Il tragico romanzo dell’Italia occulta

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Italia occulta. Dal delitto Moro alla strage di Bologna. Il triennio maledetto che sconvolse la Repubblica (1978-1980) (Chiarelettere, 2019) è un libro che non dovrebbe mancare nella libreria di nessuno. Di chi quegli anni e quelle vicende ha vissuto, per capirne di più gli stretti nessi. Di chi è nato dopo quel terribile triennio, per sapere cosa la nostra Repubblica ha dovuto affrontare e per capire fino in fondo la tragicità di quella nostra storia. Tutti per cercare di rendere un po’ più intellegibile quell’Italia così oscura.

Giuliano Turone nel 1981 era uno dei due giudici – l’altro era Gherardo Colombo – che ordinò la perquisizione di un immobile a disposizione di Licio Gelli e si ritrovò così nelle mani la lista di 963 persone che si erano iscritte alla loggia massonica P2, provenienti da tutte le articolazioni più importanti dello Stato e della vita pubblica. Dalle carte sequestrate emergono pure tutti gli affari segreti in cui la P2 ha già avuto un ruolo di intrusione e manipolazione nel più ampio contesto di un Piano di rinascita nazionale. Questa straordinaria scoperta permette a Turone in questo libro di collegare, in una ricostruzione storica certo più libera di quella giudiziaria ma non per questo meno documentata, eventi di per sé distinti: solo per fare un esempio, l’unità di crisi che si creò per gestire con modalità opache i 55 giorni del sequestro Moro era composta quasi interamente da iscritti alla P2 (11 membri su 12).

Documento fondamentale che Turone cita è la relazione che scrisse, a fine lavori della Commissione bicamerale sulla P2, il suo presidente, Tina Anselmi: vi compare, come metafora più espressiva di qualunque altra, una doppia piramide a forma di clessidra dove la piramide in basso è costituita dagli iscritti alla loggia massonica, il punto di contatto fra le due piramidi è il maestro venerabile aretino, la piramide superiore è costituita da personaggi che dovevano e sono rimasti segreti. Il libro di Turone cerca di fare un po’ di luce proprio in questa area oscura andando alla ricerca di fili che possano spiegare in termini plausibili tutte le suggestioni che quelle vicende mostrano. Ne emerge il quadro di una Repubblica malata ove solo pochi servitori onesti e caparbi (come lo stesso Turone, il generale Dalla Chiesa, il giudice Stiz, Tina Anselmi) permetteranno di contrastare la vittoria del Piano di rinascita nazionale.

Il libro si dà come periodo di studio il triennio dal 1978 al 1980, ma in realtà inevitabilmente gli eventi si ricollegano ad altri precedenti o successivi: e così gli eventi si dilatano per comprendere il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro del 1978, il coinvolgimento di Andreotti nella mafia siciliana di Michele Sindona, l’omicidio di Mino Pecorelli del 1979, il dissesto della Banca Privata italiana di Sindona, l’arresto di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli e l’omicidio di Giorgio Ambrosoli del 1979, le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992, l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile del 1980, il maxiprocesso a Cosa Nostra dell’86-92, l’assassinio di Piersanti Mattarella del 1980, l’uccisione del giudice Mario Amato del 1980, la strage della stazione di Bologna del 1980.

Si capisce bene come sia ampio il respiro di questo bellissimo libro e come difficili siano i tentativi di collegare tali eventi fra di loro. Turone si accinge al lavoro con la curiosità del giudice istruttore e con la brillantezza dello storico, studiando le sentenze ma andando anche alla ricerca di documenti inediti o non valorizzati nelle sentenze.

E, alla fine del suo studio, Turone riesce a fare un po’ di luce sulla presumibile identità dei personaggi che dovrebbero far parte della piramide superiore della P2: i nomi sono quelli di Giulio Andreotti e di Francesco Cossiga, oltre quelli delle alte sfere dei servizi segreti deviati.

La lettura di questo libro è appassionante e interessante: Turone passa da un argomento all’altro con un piglio di vero scrittore, rendendo la lettura avvincente e trasmettendo al lettore la passione per la ricostruzione degli eventi che è propria del magistrato.

Accanto all’interesse per il libro, vi è però lo sconforto nel riconoscere che in quegli anni la nostra Repubblica venne esposta a rischi di involuzione eversiva, attraverso i comportamenti di tanti uomini che avevano rinnegato i loro giuramenti di fedeltà alle Istituzioni. Ci si consola ricordando che il Piano di rinascita nazionale non fu poi messo in atto; ma si ripiomba nello sconforto quando si riconoscono che alcune sue parti sono state riprese e proposte da alcune forze politiche. 

La recensione è stata pubblicata anche su questionegiustizia.it


«Ma come fanno gli operai»

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Gli operai hanno smesso di votare a sinistra. Da questa constatazione − dimostrata da tutte le analisi del voto delle ultime tornate − parte Loris Campetti, già giornalista storico de Il manifesto e attento conoscitore del mondo del lavoro. E confeziona, con uno stile asciutto ed essenziale, questo bel libro che si interroga sui motivi di tale distacco e, in generale, sull’attuale situazione esistenziale degli appartenenti a una classe sociale che aveva ricoperto invece, negli anni Sessanta e Settanta, un ruolo sociale centrale. A quella centralità della classe operaia si contrappone oggi, in epoca di neoliberismo, una condizione psico-sociologica nuova del lavoratore, diventato atomo competitivo nei confronti dei suoi vecchi compagni, oggi concorrenti.

