Gli Usa e il “metodo Giacarta”: il massacro delle popolazioni come politica estera

Autore:

Chi legge il libro di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta, La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo (Einaudi, 2021) ne uscirà con una visione rovesciata della storia mondiale dopo il 1945, e con l’animo sconvolto. È successo anche a me, storico dell’età contemporanea, e testimone del mio tempo, a cui tanti fatti e vicende qui raccontate erano noti. L’autore è un prestigioso giornalista americano, che è stato corrispondente del Washington Post, del Los Angeles Times, del Financial Times, ha scritto per il New York Times e tanti altri giornali americani e inglesi. Già questa appartenenza al giornalismo USA, per quel che racconta di gravissimo in danno dei governi del proprio paese, costituisce una prima garanzia di imparzialità e obiettività. D’altra parte non sarebbe la prima volta. Quello dei giornalisti americani che scavano nelle carte segrete e denunciano le malefatte dei loro governanti è un fenomeno non raro, che fa onore a quei professionisti. È sintomatico dell’onestà di fondo dell’animo e della cultura antropologica di gran parte del popolo americano, comunque ormai ampiamente manipolati. È così clamorosa la contraddizione con gli ideali democratici della loro formazione, che non pochi giornalisti, allorché scoprono azioni omicide segrete del loro Stato, sono spinti a una ribellione morale che li porta a intraprendere vaste indagini e a scrivere libri come questi.

Ma l’autorevolezza del Metodo Giacarta si fonda sullo scrupolo scientifico di Bevins, sulla vastità e rilevanza documentaria delle sue fonti, che sono carte desecretate degli archivi americani e di vari paesi del mondo, pubblicazioni di altri studiosi, registrazioni dirette di riunioni segrete, telegrammi, testimonianze rese dai protagonisti e soprattutto dai sopravvissuti ai massacri ecc. Grazie a questi materiali l’autore ci fa entrare spesso direttamente nel tabernacolo del potere americano, facendoci assistere a conversazioni inquietanti, come quella del 1963, in cui John Kennedy ordina agli uomini della sua amministrazione, che lo informano sulla condotta non gradita del presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem: «fatelo fuori». «Diem venne rapito insieme a suo fratello. I due vennero uccisi a colpi i pistola e a pugnalate nel retro di un furgone blindato». E non meno sconcertanti sono le informazioni che si ricevono su personaggi ai quali, ad esempio, è andata per decenni la nostra simpatia umana e politica. Non si può rimanere indifferenti quando si apprende che dopo il fallito tentativo USA di invadere Cuba alla Baia dei Porci, nel 1961, Robert Kennedy «suggerì di far esplodere il consolato americano per giustificare l’invasione».

Ma in che cosa consiste il rovesciamento della storia ufficiale, da tutti accettata, degli ultimi 70-80 anni di storia mondiale? In breve, a partire dal dopoguerra, gli USA mettono in atto una strategia sempre più perfezionata per controllare e dominare economicamente e militarmente il maggior numero possibile dei paesi che si stavano liberando del colonialismo della Gran Bretagna, della Francia e dell’Olanda. Giova ricordare che in quei paesi, quasi ovunque, si affermano in quegli anni forze politiche nazionaliste che tentano di recuperare e gestire le proprie risorse, con processi di nazionalizzazione, ad esempio delle compagnie petrolifere (come fa in Indonesia il presidente Sukarno), delle miniere, delle piantagioni ecc. A queste riforme di solito si accompagnano programmi di alfabetizzazione della popolazione, costruzione di scuole pubbliche, distribuzione delle terre ai contadini, riforme agrarie. Tali strategie riformatrici di governi che intendono affacciarsi allo sviluppo economico dopo la guerra, seguono una politica equidistante tra Washington e Mosca, anche se talora sono appoggiati dai partiti comunisti nazionali. Ma essi sono guardati con sospetto e ostilità dagli USA che tramano segretamente per il loro rovesciamento. Talora è proprio la scoperta di tale ostilità che porta i dirigenti nazionalisti a guardare con favore e a chiedere appoggio a Mosca o a diventare comunisti, come accadde a Fidel Castro, dopo la fallita invasione americana di Cuba nel 1961.

Spesso a dare il via ai progetti dei colpi di stato sono le pressioni sulle amministrazioni americane delle compagnie petrolifere, o dei grandi proprietari terrieri, che vedono anche semplicemente contrastato il loro vecchio modello di sfruttamento coloniale delle risorse locali. Nel 1954 in Guatemala è il caso della United Fruit Company, sospettata di frodare il fisco. La pretesa del Governo guatemalteco di far rispettare gli obblighi fiscali alla ditta monopolista costò cara al Guatemala. Dopo due falliti colpi di Stato, «la Cia piazzò casse di fucili con l’effige della falce e del martello in modo che fossero “scoperti” e costituissero la prova della infiltrazione dei sovietici». Da li cominciò l’ingerenza armata degli USA, con varie vicende e campagne di terrorismo psicologico, di diffamazione dei comunisti come agenti di Mosca, a cui qui non possiamo neppure accennare. Il colpo di Stato si concluse con l’insediamento di Castillo Armas, il favorito degli USA. «In Guatemala tornò la schiavitù. Nei primi mesi del suo governo, Castillo Armas istituì il Giorno dell’anticomunismo e catturò e uccise dai tre ai cinquemila sostenitori di Arbenz» (il presidente deposto, che aveva avviato la riforma agraria).

Qui davvero è impossibile dar conto delle trame ingerenze messe in atto da tutte le amministrazioni USA degli ultimi 70 anni per controllare i paesi che uscivano dalle antiche colonizzazioni europee, spesso con l’aiuto del Regno Unito, maestro secolare di dominio coloniale, che in tanti casi rese onore alla sua tradizione sanguinaria. Lo fecero spesso con colpi di Stato poche volte falliti, ma spesso ripetuti fino al finale cambio di regime: in Iran (1953), Guatemala (1954), Indonesia (1958 e 1965), Cuba (1961), Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964), Ghana (1966), Cile (1973) e un numero incalcolabile di sabotaggi, uccisioni, condizionamenti delle politiche del vari governi. Senza mettere nel conto la guerra contro il Vietnam, scatenata con il falso pretesto dell’“incidente del Tonchino”, che provocò 3 milioni di morti, oltre ai vasti bombardamenti con gli elicotteri dei villaggi contadini «in Cambogia e Laos [dove] ne morirono molti di più». Ricordo che dopo il colpo di stato in Brasile non ci furono più elezioni per 25 anni e la violenta dittatura di Suharto, in Indonesia, durò 32 anni.

Gli strumenti di queste politiche erano – come scrive lapidariamente Bevins – «esercito e finanza». I capi di tanti eserciti nazionali si erano formati spesso nelle scuole militari degli USA, e comunque venivano corrotti da ingenti finanziamenti americani, donazioni e vendite di armi, manovrati dalla Cia. In tante realtà si creò una scissione tra i governi indipendenti, che spesso venivano economicamente strozzati dai sabotaggi commerciali e finanziari, e i sistematici finanziamenti segreti forniti agli eserciti. Ma il cemento ideologico più determinante, e forse in assoluto la leva più potente che rese possibile l’intero progetto, fu la propaganda anticomunista, con tutto il repertorio di orrori fasulli di cui venivano ritenute responsabili le forze che vi si ispiravano. La minaccia del comunismo, oltre ad essere una formidabile arma di controllo sociale interno dei gruppi dirigenti americani, fu il fondamento psicologico e culturale, potremmo definirlo egemonico, su cui i vari golpisti riuscirono a coinvolgere nei massacri anche pezzi di popolazione civile. Uno strumento di persuasione di massa reso possibile dal fatto che in quasi tutti i paesi “attenzionati” dagli USA, la stampa era in mano ai grandi proprietari terrieri, o alle compagnie petrolifere, ostili alle riforme agrarie e alle nazionalizzazioni, in grado di imbastire campagne di falsificazione su larga scala, fondate su racconti di storie inventate, riprese dalle radio, talora trasformati in film e documentari.

Che cosa è il Metodo Giacarta? In breve. L’Indonesia, il quarto paese più popoloso del pianeta, che ospitava il terzo più grande Partito comunista del mondo (PKI), sostenuto da milioni di militanti, non poteva restare indipendente. Dopo vari tentativi falliti, uno riuscì e fu il più sanguinoso dei piani messi in atto dagli USA. Il pretesto definitivo fu un oscuro episodio ancora oggi non chiarito. Alcuni militari sequestrarono cinque generali dell’esercito indonesiano che poi furono trovati uccisi. Fu lanciata allora una campagna su larga scala di terrore psicologico, attraverso la stampa, la radio, i comizi. Venne sparsa la voce che i cinque uomini fossero stati oggetto di sevizie, mutilati dei genitali e poi massacrati, mentre alcune donne danzavano nude intorno a loro, svolgendo riti satanici. Nel 1987, quando tutto era ormai dimenticato, venne alla luce che la storia era un falso, i generali, secondo l’autopsia fatta eseguire allora da Suharto, il golpista a servizio degli USA che estromise il presidente Sukarno, aveva rivelato che erano tutti morti per colpi di arma da fuoco, eccetto uno, ucciso da una lama di baionetta, probabilmente durante il sequestro nel suo appartamento. Quel che seguì a Giacarta e in tutte le isole dell’arcipelago, dopo quella provocazione e quella campagna di caccia ai terroristi comunisti, è difficile da immaginare e da raccontare: «Le persone non venivano ammazzate nelle strade, non venivano giustiziate ufficialmente, le famiglie non erano sicure che fossero morte: venivano arrestate e poi scomparivano nel cuore della notte». Solo giorni dopo, come si vide ad esempio nel fiume Serayu, «gli omicidi di massa divennero evidenti: i corpi ammassati erano così tanti da ostacolare il corso del fiume e il tanfo che emanavano era orribile». In proporzione agli abitanti, l’isola che che subì la quota maggiore di uccisioni fu Bali, il 5% della popolazione, oltre 80 mila persone finite a colpi di machete. Non andò bene alle indonesiane: «Circa il 15% delle persone prese prigioniere furono donne. Vennero sottoposte a violenze particolarmente crudeli e di genere», ad alcune «tagliarono i seni o mutilarono i genitali; gli stupri e la schiavizzazione sessuale erano diffusi ovunque». Alla fine i morti complessivi, secondo calcoli necessariamente sommari, si aggirarono tra 500 mila e 1 milione di persone, mentre un altro milione venne rinchiuso nei campi di concentramento. Il PKi, cui non poté essere addebitata nessuna sommossa o violenza, venne sterminato. A compiere i massacri furono i militari indonesiani, le squadre armate dei proprietari terrieri, bande di persone comuni assoldate o sobillate dalla propaganda. «Le liste delle persone da uccidere non furono fornite all’esercito indonesiano soltanto dai funzionari del governo degli Stati Uniti: alcuni dirigenti di piantagioni di proprietà americana diedero i nomi di sindacalisti e comunisti “scomodi” che poi furono uccisi». Più tardi il Tribunale internazionale del Popolo per il 1965 convocato all’Aja nel 2014, dichiarò i militari indonesiani colpevoli di crimini contro l’umanità, e stabili che il massacro era stato realizzato allo scopo di distruggere il Partito comunista e «sostenere un regime dittatoriale violento» e che esso venne realizzato con il supporto degli USA, del Regno Unito e dell’Australia. Dopo il 1965 il Metodo Giacarta venne teorizzato da molti dirigenti filoamericani dell’Asia e dell’America Latina e usato anche come parola d’ordine con cui venivano terrorizzati i dirigenti comunisti e i politici nazionalisti che proponevano riforme e nazionalizzazioni. Venivano minacciati facendo circolare la voce: «Giacarta sta arrivando» .

