Elogio della speranza

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«Le speranze sono i sogni di coloro che sono svegli» scriveva Pindaro nel 518 a. C. Ecco, io credo che la sinistra abbia perso di vista questa molla universale dei sentimenti, che ci spinge a metterci in gioco e a dare credito alla politica, per costruire un futuro migliore da lasciare a chi ci sta intorno e a chi verrà dopo di noi. Eppure, senza l’utopia che alimenta la speranza non si va da nessuna parte. Con l’utopia lontana e la speranza inesistente, l’impotenza sfocia nella rabbia che divampa incontrollata ma poi si spegne e arrivano sconforto, disimpegno, nichilismo. Da tempo sembra essersi affermato ovunque un generale senso di ripiegamento sulle necessità sempre più impellenti del vivere quotidiano con un progressivo abbandono dell’interesse per il voto e la vita pubblica. E le ultime due leggi elettorali (il Porcellum, a fatica abolito, e il Rosatellum, subito riproposto), che costringono gli elettori a optare per il candidato fisso imposto dai partiti e sono poco rispettose delle istanze di rappresentatività, contribuiscono a ingenerare nei cittadini un senso di sfiducia verso il voto e le istituzioni. Per fortuna in questo deserto di partecipazione, alcuni giovani, con tenacia verso il senso del bene comune e senza mai perdersi d’animo, hanno portato avanti le battaglie sui temi che stavano loro più a cuore, in particolare la difesa dei diritti civili, dell’ambiente e della pace.

Vi sono passaggi obbligati da seguire quando si affronta un problema e il mantenimento della democrazia in tutte le sue sfaccettature è l’eterno tema da affrontare e risolvere per ogni cittadino che creda nei valori fondanti della Costituzione. L’analisi serve per capire, la sintesi per avere ben chiari i punti fermi e i passaggi salienti, la capacità critica per mettere a fuoco in un’ottica illuminata, i collegamenti per individuare e creare relazioni, ma chi vuole intraprendere un cammino di sviluppo democratico deve essere spinto dall’utopia e sorretto dalla fiducia nel futuro, data dalla Speranza. Se uno pensa ai giovani partigiani/e che con passione e altruismo hanno dato la vita per costruire un futuro migliore, sa di non poter prescindere dalla speranza che li animava. Erano tempi bui; eppure, quei ragazzi e quelle ragazze che stavano lottando con gravissimi rischi contro l’orrore del fascismo e del nazismo, hanno coltivato la speranza con pazienza, tenacia e convinzione e hanno vinto sapendo trovare nelle posizioni differenti quello che univa, nel nome dell’utopia dell’Italia Repubblicana.

Assieme alla Speranza, base della passione politica, c’è l’aspirazione alla gioia, presente in particolare nelle generazioni più giovani. Alla base dei grandi movimenti del ‘68, che hanno dato un enorme impulso al cambiamento delle società occidentali, c’era la critica a un mondo inadeguato e agli stili di vita di fine ‘900, ma c’era anche un grandissimo entusiasmo. In tutte le fasce d’età e in tutti gli ordini di scuola, anche allora spiccava il bisogno di pace e c’era l’anelito a partecipare a un grande progetto fatto di momenti di confronto e costruzione, ma anche conviviali, solidali, gioiosi, pieni di speranza verso futuro.

Oggi i ragazzi e le ragazze di Friday for future, di Extinction rebellion e di numerose associazioni ambientaliste simili di tutto il pianeta sono consapevoli che un’economia predatoria ed energivora come quella attuale può mettere in grave pericolo, oltre al clima, il loro futuro e la stessa sopravvivenza del genere umano. Spesso ispirati dai popoli nativi, essi credono nell’utopia di costruire un mondo sostenibile, per il bene proprio e delle generazioni future e solo la Speranza li sostiene nel mettere a rischio la propria incolumità. Ma la presentazione dei dati che contengono una critica puntuale e dettagliata delle ingiustizie sociali e delle incongruenze non può, da sola, smuovere le coscienze: è una comunicazione troppo riduttiva e monca poiché si rivolge solo alla nostra parte razionale e spesso manca di empatia verso le intuizioni dei giovani. Per coinvolgere in un progetto di rinascita del paese, occorre arrivare al cuore della gente, smuovere la passione di tutte le generazioni.

