Un pericoloso criminale

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 Non c’è niente che faccia più arrabbiare alcune mogli che il ritardo dei mariti a pranzo. Erano poco dopo le 12 di mercoledì 15 settembre a Bussoleno, Valle di Susa, paese di residenza di Emilio Scalzo. La mattinata stava vivendo quel clima tipico settembrino incerto, sospeso fra sole e nuvole. E così che diventa anche il tempo di attesa di Marinella, “sospeso”, con la tavola apparecchiata e il cibo pronto. Dalla stradina l’unico rumore che arriva è un flebile miagolio: un gatto, probabilmente finito in qualche buco, in un anfratto non riesce più a uscire. Marinella decide di mettere fine a quel lamento e chiede a Emilio di intervenire e aiutare l’animale a uscire dalla trappola nella quale si è cacciato. Non poteva immaginare che in fondo alla strada si stava per aprire un’altra trappola. Due auto civetta e altre due volanti della polizia stavano aspettando Emilio. Ammanettato e caricato su una volante, Emilio sparisce nel nulla.

Marinella aspetta, telefona all’avvocato il quale è all’oscuro di tutto. Trascorrono un paio d’ore prima di venire a conoscenza di un mandato di arresto europeo con richiesta di estradizione in Francia. L’accusa: aver aggredito un gendarme francese durante una manifestazione per i migranti al confine fra Clavière e Monginevro. Il giorno dopo, il 16 settembre la convalida dell’arresto ed Emilio viene trasferito al carcere delle Vallette di Torino. A fine mese, il 29 settembre ci sarà un’altra udienza per decidere sull’estradizione. La misura cautelare in attesa del processo in Francia dovrà essere convalidata dalla Corte di appello. Il difensore esporrà la situazione del suo assistito (facendo riferimento anche a processi in corso ad ottobre in Italia, una situazione che si profila di fatto ostativa per una estradizione).

Marinella è abituata a tutto, anche vedersi arrivare Emilio senza scarpe perché ha lasciato le Timberland a qualche migrante al quale servivano per tentare di attraversare il confine. Magari a pieni nudi ma tornava.

Emilio è molto noto per aver trascorso tutta una vita di lavoro in piena rettitudine, pescivendolo ai mercati nei paesi della valle (https://volerelaluna.it/tav/2020/12/09/a-testa-alta-dalla-sicilia-alla-val-susa/). Conosciuto per la sua generosità per il suo altruismo e anche, sì, per il suo impegno nel movimento No Tav e per l’incontenibile naturale bisogno di allearsi con le persone più fragili, in questo caso i migranti, e aiutarle (due colpe, evidentemente, imperdonabili). È notizia di giovedì 16 settembre che altri due migranti afghani hanno rischiato la vita precipitando di notte nel lago artificiale nella diga di Rochemolles (Bardonecchia). Sono riusciti a uscirne da soli, si sono trascinati fino a un rifugio e, immediatamente soccorsi, sono stati portati all’ospedale di Susa. Un ragazzo di trentacinque anni è stato successivamente portato al Cto di Torino per emorragia celebrale. È una delle tante storie che ci sono su questi valichi alpini. Una di quelle storie dove Emilio non si sentiva di girarsi dall’altra parte.

Intanto in tutta la valle sono in molti a commentare l’arresto sbalorditi. La richiesta di estradizione richiama facilmente reati pesanti, nomi di malavitosi, mafia, traffici di droga. Da quando la notizia è diventa pubblica sono molti gli avvocati di Torino e non solo che si sono cercati in un tam tam per commentare. «L’estradizione del cittadino italiano verso l’estero è un caso limite perché sia la Costituzione che il codice penale la consentono soltanto se prevista da una convenzione internazionale. Ora il Mae, il mandato di arresto europeo, sembra consentirlo ma è incredibile che venga utilizzato per reati simili».

La straordinaria storia di Emilio Scalzo è descritta nel libro di Chiara Sasso A Testa Alta (Edizioni Intra Moenia, 2020, con introduzione di Livio Pepino e postfazione di Nicoletta Dosio) che può essere ordinato anche all’indirizzo emilio.atestaalta@gmail.com (con incasso devoluto alla cassa del movimento No Tav).

 


Alla ricerca di un camper e di un bicchier d’acqua

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Non è immaginabile lavorare tutto il giorno in aperta campagna, in piena estate, sotto il sole, con temperature molto alte, senza la possibilità di avere a disposizione l’acqua corrente per bere e per lavarsi. Eppure è la condizione “normale” in cui si trovano a vivere migliaia di persone invisibili. Senza diritti. Mano d’opera a basso costo per garantire sulle nostre tavole frutta e verdura. È così in Puglia, in Calabria, in Sicilia… È così da tempo. E, nei ghetti in cui il lavoratori stranieri sono ammassati, non manca solo l’acqua, mancano anche tutti i diritti più elementari. A reagire sono, spesso da soli, associazioni, comitati spontanei, singoli cittadini che cercano di assicurare un minimo di diritti ai più vulnerabili. Un coordinamento di alcune di queste realtà è promosso dall’associazione Accoglienza Controvento di cui proponiamo qui due iniziative.

1.

Campobello di Mazara (Trapani) è un paese di 10.000 abitanti a forte vocazione agricola. Come tanti altri piccoli paesi del Sud Italia, è rimasto ai margini della narrazione riguardo allo sfruttamento dei lavoratori stranieri. Eppure è dagli anni ’90 che un numero sempre più elevato di lavoratori provenienti dalla Tunisia viene coinvolto nel lavoro agricolo. Dal 2000 si sono aggiunti in gran numero lavoratori che arrivano dall’Africa Subsahariana, in particolare dal Senegal. Questi lavoratori non sono mai stati considerati alla stregua degli altri e ancora oggi vivono, nella maggior parte, confinati in un vero e proprio ghetto, chiamato “ex-Calcestruzzi”, che rimane nascosto alla vista della cittadinanza. Il ghetto è considerato illegale dalle autorità, nonostante permetta a 700 lavoratori l’anno di trovare un riparo e di poter in qualche modo riposare. Nel ghetto non c’è acqua, né elettricità; le persone sono prive di assistenza sanitaria, è impossibile garantire le più elementari norme d’igiene per la salute e la sicurezza. Oggi, con la pandemia, questi lavoratori stanno vivendo una condizione di estrema vulnerabilità. Ogni misura di igiene, di distanziamento e di protezione è praticamene impossibile. Eppure, l’agricoltura di quelle zone si regge proprio grazie a loro e al loro lavoro. E l’acqua è un bene comune e deve essere pubblica e gratuita per tutti.

