Migranti: se 5000 vi sembran tanti…

Autore:

Un recente editoriale del Corriere della Sera, scritto da Goffredo Buccini in elogio della Guardia Costiera Italiana (15 marzo 2023, Il dilemma dei nostri marinai), tornava sul tema del caicco turco affondato nella notte tra il 25 e il 26 febbraio scorso alla spiaggia di Cutro, in Calabria, con almeno 91 vittime. Le vittime erano per lo più provviste di titolo per ottenere l’asilo previsto dalle norme internazionali; provenivano da almeno dieci Paesi diversi, soprattutto dell’Asia: Siria, Pakistan, Afghanistan. L’autore dell’articolo suggeriva un’osservazione importante sulla quale è opportuno riflettere. La riporteremo per esteso. «C’è – scrive Buccini – una domanda retorica posta polemicamente da Giorgia Meloni: “Si può davvero pensare che da qualcuno sia partito l’ordine di non andarli a salvare?”». Ovviamente no, si risponde Buccini, che però continua. «Ma il quesito va rovesciato: come mai nessuno ha dato l’ordine di andarli a salvare?». Non proveremo qui a dire la nostra in un dibattito nel quale ciascuno ha ormai una sicura convinzione, ma muoveremo da un altro punto.

In poche parole, il principio “Salvate le vite” potrebbe non essere il primo comando alla marina, ma arrivare solo subito dopo l’altro “Difendete la patria”. Ci sarebbe anche una subordinata: “Arrestate quei bricconi degli scafisti” e poi una seconda subordinata: “Peggio per loro se sono partiti”. Quest’ultimo pensierino rivolto ai migranti è una riflessione caratteristica di ambienti di governo. La Difesa della Patria e più in generale il principio di garantire la Sicurezza degli Italiani sono capisaldi scritti in lettere maiuscole nel pensiero politico su cui la destra ha fondato la sua alleanza e la vittoria elettorale. Le stazioni, piene di giovani stranieri senza occupazione e in ogni caso perditempo, offendono l’italico amor patrio sopra ogni altra cosa. L’altra idea, contraria, è quella della solidarietà, del sostegno generoso tra le persone: un’idea con un consenso minore, addirittura di lacerata opposizione in Parlamento.

Il Corriere non si è fermato lì, ma ha messo in pagina altri due editoriali, dovuti ad altre due sue prime firme. Martedì 21 marzo è Angelo Panebianco che suggerisce, per ovviare alle difficoltà d’intervento italiane, politiche e logistiche, di rivolgersi a un’Unione Europea per ridurre e così risolvere i problemi della migrazione in Italia (I migranti e l’Europa più unita). Panebianco deve aver generosamente trascurato gli egoismi attuali dei governi amici e avere auspicato una Bruxelles piena di slancio. Così, a stretto giro di Corriere replica Ernesto Galli della Loggia (L’accordo che serve, giovedì 23 marzo). Egli ritiene che «l’emigrazione si prospetta come un’autentica emergenza nazionale, nei tempi medio-lunghi un vero uragano che minaccia di venirci addosso». Data l’impraticabilità di un accordo con i paesi di origine e la sicura lentezza di un accordo europeo, non resta che attrezzarci all’accoglienza e all’integrazione. Accoglienza e integrazione – entrambe parole indicate in corsivo, dall’autore, per evidenziarne la sorprendente necessità – che sarebbero però occasioni d’immancabili discussioni e scontri laceranti fra le coalizioni, i partiti e dentro di essi, tali da rallentare o bloccare tutto. L’unica soluzione possibile sarebbe quindi una mediazione del Presidente della Repubblica dall’alto del suo magistero. C’è un uragano “che minaccia di venirci addosso”; procuriamoci almeno un ombrello.

Il Corriere ha fatto un nobile sforzo; ha discusso di problemi e cercato soluzioni. In una prossima occasione potrebbe però rendersi ancora più utile incaricando qualcuno dei suoi a leggere e documentarsi sui numeri dell’emigrazione. L’ultimo studio dell’Onu basterebbe. Esso è stato pubblicato alla fine dell’anno scorso e mostra dati che arrivano fino al 2020. L’anno successivo è reso per ora inaccessibile dalla pandemia del Covid-19 che ha imperversato anche sui dati dell’Onu, oltre che sulle vite, sulle scelte, sugli spostamenti degli umani. Il testo è “Sintesi dell’emigrazione internazionale 2020”. Contiene cinque brevi capitoli: 1) Le mete dei migranti internazionali: dove vivono; 2) Da dove vengono; 3) I loro movimenti quanto a paesi e regioni attraversate e quali siano i gruppi di reddito; 4) Le loro caratteristiche demografiche; 5) Quali politiche siano possibili per facilitare migrazione e mobilità ordinate, sicure, regolari e responsabili.

