Armi all’Ucraina: una ferita che resta aperta

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Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un articolo di Livio Pepino con due domande, rivolte «agli amici che hanno indossato l’elmetto», sulla congruità dell’invio di armi all’Ucraina da parte della comunità internazionale e sul ruolo di quest’ultima in favore della pace e a tutela dei diritti umani nel mondo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/06/28/armi-allucraina-due-domande-agli-amici-che-hanno-indossato-lelmetto/). L’intento era quello di aprire un confronto su quel punto specifico: non l’unico implicato dalla guerra, ma certo tra i più rilevanti. Sino ad oggi l’invito è caduto nel vuoto. È, infatti, pervenuta un’unica risposta, di Pierluigi Sullo, che tratta, peraltro, di questioni generali (già da lui affrontate su queste pagine: https://volerelaluna.it/opinioni/2022/03/29/il-massacro-della-guerra-e-le-ragioni-della-resistenza/) assai più che dei temi proposti al confronto. Pubblichiamo in ogni caso, anche in vista di eventuali ulteriori interventi, lo scritto di Pierluigi Sullo con una replica di Livio Pepino. (la redazione)

 

Pierluigi Sullo

Caro Livio,
sono contento che tu proponga un dialogo e chieda «risposte pacate e sincere» alle domande che poni. Magari si potrebbe fare un passo avanti, anche se il tuo titolo non è gran che utile a questo scopo, perché «due domande agli amici che hanno indossato l’elmetto», meriterebbe una replica del tipo: «due risposte agli amici per i quali gli ucraini devono lasciarsi massacrare senza reagire».
Invece, penso ci si potrebbe attestare sull’opinione di un altro acerrimo avversario dell’invio di armi agli ucraini, Guido Viale, che ha avuto con il suo antico sodale Adriano Sofri un doloroso scambio, perché Adriano, che ora è a Odessa, pensa che sì, si devono aiutare gli ucraini anche con le armi, e ha di recente descritto l’incontro cortese e muro-contro-muro tra una delegazione di pacifisti italiani, tra cui Tonio Dall’Olio e un vescovo, e rappresentanti di tutte le confessioni cristiane della città sul Mar Nero, i quali letteralmente non capivano perché gli italiani si ostinassero a dire che agli ucraini le armi non bisogna darle (potete leggere tutto nella pagina Facebook di Sofri). Guido Viale ha scritto una cosa che Sofri ha riprodotto nella sua pagina di FB. Scrive Guido: «Anche nel vasto e vincente, anche se non maggioritario, campo di coloro che sono favorevoli all’invio di armi all’Ucraina […] c’è chi invoca innanzitutto – e gli va accreditata sincerità – ragioni di ordine morale: se uno è aggredito con le armi deve difendersi con le armi. Anzi, bisogna aiutarlo a difendersi o addirittura difenderlo noi, sempre con le armi. L’alternativa è la resa, che vuol dire perdita della libertà, dell’onore, della dignità». Dunque, la sincerità di una ragione di ordine etico: tra chi “ha indossato l’elmetto”, secondo le tue parole, c’è il dolore per quel che sta avvenendo in Ucraina, e l’indignazione, e il desiderio di ostacolare la macelleria e l’etnocidio (di questo si tratta: l’Ucraina non è una nazione, ha dichiarato Putin), anche fornendo armi a chi si difende.
Non citerò Slavoj Zizek, che ha scritto sul Guardian un articolo veemente a difesa degli ucraini, ottenendo come risposta da parte degli “anti-imperialisti”, quelli a senso unico, che il filosofo in altri tempi più amato a sinistra è confuso e provocatore. E va bene. Dopo di che ho trovato un intervento di Etienne Balibar, in cui il filosofo francese definisce quella degli ucraini “una guerra giusta”, discutendo poi senso e limiti di questa espressione, ma infine non cambiando idea sulla necessità di aiutare gli aggrediti. Anche Balibar è confuso, magari troppo anziano? Ma c’è un punto in particolare che io trovo incomprensibile. Ed è che non solo si parla di nonviolenza e pacifismo non tenendo in alcun conto gli ucraini, quel che essi vogliono, quel che stanno facendo, il loro coraggio ammirevole (sì, coraggio), ma addirittura che, non sapendo noi nulla di quel che è accaduto negli ex paesi dell’est dopo il crollo dell’Unione sovietica e di come siano rinate una sinistra e un femminismo intelligenti e vivaci, continuiamo a spiegare loro che cosa devono o non devono fare. Come se i comunisti francesi, nel ’36, invece di andare ad arruolarsi nelle Brigate internazionali, avessero detto ai repubblicani spagnoli che era meglio arrendersi (e centomila di loro furono assassinati dai franchisti dopo la fine della guerra civile).
Quel che penso, per rispondere alla tua prima domanda, è che la resistenza ucraina ha un valore in sé, per quel popolo, e se dovesse finir bene costituirebbe un patrimonio morale e culturale per edificare una nuova nazione, finalmente libera dall’incombente minaccia russa. Più o meno come accadde in Italia nel ’45. Ma è chiaro che questa guerra ha delle implicazioni generali, sul piano geopolitico e su quello della difesa dei diritti umani e politici (che l’Ucraina dovrà dimostrare di rispettare per entrare nell’Unione europea, così dicono i Trattati). Ed è chiaro che la Nato, e gli Stati uniti, di fronte alla guerra di Putin (che non si limita al Donbass, dice Zizek, ma ha una intenzione imperialista molto più ambiziosa), reagiscono con la moneta uguale e contraria. Il vertice Nato di Madrid ha di fatto stabilito che l’Alleanza è una sorta di polizia mondiale incaricata di far fronte a Putin, alla Cina, ai disordini e alle migrazioni provocati dal disastro climatico, e così via, in uno scenario globale frantumato e pericoloso. Ed è in questo contesto che da molti anni i governi italiani hanno detto (senza farlo) che avrebbero portato le spese militari al 3 per cento del Pil, l’Ucraina non c’entra molto. E, per ottenere i suoi risultati, la Nato ha regalato a Erdogan la libertà e la vita dei kurdi. E allora? È bene che la Nato e la Ue forniscano armi agli ucraini? Sì, in questo tornante della storia sì, anche perché, come non ho mai visto in passato in altri conflitti, tutti hanno cercato di indurre Putin a trattare, c’è stata una processione, a Mosca, che è stata sostanzialmente irrisa: ricordate il tavolo a cui si è seduto Macron o il missile su Kiev durante la visita di Guterres di ritorno da Mosca, il viaggio inutile del cancelliere austriaco ecc.? Putin non ha alcuna intenzione di scendere a patti, la sola speranza è che l’usura (eufemismo per le migliaia di soldati russi caduti o il consumo forsennato di mezzi e munizioni), renda impossibile al Kremlino continuare la guerra come nulla fosse, e poi ci sono le sanzioni, la reticenza cinese, forse (speriamo) una opposizione interna alla guerra. I kurdi del Rojava si giovavano della copertura aerea, nella lotta contro Daesh, degli americani, che ora li barattano con il tiranno turco. Ma chi, al posto dei combattenti kurdi siriani, avrebbe rifiutato quell’aiuto “imperialista”, pur sapendo bene che si trattava di una scelta tattica contro i russi in Siria? Ci sono altri modi di aiutare gli ucraini, oltre le armi? Sì, ce ne sono molti, e molti lo fanno, ma senza la resistenza armata, in questo momento, non li si aiuterebbe, come dicono i religiosi di Odessa che i pacifisti italiani hanno incontrato.
Domanda numero due: perché gli ucraini sì e i kurdi, i palestinesi e gli yemeniti no? Non so se dare armi ai palestinesi sarebbe una buona soluzione, visto come va con Gaza. I kurdi, ho detto, avevano una copertura americana e ora non ce l’hanno più. Gli yemeniti di armi ne hanno molte, le fornisce l’Iran, nemico dei sauditi. Ogni vicenda di questo tipo ha sue peculiarità, ma di sicuro la Nato o l’Unione europea o gli Stati uniti non pensano di avere obblighi morali, visto come hanno trattato gli iracheni o gli afghani o, prima ancora, gli argentini e i cileni, e così via. La Nato è una organizzazione criminale, tecnicamente parlando, e gli Stati uniti un paese imperialista, sebbene in declino (il che non ne diminuisce la pericolosità, anzi), e la guerra ucraina sta creando una nuova frattura nel mondo sostanzialmente perché noi “occidentali” non abbiamo più argomenti convincenti, come il “progresso”. Ma è qui che dovrebbero agire una sinistra e un pacifismo europei, se ne avessero la forza, invece di dire agli ucraini che devono smetterla di sparare agli invasori.
Di sicuro sono stato sincero, e mi pare anche pacato.

 