Alcune considerazioni per concludere. Noi conosciamo da tempo molte delle operazioni, spesso ben documentate, condotte dagli USA in giro per il mondo almeno a partire dal dopoguerra. Nel voluminoso William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (Fazi, 2003, ed. orig. Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions Sine World War II, 2003, che meglio rispecchia contenuto del volume e intenzioni dell’autore), se ne trova, da oltre 20 anni, un repertorio vastissimo e di impeccabile serietà storiografica. Ma il libro di Bevins ha qualcosa in più. Esso non mostra soltanto come gli USA abbiano condotto una politica estera fondata sulla violazione sistematica del diritto internazionale, spesso calpestando il diritto alla vita di milioni di persone. Non è solo questo, che sarebbe sufficiente per illuminare di luce meridiana le ragioni dell’attuale “disordine” mondiale. Il Medoto Giacarta mostra che cosa ha prodotto quella guerra segreta, che ha impedito l’emancipazione dei popoli usciti dal dominio coloniale e la nascita di un terzo polo mondiale dei paesi cosiddetti “non allineati”: cioè equidistanti rispetto a Washington e Mosca. Il grande progetto di mutua cooperazione avviato con la Conferenza di Bandung nel 1955, di cui Sukarno era stato uno dei protagonisti, si dissolse. I paesi del Sud del mondo vennero ricacciati nella loro subalternità che in tanti casi si è protratta fino quasi ai nostri giorni.

Perciò Bevins può scrivere, alludendo ai colpi di stato in Brasile e Indonesia: «La cosa più sconvolgente, e la più importante per questo libro, è che i due eventi in molti altri paesi portarono alla creazione di una mostruosa rete internazionale volta allo sterminio di civili – vale a dire al loro sistematico omicidio di massa – e questo sistema ebbe un ruolo fondamentale nel costruire il mondo in cui viviamo oggi». È, infatti, il nostro tempo che questo libro rende comprensibile. Alla luce di quanto accaduto, le guerre intraprese dagli USA, da soli o con la Nato, ispirate alla retorica delle lotta al terrore o all’esportazione della democrazia, in Jogoslavia, Afganistan, Iraq, Libia, Siria e ora in Ucraina, non sono una svolta aggressiva della politica estera USA nel nuovo millennio, ma la continuazione coerente del perseguimento del proprio dominio globale, da mantenere con ogni possibile mezzo.


Il genocidio del popolo palestinese e la complicità dell’Europa

Autore:

Di fronte al genocidio – sì, genocidio, perché, come è ormai evidente, Israele persegue apertamente lo sterminio della popolazione palestinese – un richiamo al lontano passato delle guerre può farci percepire l’orrore in cui siamo precipitati.

Nella pagina della Storia d’Italia in cui narra la discesa di Carlo VIII nel nostro Paese, Francesco Guicciardini ci offre uno spaccato prezioso delle regole e dell’etica della guerra nel Medioevo. Colpito dalla ferocia con cui l’esercito francese aveva distrutto, a inizio invasione, un castello e gli abitati in terra d’Abruzzo, segnalava l’episodio come una terribile novità: «un modo di guerreggiare non usato da molti secoli in Italia». E rammentava le diverse regole con cui sino ad allora si concludevano le battaglie: «Nelle vittorie, in qualunque modo conquistate, l’ultimo dove soleva procedere la crudeltà de’ vincitori, era spogliare e poi liberare i soldati vinti, saccheggiare le terre prese per forza, e fare prigione gli abitatori perché pagassino le taglie, perdonando sempre alla vita degli uomini i quali non fussino stati ammazzati nello ardore del combattere».

Questa osservazione, che registra una realtà del 1494, getta una luce sinistra su quanto accade oggi a Gaza. Mostra una regressione di civiltà clamorosa. Là è in corso una guerra che per numero di morti civili, modalità di combattimento, forme di oppressione della popolazione civile (privazione di acqua, cibo, energia, medicinali, assistenza medica) fa impallidire per ferocia le guerre che si combattevano nel Medioevo, quando non esisteva un diritto europeo che regolasse i conflitti. A ispirare il comportamento dell’esercito israeliano è una inaudita efferatezza programmatica: bombardare indiscriminatamente gli abitati, gli ospedali, le scuole, le piazze dei mercati, gli accampamenti dei fuggiaschi e uccidere migliaia di cittadini per potere eliminare qualche centinaio di guerriglieri di Hamas. Anche se il fine ultimo, in realtà, è rendere inabitabile Gaza, non si può non osservare la differenza di comportamento perfino rispetto all’esercito nazista. La pratica della decimazione, messa in atto dalle truppe tedesche alla fine della seconda guerra in Italia, appare infinitamente più moderata. Col che non si vuol definire nazista l’esercito israeliano. Allo storico non è consentito pasticciare con le parole. E tuttavia, dal momento che, a ragione, si definiscono terroristi gli uomini di Hamas, per l’uccisione di tanti civili innocenti il 7 ottobre, come dovremmo definire i soldati di Isarele che ne stanno uccidendo, per ormai evidente progettazione politica, un numero infinitamente superiore?

Ma un’altra grande novità, più tragica forse per i significati generali che ne emergono, è che oggi al massacro della popolazione di Gaza assistono pressoché i cittadini di tutto il mondo. In diretta e giorno per giorno. Forse non era mai accaduto che un eccidio di tali proporzioni assumesse i caratteri di uno spettacolo universalmente disponibile. Le immagini dei bambini col viso coperto di sangue, delle madri vestite di nero accasciate sulle macerie, dei morti trasportati a spalla, arrivano ormai dovunque e a chiunque, con sullo sfondo un cimitero di edifici sventrati e fumanti. Ebbene da queste certificazioni dell’orrore alla portata di tutti, da questa possibilità di essere contemporanei consapevoli di un eccidio che inciderà nella memoria del secolo, i governanti e gran parte dei politici europei, intellettuali, giornalisti, con l’Italia in prima fila, si sono mostrati avversi a sostenere un cessate il fuoco. Hanno deciso più volte e in vario modo di opporsi a che finissero i bombardamenti, a che potessero essere portati cibo, acqua, medicine, energia agli sfollati e ai feriti. Ora gli israeliani stanno negando all’ UNVRA (l’organismo dell’ONU per il soccorso ai rifugiati) di operare, bloccando l’accesso a Gaza dei tir carichi di viveri e medicinali. Di fatto, dunque le élite europee hanno contribuito e contribuiscono a che tanti feriti muoiano, tanti sopravvissuti periscano per stenti e fame, infezioni e malattie. È sommamente difficile negare che tale comportamento si configuri come una correità dell’UE con il Governo e con l’esercito israeliano.

Da questa constatazione discendono due conseguenze che sgomentano. La prima è che le dirigenze europee hanno raggiunto un grado così spinto di subordinazione agli interessi militari degli USA, da tradire ormai apertamente la volontà dei propri popoli, restringendo tanto la sovranità che la democrazia dei rispettivi Paesi; l’interesse imperiale di uno Stato straniero prevale su quello dei popoli che essi sono chiamati a rappresentare. L’altra inevitabile conseguenza è che tali élite si configurano apertamente come dei raggruppamenti criminali, perché violano il diritto internazionale e concorrono indirettamente alla morte di migliaia di persone innocenti. Criminale, dal tardo latino crimen, «azione inumana compiuta da membri delle forze armate in contrasto con le norme di diritto internazionale» o «da individui agenti come privati o come organi di uno Stato» (Zingarelli.) L’UE sta mostrando quale soglia di barbarie è disposta a varcare per restare al traino di un impero sanguinario in declino.


Paolo Mieli e il razzismo democratico dell’Occidente

Autore:

Fra le novità storiche emerse in questi due anni di guerra, in Ucraina e a Gaza, spicca in Italia la piccola guerra psicologica, una forma di squadrismo mediatico, condotta da un gruppo di giornalisti impegnati a intimorire e emarginare tutti coloro che deviavano dalla versione dominante. L’eccezionalità bellica li ha come costretti a rivelare i compiti nascosti che costoro da anni sono chiamati a svolgere sotto traccia: difendere gli interessi dell’establishment con un’accorta rappresentazione della realtà, elaborando le retoriche utili a coprire i fatti con una versione gradita ai gruppi dominanti, talora loro padroni editoriali. Lo stesso fine viene perseguito tacendo su fatti rilevanti che contaddirebbero troppo apertamente la loro vulgata. Dallo scoppio della guerra in Ucraina costoro hanno condotto la caccia ai cosiddetti putiniani, sport in cui si è distinto il Corriere della Sera, il maggiore elaboratore di menzogne della grande stampa italiana (https://volerelaluna.it/commenti/2024/03/05/i-cattivi-maestri-del-corriere/). Ora cercano di nascondere il clamoroso fallimento della narrazione che hanno condotto su quel conflitto e, capovolgendo il modo di ragionare con cui hanno mentito per due anni, orchestrano una nuova messinscena a favore di Israele e Stati Uniti per sdrammatizzare il massacro che stanno perpetrando a Gaza.

In questa opera di cinica e maldestra operazione di supporto giornalistico agli assassinii di massa dell’esercito israeliano, all’uccisione mirata di bambini inermi e di donne incinte (alcuni soldati si vantano di uccidere due palestinesi con un sol colpo), alla demolizione di gran parte degli abitati, alla negazione di acqua, viveri e medicine ai sopravvissuti, spicca – insieme a quella di giornalisti come Galli della Loggia o Pierluigi Battista e diversi altri – l’attività di Paolo Mieli.

Questo giornalista, sedicente storico, che probabilmente non ha mai messo piede in un archivio, che gode di una visibilità mediatica spropositata, copre e giustifica l’eccidio in corso a Gaza con argomenti di falsificazione degni di nota. Alla trasmissione Tv Piazza Pulita del 1 febbraio 2024, condotta da Corrado Formigli, in dialogo con Tomaso Montanari, alla domanda del conduttore se riteneva o meno spropositata la risposta di Israele all’eccidio del 7 ottobre, Mieli ha risposto in maniera netta. Tanto le morti di Israele che quelle a Gaza sono responsabilità di Hamas. Forse mai era stato espresso con tanta cinica sfrontatezza il nocciolo della narrazione dominante, la formula narrativa con cui da mesi gran parte delle élites europee difendono gli interessi sanguinari degli Usa in Medio oriente e la politica genocida di Israele.

