Il Governo vanta grandi successi ma, intanto, la povertà cresce

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In ogni telegiornale si susseguono le trionfalistiche “sparate” della destra secondo cui, grazie all’azione del Governo Meloni, le condizioni sociali ed economiche degli italiani sono, nell’ultimo anno, nettamente migliorate. A smentire la grancassa mediatica ci sono peraltro, oltre alla percezione dei cittadini e delle cittadine che vanno a fare la spesa, i dati dell’Istat.

L’Istituto di statistica, infatti, ha diffuso, nei giorni scorsi, le stime preliminari della povertà assoluta per l’anno 2023 insieme alle stime preliminari delle spese per consumi delle famiglie che, come noto, costituiscono la base informativa per gli indicatori della povertà assoluta. Sono infatti classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore a una soglia minima corrispondente all’acquisto di un paniere di beni e servizi considerato essenziale a garantire uno standard di vita minimamente accettabile nel contesto di riferimento e a evitare gravi forme di esclusione sociale. Le stime definitive saranno rese disponibili il 10 ottobre 2024 (Spese per consumi) e il 17 ottobre 2024 (Povertà). I dati diffusi in questa nota, pur suscettibili di revisioni nei mesi prossimi, smentiscono l’ottimismo del governo e della maggioranza.

Secondo le stime preliminari, nel 2023, le famiglie in povertà assoluta si attestano all’8,5% del totale delle famiglie residenti (erano l’8,3% nel 2022), corrispondenti a circa 5,7 milioni di individui (9,8%; quota pressoché stabile rispetto al 9,7% del 2022). Invariata anche l’intensità della povertà assoluta a livello nazionale (18,2%). Nel Nord, dove le persone povere sono quasi 136mila in più rispetto al 2022, l’incidenza della povertà assoluta a livello familiare è sostanzialmente stabile (8,0%), mentre si osserva una crescita dell’incidenza individuale (9,0%, dall’8,5% del 2022). Il Mezzogiorno mostra anch’esso valori stabili e più elevati delle altre ripartizioni (10,3%, dal 10,7 del 2022), anche a livello individuale (12,1%, dal 12,7% del 2022). L’incidenza di povertà assoluta è stabile all’8,2% tra le famiglie con persona di riferimento occupata (interessando oltre 1 milione 100mila famiglie in totale). Da segnalare, però, un peggioramento rispetto al 2022 della condizione delle famiglie con persona di riferiento lavoratore dipendente: l’incidenza raggiunge il 9,1%, dall’8,3% del 2022, riguardando oltre 944 mila famiglie.

Nel 2023 poi, sempre secondo le stime preliminari, la spesa media mensile cresce in termini correnti del 3,9% rispetto all’anno precedente ma, in termini reali, si riduce dell’1,8% per effetto dell’inflazione (+5,9% la variazione su base annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo), senza particolari differenze tra le famiglie più o meno abbienti.

La conclusione non lascia dubbi. Nell’ultimo anno le condizioni degli italiani hanno subito un ulteriore, seppur lieve, peggioramento. C’è poco da essere ottimisti!

Qui il link alle anticipazioni dell’Istat sulla povertà assoluta in Italia.


In Italia cresce la povertà assoluta

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Il Report sulla povertà nel 2022 presentato dall’Istat il 25 ottobre scorso è esplicito. Basta leggere i titoli e gli abstract. Uno per tutti: «Povertà assoluta in aumento in Italia per famiglie e individui. Peggiore la condizione delle famiglie con 3 o più figli. La povertà assoluta continua a colpire in modo marcato i minori. Ancora molto elevata la povertà assoluta tra gli stranieri. Si conferma più diffusa la povertà assoluta tra le famiglie in affitto».

Entrando nei dettagli, dall’Istat viene segnalato che nel 2022 si sono trovati in condizione di povertà assoluta oltre 2,18 milioni di famiglie (8,3% del totale, mente nel 2021 erano il 7,7%) e oltre 5,6 milioni di individui (9,7% degli abitanti, in crescita rispetto al 9,1% dell’anno precedente). L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si è confermata più alta nel Mezzogiorno (10,7%, in crescita rispetto al 10,1% del 2021), con un picco nel Sud (11,2%), seguita dal Nord-est (7,9%) e Nord-ovest (7,2%); nel Centro dell’Italia sono stati rilevati i valori più bassi dell’incidenza (6,4%). Anche nel 2022 l’incidenza della povertà assoluta è stata più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti: ha raggiunto il 22,5% tra quelle con cinque e più componenti e l’11,0% tra quelle con quattro. Segnali di peggioramento provengono dalle famiglie di tre componenti (8,2% rispetto al precedente 6,9%).

