Amianto e giustizia penale: tra garantismo e impunità dei colletti bianchi

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È di pochi giorni fa la notizia che la Corte d’assise di Novara ha condannato a dodici anni di reclusione per omicidio colposo l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, in relazione alla morte per patologie correlate all’amianto di quasi 150 lavoratori residenti a Casale Monferrato negli anni tra il 1975 e il 1986. Si tratta dell’ultima tappa, certamente non conclusiva, di una vicenda giudiziaria che si protrae con esiti alterni ormai da più di dieci anni. Proveremo in queste note, a tracciare una breve sintesi delle intricate vicende giudiziarie che hanno interessato le fabbriche della Eternit in Italia, prima di abbozzare qualche riflessione sui problemi di natura generale che tale vicenda mette in luce.

1.
Casale Monferrato è stata la sede del più grande impianto italiano di lavorazione dell’amianto, con moltissimi residenti impiegati alle dipendenze della fabbrica, e con gli scarti della lavorazione utilizzati per lavori edili o stradali nell’intera area della cittadina. A distanza di molti anni dalla definitiva chiusura dello stabilimento, avvenuta nel 1985, si verifica nella popolazione casalese un numero impressionante di patologie oncologiche (specialmente di mesoteliomi pleurici, patologia legata esclusivamente al contatto con l’amianto, e con un decorso infausto e rapidissimo). La Procura di Torino decide allora di avviare un procedimento per disastro doloso a carico dei due soggetti che si erano succeduti nella carica di amministratore delegato delle multinazionali proprietarie dello stabilimento: il banchiere belga Louis De Cartier (deceduto nel 2013, proprietario della Eternit negli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso) e il finanziere svizzero Stephan Schmidheiny (proprietario negli anni ‘70 e ‘80). In primo e secondo grado, i due imputati vengono condannati a pene pesantissime (16 anni di reclusione in primo grado nel 2012, addirittura aumentati a 18 dalla Corte d’appello nel 2013). La Cassazione nel 2015, tuttavia, ritiene errata la qualificazione giuridica dei fatti operata dalle sentenze di merito, e dichiara il reato estinto per prescrizione. La questione è complessa, ma proviamo a sintetizzarla in termini meno “giuridichesi” possibile. Secondo i giudici torinesi, anche se lo stabilimento aveva chiuso nel 1985, il reato di disastro doveva ancora ritenersi in fase di consumazione perché continuavano a svilupparsi nella popolazione esposta casi di patologie correlate alla diffusione in passato dell’amianto: con la conseguenza che la prescrizione del reato non aveva neppure iniziato a decorrere. Secondo la Cassazione, invece, le patologie derivanti dall’amianto sono una conseguenza del reato di disastro, ma non ne costituiscono un elemento costitutivo, e il reato ha cessato la sua fase di consumazione con la chiusura dell’impianto e la diffusione nell’ambiente della sostanza tossica, avvenute nel 1985: con la conseguenza che il reato era da ritenersi già prescritto prima ancora che iniziassero le indagini.
La Procura di Torino, preso atto della decisione della Cassazione, prova a sviluppare una diversa prospettazione giuridica, contestando a Schmidheiny i reati di omicidio doloso rispetto ai singoli soggetti che sono morti per patologie legate all’amianto: con tale contestazione, la prescrizione decorre dal momento di verificazione della morte, e almeno le morti meno risalenti risultano ancora perseguibili. La difesa pone il problema della violazione del principio del ne bis in idem, dal momento che vengono contestati i medesimi fatti materiali, di cui è soltanto modificata la qualificazione giuridica, al fine di aggirare la definitiva estinzione del reato per prescrizione pronunciata dalla Cassazione. La questione viene portata alla Corte costituzionale, che nel 2016 ritiene rispettato il principio del ne bis in idem, a condizione che vengano contestate la morte o le patologie relative a soggetti che non erano compresi nell’elenco di persone offese dal reato di disastro conclusosi in Cassazione.
In seguito a un intervento della Cassazione del 2018, la competenza per i processi per omicidio (colposo o doloso, a seconda della qualificazione operata dalle diverse Procure coinvolte) viene fissata nel luogo ove si sono verificate le esposizioni nocive (e dunque non solo Casale Monferrato, ma anche le diverse altre sedi degli stabilimenti Eternit in Italia, le cui vittime avevano fatto parte del processo per disastro celebrato a Torino). Attualmente sono in corso diversi processi, oltre a quello appena conclusosi a Novara (dove la condanna è stata per omicidio colposo, ma il rinvio a giudizio di fronte alla Corte d’assise era stato per omicidio doloso). A Napoli, in relazione ad 8 vittime dello stabilimento di Bagnoli, Schmidheiny è stato condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione; per la morte di un lavoratore dello stabilimento di Cavagnolo, è stato condannato in appello a Torino a 1 anno e 8 mesi; mentre è ancora in corso a Reggio Emilia il procedimento per le morti legate allo stabilimento di Rubiera.
Le vicende giudiziarie legate alla Eternit sono le più note, ma non sono certo le uniche in Italia relative alle morti di amianto. Negli ultimi trent’anni sono stati celebrati decine di procedimenti penali per omicidio colposo, e molti di essi sono ancora in corso. Se una prima stagione (dagli anni Novanta sino all’inizio di questo millennio) aveva visto la giurisprudenza della Cassazione orientata verso l’affermazione di responsabilità degli imputati, la direzione intrapresa dalla giurisprudenza più recente va nel senso di non ritenere sufficiente la prova epidemiologica che l’amianto ha natura oncogena per ritenere accertato il nesso di causalità rispetto alle singole forme patologiche e alle singole morti. Oggi il panorama è quindi quello di una giurisprudenza ondivaga, che in alcuni casi (sempre meno frequenti, specie nella giurisprudenza della sezione della Cassazione che abitualmente si occupa di questo tipo di reati) ritiene possibile accertare il nesso causale e la responsabilità degli imputati, in altri (sempre più frequenti) giunge ad esiti assolutori.