Dunque, i civili palestinesi sono periti a migliaia, altri stanno morendo di fame, di stenti e di malattie e tutto per responsabilità di Hamas. Ma davvero? Ma che storico è Paolo Mieli? E i 75 anni di sopraffazione e stragi subite dai Palestinesi non sono mai avvenuti? Ma non si accorge dell’enorme erroneità della sua retorica? Secondo questa formula fondata sulla legittimità della vendetta, la responsabilità dei morti alle Fosse Ardeatine non sarebbe dei nazisti, ma degli autori dell’attentato a via Rasella. È vero che il 7 ottobre Hamas ha ucciso anche civili, ma non c’è limite al numero dei palestinesi che Israele può uccidere per essere soddisfatto? E se la logica della vendetta vale per tutti, quanti israeliani avrebbero dovuto uccidere gli uomini di Hamas, avendone la forza, dopo le migliaia di morti palestinesi subiti per l’operazione Piombo fuso (2008) e Margine di protezione (2014)?

È noto che la vendetta vale solo per Israele, lo Stato a cui è concesso di vivere al di sopra delle leggi, che può perpetrare qualunque crimine, in virtù dell’immane tragedia che grava sul suo passato. Questa abborracciata interpretazione della storia, sta tuttavia bene in bocca a Mieli. Ne rivela l’intimo e sostanziale razzismo che sta al fondo del conservatorismo italiano e occidentale. Fa riaffiorare il nascosto suprematismo bianco. Nel suo caso coperto da una pomposa solennità cardinalizia. Alla trasmissione di Formigli questo giornalista, che ha scritto qualche libro di argomento storico e s’intesta una professione che non possiede, e a cui non farebbe onore, in tanti minuti di discussione non ha trovato mai il modo per una parola, non dico di dolore, ma di pietà, nei confronti dei civili palestinesi, come se la martoriata striscia di Gaza fosse abitata da una indistinta popolazione di insetti.


Lettera agli “amici” di Israele

Autore:

Sono molti gli amici di Israele che oggi operano alacremente per negare a questo Paese ogni possibilità di pace per i prossimi anni e per il futuro.

Al primo posto metterei le comunità ebraiche. Mi limito a quelle italiane e soprattutto, per miei limiti di conoscenza, a quella di Roma. Da decenni queste organizzazioni non solo non hanno mai avuto una parola di solidarietà nei confronti del popolo palestinese per le sue condizioni di miseria, di emarginazione e umiliazione nell’angusta striscia di Gaza. Non solo non hanno mai espresso, a quanto io sappia, una parola di pietà per i cittadini innocenti massacrati dal mare, dal cielo e da terra dall’esercito israeliano nelle operazioni di guerra cosiddette Piombo fuso (2008) e Margine di protezione (2014). Al contrario hanno sempre reagito con una durissima campagna di intimidazione a ogni critica nei confronti del Governo di Israele. Chiunque aprisse bocca per esprimere riprovazione nei confronti talora di veri e propri massacri, con migliaia di morti tra la popolazione civile, veniva bollato di antisemitismo, veniva cioè accomunato alla schiera di coloro che avevano concorso alla tragedia della Shoah, perpetrata dai nazisti negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Si tratta di una ritorsione argomentativa con cui da decenni questi ebrei organizzati in comunità – non tutti gli ebrei, ovviamente, tra cui si contano tanti generosi pacifisti e amici del popolo palestinese – hanno gettato un’ombra di riprovazione sulla libertà di espressione degli italiani e dato una copertura politica e morale a ogni misfatto compiuto dall’esercito di Tel Aviv. E vorrei ricordare che tale sistematica opera di ”terrorismo” ideologico-culturale si fonda su un costrutto argomentativo privo di qualsiasi fondamento razionale: poiché il popolo ebreo ha subito l’immane tragedia dei campi di sterminio, il governo che oggi lo rappresenta non può essere oggetto di critica perché ogni sua azione ha il fine supremo di difendere la propria esistenza. Tale argomentazione non differisce in nulla dalla proposizione secondo cui un individuo, a cui da piccolo sia stata sterminata la famiglia, una volta divenuto adulto, lui e i suoi figli hanno il diritto di porsi sopra la legge, di sopraffare e recare danno al prossimo senza dover ricevere riprovazioni e sanzioni. L’accusa di antisemitismo a chi critica le azioni militari degli israeliani nasconde, dunque, come nocciolo logico-argomentativo, questa clamorosa mostruosità giuridico-morale.

A questi ebrei che oggi difendono l’attuale governo, responsabile di quasi 30 mila morti, in gran parte donne e bambini, anziani, malati bombardati negli ospedali ecc., chiedo: come pensano che Israele possa costruire uno Stato sicuro e in pace? Sotto quale edificio di menzogne dovranno seppellire le migliaia di morti innocenti periti sotto le bombe del loro esercito? E che cosa racconteranno ai loro figli e nipoti su questa fase della loro storia, di una guerra con cui si è tolto ai palestinesi l’ultimo lembo di terra in cui rifugiarsi dopo quasi 80 anni di persecuzioni ed esodi? Basterà rammentare l’eccidio subito il 7 ottobre per giustificare la nuova sicurezza di Israele fondata sulla cacciata di un altro popolo? Quale sarà il fondamento morale di questo Stato che si vuole predestinato e benedetto da Dio?

Gli altri amici di Israele sono tanti esponenti politici, uomini di cultura, giornalisti, intellettuali progressisti, i parlamentari europei, che si sono opposti a un cessate il fuoco, perché si prestasse soccorso ai feriti, ai malati, agli affamati. Tra questi spicca per splendore morale una gran parte dei socialisti europei, che hanno mostrato al mondo, con quanta viltà e miseria, per puro calcolo elettorale, hanno rinnegato la più nobile delle tradizioni politiche europee, fondata sul pacifismo, la difesa dei deboli, gli ideali umanitari. A questi amici di Israele voglio domandare: è quella dell’attuale Governo di Tel Aviv la strada che può assicurare agli israeliani la serenità di una condizione di reale sicurezza? Ma non riflettono costoro sul fatto che le immagini d’orrore delle distruzioni degli edifici di Gaza, dei bambini sanguinanti tra le braccia di padri disperati, cui si assiste universalmente ogni giorno, stanno plasmando di odio antiebraico l’immaginario di tutte le giovani generazioni dei Paesi arabi che circondano Israele? Questi illuminati e lungimiranti strateghi non pensano che tali generazioni, destinate a diventare le nuove élites dirigenti dei loro Stati, vedranno in Israele il supremo nemico dei propri popoli? E pensano costoro che gli attuali governi moderati e filo-americani come l’Arabia Saudita e la Giordania, rimarranno sempre in mano alle loro impopolari monarchie? E non li sfiora il sospetto che l’attuale superiorità militare di Israele non sarà eterna e che le più sofisticate tecnologie belliche oggi circolano per il mondo come tutte le altre merci e le avranno o già le hanno l’Iran, l’Iraq, il Libano, la Siria ecc?

Tra gli amici di Israele va annoverato anche il Governo italiano, che, per il nulla che conta, si è astenuto all’assemblea dell’ONU per il cessate il fuoco a Gaza, all’ombra degli USA che hanno votato contro. La strategia del governo Meloni merita una riflessione supplementare, perché si tratta davvero del caso clamoroso di un esecutivo sovranista che conduce la propria politica estera al servizio di uno Stato straniero. La sua azione, fino a pochi giorni fa di incondizionata adesione alle posizioni degli USA e di Netanyahu, sta infliggendo un gravissimo danno agli interessi presenti e futuri dell’Italia nel Mediterraneo. Essa tradisce una tradizione pluridecennale della nostra politica estera, che non è stata mutata da alcun governo, fatta di equilibrio e di buon vicinato con i Paesi rivieraschi dell’Africa e del Medio Oriente, con gli Stati arabi, con il popolo di Palestina. Gli interessi strumentali di un governo transeunte, che supporta le pretese dell’esecutivo estremista di Israele e gli interessi imperialistici degli USA vengono fatti prevalere, con clamorosa miopia, su quelli della Nazione, per usare il termine caro alla rozza e sguaiata destra oggi al potere. Vale a dire di un Paese al centro del Mediterraneo che, per necessità, non può avere una politica estera subordinata alle mire di uno Stato atlantico e alle ambizioni estremistiche suicide di un’ élite teocratica che spinge Israele alla rovina.


Elogio del boicottaggio

Autore:

Se dovessimo chiederci quale fra le tante cause abbia oggi più peso nel determinare lo scadimento della vita politica, il restringimento della democrazia, la crescita delle disuguaglianze, l’impoverimento dello spirito pubblico, io non avrei esitazione a indicarla: l’affievolimento e la perdita d’efficacia del conflitto sociale. Non che le lotte siano scomparse dalla scena, ma sono quasi sempre frammentate, non inserite in una progettualità generale e soprattutto inefficaci, scarse di esiti positivi, di contropartite incoraggianti in grado di innescare processi più vasti. Senza qui addentrarci in analisi complesse, credo che il cuore di questo affievolimento sia nel depotenziamento della lotta di fabbrica, provocato dalla possibilità che il capitale ha di delocalizzare le sue aziende, e dalle molteplici ristrutturazioni industriali che hanno frantumato la compatta omegeneità operativa della classe operaia. La possibilità che le imprese hanno di rispondere alle rivendicazioni operaie con la fuga, spostando altrove le proprie sedi, ha posto i lavoratori in una condizione di impotenza, che poi si è riflessa – con intrecci che sarebbero da ricostruire in sede storica – nelle scelte moderate e neoliberistiche dei partiti ex comunisti e socialdemocratici. Costoro, sempre meno in grado di rispondere ai bisogni popolari, hanno progressivamente cessato di assumerne la rappresentanza e cercato presso altri ceti il consenso per la propria sopravvivenza. È quanto accaduto negli ultimi 30 anni.

Sul carattere dinamico e progressivo della lotta di classe non occorrerebbero prove storiche. Qui mi basti rammentare che si tratta di una scoperta teorica alle origini del pensiero politico moderno. È Niccolò Machiavelli che, nei Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio, criticando tutti gli storici che avevano sin lì considerato la lotta tra patrizi e plebei, nella Roma repubblicana, come dei meri disordini, ne capovolge l’interpretazione. «Costoro biasimano quelle cose che furono la prima causa del tenere libera Roma» poiché «vi sono in ogni repubblica due umori diversi, quelli del popolo e quello dei grandi; e [] tutte le leggi che si fanno in favore della libertà nascono dalla disunione loro» (I, IV).

Com’è noto, non si comprenderebbe lo sviluppo della società industriale senza le lotte operaie, come sul piano teorico ha mostrato Marx e come testimonia la storia del movimento operaio a livello mondiale. Un illustre sociologo del ‘900, Ralf Dahrendorf, pur da posizioni democratico-liberali, riconosceva che Marx aveva avuto il merito di cogliere il nesso profondo «tra struttura sociale e mutamento sociale assumendo che i conflitti di gruppo e le loro violente manifestazioni siano le forze che determinano tale mutamento» (Classi e conflitto di classe nella società industriale, Laterza, 1963). Del resto non c’è Paese che più pienamente dell’Italia fornisca le prove empiriche di tale nesso. Tutto il vasto processo riformatore che negli anni ’70 ha modernizzato un Paese arretrato e autoritario come il nostro, grazie allo Statuto dei lavoratori, alla riforma del diritto di famiglia, al divorzio, al Sistema sanitario nazionale, alla legge sull’aborto ecc., non sarebbe stato possibile senza i grandi e prolungati conflitti della fine degli anni ’60.

