Pensieri sparsi a margine di un film di successo

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Pensieri sparsi come shanghai sul tavolo. È il film della Cortellesi che suggerisce una moltitudine di riflessioni. Uno per tutti: stupore. Un film che si è alimentato con uno straordinario passa parola riesce a mantenere celato, non svelato il finale o qualche altro momento epico del racconto. Il tutto mantenuto rigorosamente protetto nei non detti.

Forse bisognerebbe anche ammettere che non si tratta di un film, ma di un manifesto politico, di un “qualche cosa” di cui si aveva dannatamente bisogno. Un popolo di orfani riempie le sale. Una storia che prima ancora di raccontare la povertà del dopo guerra, la difficoltà del vivere, la speranza, la violenza sulle donne eccetera, in qualche modo fa lievitare un bisogno assopito che si pensava perso fra le tante macerie della militanza politica. Ora, tutti a bocca chiusa, a casa, frastornati e silenti. Poi quel bisogno quasi viscerale di condividere e dirlo: «Vai a vedere il film». E il tono perentorio tradisce subito il fatto che non si tratta di buone sceneggiature, di interpretazioni, di regia. È altra cosa, è un di più. È successo che durante la presentazione di un libro (Laura Conti, Discorso sulla caccia) il relatore si sia fermato e di pancia abbia lanciato l’invito: «Andate a vedere il film».

È lo stesso bisogno fisico che il pubblico sente al termine e applaude. Uno scossone per migliaia di persone che sono andate al cinema. «Ma davvero è bello?! No, è qualche cosa di più. Ma perché ci siamo ridotti così?». Si commenta all’uscita. Aggrappati a questa storia per un bisogno di riconoscersi. Questa volta la Cultura è stata un passo avanti alla stessa politica. Per una strana alchimia riesce a provocare smottamenti.

Lunga coda di persone anche per entrare a vedere Io Capitano di Matteo Garrone. Stessa attenzione per il bellissimo film di animazione Manodopera del regista francese Alain Ughetto che racconta la storia di emigrazione dei suoi nonni partiti da Giaveno, comune piemontese. (Non a caso l’opera è dedicata a Nuto Revelli). Quel Nuto Revelli che aveva avuto il merito, con un lavoro di inchiesta durato anni, di svelare la retorica sul lavoro contadino. La storia di tante donne sfruttate che vivevano in montagna, tenuta nascosta. L’anello forte edito da Einaudi (1985) aveva dato la parola alle donne nella società rurale attraversata da emigrazione da guerre e da un pesante patriarcato. L’uscita del libro era stato una pietra di inciampo così come ora lo è il film della Cortellesi, opera contemporanea ma ambientata nel passato.

Commenta Luigi: «Ho visto il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Un film meraviglioso, credo il più bello visto negli ultimi anni. Tecnicamente perfetto. Dolce, determinato, struggente, esaustivo, poetico, denunciante, fuori dagli schemi pietistici e tante altre cose ancora. Ho pianto per tutta la durata del film e piango ancora ora. Piango per essere nato uomo e per non essere riuscito ancora a strapparmi completamente di dosso l’essenza terribile del patriarcato. Ci ho provato ma mi capita di ricascarci e mi arrocco dietro la scusa che sono cresciuto imbevuto di questa cultura e che è difficile cancellare sé stessi. Il patriarcato non è solo violenza fisica. Anzi. È agire senza giustizia, è perseguire pratiche di vita che ricalcano schemi violenti di sopraffazione continua. È un quotidiano spregio al vivere stesso. Il patriarcato è la condizione più inaccettabile che vive la nostra società. Più devastante e inaccettabile di qualsiasi altra aberrazione. E non sono le donne a doverci insegnare. Non ci sono scuse da poter accampare. Non è difficile da capire, basta volerlo. Basta essere pronti a rinunciare alla sopraffazione. Siamo noi uomini titolari di questo dovere. Lo dobbiamo fare totalmente senza indugio e percorrendo vie dritte che non prevedano scorciatoie. Questo è da fare. Ed è da fare non per concessione alle donne. È da fare per noi. Per poter rivendicare il diritto di essere persone bisogna che capiamo che questa non è una lotta. Le lotte verranno dopo ma se non riusciamo ad estirpare il patriarcato dal nostro essere, non abbiamo dignità e forza per affrontare nessun’altra lotta. E allora continuo a piangere nella speranza che con le lacrime possa uscire da me anche quel che ancora resta del mio essere uomo patriarcale. E spero che comincino a piangere tutti gli uomini. Giovani o vecchi che siano».


Giacche a vento, scarponi e disobbedienza civile in Valle di Susa

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Da Lampedusa a Oulx” è il titolo di un affollato incontro organizzato a Torino da Volere la Luna, un incontro in cui si è parlato molto del Rifugio Massi di Oulx, prossimo al confine francese delle Alpi Cozie, luogo di transito di migliaia di migranti a cui, dopo aver cercato di impedire l’ingresso in Italia, si cerca di impedire il passaggio in Francia (https://volerelaluna.it/materiali/2023/05/25/lultima-frontiera/). Il Rifugio Massi, infatti, è ormai diventato un punto di riferimento in Valle di Susa.

Al cinema di Avigliana, c’è stata una lunga coda di persone per entrare alla proiezione di Io Capitano di Matteo Garrone. Stessa attenzione per il bellissimo film di animazione Manodopera del regista francese Alain Ughetto che racconta la storia di emigrazione dei suoi nonni partiti proprio da Giaveno, comune della val Sangone (non a caso l’opera è dedicato a Nuto Revelli). Il film ricorda un altro importante e delicato documentario (2008) di Giorgio Diritti, Piazzàti, storia di bambini delle valli cuneesi portati al mercato, alle fiere in Francia per metterli a disposizione per una stagione di lavoro. E ancora a Condove sempre il Valsusa Filmfest ha ospitato i registi Lucio Cascavilla e Mauro Piacentini con la proiezione di The Years we have been Nowhere, rimpatri forzati e vite spezzate. Non dappertutto ci si presenta al cinema con borsoni carichi di vestiario pesante e scarponi. Ma qui, in Valle di Susa, sta diventando la norma.