A Campobello l’acqua, nonostante ci sia, viene acquistata e portata con cisterne. 8 mila litri di acqua costano 80,00 euro più Iva. E questa provvista basta a mala pena per 24-48 ore. Dipende dal numero di persone che si trovano al ghetto, dove, a volte, si contano, 1200-1400 presenze.

Per questo è nato il progetto Portiamo l’acqua al ghetto di Campobello di Mazara a cui si può concorrere anche con un piccolo versamento.
Questo l’Iban: IT79D0838633910000000470387 – Causale Accoglienza Controvento Campobello

2.

Ogni anno nella stagione della raccolta delle arance e dei mandarini nella Piana di Gioia Tauro arrivano migliaia di lavoratori immigrati. Solo qualche centinaio è ospitato nella tendopoli di San Ferdinando e nel campo container di Rosarno. La maggior parte è costretta a vivere in condizioni disumane in vere proprie baraccopoli sparse nelle campagne delle Piana, senza alcun servizio, senza acqua e senza energia elettrica. Solo in pochi riescono ad avere un contratto di lavoro. La maggior parte, a causa dello status di immigrato senza permesso di soggiorno, è sottoposta a ricatti e costretta a paghe da fame e orari disumani. Un rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato nel settembre 2019, ha denunciato l’insediamento di San Ferdinando e quello di Borgo Mezzanone in Puglia descrivendoli come luoghi di schiavitù, ma poco o niente da allora è cambiato.

In quella realtà così difficile, nella quale hanno perso la vita in modo violento alcune persone e in assenza di una proposta strutturale dello Stato capace di far uscire dalla condizione di precarietà i lavoratori stagionali, alcune organizzazioni umanitarie e associazioni dei luoghi provano a offrire servizi amministrativi e di cura delle persone. A San Ferdinando l’Amministrazione comunale aveva concesso all’Associazione “Nuvola Rossa” una stanza da adibire a sportello per i migranti, dedicato a Soumaila Sacko, un bracciante ucciso due anni fa. Da quando è iniziata la pandemia, peraltro, i problemi sono aumentati e la stanza non è più usufruibile. Da qualche tempo, per portare avanti le pratiche e le richieste, gli aderenti all’associazione vanno direttamente nei vari insediamenti dei comuni della piana di Gioia Tauro e questo permette di incontrare le persone. È ormai diventata un’abitudine compilare i fogli sul cofano dell’auto. Avere una presa elettrica per computer è un’utopia.

Per questo l’associazione Accoglienza Controvento si unisce alle realtà che operano nei territori nella ricerca di un camper di seconda mano da attrezzare come ufficio mobile (con una scrivania, un pc e una fotocopiatrice) che permetta di spostarsi da San Ferdinando a Foggia o a Cassibile o a Caserta, seguendo la stagionalità delle persone.

Per contatti: Associazione culturale Accoglienza Controvento – controvento@gmail.com


Un 25 aprile in Val Susa

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«Prendersi cura degli altri è un atto politico». Lo ha detto Lorena Fornasir intervenendo con il marito Gian Andrea Franchi di fronte a un pubblico numeroso sabato 24 aprile, a Bussoleno, in un evento organizzato dal Comune e dal Valsusa Filmfest. Lorena è abituata a «prendersi cura» dei migranti provenienti dalla rotta balcanica (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/01/12/balcani-e-mediterraneo-dove-fallisce-lumanita/)   inginocchiandosi per curare ferite ai piedi: lo fa da parecchio tempo nei pressi della stazione di Trieste. Gesti sovversivi che hanno portato lei e il marito ad avere una perquisizione alle 5 del mattino e una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Gian Andrea, 84 anni, docente di filosofia in pensione, ha fondato l’associazione “Linea d’Ombra”. Per completare il quadro sulla “pericolosità” non poteva mancare un viaggio in Val Susa dove si dirigono i migranti cercando di andare in Francia (https://volerelaluna.it/migrazioni/2020/12/23/migrare-in-val-susa-ieri-e-oggi/). È stata, quella di sabato a Bussoleno, una riflessione a tutto campo anche grazie all’intervento di Gianfranco Schiavone dell’ASGI e presidente dell’ICS di Trieste. Non poteva iniziare meglio il programma del Valsusa Filmfest per festeggiare i 25 anni di attività sul territorio. Del resto i fondatori, partigiani dell’Anpi Valle di Susa (ricordiamo, per tutti, Bruno Carli), avevano voluto fortemente questo festival come strumento innovativo per trasmettere memoria ma anche per attualizzare i valori della Resistenza.

Lo ha ricordato ai microfoni del TG3 regionale il giorno dopo ‒ domenica 25 aprile ‒ Danilo Bar, sindaco di San Giorio, paese di mille abitanti che vede transitare per le sue strade una marea di persone, in un corteo aperto dalle donne, diretto al presidio di San Didero per dire no al Tav, all’autoporto e alla militarizzazione del territorio (https://volerelaluna.it/tav/2021/04/16/nebbia-in-val-susa-tra-sassi-e-manganelli/): «Sono partiti da qui perché si è voluto riconoscere l’importanza di San Giorio nella storia. Qui tutte le strade sono dedicate a dei caduti partigiani. Si è voluto perpetuare gli ideali di allora e quella voglia di non essere indifferenti che ha distinto la lotta di liberazione». Ma per il TG3 regionale le parole del sindaco erano una sorta di appendice alla notizia che il direttivo dell’Anpi provinciale aveva vivamente sconsigliato la partecipazione, con l’uso dei simboli dell’associazione, a iniziative No Tav. Con quali conseguenze in caso di violazione del consiglio?

Qualche giorno prima le sezioni Anpi di valle avevano reso pubblico un comunicato di solidarietà ai comuni di Bruzolo e di San Didero (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/04/21/vaccinazioni-di-massa-in-val-susa/): «La sistematica repressione del dissenso con la forza non dovrebbe appartenere a una nazione la cui Costituzione, nata dalla Resistenza partigiana, vede come sacri i diritti dei cittadini. Nei giorni scorsi abbiamo assistito a una vera e propria aggressione nei confronti della sovranità comunale. Se uno Stato è costretto a imporre un’opera con un tale dispiegamento di mezzi e di Forze dell’ordine significa, a nostro parere, che sta sbagliando strada e mettendo gli interessi di pochi davanti a quello di molti… Le sezioni Anpi della Valle di Susa organizzano per domenica 25 aprile, alle 18, una manifestazione statica di solidarietà a San Didero».