Livio Pepino

Caro Gigi,
grazie della risposta ma quel che scrivi non mi convince e, soprattutto, non risponde alle mie domande, che riguardano, in modo esplicito e diretto, la comunità internazionale e il modo in cui essa dovrebbe operare in favore della pace e a tutela dei diritti umani nel mondo.
Già non parti bene. Dire che chi sostiene la guerra indossa l’elmetto è registrare un fatto: da sempre le immagini di guerra mostrano soldati (e politici in visita) con l’elmetto sì che assimilarvi chi li sostiene è semplicemente descrivere la situazione. Attribuire ad altri la convinzione «che gli ucraini devono lasciarsi massacrare senza reagire» è, invece, un’illazione offensiva e gratuita almeno per chi, come me, ha sempre sostenuto il contrario (come avresti potuto agevolmente verificare anche nell’articolo con cui interloquisci, se solo lo avessi letto senza prevenzione).
Ma vengo al merito. Evito di riprendere questioni generali su cui già ci siamo confrontati, anche su queste pagine, e su cui non potrei che ripetere, come fai tu, cose dette e ripetute. Il mio tentativo era quello di non restare fermi nelle proprie certezze ma di provare a fare qualche passo avanti, almeno in alcuni settori. Di qui le mie domande. Tu rispondi citando autorevoli studiosi che la pensano come te: li ho ben presenti, rispetto le loro posizioni, ma non ho mai accettato la logica dell’ipse dixit che sostituisce gli argomenti con una pretesa autorevolezza a tutto campo. Continui ribadendo il dolore e l’indignazione per quanto sta succedendo in Ucraina: li condivido, non da oggi, ma dire che essi portano automaticamente a schierarsi per l’invio di armi, così contribuendo a provocare dai 500 ai 1000 morti quotidiani in più, mi sembra un salto mortale spericolato (e l’aggettivo “mortale” non è casuale ma assai concreto). Aggiungo che non mi sono mai permesso di suggerire agli ucraini che cosa devono fare e men che meno ho contestato il loro diritto di resistere all’invasione. Non ho neppure mai contestato le scelte di chi è andato in Ucraina per combattere a fianco degli ucraini (come fecero in Spagna nel ‘36 i comunisti francesi che citi). Lo sai bene e, dunque, è inutile che me lo ripeti, come se così non fosse. Ho contestato invece – e continuo a farlo – la decisione della comunità internazionale (Stati e organizzazioni) di inviare armi anziché mettere in campo altri interventi e pressioni (più volte ricordati) potenzialmente più efficaci e meno sanguinosi e ho provato a riflettere su cosa potrebbe/dovrebbe fare quella comunità. E ho posto, al riguardo, domande che ripeto, non senza premettere che sull’atteggiamento della Nato e dell’Occidente in generale, abbiamo, evidentemente, visto film diversi: tu scrivi che «tutti hanno cercato di indurre Putin a trattare, c’è stata una processione, a Mosca, che è stata sostanzialmente irrisa»; io, invece, ho visto – a fianco dell’arroganza sanguinaria di Putin – solo, dall’altra parte, parate ipocrite e di circostanza accompagnate dalla ripetizione ossessiva che la guerra (degli altri) deve continuare fino alla vittoria finale.
Ripeto, dunque:
1) l’invio di armi in Ucraina è un imperativo etico (perché la “democrazia” e la salvezza stessa del mondo sono in pericolo: come nel 1939 di fronte al delirio nazista) o è il frutto di un bilanciamento di interessi e di principi? E, nel primo caso, perché fare la guerra per procura e non intervenire direttamente (soluzione che, pur essendo per me una follia, sarebbe la coerente conseguenza della premessa)? E, nel secondo caso, perché non esigere (subito, all’inizio della guerra) da entrambe le parti di fermarsi e di ripartire dagli accordi di Minsk (da tutti sottoscritti e da tutti disattesi)? e perché non interrogarsi, almeno ora, sul fatto se la scelta dell’invio di armi stia davvero sfiancando la Russia costringendola a trattare (cosa di cui, finora, non c’è traccia) o non sia invece un espediente per disegnare nuovi equilibri geopolitici (come le decisioni della Nato di Madrid dimostrano)? Sul punto – non capisco perché – non hai ritenuto di spendere neppure una parola;
2) è vero o non è vero che i diritti o sono per tutti oppure – se proclamati e difesi per gli amici e negati ai nemici – sono un veicolo di odiosa disuguaglianza (con tutto quel che segue nella percezione dei popoli)? E, nel primo caso, perché chi chiede di difendere (anche con l’invio di armi) gli ucraini non fa altrettanto per gli altri popoli in condizioni simili (ribadisco, a titolo di esempio, i kurdi, i palestinesi e gli yemeniti)? Anche qui, da parte tua, vedo solo silenzio salvo un frammento di risposta, che trovo, sinceramente, agghiacciante: chi chiede di difendere gli ucraini non fa altrettanto per gli altri popoli – scrivi – perché i palestinesi le armi le userebbero male, perché i kurdi hanno avuto una parziale copertura aerea degli americani all’epoca della lotta contro Daesh, perché gli yemeniti già ricevono armi dall’Iran. Decodifico: ciascuno chieda aiuto e protezione agli amici (se ne ha) e la comunità internazionale intervenga se e quando le serve. Mi spiace, ma questa impostazione utilitaristica, non priva – aldilà delle tue intenzioni – di paternalismo e cinismo, è agli antipodi di un’uniforme difesa dei diritti dei popoli da parte della comunità internazionale. E favorisce, in infiniti teatri, morti, stupri, distruzioni non diversi da quelli che stanno insanguinando l’Ucraina e finanche il genocidio del popolo kurdo da parte di Erdogan (non certo migliore di Putin, ma insignito di riconoscimenti e foraggiato con denaro e armi occidentali). So che tu sei, come me, angosciato da questi massacri e lo hai detto ripetutamente: ma non basta dirlo senza lavorare per trasformarlo in iniziativa politica coerente della sinistra, un’iniziativa in gran parte da costruire ma che non può essere limitata – come tu auspichi, non capisco perché – solo per l’Ucraina. Ad evitare fraintendimenti: queste considerazioni non mi fanno certo smettere di sostenere le ragioni degli ucraini ma non potrei più guardarmi allo specchio se non continuassi a chiedere ai tanti sostenitori di quelle ragioni di usare lo stesso metro nei confronti degli altri popoli violati e non mi chiedessi perché questo non avviene.
So che ci sono altre questioni, anch’esse importanti. Ma su queste avevo provato a chiedere un confronto. Non l’ho avuto, se non in una piccola parte nella quale vedo distanze sempre maggiori. Non era quel che speravo.


Maria Giudice

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L’altro giorno ho lasciato spento il televisore tutto il pomeriggio e anche la sera, per una volta non sentivo l’urgenza di soddisfare la bulimia che mi costringe a cercare ogni dettaglio di quel che succede (o ci dicono che succeda) nella guerra ucraina, e perfino di ascoltare le opinioni di esperti, presunti esperti, passanti e provocatori (questi ultimi in genere ottengono che io prema un tasto a caso del telecomando).

Il fatto è che stavo leggendo un libro apparentemente piccolo (140 pagine), estremamente denso di fatti e altri sentimenti, ma appunto tale da poterlo finire in una giornata, fino alla conclusione, che ti lascia nell’animo una scia di ricordi e rimorsi. La voglia di essere lei. Il bisogno di non essere lei. Si parla di Maria Giudice (che è anche il titolo del libro di Maria Rosa Cutrufelli, Giulio Perrone editore, 15 euro), una donna straordinaria, che ha avuto una vita straordinaria, e fra un compagno e l’altro ha avuto dieci figli, una dei quali era Goliarda Sapienza, attrice e scrittrice purtroppo scomparsa, molto legata a Maria Rosa.

Maria Giudice, figlia di piccoli proprietari terrieri piemontesi, è il ritratto stesso della fine dell’Ottocento e dell’inizio del secolo nuovo, ma è anche molto di più (e più complicato). Una ragazza che studia dalle suore, nonostante i genitori repubblicani e garibaldini, poi va nella sola università concessa alle donne, quella magistrale, e infine esplode, nella sua cultura, stile di vita, orizzonti, e fa venire in mente il Marcello Mastroianni di I compagni (di Mario Monicelli), sindacalista errante e poverissimo, film basilare per l’educazione sentimentale (era il 1963) dei sessantottini, la generazione di ribelli del nuovo-nuovo secolo (secondo Immanuel Wallerstein fu allora che il Novecento terminò per lasciar posto a qualcos’altro). “Andare verso il popolo” a fine Ottocento significava mettersi nel mirino, letteralmente, della forza pubblica e dell’esercito (il famoso Bava Beccaris) e finire in galera, cosa che a Maria capitava regolarmente, solo per aver fatto un comizio o pubblicato una rivista. Così che, leggendo, ci si chiede quale forza d’animo inesauribile spingeva i socialisti, gli anarchici e poi i comunisti ad affrontare angherie e condanne e, nel caso, una pallottola. E si vede bene da che origini viene quel che chiamiamo “democrazia”, che non è stata un regalo, ma una terra dissodata palmo a palmo contro i prefetti e i padroni.

Ma Maria Giudice era una donna, doppiamente vessata e ostacolata, anche dalla “cultura barbuta” dei compagni. Tanto che la prima volta che rimase incinta e su di lei pendeva l’ennesimo mandato di cattura, si rifugiò dai compagni svizzeri e in casa di una rivoluzionaria russa, anzi ucraina, Angelica Balabanoff, e lì conobbe altri esuli, per esempio un russo destinato a diventare famoso, Lenin. E in casa di Maria e Angelica capitò, anche lui esule, stremato e affamato, un socialista di nome Benito Mussolini (e si dice che con Angelica concepì una figlia che poi fu adottata dalla moglie Rachele, Edda).

La “libera unione” (già che il matrimonio era un contratto incompatibile con la scelta di amarsi) di Maria con il compagno anarchico, terminò dopo sette figli con la scelta di lui: arruolarsi nella grande guerra, per combattere la barbarie tedesca (e una scelta analoga fece Mussolini, ma per denaro: i francesi gli fornirono i mezzi per aprire un giornale, Il popolo d’Italia, dopo che il futuro duce aveva diretto il socialista Avanti!). Nel frattempo, Maria era diventata la prima segretaria donna della camera del lavoro di Torino. Anche lei travolta dal furore popolare e dagli scioperi operai (le moltissime donne che erano state chiamate alle fabbriche per sostituire gli uomini mandati a farsi ammazzare al fronte) e condannata infine a tre anni di carcere insieme a un giovane Umberto Terracini e dopo aver diretto il giornale socialista in cui lavorava un altrettanto giovane Antonio Gramsci.

Ma non voglio raccontare la storia intera, il trasferimento in Sicilia, il suo compagno morto in guerra e il nuovo compagno, catanese e avvocato e anche lui socialista, e altri tre figli, ultima dei quali Goliarda. La cosa davvero importante è che è una donna a raccontare la vicenda di due donne, madre e figlia. Fosse solo, come pure è, la biografia puntigliosamente documentata di una socialista di quell’epoca, sarebbe interessante. E invece è emozionante, perché finalmente ho (forse) capito come debba essere una scrittura, una narrazione femminile, e femminista. È il modo di scrivere di Maria Rosa, così lieve e profondo insieme, perfino la scelta degli aggettivi, per lasciare trasparire, insieme alla storia che si racconta, le sensazioni (i profumi della Sicilia) e i sentimenti, molto al di là, o al di sotto, della “cultura barbuta” di cui si lamentava Maria Giudice parlando dei suoi compagni, del suo partito e del suo sindacato, di quel che avrebbe dovuto essere un mondo nuovo, il sol dell’avvenire. Così che si legge e si legge, e pare di sentire una voce gentile che non ha paura delle durezze della storia ma allo stesso tempo cuce le relazioni tra madre e figli, sorelle e fratelli, padre e figli, e un punto di vista sulla storia, quella di tutti noi, assai diverso, lasciando di quando in quando irrompere un “io”, perché questa è anche la storia di Maria Rosa, almeno del suo passato e dell’amicizia con Goliarda, due siciliane erranti. E alla fine resta la nostalgia di quel che eravamo, e avremmo potuto essere, noi ribelli di varie epoche.


Il massacro della guerra e le ragioni della resistenza

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1.

Nel gennaio del 1991 si seppe in piena notte che una pioggia di missili aveva cominciato a cadere su Baghdad. Ci ritrovammo in redazione, al manifesto, le facce bianche e l’animo scosso: quella era la prima guerra su larga scala, benché formalmente autorizzata dall’Onu, dopo che l’Iraq aveva proditoriamente occupato il Kuwait, che peraltro gli era appartenuto finché gli inglesi e gli americani non l’avevano ritagliato via, troppo petrolio per cederlo gratis. In più, era la prima guerra fin dal ’45 in cui l’Italia era direttamente coinvolta. Insomma eravamo sotto choc. E fu allora che Luigi Pintor, guardando nella tv il profilo degli edifici di Baghdad e i bagliori delle esplosioni, mormorò: «È un massacro». Giusto, non era una guerra in cui nobili antagonisti si sfidano a duello, nessuna guerra è nobile, e Luigi ne aveva esperienza, giovanissimo partigiano, torturato in via Romagna, sede di una banda di torturatori fascisti, fratello di un fratello, Giaime, ucciso mentre tentava di portare messaggi ai capi della Resistenza a Napoli, quando Roma era occupata dai nazisti. Quella notte Luigi ebbe il riflesso di respingere tutto quell’orrore, e si ruppe così, per lui e per molti di noi del giornale, l’automatismo che aveva retto il comunismo del Novecento: la violenza contro la violenza, quando noi sessantottini crescevamo con canzoni che dicevano «compagno, è l’ora del fucile».

Qualcuno, quella notte, disse: «Luigi ha ragione», e il manifesto uscì con in copertina un’unica, enorme parola: «Massacro». Il giornale prese una posizione, come si disse, di pacifismo assoluto, al punto che l’Asahi Shimbun, il quotidiano più diffuso in Giappone, scrisse che in Italia c’erano solo due soggetti totalmente contro la guerra: il Papa e un giornale comunista. Ma ai comunisti quella posizione non piacque gran che, gli antimperialisti, alcuni dei quali redattori del giornale, avevano un bisogno quasi fisico di schierarsi, ovviamente contro gli americani. Cioè a favore di Saddam, dittatore sadico per altro in gran parte creato dagli stessi americani in funzione anti-iraniana. E più tardi Milosevic e così via.