Anche il linguaggio è importante. Chi usa termini criptici e altisonanti manca di rispetto verso gli altri. Non si tratta di parlare per slogan ma ci vuole una visione etica per confrontarsi sui complessi temi della politica, con parole semplici e dati obiettivi esposti in modo empatico verso chi ascolta, con rispetto verso i temi/problemi più sentiti. Solo così si toccano la mente e il cuore degli interlocutori e li si coinvolge emotivamente. Ci vuole, inoltre, una visione globale che si elevi sopra miopi scaramucce di partito e che tenga conto dei reali bisogni delle generazioni future, bisogni di cui molti giovani sono ben consapevoli. Solo così li si può coinvolgere appassionandoli di nuovo alla politica. Tutte le battaglie per il Bene comune e per uno sviluppo sostenibile, che garantisca risorse adeguate, una buona qualità di vita, l’avverarsi di un sogno di felicità, sono state portate avanti da giovani sorretti da un forte entusiasmo utopico, ancorato al pensiero di grandi vecchi visionari che da sempre hanno lottato e lottano per un’idea di futuro aperta, dinamica, inclusiva e collaborativa.

È arrivata l’ora che la sinistra esca dal ripiegamento su sé stessa e riprenda in mano l’utopia di un mondo più giusto dove le grandi ricchezze accumulate vengano distribuite equamente, arrivando anche a coloro che con il lavoro queste ricchezze hanno costruito. È arrivata l’ora che la sinistra si faccia portavoce dei diritti delle generazioni future, entrati nelle costituzioni di tutta Europa sulla scia dell’Agenda ONU 2030. Quello di oggi non è il migliore dei mondi possibili, ma solo pensando che sia migliorabile si può partecipare alla vita sociale e politica del paese. Solo a quel punto, invece di inseguire il miraggio dei facili guadagni, costi quel che costi alla comunità che ci sta intorno, ci si dedica a costruire una società più equa e sostenibile, con i suoi meravigliosi ecosistemi ed esseri viventi.

Solo con la Speranza – come dice Vandana Shiva – si passa “dall’avidità alla cura”.


L’acqua: bene comune sprecato

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Che l’acqua sia un bene prezioso ma non infinito è ormai nell’immaginario di tutti. Ce lo eravamo dimenticati guardandola sgorgare copiosa dai rubinetti delle nostre case (anche se in molte parti del mondo essa viene presa dai pozzi, arriva alle famiglie con la fatica di chi la trasporta e non sempre è né potabile né sicura). Gli eventi estremi portati dal cambiamento climatico hanno rimesso questo miracolo della natura nella giusta prospettiva: è una forza, nelle nuvole, nei fiumi, nei mari da considerare con rispetto, è un miracolo nella vita di tutti noi, che ci dona salute, ricchezza e felicità. Come sostiene l’Onu, l’acqua è un bene comune, molto prezioso, e il diritto all’acqua un diritto inalienabile. Negli obiettivi n. 6 e 14 dell’Agenda 2030 l’Onu ha sottolineato quanto essa sia fondamentale per il benessere dei popoli.

Per quanto riguarda l’Italia, il Centro-Nord non ha mai avuto problemi di acqua sia per le piogge regolari, sia per lo scioglimento dei ghiacciai che mitigavano la sete estiva, ma la disponibilità idrica si è andata riducendo al punto che, nel 2022, il Piemonte è stata la regione più siccitosa d’Europa. Non è piovuto per 111 giorni ed è stato l’anno più caldo degli ultimi 200, con una media di 16° in più, oltre ad essere il meno piovoso con 310 mm in meno (-65 %): la terribile siccità ha messo in ginocchio l’agricoltura di tutta la Pianura Padana. Ci si è ritrovati completamente impreparati e si è toccata con mano la drammaticità degli sconvolgimenti climatici. Nel Paese le precipitazioni si sono dimezzate rispetto alla media degli ultimi 30 anni e, quando la pioggia arriva, concentra in poche ore e in zone ristrette esagerate quantità d’acqua anche sei volte la media, causando inondazioni, allagamenti e frane.

In seguito a queste situazioni disastrose, si è dato finalmente ascolto alle stime degli scienziati Anche la società, la finanza e la politica hanno preso coscienza di quali danni p determinare il cambiamento climatico e si è cominciato a intervenire per correre ai ripari. Il fatto è che la situazione climatica sta cambiando molto velocemente ed è quindi fondamentale intervenire subito e su due fronti: abbandonare il consumo di combustibili fossili incrementando le energie rinnovabili per abbassare la temperatura e intervenire sui territori per mitigare gli effetti disastrosi di lunghe siccità alternate a piogge torrenziali, che sono ormai la regola.