Lo scorso anno la povertà assoluta in Italia ha interessato quasi 1 milione e 269 mila minori (13,4%, rispetto al 9,7% degli individui a livello nazionale); l’incidenza varia dall’11,5% del Centro al 15,9% del Mezzogiorno. Le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono state 720mila, con un’incidenza dell’11,8% (era l’11% nel 2021). Le famiglie di altra tipologia con minori, ossia quelle famiglie dove frequentemente convivono più nuclei familiari, hanno presentato i valori più elevati dell’incidenza (23,0% contro il 15,6% delle altre tipologie familiari nel loro complesso). L’intensità della povertà delle famiglie con minori, pari al 20,6%, è stata superiore a quella del complesso delle famiglie povere (18,2%), a testimonianza di una condizione di marcato disagio.

Gli stranieri in povertà assoluta sono risultati un milione e 700mila, con un’incidenza pari al 34,0%, oltre quattro volte e mezzo superiore a quella degli italiani (7,4%). Anche per questi ultimi si è registrato un incremento della povertà assoluta a livello nazionale (rispetto al 6,9% del 2021), sia nel Nord sia nel Mezzogiorno (rispettivamente 5,4% e 11,4%, da 4,9% e 10,6% dell’anno precedente).

Nel 2022 hanno pagato un affitto per l’abitazione oltre 983mila famiglie povere, che rappresentano il 45% di tutte le famiglie povere, con un’incidenza di povertà assoluta del 21,2% contro il 4,8% di quelle che vivono in abitazioni di proprietà. Entrambi i valori sono in crescita rispetto al 2021, quando l’incidenza era del 19,1% per le famiglie in affitto e del 4,3% per quelle in proprietà. Le famiglie in affitto residenti nel Mezzogiorno hanno avuto un’incidenza di povertà assoluta pari al 24,1%, rispetto al 19,9% del Nord e al 20,2% del Centro.

Di fronte a questi dati estremamente negativi ci si dovrebbe aspettare una forte reazione del Paese. Invece, la notizia è passata come qualsiasi altra: senza sorpresa, senza indignazione, senza scandalo, senza vergogna. Il buon senso, oltre al senso di responsabilità politica, dovrebbe spingere il Parlamento e il Governo a riunirsi al più presto in una seduta straordinaria per approvare adeguati provvedimenti in grado di contrastare seriamente la povertà assoluta, o almeno la tendenza all’aumento. Invece, temiamo che non accadrà nulla, poiché la sorte dei poveri non interessa a tutti gli altri. O per dirla con papa Francesco: «Ai poveri non si perdona neppure la loro povertà».(rocco artifoni)

Qui il link al testo del Report: https://www.istat.it/it/files//2023/10/REPORT-POVERTA-2022.pdf


La situazione del Paese

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Nei giorni scorsi è stato presentato al Parlamento e alla stampa il Rapporto annuale 2023. La situazione del Paese predisposto dall’Istat. Di seguito il comunicato stampa di presentazione.

Terminato nel primo trimestre 2022 lo stato di emergenza sanitaria nazionale, nel corso dell’anno sono emersi nuovi elementi di criticità. Il forte rincaro dei prezzi dell’energia e delle materie prime, accentuato dal conflitto in Ucraina, ha condizionato l’evoluzione dell’economia, con rilevanti aumenti dei costi di produzione per le imprese e dei prezzi al consumo per le famiglie. Nonostante l’attenuarsi della fase più critica della crisi energetica, nel primo trimestre 2023, l’andamento dell’inflazione condizionerà l’evoluzione dei consumi e dei salari reali nel prossimo futuro.

Non mancano, tuttavia, segnali favorevoli. Nel 2022 è proseguita la fase di recupero dell’attività produttiva iniziata nel primo trimestre 2021. A fine anno il saldo commerciale è tornato in attivo. Dati incoraggianti arrivano dal mercato del lavoro, in cui all’aumento degli occupati si è associata la diminuzione dei disoccupati e degli inattivi.

Nel primo trimestre 2023 si registra una dinamica congiunturale positiva per il Pil, superiore a quella delle altre economie dell’Unione europea, trainata soprattutto dal settore dei servizi. La manifattura mostra invece segnali di rallentamento.