L’Onu indica nel suo testo che i migranti sono assai cresciuti di numero tra 2000 e 2010 e ancor di più nel decennio successivo. Nel 2020 hanno raggiunto il numero di 281 milioni di persone; qualcuno all’Onu nota che è un insieme di persone enorme, pari agli abitanti dell’Indonesia, quarta per popolazione tra gli Stati del mondo: un’Indonesia tutta di migranti; il quarto Paese del mondo, pronto a diventare il terzo, raggiungendo in numero gli stessi Stati Uniti d’America. Tutti costoro, i migranti, hanno cambiato il loro luogo di nascita per un altro, di vita, straniero. Altri numeri consentono di vedere meglio lo stato delle cose: dieci paesi contano per l’esatta metà dell’emigrazione, a partire dagli Usa con 50,6 milioni, e poi la Germania con 15,8, l’Arabia Saudita con 13, la Russia con 11,6; poi gli altri, in parte europei, con la Francia al nono posto e 8,5 milioni e la Spagna al decimo posto e 6,8 milioni di immigrati. L’Italia è undicesima, con 6,4 milioni. Per segnare la difficoltà di “chiedere all’Europa” seguendo il pensiero di Panebianco, serve di più la vista delle percentuali d’immigrazione nella Unione Europea a confronto con le popolazioni. In totale gli immigrati nei paesi europei, UE compresa, sono 86,7 milioni. Il paese più colpito – o favorito – dall’emigrazione in UE è la Svezia con un 19,8%. In altre parole uno “svedese” ogni cinque è immigrato; poi il Regno Unito con il 13%, la Grecia con il 12,9, l’Ucraina con 11,4, Paesi Bassi con 13,8, Francia con 13,1, Germania con18,8, Austria 19,3, Spagna 14,6 e naturalmente, ai confini dell’Italia, c’è la Svizzera con il 28,8 di immigrati. Più di uno svizzero ogni quattro, quasi uno svizzero ogni tre, stando all’Onu, è immigrato.

Sembra difficile che il governo italiano con la sua quota del 10,6% un immigrato ogni dieci, ottenga soddisfazione dai partner europei. Vari articoli di L’Espresso del 26 marzo 2023 lo ripetono e ripetono. Gli immigrati arrivano in Italia per sbarcare e andarsene appena è possibile. Per rendere più severa la critica alla scarsa accoglienza italiana, lo stesso numero del settimanale offre una copiosa galleria di ritratti di persone diverse, di diversa origine e classe sociale: giovani e meno giovani, maschi e femmine, provenienti da altri mondi, da tutto il mondo. L’autore è Oliviero Toscani che afferma: «Ogni individuo che appartiene alla razza umana è un’opera d’arte unica e irripetibile… Quando gli uomini potranno spostarsi liberamente saremo finalmente una società civile».

Le povere persone naufragate a Cutro provenivano dall’Asia (Siria, Pakistan, Afghanistan) e si erano imbarcate in Turchia, avevano circumnavigato la Grecia, per finire in Italia, come altrettanti Ulisse, reduci tutti di moderne, sanguinose guerre di Troia. Chiuso questo capitolo, messa una pietra sopra il caso di Cutro (non solo per modo di dire), rispedite ai mittenti che ne avessero fatta richiesta le spoglie di ragazzi, donne, uomini affogati, adesso il governo italiano rivolge le sue cure alla difesa contro l’abituale invasione africana. In un recente fine settimana, sono arrivate a Lampedusa tre-quattro-cinquemila persone, in parte provenienti dall’Africa a Sud del Sahara, in parte autentici maghrebini, tunisini soprattutto. Si presume che con la buona stagione gli arrivi si ripetano, sovraffollando Lampedusa, la Sicilia, il resto d’Italia.

L’obiettivo dichiarato del governo, riproposto anche con il prevedibile limitato successo alla recente riunione del Consiglio europeo del 24 marzo a Bruxelles è stato quello di dividere tra i Paesi della comunità europea il carico dei migranti, modificando le regole di Dublino. Il “pericolo” attuale è rappresentato dalla Tunisia e s’immagina di avere dalla nostra il governo francese, per secoli “protettore” del paese del Nord Africa, con il quale spartire oneri ed onori di una autonoma politica tunisina di trattenimento dei connazionali lontano dal mare o almeno lontano dalla Sicilia, isolette comprese. Il governo francese, presidente Emmanuel Macron in testa, ha scarso interesse per l’andirivieni a Lampedusa e dintorni; ritiene però di avere un sufficiente numero di tunisini di prima, seconda, terza generazione a Parigi e nelle altre città francesi; non ne fa un mistero, ma senza gridarlo ai quattro venti, sceglie di fermare gli arrivi di altri ancora all’altezza di Ventimiglia, alla frontiera italiana. Commette così quello che appare ormai a molti (per esempio a L’Espresso) come un errore di previsioni. La Francia pensa di poter fare da sé, di non avere bisogno di altri tunisini. Del caso italiano, ben più sciagurato, si discuterà alla fine di questo articolo.

