove. E, ancora una volta, non toccando in modo concreto l’interazione, che spesso è interferenza o competizione, tra privato, pubblico, attori e competenze del terzo settore, in una logica tutta da sperimentare di “cura” (cioè di presa in carico di un modello che non è assistenziale-sanitario, ma responsabile della autonomia di vita degli individui e della comunità).
Il “territorio” definisce in questo senso una strategia di pianificazione, monitoraggio, valutazione che mirano alla realizzazione della “prossimità” con indicatori che hanno come punto di partenza la variabilità delle comunità concrete e come misura dei diritti accessibili e attribuibili la riduzione dei bisogni, soprattutto quelli inevasi delle popolazioni più fragili. Visibilità epidemiologica delle tante e diverse comunità significa confrontare il modello economico e top-down del PNRR con una logica che restituisce alle persone-comunità l’identità costituzionale di soggetti della propria salute, e non di destinatari-oggetto di interventi sanitari: comunità che si parlano, si confrontano, apprendono reciprocamente perché si sentono parte e protagonisti di un progetto, di lungo periodo, di democrazia-uguaglianza.

Un piano di sviluppo-realizzazione degli obiettivi sopra indicati è quello che manca completamente per la credibilità delle promesse del PNRR: la formulazione “trasparente”, progressiva, sperimentale di questo piano (non la definizione a tavolino di un futuro che finge di essere altro dal presente da parte di una o dell’altra autorità, come ha fatto la Regione Lombardia) è la conditio sine qua non perché l’opportunità economica del PNRR non sia la riproduzione del passato.


Italia-mondo: il diritto non umano

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Questa riflessione è stata pensata in giorni precedenti alla condanna di Mimmo Lucano e a quanto i giudici di Locri hanno introdotto nella storia del rapporto tra diritto e società come materiale da utilizzare nei modi più diversi (caso di scuola, politica, cultura, ruoli della magistratura, scandalo in più o esemplare…) salvo che per fornire un giudizio su una persona, e ancor più su una storia collettiva. La vicenda di Riace occuperà tanto spazio, e si può solo sperare che l’enormità di ciò che è successo porti a risposte complessive di un più e non di un meno di democrazia.

I dati-fatti di cronaca di cui parlano le righe che seguono non hanno la stessa visibilità. Meglio prima elencarli per punti. Primo. Proprio a ridosso della presa del potere da parte dei talebani, la Corte Penale Internazionale ha aperto una procedura per crimini contro l’umanità commessi negli ultimi vent’anni in Afghanistan. L’ipotesi di accusa e le indagini preliminari erano state avviate e condotte con molta intensità per iniziativa della precedente Procuratrice generale (africana). Il nuovo Procuratore (inglese) ha confermato la decisione, con una variante: gli accusati sono solo i talebani, per gli “altri” (USA, militari e non, e tutto il corteo di protagonisti della storia recente del popolo afghano) non ci sono risorse sufficienti per approfondire-integrare le evidenze raccolte… Secondo. Si sta chiudendo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Due dei Paesi ufficialmente membri ‒ Myanmar e Afghanistan ‒ non hanno potuto prendere la parola, per «accordi raggiunti in trattative informali dagli Stati membri del Consiglio di sicurezza» sul riconoscimento dei rispettivi governi. Quanto sta succedendo ai popoli dei due Stati è ben noto: il “genocidio sempre in corso” dei Rohingyas è ormai riconosciuto da tutti, così come la repressione feroce della giunta contro l’opposizione che ha nominato un nuovo governo in un paese di fatto in guerra civile; almeno il popolo delle donne afghane è guardato-citato-indicato da non importa quale organismo istituzionale (o fonte di informazione) come misura dell’esistenza o meno di civiltà. Per questi popoli il diritto di visibilità-parola è stato abolito. Terzo. Il capitolo dei migranti, in tutto il mondo, continua ad “arricchirsi” di origine e tipologia di vittime: gli haitiani frustati alla frontiera del mite presidente degli USA, e i “popoli della rotta balcanica”, incrementati dagli afghani (quanti, dove, fino a quando, verso l’Europa o il Pakistan…?), continuano nella perfetta normalità a essere venduti al migliore offerente di merce di scambio (militare o politico o strategico), e non c’è corte penale o dei diritti umani che se ne faccia carico. Le “evidenze al di là di ogni ragionevole dubbio” che si tratti di crimini di sistema incompatibili con società (nazionali, regionali, globali) che si dichiarano civili non trovano Parlamenti che almeno li mettano all’ordine del giorno. Quarto. Non si può dimenticare la cronaca della “normale” prosecuzione di una politica di repressione indiscriminata e globale del diritto all’esistenza e alla dignità della vita del popolo palestinese: nel perfetto silenzio e nei ritardi senza tempo dei governi, delle NU, dell’UE (https://volerelaluna.it/mondo/2021/10/05/le-tribu-di-israele/).

Ebbene, Locri è la perfetta rappresentazione del capovolgimento del ruolo del diritto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/01/non-e-giustizia/) nel mondo globale, divenuto ancor più acuto con la vicenda dei vaccini in rapporto al loro “sequestro” da parte dell’industria farmaceutica con la piena connivenza degli Stati, che si sono trasformati in soggetti attivi di un genocidio trasversale, atipico, ma concretissimo. Con la terminologia divenuta corrente in America Latina nel caso di Bolsonaro in rapporto al popolo brasiliano, il diritto non è più sinonimo di garanzia delle persone e delle democrazie, ma è protagonista di una vera e propria guerra (warfare) che garantisce l’impunità dei “pochi e privilegiati” rispetto ai “più e destinati al ruolo di vittime”. Il rito dei G20, coordinato quest’anno dall’Italia, è l’espressione concreta di un ordine che legalmente esclude i criteri minimi di legittimità che dovrebbero essere la chiave interpretativa inviolabile del diritto internazionale e delle costituzioni. Nessuno spazio per i G-Altri, che anche in Italia sono stati evocati cercando di rendere visibili i G-ultimi, 20 o più.

È toccato a una donna, capo di stato di uno di questi “altri”, le Barbados, chiedere, cambiando il suo discorso ufficiale davanti all’aula semi deserta delle NU: «Se la Carta delle Nazioni Unite fosse da votare oggi, chi dice che sarebbe approvata?», avendo come documento di supporto, tra gli altri, il rapporto 2021 del Tricontinental Institute for Social Research con il profilo dei diritti violati e impuniti a livello globale e con la consacrazione della distanza abissate tra esseri umani e Stati [nei termini riassuntivi di una delle infinite analisi del destino del popolo simbolo degli ultimi, pubblicate dai maggiori giornali anche statunitensi: “Humans (#Rohingyas)vs Man-made States: incommensurables realities”]. Si accetta, infatti, la legittimità di uno Stato riconosciuto come assassino. Perfino una rivista leader nel campo sanitario (certo non sbilanciata verso una ipotetica sinistra) come Lancet, fa il punto su dove va il diritto alla salute (così tanto reclamizzato per un dopo pandemia, e così bene clandestinizzato nel PNRR), che dovrebbe essere quello più prossimo al diritto alla vita, domandando in un dossier molto esteso e documentato «a quando una decolonizzazione reale, nei singoli paesi, e nel mondo globale, di una cultura, ricerca, pratica della sanità che non sia soggetta al diritto non umano del mercato?».

Non sono un giurista, e posso avere una memoria solo approssimata della storia del diritto nel suo rapporto con la storia reale delle persone e dei popoli. Posso solo augurare ai Mimmo Lucano, individuali e collettivi, di poter ancora incontrare ‒ all’incrocio tra leggi, politiche, economia, civiltà ‒ un diritto come quello di Calamandrei nel processo a Danilo Dolci: «vi ho raccontato la storia: non ho nulla da aggiungere come difesa».