Eppure Luigi, che era approdato a quel grado di rifiuto della guerra, che era stato espulso dal Partito comunista perché si era schierato con Praga e contro i carri armati sovietici, aveva, nella sua memoria, come pietra miliare, una resistenza estrema che aveva il nome di Stalingrado. Non avessero resistito ai nazisti, i sovietici, oggi staremmo tutti parlando tedesco, disse più volte.

È forse per questo che quando la Russia, Putin, ha invaso l’Ucraina, il mio primo pensiero è stato: ecco, ora tutto dipende da quanto gli ucraini riusciranno a resistere. Ho avuto anche il dubbio di averlo pensato perché ero irresistibilmente attratto dal gioco della guerra, così maschile e così familiare per uno della mia generazione, cresciuto tra i racconti epici delle grandi battaglie, da Midway allo sbarco in Normandia, da Stalingrado appunto all’incredibilmente crudele assedio di Leningrado. Un gioco, certo, ma anche i capisaldi della nostra visione del mondo, la sconfitta dei fascisti e di Hitler. In fondo, quel tanto di democrazia che abbiamo lo dobbiamo sì agli eserciti alleati ma soprattutto alla Resistenza, non è vero? Così, non riesco a generalizzare: ossia sì, la guerra è sempre una catastrofe, per chiunque vi partecipi, ma non posso decidere che anche chi si difende, e resiste appunto, è dalla parte del torto. Al contrario, ha il diritto, e il dovere, di farlo. Ed è questa una distinzione che si intravede anche nel famoso articolo 11 della Costituzione, che noi stessi abbiamo impugnato, ovviamente, in tutte le guerre in cui l’Italia è stata coinvolta. Perché la Costituzione ripudia la guerra, certo, e proibisce all’Italia di usarla per «risolvere le controversie internazionali». Ma una guerra di liberazione, di resistenza?

Perciò mi sono stupito quando ho visto con quale veemenza e prontezza ogni tipo di sinistra e di pacifismo è insorto contro la fornitura di armi all’Ucraina.

2.

Per una parte di oppositori la spiegazione è chiara, è scritta sui loro striscioni e volantini: né con la NATO né con Putin. Un atteggiamento che semplicemente cancella gli ucraini, i tre milioni e mezzo costretti a fuggire e le decine di migliaia di semplici cittadini che sono accorsi ad addestrarsi alle armi. Mi sono anche vergognato, nel sentire (non “ascoltare” ma proprio “provare”) come nelle sinistre ancora esistenti mancasse l’ingrediente fondamentale della pietas, della commozione per la sorte delle comunità, delle famiglie, della gente ucraina. Si tratta del residuo di un secolo di sovrapposizione tra ragione di Stato sovietica e sorti della rivoluzione nel mondo, il veleno della realpolitik. Ma su chi confonde la Russia con l’URSS e Putin con Stalin, ha scritto un articolo definitivo Loris Campetti (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/03/15/stalin-e-ivan-il-terribile-le-bugie-della-guerra/). E comunque il nemico sono sempre gli Stati Uniti e i loro alleati, e amici sono i loro avversari, chiunque siano, un automatismo da cui ho imparato a diffidare, che spesso non funziona affatto. Ma è solo un dubbio. Specie dopo che ho assistito, a Mosca, al crollo dell’Unione Sovietica, e al funerale dell’unica vittima dei golpisti anti-Gorbaciov, quando il primo a parlare a una folla immensa, sulla piazza di fianco alla Piazza Rossa, fu l’ambasciatore degli Stati Uniti. Perché sì, i russi credevano che l’”Occidente” li avrebbe salvati dalla povertà micidiale, quella per cui sui marciapiede stendevano tovaglie pensionati della Grande Guerra Patriottica, quella di Stalingrado, che vendevano coppe di cristallo, medaglie al valore e matrioske per riuscire a sopravvivere. La Russia post-sovietica era precipitata in una crisi economica e, se posso dire, dello spirito nazionale tragica. Metterli alla mercé dei “mercati” e nelle mani dei cleptocrati che si impadronirono delle ricchezze nazionali spolpando lo Sato, fu l’errore autolesionista più grande che gli Stati Uniti, e l’Europa, commisero nell’epoca dell’euforia neoliberista, a cui nessun Emporio Armani nel centro di Mosca ha potuto rimediare.

In questi giorni mi chiedo con angoscia cosa direbbe Luigi, se fosse ancora tra noi. Perché io sono confuso. Non ho idea di quel che direbbe, ma il mio riflesso, oltre a pensare “è un massacro”, è stato di provare ammirazione per la resistenza ucraina.

Subito prima dell’attacco russo, avevo visto su Netflix (certo, fonte americana, ma che ci vogliamo fare?), un documentario intitolato Winter of fire (Inverno di fuoco), in cui si racconta cosa accadde in piazza Maidan, a Kiev, anzi Kiyv, tra l’autunno del 2013 e la primavera del 2014. Questo film è stato anche presentato a Venezia, qualche anno fa, ed è una cosa molto seria, per me illuminante. Ecco, io rincorro da più di quarant’anni ogni genere di movimento sociale e negli ultimi anni ho cercato di sapere il più possibile di Occupy Wall Street, degli Indignados spagnoli, dei turchi ribelli di Gezi Park a Istanbul, delle “primavere arabe”, tutti fenomeni che hanno in comune il fatto che ad agire era una nuova generazione. E ovunque, il centro delle ribellioni, anzi dell’insurrezione, sono state le piazze o i parchi, Tahrir al Cairo e la Puerta del Sol a Madrid, per esempio. E Maidan, la piazza centrale di Kiyv, dove si erano radunati all’inizio dei ragazzi, quelli nati dopo l’Unione Sovietica, che agitando bandiere ucraine e europee pretendevano che il presidente dell’epoca, Janukovich, la smettesse di prendere ordini da Putin e si associasse all’Unione Europea. Seguirono mesi di repressione selvaggia, di ragazzi e via via adulti morti ammazzati, arrestati, manganellati e gassati, e però la piazza non cedette mai, si era auto-organizzata per il cibo e la difesa e non rispose mai con armi da fuoco, sembrava una specie di Genova al quadrato, molta più resistenza e molta più violenza da parte del potere. Finì che Janukovich salì su un elicottero in piena notte e andò a chiedere asilo politico a Mosca, le forze della repressione furono sciolte, la Costituzione riscritta, un nuovo presidente fu eletto, e poi ancora fino all’attuale. Guardatelo, questo film, se solo per un momento riuscite a deporre i pregiudizi, quelli che al governo in Ucraina è “una banda di nazisti drogati”, come ha detto Putin. Già, i partiti di estrema destra in Ucraina non sono nemmeno riusciti a entrare in Parlamento, qualcosa vorrà dire.

Bene, la invasione della Crimea avvenne dopo Maidan, e così le insurrezioni separatiste nel Donbass. La Russia, Putin, non avevano sopportato che l’Ucraina volesse diventare davvero indipendente, addirittura europea. Ed è vero, nel Donbass, anzi proprio ora a Mariupol, agisce il Battaglione Azov, in cui vi sono ultranazionalisti, ed è vero, a Odessa qualche decina di separatisti morirono bruciati vivi o linciati. Gli orrori. Ma l’invasione russa è cominciata nel 2014 e probabilmente è per questo che il governo ucraino ha pensato di chiedere alla NATO se non volesse un nuovo socio, e di sicuro sarebbe stato molto meglio concedere alle regioni del Donbass l’autonomia che era stata sancita dagli accordi di Minsk. Invece si è compiuto un passo dopo l’altro verso l’abisso.

Ma c’è un’altra parte, dell’opinione che è insorta contro le forniture di armi all’Ucraina, molto più stimabile. L’argomento è stato (cito Tomaso Montanari all’indomani dell’inizio della guerra: https://volerelaluna.it/controcanto/2022/03/02/armi-allucraina/): noi, Europa e NATO, proviamo a fare la guerra “attraverso il corpo” degli ucraini, pur essendo la loro resa “ineluttabile”. Affermazioni a cui, un mese dopo (e con il senno di poi), farei due obiezioni: la prima è che gli ucraini non sono obbligati da noi, a combattere, anzi; la seconda: la resa non era affatto ineluttabile, anzi. Ora, la NATO, l’Europa, hanno fornito armi che richiedono braccia e gambe umane, per funzionare, non missili ma armi anticarro, “stinger” a spalla che sono in grado di abbattere velivoli, cose così. E allora? C’è perfino chi suggerisce agli ucraini di arrendersi, di farsi uccidere, pur di non infettare la loro storia e cultura con il virus della guerra. C’è chi dice che, prima di dar loro le armi, bisognerebbe proclamare un cessate il fuoco. Giusto, ma chi costringe Putin a farlo, se non il logoramento del suo esercito, impantanato in una guerra di trincee e di azioni partigiane? Il mio vecchio amico Tommaso Fattori ha pubblicato un documento del Max Planck Institute, se non ricordo male, organismo molto autorevole, in cui si dice sostanzialmente che solo la diplomazia e la trattativa possono far tacere le armi, e prima di tutto serve una tregua. Ma non è quel che l’Ucraina va chiedendo da un mese? Temo che ci sia un irrealismo prepotente, in queste posizioni, che servono principalmente a noi, alle nostre coscienze pacifiste, e di nuovo con scarsa empatia, diciamo così, con le sofferenze del popolo ucraino.

3.

E dunque? Va bene la NATO?

Vogliamo provare a fare un altro gioco, che si chiama “ucronia”, ovvero immaginare cosa sarebbe successo se un certo evento storico fosse andato all’opposto di come è andato? È solo per amore di ragionamento e di immaginazione. Poniamo che Francia e Gran Bretagna, negli anni Trenta, oltre a permettere ai loro cittadini di arruolarsi nelle brigate internazionali, avessero fornito armi alla repubblica spagnola aggredita da un branco di generali sostenuti da Hitler e Mussolini (che le armi invece le fornirono, e anche soldati). E poniamo che l’Unione Sovietica avesse fornito ai repubblicani più armi e meno funzionari incaricati di far prevalere con ogni mezzo un partito comunista debole contro anarchici e comunisti indipendenti. Poniamo quindi che Franco fosse stato battuto e in Spagna avesse vinto la repubblica. Come sarebbe stata la storia d’Europa? Hitler e Mussolini, sconfitti, avrebbero tirato diritto per la strada che condusse alla seconda guerra mondiale? Stalin avrebbe firmato con la Germania il patto grazie al quale si prese mezza Polonia, sterminando i militari di quel Paese e illudendosi che i nazisti non avrebbero invaso l’Unione Sovietica?

No, la NATO non va bene per niente, e l’aumento delle spese militari e del ruolo di una alleanza nata in un’altra epoca e che ha partecipato alla guerra in Afghanistan, per esempio, sono una minaccia sul nostro futuro. Ma la guerra si sconfigge cancellandone le premesse, per esempio un’alleanza militare di quel genere, la si sconfigge ricercando comunque la via della trattativa, anche contro un avversario che non sembra sentire da quell’orecchio, come Putin, e la si cancella nel dopo guerra assicurando pace, benessere e sicurezza a tutti i popoli, ai cittadini del mondo, come diceva Carlo Rosselli, prescindendo dalle nazionalità. Il mercato capitalista che regge tutto, si fa per dire, non è in grado di prevenire e curare i mali della guerra, al contrario la promuove, seminando povertà e disastro ambientale e accaparramento privato di beni essenziali come l’acqua.