Sul fronte demografico, gli effetti dell’invecchiamento della popolazione si fanno sempre più evidenti: il consistente calo delle nascite registrato nel 2022 rispetto al 2019, circa 27 mila nascite in meno, è dovuto per l’80 per cento alla diminuzione delle donne tra 15 e 49 anni di età e per il restante 20 per cento al calo della fecondità. L’invecchiamento è destinato ad accentuarsi nei prossimi anni, con effetti negativi sul tasso di crescita del Pil pro capite.

Investendo sul benessere delle nuove generazioni, si può fare in modo che l’insufficiente ricambio generazionale sia in parte compensato dalla loro maggiore valorizzazione. Gli indicatori che riguardano il benessere dei giovani in Italia sono però ai livelli più bassi in Europa. Le notevoli risorse finanziarie messe in campo per uscire dalla crisi dovrebbero supportare investimenti che accompagnino e rafforzino il benessere dei giovani nelle diverse fasi dei percorsi di vita, intervenendo fin dai primi anni di vita.

Qui il testo integrale del rapporto: https://www.istat.it/it/archivio/286191

Qui la sintesi del rapporto: https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2023/Sintesi-Rapporto-Annuale-2023.pdf

Qui il rapporto “in pillole”: https://www.istat.it/it/files//2023/07/PILLOLE-RAPANN-2023.pdf


2022: Un Paese in grave sofferenza

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La crisi di governo si apre in una situazione del Paese drammatica. Un coro pressoché unanime lamenta l’irresponsabilità di chi l’ha provocata “dimenticando”, peraltro, di dire che a questa situazione i governi succedutisi negli ultimi anni – e il governo Draghi in particolare – non hanno saputo apportare rimedi adeguati. Lo documenta una fonte non sospetta di posizioni antigovernative, come l’Istat, la cui fotografia del Paese – contenuta nel rapporto annuale 2022 – evidenzia un progressivo peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini, una crescita drammatica delle persone in situazione di povertà assoluta, il contenimento solo parziale del disagio con strumenti che oggi molti vorrebbero addirittura cancellare.

Esplicito è stato il presidente dell’Istat nella sintesi del rapporto presentata alla stampa l’8 luglio scorso. Basta richiamare la parte dell’intervento relativa all’“elevato livello di povertà assoluta”:

«Le modalità di partecipazione o non partecipazione al mercato del lavoro sono tra le determinanti più significative della condizione di povertà, declinandosi, a seconda delle fasi del ciclo di vita, in modo diverso. In un reddito da lavoro insufficiente, perché associato a occupazioni precarie e con bassi profili professionali; in una mancata o saltuaria partecipazione al mercato del lavoro, che impedisce, ai più giovani, di avviare una vita autonoma e che impone il ricorso a sussidi di varia natura o al mantenimento da parte di persone esterne al nucleo familiare; in una pensione esigua, dovuta all’assenza di un’attività lavorativa pregressa o frutto di storie lavorative discontinue in settori mal pagati e spesso caratterizzati da elevata incidenza di lavoro irregolare.

La povertà assoluta, nell’ultimo decennio, è progressivamente aumentata e, nel biennio 2020-2021, ha raggiunto i valori più elevati dal 2005, coinvolgendo oltre cinque milioni e mezzo di persone. Anche la connotazione delle famiglie in povertà assoluta è progressivamente cambiata. L’incidenza è diminuita tra gli anziani soli, è rimasta sostanzialmente stabile tra le coppie di anziani ed è fortemente cresciuta tra le coppie con figli, tra i nuclei mono-genitori e tra le famiglie di altra tipologia. Il fenomeno ha inoltre progressivamente coinvolto sempre più famiglie di occupati, sebbene la diffusione della povertà sia tra le più elevate quando la persona di riferimento è in cerca di lavoro. Si conferma e si amplia nel tempo la stratificazione della povertà per area geografica, età e cittadinanza: nel 2021 è in condizione di povertà assoluta un italiano su venti nel Centro-nord, più di un italiano su dieci nel Mezzogiorno e uno straniero su tre nel Centro-nord, il 40 per cento nel Mezzogiorno. È molto aumentata la povertà dei minori e dei giovani.

