L’autorevolezza perduta del Parlamento (a margine del bis di Mattarella)

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1.

La rielezione di Mattarella, dopo le prime reazioni “a caldo”, induce a diverse riflessioni. Anche perché «con due casi (consecutivi) su tredici, la rielezione cessa di essere eccezione e si trasforma in regola» (https://volerelaluna.it/politica/2022/02/03/i-guasti-e-i-rischi-della-rielezione-di-mattarela/).

Il mandato del Presidente della Repubblica dura sette anni ed è destinato a svolgersi per intero, salvo gli eventi precisati all’art. 86 della Costituzione (impedimento permanente, morte o dimissioni) e quanto previsto per la messa in stato di accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione e il relativo giudizio della Corte Costituzionale (integrata dai sedici membri “popolari” come da art. 135 Costituzione). In pratica, cause naturali a parte (come accaduto con Segni), solo l’iter della messa in stato di accusa può impedire al Presidente di proseguire il suo mandato. Procedimento sino ad oggi mai avviato anche se ha comunque “condizionato” le dimissioni di Leone e Cossiga (per quest’ultimo il Parlamento respinse la richiesta presentata). Così, tenendo conto che un mandato dura sette anni, una persona potrebbe ricoprire la più alta carica dello Stato anche per 14 anni (se non ancor di più): quasi tre legislature piene. Un’evenienza che si pone in contrasto con quella “regola aurea” della temporaneità delle cariche di vertice, propria degli ordinamenti democratici, espressa da Gaetano Azzariti (Perché la rielezione del presidente va vietata, il manifesto, 31 gennaio) e richiamata da Francesco Pallante nell’articolo sopra richiamato. Evenienza forse inopportuna però legittima, visto che in Costituzione non si pongono limiti per la rielezione del Presidente della Repubblica. Situazione che, tra gli Stati tra UE e G20, ci vede in compagnia solo con Cipro, Malta e India.

Il tema diventa ancor più delicato in relazione ai poteri del Presidente della Repubblica. Questi sono espressamente richiamati nella Costituzione e in tal senso “limitati”. Tuttavia, a parte che alcuni sono già di particolare rilievo (si pensi allo scioglimento delle Camere e alla elezione di ben cinque giudici della Corte costituzionale), la loro estendibilità è “a fisarmonica”, utilizzando l’espressione che Gianfranco Pasquino attribuisce a Giuliano Amato: «Se il Presidente è autorevole, se la sua personalità è forte, se il suo prestigio è grande, se la sua popolarità è diffusa […] allora egli potrà allargare la fisarmonica dei suoi poteri fino alla sua massima estensione». Quindi un mandato con poteri importanti ed estendibili, per una durata già lunga e che, praticamente, può interrompersi solo per sua stessa volontà o per cause naturali.

Viene da chiedersi: come mai i Costituenti, ben preoccupati di evitare accentramenti di potere in un sol organo costituzionale e men che meno in un sol uomo, non ne hanno negato (o limitato) la rieleggibilità? È un rischio/pericolo per gli equilibri del nostro ordinamento? Durante i lavori della Costituente ci furono opinioni contrastanti in merito, motivate da posizioni ideologiche e/o diffidenza reciproca (https://formiche.net/2021/05/rielezione-presidente-della-repubblica/). Alla fine si mantenne il mero riferimento ai sette anni senza porre divieti o limiti alla rieleggibilità. In pratica si rinviò agli equilibri che si andavano definendo e vedevano appunto nel Parlamento (integrato dai delegati regionali) la fonte della eleggibilità (e rieleggibilità) del Presidente. Alla fine infatti è (dovrebbe essere) sempre il Parlamento, depositario diretto della sovranità del popolo, il centro di “gravità permanente” del nostro Ordinamento. Per quanto “forte, prestigioso e popolare” un Presidente della Repubblica trova (dovrebbe trovare) il suo “contrappeso” proprio nell’organo eligente che dovrebbe ben considerare tutte le variabili in essere e le esigenze politiche del caso prima di procedere alla rielezione. Tutto sommato, per quanto possa o no piacere, potremmo dire che è quanto accaduto con le rielezioni di Napolitano e Mattarella, pur se in situazioni profondamente diverse.