Ma nel frattempo gli ucraini, come i kurdi in Siria, il loro esercito di uomini e donne che si avvalsero della copertura aerea degli Stati Uniti per sconfiggere Daesh e a cui molte sinistre italiane fornirono non armi, che non avevano, ma persone che volevano combattere; o gli indigeni del Messico, che insorsero con i fucili in spalla e annunciando che il loro era il primo esercito che negava se stesso come esercito; tutti questi e molti altri, nel mondo, hanno il diritto di difendere la loro stessa esistenza. Resistere è un diritto umano.


La storia esemplare di Zingara e di Alessandro

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Vorrei raccontare la storia di Zingara. Lei si chiama proprio così: non è uno pseudonimo “etnico” né un nome di fantasia, come dicono i giornali quando parlano di una vicenda personale controversa (mi viene in mente che quando raccontai, anni fa, in un libro, del ragazzo marocchino arrestato e ammanettato ai Murazzi di Torino e che poi finì nel Po e naturalmente annegò, i giornali scrissero che si chiamava “Al Arabi”, cioè l’Arabo, anche se il suo nome era Khalid).

Zingara è una giovane donna Rom, una famiglia della ex Jugoslavia rifugiata in Italia dai tempi della guerra in Bosnia. Una delle tante. Senonché il padre finì in carcere e la madre, che aveva altri otto figli, non sapendo come sopravvivere, affidò la bambina a una casa-famiglia, dove lei crebbe abbastanza bene. Finché il padre uscì di galera e la rivolle indietro. In un campo, nella roulotte. Dove qualche fratello o amico suo la usò come parafulmine per i loro furti sistematici di motorini: Zingara era minorenne, perciò non finiva in carcere, e la sua fedina penale si arricchì.

Ma la ragazza e poi donna non stava bene, nella roulotte, a prescindere dai motorini, era abituata a stare in una casa, cercava una vita migliore. Infine si innamorò, ricambiata, di un non Rom, un romano, che di mestiere faceva la guardia giurata, aveva una casa di sua proprietà e insomma era, ed è, quel che si dice una persona normale. Finalmente una donna Rom occupa nella società una casella che non allarma nessuno.

Senonché l’amore ha le sue conseguenze, Zingara resta incinta, e qui cominciano, o ricominciano, i guai.

Sarà per il nome che sfacciatamente porta, sarà per la fedina penale, o la casa famiglia e poi la roulotte, ma la donna è sotto il microscopio dei servizi sociali del Comune di Roma. O forse si tratta, più o meno consciamente, dell’ostilità verso un bambino un po’ Rom e un po’ no. E insomma una assistente sociale segnala all’ospedale dove Zingara va a partorire che non si deve assolutamente permettere che la donna, e il suo compagno, che nel frattempo ha riconosciuto il figlio, porti via con sé il bambino. Il motivo è che lei, Zingara, è border line e “pericolosa per sé e gli altri”.

Così, la donna e il padre del bambino, nel frattempo chiamato Alessandro, per due mesi vanno, ogni giorno, all’ospedale, dove lei allatta e tutti e due si prendono cura del figlio, lo cambiano, gli fanno il bagnetto eccetera. E si comportano, secondo l’ospedale, in modo amorevole e sollecito. Al termine dei due mesi, Alessandro viene “dato in pre-adozione”, cioè rubato ai suoi genitori, e affidato a una coppia regolarmente italiana che, guarda caso, era pronta ad accoglierlo. Segue indagine di polizia che, perquisita la casa dei due genitori naturali e trovata la pistola da guardia giurata, del tutto regolare, sequestra l’arma, dato che Zingara è “pericolosa”, e quindi lui perde il lavoro. Seguono due tappe giudiziarie, dove l’assistente sociale spiega che Zingara l’ha minacciata. E come? chiede il giudice. Mi ha detto che mi fa una fattura e dopo tre giorni muoio. Il perito, una donna, del tribunale certifica invece la sanità mentale di Zingara, il fatto che non è affatto pericolosa ed è ansiosa di fare la madre. Ma i giudici, niente. In base alla legge italiana, che stabilisce come in questi casi prevalga il “benessere” dei bambini, confermano, sia in primo e che nel secondo grado, che Alessandro è adottabile, cioè non deve stare con una madre zingara e con una coppia non tanto regolare.

Si dirà che è una storia piccola, individuale, può capitare. Ma non è così. Qualche anno fa, l’associazione 21 luglio, che si occupa di Rom, presentò una ricerca intitolata “mia madre era Rom”, da cui si ricavava che nel Lazio un minore Rom ha 60 probabilità in più di essere segnalato come “adottabile” rispetto a un suo coetaneo non Rom, ciò che si traduce in un 40 per cento di probabilità in più di essere dichiarato adottabile. In definitiva, per un minore Rom su 33 (il 3,1 per cento della popolazione minorenne Rom nel Lazio) è stata emessa una sentenza in via definitiva che ha dichiarato il bambino adottabile. Di contro, i minori non rom dichiarati adottabili nello stesso arco di tempo nel Lazio sono stati lo 0,08 per cento della popolazione minorenne non rom, ovvero uno su 1250. E poi dice che sono gli zingari a rubare i bambini.

È talmente sistematica, questa pratica, da far pensare a quel che facevano gli australiani con i figli degli aborigeni o i canadesi con i figli dei nativi americani o “prime nazioni”, cioè il tentativo di cancellare, assorbire, le culture non europee e non cristiane con l’assimilazione forzata delle nuove generazioni. Pratiche tanto diffuse e feroci da spingere i governi australiano e canadese a chiedere scusa, mentre si scavano, in Canada, le fosse comuni dove, ai margini delle scuole (molto spesso cristiane), finivano i bambini più riottosi.

Un paragone esagerato? Forse. In fondo in Italia non esiste alcuna norma o legge che consenta di rapire i bambini, come non esiste alcun regime codificato di apartheid nei confronti, in generale, di Rom e Sinti. Ma il fatto che nulla sia scolpito in leggi, non impedisce che la discriminazione sia sistematica, come nel caso di quel padre di famiglia che, buttato fuori dalla baracca perché l’allora sindaca di Roma Raggi, alla ricerca spasmodica di voti, aveva fatto sgombrare il campo senza di fatto offrire alcuna alternativa, viveva in macchina con tutta la famiglia, finché i vigili urbani gli contestarono che l’assicurazione era scaduta e minacciarono di sequestrare l’auto, e volonterosi dovettero fare una colletta per pagare l’assicurazione.

Altro caso isolato? Ma la sindaca Raggi ha sgomberato in questo modo cinico molti campi rom, compresi quelli regolari, e centinaia di famiglie sono andate a vivere sotto i ponti, ai margini del Tevere, in una piccola stazione ferroviaria dove almeno c’erano dei rubinetti per lavarsi, eccetera. Per non parlare della sordità o ostilità dell’“ufficio rom” quando si trattava di dare alle famiglie Rom gli aiuti d’emergenza per la pandemia o il reddito di cittadinanza. O dei pregiudizi dei servizi sociali, appunto.

Se Avvenire, quotidiano cattolico, pubblica un appello che denuncia un reale “apartheid” contro Rom e Sinti, appello firmato da personalità di molte provenienze, cattolici ed ebrei, intellettuali e docenti, e gente di sinistra (https://volerelaluna.it/territori/2021/12/13/liberiamo-roma-dallapartheid/), è perché il fenomeno, accuratamente tenuto invisibile ai nostri occhi dai media, c’è ed è grave. Infatti Zingara e gli avvocati che la aiutano a recuperare il suo bambino meditano ora di rivolgersi alla Corte di giustizia europea. Forse lì il pregiudizio è meno ferreo, chissà.


Le spine di Nichi

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Ilva di Taranto

L’Ilva ha prodotto una catastrofe immane, in primo luogo per la città di Taranto e per i suoi abitanti, ma anche per la sinistra (politica e sindacale) nella sua incapacità di superare il produttivismo industrialista (e lavorista) della sua identità novecentesca e di scegliere in presenza di un’ecatombe.  La recente sentenza della Corte d’Assise di Taranto per il processo Ambiente Svenduto mette un punto fermo sul carattere criminale di quel mostruoso complesso. E apre, contemporaneamente, uno squarcio sulla tragedia personale (umana) e politica di Nichi Vendola, una vita vissuta a sinistra, e schiacciato, oggi, dal peso di una vicenda indubbiamente più grande di lui (più grande di tutti, probabilmente), che ci ha gettati, ognuno a modo suo, nella tristezza e nell’afasia. Pubblichiamo per questo due interventi, di due persone che gli sono state (e gli sono tuttora) amiche, e che tuttavia non riescono a cancellare il prezzo che la città di Taranto (i suoi bambini, in primis, i suoi operai, i suoi abitanti tutti) ha pagato per le scelte mancate di una politica che lì ha fallito. Volere la Luna intende, in questo modo, aprire un dibattito, non tanto tra innocentisti e colpevolisti, ma sulle radici profonde di comportamenti e scelte (quelli che in filosofia si chiamano “dilemmi mortali”) che oggi ci chiamano tutti in causa. (La redazione)

 

Nichi due

IL MOMENTO PIU’ DURO*  di Francesca Borri

Hai sentito Nichi?, mi dicono tutti in queste ore. Gli hai scritto?
Mi raccomando, dicono. Che sta così giù.

Nichi è Nichi Vendola. Di cui sono stata portavoce nel 2005. La prima volta che si è candidato alla presidenza della Puglia. E anche se poco dopo la vittoria ero già su un aereo per il Kosovo, a ricominciare la mia vita, Nichi per me resta speciale. Arriviamo a Brindisi, il primo giorno, il primo comizio, in ritardo, con l’auto che si fa largo a stento tra le telecamere, i microfoni, e tutti i suoi sostenitori: e gli squilla il telefono. Guarda il numero, e mi dice: “Oddio, è importante. Rispondi tu?”, mentre squilla anche il mio telefono, intanto: e sul mio è lo staff di D’Alema. No non posso, dico. C’è D’Alema. “Ma questa è la signora Lucia”, mi dice. E chi è?, dico. Mi fa: “Una signora che ogni tanto mi chiama, perché non ha nessuno”. Scende, poi si gira un attimo, e mi fa: “Hai risposto? Che è così sola”.

Nichi è così. Di una bellezza infinita.

E però, no. Non gli ho scritto.

Perché in queste ore, mi spiace, ma la mia solidarietà non è per Nichi, è per Taranto.