Le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in particolare reddito di cittadinanza e di emergenza, hanno permesso a 1 milione di individui di non trovarsi in condizione di povertà assoluta. L’effetto è stato maggiore per il Mezzogiorno, per le famiglie con a capo un disoccupato, per le famiglie di stranieri, per le coppie con figli e i nuclei monogenitore. Quelle stesse misure hanno garantito la diminuzione dell’intensità della povertà di una parte di coloro che sono rimasti in povertà. In assenza di sussidi l’intensità della povertà sarebbe stata di ben 10 punti percentuali più elevata. L’effetto più rilevante si osserva per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione, tra le quali l’incidenza, in assenza di sussidi, avrebbe superato il 30 per cento (ben 11,1 punti percentuali superiore a quella stimata in presenza di sussidi).

L’accelerazione inflazionistica che ha caratterizzato la seconda metà del 2021 e i primi cinque mesi del 2022 rischia di aumentare le disuguaglianze, sia per la diminuzione del potere d’acquisto, particolarmente marcata proprio tra le famiglie con forti vincoli di bilancio, sia per effetto delle tempistiche dei rinnovi contrattuali, più lunghe in settori caratterizzati da bassi livelli retributivi.

A marzo, la variazione tendenziale dei prezzi per le famiglie con forti vincoli di bilancio è risultata pari al 9,4 per cento, 2,6 punti percentuali più elevata dell’inflazione misurata nello stesso mese per la popolazione nel suo complesso. Inoltre, l’aumento dei prezzi che ha colpito queste famiglie riguarda beni e servizi essenziali, il cui consumo difficilmente può essere ridotto; oltre agli alimentari, infatti, anche la spesa per energia di tali famiglie riguarda essenzialmente i beni energetici per uso domestico (energia elettrica, gas per cucinare e riscaldamento)».

Il testo completo del rapporto è consultabile al link Istat rapporto annuale 2022


La povertà in Italia nel 2020

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Nel mese di giugno di ogni anno l’Istat diffonde il report La povertà in Italia nel quale sono contenute le stime riferite all’anno precedente. Il report diffuso nei giorni scorsi, e relativo alla situazione del 2020, contiene dati interessanti e fonte di estrema preoccupazione. In sintesi: la povertà assoluta e quella relativa continuano a crescere. (la redazione).

L’Italia dispone di un quadro articolato di indicatori di povertà la cui varietà consente di cogliere le molte dimensioni del fenomeno, specie in un anno come il 2020, segnato da una congiuntura economica particolarmente difficile e anomalo da molti punti di vista. Le diverse linee di povertà e i relativi indicatori mostrano la situazione secondo prospettive differenti.

La soglia di povertà assoluta fa riferimento a un paniere di beni e servizi che vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile. Non si tratta quindi di una unica soglia, ma di molte soglie che variano, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza (vedi il Prospetto in Nota Metodologica che mostra le soglie mensili di povertà assoluta per le principali tipologie familiari, ripartizione geografica e tipo di comune). La soglia di povertà relativa, invece,varia di anno in anno a causa della variazione della spesa per consumi delle famiglie o, in altri termini, dei loro comportamenti di consumo. Tale soglia, infatti, deriva da un calcolo interno alla distribuzione delle spese (è pari infatti alla spesa per consumi media pro-capite per una famiglia composta da due persone). La misura di povertà relativa fornisce,quindi,una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Nel 2020, per una famiglia di due componenti, la soglia è risultata pari a 1.001,86 euro, cioè oltre 93 euro meno della linea del 2019.

Per tenere conto dei cambiamenti nei comportamenti di spesa, ogni anno si calcola anche una linea di povertà dell’anno corrente rivalutando quella dell’anno precedente con la variazione dei prezzi. La soglia 2019, rivalutata al 2020 in base all’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (pari a -0,2%), è risultata pari a 1.092,76 euro (90,90 euro in più della soglia standard). L’incidenza di povertà relativa 2020, calcolata rispetto alla soglia 2019 rivalutata, è, di conseguenza, molto più elevata ed è pari al 13,4% (3.484mila famiglie povere, ossia circa 847mila in più). Le due diverse stime permettono di individuare le famiglie che nel 2020, pur avendo conseguito dei livelli di spesa inferiori a quelli del 2019, non risultano povere per effetto della considerevole riduzione dei consumi e delle condizioni medie di vita nell’anno segnato dalle misure restrittive per il contenimento della pandemia.

I dati sono univoci. Sono in povertà assoluta 5,6 milioni di persone, record dal 2005. Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni.

Nel 2020, sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%). Dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta aumenta raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche). Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019).