Green pass, PNRR, Afghanistan: cronache da un mondo inumano

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L’apparente stranezza di un titolo che associa tre realtà tanto diverse (in una sequenza che evoca una gerarchia di rilevanza della loro presenza nella cronaca politica italiana di queste settimane) corrisponde al riassunto sintetico di questa riflessione: «Stiamo vivendo in un mondo drammaticamente capovolto. Eventi che vanno dalla banalità alla tragedia sono “coperti” nella cronaca e nella realtà con un’attenzione inversamente proporzionale alla loro rilevanza: per la vita pubblica italiana e come indicatore-espressione di un problema globale, che è nello stesso tempo di civiltà democratica e di implicazioni politiche ed economiche». Il riassunto delle caratteristiche delle tre realtà proposte nel titolo mira ad esplicitare la fondatezza e l’importanza concreta dell’ipotesi di lavoro.

Il green pass è un provvedimento assolutamente marginale nella gestione del rischio pandemico: nella sostanza non è altro che una misura operativa (tra le tante) tesa a ridurre le probabilità di “contatti a rischio di contagio”, sottolineando nello stesso tempo l’importanza di arrivare a un grado elevato di copertura vaccinale della popolazione. Era/è giustificato, più o meno obbligatorio od esteso? Come tante delle misure prese per il controllo del rischio epidemico (in Italia e fuori, con criteri estremamente variabili da paese a paese) la fondatezza “scientifica” del green pass (che non è un obbligo vaccinale per motivi di salute pubblica!) include margini importanti di incertezza: negli obiettivi e nella applicazione. Come tale dovrebbe essere oggetto di politiche di informazione trasparenti, lineari e comprensibili: a) sui suoi aspetti positivi (uno degli strumenti per allertare dell’esistenza di un problema, e un promemoria dell’importanza di aderire a una campagna vaccinale quanto più possibile estesa); b) sui suoi potenziali abusi applicativi (limitazione della fruizione di alcune libertà di scelta: da quella, certo non grave, dell’accesso a ristoranti al chiuso, a quelle ben più rilevanti di viaggi e attività lavorative, culturali etc.). Come promemoria di essere parte di una comunità in cui le responsabilità sono condivise esso presuppone-richiede politiche trasparenti ed efficaci di comunicazione da parte delle istituzioni, mentre sono note (dagli inizi della pandemia) le carenze nel rendere univocamente comprensibili certezze e incertezze, obblighi e raccomandazioni, benefici e rischi delle decisioni operative da adottare per una salute pubblica che sia veramente un progetto comune. Tuttavia, trasformare un problema di comunicazione e di ricerca di un consenso informato verso politiche di salute pubblica in una questione costituzionalmente rilevante in termini di discriminazione, con un’opposizione che si traduce in processi di disordine pubblico, coincide con una manipolazione programmata dei dati e dei fatti per obiettivi di parte che non hanno nulla a che fare con il bene comune della protezione di tutta la popolazione dal rischio pandemico. A una carenza ‒ da denunciare e correggere ‒ di comunicazione responsabile, con un linguaggio al servizio di scelte informate e democraticamente confrontabili, si risponde con il linguaggio (nei contenuti e nelle modalità) della confusione informativa fuorviante, che viola di fatto il diritto fondamentale di essere soggetti liberi di fare le proprie scelte motivate. Un “normale” problema di scelte tecniche in vista di una cultura di “solidarietà nella diversità” è stato trasformato in protagonista dell’attenzione della politica istituzionale e dell’opinione pubblica basata sulla contrapposizione, sul sospetto, fino alla violenza verbale e fattuale. In attesa di una decisione, che è arrivata con la “didattica” dell’autorità che non vuol più perder tempo. Sarà la soluzione?

Con la solennità affermativa delle promesse-impegni che stanno dietro le parole che ne formano l’acronimo (e con il peso della loro traduzione in miliardi di euro da capogiro), il PNRR è stato protagonista delle stesse settimane-mesi che hanno visto il green pass in primo piano con una strategia opposta: tanti silenzi, mezze parole, lanci o cronache di dissidi ben bilanciati, di promesse e del loro contrario, di scenari di sviluppo e di recupero di indicatori economici separati da fatti concreti sulla situazione occupazionale, sull’ambiente, sulla mortalità da lavoro. Il futuro del paese è stato gestito con criteri di semi clandestinità, per quanto riguarda le decisioni da prendere o già prese in settori strategici: dalla sanità (venduta e rivenduta come il test di un sogno realizzato, ma senza alcun segno visibile di cambiamenti reali) all’energia, senza parlare della scuola, accuratamente mantenuta come area marginale per quanto riguarda contenuti e risorse (vantata solo per la copertura vaccinale dei docenti, buoni candidati al green pass: non è poco, ma stona ancor di più per la dissociazione che mostra sui punti sostanziali). Solo la riforma della giustizia è stata oggetto di grandi e controverse attenzioni, che hanno documentato una conflittualità politica, ma non hanno certo contribuito a creare un’opinione pubblica democraticamente informata e partecipe. A chi appartiene il PNRR? E quali sono i suoi criteri decisionali? E a quando i nodi da risolvere del Sud, dell’Italia profonda, delle diseguaglianze, delle aree interne, delle razionalizzazioni basate su digitalizzazioni che promettono partecipazione ed efficienza mentre crescono le esperienze di esclusione dalla accessibilità-fruibilità dei servizi delle popolazioni fragili? Dove sono scomparsi, o chi ha in mano, i piani per la popolazione anziana “sacrificata” dal Covid, e a cui sono state promesse priorità di cura e domiciliarità personalizzata? Che ne sarà delle promesse di continuità gestionale e amministrativa tra organi-attori-dati sanitari e socioeconomici, tra un pubblico sempre più in affanno e un privato in prima linea per l’assegnazione di commesse e di attenzioni? Quando arriverà il tempo della trasparenza economica, politica, culturale per la gestione del PNRR? Nessun rischio di discriminazione e di incostituzionalità in questa gestione clandestina del futuro? Nessuna mobilitazione, più o meno pacifica?

Attraverso tutte le cronache e le analisi (più o meno superficiali) che hanno accompagnato la “sorpresa” della presa del potere da parte dei barbuti studenti coranici, l’Afghanistan si è rivelato come un fenomeno globale: incrocio della decadenza dell’impero USA, del destino di guerra al servizio dei mercati militari assegnato a una regione strategica per il controllo delle politiche energetiche, dell’ennesima “catastrofe umanitaria” rispetto alla quale le Nazioni Unite riescono al massimo a dirsi “preoccupate” e ad esprimere raccomandazioni. Al di là dei ponti aerei mirati a popolazioni selezionate, la risposta dell’Italia e dell’Europa è stata molto semplice: noi non c’entriamo, la solidarietà non può spingersi a cambiare la nostra agenda sui migranti (dallo ius soli ai corridoi umanitari), sul rispetto del diritto internazionale, sulla vendita di armi: l’unico investimento immediatamente e legalmente permesso è quello per la costruzione in tempi record di muri. Una diagnosi trasversale, chiara, esplicita di quanto succede come nostra responsabilità, e come espressione della crisi, lunga anni, della nostra civiltà, e perciò come imperativo di una politica capace almeno di pensare a un cambio di paradigma, è rimasta fuori dall’ordine del giorno delle analisi e ancor di più delle discussioni dei vari ministri degli Esteri, o della Difesa, per non parlare della economia e del diritto.

Un altro acronimo è rimasto fuori da quelli ricordati nel titolo, in quanto è apparso-scomparso dalle cronache di queste settimane: G20. L’Italia è presidente di turno e coordinatrice di questo gruppo che si è dato il compito di raccontare e ordinare la storia degli umani dall’alto in basso: tutti i top 20 sono coinvolti negli scenari sopra ricordati, anche in quello che distrae, con le chiacchiere sui green pass, dalla crisi umanitaria del mercato dei vaccini, teatro di guerra per tutti i paesi in cui le controversie riguardano non la terza, ma la prima dose. E che non hanno accesso, nemmeno nell’immaginario, a qualsiasi lontano parente di un PNRR. E che assomigliano, nei più diversi modi, ai paesi di cui l’Afghanistan rappresenta in questo momento il modello esemplare.