Bel libro perché, malgrado l’esplicitato orientamento politico del suo autore, si mette a cercare risposte agli interrogativi con un metodo che è distante anni luce dall’ideologismo: va infatti alla ricerca di testimonianze concrete in realtà operaie topiche, facendone parlare direttamente i protagonisti.

Altri studiosi del distacco fra classe operaia e partiti di sinistra hanno parlato, a proposito della scelta di votare partiti come la Lega e il Movimento 5 Stelle, di “voto di vendetta” (M. Revelli, Populismo 2.0, 2017, Einaudi), cioè di un voto anti-establishment, dato per “punire chi aveva tradito”. Ritroviamo questa motivazione pienamente dimostrata nelle interviste raccolte da Campetti che aggiunge all’odio maturato verso il Pd (colpevole di aver emanato il Jobs Act, in linea con le legislazioni precarizzanti precedenti, e di aver appoggiato le politiche anti-sindacali di Marchionne) un ulteriore odio verso gli stranieri immigrati, vissuti come concorrenti al ribasso nella ricerca del lavoro. Da qui forme esplicite di razzismo, che riescono a far sfogare la frustrazione legata alla disoccupazione o all’impiego in lavori sempre meno garantiti e sottopagati. Su tutto poi svetta la profonda delusione e l’allontanamento dalla politica in blocco, senza più distinguere fra partiti di destra o di sinistra, nella convinzione che siano proprio quelli di pseudo-sinistra (oggi diventati di destra camuffata) ad essersi macchiati della colpa del tradimento. Da questo mix la scelta di votare per partiti come la Lega e il Movimento 5 Stelle che cavalcano, da un lato, il razzismo e, dall’altro, il rifiuto dell’establishment, considerato in blocco autoreferenziale e corrotto.

Molte sono le realtà indagate da Campetti.

Si parte dalla storica fabbrica Beretta di Gardone in Val Trompia, leader nelle esportazioni di armi in tutto il mondo, dove, a parte un ristretto gruppo di operai sindacalizzati, le idee predominanti sono quelle di odio verso la politica, giudicata ladra in toto (si ha disamore per la cosa pubblica e si preferisce fare il tifo per questo o quello nei talk-show televisivi piuttosto che battersi per il bene comune). Mentre si grida allo scandalo per l’altezza delle indennità dei parlamentari, si accetta come naturale la differenza abissale fra reddito del lavoratore e quello del suo dirigente, differenza sentita come giustificata perché ricollegata ad un lavoro che permette ai dipendenti di lavorare.

Nei cantieri navali di Monfalcone, zona storicamente rossa passata nel 2016 ad eleggere una sindaca leghista, vi è un marcato dumping lavorativo indotto dagli appalti e subappalti di mano d’opera, costituita da stranieri, in gran parte del Bangladesh: gli operai italiani si sentono assediati e il clima è di guerra fra poveri con forme di razzismo spiccate contro lo straniero vissuto come nemico. Un motivo per passare nel governo della città dal centro sinistra alla Lega, qui, è stato l’atteggiamento dell’allora sindaca Pd che accettò, con l’appoggio anche di Rifondazione comunista, una mancia di 140.000 euro da Fincantieri per uscire dal processo per le morti da amianto, rinunciando alla costituzione di parte civile. Un altro tradimento. Da qui la decisione di vari operai di “smettere di turarsi in naso e votare il meno peggio, decidendo di non votare o votare la Lega”.

A Belluno tutto ruota intorno alla produzione di occhiali della Luxottica, gigante nelle esportazioni. Leonardo Del Vecchio ha programmato tutta la vita dei suoi dipendenti, dall’asilo al pagamento delle tasse universitarie, alle colonie estive per i figli, dalla pensione al welfare e ai benefit per i dipendenti (esclusi dalla tassazione e dal conteggio previdenziale). Nessuno qui osa parlar male del datore di lavoro. I bambini delle elementari, interrogati sul lavoro che pensano di fare, rispondono “operai della Luxottica”. Ma anche qui la forza lavoro non è tutta dipendente da Del Vecchio, perché è in gran parte somministrata, cioè data in affitto da un’agenzia di intermediazione, con danno per il lavoratore in termini di stabilità, salario, diritti e con la chiamata al lavoro stop and go attraverso il semplice invio di un sms. Nessun collegamento solidaristico esiste fra operai stabilizzati e precari con uno spiccato viraggio verso un individualismo menefreghista. Anche qui netti atteggiamenti antiimmigrati accusati di “portar via il lavoro”.