Ora è evidente che di fronte al limitato impegno dei sindacati e dei partiti politici nel sostenere lo scontro sociale, com’era accaduto nel ‘900, occorrerebbe pensare a come dar vita a nuove forme di lotta utilizzando le innumerevoli e disperse forze dei movimenti, associazioni, gruppi ecc. che oggi tengono viva per lo meno la critica alla società capitalistica. Beninteso, non si tratta di dar vita a manifestazioni di protesta, organizzare cortei, scrivere appelli ecc. Quel che appare oggi vitalmente necessario è la capacità di infliggere danni alla controparte che si vuol combattere. Senza produrre penalizzazioni, minacciare di perdite, intimorire le imprese, i gruppi politici o i governi, la lotta è quasi sempre povera di esiti. Con ogni evidenza oggi si è creata una tale la sproporzione delle forze tra poteri dominanti e ceti subalterni, alla base dell’umiliazione del lavoro e della dignità umana, dell’imbarbarimento civile che abbiamo sotto gli occhi, che non è possibile cominciare a invertire l’asimmetria se non colpendo gli obiettivi con efficacia.

Occorre dunque una una visione più complessa dei poteri che governano le nostre società. Dovremmo meglio considerare che il capitalismo non è solo un “modo di produzione”, ma anche un “modo di consumo”. Per sopravvivere esso ha un bisogno crescente di consumo famelico, perché la produzione di merci è in continua espansione, così come la competizione tra imprese, sicché gli acquisti bulimici vanno sollecitati con campagne pubblicitarie sempre più invasive e ossessive. Gli imprenditori investono somme ingenti in marketing e pubblicità, perché, mentre accrescono lo sfruttamento dei cittadini in qualità di lavoratori, debbono anche esortarli senza requie affinché acquistino i prodotti del loro stesso lavoro. Mentre spadroneggiano nelle proprie aziende, nell’ambito della società debbono inchinarsi ai potenziali clienti. È evidente dunque che nella sfera del consumo i rapporti di forza tra capitale e lavoro cambiano e in un certo senso si rovesciano. Il profitto, che si realizza solo quando la merce è venduta, sempre più dipende da bisogni non necessari dei cittadini, che si possono rifiutare di acquistare.

E qui viene in rilievo una contraddizione, certo ben nota, ma su cui si è poco lavorato in termini di progettualità politica e di lotta, soprattutto in Italia. Se consideriamo le cose dal versante del consumo dei beni appare evidente che se i lavoratori sono territorialmente chiusi nei confini nazionali come produttori – benché, almeno a livello europeo, i sindacati avrebbero potuto unificarli – in quanto consumatori potrebbero godere di uno spazio internazionale e avere al loro fianco anche altri ceti. Il rifiuto all’acquisto dei prodotti di una fabbrica che discrimina le maestranze in un luogo delimitato può teoricamente abbracciare un vasto mercato sovranazionale. Non è tutto. Anche le imprese che adottano i metodi più brutali di comportamento nei confronti dei propri dipendenti, che inquinano i suoli e le acque, danneggiano l’ambiente, cercano sempre di darsi una immagine impeccabile di probità, curano in sommo grado la propria reputazione. Le grandi imprese investono cospicue risorse per innalzare e rendere lustro il loro capitale simbolico. Una forma di ricchezza etica che si traduce in danaro, legittimità e potere. Ma anche un capitale esposto, che si può colpire su scala sovranazionale.

Appare chiaro che sto parlando di una forma di lotta ben nota, il sabotaggio, ma che dovremmo riprendere in considerazione entro un quadro di consapevolezza strategica più ampio e soprattutto con uno sforzo organizzativo all’altezza degli obiettivi. Oggi chi rilegge il vecchio testo di Francesco Gesualdi, Manuale del consumatore responsabile. Dal boicottaggio al consumo equo e solidale (Feltrinelli, 1999), a parte le utili informazioni storiche che fornisce, trova ancora freschissime indicazioni metodologiche e giuste riflessioni sulle inespresse potenzialità di questa forma di conflitto.

Beninteso, il boicottaggio non va immaginato in alternativa alla tradizionale lotta sindacale vincolata ai territori, come non sostituisce i partiti. Ma spesso può anche accompagnarla utilmente. Pensiamo alla vertenza dei dipendenti Amazon per il salario e le condizioni di lavoro. Essa poteva e potrebbe essere accompagnata da una campagna nazionale in cui si invitano i suoi potenziali clienti a non acquistare prodotti tramite quell’azienda. Una esortazione motivata con la denuncia delle condizioni di lavoro dei dipendenti, del livello dei salari, dei soprusi che spesso subiscono ecc. In questo caso la forza degli operai nella vertenza con la potente multinazionale, acquisterebbe ben altro vigore. Se si dispone di una efficiente rete organizzativa, al danno degli scioperi operai si unisce quello della perdita di centinaia di migliaia di acquisti. Al contempo l’impresa subisce uno scadimento d’immagine, una ferita al proprio capitale simbolico, apparendo socialmente esecrabile, e destinata perciò a perdere quote di mercato. Una vittoria netta su questo piano potrebbe creare effetti imitativi a catena e cambiare le carte in tavola del conflitto di classe nel nostro tempo, far lievitare il nostro depresso immaginario politico.

È solo un esempio, ma, come suggerisce Gesualdi, questo tipo di battaglie esigono lungo studio da parte di militanti, che vi si dedicano in maniera specifica, e una notevole capacità organizzativa. Capacità che oggi è potenzialmente cresciuta grazie alla rete, ma che si stenta a utilizzare per pura inettitudine. Pressoché nessuno pensa che di fronte al potere sovranazionale delle multinazionali i cittadini organizzati potrebbero mettere in piedi, con costi limitati, un’“Internazionale elettronica”, grazie al collegamento con milioni di consumatori sparsi per il mondo.

Le lotte per la protezione dell’ambiente possono trovare qui il loro campo privilegiato d’azione. Si pensi a come si potrebbero colpire le singole compagnie petrolifere invitando i cittadini a non rifornirsi di benzina presso determinate stazioni di servizio. Ma anche i governi possono essere oggetto di pressioni di grande efficacia, se fossimo bene informati e organizzati con disciplina. Consideriamo come potremmo colpire l’economia d’Israele mentre sta consumando, nell’indifferenza delle élites occidentali, il genocidio del popolo palestinese. Ma oggi, in Italia, si potrebbe organizzare una lotta in grande stile contro un potere che condiziona la vicenda politica nazionale, manipola l’opinione corrente, degrada lo spirito pubblico e la dignità del Paese. Mi riferisco ai grandi quotidiani e soprattutto alla TV pubblica e privata. Il modo in cui questi organi hanno dato conto della condotta di Israele in questi mesi, ha segnato una pagina incancellabile di disonore del giornalismo italiano. Se ne avessimo la forza potremmo organizzare una lunga campagna con la parola d’ordine “spegni la TV”, invitando gli italiani a non accendere i televisori per 1, 2 mesi, in forma di protesta per la parzialità e il servilismo filoatlantico dei nostri telegiornali e rubriche varie. Rammento che ove si riuscisse a creare una defezione significativa, si infliggerebbe un danno alle TV sia pubbliche che private, perché molti inserzionisti farebbero mancare i loro introiti dal momento che il numero dei consumatori di pubblicità diminuirebbe. Riuscire a creare un tale rapporto di ricattabilità delle TV darebbe ai cittadini un nuovo potere, la possibilità di rivendicare una informazione pluralista e meno asservita al conformismo dominante. Una campagna ben condotta, in grado di suscitare un vasto dibattito, capace di porre all’attenzione generale del Paese il problema della veridicità e qualità dell’informazione, potrebbe essere la leva per puntare a una riforma della TV pubblica, che la sottragga al controllo dell’esecutivo e all’occupazione dei partiti.


A che serve un “sindaco d’Italia”?

Autore:

Ma a quale reale necessità risponde l’elezione diretta del presidente della Repubblica, o del presidente del Consiglio, del cosiddetto “sindaco d’Italia”? La risposta è la governabilità, la stabilità e la durata dei Governi. Sarebbe questa la via per realizzare le riforme di cui il Paese ha bisogno.

Una tale argomentazione è assolutamente priva di prove empiriche e di fondamenti storici. I primi decenni dell’Italia repubblicana dimostrano che non esiste alcun nesso necessario tra stabilità dei Governi e processi riformatori. Dal 1946 sino al 1981, quando si sono succedute decine di Governi, tutti a guida democristiana, contrastati da una forte opposizione politica e sindacale, mentre il Paese era percorso da aspri conflitti, si sono realizzate le riforme che hanno reso moderno il Paese, fatto approdare a un gradino più avanzato di dignità civile milioni di italiani. Nel 1949 viene varato il piano Ina-Casa, che nel corso di 14 anni assicurerà un’abitazione decente a centinaia di migliaia di famiglie operaie. Nel 1950 viene avviata la riforma agraria, che, pur con tutti i suoi limiti, spezza l’assetto secolare del latifondo, un vero pezzo di feudalesimo sopravvissuto all’età contemporanea. Nello stesso anno nasce la Cassa per il Mezzogiorno, che avvierà profonde trasformazioni strutturali del territorio e della società meridionale. Nel 1962 viene nazionalizzata l’energia elettrica e realizzata la riforma della scuola media unica, per elevare l’alfabetizzazione dei cittadini secondo il dettato costituzionale. Ma è con gli anni Settanta, com’è noto, frutto di un biennio di lotte operaie e popolari senza precedenti, che fiorisce una stagione fertilissima di riforme. Nel 1970 vengono varati lo Statuto dei lavoratori e la legge sul divorzio, cui segue, nel 1971, l’istituzione degli asili nidi e della scuola a tempo pieno, mentre nel 1974 vengono varati i decreti delegati sulla democrazia nelle scuole, che coinvolgono la rappresentanza delle famiglie. Riforme destinate a modificare gli assetti sociali si alternano a quelle per il riconoscimento dei diritti civili: nel 1975 il nuovo diritto di famiglia elimina la figura millenaria del capofamiglia quale detentore unico della potestà; nel 1978 viene legalizzato l’aborto; nel 1978, viene istituito il Sistema sanitario nazionale, una della maggiori conquiste di civiltà della storia d’Italia.

Quali riforme può vantare il secondo Governo Berlusconi, durato dal 2001 al 2005, o il quarto Berlusconi, dal 2008 al 2011, o quello di Craxi, dal 2083 a 2086? Giusto per richiamare gli esecutivi di maggior longevità. È evidente che non è la stabilità e durata dei Governi a costituire la condizione di una strategia riformatrice dei gruppi dirigenti, ma qualcos’altro. Non dovrebbe sfuggire a una analisi meno superficiale, un fatto paradossale. Alla instabilità dei Governi della cosiddetta seconda repubblica (una invenzione retorica, per farci simili alla Francia e alla sua grandeur), corrisponde nei fatti una coesione strategica dei partiti politici: sostengono tutti un programma neoliberista, tutti, con variazioni tattiche di poco conto, e con qualche eccezione dei Cinque stelle, convergono al “centro”. Dunque, per un sistema politico sostanzialmente così omogeneo, dovrebbe essere più agevole che in passato intraprendere riforme di ampio respiro. In realtà, se si eccettua la fase d’avvio del Movimento 5 stelle l’Italia è rimasta, per diversi anni, senza una opposizione. Priva di un partito realmente riformatore e di una conflittualità programmatica. Non esistevano grandi ostacoli per chi governava. Oggi l’opposizione l’ha creata il governo Meloni. Un’opposizione, al momento, in gran parte esclusivamente verbale.