Dal punto di vista dei migranti, un motivo per partire, forse il primo tra tutti, è quello di trovare un lavoro, meglio ancora un lavoro abbastanza pagato. Ma quanto si guadagna, lavorando, in Europa?

Ordine di grandezza di stipendi mensili medi in diversi paesi, più o meno ricchi (dal 2020 in poi, in euro)

           

Italia

2.102

Portogallo

933

Tunisia

250

Germania

2.891

Romania

700

Algeria

310

Regno Unito

2.613

Serbia

516

Nigeria

210

Spagna

1.708

Albania

302

Siria

105

Grecia

1.175

Polonia

895

Bangladesh

63

Francia

2.369

Russia

490

Vietnam

320

Svizzera

6.500

Ucraina

310

Filippine

270

L’Italia, intesa come il grande Paese che ha Lampedusa come lucente porto d’approdo, è un obiettivo ben noto ai migranti. Raggiunta Lampedusa, in un modo qualsiasi, in un tempo qualsiasi, con una qualsiasi spesa, comincia la giostra.

Per una ragazza, un ragazzo siriano, con magari dieci anni di scuola sulle spalle, cioè ben capace di leggere scrivere e di conoscere un mestiere e sapere una o più lingue, il passo dall’isola alla terraferma e poi all’Italia del Nord o a qualsiasi altro paese europeo, dipende soltanto dalle conoscenze (parenti, amici) e dall’opportunità e dalle fortune di viaggio. Se si guarda alla nostra povera, imprecisa, tabella, non c’è solo l’Italia a offrire un futuro di venti volte maggiore della Siria, futuro inteso come lavoro e vita pacifica; non vi sono solo altri Paesi ancor più ricchi, raggiungibili dall’Italia (da Lampedusa!) con un viaggio facile o per meglio dire non troppo pericoloso, non fuori portata, ma anche, tra i meno fortunati Paesi della Comunità, la Romania, con uno scarto da uno a sette, rispetto alla Siria, la Polonia con un margine di uno a otto e il Portogallo con un salto ancora maggiore e pari a uno a nove. Un migrante non capisce chi dice che l’Europa non esiste e si lamenti. L’Europa esiste davvero; è la libertà.

Facciamo un po’ di conti. Con cinquemila arrivi la settimana, per trenta settimane l’anno l’Italia ha a che fare con centocinquantamila persone; migliaia di ragazzi, di donne, di uomini, ragazzi piccoli, bimbi ancora al seno. Il problema di tutti loro è di stare un po’ meglio, aver ogni giorno da mangiare, trovare un lavoro, se possibile raggiungere i parenti, farsi raggiungere da loro, avere un po’ di pace, di tranquillità, di libertà; per dirla in una parola, che la destra di governo ama, un po’ di sicurezza. Dai tempi di Cutro pensiamo che ci vorrebbe una sorella gemella della guardia costiera che agisca in terraferma per provvedere a tutte le necessità di chi arriva; in modo ordinato, abile, rapido, efficiente; superando le molte inevitabili complicazioni, l’eccesso di burocrazia. Occorre occuparsi di cinquemila persone la settimana – abbiano preso per buona questa cifra – (e non bastano più i magnifici impermeabili dorati per rivestire chi è in ipotermia) senza che si urtino tra loro, si sentano rinchiuse, ma abbiano tutte da mangiare, curarsi, dormire, studiare, spostarsi in modo adeguato. Soprattutto si sentano libere; l’Europa serve a qualcosa, dopo tutto. Non sono una massa anonima i nuovi arrivati, ma tanti soggetti con esigenze, opportunità, vite diverse. Centocinquantamila vite l’anno, da sistemare tutte per il meglio. Siamo capaci di fare tutto questo, saremo capaci? In fondo è un lavoro molto più semplice di quello praticato con milioni di turisti; forse un po’ più complesso del tran-tran quotidiano, ma degno di rispetto, di vita degna. Alla fine si scoprirà che è perfino vantaggioso. Occorre che qualcuno dei nativi italiani impari una di dieci lingue, dieci storie antiche, diverse da quella dei sette re di Roma, ma altrettanto coinvolgenti. Per ora ci siamo dati da fare per insegnare a tutti i nuovi la lingua italiana. Uno sforzo generoso ma in fondo miope; adesso però occorre molto di più: imparare cibi, abitudini, religioni, memorie, la Storia per dire una parola, di decine di altri popoli, come ce li insegnano migliaia di altre persone migranti che abbiamo conosciuto o intercettato o che Toscani, tra gli altri, ha fotografato.

