La magistratura dopo il fascismo: storia di una transizione tradita

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Nella transizione dal regime fascista alla nuova forma repubblicana assunta dall’Italia a seguito della guerra partigiana e del varo della Costituzione del ’48, una delle prime esigenze presentatesi al nuovo Governo democratico fu, come ovvio, quella di un radicale ricambio del personale che aveva agito sotto la vecchia amministrazione.

L’operazione è risultata fallimentare, almeno per quel che riguarda le figure di maggior spicco, se è vero che la gran parte degli alti funzionari rimase al proprio posto senza che le rispettive carriere riportassero serie ripercussioni. Il bilancio non cambia per quel che riguarda l’epurazione che dovette necessariamente e prioritariamente riguardare la magistratura: per avere un riferimento concreto, basta considerare il dato quantitativo. I processi di epurazione furono circa 400 su circa 1000 casi esaminati, quando la magistratura all’epoca era composta in tutto da 4000 magistrati. Gli esiti sanzionatori furono però molto pochi, dal momento che in tutto si contano 55 collocamenti a riposo e 56 dispense dal servizio.

Il tutto assume poi un maggior rilievo, se si considera che i magistrati erano essi stessi ad essere investiti del compito di compiere l’epurazione, non solo per quel che riguardava il loro interno, ma altresì nei riguardi degli altri corpi burocratico-amministrativi e politici della neonata Repubblica. Nello stesso tempo epuratori ed epurandi, in largo numero inseriti nelle Commissioni di epurazione dopo il 1943, i magistrati appartengono d’altro canto a uno degli apparati necessariamente coinvolti con il regime e con la Repubblica di Salò. Eppure, come si ricorda nella illuminante introduzione a firma di Antonella Meniconi e di Guido Neppi Modona, curatori del volume L’epurazione mancata. La magistratura tra fascismo e Repubblica (Il Mulino, pp. 338, € 32,00), ad ogni seria operazione di depurazione delle istituzioni e degli apparati dalle presenze troppo compromesse con il regime, sarebbe stata preliminare una seria e profonda defascistizzazione della magistratura, quantomeno tra gli alti gradi chiamati a presiedere e comporre quelle Commissioni deputate al compito nei confronti delle altre amministrazioni. Questa operazione, il giudizio è unanime, non riuscì. Di qui quel circuito vizioso che reca in sé le premesse del fallimento: che trova compiuta descrizione, attraverso un’analisi approfondita e minuziosa, nel volume che si arricchisce, oltre all’ampio saggio dei curatori, dei contributi di giovani studiosi e della ripubblicazione di un saggio del 1999 di Pietro Saraceno, padre di un filone di ricerca storica sulla magistratura che supera l’analisi di leggi e giurisprudenza per approdare allo studio degli uomini e delle loro storie personali.

L’opera si compone di studi tematici, dedicati rispettivamente alla ricostruzione di quanto accadde nell’ambito del Tribunale speciale, ovvero in relazione all’introduzione delle leggi ebraiche; o ancora circa i comportamenti di alcuni magistrati durante i venti mesi della Repubblica sociale. Altri temi sviluppati riguardano ciò che avvenne in Cassazione a seguito dell’epurazione, dando atto della sostanziale continuità nei vertici della magistratura; per chiudere poi con la ricostruzione delle vicende che prima e dopo il fascismo hanno segnato l’associazionismo dei magistrati.

Quello che colpisce l’attenzione del lettore, forse anche oltre ogni considerazione d’insieme, è l’analisi specifica delle singole carriere che coloro che furono salvati dall’epurazione svilupparono nei decenni successivi al 1946. Il più famoso forse è il caso di Gaetano Azzariti, già presidente del Tribunale della razza: e che fu riabilitato da Togliatti, Ministro della Giustizia negli anni 1945-46, per rimanere a capo dell’ufficio legislativo di via Arenula, fino ad essere nominato (nel 1955) presidente della Corte costituzionale. Sono meno noti ma ugualmente significativi, tra i tanti, i casi dei magistrati Alliney e Baccigalupi. Carlo Alliney fu nominato nel maggio 1944 capo di gabinetto nell’Ispettorato della razza col compito di inasprire le leggi antisemite del 1938: ciononostante, nel 1968 venne nominato presidente di sezione della Corte di appello di Milano. Mario Baccigalupi, in magistratura dal 1931 al 1965, fu il vero teorizzatore dell’edificio giuridico razziale italiano: il paradigma razziale assurge a valore fondante dell’intero mondo giuridico che sotto questa lente viene riletto e risistemato. collegato alla razza. Nonostante la sua forte personale compromissione nella costruzione di quel sistema legislativo, fu prosciolto in prima istanza e dunque rimase in servizio fino alle funzioni in cassazione.