2.
A un primo sguardo, la valutazione complessiva del ricorso al diritto penale per tutelare le vittime dell’amianto non può che apparire negativa. Dopo trent’anni di processi, ancora la giurisprudenza non è arrivata a un punto di vista condiviso rispetto alla possibilità di attribuire causalmente in sede penale le morti e le patologie asbesto-correlate alla responsabilità personale dei dirigenti dell’epoca. A fronte di un numero ingentissimo di inchieste e procedimenti penali avviati, le condanne definitive sono una quota assai modesta, prevalendo senz’altro le assoluzioni o le dichiarazioni di estinzione del reato per prescrizione. Anche quando infine una condanna a pena detentiva viene pronunciata, essa è di entità molto contenuta, al punto da essere speso beneficiaria della sospensione condizionale; e in ogni caso, gli imputati (che erano dirigenti 40-50 fa) sono quasi sempre persone molto anziane, per le quali l’applicazione di una effettiva sanzione privativa della libertà è esclusa dalla normativa vigente.
Ha senso allora – a distanza di 40 anni dalla cessazione delle attività produttive, e a più di 30 dalla messa al bando legislativa dell’amianto – continuare a fare processi penali a ex-dirigenti in pensione da decenni, impegnando le non trascurabili risorse di tempo e di competenze che tali processi richiedono per la parte pubblica, quando l’esito in senso favorevole all’accusa non è elevato, specie davanti alla Cassazione, ed è assai concreta la prospettiva del decorso della prescrizione rispetto alle morti meno recenti?
Per dare un senso complessivo alla giurisprudenza penale italiana in tema di amianto, bisogna anzitutto constatare come essa rappresenti un esempio unico di ricorso massiccio alla repressione penale a tutela delle vittime dell’amianto. Sino agli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso, l’amianto era utilizzato in modo massiccio in tutti i Paesi del mondo, e fuori dal nostro continente non sono rari ancora oggi i casi di legislazioni che consentono il suo utilizzo. E tuttavia, a quanto risulta, non vi sono altri Paesi che hanno visto un così gran numero di procedimenti penali a carico di soggetti posti in posizione apicale delle società che utilizzavano l’amianto come in Italia. Il processo Eternit celebrato a Torino è stato analizzato e commentato come case study sulle maggiori riviste giuridiche di ogni parte del mondo, così come la vicenda ha avuto risalto su tutti i media internazionali.
L’operazione che in questi trent’anni la nostra magistratura penale ha sviluppato intorno all’amianto ha in effetti un carattere molto peculiare. I nostri giudici hanno provato a chiamare personalmente a rispondere in sede penale coloro che gestivano un sistema produttivo lecito e remunerativo, che muoveva enormi interessi economici; e chiamati in causa non sono stati solo i livelli medio-alti della dirigenza (come i direttori dello stabilimento o gli amministratori delegati delle società controllate) ma, nel caso Eternit, addirittura il CEO della multinazionale che deteneva il controllo della società italiana titolare dello stabilimento.
All’estero, questa operazione non è mai stata tentata. Il problema delle vittime dell’esposizione ad amianto è stato affrontato, in Europa come oltreoceano, mediante interventi normativi di tutela assistenziale e previdenziale delle vittime, o al massimo con cause civili di risarcimento del danno. In Paesi ove la magistratura inquirente dipende in qualche modo dall’esecutivo o, come negli USA, necessita di molto denaro per le campagne elettorali per la carica di procuratore, non è stato neanche ritenuto pensabile mettere sotto processo penale gli imprenditori che hanno gestito il business dell’amianto. Si trattava di una produzione lecita, consentita dalla normativa vigente, e le malattie che si sono sviluppate tra la popolazione sono difficili da ricondurre beyond any reasonable doubt proprio all’esposizione lavorativa o ambientale. Sulla base fondamentalmente di questi due argomenti, le vittime dell’amianto fuori dall’Italia sono state escluse dalla tutela penale del loro diritto alla vita ed alla salute.
La nostra magistratura ha provato a valutare se, nel rispetto dei principi di uno Stato di diritto, fosse possibile accertare responsabilità penali individuali rispetto alle vittime di un modello produttivo all’epoca quanto mai diffuso: delle vittime di sistema, richiamando la terminologia di Ferrajoli sui crimini di sistema.

3.
Rispetto a entrambe le questioni cruciali in questo genere di processi, diverse sentenze hanno mostrato che si può argomentare in modo convincente nel senso della responsabilità penale.
Quanto all’argomento della liceità del modello produttivo all’epoca dell’esposizione, in tutti i casi oggetto di attenzione da parte della nostra magistratura erano state riscontrate dall’accusa violazioni della normativa vigente in materia di esposizione a sostanze pericolose. Sicché è vero che la produzione e l’uso dell’amianto sono stati vietati solo nel 1992, ma specie in passato, sino agli anni Settanta, le modalità di gestione della dispersione delle fibre d’amianto erano assai sovente contrarie alla normativa vigente. Non va poi trascurata la circostanza, emersa in molti processi, che la comunità dei produttori di amianto si era impegnata per anni nel cercare di nasconderne gli effetti dannosi, provando a screditare i primi studi epidemiologici che riscontravano l’elevato aumento di patologie oncologiche tra gli esposti e ostacolando e ritardando l’approvazione del bando legislativo dell’amianto. Ma se i produttori ben conoscevano la pericolosità dell’amianto, e hanno fatto di tutto per nasconderla, è iniquo che poi possano invocare il rispetto di quella stessa normativa all’epoca vigente, che essi ben sapevano inadeguata a tutelare la salute degli esposti.
Il problema più difficile, ma anche più interessante, è quello di imputare in sede penale la causazione di malattie di cui non sono scientificamente accertabili con sicurezza il momento e le modalità di insorgenza (come in sostanza tutte le patologie tumorali), anche se è assolutamente certo in termini epidemiologici che quella sostanza ha cagionato un sensibile aumento di patologie tra gli esposti, e che quindi decine o centinaia di persone in carne ed ossa si sono ammalate e sono morte in ragione dell’esposizione. È il problema centrale intorno a cui ancora oggi si decidono i processi in materia di amianto. I dati epidemiologici circa la correlazione tra una sostanza e una certa patologia bastano per imputare alla sostanza la singola forma oncologica che si è sviluppata tra gli esposti? Si può condannare per omicidio colposo pur risultando impossibile provare l’esatto iter di sviluppo della patologia oncologica, sulla base del legame epidemiologico tra la patologia stessa e la sostanza?
Di fronte a questo interrogativo le categorie classiche del diritto penale si sono trovate in difficoltà. Il diritto penale conosce i reati di danno, come l’omicidio o le lesioni, che puniscono la causazione di eventi lesivi della vita o dell’integrità fisica di singoli soggetti univocamente individuati; ed i reati di pericolo, come il disastro contestato a Torino, che puniscono l’avere esposto a pericolo l’incolumità e la salute pubblica. L’epidemiologia fornisce al giurista un dato nuovo da un punto di vista epistemologico, il dato del danno alla popolazione. Non un danno provato oltre ogni ragionevole dubbio rispetto al singolo caso patologico; ma neppure solo un pericolo per la salute pubblica. I processi che si sono celebrati e tuttora sono in corso ruotano intorno a questo interrogativo. Come rileva il danno alla popolazione in sede penale? Configura solo reati di pericolo contro l’incolumità pubblica, come il disastro (che tuttavia, secondo l’orientamento della Cassazione nel caso Eternit, sono da ritenersi prescritti, considerato il tempo decorso dalla chiusura degli impianti)? O è possibile condannare per i reati di omicidio o lesioni quando è certo da un punto di vista epidemiologico che la sostanza ha una forte correlazione statistica rispetto alla malattia? Chi scrive, insieme ormai a diversi altri autori, sostiene da tempo la tesi per cui la certezza epidemiologica che un’esposizione ha cagionato un certo numero di morti è sufficiente per l’imputazione causale in sede penale a titolo di omicidio, anche se non è possibile individuare in modo certo le singole patologie addebitabili all’esposizione. La giurisprudenza sinora ha preferito provare la strada tradizionale della prova della causalità individuale, cercando (nelle decisioni di condanna) di superare in modo induttivo il problema della natura epidemiologica degli studi a disposizione, ma così operando una oggettiva forzatura della nozione tradizionale di causa, che è stata in più occasioni censurata dalla Corte di Cassazione. Le motivazioni della sentenza di Novara, insieme agli altri procedimenti in corso, diranno come si vorrà attestare la giurisprudenza rispetto a questo tema cruciale, di cui forse non è stata davvero compresa sino in fondo la natura.