Il governo italiano, per ora i migranti li conta e li respinge, per quanto può. Cerca talvolta anche di nasconderli, per mandarli a disperdere oltre i confini: in Africa, in Asia, di là delle Alpi. Se il governo attuale lo fa con più arroganza e pressapochismo, quelli precedenti, in forme più gentili, talvolta, hanno fatto lo stesso; su questo punto hanno ragione i governanti attuali. È peggiorata solo la buona educazione, non altro. I migranti, venuti dall’Africa nera soprattutto, sono stati pensati come un disturbo, un pericolo, una difficoltà maggiore dai governi che si sono succeduti. In vent’anni tutti i governi hanno fatto propria la legge cosiddetta Bossi-Fini. Tutti temevano una disfatta elettorale cancellando Bossi-Fini; in altre parole era opinione corrente che la popolazione italiana fosse prevalentemente contraria agli arrivi, lamentando un disagio immancabile, per il disordine, il peggioramento dei servizi già carenti (sanitari, trasporti, qualità urbane) e soprattutto livello dei salari. Gli immigrati si sarebbero accontentati di certo di paghe inferiori, orari più lunghi e disagevoli e condizioni di lavoro più scadenti. Tutto vero, tutti aggrappati alla Bossi-Fini.

La Bossi-Fini, una legge del 2002 (la 189, luglio 2002), è rimasta su per giù la stessa, ma il mondo, intorno, è cambiato. Perfino in Italia è cambiato.

C’è in questi giorni un gran parlare del nuovo decreto sull’immigrazione per lavoro che prevede di dare permessi a un insieme di settantamila arrivi all’anno. Le domande, nel corso della prima ora di apertura della gara – di questo si tratta – per ottenere un permesso, sono state quattro volte più numerose. Il risultato alla fine sarà deludente come quello delle volte scorse: disagio per tutti, cattivo lavoro, prevaricazione nei confronti dei pochi fortunati.

Le frontiere aperte sarebbero in primo luogo una forma di democrazia e libertà umana, di riconoscimento di un diritto alla terra inalienabile ma sempre dimenticato, sottoposto alle regole vigenti, all’esosa avarizia dei luoghi e delle persone. Le frontiere aperte, l’invito a collaborare alle navi Ong che praticano i salvataggi in mare, invece di spedirle in assurdi approdi, lontani giorni di navigazione, impedendo loro di partecipare al salvataggio di vite di naufraghi, povera gente scappata di casa. Le concrete promesse di un altro modo di agire, in tema di documenti, cure, cittadinanza dei nati in Italia, permessi di soggiorno più generosi potrebbero consentire a un paese ben governato di ovviare al suo destino di mediocrità nell’Europa futura.

Qui tutti, non solo i maestri giornalisti del Corriere della Sera, dovrebbero studiare i grafici dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica. Soprattutto quelli che mostrano con quattro curve il nostro avvenire, l’avvenire di figli e figlie, dei miei nipoti, delle mie nipoti. Le curve mostrano l’andamento probabile della mortalità, della natalità in Italia e poi quelli dell’immigrazione e dell’emigrazione, da oggi in poi, dal 2021 al 2070. Le curve che contano sono quelle centrali di ogni grafico. Segnano la popolazione che lascia il campo comune; quella che subentra, senza pareggiare il conto, anzi non raggiungendo, a un certo punto, neppure la metà della curva dei decessi; la curva degli immigrati e quella opposta degli emigrati; i primi sono molti di più dei secondi, ma nel periodo e soprattutto a fine periodo non riescono certo a coprire il vuoto delle tante morti e delle poche nascite, dell’invecchiamento della popolazione italiana in cui ben presto il numero di chi è in età di lavoro – convenzionalmente tra 14 e 64 anni – sarà numericamente pari a quello degli altri, cioè della popolazione che dipende dai primi essendo troppo giovane o troppo vecchia per lavorare.

