Contro il premierato: nonostante silenzi e censure

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Riceviamo da Alfiero Grandi, vice presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, una breve nota sulla proposta di premierato avanzata da Giorgia Meloni e in discussione in Parlamento. È la replica a un articolo aperturista di Franco De Benedetti comparso su La Stampa il 20 aprile scorso (Governo e Parlamento. La riforma di cui c’è bisogno), inviata da Grandi il 22 aprile, dopo avere avuto dal quotidiano torinese indicazioni sulle relative modalità, e a tutt’oggi non pubblicata. Libero ogni giornale di scegliere la propria linea politica e di decidere cosa pubblicare, resta il tema, cruciale, della possibilità di un effettivo contraddittorio sulle questioni al vaglio dei cittadini e, dunque, dell’effettività in concreto dei diritti di parola e di manifestazione del pensiero. A dimostrazione di come la “censura” non stia solo – né tanto – nei cori degli studenti contro una ministra. Per dar conto dei termini della vicenda pubblichiamo, di seguito, la nota di Grandi. (la redazione)

Franco De Benedetti sostiene, in rapporto alla proposta di elezione diretta del Presidente del Consiglio, che il problema di fondo dell’Italia sia rendere gli esecutivi più stabili (Governo e Parlamento. La riforma di cui c’è bisogno, 20 aprile, ndr).

Non convince per almeno due ragioni:

1) il Governo Meloni ha una stabilità potenziale straordinaria. Le destre con il 44% dei voti hanno ottenuto il 59% dei parlamentari. Un premio di maggioranza del 15% grazie a una legge elettorale incostituzionale. Malgrado questo il Governo vuole modificare la Costituzione per dare ancora più potere al presidente del Consiglio, mentre dovrebbe preoccuparsi dei risultati che per ora latitano. Le difficoltà politiche vengono scaricate sulla Costituzione;

2) il problema di fondo della nostra vita democratica è la crescita inarrestabile dell’astensione, ormai metà dell’elettorato. Riportare alla partecipazione democratica la metà dei cittadini che oggi non crede alla possibilità di contare è la sfida di fondo per il futuro della nostra democrazia. Sono necessari diversi interventi, tra questi è prioritario ricostruire un rapporto diretto tra i deputati e i senatori e gli elettori che oggi sono invece nominati dai capi partito. In pratica non hanno rapporti con gli elettori, che non hanno alcun potere reale nella loro elezione. È prioritaria una nuova legge elettorale, ma l’elezione diretta del Presidente del Consiglio legherà a doppio filo il suo ruolo e la vita del Parlamento.

Non a caso il Governo ha fatto una proposta unilaterale e conta sul 59% che gli è stato regalato per imporre le sue soluzioni, come ha già fatto più volte. È difficile comprendere perché mai questa proposta sarebbe un’occasione da cogliere visto che rappresenta una forzatura al limite dell’imposizione, che ha l’obiettivo di andare oltre la Repubblica fondata sulla Costituzione democratica e antifascista del 1948, per transitare in una “terza Repubblica”.

L’obiettivo della proposta Meloni è uscire dalla democrazia parlamentare della nostra Costituzione per costruire una vera e propria capocrazia. È una menzogna che accrescerebbe il potere del Presidente del Consiglio senza diminuire quello del Presidente della Repubblica e il ruolo fondamentale del Parlamento. Giorgia Meloni non ha insistito sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica perché le sarebbe difficile spiegare al Paese perché Mattarella dovrebbe essere ridimensionato, visto che svolge il ruolo in modo impeccabile. Da qui il ripiegamento sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio che diventerebbe la figura istituzionale dominante.

Le proposte per migliorare aspetti del meccanismo proposto da Giorgia Meloni sono di scarso interesse perché non richieste e velleitarie. Per di più Fratelli d’Italia ha già lanciato i comitati a sostegno della proposta. Sarebbe logico prepararsi fin da ora al No alla proposta di Giorgia Meloni che ha un carattere eversivo della Costituzione del 1948 e conferma l’ansia di uscire dal suo cono di luce per costruire un’altra fonte di legittimazione, attraverso l’elezione diretta. Il Presidente della Repubblica verrebbe sterilizzato nel suo ruolo politico malgrado in diverse occasioni abbia salvato la Repubblica. Il Parlamento diventerebbe la guardia del pretorio del Presidente del Consiglio perché la sua vita dipenderebbe dalla fedeltà al capo. Sarebbe la fine della Repubblica parlamentare nata nel 1948, a causa di modifiche della Costituzione tali da stravolgerla. La proposta di Giorgia Meloni spingerà a invidiare la chiarezza della Costituzione americana che prevede una netta separazione tra elezione dei parlamentari e del Presidente.

Meglio affrontare il vero problema dell’Italia, la disaffezione dalla partecipazione politica, e costruire il contrasto a queste modifiche istituzionali, pretendendo l’effettuazione del referendum costituzionale per consentire ad elettrici ed elettori di poterle respingere.