4.
Provando ora a tirare le fila di questa ricostruzione, la giurisprudenza penale in tema di amianto rappresenta la dimostrazione che non è impossibile in uno Stato di diritto perseguire coloro che hanno tratto profitto da una produzione industriale lecita, ma che essi sapevano assai pericolosa per la salute, così cagionando la morte di centinaia di persone tenute all’oscuro dei rischi che correvano. Quelli che altrove sono stati considerati “crimini di sistema”, non addebitabili in sede penale alla responsabilità di singoli individui, in Italia sono stati affrontati come crimini in senso stretto, cioè come crimini per cui è possibile celebrare un processo penale. Le difficoltà, come visto, sono state molte e tutt’altro che banali da un punto di vista giuridico, e in molti casi sono state tali da condurre all’impossibilità di accertare dei responsabili. Ma diversi procedimenti si sono invece conclusi con sentenze definitive di condanna, che hanno argomentato in modo approfondito le ragioni della responsabilità penale. In un recente intervento su queste pagine Livio Pepino ha parlato di garantismo, distinguendo il garantismo come rispetto della legalità e dei principi dello Stato di diritto, e il “garantismo selettivo” che serve in realtà a garantire l’impunità dei “galantuomini”; e legando il garantismo al rispetto del principio di uguaglianza nell’individuazione delle classi di soggetti verso cui indirizzare la risposta punitiva (https://volerelaluna.it/commenti/2023/06/26/il-pacchetto-nordio-e-la-giustizia-dopo-berlusconi/). La giurisprudenza penale in tema di amianto ha mostrato che, pur muovendosi in contesti “di frontiera” del diritto penale, ha senso ipotizzare forme di responsabilità individuale, quando delle precise scelte determinate da finalità di profitto hanno cagionato la morte di tante persone. I risultati potranno essere criticati, come lo sono da larga parte della nostra dottrina penalistica. Ma la scelta di non procedere neppure a verificare la responsabilità penale degli industriali dell’amianto non sarebbe stata altro che una forma di impunità che si garantiva agli autori di fatti gravissimi, solo perché difficili da inquadrare nelle tradizionali categorie del diritto penale. Per evitare insomma che la sanzione penale rappresenti solo uno strumento di repressione del disagio e della devianza, e venga in sostanza ritenuta estranea all’area del potere economico, credo che processi come quello di Novara o gli altri in materia di amianto si possano considerare importanti, ed è fondamentale che su di essi venga mantenuta alta l’attenzione dell’opinione pubblica.
Certo può essere facile argomentare sull’inutilità di processi celebrati dopo decenni dai fatti, a carico di soggetti anziani e ai quali in ogni caso non verrà applicata alcuna sanzione. Ma non bisogna dimenticare il ruolo fondamentale che per le vittime riveste, al di là del ristoro monetario, il riconoscimento che i danni da loro subiti non sono il frutto del caso, ma sono da addebitare a coloro che dal sistema generale di produzione hanno ottenuto denaro e potere. Se non vogliamo che il diritto penale, in nome di un frainteso garantismo, rinunci ad intervenire in contesti complessi, limitandosi a punire la criminalità di strada e garantendo impunità ai potenti, i processi penali in materia di amianto rappresentano un terreno di battaglia su cui vale ancora la pena essere presenti.


Ribellarsi ai respingimenti in Libia è giusto

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1.

Il fatto, noto sui media come caso Vos Thalassa, risale al luglio 2028 e riguarda alcuni migranti soccorsi da un rimorchiatore italiano in acque internazionali, che si erano opposti con la forza al tentativo del capitano di riportarli sulle coste libiche da cui provenivano; i due soggetti individuati come responsabili della rivolta erano stati rinviati a giudizio per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In primo grado il Tribunale aveva ritenuto che i fatti provati dall’accusa integrassero gli estremi oggettivi e soggettivi dei delitti contestati, ma aveva assolto gli imputati, in quanto aveva riconosciuto loro la scriminante della legittima difesa, sul presupposto che essi avessero agito per tutelare il proprio diritto al non refoulement, cioè il diritto a non venire rinviati in un Paese, la Libia, ove sarebbero stati esposti al concreto pericolo di torture e trattamenti inumani o degradanti. La sentenza d’appello (https://www.questionegiustizia.it/articolo/caso-vos-thalassa-il-fatto-la-lingua-e-l-ideologia-del-giudice) era giunta invece a conclusioni opposte, sulla base del fatto che gli imputati si sarebbero posti volontariamente in una situazione di pericolo, provando, d’intesa con gli scafisti, a raggiungere irregolarmente l’Italia su un’imbarcazione inidonea, in attesa dell’arrivo dei soccorsi, e dunque sarebbe risultato insussistente il requisito della non volontaria causazione del pericolo, implicitamente richiesto dall’art. 52 del codice penale; all’esito di una motivazione molto dura nei confronti della sentenza di primo grado (cui veniva rimproverato di avere stravolto i contorni della scriminante pur di pervenire ad una decisione assolutoria, motivata da ragioni ideologiche), entrambi gli imputati erano stati condannati alla pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione. Ora la Corte di cassazione (sez. VI, sentenza 16 dicembre 2021, depositata il 26 aprile 2022, pres. Mogini, rel. Silvestri) ha annullato la decisione della Corte di appello e definitivamente confermato l’assoluzione degli imputati decisa in primo grado.

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In sede di analisi critica dei singoli argomenti utilizzati dalla sentenza d’appello per negare la legittima difesa, la Cassazione riporta testualmente i passaggi in cui la Corte d’appello di Palermo aveva argomentato la propria convinzione che gli imputati fossero responsabili in collusione con gli scafisti della situazione di pericolo cui si erano volontariamente esposti al fine di essere soccorsi ed entrare così irregolarmente in Italia: «le condotte violente contestate ai due imputati non sono state poste in essere per la necessità di difendere un diritto proprio o altrui da pericolo di un’offesa ingiusta, bensì come atto finale di una condotta delittuosa, studiata in anticipo e che correva il rischio (per i migranti) di non essere portata a termine a causa dell’adempimento da parte della Vos Thalassa di un ordine impartito da uno stato sovrano (la Libia: nda) che aveva la competenza sulla zona SAR ove vennero messi in atto i soccorsi».