Un ultimo invito per facili, piane letture. Il Sole 24 Ore del 29 marzo aveva un articolo sulla Germania e gli immigrati (Isabella Bufacchi, La Germania cambia le regole sugli immigrati). Il governo di un grande Paese sembra dunque avere capito che occorre una riforma, subito. Non basta più badare soltanto a esportare magnifiche merci. Bisogna imparare anche a importare persone, povera gente dell’Ucraina, ragazzi e ragazze da mettere a scuola, case da costruire per tutti e tutte; e poi permessi di vita, cittadinanza più facile ai nati in Germania – una specie di ius soli per chi se ne ricorda – ecco la vera concorrenza dei tedeschi agli altri europei. Noi italiani dobbiamo rispondere. Essere più accoglienti, imparare a trattenere i nostri fratelli, le nostre sorelle, che arrivano dal mare.

L’articolo è tratto dal sito di Sbilanciamoci!, con cui è in atto un accordo di collaborazione


Bill Gates, la riparazione del mondo e il filantrocapitalismo

Autore:

1.

La prima foto del libro di Bill Gates Clima. Come evitare un disastro: le soluzioni di oggi, le sfide di domani (La nave di Teseo, 2021), lo ritrae, tra Justin Trudeau e Barack Obama, insieme ad altri 14 capi di Stato e di governo, a Parigi nel 2015 al Cop 21. Bill Gates è molto a suo agio; gli altri, chissà. Nel volume spiega assai bene il suo ruolo e le sue semplici intenzioni. Dice di voler prendere in considerazione soltanto due numeri per costruire un nuovo miracolo, dopo il primo, quello realizzato nella parte finale dello scorso millennio, la microsoftizzazione del mondo. Il nuovo prodigio è l’eliminazione del gas serra in eccesso. Un procedimento assai semplice, basato sui due numeri che tutti dovrebbero conoscere nel loro significato e che nei fatti molti ignorano. I due numeri sono cinquantuno e zero. Bill Gates è la semplicità fatta persona. Le sue formule sono di facile lettura. Veniamo a sapere dalla nostra guida che per arrivare a zero emissioni, livello indispensabile per proseguire indefinitamente la vita umana sul Pianeta, bisogna eliminare cinquantun miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente ogni anno, fino a metà secolo. 51 miliardi di tonnellate sono il carico di inquinamento che mettiamo insieme, anno dopo anno, con scarsi cambiamenti. Una volta che gli scienziati, d’accordo o quasi, indicano l’obiettivo che consiste nell’arrivare a metà secolo senza più emissioni di CO2, si discute su come fare. Si potrebbe – è una prima ipotesi-soluzione – ridurre il più possibile ogni anno, cercando di avvicinarsi all’obiettivo finale poco per volta. L’errore è di puntare a risultati parziali, accontentarsi, sprecando le forze, con il rischio di fare passi indietro, aumentando una carica fossile per risolvere un altro problema e rendendo più difficile, se non impossibile, la vittoria finale. 

Il suggerimento di Bill Gates è diverso. Egli comincia a mettere in luce le varie parti del problema. Insiste sul fatto che si tratta di riuscire a cancellare tutte insieme le diverse emissioni a fine periodo: 51 miliardi da rimuovere totalmente nel 2050. Il gas serra è causato, per il 31 per cento dalla produzione industriale, per il 27 per cento dalla produzione di energia, mentre il 19 per cento è in conto all’agricoltura, in gran parte conseguente alla deiezione di animali negli allevamenti, poco meno ai trasporti che arrivano al 16 per cento; infine c’è la temperatura: sfuggire all’eccesso di caldo-freddo conta per il 7 per cento. 31 + 27 + 19 + 16 + 7 è appunto pari a 100. Il gas serra è tutto qui. Il conto non è frequente in altri testi, ammesso che qualcuno che se ne sia dato pensiero esista.  

Come si è accennato, in questa specie di gioco è proibito risolvere il problema di una fonte di gas serra raddoppiandone un’altra, o comunque a spese di un’altra. Finora il problema dell’eliminazione totale non era in calendario, oppure era rimandato a una data da destinarsi. Si tratta dunque di operare con ogni scienza, coraggio e determinazione possibile verso l’unico risultato. Non esiste nel pensiero di Gates una quasi vittoria o un’eroica sconfitta; i dettami della Comunità europea sono: fine gas-serra nel 2050. O si porta a casa tutto il risultato, oppure si è fuori, eliminati dal tabellone del mondo. L’invenzione di Gates è di suddividere le varie azioni che comportano un aumento di emissioni per trattarle una per volta, poco alla volta e ottenere alla fine il risultato atteso. Quel che serve – aggiunge più in là – è di saper mettere insieme attività e spesa pubblica, capitale privato, mercato, ricerca: chi è capace di fare tutto questo? Io, Bill Gates, un’idea l’avrei.