Per scaricare il rapporto integrale: https://www.istat.it/it/files/2021/06/REPORT_POVERTA_2020.pdf


Il benessere equo e sostenibile in Italia

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La peculiarità del periodo storico che stiamo vivendo ha reso sempre più evidente l’inadeguatezza del Pil come unica misura del benessere di una popolazione. L’importanza di avere un insieme razionale di indicatori al riguardo, sostenuta dalla letteratura fin dagli anni Sessanta e sollecitata dalla società civile, ha portato l’Istat ad avviare nel 2010, insieme al Cnel, il progetto Bes, per la misurazione del Benessere equo e sostenibile. L’esito, al quale si è giunti al termine di un processo di analisi aperto al confronto con la comunità scientifica, le associazioni e i cittadini, è stato l’individuazione di 12 domìni rilevanti per il benessere (salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; innovazione, ricerca e creatività; qualità dei servizi) e la selezione di circa 130 indicatori in grado di misurare i diversi aspetti – condizioni materiali e qualità della vita – che a essi afferiscono.

Nel marzo 2013 è stato pubblicato il primo rapporto Bes, seguìto da una nuova edizione ogni anno, fino ad arrivare all’attuale: l’ottava. Un percorso che ha portato, di volta in volta, a innovazioni metodologiche e di analisi, con revisioni nel set degli indicatori e lo studio della loro distribuzione per gruppi sociali.

Nel Rapporto 2020 si è aggiunto a questo processo un nuovo tassello, con l’aggiornamento del sistema di indicatori messo a punto per seguire l’evoluzione del concetto di benessere e cogliere le profonde trasformazioni in atto, ivi incluse quelle determinate dalla pandemia da Covid-19. In particolare, si è dato corso all’arricchimento del panorama informativo sui temi che più di altri hanno impatto oggi sul benessere dei cittadini: la salute e i servizi sanitari, le risorse digitali, il cambiamento climatico e il capitale umano, quest’ultimo sia in termini di formazione che di potenziale produttivo.

A dieci anni dall’avvio del progetto, gli indicatori proposti mostrano chiaramente come i cambiamenti nel profilo del benessere in Italia siano stati molti: tanto nella direzione del progresso, quanto nella persistenza di aree di criticità, anche profonde.

Per effetto dei tagli continui lungo tutto il decennio, il nostro sistema sanitario è arrivato a disporre di meno posti letto, di medici di età mediamente più elevata, per il blocco del turnover, con l’effetto complessivo di una maggiore disuguaglianza nell’accesso alle cure. I bambini iscritti al nido e i giovani che si laureano sono ancora troppo pochi, e il divario con l’Europa sull’istruzione continua ad allargarsi. La distanza dagli altri partner europei non diminuisce nemmeno per gli investimenti in ricerca e sviluppo, che restano troppo bassi, né, malgrado i progressi, per l’incidenza di lavoratori della conoscenza. Nel contempo si è accresciuto il numero di ragazzi che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in programmi di formazione professionale. La qualità del lavoro in Italia resta critica, e l’incidenza della povertà assoluta, che per sette anni si era mantenuta su livelli doppi rispetto ai valori del 2009, solo nel 2019 mostra, per la prima volta, una leggera flessione, per poi aumentare nuovamente nel 2020. Quanto alla digitalizzazione, l’uso di internet è cresciuto, ma permane lo svantaggio del Mezzogiorno, delle donne e dei più anziani. Gli investimenti per la tutela e la valorizzazione di beni e attività culturali, già storicamente inadeguati, sono in diminuzione. Sul fronte dell’ambiente, molti sono i segnali di allarme: crescono infatti le criticità sulle risorse idriche, resta allarmante la qualità dell’aria, avanza il consumo di suolo e l’abusivismo edilizio torna a livelli preoccupanti nel Mezzogiorno. La pandemia ha rappresentato una frenata, o addirittura un arretramento, in più di un settore. Gli indicatori del Bes hanno registrato impatti particolarmente violenti su alcuni progressi raggiunti in dieci anni sul fronte della salute, annullati in un solo anno. L’emergenza sanitaria ha avuto conseguenze pesanti su un mercato del lavoro già poco dinamico e segmentato e ha imposto una battuta di arresto nella partecipazione culturale. In questo contesto, aumentano comprensibilmente i timori dei cittadini per la propria situazione futura e resta bassa la quota di persone molto soddisfatte per la vita.

