Modificare subito la legge elettorale, anche con un referendum

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Meloni vuole l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, con una legge elettorale che garantisca al Presidente eletto la maggioranza assoluta del Parlamento. Salvini vuole l’autonomia differenziata, nuova versione della secessione della Padania, resa possibile dalla scellerata riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione, approvata con una maggioranza risicatissima, voluta nel 2001 dal centrosinistra nel disperato tentativo di soddisfare la richiesta di federalismo della Lega. Niente di buono poteva arrivare da una riforma costituzionale che usava la Costituzione come merce di scambio per il potere. Il federalismo asimmetrico – assoluta bizzarria estranea al federalismo noto a livello mondiale – consente, infatti, la secessione di fatto di una o più regioni dal resto d’Italia. Baratto ieri, baratto oggi… e poco importa se cedere alle richieste della Lega significa attentare a quel nazionalismo a cui Fratelli d’Italia fa costantemente riferimento. Certo, il nazionalismo è cosa diversa dall’unità repubblicana, ma qui invece di andare oltre il nazionalismo, si rischia di disgregare la Repubblica e con essa la Nazione.

Così, nel centrodestra c’è chi lavora per giungere in breve a un testo di riforma costituzionale condiviso da tutta la maggioranza in modo da accelerare l’iter parlamentare e allo stesso tempo accelerare sull’Autonomia differenziata, indispensabile alla sopravvivenza politica di Salvini. Probabile che dalla riforma costituzionale sparisca l’indicazione del premio elettorale del 55% dei seggi parlamentari al Presidente del Consiglio eletto, mantenendo l’indicazione che la nuova legge elettorale dovrà garantire la maggioranza assoluta al Presidente eletto. Probabile anche che si torni all’ipotesi iniziale che in caso di sfiducia al Presidente eletto si torni alle urne, senza più l’ipotesi di un nuovo incarico ad altro componente della maggioranza per proseguire l’indirizzo politico del governo del Presidente eletto, iniziale grottesca ipotesi priva di logica. Infine, forse sarà introdotto il limite dei mandati, ma chissà… Tutte queste ipotesi di modifica della riforma costituzionale non producono nulla di buono. Infatti, portata a casa la riforma, il successivo passo potrebbe essere una legge elettorale più maggioritaria di quella attuale per rendere la maggioranza parlamentare autonoma anche nell’approvazione delle riforme costituzionali, senza più passare attraverso il referendum confermativo.

Ancora una volta, questa riforma costituzionale si basa sugli strumenti impolitici forniti negli anni proprio dal centrosinistra. I primi germi di questa riforma meloniana li troviamo già nella Tesi 1 dell’Ulivo del 1996 in cui si prevedeva «una forma di governo centrata sulla figura del Primo Ministro» e «sulla scheda elettorale, l’indicazione – a fianco del candidato del collegio uninominale – del partito o della coalizione alla quale questi aderisce e del candidato premier da essi designato». E, ovviamente, la Tesi proseguiva affermando che «appare opportuno dare vita a una convenzione costituzionale secondo la quale un cambiamento di maggioranza di Governo richieda di norma e comunque in tempi brevi lo scioglimento della Camera politica e il ricorso a nuove elezioni»

Come sappiamo, la designazione del candidato premier fu accolta dal centrodestra e inserita nel famigerato Porcellum (2005), mentre la tesi del governo incentrato sulla figura del Primo Ministro è stata elaborata e sintetizzata nell’immagine, tanto suggestiva quanto populista, del sindaco d’Italia, proposta da Renzi e sposata dal PD, ma già Bersani rivendicava una legge elettorale in grado di darci un governo alla sera delle elezioni. Quindi, elezioni per scegliere il Governo. Renzi accontentò Bersani con l’Italicum, unica legge elettorale al mondo in grado di garantire con certezza matematica una maggioranza di governo alla sera dopo il voto. Il sindaco, infatti, è eletto direttamente dagli elettori e così il sindaco d’Italia deve essere eletto direttamente dagli elettori, secondo la chiarissima sintesi meloniana. Con la proposta di riforma costituzionale della Meloni il centrodestra realizza le proposte del centrosinistra. D’accordo, le proposte del centrodestra sono meno raffinate nell’eloquio, ma proprio per questo più efficaci e temibili non lasciando spazio alcuno a suggestioni e illusioni.