I diversi studi contenuti nel volume, che intessono una ricostruzione approfondita delle parabole individuali che si compirono negli anni precedenti, e poi successivi, alla caduta del fascismo, riescono a restituirci la visione di un tratto di storia italiana fondamentale, capace di riverberare i suoi effetti fino ai nostri giorni: una storia che è stata fortemente segnata da una transizione incompiuta, da un cambiamento che non ha saputo recidere le radici con il passato di un regime dittatoriale che ha espresso il peggio di sé nell’emanazione di quelle leggi razziali che rappresentano tuttora la vergogna incancellabile dalla storia del nostro Paese. Nelle pagine di questa storia, e di queste storie, ritorna, nelle diverse prospettazioni, l’interrogativo che riguarda anche noi, oggi, e la stessa possibilità di portare a termine un’epurazione effettiva e autentica, capace di involgere anche (e soprattutto) i vertici giudiziari, maggiormente compromessi nell’appoggio prestato al regime. Un’azione troppo radicale avrebbe sicuramente causato la difficoltà oggettiva, per la neonata Repubblica, di gestire una pressoché totale decapitazione dell’ordine giudiziario, o quantomeno un forte vuoto d’organico, con la conseguente necessità di procurare urgentemente un ricambio non facile né, in fondo, gradito dai componenti dell’ordine. Ma il compromesso trovato si attestò su un tipo di risposta troppo carente e acquiescente rispetto alle compromissioni col fascismo. La conseguenza, tra le altre, fu che continuò a prevalere la formazione culturale di quel tipo di giuristi nonostante il mutamento dell’ordinamento giuridico e l’adozione dei valori costituzionali: negli anni ‘50 la visione autoritaria del diritto espressa dai magistrati, e in particolare dai vertici di cassazione, discende direttamente dal clima in cui ebbero a formarsi. Epurazione mancata significò anche lentezza e ritardo nell’assimilare e attuare i nuovi valori costituzionali: ciò che condizionò pesantemente la fase di passaggio al nuovo ordinamento repubblicano.

Se dunque mancò la volontà di accelerare e di rendere effettiva la transizione, il cambiamento venne favorito invece dalla ripresa dell’attività associativa. Dopo l’autoscioglimento del 1925 (sancito dalla pubblicazione sull’ultimo numero de La Magistratura del noto editoriale L’idea che non muore, dove così si sintetizzano le ragioni della scelta: «La mezzafede non è il nostro forte: la vita a comodo è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire»), l’Associazione rinasce nel 1945, e l’anno dopo l’assemblea elegge il Comitato direttivo centrale, in un clima che esprimeva forti spinte di cambiamento, soprattutto contro il permanere dell’ordinamento giudiziario varato dal fascismo. Vengono eletti, accanto a magistrati già fortemente compromessi con il regime, altri che viceversa avevano dato prova di fiero antifascismo, fra cui Domenico Peretti Griva e Vincenzo Chieppa, già segretario generale al momento dell’autoscioglimento. Il risultato delle elezioni segna un forte momento di discontinuità e di disallineamento rispetto all’orientamento effettivo della magistratura del secondo dopoguerra. L’Anm si pone di lì in avanti sulla linea della progressiva adesione ai valori della Costituzione, e soprattutto della conquista di una effettiva indipendenza dal potere politico: certo, il cammino si mostrerà ancora (troppo) lungo e impervio, ma sarà coronato dal traguardo del Congresso di Gardone, nel 1965, «il momento del contributo più alto che i giudici hanno dato al rinnovamento delle istituzioni e alla rifondazione della cultura giudiziaria, basata sui valori della Costituzione democratica antifascista» (M. Guglielmi, https://www.magistraturademocratica.it/articolo/la-nuova-sfida-di-fedelta-alla-costituzione_3040.php)

Certo, quel risultato fu ottenuto vent’anni dopo la fine del regime: impossibile non vedere in questo rallentamento il portato di una volontà chiara che si opponeva al cambiamento e alla netta adesione ai valori democratici e antifascisti. Quelle resistenze e soprattutto, quelle omissioni, allungano la loro ombra sino ai giorni nostri, come già hanno oscurato tante opache vicende giudiziarie che hanno segnato la vita repubblicana. L’incapacità, o il rifiuto, di sapersi guardare dentro, e di far valere una scelta incondizionata per la difesa e l’affermazione dei valori dettati dalla Costituzione, per un corpo professionale, o meglio, per un ordine indipendente quale la magistratura, cui è affidata la funzione di amministrare la giustizia, pone un’ipoteca gravosa sulla stessa credibilità della propria azione, e sulla necessità di guadagnare e di conservare la fiducia dei cittadini. Questa lezione dovrebbe essere ben presente a tutti i magistrati, e dovrebbe valere anche per questi tempi travagliati.