Nel campo energetico purtroppo l’Italia, pur avendo fatto dei passi avanti, resta molto indietro rispetto alla situazione degli altri paesi europei. In campo idrico, poi, gli investimenti sono raddoppiati rispetto a 10 anni fa, arrivando a 64 euro l’anno per abitante, ma non basta, considerato che la media UE è di 82 euro. L’acqua vale il 20% del Pil, cioè 367,5 miliardi di euro, e si arriva al 40% comprendendo l’economia del mare. Intervenire in modo massiccio seguendo le linee dell’Agenda 2030 è, dunque, la base del nostro futuro. In Italia esistono 347 laghi, 526 grandi dighe e 20.000 piccoli invasi. Gli interventi idrici sui territori possono avvenire a più livelli, ma le parole magiche sono manutenzione ed economia circolare. Bene fare piccoli nuovi invasi diffusi purché il fondo non sia di cemento ma di rocce impermeabili (argille), con la consapevolezza che le temperature sempre più alte fanno aumentare comunque l’evaporazione. Ma ancor meglio è cominciare dalla manutenzione di ciò che abbiamo: eliminando i sedimenti interrati dagli attuali invasi si potrebbero recuperare 9 miliardi di metri cubi di acqua, più del fabbisogno annuale di tutte le nostre industrie, più di un terzo del consumo idrico del Paese. Senza contare che, in un’ottica di economia circolare, i residui di fango e ghiaia potrebbero essere variamente utilizzati e diventare risorse. In Italia piovono in media 302 miliardi di metri cubi di acqua all’anno. Abbiamo 1053 grandi falde montane, 7500 corsi d’acqua e 1240 fiumi torrentizi. Ma delle piogge viene captato solo un quarto da utilizzare nel lungo periodo; il resto si perde nei 230.000 km di canali delle acque superficiali e arriva al mare senza essere utilizzato. Per prevenire le future criticità idriche conseguenti ai cambiamenti climatici, secondo l’Associazione nazionale dei Consorzi di Bonifica e Coldiretti, sarebbe dunque necessario realizzare 10.000 impianti con relativi invasi entro il 2030 in collina e pianura per l’irrigazione agricola e l’approvvigionamento potabile. Ad oggi ben un quarto dei progetti esecutivi è già stato presentato e potrebbe essere finanziato in gran parte con i fondi del PNRR, politica permettendo.

Poiché la carenza di acqua in Italia ha riguardato a lungo solo alcune zone del Meridione, il problema della sua distribuzione era, a livello nazionale, poco sentito. Peraltro in alcune grandi città, come Palermo e Catania, la mancanza di acqua dovuta a impianti obsoleti, con furti e perdite del 60% delle acque immesse, ha generato fenomeni di corruzione e malaffare e le ditte che portavano l’acqua con le autobotti sono state spesso gestite da boss mafiosi locali che lucravano abbondantemente sulle disgrazie della popolazione. Le conseguenze dell’incuria e di scelte politiche irresponsabili sono drammatiche: la Regione in marzo ha chiesto lo stato di emergenza, per un milione di siciliani l’acqua potabile è razionata, in 150 comuni l’erogazione è ridotta dal 10% al 45%. Gli investimenti necessari per scongiurare la catastrofe agricola ed economica dovrebbero essere di 130 milioni di euro a breve e di 590 milioni a medio termine.

Rispetto agli impianti è necessario intervenire da subito per la manutenzione. Infatti la gran parte delle nostre infrastrutture idriche ha più di 30 anni (alcune più di 50) e va disperso il 42% dell’acqua potabile, contro il fisiologico 15%. Per migliorare le reti sarebbero necessari 1,4 miliardi di investimenti annui addizionali, 6 miliardi in totale. A fronte di una media europea di 123 litri di uso giornaliero per abitante, sembrerebbe che in Italia se ne consumino 428 litri per abitante, e dunque il doppio che in Europa. In realtà, eliminando la dispersione, si arriva a 220-150 litri in media per abitante. Ma è, comunque, un valore molto alto che ci pone al secondo posto pro capite in Europa dopo la Grecia (158 litri) e al primo posto come fabbisogno idrico totale (26 miliardi di metri cubi all’anno, addirittura 130 miliardi secondo il WWF, con 6300 litri/persona/giorno nel 2023). Insomma il risparmio idrico non è il nostro forte.

Per completare lo sconfortante quadro, nel Paese solo il 4% delle acque reflue, cioè 200 milioni di metri cubi, viene depurato, mentre la Spagna arriva a 600 milioni e la Francia a 400. Eppure, applicando tecniche ormai consolidate per il riciclo, è possibile la depurazione di buona parte delle acque reflue utilizzando colonie di batteri che degradano gli inquinanti e li trasformano in anidride carbonica, azoto molecolare e acqua per usi irrigui. Con altre tecniche, che prevedono essiccazione e degradazione termica degli scarti, è possibile ottenere bio-combustibili, gas e oli, stoccando l’anidride carbonica in carbone vegetale e producendo nutrienti per i fertilizzanti agricoli o addirittura bio-coloranti. Queste tecniche possono essere applicate con successo anche per trattare gli scarti degli allevamenti intensivi che affollano la pianura padana, eliminando una pericolosa fonte di inquinamento per suolo, aria, acque. Per quanto riguarda le acque reflue urbane solo il 56% viene trattato secondo la Direttiva Europea e così ci ritroviamo a pagare multe salate per procedure di infrazione che si sarebbero potute evitare investendo soldi in progetti sul territorio. La gestione delle acque piovane in città può essere fortemente razionalizzata, così da evitare improvvisi allagamenti, diminuendo le aree impermeabilizzate da asfalto/cemento, sostituendo il fondo con pavimentazioni drenanti e abbassando le aree verdi (comprese le rotonde e le aiuole) rispetto al piano di via, in modo che, in caso di precipitazioni intense, esse agiscano da collettori drenanti col vantaggio aggiuntivo di portare acqua alle falde invece di intasare gli scarichi fognari in cui vanno perse.