L’ipotesi di questa riflessione era di essere un pro-memoria del fatto che viviamo in un mondo capovolto nei suoi termini di riferimento: patas arriba (sottosopra), lo definiva E. Galeano nei suoi testi in cui riassumeva il destino dei paesi incapaci di memoria, e perciò destinati ad essere «vene aperte per l’estrazione della vita» da parte dei padroni-narratori della storia in una logica intoccabile di top-down, e che pretendono per sé il privilegio di una clandestinità delle decisioni molto simile a quella dei PNRR, o dell’Europa sui diritti umani dei migranti da tutte le guerre. La verità ‒ si dice ‒ è la prima obbligatoria vittima di tutte le guerre. La cronaca che stiamo vivendo è un esercizio di non-verità. Atteso dai G20, dalla NATO, da tutti i top-down. Si potrebbe, o si poteva, sperare in una resistenza-resilienza da parte dei responsabili “indipendenti” dell’informazione. La prigione di J. Assange, entrata anch’essa nella cronaca di queste settimane, non fa molto sperare. I resistenti sono quelli che non si affidano alla resilienza, cioè al tornare al punto di partenza. Non si vedono molto. Ci sono. Da tante parti. Minoranze. Che non possono credere alla “sostenibilità” promessa dai modelli di sviluppo misurati sui PIL. Continuano a credere che valga la pena resistere e continuare a essere umani nel guardare-vivere le cronache di cui si è parte.


Afghanistan: la normalità e le bugie

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Lo scenario generale

Difficile pretendere di aggiungere qualcosa alle tantissime reazioni – di emozione, di condanna, di preoccupazione, di proposte di interventi politici, umanitari, di assistenza, di previsioni su che cosa succederà, di analisi sulle cause e gli attori globali e regionali – che stanno accompagnando il ritorno dei Talebani come protagonisti (i “cattivi”? gli interlocutori obbligati? i terroristi intollerabili?…) dello scenario afgano. La cosa che più colpisce è la sproporzione tra l’intensità degli eventi, delle sofferenze, della tragicità umana di quanto sta succedendo, e la “sorpresa” con la quale si reagisce a livello istituzionale e politico: lasciando all’umanitario la formulazione di risposte che si facciano carico della vita e del futuro delle persone-popolazioni coinvolte. Quasi ci si trovasse di fronte a un evento ignoto, imprevisto e imprevedibile, scoppiato tra le mani senza cause precise, e tali da poter permettere giudizi ed interventi mirati.

Di fatto il tragico “caos” afgano deve essere preso, anzitutto e a fondo, come il prodotto non solo prevedibile, ma obbligato – per tempi, violenza, protagonisti –, di politiche che hanno come comune denominatore (specie per quell’area del mondo e con un crescendo ininterrotto negli anni, che in questo secolo hanno visto la legittimazione-promozione della guerra come strumento di democrazia e componente strutturale dell’economia globale) un dogma indiscutibile, che si esprime in tre principi fondamentali:

  1. i popoli non esistono come soggetti di diritti collettivi, e tanto meno individuali: sono abitanti “storici” di territori che, in modo differenziato ma senza discontinuità sostanziale, sono stati considerati dai tanti poteri imperali che si sono succeduti dopo la divisione arbitraria di tutta la regione con gli accordi di Balfour, un laboratorio sperimentale di strategie mirate a garantire il massimo di estrazione di petrolio e di gas, avendo come interlocutori governi di qualsiasi tipo, purché alleati conniventi e senza pretese di autonomia, e tanto meno di democrazia;
  2. il terrorismo è, negli ultimi due decenni, lo strumento-travestimento perfetto per giustificare e promuovere guerre economico-militari che non hanno più bisogno di essere dichiarate, e che hanno trovato-creato nelle appartenenze religiose un efficientissimo sostituto delle ideologie (antiche e scadute) della guerra fredda: un complemento ideale per la creazione del mito-realtà di nemici (interni ed esterni) a disposizione di dittature o monarchie che usano con la stessa disinvoltura scuole-teologie-immaginari-culture repressive dei diritti civili (e soprattutto dell’universo femminile) e gli strumenti della finanza più moderna, ben addentro anche ai mercati illegali e criminali;
  3. in questo quadro l’Occidente (nella sua versione USA+UE con una dominanza NATO, e con delega di leadership agli USA) si muove come un promotore arrogante e incompetente di caos: l’11 settembre rappresenta una tappa fondamentale di cristallizzazione del ruolo USA (già emerso con la prima guerra del Golfo) da sempre invocato dagli alleati chiave Israele e Arabia Saudita. L’UE, pur estesa in termini di Stati, ha continuato ad essere politicamente assente salvo che come parte della NATO, e attiva prevalentemente con le proprie multinazionali dell’energia; mentre le recenti evoluzioni politiche e militari della Russia e della Turchia (con, sullo sfondo, una Cina sempre più vicina) hanno ulteriormente complicato la situazione includendovi pesantemente Libia ed Egitto.

All’incrocio di questi scenari, i popoli – le persone reali, le identità profondamente differenziate, le lotte, le primavere, i sogni antichi e nuovissimi di autonomia delle popolazioni di questa regione – si sono sempre più trovati ad essere realtà “usa e getta”, da comprare, vendere, scambiare, secondo l’andamento delle alleanze e dei poteri. È lunga la lista dei popoli vittime di questo mercato, passato anche per le cronache mainstream ma solo per dire che da quella regione potevano arrivare problemi e non per ricordare che su quelle popolazioni-culture-storie si continuavano gli esperimenti di antichi o nuovi interessi e poteri. Palestinesi, “arabi”, kurdi (quanti, di quali paesi?), siriani, libanesi, yemeniti, azeri…: con nomi propri, e geolocalizzazioni collegate con storie, vita, o con cronache di bombardamenti, migrazioni, fame etc. Via via mescolati con nomi di “movimenti” o “fenomeni” o “entità” più o meno appartenenti all’universo di un terrorismo senza patria o territorio, ma estremamente potente, ricco, mobile, con volti e nomi variabili: “islamico” era l’aggettivo che valeva la pena aggiungere ogni tanto per dare l’idea che c’era qualcosa di specificamente anti-occidentale (Isis, Califfato, Al-Qaeda…).

E sempre lasciando sullo sfondo (salvo alcuni rapporti specialistici, o cronache-scoop) una presenza molto imbarazzante e importante per composizione, finanziamenti certi e misteriosi, trasversalità, sapore di avventura: quella dei contractors (meglio descritta nei film, per darne un senso di irrealtà, evocante gli antichi mercenari o le legioni straniere), espressione perfetta, sofisticata, criminale di un mercato globale che ha bisogno di violenza senza limiti, tecnologicamente avanzatissima, al servizio del compratore più competitivo, più o meno mascherato con ideologie ad alto impatto di immaginario e di crudeltà concreta, quanto più possibile invisibile, o meglio non raccontabile, perché non certo edificante come espressione dì civiltà.

Un evento atteso

In questi giorni è stata la volta dell’Afghanistan: impressionante più per quanto succede o perché uno dei protagonisti maggiori (dotato di un antico, insindacabile prestigio di democrazia, potenza, saggezza) è più direttamente coinvolto, in modo imbarazzante tanto sono chiare le bugie e i “non-sapevo”?

La preoccupazione e la mobilitazione della “società civile” prevalentemente occidentale riflettono senza dubbio il dramma che sta dietro le immagini che riassumono, nelle folle attorno all’aeroporto di Kabul, la disperazione-nostalgia di vita di tutto un popolo. Ma quanto è lunga la collezione di immagini che nei vent’anni della guerra-per-la-pace degli americani, e nostra, si sono accumulate dall’Afghanistan: dai migranti di quel paese (e di altri vicini) che hanno prodotto milioni di profughi – non verso paradisi protetti, ma molto spesso verso campi di concentramento – e centinaia di migliaia di morti, scomparsi nell’anonimato tragico e ipocrita della cronaca che registrava come “errori” o effetti indesiderati di una medicina amara come la democrazia i bombardamenti e le mutilazioni di ogni tipo delle popolazioni civili? Storie note, quotidiane: coerenti con la loro caratteristica di rendicontazione dei costi della democrazia-merce gestita dai tanti “talebani”, non barbuti né coranici (ma americani, europei, italiani, ben convinti della loro missione e sempre attivi), che avevano il controllo del territorio e l’esclusiva dell’indottrinamento alla civiltà occidentale. È bastata una settimana per far crollare il sogno e trasformare l’aeroporto di Kabul nel simbolo esemplare del diritto negato di fuga da una delle tante guerre cui è impossibile dare nomi che “giustifichino” una evacuazione. E vent’anni di “promozione democratica” lasciano spazio per il diritto alla scelta della fuga-vita solo per chi “ha collaborato” con coloro che hanno speso trilioni di dollari (così dicono i conti ufficiali) per armare e istruire a combattere, e hanno dato briciole (così dicono sempre i rapporti ufficiali) per sostenere una società ai suoi primi esperimenti di democrazia, e preda facile e prevista della “normalità” della più profonda corruzione.