In realtà l’instabilità che viene lamentata non è dovuta a contrapposizioni strategiche delle forze in campo, a conflitti che coinvolgano gli interessi di vasti strati sociali, come accadeva tra gli anni Cinquanta e Settanta, ma a competizioni di potere, al confliggere di cordate elettorali in competizione, alla ressa confusa di diversi appetiti individuali. I partiti infatti, che non rappresentano più classi sociali, raggruppamenti definiti, sono in gara fra loro unicamente per gestire le risorse pubbliche. Il fine della politica, soprattutto in Italia, si è ridotto alle manovre per accedere a tutti i luoghi di potere pubblico o semipubblico che consentono la fruizione di danaro, l’acquisizione di influenza, visibilità, gestione di clientele necessarie al consenso elettorale e alla riproduzione del ceto politico. I partiti non mirano soltanto alla vasta platea di luoghi di comando e di gestione di risorse rappresentati dal governo, dal sottogoverno, dalle varie autority ecc, ma anche dalle grandi e ricche corporazioni pubbliche e semipubbliche, come Rai, Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri, Trenitalia ecc. Senza qui considerare le occasioni di lucro offerte dalla gestioni degli appalti e in genere dai rapporti con le imprese a livello locale. La pratica dello spoil system mostra oggi in trasparente filigrana l’orizzonte strategico entro cui si muovono i partiti. Se riusciamo a liberarci della nebulosa retorica che offusca il cielo del Paese, e le menti dei contemporanei, noi comprendiamo che, di fatto, tranne qualche isolata eccezione, le forze politiche costituiscono una Seconda Pubblica Amministrazione, gestita da soggetti privati. La prima si occupa della macchina statale e dei servizi, la seconda, nella faccia rivolta ai cittadini, gestisce l’acquisizione del loro consenso in perpetua competizione dei suoi attori, per il fine sostanziale della conservazione degli assetti vigenti. La tutela dello status quo è infatti per quasi tutti i soggetti il “perimetro costituzionale” da non valicare. Non a caso le leggi elettorali degli ultimi decenni sono state congegnate per impedire l’ingresso di nuove forze nell’agone competitivo, e soprattutto per ostacolare l’irruzione del conflitto di classe nella dinamica spartitoria del spoglie pubbliche perseguite dai raggruppamenti maggiori. Dunque l’assetto è: i partiti, che sono organizzazioni private, operano per gestire le risorse pubbliche, riproducendosi in gran misura con il sostegno delle medesime.

E allora, di fronte a tanta stabilità, qual è il fine dei progetti di snaturamento della nostra Costituzione? La prima risposta è che bisogna dare in pasto ai cittadini, considerati solo come elettori, un qualche risultato dell’azione governativa. In cambio di consenso i partiti vendono infatti narrazioni riformatrici. È uno scambio di mercato tra voti e pubblicità elettorale. Lo slogan della governabilità fa parte dell’armamentario retorico inaugurato negli anni Ottanta da Bettino Craxi. Ma dietro il vuoto progettuale e operativo dei nostri partiti si cela in realtà una vocazione autoritaria di tutti i poteri politici nelle società avanzate. La ricerca di uno Stato forte è un’aspirazione di vecchia data delle classi dirigenti capitalistiche. Barbara Spinelli ha ricordato che è stata la Trilaterale, nel 1975, a esprimere, in un documento pubblico, l’esigenza di una “democrazia decidente”, quale risposta ai conflitti e alle aspirazioni socialisteggianti della fine degli anni Sessanta ( vedi Il Fatto quotidiano del 12 maggio). Un’aspirazione in apparenza paradossale. Non viviamo nel Regno del pensiero unico neoliberista? E questo non chiede e impone l’assoluta libertà del mercato, e la più o meno completa marginalità dell’agire statuale? E allora, se lo Stato deve limitarsi a stabilire solo le regole, mentre le libere forze dell’impresa si autoregolano, garantendo da sole lo svolgimento di una società libera e dinamica, a chi e a che serve un Governo forte?

I padri fondatori del pensiero neoloberista da Friedrich von Hayck, a Milton Friedman hanno fatto del termine libertà una bandiera al vento, a partire dai titoli delle loro opere. E con questo vessillo ideologico hanno conquistato il mondo. Ma non c’è bisogno di scomodare Marx per svelare che la libertà teorizzata dal pensiero economico neoliberista riguarda in realtà la figura degli imprenditori: sono loro che devono essere lasciati liberi dai condizionamenti della lotta sindacale organizzata, dalla pressione fiscale finalizzata al welfare pubblico, dalle regole di protezione degli interessi collettivi e dell’ambiente. Ma c’è un anello che collega tale rivendicazione libertaria all’autoritarismo nascosto in questo pensiero. La libertà incondizionata pretesa è al tempo stesso la libertà di comando dell’imprenditore (o del manager) in qualità di capo, che nell’agone competitivo deve avere il controllo assoluto su tutti i membri che operano nell’impresa. Un potere di comando del singolo che richiede ubbidienza del collettivo. Ma l’autoritarismo preteso per la fabbrica viene progressivamente rivendicato per l’intera società. È un processo cui assistiamo da anni. L’abbiamo visto in Italia, ad esempio, non solo in tanti ambiti della vita economica privata, ma anche nella sfera pubblica: nella sanità, con la trasformazione delle Usl in Asl, cioè in in aziende, con conseguente disciplinamento interno. Oppure nell’Università, che dopo i trattati di Maastricht, col cosiddetto Processo di Bologna (1999), ha assunto in Europa la figura del New Pubblic Management, come viene definito il processo di aziendalizzazione del settore pubblico. Ancora più evidente è in Italia il rivolgimento subito dalla scuola, dove il preside è diventato il dirigente, e l’aziendalizzazione è stata accompagnata da un nuovo assetto gerarchico interno.

Dunque l’esigenza per niente sotterranea, lo spirito che domina il tempo, è quella di adattare ogni forma di realtà sociale alla struttura dell’azienda, sottoporla alle sue gerarchie, ai suoi meccanismi di disciplinamento. Non è un caso che il cosiddetto presidenzialismo venga perorato anche in ambito di centro sinistra: esso costituisce un coerente esito dell’ideologia che esalta la libertà: quella di chi comanda. Ma a questo punto tutto dovrebbe apparire chiaro allo sguardo dell’osservatore non ingannato dalla pubblicità elettorale. I partiti, senza più legami con le grandi masse popolari, privi di prospettive strategiche, ridotti a un confuso coacervo di interessi in conflitto, promettono agli italiani un capo azienda, un manager di Stato che consenta l’efficienza a la prontezza d’azione che essi non riescono a garantire. Vogliono un comandate sopra di loro, perché l’opera di predazione di chi vince la competizione elettorale avvenga in buon ordine e con regole certe.

L’articolo è tratto da Left del 26 maggio


Piccoli segnali di una nuova stagione politica

Autore:

L’assemblea che si è tenuta il 22 aprile presso la Casa internazionale delle donne, a Roma, per iniziativa della Rete dei numeri pari, protagonisti Gaetano Azzariti e Giuseppe de Marzo, può costituire l’avvio di una ripresa della lotta politica unitaria della sinistra in Italia. All’assemblea hanno preso parte, Elly Schlein, da remoto, insieme a Marta Bonafoni e Marco Furfaro per il PD, Giuseppe Conte per i 5S, Barbara Tibaldi per la Fiom, Maurizio Acerbo per Rifondazione comunista, Luigi de Magistris per Unione popolare e tanti altri. Ricordo e sottolineo: Unione Popolare, una formazione politica della sinistra il cui nome viene taciuto con sistematica faziosità un po’ da tutti i giornali, perfino, in questa occasione, dal manifesto (23 aprile). Per brevità devo rinunciare a citare i tanti che sono intervenuti a nome di diverse associazioni attive nei vari territori del Paese.

Inizio col sottolineare che il primo e più importante merito degli organizzatori è stato esattamente quello di mettere insieme così tante e diverse realtà culturali e politiche, di far sedere allo stesso tavolo i rappresentanti di ben 700 associazioni e i maggiori leader della sinistra. Risultato, non si fa fatica a immaginarlo, di un paziente lavoro di raccordo, di tessitura di rapporti fra esponenti politici e militanti che, di norma e da anni, continuano a battere sempre lo stesso sentiero, a occupare la propria nicchia, incomunicanti gli uni con gli altri, con iterativo e sterile conformismo. Ed è questa l’occasione per dire una sgradevole verità. Circola, nella sinistra italiana, e a volte costituisce una sua cifra dominante, una perniciosa illusione idealistica: la persuasione che sia sufficiente elaborare discorsi politicamente ineccepibili per trasformare le parole in azioni, iniziative dotate di una qualche incisività. Come se la parole, e spesso le chiacchiere, potessero sostituire l’azione. E l’azione in politica – specie in questa fase storica – è soprattutto l’oscuro lavoro organizzativo, la tessitura di legami tra persone con diverse culture ed esperienze, lo sforzo paziente di coinvolgimento in un progetto comune di donne e uomini, spesso segnati da risentimenti e delusioni, sospetti e gelosie, risultato di decenni di lacerazioni e di conflitti interni. L’altro evidente merito degli organizzatori di quell’assemblea è di aver pensato ad essa non come a un evento una tantum, ma come l’inizio di un percorso organizzativo, di una modalità di lavoro comune che potrebbe orientare e promuovere, nei mesi a venire, iniziative di lotte unitarie come non se ne vedono da anni nel nostro Paese. La costituzione di un tavolo permanente di consultazione, proposto il 22 aprile, potrebbe, se ben condotto, costituire un punto di svolta nel campo della sinistra, inaugurare la sperimentazione di come possono cooperare e reciprocamente arricchirsi i partiti e i movimenti, gli organismi politici variamente strutturati, e le associazioni fluide e frammentate, disperse nei territori, a cui non va chiesto di cambiare la loro natura.

Nessuno può negare che a dare un così rilevante significato all’iniziativa della Rete dei numeri pari sia stata la presenza, insieme a tante altre forze politiche a cui di solito si dà l’ostracismo (come Rifondazione comunista e Unione Popolare), dei leader dei due maggiori partiti dell’attuale sinistra istituzionale. La presenza di Giuseppe Conte e soprattutto di Elly Schlein, non era per niente scontata. Siamo onesti. Chi, sino alla conquista della segreteria da parte di questa donna, avrebbe mai potuto immaginare un segretario del Partito democratico partecipare a una assemblea come quella ospitata dalla Casa Internazionale delle donne? So bene che nel campo della sinistra radicale si guarda alla figura della nuova segretaria con sospetto e si tende a sottovalutare gli elementi potenziali di rottura da lei introdotti nella natura e condotta di quel partito. Il mancato rifiuto di continuare a fornire armi all’Ucraina rafforza indubbiamente questa posizione. Io credo, tuttavia, che dovremmo, almeno in via preliminare, separare i giudizi nei confronti della Schlein da quelli dovuti al Partito Democratico.