Una conclusione. Esistono in Italia, aziende ed enti che da tempo hanno investito sul risparmio delle risorse e sull’economia circolare e ora ne godono i vantaggi, ma è lo Stato che deve dare strumenti a tutti, indirizzando e finanziando i virtuosi. Ed è ciò che oggi manca.


Città, aree verdi e salute

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In un recente convegno torinese, organizzato da Assoverde, Confagricoltura e Kèpos, sono stati presi in esame i rapporti tra verde, paesaggio e salute, considerando criticità, prospettive e proposte per lo sviluppo delle città e mettendo a confronto professionisti del verde, istituzioni, mondo della ricerca e Università. Il titolo del convegno, “La salute è verde. Il verde è salute”, è il segno che la conquista del giusto equilibrio tra abitazioni e aree verdi non è più percepita solo come un fattore estetico ma come un vincolo per la salute, particolarmente importante per le classi disagiate che hanno meno possibilità di usufruire dei servizi ecosistemici forniti dalle aree naturali e boschive.

Il rapporto tra cittadino e verde è cambiato radicalmente da quando, relegati in spazi angusti durante il Covid, ognuno di noi si è reso conto che la presenza di zone naturali vicino all’abitazione costituiva un aspetto imprescindibile per la qualità della propria vita. L’avvento di fenomeni climatici estremi, portatori di alluvioni, allagamenti, siccità, arretramento dei ghiacciai, per altro verso, ha aumentato la consapevolezza che la tendenza a costruire sempre di più causa un evidente degrado del territorio, a discapito del paesaggio, dei servizi ecosistemici e della nostra salute.

L’Italia è uno dei paesi europei con maggiore consumo di suolo: 2,5 m² al secondo, quasi 77 km2 in un anno, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Secondo l’Ispra si consumano 19 ha al giorno e la superficie coperta in modo artificiale rappresenta il 10,2% del territorio; tra l’altro il 20% dei vani costruiti (di cui un terzo illegale), non è abitato, malgrado vi siano, nelle grandi città, famiglie e studenti che faticano a trovare casa. È evidente che l’ambiente intorno a noi è troppo antropizzato.

Ciò impatta fortemente sulla salute dei cittadini. Se fino a poco tempo fa il verde veniva considerato un bene superfluo, adesso è chiaro a tutti che è un valore primario fondamentale per la qualità della vita, da proteggere e ampliare. Le aree verdi combattono le isole di calore, abbassano la temperatura di almeno 8°, riducono i rumori e l’inquinamento: 1 ha di verde elimina 14 kg di polveri sottili e 1000 kg di CO2 rendendo le città più resilienti ai cambiamenti climatici. Considerando che in Italia ogni anno si calcolano 70.000 morti in conseguenza dell’inquinamento, il 25% delle quali potrebbero essere scongiurate, è chiaro che c’è ancora molto da fare.

Secondo l’OMS è auspicabile che per ogni cittadino vi siano 0,5 ha di verde entro 100 m dalla sua abitazione. Per diffondere questa consapevolezza l’Europa auspica che per ogni cittadino si rispetti la cosiddetta regola del 3-30-300, secondo cui ognuno possa vedere dalla sua finestra 3 alberi, circondato dal 30% di aree verdi, entro un raggio di 300 m dalla sua casa. È, infatti, assodato che la salute ne avrebbe grande giovamento. Si tratta di un traguardo ambizioso ma non irraggiungibile visto che molti paesi del Nord Europa vi si stanno avvicinando. Certo, da noi c’è ancora molto da fare.

Nel convegno richiamato all’inizio, alcuni relatori, parlando di Torino, hanno messo in evidenza il fatto che, nella graduatoria del Rapporto Ecosistema Urbano, essa risulta ben piazzata, tra le città metropolitane più grandi, sommando il verde pubblico urbano e periurbano, giacché, per sua fortuna, è circondata da quattro fiumi con sponde ricche di alberi e dai Parchi Reali che si trovano a meno di 30 km. Ma hanno anche evidenziato che, purtroppo, il verde pubblico in città non è accessibile a tutti in uguale misura. Da alcune mappe tematiche del Comune, per esempio, si vede che la distribuzione dei problemi di salute è disuguale nei vari quartieri: laddove si concentra una maggiore quantità di persone con problemi di diabete e bassa scolarità si riscontra nel contempo una minima accessibilità al verde e ciò evidenzia la stretta correlazione tra censo, salute, stili di vita. Nel programmare la ridistribuzione delle aree verdi in città dunque, sarà importante indirizzare gli interventi laddove è massima la concentrazione dei bisogni essenziali, perché solo una visione olistica del contesto urbano, con gli interventi urbanistici da programmare, può fornire la giusta prospettiva per far convergere abitabilità, verde e salute, nell’ottica dell’agenda Onu 2030.