L’ho visto da Corrado Formigli. Segnato. E fa male. Ma come giornalista, ho iniziato proprio con un’inchiesta sull’Ilva. Era il 2012. E non ho bisogno di leggere le carte per sapere come è andata. Di molte cose, ho esperienza diretta. Ed è per questo che quando mi hanno detto della condanna dei Riva, e di altri 45 imputati, una condanna a 270 anni di carcere, in tutto, non ho pensato a Nichi, ma a Sandro Marescotti, il fondatore di Peacelink: l’ambientalista che per primo si è battuto contro l’Ilva, e i suoi 210 chili di veleni l’anno per ogni cittadino di Taranto. Fu denunciato per procurato allarme.
In questi anni, dalla sinistra non ha mai avuto la solidarietà di nessuno.
Certo, prima non c’era niente. Prima, l’Ilva si certificava da sola le sue emissioni. E Nichi, invece, ha approvato la legge sulla diossina. E però, intanto, oltre alla legge in sé, conta la sua applicazione – perché poi, non entro nei dettagli, qui, è tutto nell’archivio di Peacelink: ma dai campionamenti in discontinuo alla diluizione delle rilevazioni con l’ossigeno, esistono mille tecniche perché la mano destra tolga quello che la sinistra ha dato. Ma il problema vero è un altro. Il problema vero è che Nichi ha cercato di avere come interlocutori, e di più, come alleati, i Riva. All’epoca già sotto inchiesta. Parlava di stima reciproca. E qualsiasi cosa ora Nichi possa dire, mi spiace: ma insieme a quello che dice, sento quello che diceva al telefono a Girolamo Archinà. Il responsabile Relazioni Istituzionali dell’Ilva. Quello che l’altra sera, in televisione, criticava: e con cui però rideva, e rideva a lungo, di un giornalista a cui era stato strappato via il microfono per una domanda sui morti di tumore.
Nichi dice che quella telefonata non è rilevante. Che è fuori dal processo. Dice che non dice niente. Sbaglia. Dice tutto. Perché il problema vero è che Nichi, come tutta la sinistra, non ha mai avuto mezza idea sul futuro dell’Ilva. E di Taranto.
E anche l’altra sera, su questo non ha risposto.
Dopo quella telefonata, gli dissi di andare a Taranto. Di andare a scusarsi. Il suo principale consigliere disse: Tempo due mesi e sarà tutto dimenticato.

No. Mi spiace. Non sarà mai dimenticato.

Nessuno pretendeva che Nichi risolvesse la questione dell’Ilva. E per quella che è la sua storia, è più che comprensibile che tra l’ambiente e il lavoro Nichi abbia sempre pensato più al lavoro – anche se finirà che l’Ilva non sarà chiusa né dalla magistratura né dalla politica, ma dal mercato, perché produce in perdita: e non avremo difeso né l’ambiente né il lavoro. Ma Nichi è stato votato proprio perché è quello che è: uno diverso dagli altri. E quindi, perché si scegliesse gli interlocutori giusti. Gli alleati giusti.
Perché si scegliesse i Marescotti. Non gli Archinà.

Un giorno Nichi ricorderà questo silenzio. Ricorderà che non gli sono stata vicina, nel momento più duro. Ma nel momento più duro, chi è stato vicino a Taranto?

Questo intervento è stato pubblicato il 7 di giugno sul sito di PeaceLink – Telematica per la pace

 

  Le spine di Nichi 

 

A FRANCESCA BORRI* di Gigi Sullo

 

Cara Francesca, scusa l’irruzione, ma la tua nota su Nichi Vendola (https://www.facebook.com/francescaiaiaborri/posts/237318631526711/) mi ha colpito, perché anche io, vedendo la sua faccia stravolta dopo la condanna per i fatti dell’Ilva, ho provato un disagio quasi fisico.

Vedi, Nichi l’ho conosciuto nei primi anni ottanta, quando lui era una giovane dirigente della Federazione giovanile comunista, che aveva sede di via della Vite, a Roma, e io ero un giovane redattore del manifesto, la cui redazione era pochi metri più in là, in via Tomacelli. E ancora oggi, quando ci si incontra, lui ride e mi fa il gesto di chi punta un fucile, perché in un viaggio in Chiapas, a fine anni novanta, quando ci presentammo mostrando i nostri tesserini di osservatori dei diritti umani e accompagnati da due indigeni zapatisti con il passamontagna alla recinzione di una base che l’esercito messicano aveva creato alle spalle de La Realidad, “capitale” zatatista nella Selva Lacandona, il soldato di guardia, la faccia dipinta come nei film sul Vietnam, ci prese di mira e per fortuna un ufficiale arrivò di corsa, afferrò la canna del fucile d’assalto e l’abbassò.

Perché è successo?, mi sono chiesto quando ho saputo della sentenza sull’Ilva. Mi rispondo che Taranto, l’Ilva, sono diventati il punto di crisi e di passaggio tra una civiltà dell’industria e qualcos’altro che verrà nel prossimo futuro, si spera. Vedi, io nel ’99 mi licenziai dal manifesto, dopo vent’anni, proprio perché gli zapatisti messicani e l’esplosione di Seattle, e in seguito il Forum sociale mondiale e Genova, stavano comunicando che il Novecento era finito. Il secolo della grande industria, intendo, che ha fatto progredire e ha avvelenato il mondo. Che era urgente cambiare strada. E quindi fondammo un giornale, un settimanale chiamato Carta, che in uno dei suoi primissimi numeri pubblicò un reportage di Anna Pizzo (mia compagna e co-fondatrice del periodico) su un bizzarro personaggio tarantino, Marescotti, e sul suo sito, Peacelink. Ma siccome noi eravamo uno dei giornali di quelli che sarebbero stati di lì a poco presi a mazzate, umiliati e torturati (e un ragazzo assassinato, Carlo Giuliani), pochi ci prendevano sul serio. Specie nella sinistra, così impastata di progressismo industriale da giudicare infantili e semmai pericolosi le sollecitazioni e gli allarmi sull’acqua, gli ecosistemi, l’atmosfera, il clima. E sulla necessità di ricostruire dall’autogoverno e dalla comunità il legame sociale che si era creato nelle fabbriche, quello della classe operaia.

Abbiamo rimbalzato su questo muro di gomma per anni, perché sì, la terra, l’acqua sono importanti, ma si trattava, ad occhi di sinistra, di qualcosa di ulteriore, e casomai le crisi ambientali si sarebbero risolte grazie alla tecnica. Potrei dire una fede cieca nella “scienza”, la stessa per cui l’Ilva cesserà di avvelenare la gente quando finalmente l’elettricità sostituirà il carbone. Il fattore decisivo sono i “posti di lavoro”, e la “crescita”, e il prodotto interno lordo, insomma tutto il macchinario capitalista. Dove il punto è la “redistribuzione”, e cioè quanto dei profitti va agli industriali e quanto ai salariati. Lì è la vera lotta. E quando noi, insieme a movimenti e intellettuali di tutto il mondo, replicavamo con la “decrescita”, venivamo semplicemente sbeffeggiati.

Ed è tuttora così. Il Fatto quotidiano, nel dare notizia che un bel pezzo di “società civile” (espressione tanto gramsciana quanto adoperata dagli zapatisti) ha denunciato il governo per inadempienza, fa saper che la percentuale di denaro riservato alla transizione ecologica, in Italia, è enormemente più bassa che in Germania o Francia. Ma il ministro della transizione ecologica, appunto, dà via libera alle trivellazioni in mare e dice che il gas è necessario per abbassare le emissioni (e Pierluigi Bersani, quand’era ministro, voleva approvare i rigassificatori, stazioni marine per scaricare il gas liquido, distruggendo il mare). E il ministro delle infrastrutture, già patrocinatore dello “sviluppo compatibile”, punta tutto sull’alta velocità (e se non ricordo male lo stesso Vendola, da presidente pugliese, chiese una linea AV tra Napoli e Bari) e ha perfino resuscitato il cadavere impagliato del Ponte sullo Stretto. E le nuove assunzioni per i comuni, in Italia 8 mila, sono in tutto mille.
Ecco il punto. La sinistra politica quasi non esiste più, ma il sindacato, che avrebbe la forza di farsi sentire, si agita per conservare i “posti di lavoro” come sono, compresi quelli dell’Ilva, purché si produca non importa cosa. Quando un vero piano di risanamento ambientale produrrebbe una quantità di lavori enorme, a volerli finanziare, come una radicale bonifica dell’Ilva, per esempio (ma l’elenco è infinito, dalle cinquemila frane che pendono sulle nostre case al ritorno un mani pubbliche dell’acqua, come disponeva un referendum popolare, e come richiede il mare, invaso di bottiglie di plastica di acqua “minerale”, eccetera).
Io non so se Nichi, diventando presidente, sia stato “corrotto” (culturalmente, aveva torto Andreotti a dire che “il potere logora chi non ce l’ha”), o lusingato di dare del tu a industriali, politici potenti e così via. Forse, anche. Ma soprattutto non ha voluto, o saputo, o avuto la forza o immaginato di andare oltre lo schema industria uguale progresso uguale benessere uguale posti di lavoro. E sì che il Guardian di Londra proprio oggi ha per titolo principale la circostanza per cui il disastro climatico è diventato un disastro per l’industra manifatturiera, e non solo perché ci sono milioni di Marescotti o di Riondino e di tarantini che schiamazzano, ma proprio perché le premesse necessarie alla produzione, cioè l’ambiente, si stanno rivoltando in mille modi a uno sfruttamento vandalico e letale.

E’ questa connessione che bisognerebbe rompere. Ma i miei coetanei variamente di sinistra e comunisti tendono ad afferrarsi al passato, ai ricordi e alla nostalgia, quando dai treni che partivano per il fronte, in Spagna, a centinaia salutavano con il pugno chiuso (e anche a me viene una lacrima quando rivedo quelle scene). E i ragazzi, quelli di Fridays for future o di Black Lives Matter, o le comunità che resistono alle grandi opere, non riescono, per lo meno in Italia, a diventare quel che dovrebbero essere, una forza di pressione tanto potente da far vacillare il banchiere che abbiamo come presidente del consiglio e tutta la corte di politici sfacciati, ignoranti e meschini, per i quali la questione decisiva è quando riapriranno le discoteche. Perciò sono sfiduciato, penso confusamente che saranno i fatti a dettare regole nuove, quando in mare si pescheranno solo pezzi di plastica o saremo costretti, nelle città, a camminare non con la mascherina (e il Covid come tutti sanno è una conseguenza della distruzione degli ecostistemi) ma con la maschera antigas. E come dice Amador Fernandez Savater, filosofo spagnolo che viene dagli Indignados, “otro fin del mundo es posible“.

Scusa la lunghezza, ma è colpa tua: la tua nota su Nichi è uno choc, a non avere la pelle troppo dura.

*Pubblicato su Facebook il 7 giugno

 

Nichi e Taranto

Immagine tratta dalla rivista “Micromega” sulle cui pagine è stato pubblicato il 4 giugno un severo intervento di Michele Riondino dal titolo “Vendola colpevole perché debole con i più forti”


Il mio ricordo di Rossana Rossanda

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Quando Anna, domenica 20 settembre, mattina, mi ha telefonato per dirmi che qualcuno aveva letto la notizia sul manifesto – Rossana è morta – ho subito pensato a mia madre. La ragione più ovvia è che erano entrambe molto anziane, mia madre (scomparsa sette anni fa) 97 e Rossana 96. Erano ragazze del secolo scorso, che è il titolo bellissimo dell’autobiografia a metà di Rossana (a noi disse che stava scrivendo il seguito, diciamo dal ’68 in poi, e Anna e io commentammo tra noi: ci farà neri, a noi sessantottini e redattori del giornale). Ma immaginare persone più diverse tra loro è impossibile. Una aveva una radice mitteleuropea, era coltissima fin da giovane, tanto che Togliatti la indicò come responsabile culturale del poderoso Partito comunista, era stata partigiana e non aveva paura di fare scelte spericolate, come criticare l’invasione sovietica di Praga. L’altra era una contadina romagnola che aveva fatto la terza elementare (all’epoca usava così, i padri volevano che le figlie femmine non perdessero tempo con la scuola), anche se poi leggeva libri di nascosto la notte e ha continuato a farlo per tutta la vita, e ascoltava i miei deliri da giornalista comunista, eccetera; Elda, la mamma, era una persona molto buona e mite, di sicuro troppo vulnerabile.