Consegniamo alla storia la certificazione di una verità difficilmente contestabile. È stato esattamente questo partito a determinare, rispetto ai grandi Paesi europei, lo specifico declino della politica di sinistra in Italia, il più grave arretramento della classe operaia e dei ceti popolari, la riduzione del welfare, la marginalizzazione della scuola e dell’Università, l’assalto privatistico alla sanità ai beni pubblici. Un partito che ereditava il patrimonio ideale della più influente sinistra dell’Occidente si è trasformato – dopo il “lavoro sporco” di apertura al neoliberismo da parte di Pds e Ds – nello strumento di applicazione dei dettati imposti dal capitalismo nazionale ed europeo, senza dare ai ceti popolari colpiti la possibilità di reagire, di organizzare un fronte di difesa. I colpi venivano infatti non da un nemico esterno riconoscibile, ma da un soggetto “amico”, che un tempo li aveva difesi. La condotta del Pd negli ultimi 15 anni è una chiave essenziale per comprendere lo specifico marchio politico del caso italiano. E questo in ragione delle delusioni e dei risentimenti generati tra le grandi masse popolari, che hanno perso ogni punto di riferimento anche culturale, a causa del condizionamento del sindacato, delle leggi di governo con cui ha reso precario il lavoro, messo ai margini le nuove generazioni, abbandonato agli appetiti fondiari il territorio e gli habitat della Penisola. Il Pd che è diventato “la sinistra” nel lessico corrivo dei media e del ceto politico, non solo ha inflitto un grave danno d’immagine a una grande tradizione storica, ma ha anche reso confuso l’orizzonte, dispersa qualunque prospettiva di lotta mirata all’emancipazione dei subalterni.

E tuttavia io credo che il tentativo di Elly Schlein di cambiare natura e condotta di tale partito vada considerato con attenzione e positivamente. Intanto, ricordo che la sua operazione di conquista della segreteria, segno di non comune capacità di manovra, rappresenta, dopo il governo Meloni, l’unica novità di rilievo nel panorama stagnante della politica italiana. E certo non usa un metodo efficace di valutazione chi giudica questa figura stendendo un’anamnesi medica del suo passato. Nel Paese di Machiavelli più proficuamente dovremmo giudicarla tenendo conto delle sue “convenienze” politiche. E quali sono le convenienze di Elly Schlein se non quelle di occupare il vasto spazio di consenso che si apre a sinistra, in competizione/alleanza con i Cinquestelle? Diversa considerazione va fatta sulle possibilità che l’aggregato di poteri che è il Pd le concederà, e fino a che punto arriverà la sua disponibilità al compromesso. La sua posizione sulla guerra in Ucraina costituisce un grave ostacolo alla sua convincente collocazione in uno spazio di sinistra. Innanzi tutto perché è incompatibile con la Costituzione e contribuisce alla continuazione della guerra. In secondo luogo perché una forza di sinistra è obbligata ad avere uno sguardo storico sul presente: e una prospettiva più ampia ci dice che quella in corso non è una guerra di liberazione nazionale degli ucraini, ma un conflitto lungamente perseguito dagli Usa, che utilizza un esercito non suo – una “guerra per procura”, come ormai si riconosce anche in ambienti americani – facendo leva su due nazionalismi in urto reciproco. Fornire armi all’Ucraina, com’è ormai evidente, significa sostenere il progetto americano di un dominio su scala planetaria, che prepara lo scenario della guerra prossima contro la Cina. Che cosa c’è più di destra, oggi, dì più devastante, per il genere umano e per l’ambiente, che la strategia bellicosa della Nato? Tuttavia, nell’attuale condizione in cui versa il Paese, avere almeno una parte del Pd impegnata in una lotta intransigente al governo più ferocemente antipopolare nella storia della Repubblica non sarebbe un acquisto da poco.

A chi nel nostro campo introduce nella discussione i veleni del risentimento, umanamente comprensibili, quando si profilano alleanze con altre forze, occorre ricordare che la sinistra radicale, in tutti questi anni, ha sacrificato alla propria purezza identitaria la ricerca dell’unità tra le forze in campo. Quell’unità che forse ci avrebbe salvato dall’attuale impotenza. Perciò il “tavolo” istituito il 22 aprile, la Casa delle donne e i movimenti della donne, potrebbero svolgere una funzione preziosa di raccordo di un vero fronte antifascista. Perché questo governo è fascista nella sua intima cultura e nella sua prassi al di là delle reticenze, e malgrado gli occasionali contrappesi degli alleati della Meloni.

Ma occorre aggiungere una ulteriore considerazione. Il “tavolo” potrebbe coordinare le tante forze che oggi stanno finalmente entrando sulla scena politica con iniziative dirompenti: i referendum. È la grande novità di questo momento: sta per aprirsi una nuova stagione referendaria con quesiti già pronti e per i quali si stanno già raccogliendo le firme, come quello sul disarmo e sulla sanità, promosso da “Generazioni future”, e quello sul disarmo proposto dal comitato “Ripudia la guerra”. Ma già da febbraio si raccolgono le firme per alcune proposte di legge di iniziativa popolare con la campagna “riprendiamoci il comune”, per la riforma della finanza locale e ripubblicizzazione della Cassa depositi e prestiti, promossa da Arci, Attac e vari altri gruppi. Mentre nuove proposte consimili stanno per apparire, come quello per il Salario minimo da parte di Unione popolare o quello di Felice Besostri, Enzo Paolini e altri giuristi per la riforma in senso proporzionale della legge elettorale. Altri progetti referendari sono in corso di elaborazione, riguardanti il Jobs act, la sanità, i beni comuni, le leggi sull’immigrazione.

Siamo dunque di fronte al ribollire di iniziative e di aperture di fronti di lotta, segno di una mai sopita volontà di riscatto in tanti ambiti della vita italiana, che però procedono in maniera caotica, slegati gli uni dagli altri. Una regia unitaria sarebbe oggi quanto mai necessaria. Essa renderebbe possibile lo svolgimento di una campagna politica di ampio respiro, nella quale migliaia di attivisti incontrano i cittadini nelle strade e nelle piazze d’Italia, fuori dalla bolla di menzogne dei media, in grado di fare emergere l’idea di Paese giusto, solidale e democratico che vogliamo. Un punto di partenza, anche per incominciare a rovesciare, con iniziative dal basso, leggi e poteri imposti dalla controrivoluzione neoliberistica degli ultimi decenni.

L’articolo è tratto da Left del 28 aprile


La questione italiana

Autore:

Chi di solito osserva le condizioni presenti dell’Italia e le confronta con quelle degli altri Paesi avanzati osserva ormai da anni che esse sono di gran lunga peggiori in molti ambiti della vita nazionale: arretramento del livello medio delle retribuzioni, disuguaglianze sociali e territoriali, disoccupazione, precarietà del lavoro, condizioni della scuola, numero dei laureati, risorse per la ricerca, perfino regresso demografico, il segnale meno controvertibile – per lo meno nella società della crescita – della decadenza di un Paese. Tale evidente disparità dello stato della nostra vita sociale ci impone uno sforzo di analisi che vada oltre le cause generali che da 30 anni fanno arretrare le condizioni dei ceti popolari in gran parte dei Paesi europei e del mondo.

Le pratiche neoliberiste, vale a dire i programmi del capitalismo scatenato, messi in atto da un servizievole ceto politico, sono stati applicati in Germania come in Francia, in Spagna o nel Regno Unito, ma è in Italia che esse sembrano avere effetti così marcatamente disgregatori. Perfino sul piano politico e di governo: due esecutivi tecnici, adesso uno di destra destra, con a capo un’erede del neofascismo del dopoguerra. Io credo che se non si vuole restare sulla superficie delle questioni bisogna cercare spiegazioni all’anomalia italiana nelle strutture profonde della nostra storia nazionale. Occorre gettare uno sguardo ai caratteri originali della nostra vicenda civile, alla cultura antropologica degli italiani. Può apparire azzardato nel 2023 tentare di spiegare la grave involuzione dell’economia e della società di oggi interrogando contesti troppo lontani nel tempo. Ma occorre considerare innanzitutto che alcuni caratteri di un popolo durano nei secoli anche se si trasformano con il mutare complessivo della società.

«La mentalità – scriveva Fernand Braudel – è la più tenace delle strutture», uno strato di roccia culturale che il trascorrere dei processi e degli eventi intaccano solo in parte. D’altronde, in tutte le epoche di involuzione e regresso i fondi più oscuri del passato sembrano riemergere e farsi vivi, sia pure in nuove forme. E oggi viviamo non un rinculo, ma un clamoroso collasso di civiltà.

Naturalmente, non è certo il caso di rammentare che la teorizzazione del “particulare” di Francesco Guicciardini della realtà umana, vista come un aggregato incomponibile di egoismi, sia fiorita sintomatologicamente in Italia, per giunta nel cuore del Rinascimento, la fase più alta della nostra storia. Né tanto meno rammentare che tre secoli più tardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, Giacomo Leopardi poteva osservare «che l’Italia è, in ordine alla morale, più sprovveduta di fondamenti che forse alcun’altra nazione europea». Basti considerare che la sua secolare frantumazione civile, la lacerazione politica dei suoi ceti, anche all’interno delle città, vanto e splendore della nostra storia, ma agenti permanenti di disunione, hanno imposto all’Italia quasi quattro secoli di servaggio a potenze straniere. Il Paese che nel tardo Medioevo aveva conseguito il primato economico e finanziario in Europa e nel Mediterraneo era rimasto un nano politico e aveva dovuto attendere il 1860 per avviare il processo di unificazione delle sue sparsa membra e conseguire l’indipendenza nazionale. Uno Stato-Nazione, tuttavia, che non riuscirà mai a conseguire un assetto egemonico.

Ma occorre cogliere l’essenziale della tragica originalità della nostra storia lunga: genio individuale delle élites, creatività e inventiva, spirito di intraprendenza dei ceti popolari, vivissimo senso artistico, intrecciati inestricabilmente a individualismo anarcoide, indisciplina civile, inclinazione a costituire fazioni e logge, assenza di classi dirigenti dotate di visione unitaria. E il filo rosso che giunge oggi fino a noi è rintracciabile in due aspetti che carsicamente riaffiorano nella vita nazionale. Uno è il carattere elitario e separato dei gruppi di potere, l’altro è la frantumazione dei ceti popolari, divisi dai dialetti, dalle forme della vita religiosa, dalle culture gastronomiche, dalle tradizioni politiche, ecc. Vale a dire da quella straordinaria varietà e diversità di caratteri che sono anche una straordinaria risorsa, la ricchezza della nostra storia.

Fino a metà Novecento il carattere separato delle élite si è manifestato plasticamente nel mezzo della comunicazione collettiva: la lingua nazionale. Finché non è arrivata la Tv, come ricordava Tullio De Mauro, l’italiano era appannaggio dei ceti borghesi colti, mentre gran parte delle masse popolari comunicava con la ricca costellazione dei nostri dialetti. Evidentemente non era bastato quasi un secolo di unità perché tra il nostro popolo si realizzasse una piena comunità linguistica.