Ad ogni proiezione viene collegata la raccolta di indumenti per sostenere il Rifugio Fraternità Massi di Oulx e ricevere informazioni sui passaggi avvenuti. Un lavoro enorme per sostenere almeno 15.000 persone all’anno provenienti dalla rotta balcanica e dagli sbarchi del sud Italia. Negli ultimi tempi il Rifugio, che di norma può contare su 70 posti letto, ha dovuto fare i conti con un aumento di tre, quattro volte tanto. Ragazzi e famiglie che dormivano in ogni spazio possibile, per terra, lungo i corridoi. E questo dopo aver riempito anche i posti letto della Croce Rossa di Bussoleno. Al Rifugio non solo una prima accoglienza ma anche consulenza legale e un’assistenza sanitaria. Quando scarseggiano i volontari parte il tam tam di ricerca: «Combatti anche tu la crisi dell’accoglienza. Unisciti a noi per garantire sicurezza in montagna».

Le prime nevicate sono arrivate. L’immagine di persone che posteggiano e poi si incamminano verso il cinema portando borse e borsoni in dono rievocano facilmente un presepe. La capanna non manca perché idealmente il pensiero va a Oulx.

Prima del film il microfono si apre per dare voce alle cose che mancano: guanti, cappelli, giacche a vento, generi alimentari. Tre sono i punti che normalmente sopperiscono a questo: l’associazione Liberamente Insieme con l’Alveare di Bardonecchia, il gruppo Cuoche e sarte ribelli di Trofarello e il gruppo Fornelli in lotta di Rivalta, da dove partono tutti i venerdì mega frittate. Gianna, dei Fornelli in lotta, precisa che si tratta di un “atto politico” più ancora che di cucina. Per tutta la settimana scatoloni di pasta e mega contenitori di cibo cucinato vanno e vengono su e giù per questa valle (di confine e solidale), come non ci fosse un domani. Consapevoli di far parte di quella disobbedienza civile di gandhiana memoria.


Tav in Valsusa: la Felicità fa rumore

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Non si sa da dove cominciare per raccontare. Festival ad Alta Felicità. Se fosse un video si farebbe una lunga carrellata delle centinaia e centinaia di tende montate nei prati. Se fosse uno Chef potrebbe descrivere i tanti punti di ristoro dove si sfornavano panini, paste, sangria, macedonia, prelibatezze da fornelli in lotta (cibo preparato da un esercito di persone che hanno dato la loro disponibilità a lavorare – gratis – con turni massacranti). Se fosse un elettricista potrebbe vantarsi dei punti luce, tutti perfettamente a norma. Così come il lavoro di falegnami, carpentieri montatori. Se fosse un addetto alla sicurezza saprebbe quanti stuart con il patentino regolari erano presenti (fra questi molti vigili del fuoco in pensione che conoscono bene il mestiere). Un antropologo potrebbe analizzare la contaminazione fra persone diversamente giovani e giovanissimi, insieme a lavorare, spostare, tagliare e chiacchierare.

Se fosse un geografo potrebbe divertirsi a contare quante città d’Itala sono presenti con ragazzi, famiglie, persone provenienti da Catania, Parma, Milano, Pisa, Brescia, Roma, Napoli, Firenze, dalla Francia dalla Spagna eccetera. Venute non solo per seguire il festival, ma per “lavorare”. Un sociologo avrebbe annottato i diversi momenti di confronto, dal clima al lavoro, dai migranti alle disabilità alle questioni di genere… Uno spazio libero, ma allo stesso tempo protetto, dove potevano transitare giochi in libertà di bambini, carrozzine per disabili, rugbisti, giocolieri e senza paura di giudizi, teneri amori fra ragazze e innamoramento fra ragazzi mano nella mano.

Se fosse un discografico sarebbe sorpreso dalla diversità di proposte musicali da Miss Keta al Coro degli Alpini di Rivoli. Fino a Diodato con il suo “Fai rumore”. E, in effetti, domenica un po’ di rumore è stato fatto, al cantiere di Chiomonte e al nonluogo di San Didero, tanto per ricordare la contrarietà a questo progetto. Come sempre i no Tav sono stati accolti con pioggia di lacrimogeni tanto che Amnesty ha voluto ricordare gli standard di diritto internazionale: «una protesta pacifica, seppur attraversata da circoscritti atti di violenza, resta pacifica e le forze di polizia devono garantire che possa proseguire tutelando anche le persone che vi partecipano».

Se fosse un filosofo darebbe per raggiunto l’obiettivo presentato da Andrea in conferenza stampa: «il raggiungimento del sogno visionario». Per essere liberi c’è bisogno di verità – è stato detto – e anche per questo non c’era posto migliore dove ricordare Andrea Purgatori, esprimendo l’immenso senso di gratitudine «per l’ostinazione, per la ricerca instancabile di verità nascoste. Purgatori ha scelto da che parte stare senza mai abbandonare arte talento e ironia». Non cambierà il mondo, quel testo di saluto scritto da Tiziana e letto da Antonietta dal palco di un piccolo paese come Venaus, dove si svolgevano gli incontri “culturali”. Ma l’applauso dirompente ha fatto bene al cuore di tutti.

Non cambierà il mondo questo festival fatto da tante persone provenienti da mondi diversi. O forse lo sta già cambiando. Un fiume carsico di energie che esiste tutto l’anno. Persone che si occupano e organizzano in valle altri eventi, piccoli e grandi: pro loco, sagre, biblioteche, feste di paese e che poi confluiscono nell’evento di luglio ognuno portando la sua specificità.

Hanno tentato in ogni modo di bloccare l’ottava edizione del Festival ma ad ogni articolo di giornale saliva la consapevolezza che quello spazio andava difeso. Nella notte fra il 5 e 6 dicembre 2005 era stato il parroco di Venaus a suonare le campane per chiamare a raccolta la popolazione e difendere il presidio. Questa volta le campane le hanno suonate i giornali. Una pubblicità enorme ha permesso di trasformare la Borgata 8 dicembre (il nome per ricordare la memorabile giornata della liberazione di Venaus), ancora una volta in un grande palco a cielo aperto di persone che hanno intenzione di prendere in mano il loro futuro e lottare per il bene comune.