Si chiude in bellezza la giornata del 25 aprile, tanta partecipazione, tanti stendardi Anpi, tutti schierati sul piazzale di San Didero di fronte al nuovo cantiere costruito e imposto con la forza:

Le nostre sezioni Anpi non sono qui oggi per esprimere un loro parere in merito alla questione Tav. Noi siamo qui oggi, come abbiamo fatto in passato, perché riteniamo che sia un sopruso spianare con la forza ogni voce in dissenso, soprattutto quando le voci di tale dissenso sono seriamente documentate e volte a tutelare, in primis, un intero territorio e chi lo abita nonché le risorse risicate di un’intera nazione. L’Anpi nazionale ha giustamente preso, anche recentemente, posizione su temi importanti. Per esempio a favore del disegno di legge Zan, per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni, perché si riconosca lo Stato palestinese oppure contro diverse manifestazioni neonaziste in questo Paese e non solo. L’Anpi prende posizione su temi che nel 1945 non erano neanche immaginabili e lo fa perché attualizza il significato di antifascismo e protegge la Costituzione. […]

Questa comunità ha espresso in ogni modo le sue perplessità, poi rilevatasi fondate anche a livello europeo, e invece di risposte ha ottenuto solo militarizzazione del territorio, devastazione e imposizione dell’opera con la forza. Questo territorio si merita risposte che non siano continue prove di forza, politiche e non. Questa comunità si aspetta che non si arrivi nel cuore della notte a montare cantieri su cui i comuni e gli enti locali, nella loro sovranità, si sono espressi fermamente contro.

Noi ribadiamo che l’uso sistematico della violenza, della militarizzazione e della strategia degli arresti per “chiudere la bocca” a un territorio che ha ragioni solide non dovrebbe appartenere allo Stato. Perché ci viene da pensare che le ragioni economiche vengano anteposte al resto, mentre lo Stato (in quanto espressione del popolo) dovrebbe prima di tutto tutelarne i diritti e la salute. Questa, che può sembrare una querelle tutta valsusina in mano a un pugno di villici ignoranti, è in realtà una questione ben più seria e più grande. Lo sperpero di denaro pubblico non può essere tollerabile, ancor di più oggi, che un intero popolo è in sofferenza a causa della pandemia e della più grave crisi economica dalla II guerra mondiale. Se un’opera viene imposta con la forza, negando alcuni diritti fondamentali ai cittadini di un territorio e degli enti locali, noi come Anpi abbiamo il diritto di esserci…


Migrare in Val Susa: ieri e oggi

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«Quando vedo arrivare delle famiglie nel rifugio di Oulx, voluto fortemente da don Luigi Chiampo, responsabile della Fondazione Talità Kum, il mio pensiero va sempre a noi, a quando siamo partiti lasciando l’Albania». A raccontare è Lavdosh Maliquj, uno dei volontari che si danno il cambio in alta valle di Susa, al Rifugio Fraternità Massi, messo in piedi nel settembre del 2018 grazie a un accordo in comodato gratuito con una struttura dei Salesiani. «Per partire e lasciare casa nostra ci abbiamo messo cinque minuti – sottolinea la moglie Fatbardha Zeka –. Ho messo in borsa un cambio per i nostri due figli di quattro e sette anni, per noi niente, avevamo solo quello che indossavamo».

La famiglia Maliqui ha lasciato l’Albania il 4 marzo del 1991. Hanno chiuso la porta di casa senza sapere se ci sarebbero tornati. Hanno lasciato ricordi, parenti, tutto e sono saliti sulla nave. Lavdosh lavorava in una fabbrica, aveva un diploma, gli studi lo avevano portato a coprire un posto di responsabilità: dirigeva circa quattrocento operai e fra questi anche Bardha, in seguito diventata sua moglie. «Non eravamo ricchi ma neppure poveri, una fascia media. Il problema non erano i soldi – interviene Lavdosh – ma il mangiare, dovevamo alzarci all’alba per metterci in fila per sei uova e un po’ di farina, mancava tutto».

Al porto c’erano grandi navi in partenza, non si pagava un biglietto, niente. Lavdosh si è convinto che ci fosse un accordo fra Italia e Albania, perché era tutto molto strano. L’accoglienza a Brindisi, lo ricordano come straordinaria, sia da parte dello Stato Italiano sia dai semplici cittadini, che si erano fatti in quattro per aiutare. Venticinquemila persone sbarcate in Puglia. Una breve permanenza in una scuola, poi organizzate in gruppi su dei pullman e dirette in una regione sconosciuta. A loro era toccato il Piemonte, la Valle di Susa, la caserma degli alpini di Susa (da tempo dismessa). Dopo poco tempo hanno avuto dei documenti e un lavoro: Lavdosh ha accettato di tutto, compreso lavorare con il «pich e la pala», lo dice in piemontese. «In tre mesi eravamo autonomi, avevamo una casa, pagavamo l’affitto, lavoravamo. Certo, abbiamo avuto l’aiuto da parte di tutti, per questo non dimentico».

Sono trascorsi trent’anni, hanno acquistato la casa dove ora vivono, a Bussoleno, i figli sono sistemati, i nipoti rappresentano il futuro, ma Lavdosh ha deciso di mettersi a servizio per quel rifugio di Oulx. Una restituzione. Il turno dal tardo pomeriggio alla mattina del giorno dopo. Una trentina di posti letto, la possibilità di fare una doccia, di mangiare un piatto caldo, pastasciutta o riso in grandi quantità perché la fame è sempre tanta. Per cucinare si alternano i volontari. Bardha si intromette nel racconto per ricordare, ridendo, che a casa il marito non si è mai occupato della cucina. «Forniamo qualche indumento per coprirsi, soprattutto scarpe perché quelle da ginnastica non sono adatte sulla neve. Il giorno dopo si rimettono in viaggio. Vogliono proseguire, andare in Francia in altri paesi d’Europa. Ultimamente arrivano pachistani, afghani, iracheni, siriani, dalla rotta balcanica. Arrivano in tutti i modi, in treno, in auto, con i camion. Proprio l’altra sera un gruppo di 12 persone, iracheni, avevano fatto il viaggio nascosti in un camion fino a Trieste ed erano stremati; hanno pagato cinquemila euro a persona rischiando di morire asfissiati, ma ce l’hanno fatta. Alcune volte vediamo i segni delle violenze della polizia». In Croazia, paese aderente all’Unione Europea, non vanno leggeri, come più volte denunciato dai media (in ultimo, ripetutamente, dall’Avvenire) e da Amnesty International. «La norma è trovare piaghe nei piedi semicongelati e piaghe non curate infette. Spesso arrivano da noi ragazzi respinti dalla Francia. Si riposano un poco, poi qualcuno decide di ritentare, altri tornano dalle città da dove son partiti». La presenza del personale di Rainbow for Africa garantisce la cura, l’ASGI è disponibile per chiarire situazioni legali, permessi di soggiorno ecc.