Il mondo un tempo dorato delle cooperative rosse di Reggio Emilia, attive nell’edilizia e nella metalmeccanica, è andato in fumo. Complici una legislazione degli anni 2000 sempre più liberista e la crisi del 2008 con scoppio della bolla edilizia, le cooperative edili si sono trasformate in imprese immobiliari in cui il lavoro viene esternalizzato e vi è quindi una vera esplosione dei fenomeni dei muratori a partita Iva e del cottimo. È il liberismo allo stato puro che precarizza e abbatte i diritti dei lavoratori. Il tutto complicato e rafforzato dalle infiltrazioni massicce nel tessuto produttivo da parte della ‘ndrangheta. La contrazione del lavoro ha portato a un massiccio ricorso alla cassa integrazione e poi ai sussidi di disoccupazione. Anche qui, l’orientamento politico si è spostato dal Pd al Movimento 5 Stelle o all’astensione, giustificato dal pensiero che “sulle tematiche del lavoro non c’è differenza fra le politiche del Pd e quelle della destra”.

Esempio di sfruttamento emblematico è poi quello dei riders, cioè dei ciclo-fattorini di pasti. Campetti intervista quelli torinesi che erano pagati 5 euro all’ora e dovevano dotarsi a spese proprie della bicicletta tenuta in perfetta efficienza. Quando avevano chiesto di essere pagati 7,5 euro come i colleghi milanesi, si erano visti cambiare dalla tedesca Foodora il rapporto di lavoro passando al cottimo puro, pagato con 2,7 euro a chiamata. Davanti alle proteste pubbliche dei riders, la Foodora aveva offerto 3,60 euro a chiamata e una convenzione per le riparazioni delle bici, ma aveva anche semplicemente cancellato dal suo indirizzario i fattorini che si erano più esposti nella protesta, di fatto licenziandoli. Quando l’opinione pubblica è stata coinvolta nella vicenda, la difesa di Foodora è stata quella di sottolineare che quello non era un vero lavoro ma solo “un lavoretto che permetteva di arrotondare le proprie entrate con il piacere di andare in bici”. Persa la causa di reintegro davanti al giudice del lavoro (che ha disconosciuto il carattere subordinato del lavoro svolto) i riders hanno incassato anche il perfetto disinteresse delle loro condizioni da parte dei sindacati confederali e si sono rivolti ai sindacati di base. Come si pone politicamente un rider oggi? Non si riconosce nei partiti e vede di buon occhio solo chi propone un reddito minimo garantito, con ampie riserve peraltro per il carattere verticistico del Movimento 5 Stelle.

Solo a Torino, nella sede della Fiom, Campetti ritrova il ricordo dello spirito di appartenenza a un’identità operaia. Due operai metalmeccanici, usciti dalla produzione a seguito della crisi, raccontano com’è potuto succedere che le nuove generazioni di lavoratori siano oggi del tutto prive di riferimenti politici e di rappresentanza sindacale: «Gli ultimi entrati erano privi di cultura operaia e noi non siamo riusciti a intercettare i precari e i giovani assunti con contratti a tempo determinato. Con la crisi aziendale ci siamo progressivamente indeboliti. I giovani precari vedono lontanissimo il sindacato…». Alle ultime comunali torinesi Giorgio Airaudo aveva perso, pagando paradossalmente per i disastri altrui: «Quelli provocati da Piero Fassino che veniva raccontato dai media come il sindaco più amato d’Italia, mentre il suo comportamento aveva scatenato la rabbia operaia, delle fasce più deboli e delle periferie abbandonate. Quel Fassino che, quando Marchionne lanciò il referendum ricattatorio “lavoro in cambio di diritti”, non trovò di meglio da dire: “Se fossi un operaio della Fiat, voterei sì”». Così, al ballottaggio fra Fassino e Chiara Appendino, il risentimento operaio aveva preso la forma del voto a favore di Appendino oppure dell’astensione, pensando così di punire e spazzar via nel modo più efficace la politica di Fassino e Renzi. Un voto di vendetta, secondo la definizione di Marco Revelli.

Questa condizione di solitudine, di disorientamento e di mancanza di riferimenti politici causa una perdita di ruolo sociale così marcata da indurre in un giovane operaio somministrato della Brembo di Curmo Bergamo, leader nella produzione di sistemi frenanti, a vergognarsi quasi del lavoro di operaio fatto per una vita da suo padre, ora pensionato.

Infine il viaggio di Campetti si conclude a Varese presso l’Agusta Westland, produttrice di elicotteri destinati in gran parte all’esportazione. Anche qui un dipendente, già impegnato nei Giovani Ds, ne L’Ulivo e diventato persino segretario di un circolo Pd, gli dice: «Con Letta ho chiuso la mia militanza nel Partito democratico, sentivo avanzare la cultura liberista appena ammorbidita da un po’ di vaselina, e sui temi economici non mi ritrovavo nelle scelte del partito, anche se non c’era ancora il fuoco ad alzo zero di Renzi contro i diritti del lavoro e i sindacati, quando al liberismo è stata tolta anche la vaselina…».

E, dunque, che fare per tentare di riportare i voti operai a sinistra?

Campetti è ben consapevole delle difficoltà che una tale impresa incontra, tanto da intitolare l’ultimo capitolo del suo libro «Ci vorrebbe un Quarantotto».