Volere la Luna: bilanci e prospettive

Autore:

Lo scorso 20 aprile si è svolta nella sede di via Trivero a Torino l’assemblea annuale di Volere la Luna. È stata l’occasione per fare il punto sullo stato di salute e sulle attività dell’associazione nonché sulla intervenuta ristrutturazione e riqualificazione energetica della sede. Per ragioni di trasparenza e perché i nostri lettori siano sempre più informati e coinvolti nella vita dell’associazione pubblichiamo qui la relazione introduttiva svolta dal presidente e il verbale dell’assemblea, depurati solo dei passaggi formali e, per così dire, burocratici. (la redazione)

I.

relazione introduttiva del presidente Livio Pepino

Comincio con una doverosa (seppur sintetica) informazione sullo stato dell’associazione, sulle cose fatte, sulle attività in corso e sulle prospettive, mentre il direttivo ha deciso di rinviare a dopo le elezioni e a settembre-ottobre un confronto interno sul versante più direttamente politico (in relazione al quale mi limito a dire, pensando alla guerra e al governo in carica in Italia, che l’unico dubbio legittimo è sul “punto della notte” in cui siamo sprofondati).

1. Siamo allo scadere del sesto anno di vita dell’associazione. Abbiamo iniziato il nostro percorso il 27 marzo 2018 con 29 soci fondatori che sono diventati ora oltre 800, con circa 30 nuovi iscritti in questi primi mesi del 2024. Di essi solo 200 erano, il 5 aprile scorso, in regola con il pagamento della quota. La situazione è perfettamente corrispondente a duella dei due anni precedenti, che hanno poi visto i soci in regola con i pagamenti salire, a fine anno, a oltre 300. Lo scarto tra gli iscritti e i paganti dipende da molti fattori: la dimenticanza, il fisiologico distacco di alcuni iscritti, la circostanza che il versamento può avvenire lungo tutto l’arco dell’anno etc. La ripartizione territoriale dei soci resta sostanzialmente invariata, con una grande maggioranza (pari a quasi la metà) di torinesi o piemontesi, a cui seguono i residenti in Lombardia, Toscana, Lazio ed Emilia-Romagna. Merita aggiungere che esiste un gruppo locale di Volere la Luna formalmente costituito ed attivo, seppur numericamente ridotto, a Catania. Il nostro bacino di riferimento è, in ogni caso, assai più ampio dei soci, posto che la nostra newsletter conta 3.721 iscritti.

2. Una informazione specifica richiedono i bilanci. La nostra tesoriera ha predisposto rendiconto e preventivo scritti che sono stati distribuiti e su cui fornirà le illustrazioni eventualmente richieste. Io mi limito ad alcune doverose indicazioni, soprattutto sul bilancio consuntivo del 2023. La gran parte delle uscite del 2023 e una parte significativa di quelle preventivate per il 2024 – di gran lunga superiori a quelle degli anni precedenti – riguardano, ovviamente, la ristrutturazione della palazzina e del capannone di via Trivero (diventato ora la sala polivalente in cui si tiene l’assemblea) mentre il resto delle spese è sostanzialmente corrispondente a quelle del passato.

La ristrutturazione era in ballo dal 2020 e oggi è finalmente cosa fatta. Non sto a relazionarvi sulle difficoltà burocratiche che abbiamo incontrato in questo lungo percorso e a scendere nei dettagli di spesa (che sono, consultabili presso la nostra tesoriera) e mi limito al quadro riassuntivo. È stata un’operazione assolutamente ingente anche sotto il profilo economico, dell’importo complessivo di circa 520.000 euro (comprensivo di spese e interessi bancari per il mutuo contratto al fine di far fronte alla prima tranche di spese, posto che il riconoscimento e il pagamento dei crediti di imposta richiede l’avvenuto saldo delle corrispondenti fatture). Ovviamente l’operazione non è stata a costo zero: il credito di imposta anticipato dalla banca ha coperto la maggior parte dell’importo (circa 450.000 euro) ma sono rimasti fuori 70.000 euro per oneri bancari (interessi e differenza tra la spesa effettiva e il 94% anticipato a noi dalla banca) e per i lavori non rientranti nel superbonus (costruzione del bagno, impianto elettrico, tinteggiatura etc.), coperti per 40.000 da Compagnia San Paolo (con un contributo previsto da un bando a cui abbiamo partecipato) e per 30.000 da fondi da noi accantonati negli anni precedenti. Ad oggi abbiamo saldato il 95% delle fatture e ci restano da pagare circa 25.000 euro coperti dalle ultime tranches del credito di imposta e del contributo di Compagnia San Paolo che dovrebbero arrivare a giorni.

Per il resto, le spese per l’ordinaria gestione dell’associazione (comprensive del canore e degli oneri per la struttura di via Trivero, della gestione dei siti, degli interventi sociali e delle iniziative culturali) si sono stabilizzate in 1.500-2.000 euro mensili, a cui corrispondono entrate per quote e donazioni di pari entità.

Il descritto quadro economico merita alcuni commenti e precisazioni: a1) il nostro sforzo economico per la ristrutturazione è stato ripagato (oltre che con la disponibilità di una sede funzionale e utilizzabile in toto sia d’estate che d’inverno) con il prolungamento del contratto di locazione con l’Istituto Gobetti alle attuali condizioni per 10 anni dalla scadenza (e dunque fino al 2039) e la sospensione del canone per il periodo dei lavori; a2) l’oculatezza degli accantonamenti del passato ha consentito i lavori, ma oggi le risorse dell’Associazione sono azzerate con conseguente necessaria apertura di una stagione di austerità e rinvio al 2025 di ogni ulteriore lavoro (in particolare per la scarpata e la cucina); a3) nei prossimi mesi occorrerà lanciare una sottoscrizione con l’obiettivo di raccogliere 10.000 euro sia per avere un “fondo di sicurezza” sia per cominciare ad ipotizzare i nuovi interventi sulla sede.

3. Non mi dilungo sulle attività svolte, che sono note ai più e mi limito, quindi, a elencarle:

b1) il sito volerelaluna.it continua ad espandersi. Dal 3 giugno 2018, data in cui è stato varato, ad oggi ha sfiorato i 4 milioni di visualizzazioni. Nei primi mesi di quest’anno gli accessi medi giornalieri superano i 2.500. Inseriamo circa 15 articoli la settimana e inviamo ogni venerdì una newsletter che li segnala. I collaboratori continuano a crescere e quelli stabili sono ormai un centinaio;

b2) al sito nazionale si è affiancato quello dedicato al territorio torinese (viatrivero.volerelaluna.it) che ha grandi potenzialità ma è ancora sottoutilizzato, sia come immissioni che come accessi;

b3) la sede di via Trivero ha ovviamente risentito dei lavori di ristrutturazione ed è stata inagibile da giugno in poi, cosa che ha inevitabilmente ridotto le attività in presenza, in particolare quelle culturali (che abbiamo parzialmente dirottato in altre sedi della circoscrizione). Lo scorso marzo abbiamo riaperto con una festa di tre giorni molto partecipata e la mostra “io manifesto”. Da allora la sede è accessibile stabilmente il mercoledì pomeriggio e nei giorni in cui ci sono attività specifiche ed è stato varato un intenso programma di iniziative con eventi settimanali sino alla fine di giugno;

b4) le attività di carattere sociale sono proseguite anche nel periodo di chiusura della sede. Gli sportelli informativi legale, sanitario, sulla casa e di consulenza pensionistica hanno continuato a funzionare con un numero telefonico sempre attivo (da cui le richieste sono state dirottate ai professionisti competenti) e la distribuzione dei “pasti sospesi”, realizzata in collaborazione con il circolo dei Sardi A. Gramsci, è stata attiva per tutto l’anno, anche se con un numero di interventi inferiore a quello che avremmo desiderato (per i limiti delle disponibilità economiche);

b5) da sottolineare la nostra presenza sul territorio cittadino con adesione a (o animazione di) numerose attività politiche in tema di ambiente, casa, sanità etc. A ciò si aggiungono le molte iniziative promosse, da soli o con altri, contro le guerre, il massacro in atto in Palestina e la repressione (in particolare in Università) e il contributo decisivo dato alla costituzione del Coordinamento antifascista torinese. Anche sul piano nazionale siamo stati presenti nei Comitati in difesa della Costituzione e nella rete de La via maestra e abbiamo intrecciato rapporti con molte realtà, dall’Anpi al Forum diseguaglianze e diversità (con cui abbiamo organizzato e stiamo organizzando momenti di confronto e di iniziativa pubblica).