«Da qualche settimana il flusso al rifugio è cambiato e sono tornati a frequentarlo anche ragazzi di provenienza africana. I numeri dell’altra sera erano cresciuti. 41 in tutto. Facciamo il possibile. Poco distante sulla strada per Claviere c’è un altro rifugio alla Casa Cantoniera: con questi ragazzi ci aiutiamo, se hanno bisogno di qualche pacco di pasta lo portiamo». Fatbardha precisa: «Mio marito immigrato aiuta i migranti. Chi non le ha vissute forse non può capire tante cose. Adesso sono trent’anni che siamo qui. All’inizio pensavo in albanese e traducevo in italiano. Adesso penso in italiano e traduco in albanese. A volte (congiunge le mani) sono alla pari, non capisco più quale lingua prevale».


Palmi. Chi vuole intimidire Enzo Infantino?

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Cosa e chi c’è dietro l’attentato incendiario che, in piena notte, ha distrutto l’auto e parte del garage annesso all’abitazione di Enzo Infantino a Palmi?

Il nome di Rossella Casini dice poco, non è fra le vittime di ‘ndrangheta note per la sua storia. Fiorentina, figlia unica, studiava alla Facoltà di Magistero, corso di laurea in pedagogia. Nel 1977 conobbe uno studente fuori sede, calabrese, Francesco Frisina iscritto alla facoltà di Economia dell’Università di Siena. Si innamorarono. Ovviamente Rossella ignorava che la famiglia del suo ragazzo fosse affiliata alla ‘ndrina Gallico di Palmi. Durante una vacanza estiva a Palmi Rossella iniziò a conoscere alcuni retroscena. Era un giorno di luglio quando il padre di Francesco venne assassinato da due sicari di un clan rivale. Invece di spaventarsi Rossella decise di proseguire la sua presenza a Palmi per stare accanto al fidanzato. Nel dicembre del 1979 Francesco venne ferito alla testa riportando lesioni gravi. Rossella si attivò per farlo ricoverare in un ospedale di Firenze. Furono mesi drammatici di dolore e riflessione. Rossella riuscì a convincere Francesco a collaborare e lei stessa fornì agli inquirenti nomi ed episodi che l’avevano vista testimone durante i suoi mesi trascorsi in Calabria. La famiglia di Francesco iniziò a fare pressione sul ragazzo perché ritrattasse; la colpa della collaborazione ricadde completamente su Rossella la quale continuò a viaggiare fra Firenze e Palmi, inconsapevole di ciò che stava per accadere. Il 22 febbraio del 1981 scomparve mentre si trovava a Palmi. Dieci anni dopo durante un processo e attraverso la deposizione di un pentito si venne a sapere che l’ordine di ucciderla era venuto dai capi ‘ndranghetisti: «Fate a pezzi la straniera», colpevole di aver convinto il fidanzato a collaborare con la giustizia. Il processo si concluse con una sentenza di assoluzione per gli imputati per mancanza di prove ma il giudice, nel leggere il dispositivo, evidenziò che, pur non essendoci prove per condannare gli imputati, era stato dimostrato che la scomparsa della ragazza era maturata in quel contesto. Qualche anno fa la città di Firenze ha riconosciuto a Rossella Casini una targa commemorativa nella strada in cui viveva. Il Comune di Scandicci le ha intitolato una scuola. La sua tragica storia è, inoltre, narrata nello spettacolo teatrale Fate a pezzi la straniera di Fiamma Negri e Giusi Salis e scritta nel libro Io parlo di Francesca Chirico. Il 2 giugno del 2019 il Presidente della Repubblica ha conferito a Rossella Casini la medaglia d’oro al merito civile alla memoria. Nel 2013 Enzo Infantino si fa promotore a Palmi, la città in cui vive, di un coordinamento dedicato alla ragazza fiorentina con cui organizza iniziative pubbliche con l’obiettivo di spingere il Comune a dedicarle un via. Persegue questo obiettivo con caparbietà. Il 22 febbraio di quest’anno alla presenza del presidente del Consiglio comunale di Firenze e del sindaco di Palmi viene inaugurata la via a lei dedicata.

Enzo non appartiene alla categoria del “chiacchiere e distintivo”, lavora sodo per quello in cui crede. Non è dato sapere a chi (mandante o esecutore) faccia capo l’incendio avvenuto nella notte fra il 29 e 30 ottobre a casa sua. Un rogo in piena notte che ha distrutto l’auto e parte del garage che fa parte dell’abitazione. Ma da quando la notizia è diventata pubblica si sono moltiplicate sui social dichiarazioni di stima e di affetto e di condivisione delle sue idee: «Siamo tutti Enzo Infantino», «Chi tocca lui tocca tutti noi». Hanno fatto a gara amici, associazioni di volontariato, partiti politici, cooperative sociali, circoli, rappresentanze sindacali ecc. Una grande dimostrazione di affetto e di stima che rischia di tramutarlo in un “santino”. Chi conosce Enzo apprezza il suo modo di essere sempre in sottrazione, perché non cerca ribalte, va dritto per la sua strada lavorando su obiettivi nei quali crede, lontano da facili esposizioni mediatiche. Sempre sul pezzo con rigore e determinazione.

Da anni Enzo è impegnato come volontario in missioni umanitarie all’estero e nella difesa dei diritti umani. Nel 1999 durante la guerra nei Balcani ha svolto attività di sostegno nel campo profughi di Valona in Albania. Da giovane ha abbracciato la causa dei diritti del popolo palestinese e dal 2003 ha aderito al Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila ed è stato più volte in Medio Oriente per denunciare la gravi condizioni di vita dei rifugiati. Poi in Grecia in soccorso dei rifugiati fuggiti dal conflitto siriano. Questa ulteriore esperienza nei campi profughi in territorio greco lo ha messo di fronte alla tragedia dei campi profughi come quello di Idomeni, dove ha incontrato il piccolo Masun (un bambino di otto anni fuggito dalla Siria insieme alla mamma e alle due sorelle per raggiungere il padre in Germania: sogno realizzato solo dopo molti anni grazie alla costanza di Enzo) la cui storia è diventato un libro dal titolo Kajin e la tenda sotto la luna.  

In Calabria Enzo ha accettato di essere referente per la Rete dei Comuni Solidali «Enzo si è sempre sporcato le mani, si è sempre speso per gli altri, lo abbiamo incontrato tra i migranti della piana di Gioia Tauro, nelle lotte per il lavoro, negli accampamenti dei rifugiati nelle periferie di Europa, in ogni luogo in cui c’era bisogno di darsi da fare». Dal settembre del 2020 è diventato presidente della Fondazione “È stato il vento”, nata per sostenere l’esperienza di Riace. Ennesima scommessa che Enzo ha accettato con spirito di servizio sapendo di procedere su terreni difficili della sua terra.