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Lo Statuto dei lavoratori dopo cinquant’anni

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La ricorrenza, il 20 maggio, dei cinquant’anni dall’approvazione dello Statuto dei lavoratori è innanzitutto l’occasione per rievocare la storia di quegli anni e le vicende che ne accompagnarono il varo.

Fino a tutti gli anni Sessanta le fabbriche italiane furono caratterizzate da un rigido sistema repressivo di ogni velleità rivendicativa. Così Marco Revelli descrive la situazione nella fabbrica-simbolo, la Fiat di Valletta: «Una struttura rigida e gerarchizzata, impegnata, allora, in uno sforzo produttivo senza precedenti, che andava sottoponendo ogni struttura, ogni segmento del ciclo lavorativo a tensioni violente, a sfide sovrumane» (Lavorare in Fiat, Garzanti, Milano, 1989, p. 31). Ma, nel tempo, le fabbriche diventarono anche il luogo delle alleanze e di una nuova solidarietà, capace di superare le barriere della diversa provenienza geografica o delle divergenti ideologie sindacali o politiche: il recupero dell’unità sindacale costituì un argine alla richiesta di sempre maggiori livelli di produttività e la leva per ottenere un miglioramento delle condizioni di lavoro. Si arrivò così al biennio 1968-69.

Il 1969 addensa, nell’Italia del boom, le proteste dei movimenti operai, studenteschi, femminili e le richieste di nuove libertà e di nuovi diritti, come il divorzio e l’aborto. Scioperano i metalmeccanici, gli edili, gli agrari. Due braccianti vengono uccisi ad Avola dal fuoco della polizia nel corso di una manifestazione per aumenti salariali e per la parità di trattamento nella stessa provincia. Altri due lavoratori muoiono a Battipaglia negli scontri con la polizia a causa della chiusura di uno stabilimento industriale. A luglio Cgil, Cisl e Uil approvano una piattaforma unitaria con cui chiedono aumenti di salario e il superamento delle “gabbie salariali”, riduzioni di orario e normative di tutela della salute in fabbrica. Il movimento di protesta sembra inarrestabile.

Così la proposta di uno Statuto dei lavoratori, lanciata per la prima volta da Giuseppe di Vittorio nel 1952 nel corso del terzo congresso della Cgil, trova finalmente concreti sviluppi: il ministro del lavoro e della previdenza sociale, Giacomo Brodolini, ottiene dal Parlamento l’istituzione di una Commissione per la redazione della bozza di Statuto, presieduta dal giuslavorista e parlamentare socialista Gino Giugni. Lo Statuto viene approvato nel 1970 con la legge n. 300: l’astensione del Pci si giustifica con la denuncia di alcuni suoi limiti, in particolare in relazione all’esclusione delle tutele per i lavoratori delle imprese minori.

Con lo Statuto, la Costituzione entra nelle fabbriche. Il disegno costituzionale di promozione dei diritti collettivi e di garanzia delle tutele individuali trova nel testo del 1970 una organica realizzazione.

Nello Statuto si dà concretezza a diritti e libertà garantiti universalmente dalla Costituzione: anzitutto la libertà del lavoratore – senza distinzione di opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa – di manifestare il proprio pensiero all’interno del luogo di lavoro. Si consentono così comportamenti sino ad allora vietati e puniti con il licenziamento immediato dei “reprobi”. L’ipotesi tipica è quella di chi viene colto a distribuire ai compagni di lavoro volantini di propaganda sindacale o di protesta nei confronti della gestione dell’impresa. Altre previsioni disciplinano la vigilanza all’interno delle aziende, che non può avvenire all’insaputa dei lavoratori o con controllo a distanza mediante mezzi audiovisivi. E viene introdotto il divieto di disporre indagini sulle opinioni dei dipendenti.

