Guido Ortona, economista, è stato professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale. Le sue ricerche hanno riguardato soprattutto le economie di tipo sovietico, l’economia del lavoro e l’economia comportamentale. Tra i suoi libri, da ultimo, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro (Robin, 2016)
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Con l’euro l’Italia è entrata in stagnazione: la causa sta nei vincoli imposti dall’euro, in particolare in punto interessi sul debito. Continuando su questa strada è condannata a un progressivo declino. Per liberare risorse è necessario rifiutare il ricatto del debito. Lo si può fare, tra l’altro, con misure appropriate come la trasformazione dei titoli del debito pubblico in titoli a lunghissima scadenza e la loro indicizzazione all’inflazione.
Un programma politico non è un semplice elenco di proposte. In esso devono essere indicati, in modo comprensibile, gli obiettivi fondamentali e i passaggi e le alleanze perseguite. In quest’ottica un programma politico di sinistra, nel nostro Paese, dovrebbe essere centrato su tre punti: l’adozione di politiche di pace, l’introduzione di un’imposta patrimoniale e l’impegno a politiche unilaterali di rifiuto dei vincoli europei
I problemi economici del nostro paese sono enormi. Eppure la sinistra istituzionale (il Partito democratico e Sinistra italiana) non hanno una linea di politica economica, anzi non se ne occupano nemmeno. Neppure le questioni del conflitto con l’Europa e della devastante assenza di una seria imposta patrimoniale sollecitano proposte precise. È tempo che anche intellettuali ed economisti si sporchino le mani con la politica.
La crisi del capitalismo non è superabile all’interno di questo sistema di produzione e occorre ripensare al socialismo come prospettiva praticabile. È la tesi di fondo di un recente lavoro di Luigi Pandolfi che riporta l’attenzione su alcuni concetti (lotta di classe, lavoratori, sfruttamento e socialismo) cruciali per qualsiasi discorso serio sull’attuale situazione economica e con troppa fretta giudicati superati o superflui.
Per un rilancio della sinistra le iniziative di base sono fondamentali ma la loro somma non basta a produrre in maniera automatica un progetto politico. Occorre definirne uno, minimale ma impegnativo, che possa essere condiviso da tutti i movimenti e le forze di sinistra. Due punti sono, in esso, ineludibili: il rifiuto dei vincoli europei e la previsione di un’imposta sui patrimoni più elevati per salvaguardare lo Stato sociale.
La ricchezza finanziaria degli italiani (conti bancari, titoli pubblici, obbligazioni, azioni ecc.) è di 4.935,917 miliardi. Un’imposta dell’1% su di essa renderebbe quindi 49 miliardi, vale a dire il 2,4% del Pil e il 5,6% delle entrate fiscali. A fronte di un piccolo sacrificio (l’1% di tale ricchezza) i vantaggi per l’economia nazionale sarebbero molto consistenti (si pensi che la manovra appena approvata si aggira sui 30 miliardi).
La situazione politica è grave e pericolosa. Ciò dovrebbe indurre la sinistra a mettere al centro della propria proposta politica le grandi scelte (l’alternativa fra guerra e pace, quella fra accettare le politiche europee o no e quella fra tassare i ricchi o no). Ma la sinistra non lo fa. Ciò dipende non tanto dall’inadeguatezza dei suoi dirigenti (che pure c’è) quanto da caratteristiche strutturali del funzionamento del sistema politico.
Quel che occorre, a sinistra, è un partito unitario con un programma chiaro e praticabile, che riconosca l’esistenza del conflitto sociale e si proponga un’equa redistribuzione delle risorse. Ma i soggetti politici in campo non riusciranno a farlo senza un contributo “esterno” che deve provenire dagli scienziati sociali di sinistra: i quali a loro volta devono riconoscere che questo è il loro compito fondamentale.
I dati sono univoci. In Italia un dipendente pubblico deve occuparsi delle pratiche di più di 50 cittadini, contro i 25-30 dei paesi con cui amiamo confrontarci. E’ dunque illusorio pensare di risolvere il problema dell’inefficienza della Pubblica Amministrazione, a cominciare dalla sanità, senza ricorrere a un massiccio aumento di personale.
Quel che resta della sinistra italiana chiede a gran voce l’adesione al trattato sulla riforma del MES, su cui è il Governo Meloni a opporre resistenza. Evidentemente non ha imparato nulla dalla vicenda della Grecia del 2015. Se il trattato venisse approvato, infatti, sarebbe forte il rischio di pesanti interventi a danno delle banche italiane e del nostro debito pubblico.