4. Qualche cenno, infine, alle prospettive, anche qui limitandomi ad alcuni titoli su cui aprire la discussione al nostro interno, in attesa del più ampio confronto di fine estate.

In via Trivero dobbiamo: c1) potenziare l’attività degli sportelli e dei “pasti sospesi”, che sono il modo più concreto di praticare solidarietà, proseguendo nella redazione della mappa delle realtà esistenti sul territorio e delle aree di bisogni senza risposta (anche per calibrare e coordinare meglio le nuove iniziative); c2) incrementare le attività culturali (che già prevedono un calendario amplissimo) con la prosecuzione dell’iniziativa “Io, manifesto”, intorno a cui si sta costruendo un promettente gruppo di lavoro; c3) verificare la possibilità di aprire un’aula studio (anche qui previ opportuni contatti con alcune delle associazioni che già operano nel campo); c4) rendere la sala polifunzionale un luogo di aggregazione per il quartiere e non solo; c5) ristudiare il sito viatrivero.volerelaluna.it in modo da renderlo una sorta di megafono di quanto di virtuoso accade nel quartiere e nella città; c6) provare ad aprire un ragionamento e un confronto sulle prospettive politiche che si apriranno in città dopo la probabile debacle della sinistra nelle elezioni regionali.

Sul versante più strettamente politico, anche in una proiezione nazionale, dobbiamo almeno: d1) allargare e sprovincializzare il gruppo che anima il sito volerelaluna.it; d2) promuovere la costituzione di nuovi presìdi locali, oltre a quello di Catania, e sperimentare forme di “gemellaggio” con associazioni affini; d3) varare la scuola di buona politica di cui abbiamo parlato più volte, da realizzare con altre realtà e in presenza (seppur con una apertura e una proiezione nazionali); d4) proseguire nell’impegno sulle grandi questioni politiche internazionali e nazionali (a cominciare dalla pace e dalla riforma costituzionale) partecipando ai vari comitati esistenti o in via di costituzione e ragionando su forme di comunicazione più incisive di quelle di cui disponiamo attualmente.

5. Ho volutamente limitato l’indicazione delle prospettive (pur già così piuttosto impegnative) perché ogni discorso serio al riguardo esige una ricognizione delle forze disponibili e del nostro assetto organizzativo.

Abbiamo assoluta necessità di un rinnovamento (non solo, ma anche, generazionale) che non possiamo aspettare piova dal cielo: dobbiamo dunque ragionare su come favorirlo (anche tenendo conto di alcune indicazioni formulate in precedenza).

Parallelamente, dobbiamo cominciare a darci un nuovo assetto organizzativo con maggiore ripartizione di responsabilità (a cominciare da una diversificazione tra le attività politiche generali e quelle specifiche di via Trivero, il cui coordinamento ritengo sia opportuno demandare al vicepresidente). Ciò anche al fine di preparare il necessario avvicendamento delle cariche sociale (che è la sola garanzia di continuità della vita di tutti i gruppi e associazioni). L’anno scorso ho concluso la mia relazione con queste parole: «Sono presidente dell’associazione dalla nascita (nel 2018) e sono stato confermato nell’incarico lo scorso anno per un ulteriore triennio. Porterò a termine questo mandato (anche per le molte iniziative attualmente in cantiere), ma non sarò disponibile per altri rinnovi: per tante ragioni, la più importante delle quali è che il rinnovamento bisogna promuoverlo praticandolo (e, come qualcuno ricorderà la mia proposta, pur non condivisa dai più, era quella di porre nello statuto un limite temporale a tutte le cariche di rappresentanza). C’è ancora molto tempo davanti e a qualcuno potrà sembrare prematuro porre ora il problema. Può darsi. Ma, intanto, cominciamo a pensarci, perché le cose vanno preparate e non si può procedere per forza d’inerzia». Non posso che confermare quanto detto allora con una sola ulteriore annotazione: alla fine del mio mandato oggi non mancano più due anni, ma uno solo…

II.

Verbale dell’assemblea del 20 aprile

L’assemblea, all’unanimità, nomina presidente Livio Pepino e segretaria Rita Palumbo.

Il presidente rileva che la riunione è stata regolarmente convocata, che i soci presenti fisicamente sono 28, e quelli regolarmente rappresentati (con deleghe a Pepino, Palumbo e Di Dio) 9, per un totale di 37 (a fronte di un numero totale di 200 soci in regola con il pagamento della quota associativa del 2024 alla data di convocazione dell’assemblea). Rileva quindi che l’assemblea è regolarmente costituita e in condizioni di deliberare e svolge la relazione.

Nella discussione sulla relazione e sulle prospettive intervengono 9 soci.

La maggior parte degli intervenuti si sofferma sull’analisi delle cose fatte e sulle prospettive che si aprono sia a livello locale che a livello nazionale.

Le indicazioni operative del presidente vengono confermate e arricchite di ulteriori indicazioni e viene segnalata, tra l’altro, la necessità: a) di rendere la nuova sala polifunzionale (la cui realizzazione non era affatto scontata) accessibile alle realtà del territorio anche con iniziative comuni; b) di rendere la struttura di via Trivero, da segnalare altresì con cartelli indicatori, un luogo di incontro anche giovanile provando ad aprire, a fianco della prevista aula studio, un bar (più importante del ristorante di cui si è parlato in passato, che sarebbe molto difficile da gestire); c) di realizzare la scuola di buona politica che abbiamo in programma insieme ad altri, con una riflessione anche sulle nostre esperienze e sull’attualità del mutualismo (su cui è già prevista, a fine maggio, una giornata di studio significativamente dedicata al rapporto tra la solidarietà e la politica); d) di potenziare il sito viatrivero.volerelaluna.it rendendolo uno strumento alimentato dalle diverse realtà della circoscrizione a partire dalla segnalazione dei loro eventi e iniziative; e) di moltiplicare l’attenzione e l’iniziativa politica sui temi dell’ambiente, della scuola e, in particolare, della salute (su cui è essenziale sviluppare anche un’analisi qualitativa, che sappia andare oltre la semplice richiesta del, pur necessario, aumento di risorse economiche); f) di proseguire nella raccolta, classificazione ed esposizione dei manifesti politici degli anni ‘70, che possono diventare non solo un veicolo di visibilità ma anche un’occasione di confronto con ragazze e ragazzi delle scuole su vecchie e nuove forme espressive; g) di incentivare un protagonismo, anche nella nostra sede, dei giovani con cui entriamo in contatto, perché consentire loro di operare in autonomia è il solo modo credibile per coinvolgerli nella costruzione di un progetto più ampio.

Il presidente riassume, quindi, il rendiconto finanziario al 31 dicembre 2023 e il bilancio preventivo per l’anno 2024, predisposti dal tesoriere e approvati dal consiglio direttivo, e ne illustra brevemente le voci. All’esito della conseguente discussione mette in votazione il rendiconto e il bilancio preventivo che l’assemblea approva all’unanimità.


Boicottare le Università israeliane?

Autore:

Persino la nostra prudente stampa deve ammetterlo: le proteste contro il massacro della popolazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano non sono prerogativa di alcuni estremisti antisemiti ma dilagano nel mondo. Ciò accade anche nelle Università, coinvolgendo decine di migliaia di studenti e docenti: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti (come scrive in queste pagine Elisabetta Grande: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/stati-uniti-le-universita-la-palestina-e-un-nuovo-maccartismo/); e altresì, seppur in misura ridotta, in Israele, dove il conflitto interno alle strutture universitarie è particolarmente aspro (come dimostra il caso del professor Regev Nathansohn, docente al Sapir College, di cui molti studenti e personale della scuola hanno chiesto il licenziamento a seguito della sottoscrizione di una petizione nella quale si chiede di porre fine alla guerra a Gaza, definita un “possibile genocidio”: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/israele-docenti-contro-tra-isolamento-e-repressione/). Uguali sono, ovunque, i tentativi di silenziare le proteste accompagnati, spesso, da una pesante repressione (denunciata negli articoli già citati di Elisabetta Grande e di Asaf Elia-Shalev e nel parallelo commento di Rosita Di Peri: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/israele-dove-e-finita-la-liberta-di-pensiero/). In questo contesto si stanno moltiplicando nel mondo (e anche nel nostro Paese: https://volerelaluna.it/materiali/2024/03/06/una-richiesta-dal-mondo-accademico-sospendere-laccordo-di-cooperazione-italia-israele/) le proposte di boicottaggio delle istituzioni culturali israeliane e di sospensione, da parte delle Università, di ogni accordo con il Governo e le stesse Università di Israele. Sul punto – com’è fisiologico, data la pluralità dei profili implicati – il variegato mondo impegnato nel sostegno al popolo palestinese e nella condanna alla guerra scatenata dal Governo di Benjamin Netanyahu si è diviso. Per dar conto di questo confronto pubblichiamo qui un’intervista di Chiara Cruciati alla professoressa di origine israeliana Maya Wind (tratta da il manifesto del 24 aprile) e una breve nota di Tomaso Montanari.