La felicità e la lotta della Valle fanno sempre più rumore. Ora riecheggiano al di qua e al di là di quelle Alpi che qualcuno si ostina a voler traforare da parte a parte. In Italia come in Francia sono in tantissimi ad aver capito che questo mega tunnel inutile e dannoso deve essere fermato. La pensa così Éric Piolle, sindaco di Grenoble che ci ha fatto una grandissima sorpresa venendo al Festival e salendo sul palco per ribadire la contrarietà a questo progetto anacronistico. È una ventata di aria fresca quella che arriva dalla Francia, che coinvolge città, associazioni e cittadini in movimento che hanno animato i dibattiti del Festival. Speriamo possa soffiare fino a Torino e a Roma, per spazzare via le idee stantie con cui ci ammorba da anni la politica inconcludente delle grandi opere. Nella Valle che resiste clima, diritti, acqua, comunità sono al centro del dibattito. Perché se fosse una tromba, l’Alta Felicità ci suonerebbe la sveglia. E suonerà ancora e ancora.

(Le foto sono di Luca Perino)


Fulvio che detestava i funerali

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«Fulvio. Ti ho ritrovato con sgomento, forma indistinta sotto un telo, nella notte gelata di Venaus». Così scriveva Nicoletta Dosio il 21 gennaio. «Investito da un’auto davanti al presidio. Intorno i lampeggianti blu dei carabinieri, un gruppetto di sorelle e fratelli No Tav increduli che di quel tuo esserci sempre con la tua ingegnosa manualità, la dolcezza che riservavi ai più inermi e la caparbietà di chi non vuole padroni, restasse solo una forma indistinta, immobile sul selciato».

La notizia della morte di Fulvio Tapparo è arrivata come una lama a bloccare un sabato sera che doveva essere normale. Poi c’è voluta una settimana per rimettere insieme i pezzi. Fulvio da qualche anno aveva deciso di vivere al presidio di Venaus insieme a Biagio, la sua residenza risultava “in via della Casa Comunale”, un riferimento fittizio a chi non ha casa, ma Fulvio ce l’aveva eccome, anche se il presidio non poteva risultare abitazione. Storica struttura del movimento per quel permesso rilasciato nel 2005 dal sindaco di allora Durbiano come chiosco di “vendita cocomeri”. Fulvio accoglieva amici da tutta Italia, un piatto di pasta, un posto letto. Un riferimento anche per la locanda “Credenza” a Bussoleno, per il presidio di San Didero, per l’organizzazione del Critical Wine, per il Festival Alta Felicità, per ogni iniziativa che ci si inventava. Generoso sempre, non si risparmiava così come non si sottraeva al confronto duro (incazzato nero sempre). Detestava la retorica e detestava i funerali

Il movimento se l’è ricordato e in un sabato pomeriggio con un cielo regalato azzurro che sbatteva contro le montagne, ha atteso il feretro, davanti al presidio. Per musica una “battitura” che ricordava le presenze ai cantieri. La cassa di legno è stata messa su una poco cerimoniosa Apecar. Mezzo glorioso, amico di tante incursioni, capace di transitare su sentieri montani in aree militarizzate. Della sua avversione per i complimenti, le cerimonie, per i discorsi troppo lunghi, il movimento se l’è ricordato e il saluto di tanti che si sono succeduti al microfono è stata la cosa più lontana dalla retorica che si possa immaginare. Un lungo elenco di risse, litigi, discussioni, parole che denunciavano ancora di più un affetto enorme, un riconoscimento vero alla persona e tante risate. Come quella volta che il Nucleo Pintoni Attivi (età media dei suoi componenti, dai settanta agli ottantacinque anni), si erano mascherati da black bloc con passamontagna e giacche a vento rigorosamente nere. Una presenza organizzata al cantiere di notte per rispondere al fermo di ragazzi avvenuto pochi giorni prima. Ovviamente il gruppetto era stato bloccato dai poliziotti, fatti stendere a terra in attesa di rinforzi. Ricordava oggi Mimmo: “Ad un certo punto Fulvio mi dice: Toni si è addormentato, sta russando. Siamo scoppiati a ridere, i poliziotti erano increduli, cos’hanno da ridere questi? hanno capito il perché quando ci hanno tolto i passamontagna e hanno visto la nostra età…non potevano crederci”.

Nicoletta, Franco, Alberto, Avernino sindaco di Venaus e poi da Bologna, da Modena, da Roma, il microfono passa da uno all’altro per ricordare Fulvio. Fra questi anche un ragazzo che racconta la sua esperienza di eroinomane ventenne e di come ne sia uscito riprendendosi la vita grazie a Fulvio, allora dirimpettaio di casa, compagno di ciucche e di vita lontana dall’eroina. Gli fa eco una ragazza: «In questo presidio ho trovato più casa di casa mia più famiglia che a casa mia». Riparte la battitura, ma prima Emilio ricorda a tutta quella marea di persone commosse, stranite, che non sanno se ridere o piangere e fanno corona ai ricordi e a Fulvio chiuso nella cassa che «dobbiamo volerci bene da vivi». Perché abbiamo la fortuna di vivere in una comunità bella e forte. Mariano decide di fare l’ultimo dispetto al morto e intona Se Chanto, inno Occitano che Fulvio non sopportava più perché “due palle”… «Abbassatevi montagne. Alzatevi pianure. Affinché io possa vedere dove sono i miei amori…». Il figlio di Fulvio, Daniele, ha ringraziato il movimento dedicando a suo padre una frase dal film Big Fish: «C’è un tempo in cui un uomo deve lottare e un tempo in cui accettare la sconfitta. Quando la nave è salpata solo un matto può continuare a insistere. Ma la verità è che io sono sempre stato matto…».

Intanto in questi giorni a Torino continua uno dei processi contro il Movimento Notav e gli attivisti di Askatasuna, accusati di aver rallentato i lavori dei cantieri del Tav con azioni dimostrative e soprattutto, di conseguenza, aver costretto i poteri dello Stato a una militarizzazione del territorio. La deposizione di un funzionario Digos rende pubblici i dati: le forze dell’ordine avrebbero impegnato, a turno e a rotazione, fino a 266mila operatori in un solo anno. I costi sono stati poi utilizzati per quantificare la spesa del ministero che arriva ad una cifra enorme: 8 milioni di euro, comprensivi di personale, vettovagliamento, indennità, reparti e funzionari in trasferta, ecc. ecc. Il progetto del Tav, buco nero di soldi pubblici, è parte di quello che viene sottratto alla sanità, alla spesa sociale… Ma niente paura, il conto da pagare verrà richiesto al Movimento Notav che già si prepara a svuotare i salvadanai.