Posta la lapidaria premessa che «quello della Corte d’appello è un ragionamento obiettivamente viziato», la Cassazione sottolinea in primo luogo come la ricostruzione dei fatti prospettata dalla corte palermitana, per cui gli imputati avrebbero gestito insieme agli scafisti il viaggio verso l’Italia, risulti del tutto sfornita di alcun supporto probatorio. Ad essere viziato secondo la Cassazione è poi anche il ragionamento giuridico della sentenza impugnata, che si fonda su una impropria «sovrapposizione tra il pericolo di naufragio e il pericolo derivante da un respingimento in un luogo non sicuro, con conseguente rischio per le persone di trattamenti inumani». È uno snodo cruciale della motivazione, che merita di essere riportato per esteso: «Ciò che rileva nel caso in esame non è il pericolo di naufragio, cioè il pericolo derivante da una situazione che, al momento in cui la condotta fu compiuta, aveva cessato di essere attuale per effetto dei soccorsi, quanto, piuttosto, la diversa situazione di pericolo derivante dal respingimento verso la Libia, per evitare la quale gli imputati tennero i contegni aggressivi a loro rimproverati».

Una volta constatata l’insostenibilità della ricostruzione operata dalla sentenza impugnata, la Corte individua i tre passaggi logici che la Corte d’appello avrebbe dovuto compiere, e non ha compiuto, per valutare la sussistenza della scriminante, cioè verificare se : «a) il respingimento verso la Libia causò una situazione di “pericolo di offesa ingiusta”; b) i migranti, in particolare, fossero titolari di un diritto a non essere respinti verso un Paese in cui sarebbero stati esposti al pericolo di torture e trattamenti inumani e degradanti; c) se fosse legittima una loro reazione».

Per quanto riguarda il fondamento giuridico del diritto al non respingimento, rispetto al quale i giudici palermitani si erano espressi in modo ambiguo e perplesso, la Cassazione ne ripercorre i tratti salienti, a partire dalla sua configurazione nella fondamentale decisione Hirsi della Corte EDU del 2012 (che, come si ricorderà, aveva condannato l’Italia proprio per un caso di respingimento di migranti verso le coste libiche da cui provenivano); decisione che viene ampiamente ripresa anche in relazione al problema del fondamento della giurisdizione italiana rispetto a ipotesi di soccorsi avvenuti in acque internazionali. La Libia, ribadisce poi la Cassazione, non può considerarsi un luogo sicuro, e non inficia in alcun modo tale considerazione la circostanza che l’Italia abbia sottoscritto con tale Paese nel 2017 un memorandum d’intesa in materia di immigrazione. La Cassazione individua ulteriori punti deboli della decisione impugnata, e conclude con parole molto severe: «una sentenza, quella impugnata, viziata sul piano della motivazione e nell’applicazione della legge penale in ordine ad entrambe le imputazioni, ai temi fondanti relativi alla oggettiva configurabilità dei reati contestati, alla responsabilità degli imputati. Dunque, una sentenza che deve essere annullata senza rinvio perché i fatti non sussistono».

L’argomento centrale utilizzato dalla sentenza d’appello per negare la legittima difesa stava – come si è detto – nell’asserita mancanza del requisito della non volontaria causazione del pericolo, e proprio sull’inconsistenza di tale argomento si è concentrata l’attenzione della Cassazione. Il ragionamento dei giudici palermitani è insostenibile in primo luogo perché è priva di qualsivoglia riscontro probatorio la ricostruzione del fatto posta a suo fondamento, per cui gli imputati sarebbero stati corresponsabili insieme agli scafisti dell’organizzazione del viaggio, ed avrebbero volontariamente creato il pericolo di naufragio al fine di essere soccorsi ed arrivare irregolarmente in Italia sulle navi dei soccorritori. Proprio questo aspetto di totale carenza probatoria, in più passaggi messo in luce dalla Cassazione, è particolarmente significativo del fortissimo pregiudizio ideologico che stava alla base della decisione riformata. La Corte d’appello ritiene accertato un fatto (la collusione tra i migranti-imputati e gli esponenti delle bande criminali che gestiscono i viaggi dalla Libia) che neppure è mai stato oggetto di indagine, perché evidentemente il suo pregiudizio nei confronti di chi intraprende il viaggio dalla Libia è talmente radicato, da farle ritenere come un dato di comune esperienza che migranti e scafisti agiscano di concerto per realizzare l’arrivo di stranieri irregolari in Italia. La tesi politica e mediatica che esige l’impiego di ogni mezzo per fermare gli sbarchi dalla Libia prende il sopravvento su un’analisi rigorosa dei fatti (nella loro cornice generale come nella specificità del caso concreto), e i migranti nella sentenza d’appello diventano ex abrupto complici degli scafisti, che si oppongono alle legittime richieste delle autorità libiche.

Anche la cornice giuridica entro cui la sentenza d’appello inquadra la presunta cointeressenza tra imputati e scafisti non sfugge alla censura della Cassazione che sottolinea l’errore consistente nel confondere il pericolo di naufragio e il pericolo di respingimento (rispetto al quale l’eventuale accordo con gli scafisti non avrebbe comunque fatto venir meno il carattere non volontario). In effetti, la soluzione di negare il carattere involontario del pericolo costituiva un’evidente forzatura logica, in quanto presupponeva l’individuazione di un pericolo palesemente diverso da quello al quale si erano opposti gli imputati. Tale escamotage era tuttavia il solo che consentisse alla Corte d’appello di negare la legittima difesa, e condannare l’imputato, senza ammettere esplicitamente il vero presupposto logico della decisione, cioè la legittimità dei respingimenti verso la Libia (presupposto insostenibile posto che la Guardia costiera libica, ai cui ordini si erano ribellati gli imputati, è sotto inchiesta presso la Corte penale internazionale per i crimini perpetrati nei confronti dei migranti che transitano dalla Libia e le tragiche condizioni dei campi di detenzione per migranti in Libia sono oggetto di infiniti rapporti di ONG ed istituzioni internazionali, e accertate anche in decisioni definitive delle nostre giurisdizioni penali). Anche rispetto a tale questione le parole della Cassazione sono chiarissime. La Libia non è un porto sicuro per i migranti, ed è contrario al rispetto dei diritti fondamentali operare respingimenti verso tale Paese: dopo questa esplicita ed inequivocabile presa di posizione dei giudici supremi, è lecito augurarsi che in futuro non debbano più registrarsi decisioni che, in modo più o meno esplicito, pongano in discussione tale assunto.