La gravità della normalità

La normalità della tragedia afgana non ne diminuisce il peso o la gravità umana: ne sottolinea anzi ancor di più il significato di “realtà sentinella”. Qualcosa che riassume l’intreccio difficile di tanti fattori eterogenei e rimanda alle cause e alla comprensione. L’oggi dell’Afghanistan è il prodotto locale-regionale – programmato, ripetitivo, de-localizzato nelle più diverse aree geopolitiche e per le più diverse ragioni – di processi caratterizzati da due aspetti complementari con pari evidenza: a una crudeltà violenta che tocca la vita, di oggi e del futuro, di interi popoli risponde la assenza-impotenza-incapacità-non volontà di interventi efficaci e trasparenti dei poteri che sono in gioco.

In questi giorni, il 25 agosto, si è ricordato nel mondo (anche sui grandi giornali statunitensi, o inglesi, non mi pare in Italia) il quarto anniversario del genocidio dei Rohingyas in un paese come il Myanmar: la storia è uguale. Più lontana. Ragioni uguali. Interessi militari economici travestiti anche di sfumature religiose. Attori diversi. Da anni il “processo genocida” dichiarato tale dal Tribunale Permanente dei Popoli per la prima volta immediatamente dopo il suo inizio ufficiale nel 2017 è riconosciuto dalla “comunità internazionale civile” mentre la comunità degli Stati esita. Non sa che fare senza chiamare per nome i nomi e le responsabilità. Senza riconoscere le proprie connivenze. Il genocidio continua. Non ha senso classificare-confrontare i genocidi in termini quantitativi. Tanti morti, rifugiati, orfani… Li accomuna sempre più frequentemente la loro prevedibilità: e il crimine del silenzio-assenza-connivenza della comunità internazionale. In Myanmar sarebbe semplice una risposta: basterebbe (lo hanno detto in tanti) un embargo serio contro il regime militare e il sostegno al processo democratico di opposizione. Che cosa serve, ora, domani, dopodomani, in Afghanistan?

Una mappa di situazioni che rimandano, nei modi più diversi, alla situazione afgana, darebbe un’immagine del mondo globale molto più vera di quella della storia che cercano di raccontare i governi, che siano i G7 o i G20. Non è qui il momento ne lo spazio per dettagliare.

Ma è possibile una piccola, diversa, non banale nota sulle strategie di de-localizzazione dei diritti dei popoli, cioè sulla loro trasformazione da valori inviolabili in oggetto di scambi mercantili, nel quotidiano che fa meno rumore della “fuga da Kabul”, ma concorre a creare una cultura che fa dei diritti dei popoli un argomento di sorpresa, scandalo, emozione in attesa di un prossimo “episodio”. È normale il lavoro in schiavitù chiamato “forza lavoro”: quello dei profughi pakistani in un’industria del Nord Italia che stampa materiale democratico o delle vittime degli eterni, intoccabili caporali del nostro Sud, o Nord, o Centro; o quello delle donne nelle industrie tessili dell’Asia; o quello del Brasile; o dell’India; o dei tanti migranti di tutto il mondo che sopravvivono ai deserti, ai muri, ai mari e le cui storie assomigliano spesso a quelle che attendono, quale che sia l’esito, coloro che non sono riusciti a trovare posto in ponti aerei da Kabul (soprattutto le donne che hanno prodotto esempi incredibili di autonomia, civiltà, democrazia, e che ora più sono in pericolo). È questa la “normalità” che viviamo, in un tempo che la pandemia ha reso ancor più diseguale, critico, competitivo. Quanti sono i morti per il ritardo della sospensione dei brevetti per i vaccini – cioè del riconoscimento dei diritti dei popoli alla vita – che ormai è uno scandalo universalmente noto, e rispetto a cui le raccomandazioni sono infinite e l’UE si distingue perfino dagli USA per la sua politica di chiusura?

C’è un futuro per la normalità?

La chiave del caos-dramma afgano è molto ben riassunta nella banalità molto concreta dell’affermazione di Biden: «In Afghanistan non c’eravamo per un progetto: eravamo lì per fare i nostri affari». La verità, che è la prima vittima della guerra, può essere detta a guerra finita. E che questa verità includa anche le guerre precedenti con la verità da tempo rivelata sulle bugie delle “armi di distruzione di massa” è ovvio, ma non importa qui. Ci viene detto che tutto quanto è successo era una messa in scena: per garantire un’apparente prestigiosa reazione a un affronto come quello dell’11 settembre; per assicurare un mercato fiorente di armi tanto importante per PIL e indicatori simili; per mantenere, nella sconfitta, ovvia ma chiamata con un altro nome, un ruolo da protagonisti; per mettere in evidenza la stupida sudditanza delle nazioni NATO a un ordine imperiale in piena decadenza. Una lettura più articolata, da grandissimo giornalista, l’ha data il 25 agosto, John Pilger in «The great game of smashing countries» («Il grande gioco di distruggere i paesi») (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-john_pilger_il_grande_gioco_di_distruggere_i_paesi/39602_42791/)

I “talebani” (marchio di fabbrica ormai entrato nell’immaginario visivo e mentale del chiacchiericcio internazionale: vista la complessità molto poco conosciuta della loro storia internazionale, politica, molto più che dottrinale-coranica) corrispondono certo a una realtà drammaticamente minacciosa dal punto di vista del rispetto dei diritti umani e degli indicatori di democrazia. La loro interpretazione del patriarcato in termini di violenza esplicita, non riconoscimento dei diritti delle donne è senz’altro uno degli elementi più preoccupanti (come, del resto, in altri Paesi dell’area – dalla Turchia all’Arabia Saudita, alla Siria, alla Libia… – che l’Occidente non solo riconosce, ma onora e finanzia).

Se la guerra, nei termini che si sono ricordati, rimane la “normalità”, il futuro non potrà essere che la continuazione di narrazioni bugiarde da parte degli Stati, con esercizi più o meno credibili di aiuti umanitari, per chi sta in Afghanistan, e per chi tenterà di andarsene. Le prove di interesse dimostrate finora in Europa, e in Italia, confermano che i “muri”, fisici, burocratici, politici, economici rimangono la regola. L’emozione per la vita o la morte, la dignità e la libertà, i bambini e le donne, il presente dei giovani e il futuro delle generazioni, dell’Afghanistan e dei paesi coinvolti non intacca la solidità del dogma da cui si è partiti: i popoli, le vite individuai e collettive sono variabili dipendenti dalle bugie interessate degli Stati.

La “realtà sentinella” che si sta vivendo in Afghanistan è un promemoria. La presenza italiana indipendente di Gino Strada e di gruppi collaborativi con la resistenza-ribellione-sperimentazione delle donne ha avuto un ruolo importante, concretamente e simbolicamente, nel garantire e ancor più far sognare diritti. È un primo test di futuro. È pensabile un ruolo propositivo di grande politica estera nella Regione da parte dell’Italia? Tutto dice che è obbligatorio dubitarne. Sarà importante-necessario fare del popolo afgano, tutto, un indicatore privilegiato della capacità non di esportare-importare, ma di costruire-sperimentare democrazia a partire dai diritti di dignità e vita dei popoli e degli individui, e non dagli s-quilibri globali.


