Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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L’Italia ripudia il conflitto

Le proteste che incendiano Francia e Israele sono, nel nostro Paese, inesistenti e addirittura inimmaginabili, pur in presenza di una situazione sociale e politica per molti versi analoga. Sarà la sfiducia nella politica o lo sfarinamento della società civile o la reciproca frattura tra istituzione e protesta sociale. Ma certo viene spontaneo dire che l’Italia, affascinata dalla guerra, ripudia il conflitto interno.

Si scrive fisco, si legge Stato

La riforma fiscale approvata nelle grandi linee dal Governo favorisce i ricchi e penalizza i poveri. Basterebbe, ma c’è di più. Essa disegna un mondo in cui è esclusivamente il mercato a plasmare la società e allo Stato è assegnato un compito residuale. Così le tasse sono viste come il castigo per coloro che tramite il loro lavoro si occupano di costruire la società piuttosto che produrre direttamente ricchezza.

Valditara, ovvero la tracotanza del potere

La volgarità delle esternazioni del ministro Valditara è un segnale di qualcosa di più profondo. Da un lato mostra che la “diffidenza di Stato” si rivolge contro ogni memoria antifascista mentre protegge la nostalgia del fascismo. Dall’altro evidenzia come il sogno del capitalismo che stravince sia quello di tornare a un mondo in cui nessun limite faccia da argine alla tracotanza dei potenti.

Elezioni e dintorni: uno scenario post-apocalittico

Lo scenario è post-apocalittico. Abitato, ma dai morti. Che raccontano di essere vivi, brindando a una minima variazione elettorale. I vivi sono nascosti, attendono. Che nel deserto spunti un segno, un fiore, una goccia d’acqua, un po’ di vento. Per uscire dai loro rifugi e respirare il profumo di quella grande utopia che è stata la democrazia liberale. Un posto che sapeva di vita, non di morte.

Politica e questione generazionale. Riflessioni di un (quasi) cinquantenne

Da tempo la sinistra si consuma in una crisi che è anche generazionale. Non parlo, per carità, di rottamazione o di altre simili sciocchezze. Ma di cose che devono fisiologicamente accadere e da cui noi cinquantenni siamo ormai fuori. Parlo di eredità politiche, che non si possono “pretendere” ma si devono “lasciare”: piccolo gruzzolo che serve a continuare il lavoro che non è stato compiuto.

Il calcio è lo specchio della società

Quel che accade oggi nel calcio è ciò che accade quando il capitalismo prende possesso di ogni angolo della società. Non c’è mano invisibile, ma le mani visibilissime di coloro che elargiscono mazzette e modificano bilanci senza alcun controllo. E lo fanno con il disprezzo di chi sta in alto e pretende che chi sta in basso lavori perché possa continuare la festa dei pochi.

La famiglia secondo Meloni: un mix di perbenismo e autoritarismo

Che cos’è la famiglia a cui Meloni si appella? Una costruzione spuntata da un mondo che non c’è più. Una cosa che non esiste se non è istituzionalizzata, un contratto che dà diritto a dei benefits (un tanto a figlio, come una raccolta punti). Ma non è, come sembra, una concezione anacronistica. È una costruzione che descrive una società che non c’è per nascondere la società che c’è.