Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena, della quale è anche rettore. Prende parte da sempre al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni. Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri: "Le statue giuste", Laterza, 2024; "La terza ora d'arte", Einaudi, 2024; "Libera università", Einaudi, 2025; "Per Gaza", con disegni di Marco Sauro, Feltrinelli, 2025; "La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista", Feltrinelli, 2026.
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L’Università per Stranieri di Siena ha conferito a Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese, una laurea magistrale. «Non verrà promosso – ha detto, nell’occasione, il rettore Tomaso Montanari – chi non supererà l’esame di umanità».
Per il ministro degli esteri Tajani il diritto internazionale vale “fino a un certo punto”. E poi? A che punto siamo ora? Siamo al punto in cui i criminali sequestrano gli onesti, la forza è l’unica legge, la proposta di un protettorato coloniale viene definita “piano di pace”, la maschera della civiltà cade e si mostra il volto mostruoso dell’Occidente. E la presidente del Consiglio prova a impedire le mobilitazioni e lo sciopero generale.
Leone XIV, a differenza di Francesco, non è un profeta. Con lui il papato è tornato nell’alveo dell’esercizio del potere. Ma l’udienza concessa al capo dello Stato di Israele, Isaac Herzog, non è ordinaria nemmeno per la tradizione spregiudicata del potere papale: non ne ha la prudenza né la saggezza. Avere incontrato e legittimato il capo di uno Stato genocida è una macchia, grave, che rimarrà sulla storia della Chiesa.
Un inguardabile cubo nero è apparso a Firenze, sul Lungarno. È il frutto della spericolata operazione edilizia seguita alla rottamazione del glorioso Teatro comunale. Responsabilità di una classe dirigente inadeguata e della smania di ricchezza facile, esso resterà a dimostrazione di cosa è oggi la città che vanta la cupola del Brunelleschi.
Il genocidio di Gaza prosegue indisturbato. In mancanza di parole soccorrono le opere d’arte che hanno rappresentato l’orrore più estremo. Giotto, Delacroix, Picasso… E nei ceffi malvagi dei soldati di Erode, in quello insensibile del cavaliere turco, sotto gli elmi del plotone di esecuzione di Picasso vediamo le facce di Trump, Merz, Macron, Meloni.
Dobbiamo chiamare genocidio il genocidio. Per onorare i morti: uccisi anche in culla solo perché palestinesi. Nascondere questa terrificante evidenza non è difendere la memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo. Al contrario. Ci siamo detti che se Auschwitz fosse stato sotto gli occhi del mondo, il mondo sarebbe insorto. Oggi accade di nuovo: senza che il mondo insorga e nella complicità dei nostri governi.
I sudari contengono, accolgono, proteggono, abbracciano i corpi dei palestinesi uccisi in questo anno e mezzo di follia militare e politica, israeliana e internazionale. Questo accade a Gaza. Esportiamolo nel nostro Paese, esponendo lenzuoli o teli bianchi su finestre, balconi, piazze, profili social, ovunque. Perché i nostri governanti li vedano: e ne sentano tutto il peso, sulle loro coscienze.
Gaza sta morendo, uccisa da un Governo criminale e dalla complicità dell’Occidente. A noi, cittadini di stati alleati con Israele, verrà chiesto conto di Gaza, della sua morte. E i nostri nipoti, ci chiederanno: «voi dove eravate, cosa facevate, che dicevate, mentre Gaza si avviava alla soluzione finale?». Prendiamo la parola prima che sia troppo tardi!
Come nella rappresentazione di Albrecht Dürer, anche in questa Pasqua il Cristo è affranto: non solo il venerdì, ma anche la mattina della domenica. Quel Cristo continuava a patire per l’odio razzista dei suoi seguaci cristiani. In questo venerdì santo 2025 continua a patire per l’odio congiunto verso l’altro popolo che vive nella sua terra.
Due piazze si sono confrontate nel Paese: quella di “Repubblica” in favore di un’Europa purchessia e quella del Movimento 5 Stelle, aperta a tutte e tutti, finalizzata soprattutto al ripudio della guerra. Le due piazze, nella loro diversità, hanno plasticamente mostrato l’ovvio: e cioè che nel Partito democratico ci sono due partiti. Se si avesse il coraggio di prenderne atto potrebbe forse partire la costruzione di una sinistra plurale.