Una più ampia versione dell’articolo può leggersi nel sito sistemapenale.it (https://www.sistemapenale.it/it/scheda/masera-cassazione-legittima-difesa-per-migranti-che-si-erano-opposti-al-respingimento-verso-libia)


Salvini, la “difesa della Patria” e lo Stato di diritto

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Tra i diversi argomenti che il senatore Salvini ha addotto per contestare il suo rinvio a giudizio da parte del GUP di Palermo per il delitto di sequestro di persona conseguente al rifiuto di consentire l’approdo a Lampedusa della nave Open Arms con a bordo 147 migranti soccorsi in mare, quello sicuramente più ricorrente è la difesa della Patria. «Non ho nulla da temere – ha ripetuto in ogni occasione l’ex-ministro – perché ho compiuto i fatti che mi vengono contestati per proteggere i confini nazionali da sbarchi incontrollati di stranieri irregolari sulle nostre coste, e nessun giudice quindi può condannarmi perché non ho agito in vista di un interesse personale, ma per proteggere un interesse dello Stato, esercitando il “sacro dovere del cittadino” di “difesa della Patria” sancito dall’articolo 52 della Costituzione». La richiesta di rinvio a giudizio sarebbe dunque, secondo Salvini, l’ennesimo esempio della volontà della magistratura di sindacare scelte che spettano solo alla politica, in violazione del principio di separazione dei poteri. L’argomento, con i toni e la terminologia che richiede la sede giudiziaria, era stato avanzato pochi giorni prima anche dall’avv. Buongiorno a sostegno della richiesta di non luogo a procedere nel procedimento per fatti simili in corso a Catania: secondo quanto riportato dai giornali, la tesi prospettata sarebbe stata che il principio della separazione dei poteri impedisce al giudice penale «di sindacare l’operato di un ministro impegnato a difendere l’ordine pubblico e a fare rispettare le regole di accesso al territorio da parte degli stranieri».

Non entro nel merito della fondatezza, fattuale e giuridica, delle accuse mosse a Salvini, che saranno oggetto di analisi nel procedimento che si aprirà a settembre a Palermo. La riflessione che voglio fare è su quello che considero l’aspetto più pericoloso, anche se non il più evidente, dell’argomento difensivo di Salvini: argomento che, se non viene fatto emergere e contrastato con chiarezza, rischia di lasciare tracce velenose nel dibattito pubblico. L’idea che si sta veicolando, in modo più o meno surrettizio, è, infatti, che un ministro, se lo ritiene necessario per il perseguimento di un interesse dello Stato, può violare la legge penale, e ledere i diritti fondamentali delle persone, senza poter essere chiamato a risponderne in sede giudiziaria, perché ciò comporterebbe un’indebita invasione della magistratura nelle prerogative del potere politico.

L’assunto, per quanto problematico nella logica di uno Stato di diritto, non è, in linea generale, sfornito di un qualche fondamento nella nostra legislazione. L’articolo 96 della Costituzione, infatti, prevede che, per i fatti commessi nell’esercizio delle loro funzioni, i ministri possono essere perseguiti dall’autorità giudiziaria penale solo previa autorizzazione a procedere del ramo del Parlamento competente. Il nostro sistema quindi concede ai ministri la possibilità di violare la legge penale e di rimanere impuniti, se il Parlamento ritiene che essi abbiano agito per un «preminente interesse pubblico» (secondo la formula della legge costituzionale del 1989 che disciplina la responsabilità penale dei ministri). Si tratta di una scelta molto discutibile, ma non è questo il tema che ora interessa. Quel che non è in alcun modo discutibile, alla luce della normativa vigente, è che la decisione politica circa l’autorizzazione a procedere è di esclusiva competenza del Parlamento e che di essa la magistratura non può che prendere atto. Quando però l’autorizzazione viene concessa, il ministro torna ad essere, di fronte ai giudici penali, un cittadino come gli altri, e deve essere giudicato secondo le categorie generali del diritto penale. È quanto accaduto nel caso specifico avendo il Senato autorizzato i giudici a procedere nei confronti di Salvini in relazione alle vicende oggetto dei procedimenti in corso a Catania e Palermo (mentre l’autorizzazione è stata negata con riferimento al caso Diciotti, deciso quando il ministro era in carica e aveva il sostegno della maggioranza parlamentare).

Ecco allora che l’argomento secondo cui il ministro avrebbe agito per il bene del Paese, se poteva essere legittimamente speso nel dibattito in Senato riguardo alla decisione se concedere l’autorizzazione, non può in alcun modo risultare decisivo davanti ai giudici penali. Decisivo sarà verificare se la condotta del Ministro abbia violato la legge penale, e quindi se, nel caso concreto, vi sia stato o meno un sequestro di persona; così come decisivo sarà verificare se la scelta di negare lo sbarco fosse o meno consentita dalla normativa nazionale e internazionale sulla gestione dei soccorsi in mare. Se però dal processo emergerà che i fatti sono qualificabili come sequestro, e non è stata rispettata la legge, l’argomento della finalità per cui il ministro ha agito potrà al più rilevare per riconoscere la circostanza attenuante dei motivi di particolare valore sociale, ma certo non potrà condurre alla sua assoluzione. Si tratta di un principio basilare in uno Stato di diritto. Tutti i pubblici agenti, anche nel perseguimento di finalità di interesse generale, sono tenuti al rispetto della legge, e nel caso in cui non la rispettino, devono risponderne davanti ad un giudice. Se viene meno questo principio, e si accetta nel dibattito pubblico l’idea che i ministri o i pubblici agenti possono non rispettare le norme del codice penale, purché agiscano per l’interesse dello Stato, vengono meno le fondamenta di uno Stato democratico.

L’invocazione da parte del senatore Salvini dell’articolo 52 Costituzione e del dovere di difendere la Patria è del tutto strumentale a fronte di una scelta, quella di impedire lo sbarco di qualche decina di migranti soccorsi in mare, che nulla aveva a che vedere con il dovere sancito dalla Costituzione, e rispondeva piuttosto, in maniera evidente, a logiche di mera propaganda politica. Ma c’è di più. Quel che non deve passare, neanche implicitamente, è il messaggio secondo cui, se le esigenze di tutela della Patria fossero state davvero sussistenti, allora il ministro potrebbe legittimamente invocarle davanti a un giudice. In uno Stato di diritto non può essere così, perché le azioni dei pubblici poteri devono rimanere comunque nell’ambito della legalità, quali che siano le finalità, in ipotesi anche condivisibili, che muovono i singoli agenti. Altrimenti, domani potremmo trovarci davanti a un ministro che, per sventare la minaccia di un attacco terroristico, ordina di fare ricorso alla tortura, e ritiene di poterlo fare, perché il suo operato, finalizzato a un interesse pubblico, è sottratto al controllo dell’autorità giudiziaria.

Per questo nel processo di Palermo è in gioco non solo la valutazione della legittimità della “politica dei porti chiusi” dell’ex-ministro Salvini, ma la stessa tenuta del principio di legalità dell’azione dei pubblici poteri. Il senatore Salvini può affermare in ogni dove che il suo animo è tranquillo perché ha perseguito l’interesse generale. Ma deve essere chiaro a tutti che per un giudice penale questo argomento non è decisivo e che proprio la sua irrilevanza nelle aule di giustizia è la garanzia che ci troviamo in uno Stato di diritto, e non in uno Stato autocratico, dove ai vertici dell’amministrazione è permesso, in nome di un presunto interesse generale, di violare la legge senza che alcun giudice possa chiederne conto.


Salvini, i limiti della politica, i compiti della giurisdizione

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1.