Arriviamo quindi al punto: la forza, il prestigio, la popolarità del Presidente della Repubblica uscente non sono un “problema” e ancor meno un “pericolo” se trovano giusto equilibrio nella “forza, prestigio e popolarità” del Parlamento, nella sua autorevolezza. Autorevolezza che si esprimerebbe anche con la scelta (ed eventuale rielezione) di una figura che, proprio perché garante della Costituzione, «non conduca la forma di governo verso un – illegittimo – semipresidenzialismo di fatto» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/01/24/e-se-fosse-un-presidente-nel-nome-della-costituzione/) ma anzi, se necessario, eserciti i suoi poteri per “ridare centralità al Parlamento” (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/01/21/identikit-di-un-presidente-della-repubblica/).

In che situazione siamo oggi? A parte gli onorevoli rinviati a giudizio o condannati, quanto può esser autorevole un Parlamento dove, sugli ideali e gli impegni presi coi cittadini, sembrano prevalere logiche di potere ed autoconservazione? Anche la rielezione di Mattarella è apparsa, a molti, ispirata soprattutto dal timore di una irrisolvibile crisi di governo con conseguenziale scioglimento anticipato delle Camere e perdita di mesi di retribuzioni e privilegi (e pensione). Inoltre quanta autorevolezza può esprimere un Parlamento che registra continui spostamenti tra i gruppi parlamentari? Complessivamente i cambi di gruppo avvenuti dal 2018 a oggi sono stati 302, per una media di circa 6 al mese. Legittimi per la libertà di mandato ma che certo non contribuiscono a consolidare il “legame politico” espresso dal cittadino all’atto del voto. Soprattutto in assenza di voto di preferenza e, quindi, di una maggior personalizzazione nella scelta politica. Quindi il vero problema non è nella mancanza di limiti alla rieleggibilità del Presidente della Repubblica, ma nella perdita di centralità del Parlamento conseguenziale alla sempre minor sua autorevolezza. Testimoniato anche dalle vicende di questi ultimi tempi con un Presidente del Consiglio forte e autorevole a fronte di un Parlamento incapace di interpretare il proprio ruolo.

2.

Come ridare autorevolezza al Parlamento? La soluzione non è certo semplice ma si potrebbe comunque innanzitutto ritrovare un maggior “legame personale” (e così “controllo” politico) tra i cittadini e i parlamentari. Legame che passa non solo attraverso la reintroduzione delle preferenze nella legge elettorale, ma anche evitando un’eccessiva sproporzione tra numero di elettori e candidato. Elemento sfavorito dalla riduzione dei parlamentari così come realizzata e che renderà, soprattutto al Senato, tale rapporto sempre più distante (si ricordi, poi, sempre Terracini: «quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti»). Per recuperare quanto previsto dai Costituenti, mantenendo gli stessi obiettivi di risparmio ed efficienza sostenuti dai proponenti del “taglio”, si potrebbe tornare a rispettare il criterio proporzionale tra numero di parlamentari e cittadini previsto dai Costituenti nel ‘48 (e rispettato dal Parlamento nel 1963 nello stabilire il numero fisso dei parlamentari) riportando almeno a 600 i deputati alla Camera ed “eliminando” il Senato o ridimensionandolo nelle funzioni e nel numero dei componenti. Il bicameralismo perfetto non è un tabù. Personaggi autorevoli ne hanno parlato, come Rodotà, firmatario di una relativa proposta di legge (https://www.camera.it/_dati/leg09/lavori/stampati/pdf/24520001.pdf). Del resto il Senato ha da tempo perso le differenze strutturali con la Camera (durata) e potrebbe perderne altre (parificazione età per l’elettorato attive e circoscrizione su base nazionale e non più regionale al Senato) divenendo sempre più un mero “doppione”. Il Senato potrebbe, eventualmente, diventare un organo consultivo. Ridotto nel numero dei componenti, magari due per regione come, mutatis mutandis, per gli USA.