In forza di quel divieto vengono di lì a poco incriminati i dirigenti Fiat che, avvalendosi delle guardie di vigilanza interna e delle informazioni fornite dai carabinieri e da altri organi di pubblica sicurezza, avevano realizzato un sistema di investigazione sui dipendenti, con la creazione di un archivio di oltre 350.000 fascicoli personali. Il processo, trasferito da Torino a Napoli per ritenute ragioni di ordine pubblico, dopo una prima sentenza di condanna pronunciata nel 1978 (sette anni dopo il ritrovamento dei documenti), si conclude con la dichiarazione di prescrizione dei reati. In quella vicenda si trova molto della realtà delle condizioni del lavoro in Italia in quegli anni. Scrive Bianca Guidetti Serra, difensore del sindacato, costituitosi parte civile nel processo:

Quegli abusi circondati da una presunzione di impunità venivano da lontano, portavano il marchio della guerra fredda e non erano stati toccati dal disgelo costituzionale dei primi anni Sessanta. Era un pezzo di storia che costituiva un’offesa al tessuto civile e sociale del paese. Ma non era solo questo a indignare. Dietro quelle violazioni della riservatezza e dei doveri d’ufficio, dietro quella raccolta di notizie e pettegolezzi sconcertanti che nulla avevano a che fare con le qualità professionali dei dipendenti, c’erano le tante storie di persone in carne e ossa conculcate nei loro diritti, c’era una diaspora di espulsi dal lavoro, pur qualificati e specializzati, che faticavano ad essere assunti da altre fabbriche della zona, perché proprio quel licenziamento Fiat li faceva apparire indesiderabili, restava loro appiccicato addosso e ne segnava le vite. Molti furono costretti ad attività saltuarie, al commercio ambulante, alla manovalanza occasionale. Una grande dispersione di energie, di esperienze, di partecipazione umana, e in alcuni casi una fonte di disperazione profonda e drammatica.
Guidetti Serra (con S. Mobiglia), Bianca la Rossa, Einaudi, Torino, 2009

In generale, con lo Statuto si regolamenta il potere disciplinare del datore di lavoro che, in caso di ritenuta infrazione del dipendente, deve seguire precisi oneri di contestazione (utilizzando sempre la forma scritta e rispettando obblighi di tempestività e di completezza) e dare al lavoratore la possibilità di difendersi prima di adottare provvedimenti disciplinari (tra cui, ovviamente, il licenziamento). Il giudice potrà poi valutare la correttezza dell’operato del datore di lavoro, anche riguardo alla proporzionalità della sanzione irrogata rispetto alla gravità dell’addebito.

Ma la norma simbolo legge n. 300 è l’articolo 18, che tutela il lavoratore ingiustamente licenziato non solo con un risarcimento economico (come riconosciuto già a partire dal 1966) ma con la conservazione del posto di lavoro. Si realizza così il grande salto verso la cosiddetta “tutela reale”. Al lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo, se occupato in una azienda con più di quindici dipendenti, è garantita da lì in avanti la reintegra (cioè il diritto a rientrare nel posto di lavoro) così ponendo un concreto deterrente alla libertà di licenziare. Individuato come dispositivo chiave della specialità del diritto del lavoro, l’articolo 18 diventa il perno per l’esercizio di tutti gli altri diritti e per l’operatività di tutte le garanzie poste a difesa delle libertà, individuali e collettive, dei lavoratori. Ne è riprova la previsione che per i lavoratori non tutelati dall’articolo 18 possono il termine per far valere i propri diritti inizia a decorrere con la cessazione del rapporto, sul presupposto dell’effetto frenante esercitato, in precedenza, dal timore di perdere il posto di lavoro. Di più, l’articolo 18 concorre a sostenere anche l’esercizio delle libertà sindacali che, in sua assenza, sarebbero ben più condizionabili e comprimibili dalla parte “forte” del rapporto. Con lo Statuto dei lavoratori il sistema sindacale, realizzatosi (stante la mancata attuazione dell’articolo 39 della Costituzione) come sistema di fatto, autogestito e autoregolato, riceve una fondamentale spinta propulsiva che – come è stato scritto – ne supporta la funzione di «riequilibrare il potere sociale nella sfera della produzione attraverso la rappresentanza collettiva degli interessi, l’organizzazione del conflitto e la contrattazione collettiva».

Il legislatore del 1970 emana anche altre norme di sostegno dell’attività dei sindacati. In particolare, garantisce alle organizzazioni sindacali maggioritarie la possibilità di essere presenti in azienda con proprie rappresentanze (le RSA); riconosce i diritti di organizzazione di assemblee all’interno del luogo di lavoro, di affissione e diffusione del materiale sindacale, di fruizione di permessi per i rappresentanti dei sindacati; introduce, nell’articolo 28, uno strumento processuale finalizzato alla repressione delle condotte antisindacali attraverso accertamenti snelli e informali e con l’adozione di pronunce rapide ed efficaci quanto alla rimozione delle conseguenze delle violazioni.