L’elezione diretta del Presidente del Consiglio, dunque, rafforza una tendenza che è in atto dal 1993: le elezioni servono soprattutto per scegliere il Governo, al punto che col susseguirsi delle leggi elettorali, agli elettori non è stato più riconosciuto il diritto di scegliere i propri rappresentati mentre gli sarebbe concesso il diritto di scegliere il Primo Ministro. Da qui lo slogan della Meloni “Volete essere voi a scegliere o volete che siano i partiti?”. Scegliere cosa? Il Capo del Governo, ovvio. Questa soluzione porta a formare coalizioni forzate per competere nel diritto di formare il Governo. Che vinca A o che vinca B, il risultato sarebbe sempre che chi vince fa cappotto, controllando oltre al Parlamento anche il Quirinale e potenzialmente la Corte costituzionale. Chi vince tiene la palla fino alle successive elezioni e chi perde sta in panchina. In breve, dittatura della maggioranza relativa.

Da quando nel 1993 c’è stata la pasticciata e cialtrona svolta maggioritaria, nessuna parte politica ha avuto l’intelligenza e la cultura democratica necessarie per rendersi conto che laddove si sacrifica la rappresentatività del Parlamento in nome della presunta governabilità è necessario realizzare efficaci sistemi di controllo, bilanciamenti, contrappesi e garanzie di cui il nostro sistema è totalmente privo, anche a causa del lento e continuo lavorio di demolizione della Costituzione iniziato nei fatti nel 1953, con il primo ingiustificato scioglimento anticipato del Senato, proseguito con le riforme costituzionali del 1963 e giunto fino al 2021 quando è stato uniformato l’elettorato del Senato a quello della Camera, demolendo così l’unico forte contrappeso rappresentato in origine da un bicameralismo composto da due camere con identici poteri ma differenziate nella durata, nell’elettorato, nelle modalità di elezione e persino nella legge elettorale.

Analizzando la proposta di riforma Meloni, il punto più importante su cui riflettere è che in nessun sistema liberale esiste l’elezione diretta di un presidente o premier (o cancelliere) garantendogli allo stesso tempo la maggioranza assoluta del Parlamento. Non esiste un sistema simile negli Usa, nel Regno Unito, in Francia, in Germania… Ovunque, il Presidente o il Premier deve costruirsi la necessaria maggioranza con la propria capacità di mediazione e autorevolezza. In Italia, invece, avremmo una maggioranza relativa che si trasforma in maggioranza assoluta nella totale assenza di bilanciamenti e controlli, contrappesi e garanzie costituzionali. Il Re poteva sollevare dall’incarico il Capo del Governo, come infatti fece, mentre il nostro Presidente della Repubblica non potrebbe licenziare il Presidente del Consiglio!

Così verrebbe meno la separazione tra potere esecutivo e potere legislativo in un Paese, come l’Italia, in cui il Parlamento è da molti anni un’assemblea di nominati dai partiti a cui manca totalmente il sostegno diretto da parte degli elettori. Nessun parlamentare, infatti, è stato eletto dagli elettori; ciascuno è stato scelto dai partiti che si sono sostituiti agli elettori nella scelta dei loro rappresentanti. I parlamentari non rappresentano gli elettori e ancor meno la Nazione. I parlamentari sono stati ridotti a semplici collaboratori del capo partito che li sceglie e che li può rottamare. Ciò produce una maggioranza parlamentare di norma sottomessa al capo politico. Se poi il capo politico è anche capo del governo, allora si crea il più temibile vincolo di mandato che si possa immaginare: totale coincidenza tra controllato e controllore. Assistiamo così a un Parlamento che è esautorato dall’Esecutivo, che nei fatti assorbe la funzione legislativa con l’abuso della legge delega, della decretazione e del voto di fiducia