Dal lato delle buone notizie, dopo anni di declino, l’interesse dei cittadini per i temi civici e politici ha mostrato segnali di ripresa e la loro sensibilità per i cambiamenti climatici continua ad aumentare. La presenza delle donne nei luoghi decisionali ha fatto passi in avanti, sebbene lentamente. La criminalità è andata progressivamente riducendosi. Alcuni indicatori ambientali, come quelli che monitorano la gestione dei rifiuti, hanno mostrato un andamento favorevole.

Il Rapporto presenta, in sintesi, un quadro complesso ricco e al tempo stesso contraddittorio. Mostra un Paese in grandi difficoltà, che tuttavia mantiene in vita riserve di speranza

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La criminalità in Italia: delitti, imputati e vittime

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L’Istat ripropone, in un ampio e documentato volume, una fotografia dell’andamento della criminalità in Italia, strutturato su «delitti, imputati e vittime». I dati presi in esame si riferiscono ai comparti tradizionali della delittuosità (come emerge dalle statistiche di polizia), della criminalità, dei condannati e della giustizia minorile (questi ultimi di provenienza giudiziaria). Come chiarito nella premessa del volume la fotografia proposta è parziale: sia perché i dati presi in esame (come sempre nelle rilevazioni dell’Istituto di statistica) non sono in tempo reale e risalgono al 2017-2018, sia perché ne restano estranei alcuni settori e tutto il sommerso. Si tratta tuttavia di un importante contributo alla conoscenza dell’andamento generale dei fenomeni criminali nel nostro Paese come emerge anche da pochi flash.

Un elemento è subito evidente. Il trend osservabile nei dati dalle statistiche della delittuosità è complessivamente decrescente. In particolare i reati contro la proprietà (furti in abitazione, scippi, borseggi e furti nei negozi) e le rapine in abitazione e in strada hanno ripreso la loro discesa dopo gli aumenti intervenuti tra il 2013 e il 2015. Per altri reati, poi, la diminuzione segue un andamento tendenzialmente costante e di lunga durata: i furti dei veicoli, le rapine in banca, gli omicidi consumati e tentati, gli incendi dolosi e i danneggiamenti hanno iniziato il loro trend decrescente prima dell’ultimo decennio e per gli omicidi si può parlare di trentennio. Nel 2018, gli omicidi in Italia hanno raggiunto il minimo storico di 345 unità. Gli omicidi di mafia e quelli legati alla criminalità comune sono fortemente diminuiti negli ultimi trent’anni, mentre si possono definire stazionari gli omicidi dovuti alla violenza interpersonale, come quelli di donne, uccise per la maggior parte da partner, ex partner e familiari. Il tasso di omicidi, pari allo 0,6 per centomila abitanti, è il più basso a livello europeo, più alto solo di quello del Lussemburgo. Le differenze regionali e provinciali sono molto marcate, ma non vi è un modello comune per tutti i reati: alcune regioni presentano valori elevati per alcuni delitti, ma assolutamente bassi per altri e viceversa. Si potrebbe definire una geografia sempre più a macchia di leopardo. Inoltre negli anni è emersa una maggiore propensione della provincia a catalizzare i reati, malgrado molti siano ancora maggioritari nei grandi centri metropolitani. Ma quante delle denunce trovano un autore da perseguire? I dati della Polizia di Stato forniscono il numero di autori scoperti per ogni reato commesso. Si chiama il clearance rate, il “tasso di scoperto”, che è calcolato come rapporto tra le persone identificate per avere commesso un reato e il totale dei reati e permette di conoscere il numero di autori rintracciati per ogni tipologia di reato. La scoperta dell’autore è molto frequente nei reati violenti, in particolare negli omicidi e nei tentati omicidi, mentre è minima nel caso dei furti. Per gli omicidi il clearance rate è aumentato negli ultimi anni, anche in concomitanza con la diminuzione degli omicidi di mafia, più complessi da risolvere nel breve tempo.

Le vittime dei reati sono in genere soprattutto giovani e uomini, ma le differenze sono molto marcate a seconda del reato considerato. Le vittime di omicidio sono uomini in poco meno di due casi su tre e hanno più frequentemente tra i 18 e i 44 anni. Per i tentati omicidi la percentuale di uomini è maggiore, così come per i 25-34enni. I reati che più frequentemente hanno come vittime le donne sono la violenza sessuale e lo stalking. Le donne e i più giovani sono prevalentemente le vittime dei furti in strada, come gli scippi e i borseggi; al contrario sono gli uomini ad essere più colpiti dalle rapine.