L’architettura dello Statuto (che si completerà dopo tre anni con l’introduzione di un giudice e di un processo ad hoc) risponde allo stesso disegno che aveva guidato i Costituenti all’indomani della fine della guerra. Oggi c’è chi ne denuncia la rigidità, l’anacronismo, l’eccessiva penalizzazione dell’imprenditore. Ma nessuno può disconoscere quanto di quella legislazione, tra l’altro di una chiarezza esemplare, si è tradotta in una nuova civiltà del lavoro, fatta anche di rispetto e di tutela della salute, della libertà di pensiero e di critica: in una parola, del riconoscimento della dignità dei lavoratori. Contro la “ferocia” di una parte ‒ o, quantomeno, contro la ricerca di massimizzazione dei profitti attraverso lo sfruttamento della forza lavoro ‒ è dovere della Repubblica, scolpito dalla Costituzione, porre in essere barriere efficaci a difesa dell’integrità, morale e fisica, del lavoratore. Lo Statuto vi ha dato seguito.

La storia successiva ha seguito una parabola che via via si è allontanata da quel disegno, rinnegando l’intento di garantire la condizione di chi lavora attraverso l’adozione di specifiche tutele e il riconoscimento di diritti individuali e collettivi. Come è noto, con il Jobs act si è anzi completato il progetto della sostanziale abrogazione della possibilità di sanzionare il licenziamento illegittimo con la reintegra del lavoratore nel posto precedentemente occupato. Gli effetti di questa generalizzata precarizzazione di tutti i rapporti, anche quelli formalmente a tempo indeterminato, sono sotto gli occhi di tutti: non vi è stato alcun aumento strutturale dell’occupazione, ma nel contempo il lavoro conosce sempre più impoverimento e sfruttamento.

Certo, molto è cambiato nella stessa organizzazione del lavoro da quegli anni ad oggi. La fabbrica non costituisce più l’archetipo della struttura in cui ambientare il rapporto, la nostra economia sembra sorreggersi molto più sulla prestazione di servizi immateriali piuttosto che sulla produzione di beni. Aumenta il ricorso ai cd. “nuovi lavori”, gestiti in molti casi da piattaforme informatiche spersonalizzate (ma non per questo il vincolo gerarchico si è attenuato).

Che oggi, a cinquant’anni di distanza, l’apparato legislativo dello Statuto non sia più in grado di proteggere e sorreggere il frammentato mondo del lavoro, popolato da tante figure di lavoratori atipici privi di accesso allo stesso catalogo di tutele e di diritti, è un dato di fatto che non può essere ignorato. Ma, pur senza vagheggiare irrealistici ritorni indietro, è necessario coltivare visioni di un futuro in cui sia salvaguardata la valenza del lavoro come fattore di realizzazione di cittadinanza. Lo Statuto ha costituito, e ancora costituisce, una traduzione in legge di questo programma democratico. La sfida oggi è quella di cambiare lo strumentario ma per perseguire lo stesso obiettivo.


Prove di discriminazione: il dovere dei giuristi

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In molti in questi giorni hanno associato due fatti in apparenza diversi e lontani: la scritta “Juden hier” unita alla Stella di Davide, comparsa a Mondovì sulla porta di casa di una ex deportata a Ravensbruck, e l’ormai famoso “interpello citofonico” preelettorale di Matteo Salvini sull’attività di spaccio gratuitamente attribuita a un ragazzo di origine tunisina residente al quartiere Pilastro di Bologna. Basta per tutti la vignetta di Elle Kappa, che raffigura un uomo e una donna dietro un filo spinato, entrambi vestiti di una casacca a righe: lei dice «qualcuno ha scritto sulla porta “qui c’è un ebreo”, ed eccomi qui»; risponde il ragazzo «da me, invece, hanno citofonato…».

Entrambi i gesti profanano il riparo che è dato dalla casa di abitazione, per definizione il luogo delle radici familiari, della custodia della sfera dei propri interessi e affetti, della tutela della propria dignità e riservatezza: un luogo peraltro che, nei due episodi richiamati, non ha messo al riparo nemmeno da affermazioni non veritiere e da accuse mai provate (la deportata non era ebrea, il ragazzo è incensurato), che hanno travolto diritti universali tutelati dalla nostra Costituzione (banalmente, il divieto assoluto di discriminazione per origine etnica e convinzioni religiose e il principio di presunzione di innocenza).