Ciao Fulvio.

L’articolo è pubblicato anche su Comune-info


Adonella Marena: il cinema, gli indiani di Valle e molto altro

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Adonella Marena se ne è andata. Già insegnante di storia, dagli anni Ottanta si è occupata di teatro e della diffusione in Italia del cinema delle donne nel “Gruppo Comunicazione Visiva”. Poi dal 1989 è stata autrice di corti e documentari, ispirati direttamente alla realtà delle sue esperienze più significative nel sociale: in particolare le donne, l’intercultura, la memoria, l’ecologia.

Il Valsusa Filmfest ha voluto ricordarla sulla pagina Facebook con una foto del 2005. Adonella, seduta in un prato di Borgone (il primo presidio No Tav organizzato), filmava con una telecamera quasi più grande di lei. In tutti i momenti importanti di lotta contro il treno ad alta velocità che vorrebbe deturpare la Valle è sempre stata con noi, presente, pronta a riprendere tutto per darne notizia, per fermare il racconto con immagini (i social non erano ancora attivi). È stata lei a realizzare il primo filmato sul movimento No Tav dal titolo Indiani di valle, presentato con queste parole: «Cittadini e sindaci in un irriducibile movimento trasversale denunciano con ogni mezzo gli effetti devastanti del faraonico e inutile progetto: la morte di un’intera valle, avvelenata dall’amianto, prosciugata e trasformata in un corridoio di servizio». L’anno dopo nel 2006 decise di seguire la marcia da Venaus a Roma per far conoscere anche ad altri territori la resistenza della valle: Cartun d’le ribelliun. Ne seguì anche un libro fotografico di Fulvia Masera e Carlo Ponsero. Il filmato è così presentato: «Una mattina d’estate da Venaus parte una marcia, che percorrendo in 15 giorni 800 chilometri, arriva a Roma. A piedi, in treno, in bici, la marcia a bassa velocità. Il movimento No Tav esce dalla valle per far conoscere le ragioni della sua opposizione ai faraonici progetti delle cosiddette Grandi opere. La storia di un’utopia contagiosa». Adonella si era divertita a filmare e a vivere i trasferimenti, gli incontri, le mangiate, le discussioni. Il suo sguardo non era mai banale, mai retorico. Nel documentario aveva dato voce a una Italia che desidera ritrovare il senso delle comunità.

Nel 2011 terminò un altro importante lavoro, Lo Sbarco, racconto della missione della Nave dei Diritti su cui, l’anno precedente, centinaia di italiani residenti in Europa, allarmati per la deriva della democrazia in Italia, si erano imbarcati a Barcellona e, a 150 anni dall’impresa garibaldina, erano arrivati a Genova per portare sostegno a chi resisteva, accolti con grandi festeggiamenti.

Alla prima edizione del Valsusa Filmfest (1997) Adonella aveva vinto il primo premio con il documentario Facevo le Nugatine, storia della Venchi Unica (Premio Cipputi anche dal Torino FF). Successivamente era stata spesso ospite del nostro festival che sentiva come casa sua, anche grazie all’amicizia che la legava ad Armando Ceste (uno dei fondatori del Valsusa Filmfest), con il quale aveva condiviso alcuni lavori come Non mi arrendo. Non mi arrendo! e Le Tute bianche. Un esercito di sognatori. A Condove aveva presentato altri documentari come quello dedicato alla partigiana Frida Malan (La Combattente) e La fabbrica degli animali, un documentario duro sulle condizioni degli allevamenti intensivi, lavoro di ricerca con lo storico amico veterinario Enrico Moriconi. In questi giorni fra i tanti commenti c’è anche quello del Cascinotto di Collegno, un rifugio per cani e gatti randagi. Scrivono: «Se il Cascinotto esiste lo deve anche ad Adonella che oggi purtroppo ha lasciato questa Terra. Adonella durante il suo percorso ha celebrato la vita in ogni sua forma; ha difeso gli esseri umani, gli animali, l’ambiente. Lo ha fatto con la sua presenza, con il suo attivismo, con la sua arte. Sempre attenta ai più deboli, sempre in prima linea a difendere le cause in cui credeva».

Adonella amava definirsi un granello di sabbia nell’ingranaggio. La ricordiamo con la sua dolcezza infinita e con immensa gratitudine per averci regalato tanto del suo tempo.


Recosol: fare rete nei territori

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A guardare in giù dal belvedere di Polizzi Generosa, 900 metri di altitudine, si presenta l’estensione del parco delle Madonie. Di sera, quando c’è la nebbiolina, la sensazione è che il paese sia sospeso in quella che i polizzani (3.000) chiamano “maretta”. Polizzi, paese nativo di Domenico Dolce. Lo stilista della casa di moda Dolce &Gabbana deve condividere i natali con Giuseppe Antonio Borgese, accademico, germanista, drammaturgo e con l’attore Vincent Schiavelli che, gravemente malato, ha voluto tornare al suo paese dove poi è stato sepolto.

La prima assemblea della Rete dei Comuni solidali è stata organizzata a Polizzi nel 2004 e da allora sulla facciata del municipio c’è una targa che lo ricorda. Poi tanta acqua e amministrazioni sono passate fino a quella guidata da Gandolfo Librizzi che ha voluto riproporre l’incontro. Nel frattempo la rete è diventata Comunità Solidale, agli incontri hanno partecipato amministratori ma anche associazioni, esperienze di territori, cittadini. I voli che sono atterrati a Punta Raisi arrivavano dal Veneto, dalla Sardegna, dal Lazio, dalla Campania, dalla Toscana e dal Piemonte, e poi arrivi dalla Calabria e dalla Sicilia. Per due giorni c’è stato (dentro e fuori al convegno) uno scambio continuo di idee e progetti.

Raccontata la Street Art messa in piedi dai comuni delle colline del mare nel Monferrato. Capofila del progetto Chiusano d’Asti (187 abitanti) e una grande capacità dei suoi amministratori di fare rete a partire da quello che unisce. «5milioni di anni fa da noi c’era il mare, sono stati trovati dei reperti importanti: balene», racconta Marisa Varvello che ha lavorato perché i murales fossero distribuiti in tutti i territori e al progetto partecipasse non solo il Distretto di Paleontologia dell’Astigiano ma anche il Piam onlus che gestisce l’accoglienza nei diversi comuni. È nata in questo contesto l’idea di organizzare un Taxi sociale (titolo del libro pubblicato da Recosol con il racconto di 54 storie). Taxi sociale un servizio gestito (non a caso) da un migrante che risolve difficoltà a tanti anziani che vivono in cascine isolate e hanno bisogno di spostarsi.