Un concetto base è il Green premium. Si tratta della differenza di prezzo tra un bene di origine fossile (o che comprende nella sua produzione o messa in opera un componente fossile) e un bene alternativo, sostituibile, dal carattere naturale o green. Si faccia uso di sole, vento, caduta d’acqua, maree, il prezzo è sempre calcolato in dollari veri, nel mercato americano. Dollari e America sono senza dubbio un primario interesse di Gates. Per esempio (è il primo esempio proposto): «Negli ultimi anni il prezzo medio al dettaglio per un litro di carburante per jet negli Stati Uniti è stato di 0,58 dollari. I biocarburanti avanzati per jet, nella misura in cui sono disponibili, costano in media sul mercato 1,41 dollari al litro. Il green premium per il carburante a zero emissioni è quindi la differenza tra questi due prezzi, ossia 0,83 dollari. Si tratta di oltre il centoquaranta per cento». Per recuperare la differenza si deve agire, tagliando ogni costo di produzione del biocarburante. Inventando nuove formule agricole, nuovi concimi (naturali, altrimenti il gioco torna al punto di partenza o arriva la squalifica), nuovi spazi, anche in pianure dislocate in continenti lontani. Se si taglierà un ciuffo di alberi, pazienza, purché non salti il conto del jet naturale. Si fonderanno e affonderanno società e imprese; tutto in vista del desiderato green premium da ottenere, pareggiando i costi dei due carburanti, quello del jet all’antica e il bio delle nostre speranze. La forza del discorso di Gates è quella di sapere mettere insieme pezzi di culture, innovazione scientifica, acutezza imprenditoriale privata, visione finanziaria, potere politico. Il tutto moltiplicato per cinque – i cinque schemi dell’effetto serra – e poi per cento, le cento voci di una produzione agricola e/o industriale. Per fare il calcestruzzo serve il cemento… Come si ottiene il cemento, quali materie si utilizzano, quanta energia elettrica serve, quale energia elettrica si usa… . Il tutto, nel testo di Bill Gates è ordinato, ben scritto, facile. Il rischio è di dargli ragione, di credere quel che dice; vero o non vero che sia, è così piacevole, così accattivante…

Leggiamo un testo assai sincero. Talvolta l’autore strizza l’occhio al lettore, scherzando sulle sue ricchezze, sui molteplici interessi, sulle società di frequenti settori che controlla; e allora si può capire che non abbiamo di fronte soltanto un ricco che dice la sua, ma il caso è di un uomo potente che finanzia e controlla decine d’imprese che agiscono all’unisono per superare i problemi ambientali, o almeno quelli individuati da una Fondazione Gates. Quando Bill Gates assicura che il problema dell’acqua potabile per tutti è risolvibile desalando l’acqua del mare, qualora si abbia a disposizione un’elettricità naturale e poco cara, rischia di distorcere ogni altro indirizzo. Il suo stesso impegno, lodevole, di trovare modi per ripulire l’acqua usata in una comunità, un tema su cui ha spesso insistito in altre occasioni, viene immiserito. Se è tanto facile fare così, allora diamoci da fare e portiamo acqua lavata, con grandi navi, senza badare ad altro …

Non si tratta solo di miliardi ma di molte imprese sue citate. Per fare soltanto un rapido florilegio, Gates cita sue disparate società o iniziative, tutte ambientali, tutte capaci di orientare la ricerca internazionale, alle pagine 136, 144, 187, 200, 272 (in realtà qui si limita a spiegare soltanto allo Stato – a qualsiasi Stato – come comportarsi per investire nella ricerca e stimolare gli investimenti privati); e per continuare l’elenchino, alle pagine 275, 297. Citeremo quest’ultima, non perché sia l’ultima in assoluto ma perché è piuttosto indicativa: «Nessuna centrale nucleare di nuova generazione verrà mai costruita a meno che la validità del progetto possa essere certificata, le catene di produzione messe in piedi e un progetto pilota costruito per offrire una dimostrazione del nuovo sistema. … Mi rendo conto che la mia opinione potrebbe sembrare interessata, dato che possiedo una società di impianti nucleari di nuova generazione, ma questo è l’unico modo in cui l’energia atomica avrà una chance di aiutarci con il cambiamento climatico». Insomma: l’unico modo sono io.

2.