Interessante l’analisi dei procedimenti penali nella fase delle indagini. La serie dei dati dal 2006 al 2017, mostra un andamento crescente dei procedimenti per cui inizia l’azione penale fino al 2011, cui segue una lieve flessione nel 2012 che si mantiene quasi stazionaria fino al 2014 per poi iniziare una decrescita che raggiunge il picco negativo nel 2016. Nel 2017 i tipi di delitti più frequentemente registrati nei registri delle le procure ordinarie sono stati la minaccia, la truffa, le lesioni personali colpose e il furto semplice e aggravato, le lesioni personali volontarie, le ingiurie, la produzione e lo spaccio di stupefacenti o sostanze psicotrope, la ricettazione, il danneggiamento, l’evasione fiscale e contributiva (imposte dirette e indirette), la violazione degli obblighi di assistenza familiare, la resistenza a un pubblico ufficiale, l’omesso versamento di ritenute previdenziali e la rapina. Nel 2017, alla fine della fase delle indagini, il pubblico ministero ha definito circa un milione 64 mila procedimenti per delitto e/o contravvenzione (pari a 1.757,7 procedimenti per centomila abitanti), un dato in diminuzione rispetto ai cinque anni precedenti quando si attestava a 2.097,8. In poco più del 50 per cento dei casi ha chiesto che i procedimenti proseguissero nell’iter penale mentre negli altri casi ha chiesto l’archiviazione (per mancanza delle condizioni di procedibilità o mper ragioni di merito). Quanto ai tempi intercorsi tra l’iscrizione del reato e la sua definizione in Procura, l’archiviazione ha avuto tempi mediani pari a 145 giorni mentre la durata mediana della fase delle indagini per i procedimenti per cui è stata richiesta l’azione penale è stata decisamente più lunga e pari a 424 giorni, in aumento rispetto al 2014 quando era pari a 309 giorni. La maggioranza degli imputati è di sesso maschile, è nato in Italia e ha tra i 35 e i 39 anni. Gli imputati stranieri sono più giovani, dato il diverso profilo per età della popolazione straniera in Italia. La maggior parte degli imputati lo è per un solo reato. Circa il 20 per cento commette più tipi di reato che spesso completano il disegno criminoso. Circa il 65 per cento degli autori agisce da solo; in una quota non trascurabile di procedimenti emerge che gli autori agiscono in coppia o in gruppo, percentuale che aumenta tra i minori.

La fine del percorso giudiziario è segnato dai dati del Casellario giudiziale centrale: ove risultano iscritte 289.406 sentenze definitive di condanna per delitto o contravvenzione, corrispondenti a un tasso di 479 condanne irrevocabili per centomila abitanti. Dal 2015 al 2018 il numero di sentenze irrevocabili per centomila abitanti è diminuito del 7,5 per cento, anche probabilmente in seguito all’incremento dei procedimenti sospesi per messa alla prova dell’imputato (26.411 nel 2018). L’andamento delle condanne è attribuibile in gran parte alle sentenze in cui è presente almeno un delitto. Tali condanne rappresentano dal 2000 almeno il 70 per cento del totale delle condanne e nel 2018 sono il 74,6 per cento, quota in aumento dall’anno 2014 in cui erano il 69,9 per cento. La distribuzione delle sentenze per delitto più grave mostra oltre a furto semplice o aggravato, alle violazioni delle leggi in materia di stupefacenti, a ricettazione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali volontarie, rapina, truffa anche le violazioni delle leggi sull’immigrazione, le violazioni degli obblighi di assistenza familiare e bancarotta; mentre diminuiscono rispetto al 2014, i reati in ambito di previdenza sociale e assistenza, anche a seguito di importanti modifiche legislative. La maggior parte dei condannati sono uomini, di cittadinanza italiana.

L’Istat ha stimato la durata dei processi a partire dalla data del commesso reato fino alla sua condanna. Le durate mediane sono molto diverse a seconda dei reati, ma abbastanza stabili nel tempo. Il tempo dei processi per le contravvenzioni è minore rispetto ai tempi dei delitti. Per questi, i tempi più lunghi riguardano i reati più gravi come l’omicidio, l’associazione mafiosa, la bancarotta, alcuni tipi di riciclaggio e la corruzione. I dati del casellario permettono anche di conoscere le sanzioni comminate ai condannati, sanzioni molto diverse per i delitti e per le contravvenzioni, pene da scontare con la reclusione in carcere o pene pecuniarie, ma in molti casi la sentenza prevede entrambe le tipologie. Le condanne con almeno un delitto per le quali è stata comminata solo la multa, senza reclusione, rappresentano meno del 15 per cento nel 2018. Di contro sono aumentate le sentenze con almeno un delitto che prevede l’ergastolo o la reclusione (soprattutto da uno a cinque anni, più che quintuplicate).