Necessaria anche una legge sui partiti attuativa dell’art. 49 della Costituzione, perché «ci vogliono delle regole per disciplinare la partecipazione degli iscritti e i loro diritti esigibili» (come recentemente sostenuto da Massimo Villone: https://ilmanifesto.it/riforma-elettorale-ritornare-alla-costituzione/) e così realmente «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Si potrebbe anche ragionare della durata del mandato parlamentare: da cinque a quattro, perché no? Non credo intaccherebbe l’efficienza di un Parlamento autorevole e selezionato, mentre si avrebbe un controllo politico dei cittadini “più ravvicinato”. In ultimo, ma non ultimo, tornare a una legge elettorale proporzionale, anche per ridare maggior voce alle diverse sensibilità che animano la Società privilegiando il dialogo tra molti al “decisionismo di pochi”.

La “macchina della Repubblica” costruita dai Costituenti è fondata su una Sovranità che appartiene al Popolo e il Parlamento deve esserne degno a autorevole rappresentante! Si lavori in tal senso, prima che sia troppo tardi.


Contro l’idea di “un uomo solo al comando”

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Quando si parla del Presidente del Consiglio dei Ministri, definirlo “primus super pares o inter pares” è una scelta particolarmente rilevante. Infatti si evocano concezioni differenti del suo posizionamento non solo nell’ambito del Consiglio dei Ministri che presiede, ma anche nell’ordinamento cui si riferisce con conseguenze rilevanti sui delicati equilibri istituzionali.

Con “primus inter pares” cioè “primo tra uguali, di pari dignità”, si indica una persona che, pur ricevendo prerogative superiori rispetto appunto ai “suoi pari”, non deve considerarsi in una posizione di assoluta preminenza, quasi quell’uomo solo al comando magari con quei “pieni poteri” come talora da alcuno invocato. Per il nostro ordinamento non ci dovrebbero essere dubbi: il Presidente del Consiglio va inteso come un “primus inter pares”. Altrimenti si potrebbe anche arrivare a identificare in una sola persona uno dei Poteri dello Stato, quello Esecutivo che, quindi, non sarebbe più riconoscibile nel Governo nel suo insieme riconducendo a quel personalismo che aveva segnato il ventennio precedente alla realizzazione della Costituzione e che i Costituenti stessi volevano evitare. Si evince, infatti, dalla Costituzione e dagli atti della Costituente che, se pur i partiti della Sinistra avevano una visione più collegiale rispetto ai rappresentanti della Democrazia Cristiana, non si metteva in discussione la necessità di evitare l’identificazione del Potere esecutivo nella figura di un sol uomo. Nessuno intendeva «porre il Presidente del Consiglio in una posizione di assoluta preminenza che lo fa un po’ rassomigliare al Primo Ministro di così infausta memoria», per usare le parole del socialista Ferdinando Targetti (AC 24.10.1947 – p. 1558). Richiami al principio dell’“inter pares” non vennero solo da parte di esponenti della Sinistra come Renzo Làconi (PCI) (AC del 23.10.1947, p.1501) ma anche da parte di esponenti della DC come Edoardo Clerici (AC p. 1554) e Giuseppe Fuschini (AC p. 1556) pur nel considerare, quest’ultimo, che si riconosce comunque un primus. Per Meuccio Ruini, autorevole presidente della Commissione dei 75, al di là dei termini utilizzati (Presidente del Consiglio, Primo Ministro etc…) occorreva riconoscere «la figura direttiva e coordinatrice del Presidente del Consiglio che traduce in atto l’indispensabile esigenza della unità e solidarietà del Gabinetto» (AC p. 1501). Così si arrivò a quel compromesso (nel senso alto del termine) che fa del Consiglio dei Ministri un organo complesso all’interno del quale il Presidente del Consiglio potrebbe forse esser meglio identificato come una sorta di “direttore d’orchestra”, maestro tra maestri (inter pares) con alte responsabilità, come quella di coordinamento nella armoniosa esecuzione degli spartiti. Il concetto di “primus inter pares” fu ribadito anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza 262/2009 sul Lodo Alfano: «Non è configurabile una preminenza del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto ai ministri, perché egli non è il solo titolare della funzione di indirizzo del Governo, ma si limita a mantenerne l’unità, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri e ricopre, perciò, una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares». La tesi è quindi pacifica.