Il Senato ha, dunque, concesso l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Salvini richiesta dal Tribunale di Catania per il reato di sequestro di persona dei migranti trattenuti a fine luglio scorso sulla nave Gregoretti. Depurata dai profili di pura tattica politica, come le oscillazioni sul voto dello stesso Salvini e del suo partito, la vicenda presenta un particolare interesse per il diverso esito rispetto a quello della nave Diciotti, a cui pure lo accomunano molte somiglianze, trattandosi sempre della decisione del Ministro dell’interno di vietare lo sbarco di migranti soccorsi in acque internazionali da navi della nostra Marina militare, costringendo gli stessi e i militari ad aspettare per giorni attraccati nei porti (vedi https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/08/03/punire-i-giudici-o-i-marinai/). Il diverso esito è stato determinato dal cambio di orientamento dei senatori del M5S.

2.

L’argomento che i senatori del M5S hanno ritenuto decisivo per giustificare il mutamento di opinione riguarda la circostanza che nel caso Gregoretti il Governo, e in particolare il Presidente del Consiglio, non avrebbero condiviso la decisione del Ministro dell’interno, che avrebbe agito in piena e rivendicata autonomia. È un punto risultato centrale nel dibattito in Senato, con i senatori della Lega, di FI e di FdI a fornire elementi da cui si sarebbe desunta la condivisione del divieto di sbarco da parte del Presidente Conte, e molti senatori del M5S a controbattere che la decisione di non far sbarcare i migranti era addebitabile soltanto a Salvini.
Questa impostazione del problema, peraltro, è sbagliata in radice. Se anche la condotta del Ministro dell’interno fosse stata condivisa dal Presidente del consiglio e da altri ministri, non per questo il Senato avrebbe dovuto negare l’autorizzazione a procedere. Se mai, il problema è quello della eventuale correità degli altri esponenti del governo, ma la decisione circa i soggetti da sottoporre a indagine spetta all’autorità giudiziaria, e non è sulla responsabilità di Conte o di altri ministri, ma su quella di Salvini, che il Senato doveva esprimersi.
Secondo quanto dispone la legge costituzionale del 1989 che regola la responsabilità penale dei ministri, l’unica ragione per cui il Parlamento può negare l’autorizzazione a procedere è il perseguimento da parte del Ministro di un «interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o di un preminente interesse pubblico». Se tale interesse non sussiste, il fatto che la condotta illecita del ministro sia condivisa da tutto il Governo può comportare il concorso degli altri componenti il Governo, ma non il proscioglimento del ministro che ha tenuto tale condotta.
Il punto decisivo sta quindi nel definire quale fosse, e se vi fosse, l’interesse pubblico che aveva giustificato il divieto di sbarco, e se tale interesse fosse di importanza tale da giustificare la privazione di libertà dei migranti disposta dal ministro. Nel caso Diciotti la relazione del Presidente della Giunta per le immunità, senatore Gasparri, approvata grazie ai voti del M5S, aveva in sostanza affermato che, per il diniego dell’autorizzazione a procedere, era sufficiente la dichiarazione del ministro di avere agito per la difesa dei confini e che il diritto alla libertà personale poteva essere sacrificato in vista delle tutela di tale interesse. Nel caso Gregoretti, invece, diversi senatori del M5S hanno sostenuto che le condizioni siano cambiate, sia perché in sede europea era stato raggiunto un accordo informale sulla redistribuzione dei migranti soccorsi (e dunque non sussistevano più le finalità di pressione sulle autorità europee che avevano giustificato il divieto di sbarco nel caso Diciotti) sia perché, come notato dallo stesso Tribunale di Catania, la nave Gregoretti era molto più piccola della Diciotti, e la condizione di sovraffollamento che si era venuta a creare su di essa aveva esposto i migranti, costretti a dormire per giorni sul ponte della nave, a gravi pericoli per la salute.
Non sono argomenti trascurabili, anche se la dissociazione da quanto affermato nel caso Diciotti avrebbe potuto essere molto più netta. In quell’occasione il Senato aveva affermato che, per tutelare un interesse pubblico, si può procedere al sequestro di persona, anche se la libertà personale è un diritto dichiarato inviolabile dall’art. 13 della Costituzione: la ragion di Stato prevale, cioè, sul rispetto dei diritti fondamentali (tranne – aveva concesso la relazione Gasparri – che su quello alla vita). Ora i senatori del M5S hanno affermato che nel caso Gregoretti è stata esposta a pericolo anche la salute dei migranti, e quindi l’interesse pubblico non può più essere ritenuto prevalente; ma non chiariscono se, qualora la nave fosse stata più grande e meno estreme le condizioni di disagio, l’illegittima privazione di libertà dei migranti sarebbe stata anche in questo caso soccombente.
Sul punto le relazioni di minoranza dei sen. Grasso e De Falco nel caso Diciotti erano state molto chiare. In esse si precisava che il meccanismo previsto per i reati dei ministri prevede che il Parlamento possa negare l’autorizzazione per fatti del ministro contrari alla legge quando essi sono stati compiuti per un prevalente interesse pubblico, ma in un sistema democratico ci sono dei limiti alla possibilità per il ministro di commettere dei reati invocando la ragion di Stato e tali limiti sono costituiti dai reati che offendono i diritti fondamentali della persona. Infatti – si continuava – la legge del 2007 che disciplina l’attività dei servizi segreti prevede che il Presidente del Consiglio possa, a tutela della sicurezza nazionale, autorizzare la commissione di reati da parte degli agenti dei servizi, ma per nessuna ragione possono essere autorizzati delitti che offendono i diritti della persona (tra cui, ovviamente, la libertà personale). Sarebbe stato logico – avevano sostenuto i due senatori nel dibattito sulla Diciotti – che tali limiti valessero anche per i reati commessi dai ministri, non vedendosi ragione per attribuire loro spazi di immunità superiori a quelli di cui dispone il Presidente del Consiglio a tutela della sicurezza nazionale.
Fissare i limiti che non possono in alcun caso essere superati dall’autorità politica è un tema cruciale per definire il volto del nostro sistema democratico, e proprio i casi Diciotti e Gregoretti mostrano come le opinioni siano spesso confuse, e comunque tra loro molto diverse. Fissare tali limiti – deve essere ben chiaro – non significa attribuire impropriamente alla magistratura un potere di controllo politico sulle decisioni del Governo, che spetta solo agli elettori. Nel nostro sistema costituzionale, che eleva la tutela dei diritti fondamentali della persona a fondamento dell’intero ordinamento giuridico, è impensabile che la maggioranza parlamentare possa autorizzare, anche per legittime finalità politiche, la violazione di diritti fondamentali della persona, perché ciò significherebbe sovvertire la stessa logica fondante il nostro sistema di valori. In ipotesi del genere, consentire alla magistratura di accertare le responsabilità penali delle violazioni non significa spogliare il Parlamento e il Governo delle loro attribuzioni, ma richiamarli al dovere di esercitare i loro poteri in modo conforme al quadro costituzionale. Nel caso Diciotti erano state approvate dalla maggioranza conclusioni molto pericolose per uno Stato di diritto, consentendo di privare della libertà le persone per scopi politici. Oggi l’autorizzazione viene concessa, ma ancora non è stata fatta chiarezza su dove si collochino i limiti invalicabili anche per il Presidente del Consiglio e per i ministri.

