Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.
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Le parole di Calcago, capo dei Caledoni, sulla pace secondo i Romani, riportate da Tacito alla fine del primo secolo d.C., sono tragicamente attuali. Pace a Gaza, per Israele e per gli Stati Uniti, significa “occupare Gaza e colonizzarla, e non lasciare lì un solo bambino”. Così come la pace all’esito della seconda guerra mondiale fu distruggere la vita a Hiroshima. E farlo impunemente. Fino a quando qualcuno si ribellerà.
Ha fatto scalpore, nelle scorse settimane, la scelta di una decina di studenti di fare scena muta all’esame orale di maturità. Il fatto, a ben guardare di limitata entità, ha provocato reazioni spropositate e lasciato in secondo piano la questione di sostanza. Che è l’insostenibilità di una scuola che forma alla competizione, alla sconfitta e allo schiacciamento dell’altro, anziché alla coabitazione e alla comprensione.
Al centro della crisi che attraverisamo c’è lo stato dell’educazione, che vive «un processo di ottundimento delle coscienze e delle intelligenze» contro il quale non c’è stata resistenza tra «i pedagogisti autorizzati». Contro questa realtà occorre – ci ha insegnato Goffredo Fofi – essere irrequieti, scontenti e pronti a difendere i più deboli.
Fu un referendum, 40 anni fa, a decretare l’inizio delle politiche di austerità che hanno eroso reddito dei lavoratori e democrazia. Oggi può essere un referendum ad aprire una stagione opposta. Teniamolo presente. Ricordando l’esortazione di Enrico Berlinguer che, nel suo ultimo comizio, invitò i tanti che lo ascoltavano a convincere chi è perplesso, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada.
La domanda è d’obbligo: in tempi di crisi val la pena di occuparsi dell’educazione e della scuola? La risposta non può che essere affermativa. In questi tempi bui è più che mai necessario occuparsene per sorvegliare che non vengano sparsi semi di violenza nel campo, fertilissimo, dell’educazione; per controllare che non si sostituisca il sapere con la propaganda; per difendere strenuamente la libertà di pensiero e di insegnamento.
Sì, la lotta di classe c’è stata e l’hanno vinta, negli anni Ottanta, i detentori di rendita, che hanno imposto le loro regole a tutto il pianeta. Così la disuguaglianza continua a crescere. Da questa consapevolezza e con l’obiettivo di eliminarla occorre ripartire per costruire un’unità che non è qualcosa da cui partire, ma un obiettivo da costruire.
Il quesito referendario più chiaro viene dichiarato inammissibile perché “oscuro”, il ministero dell’istruzione si sorprende dell’attività “commerciale” di enti di formazione da lui riconosciuti, il governo libera e rimpatria con un volo di Stato un generale libico torturatore. Perché accettiamo di essere presi in giro senza protestare?
Il ministro Valditara tesse, sussiegoso, le lodi di ciò che ha fatto. In realtà c’è poco da essere fieri. L’ultimo suo intervento è la riduzione a quattro anni dei corsi di studio degli istituti tecnici e professionali. Una riduzione di chiaro stampo classista, in cui Valditara, per di più, non ha inventato nulla, ma è riuscito nell’incredibile impresa di peggiorare i progetti dei suoi predecessori.
Nel discorso conclusivo della kermesse di “Atreju”, la presidente del Consiglio, gonfiando le vene del collo, ha urlato: «I centri in Albania fun-zio-ne-ran-no!». La sua fonte è un vecchio libro di Giovanni Guareschi, “Lo zibaldino”, che svela il metodo: gridare forte equivale a dire, a bassa voce, il contrario. Una divertente stramberia, ma meno stramba della speranza che i centri albanesi prima o poi funzioneranno.
Christian Raimo, docente e scrittore, è stato sospeso dall’insegnamento per tre mesi per una critica “colorita” al ministro dell’Istruzione, effettuata fuori dal luogo di lavoro. Episodi analoghi si stanno moltiplicando nella scuola. L’obiettivo è evidente: normalizzare gli insegnanti e mettere il potere al riparo dalla critica.