Tuttavia, ogni tanto, c’è chi richiama il “super pares”. Come fece l’avvocato Pecorella, se pur in relazione alle modifiche intervenute con la allora legge elettorale, per difendere la costituzionalità del Lodo Alfano di fronte alla Consulta proprio nel giudizio che poi si definì con la sentenza sopra richiamata. Così, di recente, anche il professor Sergio Fabbrini, per il quale: «Mario Draghi è da considerarsi un … premier (appunto, primus super pares) della coalizione di governo», confutato dal professor Francesco Pallante che ha ricordato proprio quelle «distinzioni concettuali tra Presidente del Consiglio, Primo ministro e Capo del Governo, così attentamente discusse dall’Assemblea costituente, prima, e dalla dottrina, poi, affinché – in rottura con il regime fascista – alla guida dell’esecutivo risultasse un primus inter (e non certo super) pares».

È importante ribadire questo concetto perché, dietro la diversa terminologia, parrebbe esserci la volontà di perseguire un obiettivo: «la trasformazione del Presidente del Consiglio in Primo ministro (o Premier)», per citare ancora Pallante. Magari anche preparando terreno favorevole per un eventuale referendum costituzionale. Come è accaduto, dopo anni di anti-politica, col recente taglio dei parlamentari, confondendo rappresentanza con privilegi, risparmio con democrazia. Il problema non è il premierato in sé, legittimamente presente in altri ordinamenti, ma il suo “insinuarsi” nel nostro ordinamento senza intervenire con ulteriori riforme costituzionali fatte nel rispetto degli equilibri ricercarti dai Costituenti. Da anni, in effetti, si assiste a una personalizzazione della politica dove le ideologie sembrano venir sostituite direttamente dai leaders di turno e dalla loro capacità di attrarre consenso. Una cosa però sono i partiti, dove come giustamente osserva Giulio Cavalli «la giusta misura della democrazia di un partito si rivela principalmente da quanto sia effettivamente scalabile», altra le istituzioni. Almeno fino a quanto sarà in vigore la Costituzione attuale, da anni soggetta ad atteggiamenti istituzionali che non appaiono sempre in piena sintonia con quanto previsto dai Costituenti. Pensiamo, a esempio, all’abuso dei decreti legge per i quali vengono ignorate, oramai normalmente, quelle caratteristiche di necessità e urgenza che ne dovrebbero legittimare l’uso. Un abuso però sempre contestabile (se qualcuno lo volesse…) almeno sino a quando la Costituzione cd detta formale, cioè quella scritta (in contrapposizione a quella praticata e da tutti silentemente accettata detta “materiale”) non viene modificata.

Una informazione più accurata sulla Costituzione è quindi necessaria per non avvalorare interpretazioni tendenti a legittimare quella «strana voglia dell’uomo solo al comando» che sembrerebbe, purtroppo, sempre più presente nella nostra società. Informazione volta anche per preparare i cittadini su una materia (l’Ordinamento della Repubblica e i suoi equilibri) che merita maggior approfondimento dei semplicistici slogan usati negli ultimi referendum dai sostenitori delle riforme per arrivare a un voto realmente informato e consapevole.

La nostra democrazia non ha bisogno «dell’uomo (o della donna) solo al comando» ma di persone oneste, capaci e dedite al bene comune con cittadini sempre più informati per una partecipazione sempre più consapevole. Partecipazione sia diretta, con nuovi e più efficaci strumenti, che rappresentativa con adeguati rapporti di proporzione tra il numero dei parlamentari e la popolazione per garantire appunto maggior rappresentatività e partecipazione, altro che taglio dei parlamentari! Dunque cittadini consapevoli e liberi che, temporaneamente, affidano ad altri cittadini la responsabilità della res pubblica con la necessità di individuare, sempre temporaneamente, un “primus inter pares” e non “l’uomo solo al comando”.  


Ridurre i parlamentari? No grazie

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La riforma costituzionale del M5S sulla riduzione dei parlamentari sta per essere approvata. Anche dal PD che ha sempre votato contro e solo pochi mesi fa la definiva: «Una ferita alla democrazia parlamentare»».