Infine non dobbiamo dimenticare che qualunque progetto efficace sul territorio, che metta in moto le migliori risorse, non può essere calato dall’alto senza momenti di ascolto e confronto degli urbanisti e dell’amministrazione con gli abitanti del quartiere, confronto che li coinvolga nelle decisioni da prendere: solo la democrazia partecipativa assicura un consenso diffuso e consapevole e il rispetto dei bisogni di tutti.


Transizione ecologica e Agenda 2030: a che punto è l’Italia?

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Sono usciti nei giorni scorsi due Rapporti sull’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 paesi membri dell’Onu: uno (Rapporto ASviS 2023 – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile https://asvis.it/rapporto-2023), predisposto dall’ASvIS (che riunisce più di 220 istituzioni e reti della società civile italiana ed è unica in Europa), monitora la situazione globale (mondo, Europa, Italia) rispetto al raggiungimento degli Obiettivi previsti; l’altro (Ecosistema Urbano 2023: https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/rapporti-in-evidenza/ecosistema-urbano/), stilato da Legambiente, Ambiente Italia, “Il Sole 24 ore” fornisce una visione puntuale (facilitata da grafici interattivi) sulle performance ambientali delle 105 province/città metropolitane italiane, in base a 19 indicatori ambientali.

Le conclusioni sono simili. Allo stato attuale, il rispetto dell’Agenda ONU, con i suoi 17 Obiettivi o Goal di Sviluppo Sostenibile (SDGs) da conseguire entro il 2030, appare assai lontano, le ambiziose indicazioni europee sono in gran parte disattese, vi è un atteggiamento quasi ostile del nostro Governo verso le indicazioni dell’Europa su Green Deal, patto Verde per la neutralità climatica e piano europeo Fit for 55 (Ff 55) per ridurre del 55% le emissioni di gas serra e ancora una volta si rileva una grossa differenza tra le regioni del sud Italia e quelle centrosettentrionali più virtuose.

Gli Obiettivi dell’Agenda Onu riguardo agli aspetti ambientali, tecnologici e socio-economici hanno messo in evidenza come senza giustizia sociale non sia possibile raggiungere uno sviluppo sostenibile per il pianeta che garantisca alle future generazioni le stesse possibilità di risorse che abbiamo avuto noi. Rispetto ai 17 Goal, con i suoi 33 Target o Traguardi indicati dall’Onu nel 2015 (ONU Italia La nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (unric.org) l’Italia è “non in linea”: manca una visione politica e un impegno esplicito per lo sviluppo di tutte le componenti del paese, nella direzione che ci permetterebbe di contenere e poi di annullare le emissioni clima alteranti (impegno legato all’abbandono dei combustibili fossili, per restare entro un aumento max di 1,5° di temperatura), combattere fame, povertà, disuguaglianze, fermare la deforestazione, salvare le specie in pericolo (1 milione su 8 nel mondo) dall’estinzione.

A leggere i dati del Rapporto Ecosistema Urbano si resta piuttosto sconsolati. Rispetto al 2010 l’Italia ha conseguito risultati molto insoddisfacenti con peggioramenti riguardo a povertà, sistemi idrici, sociali, sanitari, qualità degli ecosistemi terrestri e marini, governance e partnership. Sono rimasti stabili cibo, disuguaglianze, città sostenibili, mentre sono leggermente migliorati solo istruzione, parità di genere, energie rinnovabili, lavoro dignitoso, innovazione infrastrutture, lotta al cambiamento climatico, salute, economia circolare. Pertanto il principio chiave di “non lasciare nessuno indietro” è stato ampiamente disatteso.