Stamani Enzo ha postato sulla sua pagina Facebook questo messaggio: «Mi sono battuto per tutta la vita per il riscatto delle classi subalterne, per i diritti dei popoli oppressi e degli esseri umani che fuggono da contesti di guerra e miseria. Ho difeso la mia terra dal cancro mafioso, dal malaffare e dalle ingiustizie, e operato per ricordare vittime delle cosche come Rossella Casini. Ai criminali che sono abituati ad agire nel buio della notte rispondo con spirito sereno: non mi avete fatto niente».

In segno di solidarietà e come gesto politico, su iniziativa di numerosi amici di Enzo (capofila Ciavula, giornale online indipendente), è stata lanciata una raccolta fondi (Iban IT62M0501803400000011983517 intestato a Ciavula Sankara, causale “vicini ad Enzo”). Sarà Enzo a decidere come utilizzare i fondi raccolti.


Il movimento No TAV è giovane!

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Venerdì 24 luglio si viene svegliati da un messaggio: «stanno sgomberando il presidio dei Mulini in Clarea, i ragazzi sono saliti sui tetti delle baite e sugli alberi, le ruspe avanzano con poliziotti antisommossa». Parte il tam tam, una telefonata a un amico: «c’è anche tuo figlio? sei preoccupato?». «Ma no, adesso salgo a vedere, faranno un po’ di esperienza».

La spiegazione è tutta lì. C’è il passaggio generazionale. Sono venuti su quasi all’improvviso, come funghi. Adesso i giovani sono davvero tantissimi e sempre presenti. Fino a qualche anno fa nelle manifestazioni erano presenti ma in sordina; da qualche tempo si sono presi lo spazio, si presentano in blocco, sono una potenza che si esprime negli occhi e nella determinazione.

Il presidio dei Mulini inaugurato il 20 giugno in occasione dell’allargamento del cantiere di Chiomonte è diventato in poco tempo un luogo vivo. Molti ragazzi e tende da campeggio colorate. Il bosco a proteggere quella radura: l’estate, il caldo, i giovani e meno giovani e la bellezza della Val Clarea, costituiscono un mix perfetto per sentirsi immortali. Se lo scenario nel quale i valsusini si muovono nel praticare l’opposizione non fosse stato da sempre di una bellezza così totale, con un senso collettivo e di comunità forte, forse non saremmo arrivati a trent’anni di lotta.

L’ennesima conferma di essere dalla parte della ragione si trova nella ridicola avanzata delle ruspe per rimuovere barricate di tronchi. I ragazzi sui tetti di losa, abbarbicati con provvigioni, antiche baite che ne hanno viste di ogni sorta e adesso anche questa. Un film: contrapporsi con poliziotti in tenuta antisommossa per tenere la posizione ha del surreale.

Un filmato registra, nel cambio turno, dieci auto della Digos, nove camionette e sei jeep della polizia, cinque camionette dei carabinieri, un’auto e quattro jeep dei carabinieri, due camionette della guardia di finanza, due bus dell’esercito. Una prova di forza incredibile per l’opera più inutile e militarizzata al mondo. Digos, Polizia e cacciatori di Sardegna. Inutile chiedere i costi.

Poi ci sono quelli fatti “prigionieri”. Lo Stato non perdona, una pericolosa settantatreenne insegnate di greco latino e un altrettanto pericoloso pescivendolo in pensione di 65 anni. Ma non mancano altre restrizioni. L’ultima arrivata ad Ermelinda un “avviso orale” dalla Questura di Torino su segnalazione della Digos, un avviso a tenere una condotta conforme alla legge. Il che significa non urlare con quanto fiato si ha in gola (almeno quello) il proprio disappunto (chiamiamolo così per stare sul forbito), di fronte ai cancelli che delimitano lo spazio al cantiere. Ermelinda è solita farsi sentire e l’elenco di altri contrasti, un oltraggio, un foglio di via dal Comune di Giaglione e altro ancora la rende persona “socialmente pericolosa”. Certo Erme non se ne perde una. È determinata come militante e come donna, non si risparmia e mette l’accento sulla questione di genere rivendicato anche con il gruppo fumne No TAV (donne No TAV). Nel 2006 un articolo la descrive così: «quando la stanchezza ha il sopravvento: quando il troppo caldo arrossa i visi, la mancanza di sonno stropiccia i lineamenti, il freddo congela le guance, lei rimane impassibile, nella bellezza vera, mediterranea. Niente di quello che succede attorno può ledere quella sua dignità calabrese, portata con grande orgoglio».    

L’accanimento sulle persone che continuano a tenere viva l’opposizione alla grande opera è davvero pesante e sproporzionato. Il TAV è un dogma. Guai a scalfirlo, si va avanti e basta, costi quel che costa (e proprio il caso di dirlo), passando su tutto: sanità in ginocchio, casse vuote dello Stato, Covid e pandemia.

«Gridatelo dai tetti» è una frase consegnata alla storia da Bartolomeo Vanzetti sulla sua innocenza. Forse deve passare ancora molto tempo prima che si faccia luce su questa storia di oggi con tutto il peso di quanto di inverosimile e di grottesco accade in questa valle alpina per niente pacificata. Ma arriverà.


Valle di Susa. «Noi siamo i figli della Monce»

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Finalmente la Sacra di San Michele è tornata ad accendersi illuminata dai fari. Dai paesi della Valle di Susa è diventato più facile cercarla con lo sguardo nelle notti di un luglio dopo il tempo del Covid. Si cerca di tornare alla normalità, dove il sostantivo rappresenta semplicemente la possibilità di incontrarsi, di avere contatti fra persone.

Il docufilm Noi siamo i figli della Monce di Luigi Cantore, una produzione del Valsusa Filmfest (https://volerelaluna.it/territori/2019/11/12/val-susa-a-condove-il-cinema-e-magia/), era già pronto in aprile, ma era stato bloccato come molti altri film in uscita nelle sale. Tempo sospeso. Finalmente il grande portone della storica fabbrica Moncensio si è aperto: la sera di venerdì 3 luglio per la proiezione al pubblico (la prima di molte che si stanno susseguendo in Valle). Ad attendere le persone qualche figurante in abito inizio Novecento, parole e racconti per far entrare meglio nella storia. Fra i figuranti anche un redivivo cav. Fortunato Bauchiero con tanto di bombetta e bastone da passeggio. Per continuare il gioco, ma al tempo stesso adeguarsi alla realtà, anche un finto medico, con camice bianco e viso bonario, addetto a rilevare a tutti (seriamente) la temperatura (da disposizioni anti-contagio). Chi ha varcato la soglia della Monce, rigorosamente con mascherina, lo ha fatto con emozione. Molti gli anziani che ci hanno lavorato: «Son vent’anni che non entro qui dentro, ci ho passato una vita».