È una riforma debole nelle motivazioni, a partire da quella più proclamata: 500 milioni di risparmio a legislatura. Il contenimento dei costi della politica ha comprensibile presa emotiva e grande forza propagandistica (Renzi inserì addirittura la frase nel titolo della “sua riforma”, poi riportata nel testo del referendum). Un serio lavoro in tal senso dovrebbe però tener conto di tutte le spese di funzionamento degli organi della pubblica amministrazione di natura politica. Quindi Parlamento, gabinetti dei ministeri, enti istituzionali di Comuni e Regioni, direzioni delle Asl e organi delle società partecipate al funzionamento del Parlamento (Osservatorio CPI). Ma si può seriamente sostenere che questa sia una ragione fondamentale per ridurre i parlamentari? Tanto varrebbe allora eliminarli tutti: il massimo del risparmio! Paradossi a parte i Costituenti, nonostante il momento storico ben più difficile di quello attuale, non si fecero condizionare dai costi (pur evidenziati). Inoltre, come ribadì Einaudi (II Sottocommissione 18 settembre 1946): «la spesa relativa dev’essere messa in rapporto al bilancio». In questo caso il risparmio (non i 500 milioni dichiarati ma circa 285 milioni, al netto del mancato gettito fiscale) è calcolato dello 0,007% della spesa pubblica! Praticamente nulla, altro che i “concreti risultati” dichiarati – ufficialmente – dai proponenti. E poi: perché non si è iniziato col taglio degli indennizzi, a impatto zero sugli assetti istituzionali e da sempre bandiera del M5S?

Un’altra motivazione (meno enfatizzata, forse per il diverso appeal) è quella di avere un Parlamento più spedito, più efficiente. Statistiche alla mano, però, non si fanno poche leggi e i tempi della produzione legislativa sono collegati più alla composizione e alla tenuta delle maggioranze (“volontà politica”) che al numero dei parlamentari. Inoltre non è vero che occorre sempre tanto tempo per fare una legge: per alcune sono bastati pochi giorni (a esempio otto per la manovra correttiva del 2011 e 20 per il Lodo Alfano). Poi la velocità non è di per sé una garanzia per i cittadini. Per il “Salva Italia” di Monti e Fornero occorsero solo 16 giorni e forse con qualche riflessione in più e maggior confronto si sarebbe evitato il problema degli esodati. Meno parlamentari potrebbe certo significare una minor produzione di emendamenti ma non è detto che sarebbe così significativa. Infatti, per rispondere a esigenze comunque presenti, potrebbero aumentare quelli dei parlamentari superstiti visto che (al momento) ognuno può presentarne quanti ne ritiene opportuni. Una “maggior velocità” nelle dinamiche parlamentari è comunque già ottenuta attraverso i regolamenti parlamentari (contingentamenti dei tempi). Attenzione però a comprimere eccessivamente il dialogo politico come è accaduto con tutti gli ultimi Governi che hanno fatto un maggior ricorso a decreti legge e questioni di fiducia ridimensionando la funzione del Parlamento (e quindi dei parlamentari)!

C’è un’ultima motivazione: adeguarsi agli “standard europei”. I proponenti evidenziano che l’Italia ha il maggior numero di parlamentari elettivi in Europa. Vero, ma è una lettura semplicistica (se non manipolatoria). Lo stesso Servizio Studi del Senato, sottolineata le difficoltà di confronto fra Stati con storie e sistemi diversi (alcuni monocamerali), ritiene che «più agevole a rendersi è la comparazione tra le Camere “basse” […] che sono tutte elettive dirette». Inoltre non ha senso confrontare il numero dei parlamentari senza tener conto delle popolazioni. Come fra Germania (quasi 83 milioni) e Malta (poco meno di 55mila). Così, da un confronto più congruo (Camere Basse in rapporto alla popolazione) si riscontra che, già in linea con gli altri grandi Stati europei, con questa riforma l’Italia andrebbe all’ultimo posto. Motivazioni quindi inconsistenti: ci si potrebbe fermare qui!

Il rapporto con la popolazione ci porta però a riflettere sulle concrete conseguenze di questa riforma: la rappresentanza del corpo elettorale, la rappresentatività del Parlamento. Aspetti fondamentali in una democrazia rappresentativa. A tal fine, per determinare il numero dei Parlamentari, i Costituenti valutarono opportuno stabilire delle proporzioni in merito alla popolazione (differenti per Camera e Senato): un deputato ogni 80mila abitanti e un senatore ogni 200mila. Nel 1963 si passò ai numeri fissi attuali e i rapporti oggi sono: 1 ogni 96mila alla Camera (poco più alto e vicino a quel 1 ogni 100mila inizialmente considerato) e 1 ogni 192mila al Senato (sostanzialmente invariato). Con la riduzione i valori salirebbero rispettivamente a 1 ogni 151mila e 1 ogni 302mila. I rapporti sono ancora maggiori ribaltati sui collegi elettorali.