3.

I prossimi sviluppi della vicenda sono al momento incerti.
Ricevuta l’autorizzazione a procedere dal Senato, il Tribunale dei ministri deve trasmettere gli atti alla Procura di Catania, la quale – secondo un orientamento costante della giurisprudenza a partire da una sentenza della Corte costituzionale del 2002 – opererà secondo le vie ordinarie, chiedendo al Giudice per l’udienza preliminare l’archiviazione o il rinvio a giudizio del Ministro. Le cose si complicano perché la Procura di Catania aveva chiesto al Tribunale dei ministri, come nel caso Diciotti, l’archiviazione del procedimento, ritenendo che la condotta del Ministro non costituisse alcun reato, ed era stato il Tribunale dei ministri, di avviso contrario alla Procura, a chiedere l’autorizzazione. Ora, o la Procura cambia opinione, convenendo con le ragioni del Tribunale dei ministri, e chiede il rinvio a giudizio; oppure, se insiste nella richiesta di archiviazione, starà al GUP decidere se accoglierla oppure disporre con imputazione coatta il giudizio nei confronti del Ministro. In quest’ultima eventualità, ci si troverà nella situazione di un procedimento in cui a sostenere la pubblica accusa sarà un ufficio che in più occasioni ha espresso la propria valutazione circa l’infondatezza di tale accusa: una situazione non eccezionale nel nostro ordinamento (pensiamo al recente caso Cappato, in cui si era verificata la stessa situazione) ma che è sicuramente poco funzionale alla migliore conduzione del processo.

4.

Allargando lo sguardo a procedimenti analoghi, nelle prossime settimane il Senato dovrà decidere sulla richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal Tribunale dei ministri di Palermo sempre nei confronti di Salvini e sempre per sequestro di persona (e rifiuto di atti d’ufficio) per il caso del divieto di sbarco disposto nei confronti della nave Open Arms, nei giorni della crisi di governo agostana. Il caso è per alcuni aspetti importanti diverso dai precedenti (in particolare perché la nave era straniera e non italiana, e perché in questo caso il presidente Conte aveva esplicitato in maniera chiara la propria dissociazione dalla decisione del ministro), ma la sostanza dei problemi non cambia di molto e, stanti gli attuali equilibri parlamentari, è probabile che anche per Open Arms l’autorizzazione venga concessa.
Vedremo nei prossimi mesi quali saranno gli sviluppi delle azioni giudiziarie intraprese nei confronti di Salvini.
Se davvero si andrà a processo, davanti a un tribunale la difesa dell’ex-ministro, che ripete di avere agito per la difesa dei confini della nazione, sarà ben poco efficace. Questo argomento poteva valere per chiedere in Senato che venisse negata l’autorizzazione a procedere, ma nella fase successiva di fronte all’autorità giudiziaria è del tutto irrilevante. Ciò che i giudici dovranno accertare, infatti, è se la privazione di libertà cui sono stati sottoposti i migranti era conforme alla normativa interna e al diritto internazionale o se il divieto di sbarco era illegittimo. In quest’ultimo caso, poco importeranno le ragioni per cui il ministro l’ha disposto: una volta che il Parlamento ha concesso l’autorizzazione, i criteri per valutare l’operato dei ministri sono uguali a quelli che si usano per tutti gli indagati, e secondo i principi generali del diritto penale nessuna ragione politica può giustificare il compimento di un fatto antigiuridico.
Quando i giudici, ricevuta l’autorizzazione dal Parlamento, procedono a processare un ministro per un reato compiuto nell’esercizio delle sue funzioni, non stanno realizzando – conviene ripeterlo – un’invasione di campo, ma stanno svolgendo il proprio dovere istituzionale di richiamare anche i più altri vertici dello Stato al rispetto della legge, che non può essere violata per il perseguimento di pur legittime finalità politiche.
A prescindere da come si concluderà il processo nei confronti di Salvini (se un processo si farà), è dunque importante che non si diffonda nell’opinione pubblica l’idea pericolosissima – e da tante voci sostenuta in Senato – per cui la separazione dei poteri comporta che la magistratura debba astenersi dal giudicare ogni condotta dei ministri, anche se penalmente illecita, quando essa è compiuta per finalità politiche. Se così fosse, sarebbe la fine dello Stato di diritto, che trova nella tutela dei diritti fondamentali la sua ragione più profonda. Il fatto che un ministro vada a processo per azioni illegali compiute nell’esercizio delle sue funzioni serve quanto meno a chiarire anche per il futuro che la realizzazione di ogni programma politico deve svolgersi entro la cornice di principi e valori del nostro sistema costituzionale: un messaggio che, in questo momento storico, è quanto mai importante non dimenticare.


Il Tribunale di Trapani e la legittima difesa dei migranti

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Sono state depositate la scorsa settimana (nel quasi totale silenzio dei media) le motivazioni di una importante sentenza del Tribunale di Trapani (23 maggio – 3 giugno 2019), che ha deciso in ordine alla nota vicenda dei migranti che nel luglio 2018 si erano opposti con la minaccia dell’uso della forza al loro rimpatrio in Libia da parte della nave commerciale italiana (la Vos Thalassa) che li aveva soccorsi, costringendo il capitano della stessa a invertire la rotta e condurli verso le coste italiane.

Nell’immediatezza della vicenda, quando i migranti ancora non erano sbarcati sulle nostre coste, il Ministro dell’interno e quello delle infrastrutture avevano fatto a gara nell’invocare nei confronti dei migranti che si erano ribellati la massima durezza, augurandosi che “scendessero in manette” dalla nave e “finissero in galera”. La decisione del Tribunale smentisce in maniera che non potrebbe essere più netta l’auspicio degli autorevoli membri del Governo, stabilendo che i migranti avevano il diritto di ribellarsi contro la decisione di rimandarli in Libia, e possono dunque invocare la legittima difesa in relazione alle minacce esercitate nei confronti dell’equipaggio della nave per costringere il capitano a invertire la rotta e portarli in Italia.  

1.

Al netto dei tecnicismi, il ragionamento del Tribunale è molto semplice. Il diritto internazionale prevede in capo a tutte le imbarcazioni l’obbligo di salvare chiunque si trovi in situazione di difficoltà in mare, e prevede altresì per le autorità che gestiscono i soccorsi l’obbligo di individuare un “porto sicuro” ove sbarcare i soccorsi. Posto che la Libia, in ragione delle ben note atrocità cui sono sottoposti i migranti trattenuti nei centri di detenzione, non può essere considerata un porto sicuro ai sensi del diritto internazionale, i migranti non possono essere respinti verso la Libia, avendo essi il diritto a essere sbarcati in un luogo ove non siano esposti al rischio di torture e violenze. Di fronte dunque alla prospettiva che il capitano della nave li riportasse in Libia, – obbedendo a quanto ordinatogli dalla Guardia costiera libica, di concerto con le autorità italiane, – i migranti a bordo della Vos Thalassa avevano il diritto di opporsi con la forza a tale decisione, e le condotte delittuose a essi contestate devono essere considerate coperte dalla legittima difesa.