Consideriamo nello specifico alcuni Obiettivi (dati Rapporto ASvIS 2023):
Povertà: 2 milioni famiglie con 1,4 milioni di minori sono in povertà assoluta e le diseguaglianze economiche sono in netto aumento (con retribuzione media lorda per dipendente di 27.000 € /anno, 15.000 netta, – 12% rispetto Ue, -23% rispetto Germania, con inflazione al 13%);
Lavoro: il 20% di giovani è disoccupato, con 1,7 milioni di NEET che non lavorano e non studiano; ci sono 3 milioni di lavoratori irregolari e senza tutele; il salario medio è molto più basso rispetto agli altri paesi Ue; è diffuso il fenomeno di lavoratori poveri che con il proprio stipendio non possono condurre una vita dignitosa; è cassato il salario minimo a 9 €/h;
Istruzione: l’abbandono scolastico raggiunge l’11,5% (che risale al 36,5% per i ragazzi stranieri ), la spesa pubblica al riguardo è del 4,% del Pil (a fronte di una media UE del 4,9%) con gravi carenze nell’offerta di scuole dell’infanzia (che vanno a detrimento della maternità e del lavoro femminile), nella manovra finanziaria in corso di approvazione si riscontrano ulteriori tagli, con previsione di 120 milioni in meno nei prossimi tre anni.

Il nostro paese presiederà la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del prossimo mese di dicembre (Cop 28) in cui si farà un bilancio sugli accordi di Parigi 2015 con nuove proposte, per ovviare ai diffusi ritardi e affrontare il contenimento della crisi globale e ambientale ormai urgentissimo. Tuttavia ancora manca un Piano di Accelerazione per il conseguimento degli SDGs che l’Italia avrebbe dovuto definire e non è stato intrapreso nessun dibattito per sensibilizzare l’opinione pubblica. Non conosciamo la posizione di Governo e Parlamento, manca la legge per il Clima come negli altri grandi paesi europei e i fondi PNRR per l’ambiente sono dirottati altrove (Colombo, La Repubblica, 11 agosto 2023).

Il 90% circa di cittadini, peraltro, ritiene che i cambiamenti climatici siano un grave problema e ne sono preoccupati, il 74% pensa che il Governo non stia facendo abbastanza e l’80 % è interessato alla Sostenibilità (LifeGate: 8 italiani su 10 sono interessati alla sostenibilità – ASviS – Ansa.it). Molti sono consapevoli che la Transizione Ecologica è economicamente vantaggiosa sia perché gli eventi estremi sempre più frequenti portano alla popolazione danni economici decisamente maggiori delle spese previste per la prevenzione, sia perché molti ritengono che, a fronte della perdita di posti di lavoro, le nuove occupazioni previste in campo tecnologico-ambientale siano decisamente maggiori, addirittura in un rapporto positivo di 1 a 8 (F. Rutelli, Il secolo verde, Ed. Solferino, 2023). Ne sono consapevoli anche molte aziende. Infatti gli studi sulla Green Economy parlano di vantaggi per l’indotto, con +53 miliardi all’anno di entrate per lo Stato, calo delle spese per chi ha investito nelle energie sostenibili e sviluppi occupazionali in tutti i campi come per esempio nuove tecnologie, lavori usuranti svolti dall’intelligenza artificiale, manutenzione dei territori ecc. (Rutelli, cit.).

Certo realizzare la Transizione Ecologica richiede investimenti nelle nuove tecnologie e nella formazione, anche degli Enti di governo periferico. Gli investimenti potrebbero derivare agevolmente dall’uso dei fondi che finanziano il PNRR, ma per essere attuati in maniera produttiva, efficace e celere servirebbero una visione di futuro sostenibile che per ora manca e una classe politica al passo con i tempi, capace di andare oltre le miopi beghe elettorali a corto raggio, per costruire un solido e prospero futuro. Per ora la classe politica non dà segno di saper cogliere le opportunità possibili, frena su qualunque innovazione per rincorrere le mire egoistiche di pochi e «si comporta come se il nostro fosse un paese a economia arretrata, cosa che non è» (E. Ronchi, intervista di L. Gaita, Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2023).

Ci sono dinamiche positive frutto dell’impegno individuale di associazioni, aziende, cittadini, volenterosi e sensibili, ma si sviluppano a macchia di leopardo, senza una seria programmazione e senza il sostegno dello Stato; manca un’adeguata visione politica che indirizzi, formi, coordini e pianifichi con lungimiranza a livello nazionale, visione necessaria per non restare indietro e attuare la trasformazione del sistema socioeconomico italiano lungo le direttive dell’Agenda 2030 in un contesto di Sviluppo Sostenibile che rispetti anche i diritti delle Generazioni future come prevede la nostra Costituzione.


Un festival dell’economia con qualche novità: cambiamento o semplice cosmesi?