I.

Intervista di Chiara Cruciati a Maya Wind (da il manifesto del 24 aprile)

«È nostro dovere chiedere di interrompere i rapporti con l’accademia israeliana fino a quando non prenderà parte al processo di decolonizzazione». Così Maya Wind conclude la conversazione con il manifesto. Antropologa israeliana alla British Columbia, ha da poco pubblicato per Verso il libro Towers of Ivory and Steel: How Israeli Universities Deny Palestinian Freedom in cui indaga il ruolo dell’accademia nel mantenimento del sistema di oppressione del popolo palestinese.

Partiamo dal ruolo storico nella fondazione dell’industria militare israeliana.
Le università israeliane sono state una colonna portante del dominio razziale, dell’apartheid e dell’occupazione e sono state al servizio dello Stato in diversi modi. Innanzitutto, il luogo stesso e il modo in cui i campus sono stati costruiti su terre confiscate, per togliere continuità al territorio palestinese, li rende una delle infrastrutture della spoliazione. Lo è anche la produzione di conoscenza funzionale al sistema militare e di intelligence: molte discipline sono state subordinate alla produzione di ricerche che forniscono da decenni modelli di governo militare dei palestinesi. Infine, c’è l’aspetto tecnologico: l’accademia israeliana ha dato vita all’industria militare israeliana. Le aziende ancora oggi leader sono nate dentro l’accademia israeliana, pensiamo a Science Corps, dipartimento di ricerca interno alle milizie Haganah, operativo nei primi tre campus israeliani, il Technion, la Hebrew University e il Weizmann Institute. Con la fondazione dello Stato, accademici e scienziati israeliani hanno lavorato perché Israele non solo importasse armi e tecnologie militari ma perché le sviluppasse. È questa l’origine dell’industria militare israeliana, di Israel Aerospace Industries, Rafael, Elbit Systems, nate dentro le università, in particolare al Technion. Sono le aziende poi divenute esportatrici globali. E dalle loro origini le armi prodotte vengono testate sui palestinesi. Le università sono il laboratorio centrale dell’industria militare israeliana e i loro vertici ne parlano apertamente. Li cito nel libro quando dicono che senza l’accademia Israele non avrebbe mai raggiunto il livello attuale.

Tale collaborazione è ancora attiva e trova applicazione nell’offensiva su Gaza?
Intorno alle collaborazioni c’è grande oscurità. Quello che sappiamo è che tutte le tecnologie sviluppate in passato sono il fondamento di quelle nuove, è come un edificio che cresce. Rafael, Elbit, Iai sono interne al sistema accademico in diversi modi: borse di studio agli studenti, finanziamento di ricerche e interi laboratori, porte girevoli di ricercatori e dipendenti. Sono due sistemi inseparabili. E poi c’è un altro tipo di industria, in particolare all’Università di Tel Aviv, che si occupa di intelligenza artificiale.

Esiste anche un ruolo politico di legittimazione delle pratiche militari?
Da anni e in particolare negli ultimi sei mesi gli accademici reagiscono ai tentativi di giudicare Israele a livello internazionale. Ad esempio alla Corte internazionale di giustizia: accademici e giuristi israeliani producono interpretazioni del diritto umanitario e del diritto di guerra per proteggere Israele dall’accusa di genocidio. Da decenni fabbricano interpretazioni innovative del diritto internazionale per sostenere che Israele non lo viola e che le offensive militari contro i palestinesi non comportano crimini di guerra. Le università sono davvero soggetti centrali nel meccanismo di legittimazione e di sostegno dell’impunità israeliana. Quando il Sudafrica si è rivolto alla Cig, facoltà di legge e giuristi si sono subito mossi per produrre controargomentazioni. Tra i più attivi c’è l’ex responsabile del dipartimento di diritto internazionale dell’esercito che oggi lavora alla Tel Aviv University e che ha detto, la cito: «L’arena internazionale è un campo di battaglia. Devi conoscere il tuo nemico e sapere come affrontarlo, non vogliamo fornirlo di munizioni».

Sul piano politico, abbiamo assistito non solo a una mancata condanna dell’offensiva su Gaza ma anche alla repressione interna ai campus delle voci critiche.
Fin dalle sue origini l’accademia israeliana è stata un luogo ostile e repressivo per studenti e professori palestinesi. Di certo c’è stata un’escalation, con le amministrazioni delle università che hanno sospeso studenti, li hanno cacciati dai dormitori con sole 24 ore di preavviso, chiesto indagini nei loro confronti. La caccia alla streghe è facilitata da facoltà e gruppi di studenti ebrei israeliani, come la National Student Union che sorveglia i palestinesi e li denuncia. Il caso della professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian è esemplare: è stata arrestata e interrogata la scorsa settimana. La ragione per cui è da anni perseguitata è che ha il coraggio di fare ricerca sulla violenza coloniale e la violenza di Stato. La Hebrew University è diretta responsabile di quello che le sta accadendo: per anni ha deciso di non sostenerla e infine l’ha sospesa, aiutando il clima di incitamento contro di lei.

Qual è il rapporto tra accademia israeliana e palestinese?
È quello che l’intellettuale palestinese Kamal Nabulsi definisce il lato scolastico dell’occupazione. Israele ha sempre visto nell’educazione palestinese una minaccia, come ogni altra amministrazione coloniale. Per questo l’ha sempre repressa sia dentro Israele che nei Territori occupati. Le università israeliane hanno avuto un ruolo perché hanno condizionato per decenni l’iscrizione dei cittadini palestinesi alla fedeltà allo Stato e hanno continuamente represso la ricerca critica palestinese e la mobilitazione interna ai campus. Senza contare il silenzio del mondo accademico israeliano di fronte alla distruzione di tutte le università di Gaza, ai continui raid e agli arresti nei campus in Cisgiordania e a Gerusalemme est e alla detenzione nelle prigioni militari israeliane di studenti e professori palestinesi.

In Italia sono in corso da mesi proteste per porre fine alle collaborazioni con gli atenei israeliani. Negli Stati uniti lo stesso. Si chiede di boicottare le istituzioni, non i singoli docenti. Cosa ne pensa?
Il mio libro intende fornire chiaramente le prove della complicità del mondo accademico israeliano nell’oppressione dei palestinesi. È un fatto che sia complice del sistema di apartheid, occupazione e colonialismo. Per questo ne sostegno il boicottaggio. Penso che per i docenti, gli studenti e le amministrazioni delle università nel mondo (in particolare in Occidente: sono gli atenei occidentali a finanziare e legittimare l’accademia israeliana) sia indispensabile assumersi la responsabilità della propria complicità della mancata libertà dei palestinesi.

II.

Nota di Tomaso Montanari

Le università israeliane sono larghissimamente coinvolte nelle politiche dei governi del Paese, un Paese in cui vige un regime di apartheid etno-religiosa e oggi impegnato in qualcosa che si può plausibilmente definire genocidio. Nonostante questa evidente realtà, una piccola parte della comunità accademica israeliana cerca di resistere, e di opporsi: anche se farlo può comportare conseguenze non remote da quelle in cui incorsero i professori che non giurarono fedeltà al fascismo nell’Italia del 1931. Allora in Italia e oggi in Israele le voci esplicite di dissenso sono poche, ma il dissenso era, ed è, molto più largo. E le università sono l’unico luogo in cui questo dissenso può resistere. Per questo, oltre che per il fatto che bisognerebbe altrimenti boicottare anche le università di molti altri paesi (incluse alcune del nostro), isolare quelle università e privarle del rapporto con ricercatori di altri paesi sarebbe un errore.


