Gianni Tognoni, medico, esperto di epidemiologia clinica e comunitaria, è stato direttore del Consorzio Negri Sud. E' Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.
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La storia-utopia concreta del movimento di opposizione al Tav in Val di Susa – la cui piena legittimità è stata affermata già dieci anni fa in una sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli – è parte integrante di una storia di liberazione, che collega alcune realtà nazionali a quelle internazionali e al vecchio colonialismo (oggi riproposto con modalità solo aggiornate).
La subordinazione della sanità alla sua sostenibilità economica ha fatto sì che la salute non è più un diritto accessibile a tutti. Sanità e salute, infatti, sono concetti distinti, ma con evidenti interconnessioni e non si può garantire un benessere completo se non si organizza un sistema sanitario adeguato a tutela di tutti i cittadini a partire dai più “disuguali” (gli adolescenti, i vecchi, gli stranieri).
Il 4 luglio 1976, 50 anni fa, venne approvata ad Algeri la Dichiarazione universale dei Diritti dei Popoli. Di essa è interprete il Tribunale Permanente dei Popoli con interventi tesi a sostenere il diritto dei popoli e degli esseri umani all’autodeterminazione contro l’appropriazione violenta della legalità internazionale da parte di pochi che non riconoscono né responsabilità né giudici.
Una delegazione di talebani (ovviamente maschi) è a Bruxelles per “trattare” con la Commissione europea il rimpatrio forzato di migranti. In Afghanistan l’esclusione delle donne dalla vita pubblica, la violazione dei loro diritti fondamentali e la supremazia maschile sono fatti conclamati e accertati in ultimo anche dal Tribunale permanente dei popoli. Ma per l’UE le donne afghane non esistono se sono in ballo altri interessi.
Il brutale sterminio dei kurdi ad Aleppo e in tutta la Siria, attuato con la complicità dell’Occidente, attrae a malapena qualche riga tra le cronache della geopolitica. Eppure alla sua ferocia si affianca la speranza di una politica nuova fondata sul superamento degli Stati nazionali. È anche questo che l’Occidente non tollera.
Oggi in Afghanistan – denuncia il Tribunale Permanente dei Popoli – è la stessa “umanità” delle donne a essere negata. Eppure, prima del ritorno dei talebani, esse erano presenti e attive in tutte le articolazioni della società. Il loro protagonismo si sarebbe potuto consolidare se fosse stato sostenuto dalla comunità internazionale.
Il rapporto della International Association of Genocide Scholars, fondato sull’analisi dei fatti e su rigorosi argomenti giuridici, conferma il giudizio politico: a Gaza è in atto un genocidio spaventoso. Al documento fanno eco le piazze di tutto il mondo che dicono e ripetono che il diritto alla vita e alla dignità di Gaza coincide con il loro diritto.
A Gaza il genocidio è l’unico pane quotidiano. E di fronte ad esso misuriamo la nostra impotenza e l’apparente inutilità di analisi, denunce, appelli. Eppure sono proprio i movimenti che in tutto il mondo si sono identificati con Gaza a rendere evidente che la sua indicibile tragedia è l’altra faccia della impunità dei poteri forti (economici e politici) che sono il vero nemico da combattere.
Eliminazione sistematica e scientifica della popolazione civile, tortura di massa per fame e sete, distruzione di ogni presidio sanitario, “pulizia del territorio” con i bulldozer. Il tutto nella più perfetta impunità e nell’irrilevanza di ogni regola internazionale. Questo accade a Gaza nel silenzio complice dell’Occidente. Insieme al genocidio si consuma la fine delle democrazie, ridotte a opzione flessibile e, dunque, facoltative.
Il Tribunale Permanente dei Popoli ha riconosciuto la Turchia colpevole di genocidio del popolo kurdo. L’importanza della sentenza va oltre quel, pur fondamentale, accertamento. Essa, infatti, è anche un atto d’accusa contro le complicità della comunità internazionale nel massacro di minoranze sopravvissute grazie a una cultura di pace e accoglienza e capaci di prefigurare un mondo diverso.