L’unico modo per contrastare questa ennesima deforma costituzionale è smantellare la legge elettorale vigente, restituendo dignità e rappresentatività al Parlamento. Per questo occorre giungere a un referendum per modificare la legge elettorale, vista l’incapacità e l’inerzia di questo Parlamento come del precedente. Solo il superamento del Rosatellum, con il suo carico di partitocrazia che azzera la democrazia rappresentativa e la centralità del Parlamento, può consentirci di avere forza nel respingere la riforma Meloni che tenta di realizzare il disegno renziano del sindaco d’Italia. La Riforma Meloni – figlia dell’incultura democratica che arriva da lontano – punta direttamente e sfacciatamente a instaurare la dittatura della maggioranza relativa e ciò è reso possibile da una legge elettorale approvata nel 2017 con una raffica di voti di fiducia dall’ultimo Parlamento eletto con l’incostituzionale Porcellum! Se vogliamo riprendere la strada indicata dalla Costituzione nata dall’antifascismo, quello vero, quello vissuto, quello che lavora per costruire giustizia sociale e non quello da bere o da indossare che tanto va di modo adesso, è dalla demolizione dell’attuale legge elettorale che occorre partire.


Sulle orme di Felice Besostri: abrogare il Rosatellum

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Il 5 gennaio di quest’anno l’avvocato Felice Besostri ci ha lasciati. È stata una perdita incolmabile. Grazie al suo tenace lavoro politico e giuridico, prima il famigerato “Porcellum“, poi il pessimo “Italicum” arrivarono al giudizio della Corte Costituzionale ricevendo sonore bocciature. Il suo contributo al lavoro del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale è stato prezioso, partecipando a tutte le campagne, a cominciare da quella che portò alla vittoria nel referendum popolare del 2016 contro lo stravolgimento della Costituzione voluto da Renzi. Negli ultimi due anni, fino agli ultimi suoi giorni, ha promosso e sostenuto una serie di ricorsi contro l’attuale legge elettorale, il “Rosatellum”, mettendone in luce l’incostituzionalità. Ma va subito ricordato che la sua lotta non finisce con la sua scomparsa. Infatti, partendo proprio dai suoi ricorsi contro la legge elettorale “Rosatellum”, si è nel frattempo sviluppato a livello nazionale un vero e proprio movimento civico, definito “NO Rosatellum” e supportato dai CDC nazionale e territoriali, che ha promosso iniziative di contrasto nei confronti dell’attuale legge elettorale.

Le ragioni della protesta

Il Rosatellum contiene elementi di incostituzionalità perché, con esso, vengono sistematicamente coartate la libertà di voto e la volontà dell’elettore, almeno in tre situazioni: quando un elettore vota SOLO un candidato uninominale e invece, contro la sua volontà espressa, il voto è trasferito anche alle liste collegate; quando un elettore vota SOLO una lista e, contro la sua volontà, il voto è conteggiato anche a favore del candidato uninominale collegato (che magari non gradisce); quando un elettore vota un partito coalizzato con altri e, nel caso in cui esso non arrivi al 3% (cosa che l’elettore non sa) ma superi l’1%, i voti dati a quel partito vanno a rafforzare gli altri partiti della coalizione sebbene non esistano un programma, un capo e alcun vincolo di coalizione. È quindi ingannevole far credere all’elettore che sia un suo dovere esercitare il diritto di voto se, nei fatti, egli è privato della possibilità di scegliere il candidato preferito (e persino il partito preferito!)