Un attacco informatico a Volere la Luna

Autore:

Come avete visto il sito non è stato raggiungibile dalle 11.00 circa di venerdì alle 18.00 di ieri (domenica) e anche la newsletter, di cui era in corso l’invio, si è interrotta, per cui una parte dei destinatari non l’ha ricevuta. Molti lettori e lettrici se ne sono accorti e abbiamo avuto numerosi messaggi preoccupati che ce lo segnalavano e ci chiedevano spiegazioni.

La ragione è semplice. Abbiamo subìto un attacco informatico: non gravissimo, nel senso che non è stato infettato il sistema con codice malevolo e non è stato acquisito il controllo dei dati per utilizzazioni improprie, ma tuttavia grave e finalizzato a bloccare il funzionamento del sito. L’attacco non è stato diretto al server condiviso a cui ci appoggiamo ma direttamente a Volere la Luna ed è avvenuto generando un numero abnorme di accessi simultanei tale da rendere ingestibile il sistema. Questa la comunicazione del provider: «Sulla base delle nostre ricerche riteniamo che il problema in questo caso sia dovuto a un attacco DoS (Denial of Service), ovvero un tentativo dannoso di bloccare il tuo sito web attraverso un numero elevato di connessioni simultanee il cui scopo è sovraccaricare il server che ospita il tuo sito. Ci scusiamo per gli eventuali disagi che questo problema potrebbe causarti e desideriamo assicurarti che stiamo facendo tutto ciò che è in nostro potere per mitigare il carico il prima possibile». Il provider ha bloccato il sito per due giorni al fine di evitare ulteriori danni e di ripristinarne la normale funzionalità.

Gli accessi simultanei hanno riguardato alcuni articoli ma il primo ad essere attaccato e con il maggior numero di accessi è stato l’intervista di Loris Campetti ad Ali Rashid pubblicata il 27 ottobre 2023 con il titolo «Una volta in Palestina eravamo fratelli» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/27/una-volta-in-palestina-eravamo-fratelli-intervista-ad-ali-rashid/). Ovviamente non siamo in grado di dire se esista un collegamento tra l’attacco hacker e il contenuto dell’articolo ma certo, considerando il clima che ci circonda, la cosa è sospetta e inquietante.

Il nostro webmaster ha immediatamente provveduto ad attivare ulteriori servizi di protezione (di cui trovate traccia in immagini che compaiono all’atto della apertura del sito), pur nella consapevolezza che la loro efficacia non è decisiva.

Abbiamo ritardato questa comunicazione perché il provider ci ha suggerito di aspettare 24 ore per essere certi che il problema non si ripetesse.

È tutto quanto siamo in grado di dire e ci teniamo a informarvene. Con un unico commento: se siamo attaccati da hacker vuol dire che abbiamo raggiunto una visibilità significativa e che quel che scriviamo non passa inosservato… Il che è una buona cosa. Confidiamo che lo spiacevole “incidente” sia uno stimolo non solo a seguirci di più ma anche a diffondere la conoscenza del sito.

 


Pastasciutta antifascista, ordine pubblico e olio di ricino

Autore:

«Gentilissimo signor Geremia,
in merito alla sua richiesta di autorizzazione all’utilizzo della struttura Parco via Sacro Cuore per l’iniziativa “Pastasciutta Antifascista”, come già anticipato verbalmente, sono a comunicare che l’utilizzo non viene autorizzato. Indipendentemente da come vogliamo classificare l’evento – politico, culturale, storico, conviviale – il nome dell’iniziativa può essere, purtroppo, richiamo di disordini e di problemi di sicurezza e ordine pubblico, tant’è che, sentito anche il Commissariato di Bassano del Grappa, lo stesso ritiene, nel caso l’iniziativa si realizzi, di dover allertare il proprio personale e le altre Forze dell’Ordine.
Considerato, inoltre, che l’iniziativa è stata pubblicizzata sui social ed è promossa da quattro sezioni A.N.P.I. dell’Altopiano dei Sette Comuni, di Bassano del Grappa, di Marostica e di Valbrenta per tutti i soci e simpatizzanti, risulta difficile quantificare il numero dei partecipanti.
Con stupore, tuttavia, considerata la comunicazione della questura pervenuta questa sera, si ritiene la Vostra richiesta già superata.
Distinti saluti.
Il Sindaco
Mezzalira dott.ssa Elena»

La mail della sindaca del Comune di Rosà, in provincia di Vicenza (trasmessa il 24 luglio alle ore 20.07), potrebbe essere pubblicata, come si dice, “senza commenti”. Ma qualche puntualizzazione può essere utile ad evitare che la vicenda appaia una piccola e miserevole questione da relegare nel folklore di un piccolo centro di provincia (magari attraversato da beghe personalistiche).

La sindaca, espressione della lista “Lega Salvini”, motiva il diniego dell’uso del parco con l’assunto che “il nome dell’iniziativa” evoca disordini e problemi di sicurezza e ordine pubblico. Essendo improbabile che la pace del tranquillo borgo di Rosà sia turbata dal termine “pastasciutta” è giocoforza ritenere che all’origine delle preoccupazioni che hanno indotto la prima cittadina a chiedere, a tutela dei suoi concittadini, il parere del Commissariato di polizia di Bassano del Grappa e poi a negare l’uso del parco sia il termine “antifascista”. La cosa è, del resto, confermata dal comunicato stampa, emesso dalla stessa il giorno successivo, dopo che la sua mail aveva cominciato a rimbalzare sui media e nelle redazioni dei giornali provocando critiche e prese di distanza. In quel goffo e maldestro comunicato, infatti, la dott.ssa Mezzalira, dopo aver cercato di rettificare, almeno in parte, il tiro con il rilievo che «l’amministrazione comunale non può autorizzare, e mai lo ha fatto neppure in passato, l’uso di un parco pubblico per un’iniziativa che non rispetta il regolamento di utilizzo e gestione, che prevede una destinazione socio-ricreativa» non si trattiene e aggiunge, a chiarimento di chi non lo avesse capito, che «la diffusione sui social di volantini col titolo di “pastasciutta antifascista” fa pensare che non si tratti solo di un appuntamento conviviale o culturale» (che – sia detto per inciso – esulerebbe anch’esso da una lettura restrittiva del termine “socio-ricreativo”). Comunque, conclude la prima cittadina, «gli organizzatori sono liberi di trovare un’altra sede».

Almeno per ora – verrebbe da aggiungere – posto che, contemporaneamente, sul muro di recinzione del centro culturale comunale Porto Burci della vicina Vicenza, dove è in programma un’altra “pastasciutta antifascista”, è stato affisso uno striscione con la scritta: «Se manca olio, lo portiamo noi» e la firma del gruppo di estrema destra Mis (Movimento Italia Sociale).

Inutile ricordare che tutto questo avviene in un Paese governato dagli eredi del fascismo.


Il pensiero ecologico-marxista: Nebbia, Conti, Bettini, Ravaioli

Autore:

Mi sembra molto bello aprire questo incontro parlando di quattro persone che rappresentano le primarie e fondamentali fonti del pensiero ecologista, allo stesso tempo scientifico e militante, italiano […]. Nebbia, Conti e Ravaioli sono pressoché coetanei, nati nella prima metà degli anni Venti del secolo scorso, solo Bettini è di una generazione successiva, ma precoce nell’interessarsi ancora ventenne ai temi ecologici. Ravaioli, invece, da femminista giunge all’ecologia agli inizi degli anni Ottanta, mentre Nebbia, da merceologo, fin dagli anni Cinquanta aveva acquisito un interesse ai temi del rapporto tra economia e risorse naturali. Il percorso di Laura Conti, coevo a quello di Nebbia, è all’inizio segnato dalla sua professione di medico igienista e dall’attenzione al condizionamento dei fattori ambientali per lo stato di salute degli umani.
In questa comunicazione cercherò di evidenziare i tratti che a mio parere li accomunano e che possono interessarci per la nostra riflessione.