E allora, perché mi è venuta in mente mia madre? Qualcuno sospetterà che considerassi Rossana una madre, a modo suo, e forse qualcosa di vero in questo c’è, così come ho considerato Luigi Pintor una sorta di padre in sostituzione del mio, defunto quando avevo 12 anni, benché nessuno dei due, io e Luigi, abbia mai anche solo accennato a qualcosa di simile, lui i figli li aveva già e lo impegnavano abbastanza, per usare un eufemismo.

Però, ecco, ho imparato moltissime cose, da questi due maestri severi e scostanti, con cui ho lavorato per vent’anni. Non solo un comunismo deviante (da Rossana, molto più vicino a Gramsci che a Stalin, per dire) e profondamente umano (da Luigi, che aveva un fiuto eccezionale per gli umori di quel che una volta si chiamava “popolo della sinistra”). Ho imparato a scrivere (non so quanto bene, non importa, parlo delle intenzioni che metto quando impugno una tastiera). Da Luigi il rigore della lingua e il tatto nell’accostarsi ai sentimenti, propri e altrui; da Rossana lo sguardo lungo e una sintassi indifferente alle forme, tanto che “passare” un suo pezzo era una gran fatica, lei badava a quel che voleva dire, e per arrivarci spalancava le forme della parola scritta.

Anna, domenica mattina, ha anche detto: con Rossana e dopo Luigi e la morte di Valentino, qualche anno fa, il cerchio si è chiuso. Non ho amato Valentino Parlato, gli volevo bene come a uno zio eccentrico, che non ti sta a sentire, aggrappato com’era al suo stile siciliano-comunista. Solo con il tempo ho capito quanto avevo imparato anche da lui: il saper vivere, non cercare di sbattere su tutti gli angoli, cioè il saper lasciar vivere. Neanche lui amava me, anche se non l’avrebbe mai ammesso, però eravamo indubbiamente parenti, in quella specie di famiglia caotica che era la redazione del manifesto, almeno fino a una certa epoca.

In una parola, siamo orfani. Ma con l’età si capisce finalmente che i morti non spariscono nelle loro tombe, anzi vivono con noi. Perciò mi rifiuto di cancellare dalla rubrica del mio telefono i numeri, e i nomi, di quelli che nel frattempo, troppo numerosi, se ne sono fisicamente andati. Come Piergiorgio, l’altro mio maestro, eminente grafico e creatore di giornali, ironico e coltissimo, che mi ha insegnato le sfumature e spinto per decenni a fare meglio quel che facevo, un titolo o un pezzo, un riassunto o un impaginato. Ricordo perfettamente dov’ero quando ho saputo che Piergiorgio, che era stato colpito da una emorragia cerebrale, aveva cessato di vivere: ero su una strada di campagna in Sardegna, mi sono fermato e con Anna abbiamo parlato a lungo di lui, di com’era prima che l’emorragia gli sconvolgesse il cervello, per cui parlava con un tono perfetto, pronunciava ogni parola con una esattezza gentile, ma diceva cose pazzoidi. E quando Anna, sua moglie, mi chiese di dire qualcosa al funerale, dentro una grande chiesa, a metà mi misi a piangere come un bambino.

È quel che mi è accaduto con tutte le persone che amavo e che sono morte. Angela e Astrit, ad esempio, morti in momenti diversi nella stessa clinica romana, quella dov’era finita la vita di Antonio Gramsci. Quand’è morto Franco, mio fratello maggiore e ormai, dopo 17 anni, minore. Quando è morto Antonello, con cui non perdevo l’occasione di litigare. Piangevo perché capivo che la perdita che subivo era tremenda, poi mi consolavo convincendomi che tutti loro sono ancora qui, sono presenti, mi rimproverano e mi accompagnano.

E adesso Rossana, che quando arrivai al manifesto era inaccessibile e severissima, o così pareva a me, finché un giorno, circa un anno dopo, io venivo da un’altra politica e da un altro giornale, sentii una mano sulla spalla, mentre trafficavo con la macchina da scrivere, e lei disse: «però, anche voi di Avanguardia operaia siete comunisti». Come una adozione. E fu anche per questo che il giorno dopo il 7 aprile del ’79, quando un gruppo di docenti e intellettuali fu rastrellato come cupola delle Brigate rosse, mi misi a disposizione di Rossana, cercando notizie, fatti, costruendo dossier ecc., perché lei, completamente sola in una Italia e una sinistra totalmente piegate alla necessità della repressione del terrorismo con qualunque mezzo, aveva deciso di tenere saldo il fondamento, la presunzione di innocenza e la contestazione dei metodi sommari con cui la gente veniva accusata e incarcerata. Un lezione di vita, direi.

Quando ebbe l’ictus che la paralizzò a metà, andammo a trovarla nella clinica svizzera in cui era ricoverata, e apparve letteralmente felice di vederci. Noi ce n’eravamo andati dal manifesto qualche anno prima per fare un periodico avventuroso che contraddiceva molte delle sue convinzioni, eravamo anti-sviluppisti, anti-statalisti e a favore della democrazia locale, badavamo più alla natura, la salute dei mari e dell’acqua, che alla produzione, in una parola era l’intero apparato di pensiero comunista novecentesco che contestavamo. Lei fu l’unica, della sua generazione e cultura, a cercare di interloquire, magari protestando, ma noi la invitammo a un seminario sullo zapatismo (i cui verbali furono poi pubblicati integralmente da uno dei maggiori quotidiani messicani, e il subcomandante Marcos, che come quelli della sua generazione si erano formati sulle proposte teoriche del manifesto e i dialoghi con Althusser, commentò affettuoso: «Ahi, Rossana…»).

Eppure dopo l’ictus, prima in Svizzera e poi nelle molte visite che Anna e io le facemmo a Parigi (poi si trasferì a Roma), lei si mostrò sempre più affettuosa, chiedeva notizie dei nipotini, del suo derelitto Paese, ci invitava a cena, e insomma sembrava quanto di più simile a una madre, o a qualcuno che badava alle persone della sua famiglia (che non eravamo solo noi, naturalmente, ma i molti che andavano a trovarla, le telefonavano, scrivevano cose su di lei e le chiedevano di scrivere…). E ha perfino letto il mio romanzo sul ’68, sussurrando poi con il filo di voce che le restava commenti favorevoli, con mia grande contentezza.

Pare si sia spenta in un soffio, il cuore ha semplicemente cessato di battere. E questa è una piccola consolazione. Eppure Rossana è qui, ho il suo numero parigino e quello romano. Prima o poi la chiamerò.


Accadde a Torino

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Accadde a Torino, più che altro. C’è Marta, figlia di Lorenzo, un padre discontinuo, in ogni senso. C’è e non c’è, è affettuoso e distante, ha avuto tre mogli, la seconda delle quali è la madre di Marta, sembra non curarsi del passato, delle tracce che lascia sugli altri, dei suoi oggetti, ha tre lauree (medicina, psicologia e filosofia) ma fa l’operaio Fiat. Poi si ammala e muore, e Marta resta sospesa: chi è, anzi era, quell’uomo che lei ha amato e detestato, che ha riempito la sua vita di un vuoto ingombrante? E perché era finito in carcere, qualche anno prima che lei nascesse, accusato di terrorismo, di far parte di Prima linea?

Così comincia il romanzo, Città sommersa (Bompiani, 2020, candidato al Premio Strega). Ossia il viaggio all’indietro nel tempo e all’interno, nei ricordi e nel senso di sé, cioè figlia, di Marta Barone. Che in principio ‒ è stata la mia impressione ‒ rilegge con fastidio, quasi, gli atti del processo per banda armata, come fiancheggiatore, da cui Lorenzo uscirà assolto: aveva solo prestato le prime cure, da medico qual era, a uno di Prima linea ferito in un assalto armato, ma lui non ne sapeva nulla, non aveva mai partecipato al gruppo e anzi nel suo girovagare nel movimento torinese dell’epoca deponeva ovunque argomenti contro la “lotta armata”. Però Marta è diffidente. E poi, gli anni Settanta.

Qualche tempo fa Gabriele Salvatores, il regista, ha compiuto settant’anni, perfetto sessantottino, e, intervistato da Repubblica, alla domanda come lui si era formato negli anni Sessanta e soprattutto Settanta (nel ’68 era giovane, solo 18 anni), lui risponde: «Si sparava per le strade». Poi cerca di correggere, aggiungendo che però la cultura ecc. e che molto si muoveva. Ma il riflesso è quello: si sparava per le strade. Noi, coetanei di Oscar Salvatores, proviamo vergogna, abbiamo cancellato, con l’aiuto incessante dei poteri della cultura e della politica, gli anni Settanta, abbiamo perso, siamo stati travolti dagli “armati”, come dice una testimone di Marta Barone, che aggiunge: «Ci hanno cancellato, sono rimasti solo gli assassini». Così che gli enormi cambiamenti nella società e nella cultura e nella scuola e nelle fabbriche, la nuova civiltà creata dal movimento di quegli anni, divorzio e aborto, sanità pubblica e gratuita per tutti, la legge Basaglia sui manicomi e infiniti eccetera, è scomparsa insieme ai suoi agenti. Cioè le persone come Lorenzo Barone.

Ma Marta, la figlia, è tenace, ha un conto da regolare con se stessa, così cerca e scava. Lorenzo era uno studente fuorisede pugliese a Roma, si trova a Valle Giulia, la “battaglia” che annunciò il ‘68, ed era al fianco di Oreste Scalzone quando i fascisti gli gettarono addosso un banco, all’università, ferendolo gravemente. Ma soprattutto andava nelle borgate miserabili di Roma a fare il doposcuola ai bambini, quando gli studenti decisero di andare verso il popolo. Lorenzo Barone è una specie di Forrest Gump, che appare in molti degli eventi storici di quel periodo, non inconsapevole, però umile.

Infatti entra in uno dei gruppi della nuova sinistra, il più integralista e per certi versi ridicolo, “Servire il popolo” (l’Unione dei comunisti marxisti-leninisti), un effetto collaterale della dismisura della voglia di rovesciare tutto che dominava quell’epoca, e il partito lo spedisce a Torino, lo spinge a sposare una compagna che diventerà una sorella, una complice di vita, più che una moglie, ma lo convincerà anche a finire gli studi e laurearsi in medicina.

Marta rincorre questo filo, tra testimonianze e rari scritti del padre, come quello con cui lui spiega ad altri come sia stato «avere la testa ma non il corpo», la militanza in “Servire il popolo”, che peraltro si scioglie a metà anni Settanta.

E Lorenzo? Non si perde, anzi, partecipa a occupazioni di case, aiuta, da psicologo, le persone con difficoltà mentali, infine si fa assumere in Fiat, come operaio. Ed è come se il suo fuoco interiore non potesse spegnersi, nonostante tutto. E Marta se lo immagina seduto nel cortile di uno dei palazzoni occupati di via delle Cacce (c’era una drammatica questione della casa, per gli operai e le famiglie, e via delle Cacce è dove un vigliante privato uccise Tonino Micciché, giovane militante di Lotta continua), Lorenzo fissa il fuoco di uno dei falò che si accendevano nei cortili per spingere in là l’inverno crudo, e si chiede: io sono comunista in che senso? Medita. Infine si risponde con una semplicità emozionante: «Ho solo cercato di fare del bene».