È ufficiale: i diritti umani sono “scaduti”

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La situazione di grave crisi dei diritti umani non ha di per sé purtroppo nulla di nuovo: la violazione dei diritti fondamentali, degli individui e dei popoli, è sempre più spesso la protagonista della cronaca quotidiana: c’è solo l’imbarazzo della scelta tra gli scenari del mondo globale. Tuttavia quanto si è verificato nelle ultime settimane in tre situazioni profondamente eterogenee (tanto da essere parte di cronache assolutamente distinte per caratteristiche politiche, di immaginario, di “vittime” concrete), a Gaza, nelle trattative sull’accessibilità ai vaccini, nel rapporto tra Europa e migranti propone una coincidenza trasversale così coerente di attori e di responsabilità della “comunità internazionale”, ai suoi più alti e formali livelli di rappresentanza, da imporsi come novità. Si tratta di una vera e propria, esplicita interpretazione ufficiale e aggiornata di tutte le Dichiarazioni, Convenzioni, Costituzioni che hanno costituito l’originalità storica di una civiltà (o almeno di un suo progetto) che era di riferimento universale, giuridico e operativo, nel tempo successivo alla seconda guerra mondiale. In quel complesso di documenti la violazione sistematica del diritto universale alla vita di ogni umano, come individuo e come collettività, significava il passaggio dalla civiltà a una situazione criminosa contro l’ordine internazionale degli Stati. Si parlava di crimini contro l’umanità: senza neppure la “scusa” della guerra, fino al crimine “impensabile” del genocidio, cioè del progetto di cancellazione di un gruppo umano.

Ebbene, la “novità” della coincidenza sopra ricordata sta nel mettere in evidenza una trasversale banalità. I diritti umani e dei popoli non sono negati, né sospesi, né violati: sono “scaduti”. Sono una realtà da menzionare, con rispetto, o demagogia, o per darsi dignità, su cui discutere, ma sapendoli irrilevanti e inutilizzabili in un mondo che ha cambiato le regole: e queste non hanno più come termine di riferimento di legittimità e di obbligatorietà l’esistenza e la vita-dignità degli umani.

1.

I palestinesi di Gaza sono stati ancora una volta obbligati ad assumere il ruolo delle “vittime esemplari”: non importa quanto grandi sono l’orrore, la sua ostentazione, e gli umani-bambini che muoiono: la manipolazione, ridicola se non fosse tragica nella sua falsità, di una antica (e sacra) memoria di uno dei crimini fondanti di una civiltà del diritto dice (con la connivenza e assenza degli organismi internazionali) che nel mondo degli equilibri di potere, dei razzismi, delle strategie di guerra, economiche e militari, non c’è posto né tempo per rispettare non importa quante vite di quante persone. L’impunità è non solo assicurata, ma trasformata in un riconoscimento dell’eroismo provvidenziale dello Stato di Israele (una democrazia assediata da governi non democratici e corrotti!). Gli umani pacificamente resistenti massacrati di Myanmar, quelli degli Eelam Tamil cancellati perfino dalla cronaca oltre che dal genocidio, quelli uccisi o accecati nella repressione colombiana o cilena, i carcerati torturati di Egitto-Turchia-Libia…: sono tanti i gruppi umani per i quali la comunità internazionale arriva al massimo a “discutere” ed “esprimere preoccupazione” perché non sa come usare quel “farmaco scaduto” dei diritti umani, che forse poteva essere utile, almeno come sintomatico per la credibilità del diritto, in altri tempi, in altri mondi.

2.

Lo scenario dei vaccini porta in un altro mondo: agitatissimo di questi tempi, una vera guerra “virtuale”: ma combattuta perciò senza orrori emotivamente coinvolgenti, con personaggi che rappresentano i vertici dei poteri economici e tecnologici mondiali e guidano perciò in modo sempre più “ovvio” e riconosciuto il mondo globale. Mondo disabitato dai miliardi di umani le cui vite e morti sono presenti in tantissimi rapporti, ma solo come numeri e percentuali: si intrecciano-confondono con le cifre che parlano di produzioni, costi, mercati, che hanno come riferimento un’organizzazione (la WTO), creata apposta per difendere e garantire i diritti delle cose e delle merci, e dei loro sempre più concentrati proprietari, dalle pretese dei sognatori di diritti umani. Di quanti morti e privati della dignità della vita ‒ crimine contro l’umanità, nel senso più pieno ‒ è responsabile questo organismo non è calcolabile: bisognerebbe sommare troppi “gruppi umani” presenti nelle statistiche ufficiali che misurano aspettative di vita, inaccessibilità a cibo, acqua, sanità, educazione, ambiente, pace , salari vitali… La discussione, con caratteristiche di una vera e propria “guerra”, ideologica, economica, giuridica, su un “bene conoscitivo e industriale” come un vaccino in tempo di pandemia ha reso di colpo presenti e con diritti universali i miliardi di persone concrete che non avevano, fuori dallo scenario pandemico, nemmeno il diritto di visibilità fisica (l’habeas corpus come mitico segno originario di diritto umano). La guerra sulla priorità tra umani e cose sembrava, era invocata, era proposta almeno come un esperimento di sospensione della vittoria, globale e permanente, delle cose (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/02/02/vaccini-gratuiti-per-tutti-e-diritti-umani/). Si sa quanto diversamente si sta sviluppando: come una interminabile partita a scacchi. Con parti schierate dall’una o dall’altra parte per le ragioni, gli interessi, gli obiettivi più diversi. Senza buoni o cattivi.

Da una parte ci sono sceltissimi e potenti difensori del fatto che il mercato ha da tempo, e con tutta chiarezza, dichiarato che i diritti umani e dei popoli sono estranei alla sua identità di fondo, e che le sue regole non ammettono eccezioni che potrebbero essere un segnale molto pericoloso della necessità di cambiare i princìpi che garantiscono la gerarchia della trinità privato-mercato-finanza su qualsiasi altro attore-valore. Molto semplicemente: i diritti umani sono da tempo “scaduti”. Perché sperimentare una “eccezione” che metterebbe in discussione tutti gli algoritmi economico-finanziari che si reggono sulla esclusione della vita delle persone dalle variabili che contano? Dall’altra parte ci sono tante, diverse combinazioni di posizioni e organismi, che includono leader reali e utopici come Papa Francesco; paesi poveri-marginali che sognano da sempre risposte (vaccini contro le loro pandemie permanenti del debito, della fame etc.); dittatori che vedono nella pandemia uno strumento di propaganda e di guadagno (come in India: https://volerelaluna.it/mondo/2021/05/19/il-covid-lindia-narendra-modi-tra-immaginario-e-realta/); il fronte delle Nazioni Unite e dei suoi organismi diretti e indiretti che vorrebbe almeno in questo campo essere riconosciuto come soggetto efficace di difesa dei diritti e non come un loro simbolo impotente; l’universo vitale delle tante rappresentanze della “società civile” che dichiara inaccettabile una “scadenza” di un diritto-intervento efficace come il vaccino nel settore simbolo della sanità che in nome di una “immunità di gregge” sarebbe un pro memoria di essere tutte e tutti esseri umani. Difficile sapere come e quando questa guerra si concluderà, al di là delle tante schermaglie, promesse, impegni oscillanti tra il ridicolo del dono di qualche milioni di dosi date come segno di buona volontà da un presidente come Biden e gli impegni senza tempo e senza consenso dei G20… Il verdetto rispetto ai diritti umani è già stato dato, ed è molto chiaro: la loro universalità è una bella parola, che può rimanere per dare l’apparenza di discussioni eticamente giustificate, purché non si pretenda di dettare tempi e costi. Ciò che importa è mantenere le gerarchie consolidate che vedono le logiche economiche a decidere le scelte concrete. Se nel frattempo, mese dopo mese, o anno dopo anno, i morti evitabili si accumulano e le distanze tra aventi e non aventi diritto aumentano, i difensori della non-scadenza dei diritti non possono certo pretendere di improvvisare e governare, in nome di una pandemia globale come quella antica e indiscussa della diseguaglianza, un nuovo ordine.