Pur nelle loro differenze (l’uno resta coperto da un vigliacco anonimato, l’altro è stato esibito dal suo autore ed esaltato dai social nel corso della campagna elettorale appena conclusa) entrambi i fatti segnalano la prospettiva di un ordine nuovo, in grado di abbattere il tabù democratico e di travolgere le barriere dello stucchevole formalismo garantista. Senza riguardo per nessuno, tantomeno per la storia e la civiltà repubblicana nata dalla guerra e dalla vittoria sul fascismo. Sarà il popolo – si legge sullo sfondo –, o meglio il suo feticcio interpretato dal “capo”, a individuare i suoi “colpevoli”, attingendo alle categorie che per tradizione rappresentano il nemico, l’abusivo, l’oggetto di segregazione prima, di sterminio poi. Migranti ed ebrei dunque, come ha scritto Ezio Mauro, eretti a emblema che il neo-razzismo trasforma in bersaglio, in nome di un concetto di razza privo di ogni significato scientifico, ma che sul piano identitario e culturale annebbia le coscienze sino a diventare la cifra di una politica che sembra non volersi occupare d’altro.

Nella ricorrenza del Giorno della Memoria, le parole del sermone del pastore Martin Niemoller («prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento…») tornano a ricordarci che siamo tutti responsabili in caso di indifferenza e incapacità a reagire.

Questa responsabilità grava in modo particolare sui giuristi, che hanno il dovere di difesa dello Stato di diritto e delle garanzie che spettano a ogni individuo, contro ogni discriminazione fondata sul «sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali» come recita la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Ad ogni giurista, ad ogni magistrato, prima che alla generalità dei cittadini, spetta la denuncia di tutto questo e l’impegno incondizionato al contrasto di ogni deriva liberticida, anche quando essa sembra assorbita e condivisa da una parte, grande o piccola, di quel “popolo” in nome del quale la giustizia è amministrata. Ciò prescinde dal gioco della politica e dall’esito contingente della contesa elettorale e appartiene, invece, a un dovere assoluto che non ha colore né appartenenza, ma che discende dall’obbligo di fedeltà alla Costituzione.


L’ultimo film di Ken Loach: addio alla dignità del lavoro

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Per quanto si vada preparati alla visione dell’ultimo film di Ken Loach (Sorry we missed you), non ci sono difese contro il cazzotto che il regista 83enne sferra in pieno stomaco al suo pubblico con la storia di Ricky ed Abby e dei loro due figli, e della caduta di questa famiglia, prima unita e solidale, in un inferno di disperazione umana ancor più che economica.

Eppure la storia nasce all’insegna della speranza, secondo alcune illusorie parole d’ordine che a partire dagli anni ’80 hanno dipinto la via della fuga dal lavoro subordinato come mezzo per la ricerca del successo economico, e quella della flessibilità degli orari come occasione di felicità personale. Ricky decide così di sottrarsi alla disoccupazione a cui sembra condannato a causa della crisi in particolare del settore edile, nella speranza di coronare il sogno di una casa di proprietà, diventando autista, “padroncino” del suo furgone che compra a costo del sacrificio dell’automobile che la moglie usa per il lavoro, per le consegne di acquisti on line per conto di una ditta di trasporti in franchising. Il successo sembra a portata di mano: basta lavorare 14 ore al giorno per sei o forse sette giorni la settimana, basta non dire mai di no a qualsiasi richiesta, basta non avere mai necessità di fermarsi, per sé (neppure per i propri bisogni fisiologici), o per i propri famigliari. E anche l’ingenuo tentativo di umanizzare questa corvée facendosi accompagnare nel giro giornaliero dalla figlia poco più che bambina (ma più consapevole degli adulti che ha intorno) viene represso dall’implacabile boss come pratica non consentita: ma allora, dove sta l’autonomia? Dove è la libertà promessa, se i tempi sono imposti, la prestazione è determinata dal committente, ai controlli non ci si sottrae perché la tecnologia non dà scampo? C’è solo il lavoro, e non ci deve essere nient’altro: Ricky si lascia stritolare da questo meccanismo nonostante rischi così di perdere il figlio adolescente, pericolosamente attratto da una devianza che sembra non avere alternative a fronte dell’assenza del capofamiglia, e anche l’affetto solidale della moglie, sfiancata dalla quotidianità del lavoro di badante a domicilio per anziani e invalidi non autosufficienti per conto di una agenzia che supplisce ai tagli del welfare, e che naturalmente le paga il minimo, senza straordinari.