La mobilitazione ai seggi e i ricorsi alla Giunta delle elezioni

Sull’onda dei ricorsi presentati in vari tribunali, durante le votazioni del 25 settembre 2022 migliaia di elettrici ed elettori presentarono ai presidenti di seggio una protesta scritta (http://www.terra32.it/CdCTs/reclamoodaconsegnarealseggio.pdf) da allegare al verbale elettorale. Con il reclamo si contestava il Rosatellum, oltre che per gli elementi di incostituzionalità, anche per la discriminazione dei diritti di molte minoranze linguistiche e politiche e per l’obbligo della raccolta delle firme di presentazione solo per le forze politiche non presenti in Parlamento. Ai seggi si registrarono reazioni stupite, ma raramente ostili, da parte di presidenti e scrutatori e pochi episodi di ostilità o di rifiuto. I reclami ai seggi, messi a verbale, furono purtroppo ignorati ma il movimento NO Rosatellum decise di presentare, come seconda iniziativa, più di cento ricorsi individuali alla Giunta delle elezioni di Camera (102 ricorsi) e di Senato (105 ricorsi), contro la convalida degli eletti nel collegio uninominale e per il rinvio della legge alla Corte costituzionale, come previsto dall’art 7 del Regolamento per la verifica dei poteri. Anche questi ricorsi furono respinti, molti per mancata autenticazione della firma (ostacolata dal rifiuto di quasi tutti gli Uffici comunali), in contrasto con principio di autocertificazione della propria identità in vigore ormai in tutti gli atti pubblici. I ricorsi giunti “sani e salvi” a destinazione non furono comunque accolti perché la Giunta delle elezioni non ebbe il coraggio politico di inviarli alla Corte costituzionale. Con una considerazione piuttosto beffarda si suggeriva candidamente ai cittadini la possibilità di attivare “gli ordinari rimedi giurisdizionali”, cioè i ricorsi ai tribunali ordinari già attivati da Felice Besostri.

I ricorsi ai tribunali ordinari e alla Corte europea

Ma a che punto sono i ricorsi ai tribunali ordinari avviati, ben prima delle elezioni, da Felice Besostri in collaborazione con i Comitati locali a Difesa della Costituzione? Per quelli presentati presso i fori di Messina, Bologna, Roma, Catanzaro la sentenza in primo grado è stata negativa ed ora è in corso l’appello, mentre sono ancora in primo grado i ricorsi presentati a Trieste, Milano, Reggio Calabria e Torino. Nei ricorsi sono stati evidenziati i profili di incostituzionalità della legge elettorale, chiedendone il rinvio alla Corte per il ravvisamento di violazioni della Costituzione (artt. 3, 48.2, 51, 56, 58 e 67): impossibilità del voto disgiunto; trasferimento inconsapevole alle liste collegate del voto dato unicamente al candidato uninominale; ripartizione alle liste collegate in proporzione ai voti ottenuti da ogni lista e quindi sulla base di scelte fatte da altri elettori; esenzione dalla raccolta delle firme dei partiti già presenti in Parlamento; discriminazione tra minoranze linguistiche delle regioni a statuto speciale e delle regioni a statuto ordinario; esclusione dalla ripartizione dei seggi per le liste non coalizzate che non raggiungono il 3% a livello nazionale; criteri irragionevolmente diversi tra Camera e Senato nell’arrotondamento del rapporto dei seggi da attribuire. Le udienze di Trieste e di Milano, cui Besostri ha partecipato attivamente a poco più di un mese dalla scomparsa, farebbero ben sperare per un possibile rinvio del Rosatellum alla Corte costituzionale. Ad ogni buon conto, in attesa delle decisioni dei tribunali ordinari, i CDC locali e il movimento “No Rosatellum” hanno deciso, come extrema ratio, di ricorrere alla Corte europea dei diritti umani. Sono stati quindi preparati due ricorsi europei, uno per il Senato e uno per la Camera, sia nel merito (la decisione delle Giunte di non rimettere il Rosatellum alla Corte costituzionale) sia nel metodo (il rifiuto di accettare ricorsi con firma autocertificata quando alcuni Comuni rifiutavano di autenticare le firme e suggerivano proprio, come alternativa, l’autocertificazione). Il ricorso relativo al Senato è già stato presentato, quello relativo alla Camera è in corso di presentazione. Anche qui i tempi previsti saranno lunghi.