Una fotografia di Bill Gates campeggia anche sulla copertina del libro di Nicoletta Dentico Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (Emi, 2021), uno studio sulla natura dei vari Rockefeller, Carnegie e Bezos, e di tutto quello che fanno e travolgono. A ben vedere il saggio si occupa soprattutto di lui, Bill Gates, l’odierno prototipo del miliardario, cui dedica l’importante capitolo centrale di un’ottantina di pagine con il titolo «Il monopolio filantropico di Bill e Melinda Gates». Dentico probabilmente completa il suo libro prima di aver potuto leggere lo scritto di Gates sopra indicato; anche se non è del tutto sicuro l’inverso; cioè che Gates non fosse al corrente, se non di Ricchi e buoni?, almeno della contestazione abbastanza diffusa contro il filantrocapitalismo; e che a suo modo intendesse dare una risposta agli attacchi contro la sua linea di condotta.

Dei super ricchi si è molto discusso, negli ultimi tempi; e la discussione riparte ogni anno, a gennaio, in occasione del jamboree dei ricchi a Davos, sulle Alpi svizzere, con la partecipazione dei grandi personaggi della politica mondiale, disposti tutti a fare la passerella. Le associazioni umanitarie e le rinomate banche svizzere di appoggio, rifanno i conti in quell’occasione e descrivono quanto gli ipericchi abbiano guadagnato in miliardi di dollari, ciascuno e collettivamente (nel loro collettivo di ipericchi) e come superino per reddito e ricchezze, guadagni ed entrate tot miliardi di famiglie umane. I capi di Stato in passerella gradiscono gli applausi e la possibilità di discutere quasi da pari a pari con i veri signori della terra e del dollaro. Quella di Dentico è la critica più ficcante pubblicata in Italia su quest’aspetto del mondo d’oggi: la sudditanza della Politica e del Sistema Pubblico, invitati a Davos dagli straricchi del globo. Tra le cose che Dentico annota una le appare insopportabile: «Sì, perché mentre ai miliardari tradizionali basta comprarsi un’isola per essere felici, Bill Gates ha puntato a comprarsi un’intera agenzia dell’Onu. La cosa gli sta riuscendo, ma la cosa ancora più grave è che la comunità internazionale glielo permette». (pp. 155-56)

Dentico conosce bene l’Oms e non sopporta di vederla trasformata e indebolita. Crede nel ruolo di baluardo mondiale contro le malattie e le povertà che l’istituzione potrebbe e dovrebbe svolgere e il fatto che per tre volte in dieci anni Gates sia chiamato a svolgere il discorso inaugurale a Ginevra, all’Assemblea dell’Oms, le appare come un segno di debolezza istituzionale. È una sorta di cedimento alle scelte – impopolari, per gran parte dei suoi addetti e ricercatori e per molti dei paesi rappresentati – che l’Oms è costretta ad assumere per il peso dei finanziamenti dei coniugi Gates e del consenso che essi sono riusciti a guadagnarsi. «I Gates cominciano a interessarsi di malaria … Al forum della Fondazione (dei Gates) nel 2007, Melinda Gates lascia di stucco la comunità scientifica impegnata sulla malaria, sfidando la strategia del controllo e lanciando l’impegno a debellare la malattia. A dispetto dello scetticismo di numerosi ricercatori […] i Gates cominciano a iniettare verso questo obiettivo talmente tanti soldi – un miliardo di dollari in progetti per la ricerca entro il 2007 – da silenziare la comunità scientifica, con poche eccezioni. Senza consultarsi con i suoi esperti la direttrice dell’Oms Margaret Chan aderisce immediatamente alla strategia dei Gates» (p. 159).

La demolizione del progetto pubblico, della scelta da farsi tra pubblico o privato: chi decide, cosa si fa prima e cosa dopo, chi fa cosa, dove si fa, come si fa. Questa in precedenza era una scelta pubblica e comune, pur considerato il peso diverso dei vari Stati presenti nell’Oms: ora si tratta di scegliere tra una linea affidata alle persone indicate, in sostanza, da Bill e Belinda Gates o una linea della solita burocrazia, tanto criticata o malvista in più di una capitale importante. Il capitale fresco dei Gates e dei miliardari che essi sono riusciti a coinvolgere diventa un aiuto, una spinta troppo forte per farne a meno. Così di accettazione in accettazione, di cedimento in cedimento la struttura pubblica (l’Oms come caso tipico) diventa un soggetto pubblico-privato nel quale l’azionista Gates, attraverso sue società e imprese collegate, finisce per avere potere di veto e di nomina. Quando si è d’accordo con lui e la moglie, il percorso è assai meno accidentato; tutto scivola meglio… Sì, ma quale percorso? Il caso che si è ripetuto negli ultimi lustri riguarda soprattutto i vaccini, un tema all’ordine del giorno nell’attuale pandemia. C’è uno schizzo di fango contro i Gates che propugnano Il decennio dei vaccini. Essi avrebbero organizzato un micidiale attacco di virus in Brasile, con milioni di morti, per convincere il mondo alla necessità di una vaccinazione universale. Come spesso avviene per le false informazioni, anche questa sciocchezza ha preso piede; possiamo immaginare quanto questa calunnia abbia infastidito Dentico che pur favorevole ai vaccini, non smette di ragionare; è convinta che affidare tutto ai vaccini, trascurando il resto, sia una cattiva politica sanitaria, soprattutto là dove l’acqua è sporca ed è rilevante la mortalità infantile per diarrea e polmonite. Anche nelle ricche plaghe del nostro occidente, a fianco e prima dei vaccini servono mascherine, distanziamento e lavaggio frequente delle mani.