Anche quella solidarietà familiare che sembra l’ultimo baluardo di fronte ai pericoli di questa nuova schiavitù (il sindacato non è che un ricordo del passato in una foto sbiadita di una paziente di Abby) sembra venir meno di fronte all’incontenibile primato del guadagno dell’impresa di consegne. Ogni errore si paga caro, e persino le conseguenze di una rapina di cui è vittima incolpevole ricadono su Ricky, disperato ma ormai incapace ad uscire dal meccanismo a cui non sembra ci sia alternativa. L’unica prerogativa di impresa che gli è lasciata è quella del rischio economico, che grava tutto sulle sue spalle, nonostante l’assenza di ogni margine di autodeterminazione. A fronte di questo meccanismo vorace e disumano, risalta il contrasto con il tentativo della moglie Abby di “restare umana” pur nella spiacevolezza di molti aspetti del suo lavoro, e di coltivarne ancora l’aspetto relazionale trattando le anziane pazienti “come se fossero sua madre”, mettendo a loro disposizione anche i pochi buchi del suo tempo libero.

Ken Loach, seguace dichiarato di Corbyn, come il suo leader politico ritiene che non sia Brexit la partita da giocare qui e adesso, e volutamente lascia fuori dalla narrazione il tema dell’incidenza dell’immigrazione sulla trasformazione del mondo del lavoro e della società inglese e della percezione del fenomeno da parte della classe lavoratrice (su cui invece la cultura britannica contemporanea ci ha dato testimonianze preziose e chiavi di lettura illuminanti, ad esempio con il romanzo Il taglio di Anthony Cartwright): la crisi della famiglia Turner è sì ambientata a Newcastle, in Gran Bretagna, ma non ci parla solo di quel paese e di quella città. Parla in termini universali di quella che è la crisi del lavoro senza tutele e senza dignità, da cui non può che derivare la crisi più generale che sembra travolgere l’Europa, e che insidia la tenuta degli stessi sistemi democratici dell’Occidente finendo per dar fiato a populismi e a tentazioni autoritarie, nell’incapacità o quasi delle forze di sinistra di dare risposte convincenti.

La solitudine disperata in cui progressivamente affonda Ricky Turner è la solitudine del lavoro oggi, la sua incapacità di riscatto della persona, anzi per molti versi la sua condanna. Non sembra che ci siano più modi per proteggersi e per recuperare affetti e considerazione di sé se non, come intuisce la più giovane della famiglia, tirandosene fuori. Sembra infatti l’unico gesto di ribellione possibile prima di essere schiacciati. Basteranno sei mesi a Ricky per cambiare lo stato delle cose? Lo speriamo ardentemente, perché ci sta a cuore il protagonista di questo bellissimo film, così come ci sta a cuore il futuro della sua famiglia. Per i diritti del lavoro, e per la tutela in generale della condizione personale di chi necessita di un reddito sufficiente a garantire a sé ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa, invece, il cambiamento sembra proprio non possa più aspettare.

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La Corte costituzionale e il Jobs act

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La sentenza n.194/2018 della Corte costituzionale (su cui vedi volerelaluna.it/lavoro-2/2018/09/30/per-la-corte-costituzionale-il-lavoro-non-e-solo-una-merce/), in parziale accoglimento delle questioni sollevate dal Giudice del lavoro presso il Tribunale di Roma, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’articolo 3, primo comma del decreto legislativo n. 23/2015, il cosiddetto Jobs act, anche nella versione modificata con il decreto legge n. 87/2018 (cosiddetto decreto dignità, poi convertito in legge n. 96/2018). L’incostituzionalità è stata affermata nella parte in cui la norma prevedeva un rigido automatismo nella liquidazione dell’indennità spettante al lavoratore licenziato illegittimamente, fondato sul solo parametro dell’anzianità di servizio (due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno), pur entro limiti predefiniti sia verso il basso sia verso l’alto per cui la misura dell’indennità non può comunque essere inferiore a quattro (ora, dopo il decreto dignità, sei) mensilità dell’ultima retribuzione, né superiore alla soglia massima di ventiquattro (ora trentasei) mensilità.

La Corte afferma innanzitutto che è scelta discrezionale del legislatore, insindacabile, quella dell’individuazione delle forme di tutela del lavoratore illegittimamente licenziato. Se però, come nel caso del Jobs act, si è optato in via quasi esclusiva per il risarcimento in via economica, senza possibilità di reintegra nel posto, occorre che tale risarcimento sia adeguato, commisurato al danno effettivo riportato dalla persona, e soprattutto, tale da costituire un disincentivo a violare la legge ponendo in essere un licenziamento illegittimo.