Il Cavalier Bauchiero, nativo di Asti, nel settembre del 1906 fondò a Condove le Officine Moncenisio (la Monce) trasformando l’intero paese; costruendo case per gli operai e villette per gli impiegati, opere sociali come il poliambulatorio, la mensa aziendale, le scuole professionali, il dopolavoro, il campo sportivo, e lasciando un’impronta indelebile. Dalle frazioni di montagna scesero a valle per lavorare in fabbrica. La Monce accompagnava e scandiva la vita del paese dimostrando di avere una risposta per tutto. Non a caso la sirena della fabbrica il mattino suonava tre volte: una prima volta per dare la sveglia alle sei, una seconda per ricordare di avvicinarsi alla fabbrica e una terza per chiudere il portone e iniziare il lavoro.

Anche durante e alla fine della proiezione del film è stata attivata la sirena. Organizzare la visione all’interno della fabbrica aveva una importanza speciale. Grazie alla disponibilità del Gruppo CLN Magnetto Wheels, attuale proprietaria dell’area industriale, si è messo in moto quello che si sarebbe dimostrato un vero tour de force di tantissimi volontari: soci del Valsusa Filmfest, dell’associazione Moon Live, della Pro Loco, Aib, Alpini, Vigili del Fuoco ecc. Un reggimento di persone che hanno rubato tempo e sonno al quotidiano per cercare di ottemperare a tutte le norme previste in quest’epoca di pandemia. L’area a disposizione era di trentacinquemila metri quadri. Solo chi organizza eventi sa quanto sia complicato districarsi fra decreto Gabrielli e nuovi decreti. È stato un lavoro che definire “enorme” non è sbagliato e che sicuramente ha contribuito e cementare rapporti fra persone, spazzando via normali frizioni che sempre esistono fra associazioni diverse. Se si lavora, contro il tempo e contro le stupidaggini burocratiche, dando il massimo in sforzo fisico e intellettuale la fratellanza vince. Si lavora per la Comunità. Questo sentimento di appartenenza è una delle poche cose per cui vale la pena di impegnarsi: nessun leader, ma un lavoro d’insieme che alla fine produce il fischio della sirena e il portone della Monce che si riapre.

«Noi siamo i figli della Monce» perché i ricordi tramandati o diretti fanno la storia locale. Le Officine Moncenisio iniziarono producendo materiale rotabile (soprattutto per l’estero) e poi veicoli ferrotranviari; nel corso della prima guerra mondiale la società si occupò di produrre aerei insieme ad altro materiale bellico. Nel 1918 a Condove produssero la famosa Temperino, poi carrozze ferroviarie, tranviarie, carri merci. Negli anni ’60 la Moncenisio era diventata il più grande stabilimento metalmeccanico della Valle di Susa ed arrivò a occupare milleduecento dipendenti. La sua notorietà superò i confini locali e anche quelli nazionali quando, nel settembre 1970, i suoi lavoratori, riuniti in assemblea, grazie alla mozione preparata dal consiglio di fabbrica e da Achille Croce (storico nonviolento) approvarono all’unanimità un testo con cui si opponevano alla fabbricazione di armi e materiale bellico (https://volerelaluna.it/lavoro-2/2019/07/01/ce-lavoro-e-lavoro/). Un’obiezione di coscienza considerata ancora oggi un caso unico nella storia dell’industria e che qualche tempo fa è stato raccontato nella trasmissione televisiva di Rai 1 A sua immagine da Luigi Ciotti, Marco Revelli e dall’ex sindaco di Condove e operaio della Moncenisio Massimo Maffiodo.

Dopo vari avvicendamenti di proprietà (Moncenisio Matec, nel 1977 Teksid Siderurgica, poi Vertek Gruppo Lucchini) lo stabilimento è stato acquisito nel 2018 dalla CLN, fondata a Caselette da Mario Magnetto nel 1967, che ha consentito di organizzare in fabbrica la proiezione del docufilm.

Più di mille persone hanno assistito alle tre proiezioni, suddivisi in turni fra l’interno dello stabilimento e uno spazio all’aperto, governati a vista dalla Sacra.


Non arrendersi

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Sono passati nove anni da quando avevamo trascorso la notte a Chiomonte ad aspettare l’entrata delle ruspe per prendere possesso dell’area e sgomberare la “Libera Repubblica della Maddalena”. Da alcune settimane si era insediato un presidio con tanto di campeggio, cucina da campo, lungo tavolo per mangiare, tendone per incontri pubblici, area giochi per bimbi (il movimento No TAV ha acquisito una certa professionalità…), il tutto per cercare di impedire l’apertura del cantiere. Un luogo a ottocento metri di altitudine, fra coltivazioni di lavanda e i vigneti più alti d’Europa.

La sera prima era stato lanciato l’allarme e organizzata una fiaccolata alla quale avevano partecipato sei/settemila persone. Molti giornalisti presenti e Tv pronti a documentare gli scontri che sicuramente ci sarebbero stati. Irreale era la luce, il sorgere del sole, sulle montagne, confine francese. Completamente irreale era la musica della radio sintonizzata su programmi di “Buongiorno mattino” che continuava a trasmetteva canzonette mentre i poliziotti, caschi blu, maschere antigas, scudi e manganelli avanzavano. Irreale era la muraglia di persone di tutte le età appesa alle griglie per opporsi con il proprio corpo alla ruspa che avanzava. Certo non avevano l’attitudine a questo genere di cose, eppure, determinati. Irreali erano le raccomandazioni che echeggiavano dal piazzale, ai ragazzi o ai giornalisti: «Non calpestate la lavandaaaa!» (in un clima tesissimo con le ruspe e i poliziotti che stavano salendo). Qualcuno dei presidianti dopo aver trascorso la notte era corso a lavorare, altri studenti erano scesi a valle per gli esami di Stato, alcuni docenti non avevano potuto sottrarsi a presenziare esami universitari. Molti presidianti erano rimasti: i giornali avevano titolato “Guerriglia”, 2.500 agenti di polizia avevano sfondato le barriere, occupato spazi in autostrada. Irreale era stata la tenuta sul piazzale, fin quando era stato possibile, poi la decisione comune di “indietreggiare” salendo per i viottoli di montagna, con i poliziotti che menavano chi si inciampava, chi cadeva. Una ritirata farsesca, in alcuni momenti tragica, gente che stava male, limoni in tasca, chi vomitava, chi non ce la faceva a salire. L’immagine dall’alto presentava le vigne inondate di gas lacrimogeni.