Ma nel frattempo ‒ come dice Salvatores ‒ si comincia a sparare, i compagni di prima, specie più giovani, impugnano pistole e organizzano attentati sempre più dementi, anche se le vittime sono reali. Come questo fenomeno sia affiorato sulla superficie del movimento Marta lo racconta benissimo, senza il pregiudizio per cui tutti erano terroristi o amici dei terroristi. Anzi. Perché c’erano state le bombe fasciste e dei servizi segreti e sì, gli spari per le strade, in generale dalla polizia verso chi scendeva in piazza, da Battipaglia in poi.

Il romanzo è, come scrive lei stessa, «una nostalgia del futuro anteriore», ma è allo stesso tempo, per uno come me, un prezioso tassello di un mosaico che non esiste, quello della verità sugli anni Settanta, e che a scriverlo sia una figlia, una della generazione successiva, che fino a che non ha cominciato a scavare sapeva solo che in quegli anni «si sparava per le strade», rende questo romanzo letteralmente emozionante.


Tracce di comunità. Confrontandomi con Aldo Bonomi

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Il 29 maggio Aldo Bonomi ha scritto su questo sito, ampliando un contributo del giorno precedente sul manifesto, un articolo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/05/29/sotto-la-pelle-dello-stato/) che mi ha molto incuriosito, se ho capito bene quel che voleva sostenere, dato il linguaggio à-la-Censis di Bonomi, che non depreco affatto, anzi. Penso che in un brodo in cui gli ingredienti forti della civilizzazione sono stati deformati o indeboliti dalla crisi del neoliberismo, non è più possibile ricorrere, come in genere a sinistra si fa, alle categorie bronzee dei “gloriosi trenta”, quando Stato (welfare), Mercato (capitalista) e Produttori (la sinistra) riuscirono, nell’abbondanza della Crescita, a trovare compromessi e mutui vantaggi, sebbene al costo di scontri sociali, o di classe, durissimi (e parlo dell’Europa e del Nord: nel Sud il film era ben peggiore). Perciò un linguaggio evocativo e complesso, mai aggrappato al significato univoco delle parole e dei concetti, può essere utile a penetrare il caos della post-modernità.

Infatti, questo articolo mi ha fatto tornare in mente quel che scrive Amador Fernández-Savater, filosofo spagnolo della leva degli Indignados, il quale, citando la pensatrice franco-belga Isabelle Stengers, dice che siamo di fronte ad «alternative infernali», ossia «un tipo di “realismo” che presuppone solo la sottomissione o il disastro» (ad esempio i 6,3 miliardi a FCA, pena la disoccupazione per centinaia di migliaia di lavoratori, per restare alla cronaca: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/05/25/il-ricatto-di-fca/). Come se ne esce? Solo por el medio, passandoci in mezzo, scrive Amador, attraverso «percorsi di apprendistato» da parte di soggetti ‒ noi ‒ non come vittime o spettatori paralizzati dal terrore, ma invece rendendoci capaci di sentire e capire in un altro modo. Una strada “tangente”.

In un certo senso è quel che scrive anche Bonomi, dopo aver detto come lo Stato, «nudo potere amministrativo nella lunga stagione neoliberista […] mostra l’incapacità degli interventi pubblici di arrivare alle filiere degli invisibili nei meandri di una composizione sociale molecolare alla base della piramide dove nascondiamo, come polvere sotto il tappeto, la società dello scarto». Mentre sull’altro versante della «alternativa infernale» vi è un capitalismo, per il quale ‒ aggiungo io e proclama l’omonimo di Aldo a capo della Confindustria ‒ la sola regola ammissibile è che lo Stato finanzi ciecamente la produzione e il mercato quali essi sono, anzi erano prima del virus e prima della crisi finanziaria del 2008. Invece, scrive Aldo Bonomi, «anche la questione di quale Stato va posta dentro il salto d’epoca segnato dall’antropocene e dal tecnopocene». Ossia nel mondo dell’innovazione digitale senza argini e della diseguaglianza sociale dilagante.

E allora? Esistono, scrive Bonomi, «deboli tracce di comunità di cura e di operosità nella loro resilienza, esperienze destinate a rimanere oasi se non si fanno comunità larga per attraversare il deserto facendo società e dandosi risposta alla domanda di “quale Stato” […] una società di mezzo in grado di frapporsi tra flussi e luoghi e per ridisegnare statualità […] un’altra statualità diffusa che accompagna e innerva le piattaforme territoriali con scuola, università, medicina di territorio, infrastrutture dolci, le città, sino ai piccoli comuni, tenendo insieme smart city e smart land». Bonomi conclude dicendo che «Marco Revelli mi ha fatto giustamente notare quanto sia debole questo mio disegnare una comunità larga tra gli uomini e le donne delle oasi e le forze sociali del ‘900 […]. Ma qui siamo e qui ci tocca ricominciare».

Le lunghe citazioni erano necessarie, perché appunto la proposta di Bonomi non si può riassumere con formule date. Diciamo che per un verso ha molto a che fare con Karl Polanyi e la “grande trasformazione”, dove si disegnava una zona sociale, anzi la zona sociale, che si situava tra Stato e Mercato, e per l’altro con le indagini storiche di Bonomi sui “distretti” della piccola imprenditoria del nord-est, soprattutto, in cui, come lui raccontava, il “saper fare” dell’industria diffusa aveva radici profonde nella storia dei luoghi, in quel che le persone sapevano fare, e innovare, perché proprio lì una lunga tradizione aveva depositato tecniche e legami sociali.

Penso che i tentativi poderosi in corso, con dotazione di centinaia di miliardi, di resuscitare un illusorio “patto tra i produttori”, quello che riprendere la produzione “come prima” è un mutuo vantaggio di capitalisti e lavoratori, sia già fallito. E non solo perché la pandemia ha eroso a fondo i meccanismi del valore, e del mercato, di certo nelle dimensioni che avevano nella “normalità” (il turismo di massa, per esempio, nel quale tutte le singole componenti, dai redditi medi dei potenziali turisti al low cost dei viaggi, fino alla sopportabilità dell’invasione delle città-bersaglio, sono crollati tutti insieme) ma più in profondo nel senso stesso e nella possibilità dello sfruttamento senza limiti delle “risorse” naturali, ciò che sta provocando l’apocalisse del riscaldamento climatico e l’invasione di nuovi virus ecc.

Ma il fatto è che appunto lo Stato, quarant’anni dopo la sua riduzione – diceva il subcomandante Marcos a metà anni Novanta – a “guardiano” armato del Mercato, ha un deficit drammatico prima di tutto di cultura, di visione del mondo. I politici sono tutti mediocri aggiustatori di ciò che non può essere aggiustato. Viceversa, l’”eroismo” degli operatori di una sanità mandata in trincea senza armi né elmetti né comandanti con una visione strategica, l’auto-aiuto di milioni di persone, che hanno organizzato la distribuzione di cibo per chi era stato escluso, lo “scarto”, le reti virtuali di scambio culturale, foss’anche un quartetto d’archi che si esercitava attraverso internet, la dedizione a distanza di tanti insegnanti e maestri, insomma tutto quel che è avvenuto “nel mezzo”, tra i comandi statali e le ingiunzioni dei padroni a riprendere subito il lavoro (come è accaduto in Val Seriana), suggerisce che queste e moltissime altre “oasi” ‒ come dice Bonomi ‒ potrebbero diventare un reticolo, forse una coscienza comune, alla fine una nuova forma di “potere pubblico”.

Ha ragione Revelli a dire che tutto questo è debole, disperso: ma cos’altro abbiamo? L’alternativa è il disastro, l’apocalisse, nemmeno un mondo dittatoriale in cui i grandi poteri dettano obbedienza e disciplina, perché il caos è più grande di loro, ormai.


Il ricatto di FCA

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Ci sono momenti o gesti che riassumono in sé lo spirito del tempo, il passaggio da un’epoca a un’altra. Talvolta sono azioni minime ma dense di significati. Non tanto minima, per la sua dimensione, è la richiesta di FCA Italia di un prestito di 6,3 miliardi di euro garantito dallo Stato, un vero e proprio groviglio di questioni pre e post Covid (ammesso ci sia un “post” del contagio globale).

Ma, per fare un esempio di un incrocio di epoche, citerò il caso del mio compagno Gigi, che era una specie di genio e che, pur provenendo da una famiglia molto povera, si era distinto negli studi classici. E fu proprio nel 1968 che Gigi vinse un prestigioso concorso, dotato di un premio in denaro, di composizione latina. Al momento della premiazione, il vincitore salì sul palco e si mise a leggere un testo che là per là gli importanti accademici schierati non individuarono: erano brani tratti dal libretto rosso del presidente Mao. Dopo di che, Gigi prese il premio, e il denaro, e se ne andò.

Ci vuole una formidabile faccia tosta, per compiere l’ultimo passo, dal passato nel futuro (o, nel caso, viceversa). FCA ha questa faccia di bronzo. Dopo decenni di teorie e dogmi sulla sovranità del mercato su ogni funzione pubblica e sullo Stato, ora, con le vendite delle auto crollate quasi a zero nel corso della clausura da pandemia, dice: è lo Stato che deve aiutare la nostra azienda, e lo deve fare perché le decine di migliaia di dipendenti (qualcuno calcola che tra dipendenti diretti e indotto in Italia si tratti di 350 mila lavoratori) altrimenti rischiano di restare sul lastrico, disoccupati. E questo argomento è tanto convincente (lo è di fatto, in pratica), da indurre gli stessi sindacati, la Cgil, ad acconsentire, sebbene ponendo condizioni: che il denaro, trattandosi di una multinazionale con stabilimenti in mezzo mondo, la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna, venga effettivamente investito in Italia, e che lo Stato possa mettere il naso su piani di investimento e progetti industriali.

Le voci dissonanti, o che apparivano tali, come quella del vicesegretario del PD, Orlando, sono state subito messe a tacere: pochi giorni dopo aver detto che, appunto, non è opportuno che lo Stato si esponga per una tale cifra, ha dichiarato di «credere nell’automobile», addirittura. E lo ha detto a Repubblica, appena acquistata da Exor, la finanziaria che possiede FCA, e che, dopo che il direttore in carica, Verdelli, era stato liquidato da un giorno all’altro, venendo sostituito da Maurizio Molinari, obbediente faccendiere giornalista degli Agnelli (o Elkann), si è dedicata alla causa del mega-prestito, con articoli talmente partigiani da indurre i giornalisti del quotidiano ex di centro-sinistra a prendere (molto cautamente) le distanze.

E insomma, lo Stato, dato che offre fiumi di “liquidità” a tutte le imprese, qualunque cosa producano e in qualunque modo lo facciano, non ha avuto apparentemente scampo. La cancellazione dell’Irap a tutte le imprese, indistintamente, abbiano o no fatto profitti durante la clausura (e alimentari e farmaceutici, tra l’altro, di profitti ne hanno prodotti eccome), significa che lo scopo è di “ripartire”, con qualunque mezzo, purché si torni alla “normalità”. Anche se, in effetti, quella “normalità” è proprio la causa della pandemia, nonché del caos climatico, della siccità e degli incendi, e di tutto quel che di pessimo succede alla natura e al pianeta, e quindi a noi umani.