Ora, è evidente che più ridotto è il numero dei rappresentanti, più ampio è il rapporto numerico con gli elettori e tanto meno facile, diretto e continuativo finisce per essere il rapporto “umano” tra loro. Come per la difficoltà a mantenere contatti reali, soprattutto per gli elettori territorialmente più lontani dai candidati, ricorrendo sempre di più ai mezzi di comunicazione multimediale. La riduzione dei parlamentari comporterebbe poi verosimili forme di compressione in danno delle formazioni politiche minori, eventualmente aggravate dalle formule elettorali adottate (soprattutto se maggioritarie). È stato calcolato che al Senato si creerebbero soglie implicite dal 10% in su escludendo così anche formazioni politiche con risultati ragguardevoli. Conseguenze si avrebbero anche nei lavori parlamentari e, in particolare, nella partecipazione alle Commissioni. Soprattutto al Senato, dove si passerebbe dagli attuali 20 componenti circa a 12 o 13. I gruppi maggiori potrebbero mandarne in ciascuna 2 o 3. Quelli medi e piccoli solo 1. Inoltre il taglio non “colpisce” omogeneamente tutte le Regioni: il Trentino Alto Adige riceve un “trattamento privilegiato” con 3 seggi per Provincia (omaggio alla autonomia) a danno, nella ripartizione, di altre Regioni.

Con la riforma sale anche il peso politico dei senatori a vita. Infatti si confermano in 5 quelli nominati dal Presidente della Repubblica, precisando (giustamente) che il numero non è superabile. Con un Senato ridotto però il peso degli stessi aumenterebbe dall’attuale 1,6% a 2,4% (la soglia attuale per i partiti è al 3%), arrivando sino al 10% nelle votazioni a maggioranza semplice. È come se, fermo il numero dei senatori, dagli attuali 5 si passasse a 8: un partitino di non eletti in una sede con piene funzioni legislative (mentre si riduce la rappresentanza ai cittadini).

In conclusione, tra motivi inconsistenti, conseguenze sulla rappresentanza e incongruità varie, quali reali vantaggi deriverebbero da questa “indispensabile” riforma? Forse solo che capi politici e segreterie potrebbero esercitare maggior controllo sui candidati (prima) e sui parlamentari (poi).

Il PD comunque è pronto ad approvarla a fronte di (successive) modifiche costituzionali di “garanzia” e di una legge elettorale che non cambieranno la sostanza delle cose. Infatti le modifiche di garanzia annunciate (voto ai diciottenni anche al Senato, introduzione della sfiducia costruttiva ecc.) non c’entrano nulla con la riduzione e una legge proporzionale non potrà eliminarne del tutto le conseguenze. Inoltre le leggi elettorali, ordinarie e più facili a realizzarsi rispetto a quelle costituzionali, sono più esposte alle maggioranze politiche che, la storia insegna, non hanno esitato a modificarle per obiettivi congiunturali (come il Rosatellum anti M5S e la prossima che si annuncia anti Lega). Con sempre minor confronto con le opposizioni, finanche con voti di fiducia. Alcune poi addirittura dichiarate incostituzionali come il Porcellum e l’Italicum (per alcuni lo stesso Rosatellum potrebbe/dovrebbe fare la stessa fine).

Non mancano spunti per riconsiderare questa riforma, magari valutando una minor riduzione o anche una riconsiderazione del Senato. La cui differenziazione originale dalla Camera verrà del tutto meno qualora dovessero passare le annunciate riforme sull’età degli elettorati (resterebbe la sola distinzione “regionale”). La forte mobilitazione avutasi nel 2016 fa pensare che il tema potrebbe essere affrontato con un maggior coinvolgimento dei cittadini e una più puntuale informazione (per una partecipazione realmente consapevole). Indipendentemente da un referendum che potrebbe non arrivare. Dovrebbe essere interesse anche di chi si batte per una democrazia più partecipata e diretta ma non per questo meno rappresentativa. Senza far ricadere sui cittadini i “costi politici” di un risparmio effimero.