Nove anni dopo, sinceramente, con tutto quello che è successo nell’anno della pandemia non ci si aspettava un’assemblea così partecipata: venerdì 26 giugno a Bussoleno. In un grande prato, le sedie distanziate, le mascherine a proteggere. Da qualche giorno TELT (la società Italo Francese) ha ripreso quello che dovrebbe essere un nuovo allargamento di cantiere per la linea ad alta velocità Torino Lione. I lavori iniziati la notte di domenica come da tradizione, di notte come nel 2005 e nel 2011. Nasce un nuovo presidio permanente ai mulini di Clarea per monitorare e disturbare i lavori. Moltissimi giovani organizzano turni di pernottamento con tende e cibo. Appese a un albero la bandiera No TAV insieme a quella di Fridays For Future. Per tutta la settimana vengono organizzate delle azioni in valle dove i poliziotti vanno a pranzare o a dormire. Flash Mob anche da parte delle donne che hanno accolto l’appello del collettivo cileno Lastesis per riproporre la performance: «Un violador en tu camino» davanti ai cancelli del cantiere di Chiomonte.

L’assemblea di venerdì portava in sé un grande stupore sugli ultimi fatti accaduti. Nonostante la pandemia, la crisi economica e la crisi sanitaria si continua inesorabilmente nel proporre modelli di sviluppo e grandi opere come la realizzazione di un tunnel di 57 chilometri doppia canna. Nonostante la Corte dei Conti Europea si sia espressa in modo inequivocabile sull’opera (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/06/23/conti-fatti-e-misfatti/) evidenziando senza mezzi termini «che la costruzione di nuove grandi infrastrutture di trasporto è una fonte rilevante di emissioni di CO2 e vi è un forte rischio che gli effetti positivi siano sovrastimati», non c’è la volontà politica di prendere in considerazione altre strategie. Nonostante al governo vi sia il Movimento 5stelle (ex No TAV) nessuna voce si è levata per fermare i cantieri. Luca Mercalli nei suoi articoli cita ancora una volta come la preoccupazione della Corte dei Conti Europea che segnala l’opera come del tutto incompatibile con il Green Deal europeo sia stata sottaciuta ovunque. Intanto un nuovo libro a cura di Gigi Richetto (Camminando Insieme. Mosaico di resistenza civile in valle di Susa) va ad aumentare il numero delle pubblicazioni sulla storia di questi trent’anni. Scorrendo le pagine sembra impossibile aver partecipato a tanti eventi, lotte che hanno coinvolto migliaia di persone. Ora c’è un naturale cambio di generazione e accanto ai presidianti con i capelli bianchi centinaia di ragazzi. Messaggio di Nicoletta Dosio: «Il presidio dei mulini di Clarea, la contestazione alle truppe occupanti e ai loro collaborazionisti, mi parlano dei compagni miei coetanei, i quali ancora resistono in prima fila, ma anche di tanti giovani e giovanissimi, le nostre nuove energie, che, come e meglio di noi, sapranno difendere i luoghi della nostra vita e mandare un messaggio concreto di ribellione alle tante realtà sorelle e a chi, in ogni parte del Paese e del mondo, ha deciso di non arrendersi, di difendere il futuro per sé e per tutti».

L’articolo è pubblicato anche su Comune-info


Feste di Natale, dalla Val Susa a Riace

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Quando il Tg3 regionale ha dato la notizia che in Val Susa c’era l’allarme per una infezione da trichinellosi dovuto ai salami di cinghiale mangiati allegramente e in buona compagnia durante le feste di Natale, subito il pensiero è corso ai commenti che avrebbero fatto i torinesi, già poco inclini alle varie performance dei valligiani (come minimo accusati di essere dei trogloditi contro il progresso). Ecco ora servita sul piatto (è il caso di dirlo), una nuova occasione di derisione. Del resto come scriveva Luca Rastello in Binario morto: «Torino è la città della galassia più lontana dalla valle di Susa». Tutto confermato. Non a caso a colmare questa distanza saranno ancora una volta i valsusini che “scenderanno” sabato 11 in manifestazione per chiedere la libertà di Nicoletta e di tutti gli arrestati No TAV.

Ma intanto il Pronto Soccorso di Susa è preso d’assalto perché i mangiatori di salami erano tanti come le tavole imbandite per le feste. Capita che bisogna aspettare ore e ore (codice bianco), e si fanno due parole, all’inizio con un po’ di preoccupazione, su questa infezione. Pare sia formata da piccoli vermicelli cilindrici (nematodi), parassiti che si localizzano a livello intestinale per poi dare origine a nuove larve che migrano nei muscoli dove si incistano. Sono discorsi troppo complessi. Chi li conosce sti cilindrici? Piano piano il discorso torna sul cibo, prende il sopravvento la tradizione, vengono scambiate ricette sui salami di cinghiale e su tutta la selvaggina: caprioli, cervi, camosci. «Polenta e fagiano? Vuoi mettere?». Preoccupazione: e adesso tutta la scorta di carne di cinghiale nei vari congelatori che fine farà? Il brusio si alza, si spalanca la porta dell’infermeria: «Silenzio, non siete mica a una cena di cinghiali qui». La chiacchiera riprende a bassa voce, si svolta sul film di Checco Zalone. «Non l’ho mica capito tanto», tuttavia è stato riconosciuto un attore: si tratta di Mohamed Ba, un mediatore culturale senegalese che è stato parecchie volte in valle con i suoi spettacoli. L’ultima volta perfino invitato dall’ANPI di Avigliana come oratore ufficiale per il 25 aprile. Si torna a parlare di cibo, meglio evitare argomenti troppo impegnativi.

Il personale dell’ospedale è stressato. Fanno miracoli, corrono avanti e indietro, comunque gentili, gestiscono orde di persone che capitano al Pronto Soccorso del piccolo ospedale di Susa (meno male che c’è) per problemi vari. Caviglie storte, pressione alta e cene con cinghiali. Ruzzoloni, incidenti domestici e cene con cinghiali. Incidenti stradali e cene con cinghiali. Il numero delle persone nel Pronto Soccorso è sempre alto: trenta, cinquanta persone riempiono la piccola sala (meno male che c’è). Bisogna difendere questo presidio ospedaliero. A un certo punto arrivano anche persone che hanno avuto incidenti di sci in alta valle. Ai cinghiali si uniscono le vongole che hanno avvelenato turisti in un ristorante. Tempi di sardine. Dal mare alla montagna tutti uniti al Pronto Soccorso, un entra/esci passando per il bagno.