Verso un referendum abrogativo del Rosatellum

La via logica per mettere definitivamente da parte il Rosatellum sarebbe l’approvazione per via parlamentare di una nuova legge elettorale, preferibilmente proporzionale, che restituisca ai cittadini un voto libero, diretto ed eguale: ma è evidente a tutti come questa strada appaia difficile e complicata. Per questo motivo è stata presa in considerazione l’ipotesi di un referendum che modifichi le parti più clamorosamente anticostituzionali della legge e restituisca ai cittadini un voto libero e consapevole. A questa ipotesi ha lavorato intensamente Felice Besostri con il suo gruppo di lavoro negli ultimi mesi della sua vita. Gli obiettivi di un referendum possono essere così sintetizzati: abrogare il meccanismo della ripartizione del voto dato al solo candidato uninominale a favore della lista o delle liste collegate e viceversa; abrogare il voto congiunto obbligatorio, così che ogni elettore possa apporre due segni che andranno conteggiati separatamente (uno per il candidato uninominale e uno per la lista plurinominale anche non collegata al candidato uninominale votato); abrogare tutte le soglie di sbarramento; limitare la possibilità di candidatura a un solo collegio uninominale e a un solo collegio plurinominale; eliminare l’esonero delle firme per la presentazione delle candidature per i gruppi politici già presenti in Parlamento: tutti dovranno raccogliere le firme. I quesiti specifici sono in via di perfezionamento, per minimizzare il rischio di inammissibilità, e appena disponibili verranno resi pubblici con l’obiettivo di costituire al più presto comitati referendari i più ampi possibile, con la partecipazione di forze politiche, associazioni e movimenti. Tutto questo mentre si profila la necessità di un contrasto politico all’ipotesi di “elezione diretta del Presidente del Consiglio” proposta dal Governo, che, con il previsto premio di maggioranza del 55%, sposterebbe tutto il potere sull’esecutivo: il Parlamento verrebbe praticamente esautorato, il Capo dello Stato ridotto a un ruolo notarile, la Corte costituzionale diventerebbe facile preda della maggioranza. Si apre quindi una nuova fase di mobilitazione referendaria per difendere la repubblica democratica parlamentare da qualsiasi torsione autoritaria e per consegnare ai cittadini una legge elettorale che consenta un voto libero, diretto, personale ed eguale.


Elezioni: “turarsi il naso”, con quel che segue…

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Se il PD avesse avuto intenzione di sconfiggere la destra, avrebbe proposto e sostenuto con forza una grande coalizione cercando un accordo su alcuni punti fondamentali. Invece, al Centro destra si contrappongono tre schieramenti e una moltitudine di liste che probabilmente resteranno tutte fuori dal Parlamento. C’è un grande pericolo democratico, recita la propaganda della “non destra”, ma niente accordi unitari e neanche accordi tecnici che potevano rendere contendibili molti collegi uninominali.

Evidente che in questo modo non c’è competizione nei collegi uninominali (stiamo parlando di 127 seggi uninominali alla Camera su 400 e 74 al Senato su 200), dove il CDX viaggiando mediamente intorno al 47% ha la probabilità di conquistare fino al 90% dei seggi. Si tenga presente che 8 seggi alla Camera e 4 al Senato sono destinati alle circoscrizioni estere e per comodità immaginiamo che tali seggi siano ripartiti in modo uguale tra destra e “non destra”.

Rimangono alla Camera 392 seggi da ripartire di cui 127 uninominali. Immaginiamo che la “non destra” recuperi e riesca a conquistare il 20% di questi seggi, vale a dire 25. Significa che al CDX andrebbero 102 seggi + 4 conquistati all’estero. Restano da ripartire 265 seggi con metodo proporzionale e al momento possiamo ipotizzare che al CDX andrà almeno il 46% di questi seggi, vale a dire altri 122 seggi. Il CDX dovrebbe quindi ottenere alla Camera 228 seggi, pari al 57%, ma la possibilità di arrivare a 280 (70%) seggi è tutt’altro che remota. Questa dovrebbe essere la forbice alla Camera, ma molto dipenderà da quanti saranno i voti dispersi (vale a dire i voti dati a liste coalizzate che non arrivano all’1% e alle liste che corrono da sole e non arrivano al 3%).