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Si è svolto a Torino, nel giugno scorso, il Festival dell’economia (titolo: “Ripensare la globalizzazione”) che ha fatto seguito a quello dal titolo “Il Futuro del Futuro. Le sfide di un mondo nuovo” intervenuto la settimana precedente a Trento. Anche solo dai titoli si può vedere che negli interventi di Trento l’interesse è stato limitato alle possibili novità dell’economia nel solco delle pratiche già in atto, mentre nello slogan “Ripensare la globalizzazione” si affaccia la riflessione in corso tra alcuni attori dell’economia e della finanza mondiale di fronte ai problemi della globalizzazione, del degrado climatico-ambientale, delle criticità demografiche e sociali, superando, in base all’esperienza dei decenni scorsi, il concetto che “dalla somma dei guadagni dei singoli individui si ha una ricaduta positiva sulla vita di tutti”. Come spiega Domenico De Masi ne La felicità negata questa concezione dell’economia, che ha permeato il Novecento, ha portato a un mondo basato sulle diseguaglianze, l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento del lavoro di molti per il guadagno di pochi che hanno sempre più concentrato nelle loro mani la ricchezza mondiale a discapito ovunque del bene comune.

È cosa nota che “metà della ricchezza del mondo appartiene all’1% superiore della piramide sociale, il top 30% detiene il 90,7 % della ricchezza totale” e dal 2020 il patrimonio di un miliardario è cresciuto di 1,7 miliardi di dollari rispetto ad ogni dollaro del 90% più povero, aumentando in media di 2,7 miliardi al giorno. Per contro per 1,7 miliardi di lavoratori l’inflazione supera l’incremento dei salari cosicché essi si impoveriscono sempre di più e un cittadino del mondo su 10, cioè 820 milioni di persone, soffre la fame; senza contare che l’ingiustizia fiscale affossa ancora di più la posizione dei più poveri: in USA si è calcolato che se i cittadini comuni fossero tassati come le multinazionali ogni famiglia non dovrebbe pagare più di 10 dollari l’anno; invece ci sono mezzo milione di senzatetto e 46,2 milioni di poveri, molti dei quali lavorano oltre 10 ore al giorno, ma non riescono a conseguire un salario minimo che assicuri loro una vita dignitosa. In Italia lo 0,134 % della popolazione ha patrimoni superiori ai 5 milioni, il 5% più ricco degli Italiani possiede il 42% della ricchezza nazionale con un aumento di circa 13 miliardi di dollari 8,8 %, mentre l’80 % dei più poveri raggiunge solo il 31,4 % del totale e la ricchezza in mano al 10 % più ricco è aumentata fino al 56% (https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2023/01/Report-OXFAM_La-disuguaglianza-non-conosce-crisi_final.pdf).

Alla parte più lungimirante della finanza e dell’imprenditoria anche internazionale, non sfugge il fatto che questo tipo di globalizzazione selvaggia, predatoria verso i beni della Natura, unito alla concentrazione esagerata dei capitali nelle mani di pochi, sta esaurendo le risorse del pianeta, portandoci dritti dritti verso la catastrofe climatico-ambientale e innesca inevitabilmente fenomeni di estrema disperazione e di conseguenti turbolenze sociali.

Se fino a qualche mese fa chi cercava far comprendere le disastrose conseguenze del riscaldamento globale veniva tacciato di essere un “assurdo catastrofista”, ora i pericoli della crisi climatica sono sotto gli occhi di tutti: riscaldamento degli oceani con alterazione delle correnti marine e scioglimento dei ghiacciai (quest’anno una superficie grande quanto l’Argentina è scomparsa dalla calotta polare) con grave diminuzione del pescato, mentre i ghiacciai montani (fonti di acqua dolce per la nostra sopravvivenza) si stanno riducendo sempre più velocemente. Inoltre l’alternanza di fenomeni climatici estremi sempre più numerosi, portatori di morte, causa in tutti i continenti, milioni di danni alle infrastrutture e all’agricoltura per inondazioni, frane, siccità prolungate, incendi, per non parlare della scomparsa di biodiversità e del rischio estinzione per migliaia di specie. Tutto ciò riduce la produzione di derrate alimentari, incrementa i problemi di fame nel mondo e innesca lo spostamento di milioni di persone dalle aree più povere e più colpite, in un esodo mondiale inarrestabile. Una vera e propria ingiustizia climatica globale, poiché gli abitanti di Africa, Asia, America Latina incidono sulla produzione di CO₂ molto meno dei paesi industrializzati, ma ne pagano più pesantemente le conseguenze. Attualmente si stima che siano fuggiti dalle comunità d’origine circa 30 milioni di persone, ma entro il 2050 gli sfollati ambientali potrebbero essere da 200 milioni a mezzo miliardo, e il fenomeno riguarda anche le aree del sud Italia a rischio desertificazione. Chi prendeva in giro le persone più lungimiranti e sensibili alla catastrofe ambientale, chiamandole “gretine” dovrebbe fare una grossa autocritica.