E forse non è male riconoscere che l’orrore della guerra dei vaccini, con i suoi morti invisibili e incontabili, quelli già prodotti e quelli previsti, non è minore di quello di Gaza. Non perché abbiano senso questi confronti: ma perché, da sempre, i diritti umani o sono universalmente dovuti e cercati, o non sono. E non per niente la comunità internazionale prima di essere sostanzialmente impotente e silenziosa su Gaza bombardata, non aveva battuto ciglio sull’apartheid vaccinale praticato da Israele (https://volerelaluna.it/politica/2021/01/12/6-gennaio-2021-la-normalita-degli-apartheid/, nel frattempo dichiarato modello di “copertura vaccinale” per il mondo. E per chi volesse vedere quanto questo secondo scenario è vecchio, ben oliato, e ha bisogno solo di essere messo allo scoperto, il film Le confessioni di Roberto Andò già raccontava tutto, ricordando che una voce profetica invitata a essere presente, senza parlare, in una assemblea solenne e segreta di un simbolico “vertice” dei poteri poteva avere come risposta solo un suicidio del garante della intoccabilità rivelata falsa degli algoritmi, che venivano riconfermati dal consenso degli altri.

3.

Il terzo caso che conclude la riflessione sull’annuncio ufficiale di un evento così importante e trasversale come la “scadenza” dei diritti umani ha bisogno di ancor meno parole. Si tratta di un evento allo stesso tempo “mancato” e fortemente operativo. L’Unione Europea ha confermato di fatto che la migrazione non è un problema che la riguarda: il diritto alla vita delle persone che migrano non è competenza della civiltà europea: i migranti ‒ ultimi quelli di Ceuta ‒ non sono umani; per loro non si applica nemmeno l’abc della Dichiarazione Universale. Gli orrori visti lungo i mesi, gli anni, nei mari, nei deserti, nei Balcani, nei campi di concentramento che vanno a fuoco, nel gelo e nelle torture, fanno parte della gestione routinaria del disordine di un mondo che nel pieno della pandemia trova spazio, risorse, visibilità per le manovre di una Nato che è sempre più strumento simbolico di un’altra delle gerarchie capovolte: la guerra come sicurezza. Nell’agenda europea le cose che hanno priorità sono altre. I fondi da distribuire. Il mercato delle armi. Il controllo di fonti energetiche che rendono poco credibili le proposte di un futuro “green”. Come quella della WTO, l’agenda europea non cambia. In fondo, dicono i trattati e un diritto internazionale che si riconosce in crisi, ma che non osa ri-configurarsi da diritto di Stati a diritto dei popoli, i migranti non sono nemmeno un popolo definibile. Vengono da “rischi” che se fossero riconosciuti dovrebbero essere chiamati con nomi che coincidono con i nuovi nomi del nostro nuovo colonialismo, economico, ambientale, militare. La loro pretesa di ricordare, continuando a fuggire e morire, di dire che essere umani è una identità sufficiente per essere riconosciuti finirebbe per mettere in discussione troppe cose. Meglio pensarci. Rimandare è un modo perfettamente efficace di dichiarare che il tempo e la sostanza dei diritti umani sono “scaduti”.

4.

Riconoscere che si vive in un tempo e in un mondo nei quali si può, in tanti modi, diversi e complementari, affermare nei fatti che i diritti umani sono scaduti è un passo importante. Impone di essere realisti e disincantati. Negli scenari internazionali, e delle Costituzioni, viviamo in un mondo “altro” rispetto a quello che aveva fatto del diritto delle persone e dei popoli un progetto difficile, certo utopico rispetto agli scenari di guerra e sterminio che lo avevano quasi incredibilmente generato, ma che era stato riconosciuto come la piattaforma comune di ricerca di una collettività internazionale certo tutt’altro che pacifica.

Il rilancio, utopico, e perciò imprescindibile, di una Costituzione della terra (https://volerelaluna.it/politica/2021/05/18/perche-una-costituzione-della-terra/) non riguarda soltanto il ritrovare un nuovo rapporto tra gli umani e un mondo-natura-ambiente a rischio di sostenibilità. Il tempo della globalizzazione delle cose ha delegato alla violenza della economia-finanza la governance dei modelli di sviluppo e di convivenza e ha cancellato, nell’immaginario e nelle normative, il tempo e la cultura dell’universalità, cioè del progetto di un mondo alla ricerca di una pari dignità tra le persone. Non c’è molto da guardare “indietro” per difendere più o meno efficacemente le conquiste fatte. La memoria di un tempo in cui il diritto era misurato in rapporto alla sua capacità di “non lasciare nessun@ indietro” si può interpretare solo con progetti che siano praticabili, in modo nuovo, in un tempo in cui il diritto di essere umani è stato dichiarato scaduto. Le nuove generazioni devono essere esposte molto chiaramente a questa realtà per diventare soggetti di una storia che, con la stessa logica di ricerca e sperimentazione, dottrinale e di lotte concrete, le renda capaci di essere, trasversalmente, cittadini di un luogo e di tutti i luoghi. Il diritto costituzionale non si regge senza un diritto internazionale che non sia più strumento degli Stati, ma della diversità dei gruppi umani. La sanità del dopo pandemia e la scuola (tutta) sono il primo test per verificare se e quanto questa cultura di ricerca di un diritto universale in un mondo globale possa essere praticabile.


Chiudere con la pandemia

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Quadro di riferimento

Il titolo non è provocatorio, anche se sembra improbabile, e pretenzioso. Lo scenario include la novità di un generale pluridecorato secondo cui «ormai è tempo di correre», di «dar fuoco a tutte le polveri», per dimostrare «la perfetta capacità di realizzare il piano vaccinale», che però rimane assolutamente segreto, ben avvolto-mimetizzato nelle promesse di approvvigionamenti garantiti, di piattaforme funzionanti, di immunità di gregge alle porte (con incertezze oscillanti, se in estate o in autunno), di ritorno alla normalità. Ma lo stesso scenario conferma (in coerenza con le novità di una gestione di guerra?) che il problema non è la pandemia ma la sua gestione. Soprattutto nella comunicazione: perfettamente confondente e ansiogena. A livello istituzionale centrale, regionale, dei media. Su tutto: dalla telenovela sulle complicanze e le indicazioni/proibizioni di Astra Zeneca, alle scuole, ai vaccinatori… A tutto mirata, salvo che a far crescere partecipazione e democrazia attraverso la condivisione di ciò che è certo è di ciò che è prodotto di ignoranza, incompetenza, scorrettezza, interessi (privati o politici, per corruzione o non importa per cos’altro).

La scelta che si vuole suggerire con il titolo – a un anno e più di distanza dai tragici picchi di mortalità, e di fronte all’indifferenza con cui i bollettini forniscono numeri e percentuali che servono per aumentare le chiacchiere ma non la comprensione di realtà tanto eterogenee come le morti (evitabili? in che età? dove?), delle dosi di vaccino disponibile, degli esclusi o inclusi dalle vaccinazioni – è quella di provare a tirare poche somme certe, che servano per non continuare a navigare nella nebbia. Che è troppo lunga e troppo strana. Solo le persone sembrano non aver più spazio e identità, se non entrano, per inclusione o per esclusione, in statistiche che di sanitario hanno sempre meno. Senza, o quasi, poter pensare ad altro, di presenza o da remoto, a livello pubblico, e nella partecipazione privata alla vita del mondo.