1. Un approccio critico alla scienza e alla tecnologia

Il terreno su cui si muovono è indubbiamente quello della ricerca scientifica e delle innovazioni tecnologiche, ma senza alcun cedimento allo scientismo, ancorati sempre alla critica della presunta neutralità della scienza. Per tutti si può citare Giorgio Nebbia, che pure era un cultore ammirato delle invenzioni e delle innovazioni tecnologiche (quelle buone!):

L’ffermazione, che talvolta si sente ripetere, che i guasti prodotti dalla tecnica nell’ambiente naturale possono essere rimediati con l’uso di altra tecnica non è giustificata da un esame oggettivo delle risorse, finite, disponibili sulla Terra, in quanto l’applicazione di altra tecnica non può risolversi che con una ulteriore sottrazione di risorse all’ambiente, in una spirale senza fine. Questo trionfalismo sembra ispirato al desiderio di non cambiare, ma anzi di rafforzare, gli attuali modelli di progresso materiale per raggiungere i quali mezzi tecnici sono posseduti dai paesi avanzati. I progressi tecnologici devono perciò essere attentamente e criticamente valutati sulla base degli effetti che determinano sull’ambiente.
(G. Nebbia, Per una visione cristiana dell’ecologia, apparso in sette puntate su “Il Popolo”, tra settembre e ottobre 1971, in L. Piccioni, Chiesa ed ecologia 1970-1972. Un dialogo interrotto, “Altronovecento. Ambiente Tecnica Società”, n. 38, 1 ottobre 2018, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, p. 119. https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/category/numero-38/).

2. Visione complessa della crisi ecologica

Altro tratto che li accomunava era la convinzione che la crisi ecologica fosse dovuta a una profonda frattura intervenuta in particolare con la rivoluzione industriale e con la chimica di sintesi tra tecnica e natura, tra economia ed ecologia, sia sul versante del prelievo smodato di risorse materiali ed energetiche, spesso non rinnovabili, sia sul versante dell’immissione dissennata nelle matrici ambientali di rifiuti, scorie, sostanze tossiche non biodegradabili e dannose ai viventi, umanità compresa.
Questa concezione complessa della crisi ecologica può insegnarci molto nel presente, in cui si sta imponendo, al contrario, una visione riduzionista, circoscritta alla questione climatica e alle sole emissioni climalteranti, dunque ai fossili come fonti energetiche. Di tutto il resto non sembra interessare più nulla, neppure ai nuovi movimenti, purtroppo. Cosicché viene ignorato il fatto che i fossili siano anche materia prima per due settori devastanti per l’ambiente, come la petrolchimica, che produce plastiche e fibre sintetiche, e l’agroindustria, per la sintesi dell’ammoniaca atmosferica finalizzata ai fertilizzanti a base di nitrati. Come non sembra preoccupare più nulla il depauperamento delle risorse del Pianeta (cui anche la transizione energetica contribuirà non poco, se si vuole proseguire con la crescita esponenziale ed infinita dell’economia) e gli inquinanti tossici per l’ambiente naturale e per la vita umana che l’economia sversa nei territori, procurando quello che fino a qualche anno fa i movimenti definivano “ecocidio” o quella che già oltre quindici anni fa fu definita “pandemia silenziosa”, provocata da sostanze chimiche di sintesi e isotopi radioattivi responsabili di varie forme di tumore, di mutazioni, di interferenze con il sistema endocrino, di trasmissione transplacentare di patologie per via epigenetica, del latte materno contaminato etc.
Questo, del riduzionismo ecologico in corso, è un tema centrale, a mio parere, da discutere e che, tra l’altro, pone qualche interrogativo anche sulla sorprendente fortuna mass-mediatica di Greta. Al sistema, che intende proseguire nella corsa folle ed autodistruttiva della “crescita” infinita dell’economia, del Pil e dei profitti, forse serve l’allarme sui fossili, non tanto per i problemi climatici che semmai intende governare con politiche di mitigazione ed adattamento, ma perché è consapevole che i fossili sono destinati a finire e soprattutto, per varie ragioni, geopolitiche e tecniche, ad aumentare di prezzo. Dunque, bisogna che i governi investano enormi risorse pubbliche per la cosiddetta “transizione energetica” (vedi Stati Uniti, Cina e in misura minore Ue etc.): in questo quadro l’allarme climatico è un buon viatico per spingere l’opinione pubblica, quindi i governi, in questa direzione, rimuovendo ancora una volta la complessità e profondità della crisi ecologica e facendo accettare tecnologie, come il nucleare, forse un po’ meno influenti sul clima, ma durevolmente devastanti per la futura vivibilità sul Pianeta.
A questo proposito, da alcuni anni, mi corre spesso il pensiero a Michelangelo Bolognini, grande epidemiologo di Medicina democratica, della scuola di Giulio A. Maccacaro, scomparso prematuramente nel 2012 (https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=356;http://www.medicinademocratica.org/article.php3?id_article=402). Bolognini, nell’ultimo periodo della sua esistenza, ci assillava con una preoccupazione che, francamente, a me allora sembrava eccessiva: riteneva che l’unica concreta eredità della Conferenza di Rio sull’ambiente, quella che inaugurava in grande stile il Greenwashing grazie al ruolo centrale che vi ebbe Stephan Schmidheiny, il magnate dell’Eternit, ovvero l’emergenza climatica, sancita dal successivo protocollo di Kyoto e periodiche Cop annesse, fosse una colossale opera di distrazione dai veri temi della crisi ecologica. Vivevo quella sua insistenza come una sorta di ossessione immotivata: ma alla luce dell’evolversi dei fatti, oggi Michelangelo mi appare un profeta inascoltato, come anche i nostri “magnifici quattro” che qui stiamo evocando.

3. Una lettura di Marx dal punto di vista ecologico

I “nostri” sono stati dei buoni studiosi del pensiero di Marx, con tratti originali comuni.
Il primo consiste in una netta presa di distanza dai “marxismi” all’epoca dominanti che consideravano lo sviluppo tecnologico ed economico un valore indiscusso, da rilanciare cambiando profondamente i rapporti di produzione e di classe. Qui mi piace riportare due citazioni di Carla Ravaioli. L’una, profetica, del 1982 prima della caduta del muro:

Su queste basi si tratta allora di rivedere le motivazioni al rifiuto dei due modelli di vita dominanti. I quali sono ambedue inaccettabili non benché diversissimi, ma perché, al di là delle diversità, sono in realtà molto simili. Non perché l’Occidente garantisce le libertà civili all’interno però di una insuperabile divisione classista, mentre all’Est la dittatura che ha abolito le classi nega la libertà; ma perché una vera libertà e anche una vera giustizia non sono possibili dovunque la società ruota esclusivamente attorno al dato economico, dovunque le categorie produttive sono il referente primario di ogni valore collettivo e individuale, dovunque il «quanto» [è] assunto come alibi e succedaneo del «quale» […] il consumismo che, certo in misura finora assai più limitata e in modi assai meno sofisticati che in Occidente, ma certo con altrettanta capacità di suggestione, va rapidamente prendendo piede anche nei paesi del «socialismo reale», sta a dimostrarlo.
(C. Ravaioli, Il quanto e il quale. La cultura del mutamento, Laterza, Roma-Bari 1982, p. 234).

La seconda, quasi vent’anni dopo, una sorta di invettiva contro l’economicismo e il produttivismo:

Il primo «valore» da rifiutare dovrebbe essere il dominio incontrastato della ragione economica […]; il secondo «valore» da rifiutare, d’altronde in piena coerenza col primo, è la «quantità» come misura di tutto il «positivo», su cui fonda la propria certezza la crescita produttiva illimitata, assunta come prioritario obiettivo economico […]; il terzo «valore» che le sinistre non possono permettersi di accettare è «il danaro come religione» […]; quarto «valore» da condannare senza riserve è quello espresso nel popolare aforisma che afferma: «il tempo è danaro», […] perché il tempo è una categoria al cui interno si colloca il vivere umano in tutte le sue espressioni; quinto «valore» non più accettabile è l’illusione della inesauribilità della natura, e la presunzione del diritto umano al suo illimitato sfruttamento, […] «valore» su cui si è impiantata e continua a reggersi l’evoluzione economica degli ultimi due secoli, e di cui (occorre ripeterlo e senza mezzi termini) anche le sinistre sono state pienamente e irresponsabilmente partecipi; sesto «valore» da abiurare è quella tenacissima fede nel progresso che pervade l’intera nostra cultura, e che le sinistre hanno abbracciato nel modo più acritico, […] in gran parte identificato con l’evoluzione scientifica e tecnologica.
(C. Ravaioli, B. Trentin, Processo alla crescita. Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo neoliberista, Editori Riuniti, Roma 2000, pp. 199-203).