Ma il distacco elitario delle forze dominanti, della nostra borghesia, per lo meno di sezioni più o meno ampie di essa, si è manifestato in maniera molto più grave e cruenta sotto il profilo politico. Esso ha preso le forma della infedeltà al “contratto” dello Stato-nazione, tramite una serie di varianti di rottura delle regole, di eversione, di secessione, di violenza anche terroristica. Se ne può fare un rapidissimo elenco. Un riepilogo anche sommario di fatti salienti del nostro passato consente infatti di comprendere in quale storia siamo immersi. Chi ricorda più oggi la parola d’ordine, a fine ‘800, del “ritorno allo Statuto” lanciata da alti esponenti del mondo politico nazionale? Vale a dire la richiesta di un assoggettamento del governo ai poteri del re, che svuotasse la funzione del Parlamento? E l’imposizione, in quegli stessi anni, dello stato d’assedio contro i lavoratori di Milano che tumultavano per il pane? E le sparatorie contro la folla dei manifestanti ordinate dal generale Bava Beccaris che lasciò 80 morti in strada? E chi ricorda che il nostro ingresso nel macello della Prima guerra mondiale fu deciso da un colpo di mano del re e di pochi politici, che siglarono il Patto di Londra a insaputa del Parlamento e contro la volontà della maggioranza del popolo italiano?

Certo, la ferita più grave è il fascismo, il “colpo di Stato” che liquidò gli ordinamenti liberali, la risposta di quasi tutta la borghesia italiana all’irrompere delle masse popolari nella vita politica nazionale, dopo l’esperienza della guerra. Ma la volontà di sottrarsi al patto degli ordinamenti nazionali si è manifestata anche in forme localizzate. Ad esempio, sul finire della Seconda guerra. Pochi giovani oggi ricordano i moti del separatismo siciliano, il tentativo di gruppi di borghesia isolana, favorito dai servizi segreti americani e inglesi, di costruirsi un potere separato, uno Stato siciliano autonomo. E forse che i 75 anni dell’Italia repubblicana sono meno ricchi di tentativi e di pratiche di eversione? Chi ha dimenticato i tentativi di colpi di Stato nel 1964 e nel 1970? Chi non ricorda la risposta sanguinaria con cui oscuri settori degli apparati statali hanno cercato di intaccare i rapporti di forza e le conquiste sociali guadagnati dalla classe operaia con le lotte del biennio 68-69? Un pagina infame della nostra storia che ha sparso il sangue di centinaia di vittime innocenti, a partire dalla bomba alla Banca dell’agricoltura a Milano, nel 1969, sino all’attentato alla stazione di Bologna nel 1980, con in mezzo la strage di Piazza della Loggia a Brescia, l’attentato al treno Italicus e tanti altri oscuri episodi di violenza terroristica. E chissà quale ruolo hanno giocato i servizi segreti di Paesi di cui siamo fedeli e servizievoli alleati.

Ma l’infedeltà, la fellonia di parti estese di borghesia nazionale si manifestano ancora oggi in forme diversissime, normalmente senza il ricorso alla violenza. Come dimenticare, tanto per restare al lungo periodo, la longevità secolare di almeno due criminalità organizzate, la mafia siciliana e la camorra? E potevano durare e prosperare così tanto queste organizzazioni senza legami segreti con pezzi dello Stato e della borghesia imprenditoriale e dei colletti bianchi? Basti dire che il più potente uomo di Stato della cosiddetta prima Repubblica, Giulio Andreotti, è risultato legato alla mafia da una sentenza della Cassazione.

Oggi, inoltre, lo spirito di diserzione e di rottura dell’unità del Paese si manifesta in maniera incruenta ma gravissima attraverso l’iniziativa della Lega, seguita da altri presidenti di Regione, mirata a realizzare la cosiddetta autonomia differenziata. E non si creda che si tratti di una mera trovata elettoralistica di alcuni dirigenti politici. Dietro di essa c’è la profonda pulsione separatista di vaste aree della borghesia imprenditoriale del Centro-Nord, che guarda al Mezzogiorno come a un intralcio alla sua espansione in Europa. È la stessa pulsione che da decenni spinge vasti settori della nostra borghesia a evadere le tasse, a trasferire ingenti fortune nei paradisi fiscali, a rompere il patto di mutua cooperazione tra le classi, che è il fondamento stesso dello Stato moderno: la contribuzione fiscale.

Voglio terminare questa rapida rassegna ricordando che il tradimento degli interessi nazionali si viene realizzando anche nel pieno rispetto delle forme istituzionali. Non mi riferisco qui al presidente della Repubblica, che accetta di buon grado la violazione della nostra Costituzione approvando la continuazione dell’invio di armi in Ucraina, ma all’ex presidente del Consiglio. Ricordo che Mario Draghi si è insediato a capo del governo in un momento grave della vita nazionale. L’opinione pubblica era tramortita dalla pandemia del Covid-19, sotto lo shock collettivo più grave della storia repubblicana. Allora l’ex presidente della BCE godeva di un prestigio indiscusso, di un’autorevolezza che forse così totalitaria non era mai arrisa ad alcun altro presidente del Consiglio. Ebbene, Mario Draghi aveva il potere di porre mano alla più importante riforma legislativa possibile per arrestare il declino dell’Italia, la riforma fiscale. Nessuna patrimoniale, solo un fisco progressivo che nel giro di qualche anno avrebbe in parte riequilibrato le laceranti disuguaglianze dei redditi in Italia, ridare slancio e fiducia alla nostra vita collettiva. Com’è noto, la sua riforma ha tolto uno scaglione e favorito i ceti medio-alti. Nessuna iniziativa di contrasto all’evasione fiscale. Il filo rosso della sedizione non si è spezzato: un rappresentante della finanza internazionale ha giocato a favore della sua classe di appartenenza, contro gli interessi del suo Paese.

Questa storia di secessioni, com’è noto, ha subìto un arresto e una controffensiva popolare con la nascita della Repubblica, la Costituzione, l’avvento dei partiti di massa, la costituzione di solide strutture sindacali. Senza questa nuova pagina di storia, nata dalla Resistenza antifascista, il nostro Paese difficilmente avrebbe retto a tutti i tentativi di abbattere lo Stato democratico, alle trame della P2, ai vari terrorismi, compreso quello delle Brigate rosse.

Ma c’è una parte di questa nuova storia che inizia col dopoguerra che ci interessa per riafferrare il nodo della seconda originalità negativa del carattere degli italiani, a cui abbiamo fatto cenno: la disunione anarcoide dei ceti popolari. Tra la fine degli anni 40 e gli anni 70 i partiti di massa sono stati il collante che ha sottratto i lavoratori e le masse proletarie alla loro dispersione e irrilevanza politica e li ha trasformati in società civile consapevole. Non si apprezzerà mai abbastanza l’opera gigantesca del Partito comunista italiano, che in tre decenni ha trasformato la massa disgregata di braccianti, operai, impiegati, piccoli imprenditori, intellettuali, in una comunità politica, culturale, spirituale. In tre decenni questo partito ha realizzato un’opera di nation building, di costruzione della nazione, di plasmazione e disciplinamento civile di una parte estesa di società, sconosciuta in tutta la nostra storia precedente. Quasi un “Paese parallelo” a quello reale.

È per tale ragione che oggi la dissoluzione dei partiti di massa fa regredire e disgrega più gravemente che in altri Paesi il tessuto della società civile in Italia. È in questo carattere originario anarcoide di ritorno che occorre cercare la speciale debolezza della sinistra italiana. Da noi l’egocentrismo individualistico dell’antropologia neoliberista ha riportato indietro, in un certo senso, le lancette della storia, che certo rielabora il passato in forme sempre nuove, ma pur lo conserva e ripropone. La sinistra in frantumi andrebbe inquadrata in questo drammatico percorso. Per tale ragione l’opera più rivoluzionaria che le forze politiche possono intraprendere in Italia non consiste tanto nell’elaborare un programma di riforme radicali. Questa è la premessa. Il compito gigantesco cui metter mano è lo sforzo costante, tenace e irriducibile, questo sì altamente politico e dotato di respiro strategico, di ricucire con tutti i mezzi la soggettività polverizzata delle forze in campo, lasciate sul terreno da una lunga serie di errori, settarismi, sconfitte, egolatrie narcisistiche dei capi. La creazione di un nuovo tipo di partito politico, una nuova aggregazione collettiva in grado di governare il pluralismo pur creativo delle menti disseminate e attive sui territori, è la grande sfida da affrontare. È qui la chiave di volta.

L’egemonia del neoliberismo è in frantumi e il capitalismo non sta tanto bene, ma sopravvivono e ci trascinano nella loro rovina, perché non riusciamo a offrire alla grandi masse, che chiedono di essere protette e rappresentate, se non la nostra impotente frantumazione.

L’articolo è tratto da Left del 31 gennaio


O l’Europa o la Nato, o la pace o la guerra

Autore:

Come comincia a esser noto, la questione ambientale è inseparabile dall’attuale assetto dell’ordine mondiale, dai rapporti e dai conflitti tra gli Stati, dalla libertà eslege delle potenze finanziarie private, dallo scatenamento competitivo e bellico che oggi domina i rapporti internazionali. I nostri sforzi di contenere il riscaldamento climatico saranno vani se non accompagnati da un progetto di equilibrio multilaterale che metta fine allo sfruttamento selvaggio della della Terra e alle guerre. Come ha ricordato Luigi Ferrajoli, in Per una Costituzione della Terra (Feltrinelli 2022), «è del tutto inverosimile che 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani dieci dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, fino alla sua inabitabilità».

Per tale ragione il perseguimento della pace, al di là delle sue nobili ragioni ideali, della necessità odierna di porre fine alle sofferenze del popolo ucraino (e di tanti altri popoli), ai danni inflitti all’economia mondiale, si presenta come una necessità ineludibile per il futuro del pianeta. E non solo per i suoi possibili esiti apocalittici. Da tempo si conoscono non solo i danni all’ambiente che le battaglie sul campo producono in termini di inquinamento chimico dei suoli e delle acque, incendi di boschi, uccisione di animali selvatici, distruzione di ecosistemi, devastazione dei paesaggi. Ma è la stessa macchina militare che in tempo di pace costituisce una fonte gigantesca di distruzione ecosistemica e di alterazione del clima. In una vasta ricerca a più mani di 12 anni fa (Militarization and the Environment: A Panel Study of Carbon Dioxide Emissions and the Ecological Footprints of Nations, 1970–2000 in Global Environmental Politics 2010) i ricercatori ricordano che per realizzare i test sulle armi i militari usano un’ampia gamma di diluenti, solventi, lubrificanti, sgrassanti, carburanti, pesticidi e propellenti come parte del funzionamento quotidiano e della manutenzione delle attrezzature militari. Di conseguenza, concludono gli autori, «producono la maggior quantità di rifiuti pericolosi al mondo». Ma non è tutto: durante le normali operazioni, le forze armate consumano immense quantità di combustibili fossili. Si stima «che i prodotti petroliferi utilizzati per veicoli terrestri, aerei, navi marittime e altri macchinari militari rappresentano circa il 75 per cento di tutto il consumo di energia da parte delle forze armate in tutto il mondo. Inoltre, il Pentagono degli Stati Uniti gestisce la flotta più grande del mondo di aerei moderni, elicotteri, navi, carri armati, veicoli corazzati e sistemi di supporto, che è quasi interamente alimentato dal petrolio. Di conseguenza, il Dipartimento della Difesa è “il principale consumatore mondiale di petrolio”». Non è difficile crederlo, visto che gli americani mantengono circa 800 basi militari sparse in 60 paesi nei vari angoli del pianeta. Ma rammentiamo che tali dati non tengono conto del crescente impegno militare USA dell’ultimo dodicennio. Secondo i rapporti del Congessional Reaserch Service, aggiornati al 2021, le operazioni militari effettuate da questo paese tra il 1945 e il 1999, cioè in 54 anni, sono state 100. Ma tra il 1999 e il 2021, in soli 22 anni, ne sono stati condotti, ben 184. Cifre che denunciano il crescente impatto ambientale degli impegni militari statunitensi, ma al tempo stesso una linea di strategia geopolitica che oggi appare in tutto il suo colossale conflitto con le sorti del pianeta.