È irragionevole, e contrario al principio di eguaglianza (che vuole che a situazioni diverse corrispondano trattamenti diversi), la previsione di un risarcimento uguale per tutti, da calcolarsi solo in base all’anzianità: e lo è soprattutto nel caso in cui l’anzianità sia minima, e dunque l’indennità economica irrisoria. Manca in tale previsione ogni serio bilanciamento tra contrapposti interessi: quello dell’imprenditore (che ha fatto illegittimo ricorso al licenziamento) e quello del lavoratore alla conservazione del posto, e più in generale, alle tutele per il lavoro di cui agli articoli 4, primo comma, e 35, primo comma, Costituzione.

Il bilanciamento all’interno dei princìpi costituzionali è carente perché in realtà fa riferimento solo alle esigenze dell’impresa di sapere quanto rischia: mentre non c’è alcun collegamento significativo con la situazione concreta del lavoratore. La Corte rinnega apertamente le motivazioni con cui si era difeso tale meccanismo, introdotto al fine dichiarato di consentire all’imprenditore di predeterminare il costo del licenziamento, e di eliminare così – come veniva detto ‒ ogni “protagonismo” di giudici e avvocati nel sistema delle relazioni industriali attraverso la determinazione giudiziale della sanzione corrispondente al licenziamento illegittimo.

Il baricentro della tutela viene riportato verso la considerazione della posizione della parte che subisce l’illegittima perdita del lavoro: «In una vicenda che coinvolge la persona del lavoratore nel momento traumatico della sua espulsione dal lavoro, la tutela risarcitoria non può essere ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio. Non possono che essere molteplici i criteri da offrire alla prudente discrezionale valutazione del giudice chiamato a dirimere la controversia. Tale discrezionalità si esercita, comunque, entro confini tracciati dal legislatore per garantire una calibrata modulazione del risarcimento dovuto, entro una soglia minima e una massima».

I criteri sono rinvenibili in altre previsioni di legge che, prima dell’entrata in vigore del Jobs act, hanno consentito ai giudici di determinare l’indennità spettante in relazione al caso concreto: non solo l’anzianità di servizio, ma anche, tra le più significative, la dimensione dell’impresa, ovvero il comportamento e le condizioni delle parti. Dovrà inoltre tener conto il giudice del fatto che, anche in ossequio alle norme internazionali (articolo 24 della Carta sociale europea, che impone agli Stati contraenti, per assicurare l’effettivo esercizio del diritto a una tutela in caso di licenziamento, il riconoscimento de «il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, a un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione»), il risarcimento deve costituire un elemento di concreta dissuasione rispetto al ricorso illegittimo al licenziamento.

Questo è il punto che sempre, o quasi, viene occultato dal discorso pubblico. Non è in questione il diritto dell’imprenditore a licenziare, nel rispetto però delle regole che disciplinano tale suo potere unilaterale.

Resta fermo nel nostro ordinamento il principio per cui per licenziare un lavoratore occorrono un giustificato motivo, o una giusta causa, in presenza dei quali è riconosciuta pienamente la libertà di organizzazione dell’impresa. Le iniziative di legge che si sono susseguite nel tempo (la legge Fornero prima, il Jobs act poi) hanno inciso solamente sulle sanzioni da collegare al licenziamento intimato in violazione di legge: sostituendo via via al diritto generale alla reintegra, ossia alla piena restaurazione del diritto leso, quello a un semplice indennizzo in termini monetari, avendo comunque efficacia il licenziamento contrario alla legge. Dove, come nel caso del Jobs act, il risarcimento è perdipiù ancorato a parametri predeterminati, e capaci di portare a liquidazioni irrisorie, si perde anche quel carattere di dissuasività che l’ordinamento impone.

Di tutto questo dovranno da qui in avanti tenere conto i giudici, nelle cui mani è rimesso il potere-dovere di riconoscere una adeguata tutela al diritto al lavoro che trova consacrazione nella nostra Costituzione. La necessaria opera di bilanciamento dovrà tenere conto del danno (non solo economico, per vero) che per il lavoratore rappresenta la perdita del posto di lavoro.

Si rovescia l’ottica: non è più solo l’interesse dell’imprenditore a determinare le conseguenze del suo agire in violazione alla legge. È piuttosto la doverosa considerazione della persona licenziata, e della situazione in cui viene a trovarsi a seguito di una scelta unilaterale del datore di lavoro. È questo il segnale più forte che ci viene dalla Corte costituzionale, che non si limita a colpire la pochezza economica delle indennità riconosciute, ma riporta all’interno del sistema un equilibrio che si era volutamente rovesciato. Speriamo che serva come indicazione per il futuro.