L’ultima parte del volume è dedicata all’analisi dei dati sui minorenni che hanno commesso reati. Il quadro è composto da diverse prospettive: la prima riguarda le segnalazioni o le investigazioni delle forze di polizia, che nel 2018 ha visto coinvolti 29.558 minori; segue la fase istruttoria del processo a cui nel 2017 hanno avuto accesso 36.416 minori, per un totale di 19.359 minori imputati; il percorso dei minori nell’area penale della giustizia, i cui Uffici di servizio sociale nel 2018 hanno avuto in carico 21.305 minori; la fine del processo che, grazie al successo della messa alla prova, nel 2018 ha riguardato un contingente ridotto di 2.802 minori condannati in maniera definitiva; e da ultimo, l’esecuzione della pena, che nel 2018 ha visto 318 minorenni e giovani adulti entrare negli Istituti penali minorili e 417 usufruire delle misure alternative alla detenzione.

I dati esaminati – come si è detto – sono relativi al 2018 e al 2017. Solo analisi a posteriori potranno mostrare le conseguenze dell’epidemia scoppiata all’inizio del 2020 sulla criminalità e sulla qualità della vita dei cittadini nell’ottica della sicurezza. Il rapporto dell’Istat si limita a segnalare che le misure di restrizione della mobilità legate al Covid-19 hanno influenzato notevolmente gli stili di vita facendo crollare alcuni reati legati al patrimonio, come gli scippi e i borseggi, le rapine, i furti in abitazione, soprattutto nel primo semestre 2020: a solo titolo di esempio, i borseggi che erano circa 10mila nell’aprile 2019, sono stati 939 ad aprile 2020 (periodo di lockdown totale). Sono aumentati al contempo le truffe e i delitti informatici. Ma i fenomeni sono complessi e non unidirezionali, come nel caso degli omicidi che sono anche questi diminuiti nel primo semestre del 2020, ma non quelli delle donne, che poco beneficiano delle misure di restrizione della mobilità, dal momento che sono soprattutto uccise nell’ambiente familiare e da parte dei partner.

Qui il link per scaricare il testo integrale del dossier: https://www.istat.it/it/files//2021/01/Delitti-Imputati-Vittime-dei-reati_Riedizione.pdf


Più italiani emigrati, meno arrivi dall’Africa

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Secondo il recentissimo Report migrazioni dell’Istat, nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 157 mila unità, in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 74% del totale (116.732). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 46.824, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 69.908 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,1 per 1.000. Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno.

In parallelo, le iscrizioni anagrafiche dall’estero registrate nel corso del 2018 ammontano a 332.324, in calo del 3,2% rispetto all’anno precedente; di queste, 286 mila riguardano cittadini stranieri (86% del totale). A livello nazionale il tasso di immigratorietà è pari a 4,7 immigrati stranieri ogni 1.000 abitanti.

L’andamento dei flussi migratori in ingresso nell’ultimo decennio per macro-aree di provenienza evidenzia un calo generale delle immigrazioni con riferimento a tutti i paesi esteri: dopo l’incremento dovuto alle regolarizzazioni e all’ingresso di Romania e Bulgaria nell’Unione europea osservato nei primi anni Duemila, i trasferimenti dall’estero hanno avuto un lento declino. Dal 2015 al 2017 le immigrazioni sono tornate ad aumentare a causa dei flussi numerosi provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo: soprattutto di persone in cerca di accoglienza per asilo e protezione umanitaria. Nel 2018, questi ingressi hanno subìto una battuta d’arresto e le iscrizioni anagrafiche dall’estero più numerose provengono, in valore assoluto, da paesi europei: la Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origine seppur in deciso calo (-10% rispetto al 2017). Sempre nel 2018 restano consistenti ma sono nettamente in diminuzione le immigrazioni provenienti dal continente africano, in particolare dalla Nigeria (18 mila, -24%), dal Senegal (9 mila, -20 %), dal Gambia (6 mila, -30%), dalla Costa d’Avorio (5 mila, -27%) e dal Ghana (5 mila, -25%) che durante il 2017 avevano fatto registrare aumenti record. Il Marocco è l’unico paese africano che segna una variazione positiva rispetto all’anno precedente (17 mila, +9%).

Qui il testo completo del Report