Inoltre, la lettura di Marx si soffermò in particolare sui Manoscritti economici-filosofici. A questo proposito ricorda Nebbia, citando un passo dei Manoscritti, che, di fronte all’economia politica che governa e orienta i bisogni umani al servizio del guadagno e del profitto dei capitalisti, il giovane Marx individua la soluzione nel:

comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell’uomo, e quindi come reale appropriazione dell’essenza dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo; perciò come ritorno dell’uomo per sé, dell’uomo come essere sociale, cioè umano. Questo comunismo … è la vera risoluzione dell’antagonismo fra la natura e l’uomo, fra l’uomo e l’uomo, … tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie… L’essenza umana della natura esiste soltanto per l’uomo sociale; infatti soltanto qui la natura esiste per l’uomo come vincolo con l’uomo, come esistenza di lui per l’altro e dell’altro per lui, soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana… Dunque la società è l’unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell’uomo con la natura, la vera risurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell’uomo e l’umanismo compiuto della natura.
(G. Nebbia, Sui Manoscritti economico-filosofici, in “Capitalismo Natura Socialismo”, n 4, settembre-dicembre 1994, pp. 109-116).

Un ultimo tema ricorrente è l’interesse al dibattito tra Malthus e Marx a proposito della questione demografica in relazione ai limiti naturali dell’economia. La questione viene affrontata in particolare da Laura Conti nel suo Che cos’è l’ecologia (L. Conti, Che cos’è l’ecologia. Capitale, lavoro e ambiente, Mazzotta, Milano 1977, pp. 115-117) e soprattutto nel suo testo più importante, Questo Pianeta (in particolare il cap. 11,intitolato a Malthus e Darwin, dove si legge che “la scoperta dell’esuberanza delle nascite consente l’interpretazione darwiniana dell’evoluzione biologica […]. Il legame tra Malthus e Darwin sfugge a Marx, anche perché lo stesso Malthus deduce da un’osservazione scientifica una norma sociale”, in L. Conti, Questo Pianeta, Editori Riuniti, Roma 1988, II edizione, pp. 118-129).
a lettura di quel confronto permette loro, da un canto, di non sottovalutare il problema dell’aumento della popolazione umana rispetto ai limiti e al degrado delle risorse naturali, addirittura peggiorati dai tempi di Malthus, ma, dall’altro, di mantenere fermo il punto che il problema rinvia al necessario superamento delle profonde diseguaglianze tra le popolazioni privilegiate che godono dell’abbondanza e dello spreco e quelle che invece soffrono la fame e l’indigenza, che fu una delle principali argomentazioni della critica di Marx a Malthus.

4. Rapporto stretto tra crisi ecologica e crisi sociale

E qui veniamo al punto decisivo del nesso inscindibile tra crisi ecologica e crisi sociale, riconducibili ad un’unica crisi che vede nel sistema capitalistico la prima fondamentale causa, ancorché non la sola, senza rimuovere la quale non è possibile avviare un processo di pacificazione tra gli umani e con la natura. È il filo conduttore della ricerca scientifica, delle elaborazioni, dell’opera di divulgazione e della militanza di tutti e quattro, nel corso della loro esistenza.
Perciò, da ecologisti, rimane centrale il loro interesse per il movimento operaio, con il quale ritengono ineludibile il confronto. Abbiamo già citato l’eloquente sottotitolo del libro sull’ecologia di Laura Conti del 1977, Capitale, lavoro e ambiente. Ricordiamo le innumerevoli volte in cui Giorgio Nebbia ricorda quel “periodo in cui una parte del mondo operaio e della sinistra anticipò lotte, soprattutto per la salute in fabbrica, che erano «ecologiche» anche se non venivano chiamate così” (a questo proposito si veda il dossier su L’ambientalismo operaio, in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 46 https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/lambientalismo-operaio/).
Ammirevole Carla Ravaioli quando testardamente cerca di discutere di ecologia e decrescita con Bruno Trentin, già segretario generale della CGIL, in questa occasione in verità piuttosto sordo, dialogo pubblicato in Processo alla crescita. Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo neoliberista, già citato.
Vi è infine un testo di Virginio Bettini pubblicato con Barry Commonernel 1976 che potremmo considerare esemplare per questo legame tra crisi ecologica e crisi sociale, fin dal titolo, Ecologia e lotte sociali (V. Bettini, B. Commoner, Ecologia e lotte sociali, Feltrinelli, Milano 1976), nel quale il terzo ed ultimo capitolo è significativamente dedicato a Il debito verso la classe operaia. Ebbene facciamo semplicemente parlare Bettini con alcune citazioni di una profondità e chiarezza che le rendono tuttora di assoluta attualità:

La crisi: uomo contro uomo, non uomo e natura. Se si va alle origini di ogni problema ambientale si scopre una realtà fondamentale: alla radice della crisi non sta il modo in cui l’uomo interagisce con la natura, ma il modo in cui gli uomini interagiscono tra loro: cioè per risolvere i problemi ambientali dobbiamo risolvere i problemi della povertà, dell’ingiustizia razziale e della guerra. Il debito con la natura, che è la misura della crisi ambientale, non può essere pagato, persona per persona, con bottiglie riciclate o sane consuetudini ecologiche, ma con l’antica moneta della giustizia sociale; insomma, la pace tra gli uomini deve precedere la pace con la natura. (pp. 70-71)
Tra classe operaia e quanti si occupano dei problemi dell’ambiente esistono molti punti di contatto. È giusto quindi che le due esperienze si confrontino, perché la crisi ambientale in Italia, negli Stati Uniti e nel resto del mondo non potrà essere risolta a meno che non si vinca la battaglia per condizioni di lavoro accettabili, con adeguati interventi sanitari e con la realizzazione di giuste misure di sicurezza nelle fabbriche. I problemi dell’ambiente e i problemi della classe operaia marciano quindi di pari passo. Sarebbe un grave errore scinderli. Cerchiamo quindi di collegare quei fili sparsi dell’intricato problema ambientale a tutte quelle esperienze, anche di sfruttamento e di morte, che da tempo si vivono nelle fabbriche. (p. 151)
Lavoratori come cavie. Il lavoratore dell’industria è usato come cavia in alcuni esperimenti che riguardano l’ambiente: i prodotti chimici industriali che lo inquinano hanno una maggiore concentrazione nelle fabbriche e quindi i lavoratori ne sperimentano precocemente gli effetti peggiori. La pericolosità dei PCB, riconosciuti oggi come problema ambientale di prima grandezza, fu rivelata per la prima volta quando alcuni lavoratori rimasero vittime di una grave malattia cutanea, il cloracne, causata da queste sostanze. Prendiamo anche il caso dell’asbesto, altro grave pericolo per l’ambiente. Tutti respiriamo fibre di asbesto che galleggiano nell’aria dei cantieri edili dove è usato. Assorbite dai polmoni, tali fibre aumentano l’incidenza del cancro. Questo effetto venne scoperto 30-40 anni fa, quando nei lavoratori addetti alla trasformazione dell’asbesto si osservò un’alta incidenza del cancro polmonare. (p. 183)
Il numero delle sostanze chimiche cui siamo esposti è valutato intorno al mezzo milione. Il problema coinvolge sia la fabbrica sia l’ambiente esterno. L’astratta visione ecologica cui fino ad oggi ci ha abituato l’ideologia del potere ha contribuito a tenere separati i due problemi. Dobbiamo invece riconoscere che è la fabbrica il nucleo reale sul quale si deve condurre una responsabile battaglia ecologica e che lo scontro reale avviene proprio “sulla fabbrica”. Il processo produttivo ha assunto ormai dimensioni tali da far diventare nocivo anche l’ambiente che lo circonda. L’unica risposta possibile è l’individuazione delle responsabilità della logica produttiva capitalistica e la sempre maggiore responsabilizzazione della classe operaia come naturale e storico antagonista del sistema capitalistico. (p. 200)
Alleanza vitale per la sopravvivenza. Queste sono alcune delle questioni vitali sollevate di fronte alla necessità di migliorare l’ambiente e le condizioni di lavoro. Ora è il caso di domandarci per il bene di chi funziona l’industria: se funziona per migliorare la produttività ed aumentare i margini di profitto, degradando quindi l’ambiente e danneggiando la salute dell’operaio, il sistema raggiungerà presto una situazione di collasso; se il sistema economico-industriale però saldasse il debito con l’ambiente e con i lavoratori potrebbe ben presto dichiarare bancarotta. Stando cosi le cose è rischioso affidarsi alle direzioni aziendali per trovare una soluzione; è certo preferibile che la cerchino la classe operaia e il popolo in generale. I lavoratori hanno un’ottima conoscenza dei problemi dell’inquinamento, perché li vivono quotidianamente, ma è necessario che la partecipino a quegli studiosi che intendono informare la popolazione sugli aspetti più gravi della crisi ambientale. Questa alleanza tra scienza e classe operaia rappresenta il primo stadio di un’azione diretta a risolvere la duplice crisi che sta degradando l’ambiente in cui viviamo e quello in cui lavoriamo. Un primo passo, forse, verso la sopravvivenza! (p. 201).