Si è saputo inoltre che il famoso competitore di Bill Gates come uomo più ricco dei ricchi del mondo, Warren Buffett, ha fatto una donazione di decine di miliardi di dollari alla Fondazione di Bill e Melinda Gates. Insomma, Buffett (l’oracolo di Omaha), li ha capiti. In cambio, la Fondazione si è sdoppiata. Quella principale, diretta dai due coniugi, agisce nei suoi quattro interessi principali «sviluppo globale, salute globale, politica e advocacy globale, programma negli Stati Uniti». L’altra si occupa, sotto la direzione di Buffett, d’investimenti finanziari. Secondo il principio ispiratore dei Gates, il più capace va messo al comando. Non è difficile intendere che ciascuna delle due Fondazioni è il puntello dell’altra; e si moltiplica così il potere dei due e dell’altro, senza contrasti di sorta. Tutte le donazioni dei potenti della Borsa universale pioveranno sulle iniziative sanitarie supportate dai Gates. D’altra parte, chi arrischierà i suoi dollari in un’attività sanitaria su cui i Gates gettano il loro potente discredito? 

3.

La fine della storia dei Gates – una fine possibile – è stata descritta da James G. Ballard nel 1962. Ma cosa mai poteva sapere Ballard di Bill Gates che era allora un ragazzo di belle speranze e poco più? Quando Microsoft non esisteva ancora, mentre gli elaboratori allora in uso erano lunghi metri e metri e larghi in proporzione? Chi mostra tali perplessità non tiene conto delle capacità predittive della fantascienza. In un breve racconto Il giardino del tempo (Mercury Press Inc. 1962; ora in Incubo a quattro dimensioni, Oscar Fantascienza Mondadori, 1978), Ballard ci informa della storia di un certo conte Axel e della sua bellissima moglie. Essi vivono, forse isolati, in una sorta di perfetta Villa Palladiana, circondata da un giardino fatato e separato dal resto del mondo che, nella prima descrizione, non esiste quasi: potrebbe essere una piana senza alcuna caratteristica di rilievo, una terra desolata. Ben diverso il giardino di Axel. Le piante, i fiori, le luci, il panorama, il cielo, il sole che illumina al crepuscolo il giardino del tempo: tutto è fatato, di bellezza sublime. Entrambi i coniugi però capiscono – sanno – che la fine è vicina. L’incantesimo continua, con l’uso di uno dei fiori luminosi nel giardino. Ormai ne sono rimasti ben pochi. La fine si avvicina. I boccioli faranno a tempo a crescere, si allungheranno un po’ i tempi, oppure si dovranno usare, per rallentare la fine, soltanto i pochi fiori già maturi? Il conte Axel si chiede questo, mentre, forse ignara, la moglie suona musiche meravigliose di Mozart e Bach. Lontano, sempre meno lontano, c’è un popolo che si avvicina, attraversa la terra desolata, supera le alture, e aumenta di continuo, trascinando le sue miserie; ormai è a ridosso della villa di Axel. Le luci dei fiori fatati che prima avevano la capacità di fermare per una notte il movimento della carovana, sono oramai alla fine. Il conte Axel accende l’ultimo fiore di cristallo che brucia in un attimo; per un attimo la folla si arresta, ma ormai ha imparato, questa volta non si ritira; poi, subito si avventa alla muraglia protettiva, distrugge la Villa Palladiana, brucia anche la spinetta dal meraviglioso suono; qualcuno se ne servirà per scaldarsi. Migliaia di persone scavalcano le rovine. Tutto è distrutto; rimangono soltanto i due coniugi, il conte Axel e la moglie, abbracciati in modo inseparabile, divenuti statue di pietra, in un boschetto di rovi. 

L’articolo è tratto dal sito di Sbilanciamoci!, con cui è in atto un accordo di collaborazione