Poche le cose certe e senza nebbia:

– in una comunicazione ufficiale di inizio marzo 2021, i produttori del vaccino Pfizer/BioNTech dichiarano che le loro spese complessive di investimento e ricerca per il 2020 sono state intorno al miliardo di dollari, di cui 445 milioni dati dal Governo tedesco per accelerare sviluppo e produzione. Stime conservative dei guadagni derivanti dal primo blocco di dosi, pari a 1.4 miliardi (rapidamente raddoppiabili e vendibili a un prezzo di mercato superiore di tre-quattro volte) si aggirano intorno ai 26.5 miliardi di dollari;

– la rivista Nature, una delle tre-cinque più autorevoli in campo scientifico a livello mondiale, dedica l’editoriale del 1 aprile 2021 a riassumere la vicenda del rifiuto, da parte dei paesi della World Trade Organization (USA, EU, UK, Australia, Canada…), della richiesta, presentata da tutti gli altri paesi, dall’OMS e da diverse ONG, di sospendere per una volta l’intoccabilità della proprietà intellettuale in termini molto secchi, con inaccettabile trasformazione della pandemia in una guerra che non ha nulla di sanitario, tra ricchi e poveri, tra certamente sommersi e possibilmente salvati;

– i numeri (sempre da Nature e dal Tricontinental Institute for Social research) riferiti a umani, e non solo a dollari/vaccini, sono molto semplici: fino ad oggi solo l’1.5% della popolazione mondiale è stata vaccinata e l’80% di questa appartenente a 10 paesi. Nella migliore delle ipotesi, secondo le stime attuali, non più del 30% dei vaccini potrà andare ai paesi poveri, in un tempo non definito. Escludendo, evidentemente, i luoghi di guerra. Si configura così l’allargamento programmato alla realtà globale del crimine di apartheid medico (praticato da Israele rispetto ai palestinesi nei territori occupati: https://volerelaluna.it/politica/2021/01/12/6-gennaio-2021-la-normalita-degli-apartheid/). Ogni ritardo nel prendere decisioni ora, e non in un tempo «compatibile con accordi di mercato» come ipotizzato a parole dai paesi buonisti (anni, per riformulare accordi nel mondo delle patenti tra paesi che si scontrano per ruoli geopolitici globali), si traduce in un vero e proprio, pianificato, immisurabile “eccesso”. “Genocidio” sarebbe il termine giuridicamente più appropriato ma, vista la nebbia sopra evocata diventata ovunque regola del gioco, è proibito chiamare per nome le cose, gli eventi, i responsabili di quanto succede, e il genocidio per apartheid medico in tempo di Covid-19 mette in maggior evidenza le strutture portanti (non farmaceutiche, ma altrettanto potenti) che neppure pensano a “vaccini” contro le pandemie della fame, dell’igiene, della non-umanità dello “sviluppo”. I dati potrebbero accumularsi. Quanto, in Italia, ma con un occhio informatissimo al mondo, si trova nelle tante cose scritte da Nicoletta Dentico (cfr., da ultimo Geopolitica della salute. Covid-19, OMS e la sfida pandemica, con Eduardo Missoni, Rubbettino, 2021) è, in questo senso, essenziale. Con una vecchia regola, metodologica e molto scientifica, che ripeteva a suo tempo un esperto di sindemie-povertà urbane: «quando si rifiuta un impegno-investimento per un bene essenziale come la casa, sono dieci volte tanto i costi che ci si devono attendere, in termini di perdita di diritti-dignità di vita in una società» (Henri Groues – Abbé Pierre).

Proposte

La pandemia Covid-19 non può più essere considerata un evento prioritariamente sanitario. Mentre sono ovvie (ma ostinatamente trascurate) le deficienze epidemiologiche nella sua gestione, è assolutamente chiaro che la pandemia è sempre più un test della capacità-volontà di democrazia: in Italia, in Europa, a livello globale.

I mezzi sanitari per controllare la pandemia ci sono. Il problema è come, dove, per chi usare questi mezzi. Le difficoltà che si pongono, in Italia e a livello internazionale, sono di tipo politico ed economico. Non dovrebbe essere più permesso usare il Covid-19 come una manipolabile “scusa” per discutere, dividersi, imporsi, imbrogliare con numeri l’opinione pubblica e la politica. A livello centrale o a livello regionale. Valga, per tutti, il caso della Lombardia, dall’inizio alla fine, per le RSA, o per la banalità delle corruzioni, o per il non funzionamento delle piattaforme per le vaccinazioni degli over 80 e via di seguito: è esemplare di come una politica incompetente e schierata a difesa del proprio modello gestionale-economico della sanità, criticato anche da commissioni ad hoc ma dichiarato intoccabile anche “per il dopo”, può restare intoccabile pur avendo un tragico primato mondiale di vittime (le cui storie sono a tutt’oggi secretate).

Un test semplice ed efficace di democrazia informativa dovrebbe essere quello di imporre (il termine non è proprio, ma serve a sottolineare l’urgenza e il senso) ai talk show televisivi dei limiti nella produzione di nebbie informative, travestite da infinite discussioni dove la regola sembra essere quella di non partire mai da dati di cui sia esplicito il grado di incertezza o di evidenza, la continua confusione tra il livello reale e le opinioni personali. Il peso di questo scenario aumenta quando si pensa che l’attenzione al Covid-19 ha di fatto espulso il “dopo” della sanità (come il “dopo” del welfare e della scuola), che dovrebbe invece essere centrale nell’attuale fase di trasparenza politica richiesta per l’accesso ai fondi europei. Il Covid-19 come nebbia si è dimostrato un “paralizzante del pensiero” tanto efficace da essere adottato come droga additiva all’accettazione della non-trasparenza. Se si potesse fare qualcosa nella stessa linea per i giornali, confinando il Covid-19 ai minimi compatibili con le informazioni operativamente necessarie, non sarebbe male. È troppo chiedere ai giornalisti investigativi di andare a vedere se e cosa c’è in ballo “dopo il Covid-19”? Un contenuto esemplificativo del test di democrazia da applicare al PNRR e simili è molto chiaro: qual è lo spazio economico, sociale, istituzionale del “pacchetto welfare” nei suoi diversi aspetti, rispetto ai capitoli della guerra e delle grandi opere? E con quale controllo preventivo che non dichiari obbedienza cieca e assoluta ai dogmi dell’economia, in questi tempi in cui tutto è stato dichiarato flessibile?

L’obiettivo finale della trasformazione del Covid-19 da problema sanitario in test di democrazia è quello di riconcentrare l’attenzione sui diritti delle persone, al di là di tutta l’attenzione alle chiacchiere dei leader politici o di opinione di turno. È un test che tocca la cultura del Paese: occorre far ricomparire le persone (l’evitabilità del loro star male, o del morire) al di là delle procedure, delle insufficienze e degli equilibri gestionali. Nella sua infinita differenza, il popolo dei migranti deve essere in prima linea in questo esercizio di restituzione prioritaria a una democrazia degna di questo nome. O almeno in cammino. Dei segni compaiono: ius soli? Chi sa? La migrazione, come la pandemia, è un buon test della evitabilità della violazione dei diritti fondamentali.


AstraZeneca: una vicenda che non riguarda solo il vaccino

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1.

La cronaca e i fatti più recenti sono noti. Un loro riassunto realistico e completo è sostanzialmente impossibile, perché a ogni apparente “evidenza” si affianca la possibilità di una versione diversa dei retroscena, degli attori, degli interessi.

Nella normalità di tutti gli interventi farmacologici si riconosce come accettabile un evento negativo, o effetto collaterale grave, che capita una volta ogni 10.000 persone, mentre, per quanto oggi si sa, il rischio stimato-temuto per AstraZeneca (come per gli altri vaccini!) è di meno di uno a milione. Eppure un problema medico limitato in termini numerici, e incomparabile con la ripetitività-assuefazione ai morti giornalieri di cui non si sa né si chiede nulla, si è trasformato in un giallo che sembra coinvolgere il destino della pandemia. L’unico dato che si può considerare acquisito è l’impatto emotivo e di immaginario (non misurabile, ma certo culturale e sociale) della gestione politica, mass-mediatica e istituzionale della sospetta tossicità del vaccino AstraZeneca.