Un problema, quello dello spopolamento delle aree interne, presente in tutte le regioni. Dal Casentino (Toscana) l’assessora Giovanna Tizzi del comune di Poppi ha presentato la rete di accoglienza che opera da 15 anni e coinvolge tutti i 10 comuni della zona. Refugees Welcome si occupa di accoglienza in famiglia e viene descritta da Loris Ramazzina, assessore di Este che lavora a Padova per indicare le possibilità ai tanti ragazzi usciti dai progetti che, raggiunta la maggiore età, non sanno come orientarsi.

L’importanza di fare rete è stata il filo conduttore di tutti gli interventi. Giovanni Mannoccio ha parlato del Festival delle migrazioni nato ad Acquaformosa (Cosenza) e da quest’anno proposto in sette comuni tutti con un’appartenenza importante arbëreshë (cioè di albanesi d’Italia). Amministrazioni impegnante in progetti di accoglienza che hanno potuto contare nel tempo su 78 nazionalità e circa 1400 ospiti. I progetti hanno permesso assunzioni di 150 giovani operatori che hanno così evitato l’emigrazione per cercare un lavoro. Un dato significativo: l’80% del personale è fatto di donne. Anche al comune di Caltagirone (Sicilia), sindaco Fabio Roccuzzo, sono stati avviati dei progetti di accoglienza. «A pochi chilometri da noi abbiamo vissuto l’incredibile vergogna del Cara di Mineo finalmente chiuso dopo 8 anni. Aveva raggiunto anche 4.000 persone rinchiuse come fosse un carcere». Roccuzzo vuole portare nuova energia nella sua comunità e ha istituito per i cittadini anche il “baratto amministrativo”, che consente di pagare i debiti con servizi sociali. Enrico Pusceddu, già sindaco di Samassi (4800 abitanti) in Sardegna, ha raccontato come sia stato possibile far conoscere e rendere visibile a tutti la presenza di persone provenienti da altri Paesi: «Per le feste natalizie abbiamo costruito uno striscione con quindici lingue diverse. Per la pandemia ci siamo poi attrezzati per cercare di far vaccinare tutti e abbiamo chiesto a medici, infermieri, farmacisti di lavorare oltre il solito orario. In cambio abbiamo regalato casse di carciofi che sono state fornite da agricoltori. Samassi è la capitale dei carciofi, li esporta in tutto il mondo. Siamo riusciti a organizzare una Hub per vaccinarsi e venivano anche dai comuni vicini».

Gli interventi che si sono susseguiti avevano comunque l’ombra delle prossime elezioni. La preoccupazione palpabile di tutti è che la “nuova politica” entri a gamba tesa per smembrare il sistema di accoglienza e renda tutto più difficile. Franco Balzi, sindaco di Santorso (Veneto), ricordando il grande lavoro nei mesi scorsi, proposte e documenti prodotti per tentare di avere una interlocuzione con l’Anci, si è rammaricato del fatto che, al di là della spada di Damocle delle elezioni, non sia stato fatto nulla dall’attuale Governo per mettere in sicurezza la gestione dei progetti. Giovanni Maiolo presidente di Recosol ha deciso, in corso d’opera, di modificare il suo intervento per raccontare gli sbarchi continui sulla costa ionica. Impossibile ricordare tutti gli interventi, a cascata, con grande passione, come quello di Alessio e Francesco, due operatori di Scisciano (comune campano dove niente è facile e la ricerca di un lavoro per un ospite del progetto diventa letteralmente impossibile da trovare in sei mesi come stabilito dalle norme SAI). Storie e fatiche raccontate senza enfasi, senza folle applaudenti, senza leaderismo. Storie concrete destinate a costruire passo passo una società vivibile, ma anche destinate ad essere totalmente invisibili dalla politica.

Ne sanno qualcosa i frati della comunità di Danisinni, uno dei cinque quartieri di frontiera di Palermo. Fratel Mauro con i suoi racconti trascina talmente che prima di partire il gruppo decide di fermarsi per vedere direttamente il miracolo che stanno compiendo utilizzando la Street Art fra case fatiscenti e vite in difficoltà. Arte e giocolieri, un grande spazio ospita un tendone e due volte al mese artisti di strada presentano spettacoli. Vicoli stretti, motorini che sfrecciano e si fermano per parlare alla pari con fratel Mauro, quasi un codice, riconoscendogli un ruolo concreto in quel quartiere.

Impossibile elencare tutti i progetti, in quella che viene definita rigenerazione umana e urbana.


Da Bussoleno al carcere di Aix-Luynes sulle tracce di Emilio

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«Dal piccolo paese di Bussoleno (valle di Susa) al carcere di Aix-Luynes ci sono di mezzo più di 300 km oltre alle montagne, al di là del confine tra Claviere e Monginevro. Un viaggio lungo una notte intera per arrivare all’appuntamento, primo colloquio con Emilio Scalzo che era stato fissato alle 7.30 di mattina del 12 gennaio. Era da 45 giorni che Marinella, la moglie aspettava questo colloquio». Inizia così il racconto di Gabriel postato sulla pagina di Facebook del nuovo “Comitato Emilio Libero” nato il 6 gennaio 2022, durante una partecipata assemblea fra mascherine e distanziamento. Si sentiva la necessità di avere uno strumento che racchiudesse le tante anime e iniziative per continuare a svolgere in modo ancora più incisivo un’azione forte per far conoscere e contrastare quella che si sta dimostrando una vera e propria persecuzione giudiziaria nei confronti di Emilio Scalzo (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/09/17/un-pericoloso-criminale/). Ancora una volta diventa fondamentale mantenere alta l’attenzione su quello che avviene nelle carceri.