5. Decrescita necessaria

Già agli inizi degli anni Settanta, Giorgio Nebbia, in vista della sua partecipazione alla Conferenza dell’Onu di Stoccolma in rappresentanza del Vaticano, con il saggio, precedentemente citato, pubblicato verso la fine dell’anno precedente su “Il Popolo”, il quotidiano della Democrazia Cristiana, Per una visione cristiana dell’ecologia, aveva affrontato tutti i temi oggi sul tappeto con lucidità di analisi e lungimiranza di proposte, compreso quello dei limiti della crescita e della “de-crescita”: “… è indispensabile imporre ai paesi che già hanno molto una revisione critica della gerarchia dei bisogni di beni materiali e un’azione di disciplina nei consumi e di freno nello sfruttamento delle risorse naturali. Da varie parti si pensa di ridurre eventualmente a zero il tasso di accrescimento della produzione a livello mondiale, il che richiede una operazione di de‐sviluppo dei paesi ricchi per consentire ai paesi poveri di raggiungere un adeguato livello di sviluppo”. Quindi “de-sviluppo”, ovvero decrescita, che, riprendendo la parola chiave dell’Humanae vitae, denominerà anche continenza, trasferendola dalla sfera sessuale a quella della produzione e dei consumi, con l’“invito alla continenza nel possesso, continenza che, anche se impopolare, pure è così squisitamente cristiana e che costituisce la vera guida per una nuova saggezza ecologica”.
Anche Virginio Bettini, concludendo un’intervista rilasciata a Elena Davigo nel 2011, riprende quel periodo magico della “primavera ecologica”, in cui egli dirigeva la neonata rivista, poi di Legambiente, “Nuova ecologia”, individuandolo come anticipatore della teoria della decrescita di Serge Latouche:

In tutta questa dinamica della crisi, del problema del debito, le tematiche ambientali non entrano mai. Non so se si è resa conto … Assolutamente, qui come altrove, si continua a ribadire il concetto della crescita, la crescita, la crescita … ma tu non puoi, non puoi soltanto sviluppare, non puoi crescere in continuità. Il modello della crescita è legato a un certo periodo “x”, poi smette, quello che devi fare è lo sviluppo invece. Sviluppare vuol dire capire, ammettere che esistono dei limiti. Per esempio, oggi la “Nuova Ecologia” starebbe benissimo collegata al gruppo che parla di decrescita, alla Latouche insomma. […]. Quando leggi Latouche ci trovi alcuni messaggi che negli anni Settanta erano di “Nuova Ecologia”. Se oggi “Nuova Ecologia” non avesse solo la funzione di portavoce di Legambiente si sposterebbe molto più sulla posizione latouchiana. Questo è il mio giudizio ultimo”.
(Virginio Bettini e la nascita di “Nuova Ecologia”, un’intervista di Elena Davigo, Venezia 22 ottobre 2011, in “Altronovecento. Ambiente tecnica società, n. 43 https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/virginio-bettini-e-la-nascita-di-nuova-ecologia-unintervista/).

Carla Ravaioli, come abbiamo già accennato, da femminista nel 1982 affronta la questione ecologica, focalizzandosi fin da subito sul tema più spinoso, se non indicibile: l’improponibilità del paradigma della crescita infinita: La fine della crescita senza fine è l’eloquente titolo dell’ultimo capitolo del suo Il quanto e il quale, precedentemente citato.
Preso per le corna il limite strutturale e se vogliamo epistemologico dell’economia, con straordinaria pervicacia torna sul tema con un’operazione unica nella pubblicistica nazionale e non solo. Decide di porre i quesiti che le girano in testa da tempo direttamente ai più quotati economisti del mondo, appartenenti alle più diverse scuole. Così, dieci anni dopo, pubblica il risultato di questo lavoro, Il pianeta degli economisti, ovvero l’economia contro il pianeta, titolo che non lascia alcun margine a possibili fraintendimenti: è l’economia, in tutte le sue varianti, il tarlo che sta minando la terra e l’umanità che vi è ospitata (C. Ravaioli, Il pianeta degli economisti, ovvero l’economia contro il pianeta, isedi, Torino 1992. C. Ravaioli, with a contribution by P. Ekins, Economists and the Environment. What the top economists say about the Environment, Zed Books, London 1995).
Dare conto di questo testo è impossibile per la ricchezza e complessità delle argomentazioni. Basti ricordare che innanzitutto pone il tema dell’insensatezza di un sistema che deve sempre produrre crescita, quindi, chiede ai suoi interlocutori se davvero l’economia che pretende di governare il mondo sia una scienza esatta, se alla quantità da rincorrere all’infinito non sia desiderabile contrapporre la qualità da coltivare in decelerazione rispettando i limiti naturali, e, infine, se il capitalismo sia per sua natura incapace di questa necessaria inversione di rotta per salvare il pianeta e l’umanità.
Elencare gli interlocutori sarebbe pure altrettanto significativo, ma sono ben ventotto, compresi premi Nobel, provenienti dalle più diverse parti del mondo, dagli USA alla Russia, e dalle diverse scuole; cito a mo’ di esempio alcuni nomi noti: Milton Friedman, caposcuola del neoliberismo duro e puro; John K. Galbraith, neokeynesiano; Nicolao Georgescu-Roegen, teorico della bioeconomia; Juan Martinez-Alier, teorico dell’economia ecologica; e James O’Connor, teorico dell’ecomarxismo. Mi limito a dire che è un testo assolutamente da leggere anche oggi per capire a fondo perché in mezzo secolo, dominato dall’economia e negli ultimi quarant’anni dal neoliberismo, comunque sempre dal mito della crescita, non siamo riusciti a porre rimedio alla crisi ecologica.
Per concludere non rimane che un invito: tornare ad attingere alle fonti di questi grandi maestri e immense maestre se si vuole comprendere in profondità la crisi che stiamo attraversando e le grandi sfide che ci attendono.

L’articolo riproduce l’intervento svolto al seminario “Decrescita: una via ecosociale al cambiamento”,
svoltosi il 31 marzo scorso presso la Fondazione Micheletti di Brescia
ed è tratto dal sito del CRS
con cui Volere la Luna ha un rapporto di collaborazione.


L’identità e i progetti di Volere la Luna

Autore:

Il 22 aprile si è svolta in via Trivero a Torino l’assemblea annuale di “Volere la luna”. Facendo seguito alla relazione introduttiva del presidente (https://volerelaluna.it/che-fare/2023/04/21/volere-la-luna-a-congresso/) pubblichiamo di seguito il verbale dell’assemblea.

L’anno 2023 il giorno 22 del mese di aprile alle ore 9.50, si è riunita, in seconda convocazione, in via Trivero 16 a Torino l’assemblea dei soci per trattare e deliberare sul seguente ordine del giorno: 1) analisi dell’attività svolta e delle prospettive. Relazione introduttiva. Discussione e proposte; 2) rendiconto finanziario al 31 dicembre 2022. Relazione illustrativa e deliberazioni conseguenti; 3) bilancio preventivo 2023. Relazione illustrativa e deliberazioni conseguenti; 4) varie ed eventuali.
L’assemblea, all’unanimità, nomina presidente Livio Pepino e segretaria Rita Palumbo.