Ed ecco il groviglio di significati. La multinazionale Exor-FCA si comporta come un’industria “nazionale”, che chiede allo Stato di tenerla in piedi proprio come negli anni Trenta l’IRI fondata da Mussolini intendeva sostenere l’industria nell’epoca della Grande Depressione cominciata nel ’29. Ossia: il neoliberismo trionfante che ha marchiato gli ultimi quattro decenni, di colpo si rivela per quel che è sempre stato, una ideologia priva di fondamento, nonostante l’aumento vertiginoso dei commerci mondiali, della delocalizzazione selvaggia delle produzioni, dello sfruttamento senza limiti dei lavoratori e della natura e della crescita esponenziale del comando finanziario (quel che Luciano Gallino battezzò il “finanz-capitalismo”).

Ci troviamo tutti su un crinale drammatico: o andiamo avanti così, e pandemie e disastri climatici e naturali, povertà e quindi guerre, ci sommergeranno, oppure cambiamo strada.

Exor-FCA e il Governo dicono: andiamo avanti così, e anzi saranno i poteri pubblici a indebitarsi per sostenere questa economia della catastrofe. E i governanti sono complici perché sono convinti che il desiderio spasmodico dei cittadini-elettori-consumatori sia quello di tornare al più presto alla vita di prima: i politici, di qualunque partito, sono troppo ignoranti (in Italia c’è questo problema culturale, ed è grave) e opportunisti e per questo tentano di fornire al loro pubblico lo spettacolo che la platea vuole, appunto la “ripartenza”. E d’altra parte cosa aspettarsi da un Governo che ha creato una task force, per la “fase due”, presieduta da un manager ex Vodafone, e dove siede un signore, Stefano Simontacchi, presentato come presidente della Fondazione Sacco (ospedale di Milano) e che in effetti è un mega-fiscalista che ha accompagnato nei paradisi fiscali olandesi imprese come Eni e Enel?

Sennonché anche i campioni italiani (e mezzo americani) del liberismo si rendono conto che così non va. Sul Corriere della Sera di domenica 24 maggio è comparso un sorprendente articolo di Francesco Giavazzi, che spiega come l’azienda “anglo-olandese” debba rinnovarsi profondamente, perché nel prossimo futuro, «le aziende automobilistiche che ci sono oggi non esisteranno più», per l’ovvia ragione che l’automobile appartiene al passato, almeno quella con il motore a combustione interna, e non è per caso che Volkswagen abbia da tempo annunciato come in un certo tempo tutta la sua gamma sarà fatta di auto elettriche. FCA ha messo sul mercato la sua prima auto elettrica giusto prima che scoppiasse l’epidemia, ed è in un ritardo drammatico. Giavazzi lo fa notare per chiedersi quanto convenga ai cittadini, cioè allo Stato, prestare tanti soldi a FCA-Italia. E poi: si tratta di un problema momentaneo di liquidità? Allora, perché non è FCA in generale, che ha “liquidità abbondante”, a prestare quei soldi alla sua succursale italiana? E se invece è un problema di “solvibilità”, cioè di capitale, perché non pensare che lo Stato, invece di prestare soldi, entri nell’azionariato di FCA? La fusione prevista con PSA (Peugeot, Citroen ecc.) è anche la fusione con una azienda di cui lo Stato francese detiene il 12 per cento. Per “simmetria”, dice Giavazzi, anche lo Stato italiano dovrebbe possedere il 12 per cento di FCA, per poi uscire gradualmente come è previsto che faccia Parigi. E insomma, per rischiare 4 miliardi – questo è il conto di Giavazzi – di denaro pubblico, per quanto anticipato dalle banche, bisognerebbe accertarsi che il prestito venga rimborsato.

Ma perché è così interessante questo articolo di un super-liberista come Giavazzi? Non solo per i suoi ragionamenti tutti economici, ma perché significa che esisterebbe una maniera meno ricattatoria di usare gli Stati come stampelle, nel momento in cui crollano i fondamenti del “libero mercato”: e non crollano per il virus, solo, perché l’economia stava precipitando per lo meno dal 2008, inizio di una crisi mai risolta. Ma, incrocio di significati, FCA ha già dato il cattivo esempio, e Atlantia, le autostrade, tenta la stessa via: il ricatto. O ci date un miliardo e non so quanto di prestito garantito oppure ritiriamo il piano da 7 miliardi di risanamento delle autostrade (e non dimentichiamo quel che è accaduto al ponte di Genova).

Tutto sembra andare in questa direzione: una valanga di denaro pubblico, italiano o europeo, per ricominciare esattamente là dove il virus ha spento l’interruttore. Eppure, si potrebbe perfino immaginare cos’altro si potrebbe fare con 6,3 miliardi, in ristrutturazione delle città e loro risanamento, in restauro del territorio e della biodiversità, in cambiamento radicale dei modelli agricoli e dell’allevamento e infiniti eccetera. Che produrrebbero, probabilmente a minor costo, molti più posti di lavoro e naturalmente un ambiente più sano. E le fabbriche FCA potrebbero riconvertirsi non solo alla produzione di auto elettriche, ma di mezzi di trasporto collettivi e non inquinanti, per un modello di mobilità completamente nuovo. Ma queste sono fantasie, come ben vede, o annusa, chi abbia frequentato Roma, ad esempio, dopo l’inizio della “fase due”: automobili parcheggiate ovunque e in coda su ogni strada, l’aria subito ridiventata irrespirabile. Ma, come disse quel sindaco di Torino tanti anni fa, se ci sono ingorghi sulla tangenziale io sono contento, vuol dire che l’economia gira.


L’attuale modello di sviluppo, ovvero il “pensiero suicida”

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Il mio elettricista, che anche in periodo di confinamento può muoversi per le emergenze ed è venuto a rimettere in sesto l’antenna della tv, è un giovane adulto che lavora come un pazzo per mantenere la famiglia, ha due bambine, e da quando ha capito che sono un giornalista cerca di attaccare bottone perché, dice, la tv non gli fa capire niente e dei politici non si fida. A me, è utile per saggiare le opinioni di una persona come lui, artigiano molto ben inserito nella sua comunità, il paese in cui noi abbiamo una casa di campagna nella quale siamo rimasti assediati dal virus.

Tutta questa premessa per dire che l’altro giorno l’elettricista mi ha molto sorpreso, quando ha detto: «E poi questa faccenda del PIL non la sopporto più, e quando scende di uno zero virgola sembra una tragedia. Ma, dico io, se un anno guadagni 41 e l’anno dopo 40, che problema c’è? Stai bene lo stesso, no?». Saggezza contabile basica, ho pensato, ben lontana dalle considerazioni di quelli che argomentano sulla decrescita, però ragionevole. Così, ho fatto fatica a dirgli perché invece l’economia, cioè il capitalismo, non può non crescere un po’ di più ogni anno. Come dice Amador FernándezSavater, è «il demone liberista: sempre di più!».

L’elettricista mi è tornato in mente quando questa mattina (è il 7 di maggio), ho visto su El País di Madrid un titolo che non approderebbe sulle prime pagine dei giornali italiani (compresi quelli di sinistra, temo), nemmeno per sbaglio. Il titolo è: «Un estudio sobre biodiversidad advierte de que es imprescindible el decrecimiento económico», e anche in spagnolo si capisce benissimo. Che strano, mi sono detto, eppure El País è il giornale (il gruppo editoriale) più potente, in Spagna, instancabile sostenitore del progresso del Paese: dalle miserie del franchismo fino alla condizione di potenza economica europea grazie a un PIL che nei decenni scorsi ha galoppato a seguito soprattutto di una attività edilizia forsennata. Se vi capita di percorrere l’autostrada lungo la costa mediterranea, diciamo da Barcellona a Granada, potrete ammirare, di qua e di là, intere città fatte di case tutte uguali e allineate. E vuote. Perché costruire, come in Italia ma peggio, non è una funzione dell’abitare, e men che meno del paesaggio e della biodiversità, ma finanziaria: si costruisce per muovere crediti dalle banche e annotare nei bilanci sopravvenienze attive grazie agli edifici finiti, che sono un valore ma sono inutili. E dannosi al territorio, certo. Infatti l’anno scorso la Spagna è stato il paese che ha avuto la crescita del Prodotto interno lordo maggiore, in Europa, grazie proprio alle costruzioni, rinate dopo la crisi (e bolla finanziaria) del 2008 e seguenti.

Ecco perché, quindi, quel titolo su El País mi ha meravigliato. E sono corso a leggere: «Fino a oggi – è l’esordio – ha prevalso tra i governi e gli organismi internazionali il paradigma per il quale è possibile salvare l’ambiente e la biodiversità mantenendo la crescita dell’economia. Ma questa idea è solo una dichiarazione di intenzioni che non si basa sui dati raccolti fin dal secolo XX. È questa la conclusione cui arriva un gruppo di ventidue accademici di istituzioni come l’Università di Oxford, il Centro di investigazione ecologica di Barcellona, l’Università di Lipsia e l’Università Humboldt di Berlino, tra altri. Il gruppo […] crede sia necessario un cambio urgente di paradigma, perciò propone un insieme di misure choc per limitare gli effetti dell’economia sugli ecosistemi».

Il documento collettivo è stato pubblicato in aprile dalla rivista Conservation letters, in coincidenza con l’epidemia di Covid-19. Il coordinatore dl gruppo, lo spagnolo Iago Otero, dell’Università di Losanna, spiega al País che «una natura ben conservata ci proteggerebbe da malattie come questa. Dietro la pandemia ci sono la deforestazione, l’espansione dell’agricoltura o il commercio di specie animali».

E quali sono le misure proposte dagli scienziati? «Limitare lo sfruttamento delle risorse naturali e proibire le loro estrazioni in aree ad alto valore ecologico; diminuire la costruzione di grandi infrastrutture che infrangono l’integrità di spazi verdi; dare forza all’agricoltura di prossimità e limitare l’espansione delle città, favorendo un urbanismo a maggiore concentrazione demografica; compensare la distruzione di posti di lavoro con la creazione di nuovi lavori riducendo le giornate lavorative; rendere più difficoltosa la promozione dei prodotti provenienti dal sovra-sfruttamento agricolo e della natura»… E ancora: «Rilocalizzare l’economia per diminuire la distanza tra i centri di produzione e i consumatori è un’altra misura chiave».

Non è la prima volta, naturalmente, che scienziati e accademici dicono cose allarmate sul clima ecc. Ma, dice El País, qui c’è una novità: «Il piano della Commissione europea e dei principali Stati membri della Ue per diminuire le emissioni contaminanti, condivide obiettivi con l’articolo di Conservation Letters. La principale differenza è che i suoi autori sostengono la necessità di decrescere in termini di PIL, per costruire una società della “post-crescita”. […] Il nostro lavoro propone di andare oltre la crescita economica, e di smettere di utilizzare il PIL come indicatore guida».

Devo dirlo all’elettricista, che un gruppo di scienziati al massimo livello sono d’accordo con lui quando dice: «Il PIL è una stronzata». Ma credete voi che politici (tutti), media (tutti), industriali (tutti) e “opinion makers” (quasi tutti), intendo quelli che usano la lingua italiana, si accorgeranno di quel che si dice in giro per il mondo? Macché, qui si obbedisce, più che a quello che Ignacio Ramonet aveva battezzato un quarto di secolo fa “pensiero unico”, a una sua evoluzione: il “pensiero suicida”.

E, anche ove i nostri responsabili se ne rendessero conto, farebbero qualcosa per almeno mitigare gli effetti di un’economia che ha trasformato la Valle Padana in una gigantesca camera a gas, per esempio, o per cui si vogliono spendere 15 miliardi circa per distruggere la Valle di Susa con una linea ad alta velocità utile quanto un virus? Mi chiedo: che cosa potrebbe costringerli a smetterla?