Emilio è in arresto “preventivo”, ma le modalità della reclusione sono pesanti e, come spesso succede, la “pena” (prima ancora di una eventuale condanna) si abbatte anche sui famigliari costretti a viaggi incredibili, a sostenere spese, a districarsi in labirinti burocratici infiniti. Il colloquio in carcere alle 7,30 del mattino, per un’ora, non era esattamente favorire i rapporti con i famigliari. Ma il movimento sa essere solidale e farsi carico di queste situazioni e nessuno viene lasciato solo. Vengono organizzate due auto per il viaggio, la partenza alle due di notte per attraversare il colle del Monginevro e via verso il sud della Francia. Poi capita che una serie di cose, tutte positive e anche abbastanza originali, a un certo punto alleggeriscano la storia. Alle elezioni del presidente della Repubblica, gennaio scorso, per ben due volte il nome di Emilio viene letto in aula: non senza imbarazzo quando viene chiesto «ma chi è?» e sottovoce viene detto «un no Tav». Tuttavia, nonostante questo prestigioso riconoscimento, Emilio rimane in carcere.

Il percorso di vita di Emilio Scalzo è stato più volte raccontato (https://volerelaluna.it/tav/2020/12/09/a-testa-alta-dalla-sicilia-alla-val-susa/). Una vita specchiata nella quale ha saputo dimostrare con i fatti quanto non gli interessassero i facili guadagni, le scorciatoie, quello che lui chiama “la via dell’aceto”. Invece di alzarsi tutti i giorni alle quattro del mattino per rifornirsi al mercato del pesce e poi sui mercati della valle, avrebbe potuto seguire altre strade. Una famiglia complicata la sua. «Non avevo concezione di politica. Il mio obiettivo era semplicemente star fuori dai casini dei miei fratelli e combattere la malavita per come potevo, senza comunque abbandonarli al loro destino». Non poteva sgarrare, consapevole del suo cognome pesante. Pare sia il destino di Emilio quello di dover dimostrare molto di più degli altri perché eternamente monitorato. È successo anche la prima volta che è stato arrestato per pochi giorni il 15 settembre 2021. Appena arrivato al transito, Emilio ha raccontato di aver ricevuto una tazza di caffè offerto dalle sezioni vicine. Fra i detenuti c’era chi si ricordava dei suoi fratelli. Emilio aveva ringraziato, ma non aveva accettato, regalando la bevanda al vicino di cella. La detenzione era stata di pochi giorni, poi gli arresti domiciliari, interrotti il 1 dicembre, quando un vero blitz lo ha “catturato” per poi tradurlo in Francia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/02/troppa-solidarieta-per-emilio-deve-tornare-in-carcere/).

A febbraio, dunque, il “Comitato Emilio Libero” decide di organizzare un gita fuori porta, un presidio davanti alla maison d’arrêt. Il viaggio è impegnativo, una vera sfacchinata, il rischio di contagi ancora presente. Tuttavia si fa uno sforzo e in pochi giorni si riempie un primo pullman, poi un secondo. A cascata si aggiungono molte auto. L’appuntamento è per sabato 12 febbraio a Aix Luynes. Nella stessa giornata ci sarà anche un presidio a Milano davanti al consolato francese molto partecipato: la “Banda degli Ottoni a Scoppio” richiamerà attenzione.

Inaspettata, il venerdì pomeriggio mentre i preparativi della partenza fervono, arriva la notizia della scarcerazione. Che si fa? Il tam tam parte subito e poco dopo arriva la risposta: si va lo stesso, è l’occasione per salutarlo, il programma è confermato. Davanti al carcere in una giornata primaverile sventolano le bandiere no Tav, musica e saluti a chi è rimasto dietro le sbarre. Sarà la prima cosa che dirà Emilio quando un abbraccio totale dei valsusini lo risucchierà letteralmente: «Mi sono sentito in colpa ad uscire, ho lasciato un pezzo di nuova famiglia. Mi son sentito privilegiato». Esce con una forte sciatica, la cella piccolissima non permetteva movimenti, il letto era una branda. È dolorante ma ovviamente felice. Niente lo ferma e ai francesi che lo incontrano e che lo intervistano parla con sicurezza in un francese che ricorda Peppino e Totò a Milano: «Noio volevan savoire». Gesticola ancora di più, ma si fa capire. La sua umanità supera tutto. Gli hanno portato i biscotti no Tav con la scritta “Emilio Libero”, ma lui precisa: «Io sono sempre stato libero anche là dentro. È una questione di testa non vi preoccupate per me».

Il vizio di forma che gli avvocati hanno individuato consiste nel non aver invitato Emilio, del quale era ben nota la residenza, a recarsi presso il Tribunale di Gap per essere sottoposto a interrogatorio. La Corte di appello di Grenoble ha pertanto dichiarato nullo il mandato di arresto europeo. Così Emilio è stato scarcerato ma, visto il procedimento pendente, gli è stata comminata la misura dell’obbligo di dimora e di firma una volta alla settimana presso la gendarmeria di Lancon de Provence. Potrà muoversi in tutto il dipartimento delle Bocche del Rodano. Grazie alla preziosa disponibilità di un consigliere regionale, Daniel Marcotte, avrà a disposizione una casa tutta per lui e una bicicletta che la sua famiglia gli porterà.


Val Susa: ancora a fuoco un presidio No Tav

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Avrebbe dovuto essere il luogo più sicuro del mondo il presidio di San Didero, di fronte al fortino militarizzato per difendere la costruzione del nuovo autoporto, collegato con la linea ferroviaria Torino-Lione, dopo la distruzione del vecchio, costruito negli anni Ottanta (agli occhi di tutti uno spreco scandaloso, mai entrato in funzione). Eppure, di fronte a fari puntati, blindati sempre presenti, telecamere, il 4 gennaio il presidio di San Didero è stato dato alle fiamme. Come tutti i martedì, c’era stata l’apericena, diventata un’abitudine per trovarsi e fare il punto della situazione. Così come il giovedì, quando un gruppo di pensionati si trova per pranzare insieme. Il presidio è “vivo” e monitorato anche dalla presenza di molti giovani no Tav. L’ampio spazio (di proprietà di alcuni militanti no Tav) ha permesso iniziative molto partecipate, compresi balli occitani (puntualmente filmati dalla Digos per la loro bellezza coreografica…) e appuntamenti gastronomici in grado di raccogliere fondi per il Rifugio Fraternità Massi di Oulx, una risposta alla rotta dei migranti verso la Francia. L’ultima manifestazione no Tav dell’8 dicembre si era conclusa proprio in quello spazio e molte persone avevano attraversato la statale per andare ad appendere palline di Natale alle reti del fortino. Per rinforzare gli auguri verso sera si erano visti in cielo fuochi d’artificio anche se, non essendo stato colto lo spirito natalizio, la risposta era stata al solito con gli idranti… Poi, pochi giorni dopo, l’incendio: partito dalla roulotte che staziona sul posto, nessun attacco elettrico, un’unica bombola di gas portata via durante l’intervento dei vigili.