Al Senato le cose si complicano. Su 200 seggi, 4 sono riservati all’estero e 74 sono uninominali. Ne restano 122 da distribuire col metodo proporzionale tra tutte le liste che superano il 3%. Poiché l’assegnazione dei seggi proporzionali avviene su base regionale, non basta superare il 3% per avere la certezza di un seggio perché in quasi tutte le regioni il quorum naturale va dal 5 al 50%; in Piemonte, per esempio, occorre superare l’11% per avere la certezza di un seggio. Sotto queste soglie naturali si può ottenere un seggio solo grazie ai resti. Questi meccanismi, ovviamente, favoriscono la coalizione più forte e in questo caso la destra. Il risultato atteso dal CDX è di ottenere al Senato 115 seggi; con possibilità di spingersi verso quota 130 (65%). Ma al Senato ci sono anche i senatori a vita, attualmente 6, e considerati i loro nomi, difficilmente il CDX potrà arrivare ai 2/3 del Senato (137 seggi).

La possibilità che il CDX possa arrivare a 2/3 dei seggi in ogni camera è quindi abbastanza remota ma il 60% è invece a portata di mano e questa quota è sufficiente per eleggere i giudici costituzionali di nomina parlamentare. E tra il 2023 e il 2024 scadono ben 4 dei 5 giudici di nomina parlamentare.

Al di là di come ciascuno è politicamente orientato, chiunque consideri un pericolo che la destra possa disporre del 60% dei seggi o addirittura arrivare ai 2/3 dei seggi, dovrà esercitarsi con le torte e le frazioni. Evitare la dispersione di voti è fondamentale. Quindi, è bene evitare di votare qualsiasi lista coalizzata che rischia di stare sotto l’1% e quelle non coalizzate che rischiano di non superare il 3%, valutando se il superamento di tali soglie è realistico.

Al di là di cosa ci dice il cuore, occorre valutare l’effetto del proprio voto perché per chi non si riconosce nella coalizione di destra-centro non c’è voto utile ma solo votare il meno peggio! Così PD e Sinistra hanno ridato smalto e aggiornato il vecchio “turatevi il naso e votate…”. Completate voi l’invito come meglio vi garba, ma la sostanza non cambia!


I sondaggi e il rebus del voto

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I sondaggi hanno la funzione di offrire a tutti una fotografia di determinati aspetti delle realtà per aiutare a coglierne la dimensione. Affinché siano utili, non basta che siano svolti con professionalità, ma occorre che siano ben raccontati, diversamente il lettore potrebbe arrivare a conclusioni errate.

Secondo un recente sondaggio di BiDimedia pubblicato da la Repubblica, la coalizione di CDX sarebbe al 46,4% e quella di CSX al 31,1%. Già qui occorre rilevare un’inesattezza. In base alla legge elettorale vigente, questi dati di coalizione sono fondamentali perché i seggi si assegnano sulla base della cifra elettorale di coalizione. Tale cifra si calcola sommando i consensi raccolti da ogni lista coalizzata con esclusione di quelle che non hanno raggiunto l’1% dei consensi. La conseguenza è che la cifra di coalizione del CDX indicata dal sondaggio è corretta poiché ogni componente del CDX sarebbe sopra l’1%. Lo stesso non si può dire per il CSX dove la formazione di Di Maio sarebbe ferma allo 0,9% e di conseguenza non concorre a determinare la cifra di coalizione. La cifra di coalizione del CSX, il numeretto magico rilevante ai fini della conquista dei seggi, è pertanto attestato il 30,2% (e non il 31,1%), stando ai numeri del sondaggio.

Ma ecco i dati del sondaggio di BiDimedia (https://sondaggibidimedia.com/sondaggio-bidimedia-19-agosto/): Fratelli d’Italia: 24%; Lega: 13,6%; Forza Italia: 7%; Noi Moderati: 1,8%; Totale CDX: 46,4%. PD: 24,2%; Alleanza Sinistra Verde: 3,9%; Impegno Civico: 0,9% (non entra nel conteggio della cifra di coalizione); +Europa: 2,1%; Totale CSX: 30,2%. Seguono: M5S: 10%; Azione-Italia Viva: 5,2%. Tutte le altre liste sarebbero abbondantemente sotto il 3% ad esclusione di ItaliaExit che sarebbe a un soffio dalla soglia di sbarramento.