Il presidente rileva che la riunione è stata regolarmente convocata, che i soci presenti sono 32, quelli collegati da remoto 7 e quelli regolarmente rappresentati 7, per un totale di 46 (a fronte di un numero totale di 205 soci in regola con il pagamento della quota associativa del 2023 alla data di convocazione dell’assemblea). Rileva quindi che l’assemblea è regolarmente costituita e in condizioni di deliberare e svolge la relazione che si allega al verbale (https://volerelaluna.it/che-fare/2023/04/21/volere-la-luna-a-congresso/).

Con inversione dell’ordine del giorno, si procede all’esame dei punti 2 e 3. Il presidente riassume il rendiconto finanziario al 31 dicembre 2022 e il bilancio preventivo per l’anno 2023, predisposti dal tesoriere e approvati dal consiglio direttivo, e ne illustra brevemente le voci. All’esito della conseguente discussione mette in votazione il rendiconto e il bilancio preventivo che l’assemblea approva all’unanimità.

Si apre, quindi la discussione sulla relazione, sulla situazione politica e sulle prospettive in cui intervengono: Marco Revelli, Rita Palumbo, Elisabetta Grande, Enzo Di Dio, Carlo Acquaviva, Giustino Scotto d’Aniello, Carlo Tagliacozzo, Amedeo Cottino, Raffaele Destro, Gianni Tognoni e Silvia Manderino (da remoto).
Le valutazione sulla situazione politica e sul ruolo, in essa, di Volere la Luna sono sostanzialmente unanimi e coerenti con i giudizi e le preoccupazioni espresse nella relazione introduttiva.
La maggior parte degli intervenuti si sofferma sull’analisi delle cose fatte e sulle prospettive che si aprono sia a livello locale che a livello nazionale e c’è chi sottolinea la necessità di una miglior definizione del ruolo di Volere la Luna (che deve avere una più precisa identità politica e non limitarsi a organizzare iniziative sociali e culturali).
Le indicazioni operative del presidente vengono confermate e arricchite di ulteriori indicazioni e viene segnalata la necessità: a) di utilizzare la sede ristrutturata anche per iniziative ludiche (fondamentali per stabilire rapporti e relazioni sociali sul territorio); b) di contribuire alla costruzione di una rete di movimenti e organizzazioni capace di realizzare un maggior rapporto con il territorio per fornire ma anche per raccogliere elementi di analisi e di proposta politica; c) di incalzare e mettere in mora su punti specifici le forze politiche e sindacali (la cui marginalità rispetto alle dinamiche reali del paese è ormai drammatica); d) di individuare forme esemplari di intervento politico anche facendo ricorso a forme di disobbedienza civile; e) di essere presenti nella scuola con opportune iniziative di sensibilizzazione accompagnate da una riflessione sulle relative modalità e caratteristiche.
Con riferimento a punti specifici viene segnalata la necessità di assumere una posizione (auspicabilmente adesiva) rispetto alle iniziative referendarie tendenti ad abrogare le norme che consentono l’invio di armi in Ucraina e, più in generale, in paesi nei quali sono in corso conflitti armati e di prestare maggiore attenzione alle dinamiche internazionali (in particolare alla situazione della Palestina).

Non essendovi altro su cui deliberare l’assemblea viene sciolta alle ore 12.50.


Alexandra Lapierre, La donna dalle cinque vite (Edizioni E/O, 2023)

Autore:

Arriva soltanto adesso in Italia per i tipi di E/O – è del 2016 l’edizione originale francese di Flammarion – il libro di Alexandra Lapierre La donna dalle cinque vite, ove si racconta la storia di Marija Zakrevskaja detta Mura, nobildonna russa di fine Ottocento, bella, colta, poliglotta che, a diciotto anni, va in sposa a un giovane diplomatico estone e si trasferisce a Berlino, dove, in poco tempo, diventa un’attrazione e un punto di riferimento per l’aristocrazia dell’epoca. Nel 1917, però, scoppia la rivoluzione bolscevica e la vita di Mura e della nobiltà russa si trasforma, cominciano le aggressioni, le uccisioni, le fughe. Mura finisce per tre volte nella terribile prigione di Lubjanka, per tre volte ne esce, diventando agli occhi degli occidentali una spia dei russi, per i russi una spia dell’Occidente, si porterà dietro questo marchio per il resto della sua vita. Il racconto della lunga relazione con Maksim Gor’kji e l’unione con H.G. Wells completano il panorama di un’esistenza che neanche la magnifica vis creativa di Alexandra Lapierre avrebbe potuto inventare.

Segnalazione di

Giorgio Razzoli
libraio di Cartolibreria Bastogi
corso Italia n. 25, Orbetello
tel. 0564.867103

libreriabastogi@gmail.com
pagina facebook Cartolibreria Bastogi


Piera Ventre, Gli spettri della sera (Neri Pozza, 2023)

Autore:

Una coppia di ragazzini nel pieno degli anni Ottanta. Sono cugini. Lei, Stella, voce narrante ha sedici anni; lui, Michele, dieci. Vengono mandati dai genitori da Napoli nell’Astigiano, per trascorrere una vacanza estiva nella cascina degli zii, contadini senza figli, Marina e Rensin.
Stella ha in testa il sogno del viaggio americano coast to coast, è disinibita, ha da poco dato il suo primo bacio e lo ha dato a una ragazza. Michele ha sempre il naso tra i libri, “un piccolo genietto”, appassionato di dama. Impareranno in questa estate il legame con la terra, la fatica dei campi e delle vigne. Per la prima volta alzeranno gli occhi su immensi cieli stellati che nascondono storie di famiglie e di comunità.
Un omaggio alla terra di Nuto Revelli, di Pavese e Fenoglio, fili indissolubili tra generazioni.


Segnalazione di

Martina Franchino
libraia di La Casa dei Libri
corso Laghi, 31, Avigliana (Torino)
tel. 011.9320999

lacasadeilibri@gmail.com


Caroline Laurent, Le rive della collera (ed. E/O, 2023)

Autore:

Ambientato nel cuore dell’Oceano indiano, in un arcipelago prossimo alle Mauritius, questo splendido romanzo porta alla luce una tragedia sconosciuta: la deportazione degli abitanti delle isole Chagos, che vennero date in affitto dall’Inghilterra agli Stati Uniti per farne una base militare. Storia vera, recente (1967), terribile per la sua disumanità, da parte di chi si riempie la bocca di libertà e democrazia. Leggetelo, aiuta a comprendere. Vincitore di numerosi premi in Francia.

Segnalazione di

Federico Bena
Libraio de L’Ibrida Bottega
Torino – via Felice Romani 0/A
tel. 011.19871905

info@libridabottega.it
L’Ibrida Bottega


Michele Marziani, La trota ai tempi di Zorro (Bottega Errante Edizioni, 2023)

Autore:

Stefano Baldazzi Morra ha 13 anni nel 1975 quando si trasferisce con la famiglia a Gozzano, un piccolo paese sul Lago D’Orta. Ha un doppio cognome e porta gli occhiali ma le avversità, quelle vere, faranno capolino nel giro di pochi anni quando alcune importanti trasformazioni sconvolgono la sua quiete e quella della sua famiglia. Alcune hanno il sapore della conquista: l’apprendistato da fotografo al seguito di una coppia di amici più grandi, la scoperta della pesca come di un rito carico di significati e di possibili incontri, l’avventura di essere testimoni dei movimenti di piazza e del fermento politico di quegli anni. Altre hanno il sapore della rinuncia. Non sempre è possibile esprimere i sentimenti più veri e spesso occorre scegliere quelle parole che fanno meno male. Ma più di tutto pesa l’assenza del padre, costretto in seguito ad una grave crisi esistenziale a lasciare la famiglia, rinunciando a tutto e a tutti e finendo a vivere in strada. Quello di Michele Marzani è il racconto perfetto della traiettoria di un pezzo di vita quando scorre implacabile e travolge ogni cosa e dell’intensità della giovinezza che la accompagna e le tiene sfrontatamente testa.

segnalazione di

Filippo Scisciani
libraio di Binaria
Centro commensale del Gruppo Abele
tel. 011.537777

binaria@gruppoabele.org
www.gruppoabele.org
@binaria34