La data del 4 gennaio 2022 va ad aggiungersi all’elenco delle provocazioni.

Era rimasta la stufa, il 24 gennaio 2010, al centro del presidio di Borgone distrutto da un incendio doloso. Sembrava smagrita nella sua forma bombata, generosa di ferraglia, ma ancora riconoscibile. Per cinque anni aveva riscaldato quel luogo, a volte infeltrendo il bordo di giacche di chi per cercare il caldo l’abbracciava un po’ troppo. Erano trascorsi cinque anni dal 22 giugno 2005, primo tentativo (respinto) di prendere possesso di quel terreno per poi trivellarlo per un sondaggio. Il giorno dopo la stessa scena si era ripetuta a Bruzolo e poi a Venaus. Tre luoghi simbolo dove erano nati tre presidi, all’inizio gazebo veloci, poi vere casette di legno, con cucina e tende alle finestre. Tutto era servito a fare comunità, a stare bene insieme, a continuare a discutere, a leggere i giornali, a incazzarsi. “Montanari imbizzarriti” erano stati chiamati i valsusini da politici torinesi che per giorni avevano lanciato una campagna stampa a dir poco aggressiva, violenta. Intanto il presidio di Borgone era stato raso al suolo.

Qualche giorno prima, il 16 gennaio, ci avevano provato con il presidio di Bruzolo, più o meno all’ora di cena. Troppo presto, qualcuno che transitava sulla strada aveva dato l’allarme ed erano arrivati i vigili del fuoco. Ma il 1 febbraio l’operazione era stata portata a termine e anche quel presidio era stato raso al suolo ed erano rimasti solo alcuni spuntoni di ferro anneriti verso il cielo. I presidianti di Bruzolo avevano partecipato alla manifestazione con uno striscione con su scritto “Brucia più a voi che a noi”, che ben sintetizzava il clima della valle sempre più determinato a resistere e a ricostruire i presìdi. Nelle stesse giornate alcuni monumenti dedicati ai partigiani della valle erano stati imbrattati con scritte Sì Tav. E su Facebook un gruppo Sì Tav aveva postato un video con i presìdi in fiamme e minacce a quelli in Val Sangone e a Rivoli con la scritta “A fuoco”.

Qualche anno dopo, il 1 novembre 2013, era stata la volta del presidio Picapere a Vaie, anche questo raso al suolo dal fuoco. Una manifestazione aveva messo insieme, ancora una volta, “cuore e rabbia”. A denti stretti anche i giornali avevano ammesso che i partecipanti non erano comparse e che la valle in effetti non era pacificata. Il presidio in poco tempo era stato ricostruito ancora più bello. Tuttavia una riflessione il movimento lo stava facendo e, dovendosi occupare di un nuovo spazio nella valletta della Maddalena di Chiomonte, aveva pronta un’alternativa. Era stata costruita una casetta sugli alberi. Un castagneto secolare aveva ospitato il nuovo presidio. I piedi per terra erano stati mantenuti dando l’incarico di vigilanza, il 14 maggio 2011, a un pilone votivo dedicato alla Madonna del Rocciamelone, a San Michele Arcangelo, a San Francesco. Poi, volendo esagerare, era stata posata una statua di Padre Pio, di cui si era notato che i militari di turno al cantiere riconoscevano l’autorità.    

Ma l’abitudine di appiccare il fuoco per togliere di mezzo chi infastidisce si era riproposta nella notte fra il 2 e 3 gennaio del 2018. Le fiamme avevano divorato lo spazio sociale VisRabbia di Avigliana frequentato da molti giovani.

In questi trent’anni di mobilitazione e lotta i presidi sparsi su tutto il territorio della valle sono sempre stati luoghi di benessere sociale. Il giorno della Befana a San Didero è stata organizzata una bella polentata per rispondere al detto «se le cose vanno male il corpo non deve patire». E ognuno si è portato piatto e bicchiere. Come al solito.


Troppa solidarietà per Emilio: deve tornare in carcere!

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Mercoledì 1 dicembre 2021, ore 13.20. Statale 24 Susa-Torino bloccata con blindati di polizia in entrambe le direzioni. Via Trattenero bloccata con un blindato di polizia. Altre strade secondarie che permettono di arrivare nei pressi della casa di Emilio Scalzo bloccate da reparti di polizia. La moglie Marinella ed Emilio hanno sentito suonare alla porta. Tempo zero e dalla finestra hanno visto piovere dal cielo squadre speciali che hanno scavalcato il recinto bianco del piccolo prato e sono piombate nell’abitazione: «Sembravano i Ros per l’arresto di Totò Riina». L’obiettivo del blitz: riportare Emilio in carcere in attesa di consegnarlo all’autorità giudiziaria francese per l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso per violenza a pubblico ufficiale nel corso di una manifestazione per i migranti al confine fra Clavière e Monginevro (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/09/17/un-pericoloso-criminale/).

Più la polizia cresceva nel bloccare le strade più la gente usciva di casa e correva verso la casa di Emilio. Nessuna divisa, nessun arresto potrà mai modificare la carta di identità che Emilio ha impressa addosso: persona per bene, generosa (https://volerelaluna.it/tav/2020/12/09/a-testa-alta-dalla-sicilia-alla-val-susa/). Un ragazzo che ha avuto una vita complicata e ha saputo tenersi fuori dai guai dei suoi fratelli. Unico su nove. Sempre a testa alta: «Non avevo concezione di politica. Il mio obiettivo era semplicemente star fuori dai casini dei miei fratelli e combattere la malavita per come potevo». Una vita di lavoro sui mercati di tutta la valle dove si è fatto conoscere dal mondo: «Mai preso neppure una multa». Non poteva sgarrare, consapevole del cognome pesante, Scalzo. Pare che il suo destino sia dover dimostrare molto di più degli altri perché eternamente monitorato.