È a seguito di queste situazioni eclatanti che in un Festival dell’economia – a fianco degli argomenti tradizionali, perlopiù legati in modo specifico ai temi cardine dell’economia e della finanza – hanno fatto capolino le parole mutualità, etica, ecologia, futuro ed economia sostenibile, arrivando ai concetti di bilancio sociale e di sostenibilità ambientale, attenti all’impatto energetico-ambientale e alla salute e al trattamento dei suoi lavoratori, come strumento dinamico di creazione di valore. Non a caso tra i relatori sono stati invitati anche personaggi dell’ambientalismo della giustizia sociale (quali David Card, Carlo Carraro, Silvana Dalmazzone, Marianna Filandri, Luca Mercalli, Nicolas Schmit ecc.).

Gli obiettivi dell’Agenda ONU – 17 gol da raggiungere entro il 2030 per un Pianeta più equo e rispettoso della Natura – cominciano forse ad essere recepiti anche in ambito economico finanziario e il bilancio delle aziende dovrà comprendere e rispettare anche canoni di equità sociale e di giustizia ambientale.


La sostenibilità ambientale nelle città italiane

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Nel 2015, all’Onu, 193 paesi sottoscrissero l’Agenda 2030, un patto per individuare e applicare le misure necessarie, tra l’altro, a contrastare il cambiamento climatico. Si tratta di un patto ambizioso ma realistico, composto da 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030 per promuovere uno sviluppo sostenibile ed evitare una catastrofe ambientale irreversibile.

Da tempo ogni anno in Italia si monitora il raggiungimento dei singoli obiettivi raccogliendo i dati forniti dai 105 Comuni capoluogo, elaborati secondo calcoli statistici definiti. Gli aspetti presi in esame sono: aria, acqua, rifiuti, mobilità, energia ed ambiente urbano, evidenziati da 18 indicatori che prevedono l’assegnazione di un punteggio massimo teorico di 100 punti, costruito caso per caso sulla base di obiettivi di sostenibilità. I punteggi assegnati per ciascun indicatore identificano il tasso di sostenibilità della città reale rispetto a una città ideale non troppo utopica per cui il valore massimo di 100 sia stato raggiunto. Nel 2022 le città più virtuose sono state perlopiù al Nord: 1ª Bolzano, regina dell’ambiente, poi Trento, Belluno, Reggio Emilia e Cosenza, mentre ben 10 città hanno un punteggio totale al di sotto di 40. Le città più carenti dal punto di vista ambientale si trovano quasi tutte al Sud: alcune non hanno nemmeno comunicato tutti i dati richiesti. Al Nord solo Alessandria, maglia nera del Piemonte, si trova in fondo con Palermo e Catania nel conteggio totale degli obiettivi raggiunti al di sotto di 30.

Le emergenze ambientali sono all’ordine del giorno ed è sempre più evidente che l’economia mondiale deve abbandonare l’atteggiamento predatorio verso i beni che la Terra offre da tempo immemorabile. I fenomeni climatici estremi, con alternanza di tornadi, piogge torrenziali e lunghi periodi di siccità, oltre allo scioglimento di tutti i ghiacciai, sono all’ordine del giorno in tutto il mondo. In Italia, il Piemonte è stato dichiarato regione in cui la siccità è più drammatica di tutta l’Europa; la nostra agricoltura è in affanno e una parte del Paese è a rischio di desertificazione. Solo un atteggiamento responsabile e un cambio degli stili di vita può avviarci verso uno sviluppo sostenibile così da invertire la tendenza al surriscaldamento globale nei tempi brevi necessari per la sopravvivenza della specie umana.

In tutto il mondo, Italia compresa, gli abitanti si concentrano soprattutto nelle città. Quindi possiamo considerare adeguati per una transizione ecologica efficace solo i valori degli indicatori che arrivino almeno a 60-70. Purtroppo nel nostro Paese la media è ferma a 53, un punteggio molto basso. Le criticità riguardano lo smog, la scarsa diffusione del solare termico/fotovoltaico sugli edifici pubblici, un parco auto tra i più alti d’Europa, la dispersione nelle reti idriche, il consumo troppo elevato di acqua per cittadino/a, l’elevata produzione di rifiuti, l’alto numero di morti e feriti sulle strade, l’esagerato consumo di suolo. Per contro le aziende italiane registrano performance positive nella capacità di riciclaggio (favorendo l’avvio verso un’economia circolare), la raccolta differenziata è arrivata al 60%, il solare pubblico, ancora molto basso, è in espansione (5,4 kW su 1000 abitanti), si diffondono le piste ciclabili (quasi 10 metri equivalenti) favorite dai finanziamenti dell’Europa.

Pur essendo ancora molti gli àmbiti di miglioramento, fa ben sperare l’affermarsi in molte città di progetti virtuosi che, oltre a migliorare la qualità della vita dei cittadini, possono essere applicati con facilità anche in altri contesti. Ciò permetterebbe all’Italia, con l’impegno degli amministratori e della società civile, di avanzare sulla difficile strada della decarbonizzazione e di raggiungere con più celerità e in tempo gli obiettivi dell’agenda 2030.