Intanto le Sardine si sono date appuntamento a Riace, giorno della befana. La piazzetta Donna Rosa è stata riempita e nel paese è tornata un po’ di vivacità. Domenico Lucano ha condiviso i temi principali: ridare entusiasmo all’azione politica e abbassare i toni riportando un segnale di civiltà nello scontro politico. Risposta immediata dal sindaco (ineleggibile) di Riace, Antonio Trifoli, che ha reso pubblici sulla sua pagina di Facebook il cellulare e l’indirizzo di casa di Jasmine Cristallo, una giovane e coraggiosa donna calabrese che nella primavera scorsa si era fatta conoscere lanciando la rivolta dei balconi contro Salvini, idea diventata virale grazie al web e che aveva contagiato molte città. Per questo era stata premiata dal Fatto Quotidiano in estate in Versilia. In seguito Jasmine ha aderito alla campagna “Calabria non siLega” riuscendo a coinvolgere molte piazze della regione. Come conseguenza è stata presa di mira dallo stesso Salvini che l’ha additata pubblicamente sui social perché La bestia si mettesse in moto con un’aggressione sessista e violenta: cosa che è puntualmente successa. Ma Jasmine non si è fermata e ha voluto che le Sardine fossero a Riace perché lei quel piccolo paese lo conosce bene, essendo stata presente, nell’inverno scorso, per portare sostegno concreto ai migranti rimasti.

Per il suo intervento Jasmine ha scelto una poesia di Mariangela Gualtieri Ringraziare Desidero:

[…] Ringraziare desidero
per Whitman, Borges e Francesco d’Assisi,
che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo le donne e gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per doni che non enumero,
per la gran potenza d’antico amor
per amor che muove il sole e l’altre stelle
e muove tutto, in noi….


Riace. Un sindaco ineleggibile e una donna coraggiosa

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Avevano promesso di fare sfracelli e di distruggere il progetto del sindaco Lucano. E il 26 maggio scorso la lista “Riace rinasce” ha vinto le elezioni e Antonio Trifoli è stato eletto sindaco del paese dei Bronzi. Sicuramente, dopo l’elezione, qualche cosa sono riusciti a fare. Hanno delimitato lo spazio ricreativo della piazza dove i cittadini si ritrovavano rimettendovi immancabili posti auto. Si sono scatenati contro le botteghe artigianali disponendone la chiusura. Hanno cambiato la cartellonistica che presentava il comune come solidale e accogliente. Poi se la sono presa con Peppino Impastato demolendo un’installazione che lo ricordava. Non contenti, hanno chiuso di fatto l’ambulatorio che prestava servizi gratuiti a italiani e migranti (vedi I santi Cosma e Damiano e un ambulatorio medico a Riace) e così via.

Ma presto sono arrivati i problemi. Il tanto decantato motto “Legalità e Trasparenza” ha cominciato a franare. Il consigliere comunale e segretario locale della Lega, Claudio Falchi, ha dovuto dimettersi, a seguito dell’intervento della Prefettura, dopo che è emersa a suo carico una condanna per bancarotta fraudolenta del 2003. E ora è la volta del sindaco, che a dispetto della promessa di legalità e trasparenza, si era candidato senza avere i necessari requisiti.

Il Tribunale di Locri, infatti, ha stabilito che Trifoli non poteva partecipare alle elezioni: perché era un dipendente dello stesso Comune, assunto a tempo determinato come vigile urbano, e non poteva godere dell’aspettativa non retribuita per motivi elettorali (un’aspettativa che Trifoli, una volta eletto sindaco aveva continuato a concedere a se stesso). Il sindaco moralizzatore ha resistito in tribunale cercando di far valere la propria condizione di ex Lsu-Lpu e, dunque, di lavoratore a carico della Regione. Ma i giudici sono stati tranchant: «È netto lo spartiacque tra la condizione giuridica del lavoratore Lsu e Lpu e colui il quale, nell’ambito di tale procedura occupazionale, viene stabilizzato con contratto a tempo determinato, come quello stipulato tra il Comune di Riace e il signor Trifoli». La conseguenza è evidente. Trifoli viene dichiarato decaduto da sindaco (anche se si affretta a dichiarare che ricorrerà in tutti i gradi di giudizio aggiungendo che il suo caso «farà giurisprudenza»!): altro che “far rinascere” Riace!

Il provvedimento del tribunale è ora sottoposto all’eventuale giudizio di appello.

Ma la vicenda si sposta in sede amministrativa.

L’incandidabilità di Trifoli è stata sostenuta in giudizio anche dalla Prefettura di Reggio Calabria, sulla base di un parere del Ministero degli Interni in cui si legge: «Dato che il Trifoli è un ex lavoratore di pubblica utilità che, a far data dal primo gennaio 2015, è stato contrattualizzato dal Comune di Riace con fondi a totale carico della Regione Calabria, nel caso di specie viene in considerazione la situazione di ex lavoratori socialmente utili o di pubblica utilità stabilizzati a termine e, quindi, titolari di un rapporto a tempo determinato con il Comune. Il sig. Trifoli infatti, originariamente utilizzato dal Comune di Riace come lavoratore di pubblica utilità ai sensi della legge 196/1997 è stato poi assunto dal predetto ente con contratto a tempo determinato, con qualifica di istruttore di vigilanza categoria C». E, dopo la decisione del Tribunale, il 13 novembre, la stessa Prefettura ha inviato al Comune di Riace una comunicazione in cui è scritto: «Si fa riferimento all’ordinanza del Tribunale di Locri emessa nella camera di consiglio del 5 novembre 2019 con cui la S.V. è stata dichiarata decaduta dalla carica di Sindaco. Al riguardo si fa presente che, in virtù della immediata esecutività della pronuncia del giudice di primo grado, le funzioni di sindaco, ai sensi dell’art 53 del decreto legislativo 267/2000, saranno svolte dal Vicesindaco, fermo restando che ai sensi dell’art 22 comma 8 decreto legislativo 1 settembre 2011 n. 150, l’efficacia esecutiva dell’ordinanza pronunciata dal Tribunale è sospesa in pendenza di appello».

Così vanno le cose nel Belpaese!

In attesa degli sviluppi, una piccola annotazione. A presentare ricorso contro il sindaco è stata Maria Spanò, già assessora nella giunta Lucano e candidata sindaco per la lista “Il cielo sopra Riace”, ora consigliera di minoranza. Maria è andata avanti senza clamori ma con determinazione e alla fine ha avuto ragione. La frase che è passata di bocca in bocca a Riace, a commento della decisione del Tribunale di Locri, è stata: «Brava Maria, pochi, soprattutto in questa terra, sarebbero andati fino in fondo». Chapeau. Da notare. Anche un secondo ricorso di analogo contenuto presentato da semplici cittadini ha visto come prime firmatarie due donne (a cui si è successivamente aggiunto un uomo). Anche questo succede a Riace.