Vi è dunque, nelle motivazioni del Tribunale, un totale ribaltamento di prospettiva rispetto alle incaute dichiarazioni rese dai ministri. Non solo i migranti non hanno commesso nessun reato perché era loro diritto ribellarsi, ma sono le autorità (libiche e italiane) ad aver tenuto una condotta illecita, ingiungendo al comandante della nave di fare rotta verso la Libia. È la stessa logica della legittima difesa a imporre queste conclusioni: se viene riconosciuta tale scriminante, significa che il soggetto ha reagito a un’aggressione ai propri diritti, e in questo caso l’aggressione proveniva proprio da quelle stesse autorità, che invocavano le manette e il carcere nei confronti dei migranti.

La decisione non si limita quindi ad assolvere i migranti che si erano ribellati, ma contiene una durissima bocciatura delle politiche governative in materia di soccorsi in mare. Il Tribunale sul punto è esplicito. Il memorandum d’intesa siglato con le autorità libiche dal Governo Gentiloni nel 2017, sulla cui base le autorità marittime italiane cooperano con quelle libiche affinché sia la Guardia costiera libica a intervenire a soccorrere e riportare in Libia i migranti in difficoltà in mare, è radicalmente illegittimo, perché contrasta con il diritto internazionale consuetudinario e pattizio, che impone di riportare le persone soccorse in un luogo ove esse non siano esposte al rischio di torture e violenze, e di conseguenza impedisce il loro rinvio verso destinazioni ove esse siano esposte a tali rischi. Nel caso specifico, il Tribunale ritiene che il comandante della nave, avendo obbedito a un ordine che riteneva legittimo, non debba rispondere di alcun reato in relazione al suo tentativo di riportare i migranti in Libia; ma la sentenza è chiarissima nell’affermare che tale tentativo configurava una “offesa ingiusta” ai diritti dei migranti, e proprio per tale ragione sono legittime le condotte minacciose con cui i migranti vi si sono opposti.

2.

Proprio tali considerazioni, relative all’illegittimità di ogni forma di respingimento anche indiretto dei migranti verso la Libia, forniscono una inedita chiave di lettura della politica dei “porti chiusi” praticata dall’attuale Governo, che ha visto negli ultimi giorni nuovi e preoccupanti sviluppi. Nell’ultima vicenda della nave Seawatch, bloccata da giorni a poche miglia da Lampedusa perché il Ministero dell’interno le ha vietato l’ingresso nelle acque territoriali italiane, si registra un importante elemento di novità rispetto alle passate vicende di divieti di sbarco alle navi dei soccorritori. Nella vicenda ancora in corso, infatti, il Ministro ha specificato che la Seawatch avrebbe dovuto obbedire alle indicazioni fornite dalle autorità libiche, che avevano indicato come porto sicuro quello di Tripoli, e proprio per questa inottemperanza viene ora impedito l’ingresso nelle acque italiane.

I princìpi affermati dalla sentenza di Trapani ci dicono in modo inequivocabile che, nella vicenda Seawatch, non è l’equipaggio ad avere commesso un illecito, rifiutandosi di riportare i naufraghi in Libia; è piuttosto il Ministro dell’interno, nel rimproverare alla Seawatch di non avere obbedito all’ordine delle autorità libiche, a incitare alla commissione di un reato, posto che secondo il diritto internazionale la Libia non è un porto sicuro per i migranti, e ogni condotta che conduca a riportare contro la loro volontà i naufraghi in Libia costituisce un fatto illecito, contro il quale i migranti hanno diritto a ribellarsi. Se, per assurdo, il comandante della Seawatch decidesse di dare seguito ai desiderata del nostro Ministro dell’interno, facendo rotta verso la Libia, i migranti avrebbero diritto a prendere con la forza il comando della nave e a dirigerla verso le coste italiane, che rappresentano il porto sicuro più vicino.

Il punto decisivo è proprio l’illegittimità dei respingimenti verso la Libia. Da più parti ormai si pone l’attenzione sulle responsabilità (anche penali) in cui possono incorrere le autorità italiane per le loro politiche di cooperazione con la Guardia costiera libica, che risulta da tempo sotto indagine dalla Procura presso la Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità in relazione proprio alla gestione dei soccorsi e dei campi di detenzione ove vengono rinchiusi i migranti. Diversi documenti del Tribunale permanente dei popoli hanno evidenziato le molteplici forme di complicità delle autorità italiane ed europee rispetto alle morti in mare e alle atrocità dei centri di detenzione libici; ed è di pochi giorni fa la presentazione da parte di un gruppo di avvocati francesi alla Procura presso la Corte penale internazionale di una circostanziata denuncia, ove si specificano le ragioni fattuali e normative per cui sarebbe ipotizzabile una responsabilità per complicità in crimini contro l’umanità in capo alle massime autorità politiche italiane ed europee, in ragione del loro deliberato sostegno alla autorità libiche che gestiscono i centri di detenzione (e tortura) in Libia.  

Bisognerebbe, allora, riuscire a ribaltare il modo in cui i media e il dibattito politico affrontano la questione dei porti chiusi. Il problema non è affatto, come nella retorica del Ministro dell’interno, che le navi che soccorrono in mare e non riportano in Libia i naufraghi commettono dei reati, e sono complici dei trafficanti. Il problema, ci dice la sentenza di Trapani, è proprio l’inverso: sono le autorità italiane, che se collaborano con quelle libiche nel riportare indietro i migranti, commettono dei reati, e sono complici dei criminali che torturano e uccidono nei campi libici. Ormai l’opinione pubblica sembra essersi abituata al fatto che Italia ed Europa facciano il possibile perché i migranti dalla Libia non arrivino sulle nostre coste, e a questo fine collaborino con denaro, mezzi e formazione con la Guardia costiera libica, benché questa risulti formalmente indagata per crimini contro l’umanità. Per rompere questa tragica apatia, bisogna ricordare con forza che il consenso che una certa politica riscuote in un certo momento storico non significa che, se tale politica comporta la commissione di crimini e di violazioni dei diritti fondamentali, coloro che ne sono responsabili possano in un futuro essere chiamati a risponderne, anche in sede penale.

Proprio questo è a ben vedere il messaggio che si legge in filigrana nella decisione trapanese. Le politiche dei nostri Governi costituiscono delle aggressioni ai diritti riconosciuti ai naufraghi e ai migranti dal diritto internazionale, al punto che è legittimo opporvisi anche con la forza. Con questa decisione la magistratura dà indicazioni chiare su quali sono i limiti che il diritto internazionale impone di rispettare quando sono in gioco i diritti fondamentali delle persone; ma il nostro Ministero dell’interno non pare al momento in alcun modo intenzionato a tenerne conto.