Perché il Paese più ricco della terra che, con il 4% circa della popolazione mondiale, divora il 30% delle risorse ed è il principale agente di alterazione del clima planetario, continua una politica di potenza come a perpetuare l’egemonia del ‘900, in spregio degli interessi universali? Bisogna porsi tale domanda per rovesciare la narrazione dominante che si è imposta per rappresentare la guerra in Ucraina, e per capire il futuro a cui tendono i gruppi che oggi detengono il potere negli USA. Ormai appare evidente da una consistente letteratura internazionale: la guerra iniziata il 24 febbraio con l’invasione russa è stata lungamente perseguita dagli americani con una mirata strategia. Oggi persino Angela Merkel ammette che gli accordi di Minsk tra l’Ucraina e la Russia erano solo un pretesto per prendere tempo e consentire a Kiev di completare il suo armamento sostenuto dagli USA (intervista a Die Zeit del 7 dicembre). Del resto tutta la storia successiva al 1989 non è che una conferma di questo disegno: l’allargamento a est della Nato, l’aver circondato l’ex nemico di basi missilistiche collocate nei paesi confinanti, non rispondeva solo a un’ovvia espansione della potenza americana, ma era la premessa per un risultato futuro più sostanzioso: muovere guerra alla Russia, senza rischiare troppo e per conto terzi, col sangue altrui. Grazie alle rivalità interetniche e territoriali tra due nazionalismi contrapposti, l’Ucraina offriva l’occasione più propizia. Ricordiamo che quella strategia ha conseguito vari risultati già prima della guerra. Intanto ha impedito una evoluzione in senso democratico della Russia dopo il crollo dell’URSS. Non c’è modo migliore di favorire il consolidamento al potere di un autocrate che minacciare la sicurezza del suo popolo. Putin è in fondo il risultato della politica americana, che aveva bisogno di un nemico, per giunta odiabile come un tiranno, e della incommensurabile pochezza delle élites dirigenti europee, che avevano un interesse enorme ad attrarre la Russia nella propria orbita, non solo economica.

Per capire l’insostenibile politica imperiale degli USA in un mondo di fatto multipolare, occorre tener presente la sua storia. America first non è una novità. Gli Usa hanno messo sempre i propri interessi davanti a qualunque altro valore, a cominciare dalla democrazia di cui si fanno paladini ingannando l’intero Occidente. Basta chiedere alle madri argentine, ai socialisti cileni, a tutti i democratici dell’America Latina. Ma anche il liberalismo è stato subordinato alle convenienze della propria economia. Un grande storico, Paul Bairoch, definiva gli USA «il paese più protezionista della storia». Lo mostra ancora Biden con la Inflation Reduction Act in barba a ogni regola di concorrenza. Ma c’è una vicenda recente meno nota che spiega (ma non giustifica come necessaria) la politica espansionistica americana. Lo illustra una acuta analisi, condotta da un punto di vista cinese, ma su scala mondiale: quella di Qiaio Liang, L’arco dell’impero (Leg edizioni, 2021) curato e con una densa e informatissima prefazione di Fabio Mini. Negli ultimi decenni gli USA hanno perduto le loro manifatture, fonte di ricchezza reale e di occupazione, puntando sull’alta tecnologia, civile e militare e sulla finanza. Il dollaro staccato dall’oro dopo la fine della sua convertibilità, nel 1971, ha portato i gruppi dirigenti americani a fare della stampa di carta verde, insieme alle armi, uno strumento di sfruttamento delle economie altrui. Sempre più il deficit commerciale è utilizzato per scambiare ricchezza reale da tutti i paesi del mondo in cambio di carta colorata. E la guerra è uno strumento di espansione del potente settore militare-industriale, ma al tempo stesso di dominio politico che legittima il dollaro e di rastrellamento dei capitali. Laddove arriva la guerra, o anche solo tensioni politiche, i soldi volano via, molti capitali americani tornano a casa e altri vengono attratti. È quello che stanno facendo gli USA incoraggiando i movimenti separatisti a Taiwan, a Hong Kong, e in varie altre provincie, con le continue esercitazioni militari nel Mar della Cina, con le promesse di Biden di difendere con le armi l’autonomia dell’isola di Taiwan ecc.

Queste mosse americane verso la Cina, continuano dunque il vecchio copione. Lo sfiancamento economico e l’isolamento della Russia (comunque si concluderà la guerra in Ucraina), prelude a una nuova partita di aggressione per mettere nell’angolo il loro più potente concorrente. Dunque che cosa è accaduto e accadrà all’Europa? Quando sarà terminato lo slancio di solidarietà (ma anche di stolido bellicismo) nei confronti dell’Ucraina, riusciranno le élites europee a comprendere la trappola in cui sono stati trascinati insieme alla Russia? L’Europa impoverita, che perde un grande partner economico come la Russia, obbligata ad accrescere le spese militari, con l’Ucraina distrutta, migliaia di militari e di civili uccisi (e di soldati russi), e una prospettiva prossima di tensioni internazionali e di nuove guerre? Un futuro di espansione militare che spinge paesi amici e nemici a incrementare gli armamenti e che, come abbiamo visto, infliggono al pianeta danni di prima grandezza anche in tempo di pace. Allora nessuna politica ambientale dell’UE sarà più credibile, nessun Next Generation UE, nessuna Cop avrà più legittimità, se resta in piedi la Nato, strumento di dominio americano e di conflitti perpetui. La sua permanenza non è compatibile con gli interessi dell’Europa e con il futuro stesso dell’umanità.


Stare al centro: la scelta perdente del moderatismo

Autore:

Come un vecchio ritornello che ogni tanto molesta le nostre orecchie per il suo suono stantio, ritorna nel dibattito politico la logora argomentazione che «al centro si vince». Da esponenti di area moderata tale linea viene riproposta come una condotta di saggezza a cui la sinistra si dovrebbe uniformare, per non incorrere in gravi sconfitte. Si distinguono tra gli alfieri di questa novella, a cui la storia non insegna nulla, la Repubblica e Matteo Renzi, che continua a zampettare sulle rovine delle sue plurime sconfitte, come se fosse un esordiente. Ha annunciato, per il prossimo anno, in occasione delle celebrazioni dei cento anni dalla nascita del Partito Comunista d’Italia, una manifestazione a cui sarà invitato niente meno che Tony Blair.

Ricordate questo nome? Insieme a George W. Bush è stato l’inventore delle prime fake news di portata mondiale. Altro che Trump. Ha ingannato, con impavida capacità di mentire, l’opinione pubblica del suo paese, trascinandolo nella guerra contro l’Iraq, accusato di stare preparando un attacco mortale di lì a poche ore. Quanta verità e aria nuova questo leader adamantino porterà al convegno di Renzi si comprende da sé, tanto più che è facile immaginare quanti professoroni, l’anno prossimo, si attarderanno a discettare sulle solite anticaglie di Gramsci, Togliatti, Bordiga e di altri santoni di un culto ormai dimenticato.

Come ricorda Filippo Barbera in un perspicuo articolo Radicalismo e riformismo (Il Mulino, 2020/5), che riporta tali notizie, la questione della centralità del centro, ora si ripresenta con uno schema nuovo di zecca, riformismo contro massimalismo, ed è sorto a ridosso della vittoria negli Usa di Joe Biden. Se non ci fosse stato il moderato Biden candidato alla presidenza, si sostiene, Trump avrebbe rivinto. Ergo, solo posizioni moderate, cioè riformiste portano alla vittoria.

È davvero sconcertante osservare quanta superficialità, disinformazione, pochezza intellettuale, assenza di sguardo storico, si condensano in queste analisi da rotocalco. Davvero bisogna ricordare che senza la sinistra e le posizioni radicali di tanti leader democratici Biden sarebbe stato sconfitto? Che tanti giovani delusi e rabbiosi contro il moderatismo del Partito democratico non si sarebbero neppure recati alle urne? Ma la mancanza di una lettura radicale, che non significa estremista o massimalista, ma che va «alla radice delle cose» (Marx), rovescia il reale senso della storia.

Questi agguerriti strateghi dimenticano infatti di chiedersi da dove è uscito Trump, perché continua a godere di tanto seguito. E non vogliono trarre conseguenze troppo scomode per il loro moderatismo. Il populismo trumpiano, è sorto in seno alla classe operaia disoccupata della Cintura della ruggine (Rust Belt), dove la delocalizzazione ha portato allo smantellamento di gran parte dell’industria pesante, nelle antiche aree del tessile manifatturiero, nelle periferie rurali impoverite.

Si è già dimenticato o non lo si è mai appreso, il fenomeno sociale più dirompente della storia recente degli Usa, vale a dire la pesante retrocessione della middle class? Il Partito democratico ha lasciato al proprio destino queste realtà sociali, esaltando la globalizzazione come il migliore dei mondi possibili, diventando, come dicono i movimenti radicali, quelli che guardano alla realtà e non alla pubblicità elettorale, «il partito di Wall Street», cioè del mondo finanziario.

Ma i nostri riformisti sono davvero tanto ingenui da tirare fuori dai loro armadi questa roba vecchia che è invece da nascondere, perché de te fabula narratur? Come fanno a dimenticare che la scelta dei partiti comunisti e socialdemocratici europei, a favore del cosiddetto riformismo – che non è certo una linea riformatrice degli assetti di classe della società attuale, perseguita dalla sinistra di un tempo – ha portato all’abbandono progressivo della rappresentanza e tutela della classe operaia e dei ceti popolari? Come fanno a non osservare che proprio questi ceti, gravemente colpiti dalla delocalizzazione, dalla selvaggia pressione padronale, dal precariato endemico, sono diventati focolai di rancore sociale e di delusione politica, creando la base per l’esplosione del populismo?

In realtà la scelta di stare al centro, il moderatismo, ha significato una cosa sola per la sinistra: farsi accettare dai gruppi dominanti, difendendo gli interessi dei ceti medio-alti, e poter accedere agli esecutivi per fare meglio la stessa politica della destra. Vincere è parola rivelatrice del lessico degli ultimi decenni. A vincere non sono le masse popolari, ma è il ceto politico, ormai realtà separata, che entra nei governi grazie al successo elettorale, unico fine residuale dell’azione politica. Qui si trovano, a volerle scoprire, le origini del populismo europeo e mondiale, che minaccia le nostre democrazie e l’avvio dell’autodissoluzione della sinistra come forza riformatrice.

L’articolo è tratto da il manifesto del 3 dicembre