Ironia della sorte anche in questa occasione Emilio non “paga” l’annullamento degli arresti domiciliari per un suo comportamento diretto ma per quello che altri avrebbero potuto fare (condizionale). La Corte d’appello di Torino, su richiesta della Procura generale ha, infatti, disposto la modifica della misura cautelare e il nuovo trasferimento in carcere di Emilio perché vicino a casa sua c’erano gruppi di persone che avrebbero potuto intralciarne e ritardarne la consegna all’autorità giudiziaria francese. Fatto gravissimo che ha dell’incredibile. Certo, tante persone in questi giorni si sono date il cambio per essere presenti e vicini alla famiglia di Emilio, farle sentire affetto e vicinanza. Nonostante il tempo freddo e inclemente si sono abbrustolite castagne e si è rinforzato il legame di comunità che qui non è solo una parola ma un concetto profondo anche se a volte faticoso. Poche ore prima dell’arresto, verso mezzogiorno, era passato a salutare anche Zerocalcare.

Dalla casa di Emilio Scalzo si possono vedere il Parco dell’Orsiera Rocciavrè, il Rocciamelone, i Tre Denti e, in lontananza, il Niblé che preannuncia la Francia. Alzando gli occhi al cielo venerdì 26 novembre non si sono viste le saette colorate dell’Italia e della Francia che sancivano il Trattato del Quirinale, un accordo per «favorire e accelerare il processo di integrazione europea», come ha spiegato Mario Draghi, senza sapere che in valle di Susa il processo di integrazione si sta attuando da mesi con l’accoglienza dei migranti che da Trieste arrivano fino qui. Saette colorate nel cielo e giochi di equilibrismo che non facevano ben sperare su quello che la Cassazione avrebbe deciso in risposta alla richiesta di non concedere l’estradizione di Emilio. La decisione è arrivata di sera ed è stata negativa: estradizione assicurata.

Così, davanti a casa sua era stata organizzata una polentata con tutte le intenzioni di fare una cosa buona e giusta, con farina km zero: non si poteva immaginare che questo sarebbe stato considerato un probabile, ipotetico, futuro reato.


Direttore di “Repubblica”, noi intanto ti quereliamo!

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Mercoledì 17 novembre. Un paese della Valle di Susa. Interno tabaccheria. Cliente: «Buongiorno una marca da bollo da 3,92 euro». Tabaccaia: «Incredibile, in questi giorni tutti vogliono sta marca». Sorriso. Discorso sospeso, complicità. La marca deve essere apposta su una querela.

Le istruzioni sono precise. Compilare il modulo predisposto motivando la propria appartenenza al movimento No Tav. Chi, a suo tempo, ha acquistato il metro quadrato di terra a Chiomonte per opporsi agli espropri nella zona del cantiere del Tav segni quello. Perché la querela possa andare avanti bisogna dimostrare di “appartenere” al movimento veramente e non solo a parole.

Per depositare la querela l’appuntamento è venerdì 19 novembre a Torino davanti al tribunale. Chi non può si presenti a Susa, caserma dei carabinieri. Tutti e tutte puntuali, alle 9.00. Bisognerà mettersi in coda. Con mascherina e distanziamento. Portiamo bandiere e fazzoletti al collo ma non facciamo caciara. Non è una manifestazione, è l’esercizio del diritto di cittadini di querelare chi li ha diffamati. «Bisogna armarsi di santa pazienza per l’ingresso in tribunale e la coda dell’ufficio. Ci sarà da aspettare. Ma questa attesa sarà ordinata, pacifica educata, non accettiamo provocazioni». Nei giorni precedenti arrivano e-mail, scambi di telefonate, WhatsApp. Gli impegni quotidiani vengono organizzati in funzione dell’appuntamento, chi chiede permessi dal lavoro, chi trova il modo di sistemare i nipoti all’uscita di scuola. C’è fermento.

La giornata si chiamerà «Io querelo in prima fila» per ricordare una delle tante occasioni in cui il movimento No Tav ha saputo inventarsi un nuovo strumento per inserire il famoso granello di sabbia nell’ingranaggio, acquistando un metro quadro di terreno là dove avrebbero dovuto in seguito espropriare. Sono state centinaia e poi un migliaio le persone che si sono presentate nel 2008. L’acquisto è stato esteso ai terreni di Venaus, alla Maddalena di Chiomonte, poi a Susa e in altre zone strategiche del progetto. Respingendo una richiesta di TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin), il Consiglio di Stato (massimo organo giudiziario amministrativo) aveva stabilito che per espropriare un bene deve esserci il contraddittorio con tutti i proprietari. Questo ha provocato alla società non pochi problemi. Il movimento No Tav è stato sempre pronto a rispondere alle chiamate. Tutto può succedere perché la storia è lunga di trent’anni e non è stata affidata a un solo leader, non si è affidata a una sola persona che nel tempo coltiva il culto della personalità. Il movimento esiste perché esiste una comunità consapevole, cresciuta insieme, con tutte le differenze ma radicata e presente.

È per difendere questo patrimonio umano fatto di tante storie che si è deciso di non soprassedere e di querelare Maurizio Molinari, direttore de la Repubblica, il quale, il 10 ottobre, nella trasmissione televisiva “Mezz’ora in più” diretta da Lucia Annunziata ha sostenuto, di fronte a un Maurizio Landini chiuso in un pesante silenzio, che: «i No Tav sono un’organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano degli anni ’70. Aggrediscono sistematicamente le istituzioni, la polizia, anche i giornali, minacciano i giornalisti a Torino e la cosa forse più grave è che sono in gran parte italiani che si nutrono anche di volontari che arrivano da Grecia, Germania e a volte dalla Francia. Per un torinese No Tav significa sicuramente terrorista metropolitano; chiunque vive a Torino ha questa accezione». Concludendo, poi, con l’affermazione che «la cosa più grave nei confronti dei No Tav è che siccome si avvalgono di una motivazione ambientalista, quando questa motivazione viene legittimata, loro reclutano, con una dinamica che ci riporta davvero agli anni ’70» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/15/e-allora-le-foibe-e-allora-i-no-tav/).

La segnalazione della tabaccaia che continua a vendere bolli di 3,92 euro fa intendere più di ogni altra cosa quanto i No Tav siano un movimento popolare difficile da archiviare.