Tecnicamente il problema ha avuto al livello europeo responsabile (EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco) una risposta formale così riassumibile: «i nuovi dati e le informazioni (valutati nei giorni confusi nei quali i Governi europei davano prova del loro perfetto non-coordinamento, sia nel fare riferimento alle loro Commissioni scientifiche, che nel prendere decisioni diversamente sospensive della somministrazione) non modificano il giudizio favorevole sul profilo di beneficio/rischio del vaccino. Le popolazioni a potenziale condizione di rischio devono essere opportunamente informate. L’attenzione al problema rimane alta, per allertare tempestivamente su nuovi dati. Non ci sono motivi per modificare le strategie vaccinali, che rimangono la responsabilità dei singoli paesi». Ma la dissociazione tra i due scenari non ha bisogno di essere sottolineata: da una parte una necessaria, neutrale, affermativa “evidenza” scientifica, che fa riferimento a numeri e percentuali razionalmente rassicuranti; dall’altra, una società che, per un tempo non più solo cronologico ma di percezione di vita e di futuro, non viene neppur lontanamente considerata una parte in causa, un soggetto che ha bisogno di attenzione e di richieste di fiducia che non siano accompagnate/mescolate con silenzi, contraddizioni, promesse non mantenute e non credibili (tipo: vaccino italiano dietro l’angolo; riconversione industriale per non dipendere da fonti esterne), piccoli o grandi nuovi scandali o conflitti di interessi (vedi il misto di incredibile e ridicolo del caso Gerli-CTS: https://www.repubblica.it/cronaca/2021/03/18/news/nuovo_cts_si_dimette_gerli-292825744/) e si potrebbe continuare.

2.

Che cosa c’è dietro un problema che dovrebbe essere squisitamente medico, generatore di un minimo di ansietà, ma lineare e riconducibile al quotidiano di tutti gli scenari “sanitari?

Ancora una volta la realtà è il test più sicuro di tanti discorsi: e lo scenario Covid conferma, al peggio, le previsioni di un “dopo” senza volontà né orizzonti “migliori” (per mimare un’aggettivazione divenuta di moda per qualificare soluzioni politico-istituzionali non facilmente giustificabili). Gli aspetti medico-sanitari della pandemia sono stati decisamente accantonati: ne rimangono solo i bollettini dei morti e delle emergenze, come sempre, e contro ogni ragionevolezza, presentate come eventi-trend inevitabili, per le quali l’unica risposta innovativa, rispetto a un anno fa, è l’uso automatico dei colori. Che è anche l’unica misura e l’unico intervento centralizzato. Per il resto l’autonomia delle regioni è la regola: con le regioni-modello per il loro potere economico e l’eccellenza sanitaria (vedi Lombardia) a capeggiare la lista dei “migliori” nel non mettere nemmeno a punto un piano vaccinale efficiente. Delle proposte di riforma sanitaria non c’è traccia in nessun discorso politico: solo incentivi ai medici e ai farmacisti per partecipare alle vaccinazioni. Infermieri? Territori? Una epidemiologia capace di rendere partecipi le persone? L’agenda delle cose che non vanno è piena: e le cose da toccare per “riformare” la sanità coincidono troppo con quelle (vedi la fiscalità) che mettono in crisi perfino la prima conferenza stampa del capo del Governo (il “migliore” nel non condividere problemi, e proporre soluzioni…).

E la situazione globale, sia per i vaccini che per le prospettive di fare della pandemia il laboratorio di un futuro di solidarietà e di diritti a proporzione dei bisogni (siamo al primo anniversario, giorno più giorno meno, dell’icona del silenzio-cammino-appello di Francesco nel buio piovoso di piazza San Pietro…), non è diversa. AstraZeneca è un episodio di un capitolo, in fondo minore, di uno scenario tra i più classici. C’è un bene prezioso e sempre più promettente, per durata e per valore economico e politico, a livello del mercato globale. Immaginarlo come bene comune è ufficialmente ancora nelle agende di trattative internazionali, almeno di chi propone la sospensione temporanea, già tecnicamente e normativamente prevista e possibile, dei diritti “privati” (non dell’Italia di Draghi, che si attiva solo con telefonate di garbata protesta, per ricordare che i contratti già pagati di consegna si dovrebbero rispettare…). Di fatto il blocco dei paesi ricchi, che controllano le maggioranze e soprattutto il potere di ricatto nella WTO, non si sogna di fare eccezioni, che potrebbero divenire contagiose più dei virus. I produttori discutono già, formalmente, come aumentare i prezzi. E, con una visibilità che non ha bisogno di essere esplicitata, la circolazione, la disponibilità, la vendita ai prezzi più diversi dei vaccini, dal russo ai cinesi, in attesa di J&J, coincidono con trattative ed equilibri geopolitici globali: il caso Sputnik è parte delle polarizzazioni tra USA e Russia e della volontà o meno di autonomia dell’UE (o dell’’Italia, visto che a livello di governo è “scappata” la battuta che potremmo decidere per nostro conto: senza neppure passare per EMA?) nel decidere se e quando adottare il vaccino russo contro la pressione USA al contrario.

3.

AstraZeneca ci segnala che il capitolo vaccini non è più un problema sanitario anche per altri motivi: più diretti, rispetto a quanto detto fin qui, che si possono solo accennare.

L’informazione sulla comparabilità /equivalenza di questo vaccino con gli altri, presenti e in arrivo, sia per la efficacia che per la sicurezza, è stata ‒ e continua ad essere ‒ lo specchio dell’assenza (solo per incapacità strutturale e culturale?) di una politica di condivisione che arrivi a chi più ne ha diritto e bisogno. La non trasparenza su contratti, motivi di divergenza tra paesi e agenzie, coincide con quella che caratterizza i “segreti industriali”. A tutt’oggi i dati epidemiologici necessari per rendere comprensibili ed evitabili i morti sempre in “eccesso variabile” sono rigorosamente secretati, a livello nazionale e centrale. Tutta la salute pubblica (senza parlare dell’economia) di un paese è affidata a una (difficile) fiducia che copre evidenti interessi di partiti, perfino nelle commissioni garanti a livello centrale: si può pretendere, come cittadini più o meno vaccinati (con non si sa quale scadenza), qualcosa di più simile a una informazione comprensibile e dovuta?

La saga dei piani vaccinali di cui AstraZeneca è una puntata ha un ruolo anche nel rendere meno visibile la sostanziale scomparsa della “nuova sanità” (per non parlare di pianificazione!) da qualsiasi discorso che riguardi un futuro da un anno dichiarato l’urgenza delle urgenze. Un solo esempio: per la popolazione degli anziani è stata creata una commissione importante e ai suoi “caduti” è stato dedicato un giardino alla memoria, ma c’è qualcuno che sa qualcosa, per il presente-futuro, delle RSA, e degli anziani soli? Si è in attesa perfino dell’abc di una epidemiologia che non si limiti a contare i morti ma pianifichi e accompagni una vita possibile-diversa: è facile da fare, ed è il passo necessario per metter mano a un cambio di sistema che tocca snodi critici, ma imprescindibili (es. rapporto tra pubblico e privato!). E il mitico territorio? O si dovrà constatare che i fondi “rimasti” saranno appena sufficienti per la “grande opera” di altre strutture? O per la digitalizzazione dei dati da non usare per la salute pubblica, ma da riservare per algoritmi gestionali, e da secretare meglio? O per lo sviluppo di robotica mirata a promettere controlli sofisticati di anziani non autonomi, meglio isolabili con meno rischi di cadute?

Un’ultima nota che può sembrare ancor più lontana dalla saga di AstraZeneca, e dalle implicazioni sopra ricordate per diritti e salute pubblica. L’Italia e l’Europa si possono permettere balletti politico commerciali che durano giorni o settimane: intanto non si saprà mai quanto pesano i ritardi di piani vaccinali, di coordinamento operativo, di informazioni epidemiologiche adeguate sulla “mortalità” e/o sulla terapia intensiva e nessuno potrà misurare-evitare l’impatto di questa trasformazione della pandemia in un capitolo del mercato più classico e aggressivo. La nota-domanda di chiusura è semplice e obbligata: quale sarà l’impatto della trasformazione da salute a mercato globale, che è l’unico appropriato per almeno interessarsi responsabilmente (pur da una posizione di impotenza) di una pandemia che interessa un universo fatto di umani, e per il quale i tempi di attesa dei vaccini (non importa quali) non possono essere separati da quelli per gli altri beni comuni? Nessuno potrà o vorrà valutarlo, e in ogni modo sarà troppo tardi.