Analizzando gli altri sondaggi, la situazione non cambia granché e tutti confermano che Unione Popolare e Italia Sovrana e Popolare così come Alternativa per l’Italia di Adinolfi, sarebbero sotto l’1%, quindi lontanissime dalla possibilità di conquistare l’agognato 3% per entrare in Parlamento.

Per comprendere questi numeri, occorre tener presente che chi intende rafforzare la componente moderata del CDX, votando Noi Moderati di Toti e Lupi, in realtà finirebbe per rafforzare le altre componenti del CDX e in misura prevalente proprio FdI che non si può definire una forza politica moderata. Infatti, poiché la lista Noi Moderati non è attestata al 3%, sarà esclusa dalla ripartizione dei seggi ma prendendo più dell’1% concorre alla cifra elettorale del CDX facendo così ottenere più seggi alla coalizione, che in gran parte andranno a FdI poiché rappresenta di gran lunga la componente principale della coalizione. Allo stesso modo, chi vota la lista di Di Maio (Impegno Civico) non solo indebolisce il CSX perché al momento non contribuirebbe a determinare la cifra elettorale del CSX, ma indirettamente rafforza soprattutto il CDX, esattamente come tutte le altre liste che non supererebbero la soglia del 3%. Chi vota +Europa, in realtà vota PD, perché anche +Europa al momento non parteciperebbe alla ripartizione dei seggi, come già avvenuto nel 2018.

In sostanza, il 100% dei seggi sarebbe distribuito tra le forze politiche che raccolgono l’87,9% dei voti validi, mentre il 12,1% dei voti validi sarebbe disperso o contribuirebbe a eleggere candidati di liste diverse da quelli votati dagli elettori.

Se poi consideriamo che l’astensione si attesterà, secondo la più ottimistica previsione, intorno al 28% e le schede bianche e nulle saranno circa il 3% degli aventi diritto, si può concludere che la fotografia offerta dai sondaggi è che il Parlamento sarà deciso da circa il 60% degli aventi diritto.

Considerate questo mio intervento un contributo per rendere intelligibili i sondaggi che ogni giorno ci vengono propinati senza accompagnarli che le dovute informazioni sul sistema elettorale, le sole che consentono di prefigurare l’esito del proprio voto. Compreso ciò, ciascuno con consapevolezza voti la formazione che preferisce, anche incrociando le dita e sperando che la Salernitana vinca lo scudetto! Per quanto mi riguarda, mentre si dibatte delle ingerenze russe sul prossimo voto, mi chiedo se i sondaggi non siano una forma d’ingerenza sulle scelte degli elettori e se le soglie di sbarramento e il voto congiunto tra candidato uninominale e lista plurinominale non attentino alla libertà del voto. Quanti saranno gli elettori che in conseguenza dei sondaggi e dei meccanismi elettorali decideranno di votare altro o di non votare?

I sondaggi elettorali sono o non sono uno strumento apparentemente neutro e oggettivo per orientare verso “il voto utile” di veltroniana memoria? Chissà, ma che fine fanno il pluralismo e la democrazia se ogni elettore comincia a valutare cosa faranno gli altri per decidere come votare?

Se voglio rafforzare i moderati, è meglio votare Noi Moderati del CDX o la lista di Renzi e Calenda? O forse meglio dirottare il voto su Forza Italia… E un elettore di sinistra, fa bene a votare Unione Popolare o Italia Sovrana e Popolare o è meglio che rafforzi una sinistra più sbiadita come quella di Alleanza Sinistra Verde piuttosto che non avere alcuna sinistra? Gli europeisti, fanno bene a votare +Europa o è meglio che votino direttamente Calenda o Letta? Il voto diventa un rebus quando può avere effetti opposti a quelli desiderati dall’elettore.