2024: un anno cruciale per fermare la riforma costituzionale della destra

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Le destre hanno ottenuto nel 2022 il 59% dei deputati e dei senatori, con una maggioranza parlamentare che non ha eguali nella storia degli ultimi decenni: nel 2008 Berlusconi si era fermato al 54%. Ciò grazie alla legge elettorale in vigore che è maggioritaria, con un premio di maggioranza occulto che nel 2022 è arrivato al 15%, più del porcellum. Questo dato rivela che l’attuale difficoltà della maggioranza è tutta politica. Le destre non sono in grado di presentare al Paese, e al loro elettorato, risultati paragonabili alle promesse elettorali. L’alluvione di decreti legge con cui stanno governando conferma decisioni episodiche, raffazzonate, corporative. Per di più all’interno della maggioranza c’è un’aspra concorrenza, più di quanto si vuole fare apparire. Questo spinge Giorgia Meloni a cercare nelle modifiche della Costituzione il capro espiatorio delle difficoltà che incontra il Governo. È il tentativo di compensare le difficoltà del governare con un obiettivo che storicamente sta molto a cuore alle destre come l’elezione diretta del capo, in questo caso del presidente del Consiglio. Non basta più, alla destra, il criterio che chi prende più voti guida la maggioranza, visto che tra le sue componenti c’è una dura concorrenza politica sul piano interno ed europeo in vista delle elezioni del 9 giugno. Per questo sbaglia chi pensa che Giorgia Meloni possa ritirare la proposta di legge che modifica la Costituzione: la presidente del Consiglio ne ha assoluto bisogno anche in vista delle elezioni europee, per compensare l’autonomia regionale differenziata a cui la Lega punta per avere un risultato da spendere in campagna elettorale.

La proposta di Giorgia Meloni ha due pilastri. Il primo è l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei Ministri. Il secondo è una legge elettorale maggioritaria (55%) che garantisca uno stretto collegamento tra il capo del governo, eletto direttamente, e i “suoi” parlamentari, grazie al fatto che per la prima lista (partito o coalizione) è previsto il il 55% dei parlamentari anche con percentuali sotto il 40% (come ha rivelato il sottosegretario Fazzolari). Nella relazione del disegno di legge, come nelle presentazioni fin qui fatte, si afferma che la soluzione proposta non toccherebbe i poteri del Presidente della Repubblica. Questa è una balla, di cui deve essersi reso conto perfino il presidente del Senato La Russa che, uscendo dal suo ruolo, ha sostenuto che la proposta toglierebbe al presidente della Repubblica “un di più”, cioè i poteri attribuitigli oltre quanto previsto dalla Costituzione. Anche questa, peraltro, è una balla perché l’articolo 92 cella Costituzione è cristallino: il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei Ministri, senza vincoli e condizionamenti. Ma se il presidente del Consiglio è eletto direttamente, è inevitabile un conflitto con i poteri del presidente della Repubblica, destinato in futuro a un ruolo notarile. Il disegno di legge cambia i poteri. Del resto è così anche con il Parlamento la cui maggioranza (55%) avrebbe un legame a doppio filo con il capo del Governo, da cui dipenderebbe e di cui diventerebbe la “guardia pretoria”.

In queste settimane, in occasione della legge di bilancio 2024, c’è stata un’anticipazione di come cambierebbe il sistema politico e istituzionale. I capi dei partiti della maggioranza hanno “ordinato” ai loro parlamentari di non presentare emendamenti alle proposte del Governo, imponendone il ritiro a qualcuno che non obbediva (Lega), ma, ciononostante, l’approvazione è arrivata poco prima della scadenza e sol perché le opposizioni hanno deciso di non spingere la maggioranza verso l’esercizio provvisorio. I tempi di approvazione della legge di bilancio non sono migliorati, il Governo ha discusso gli emendamenti solo all’interno della maggioranza contraddicendo l’articolo 67 della Costituzione che prevede che i parlamentari agiscano senza vincolo di mandato e l’opposizione è stata relegata a iniziative senza speranza. È il modello che diventerebbe regola con il cambiamento della Costituzione e con una legge elettorale che mantenga la dipendenza dal presidente del Consiglio dei parlamentari, che potrebbero solo approvare i voleri del capo, senza alcuna autonomia. Verrebbe sterilizzato il ruolo politico del presidente della Repubblica verso il Governo e gli verrebbe sottratta la facoltà di sciogliere le Camere; e a questo si aggiungerebbe un Parlamento ridotto a un ruolo subalterno a fronte di un Governo che finirebbe con l’assorbire anche il potere legislativo.

Bisogna fermare questo delirio costituzionale. La modifica proposta non è di manutenzione ma di cambiamento radicale della Costituzione antifascista e democratica, fondata su una netta separazione dei poteri e dei compiti, perché l’obiettivo è portare l’Italia verso una Costituzione accentratrice e autocratica. Fratelli d’Italia lascia capire che in questo modo si contrasterebbero le spinte della Lega verso la secessione delle regioni ricche, definizione non così lontana dalla realtà perché l’obiettivo dell’autonomia regionale differenziata è trasferire poteri, e soprattutto risorse per esercitarli, a Lombardia e Veneto. Così i cambiamenti inseriti da Fratelli d’Italia nel disegno di legge Calderoli vanno nella direzione di affidare al solo presidente del Consiglio la possibilità, negli accordi con le regioni, di mettere e togliere materie da devolvere, senza l’obbligo di sentire preliminarmente il Parlamento, che è già trattato, di fatto, come un organo di mera ratifica delle decisioni del Governo. Il disegno di legge costituzionale, fingendo di limitarsi a pochi interventi, attacca frontalmente la Costituzione, mentre, in preparazione, si stanno sperimentando nuove attribuzioni di poteri al solo presidente del Consiglio, riducendo a ratifica il ruolo del Parlamento. La maggioranza usa il premio di maggioranza come clava per imporre uno stravolgimento della Costituzione.

Parte dell’opposizione sembra non avere compreso la natura cruciale della sfida a cui siamo di fronte. Ha, invece, le idee chiare Giorgia Meloni, che non a caso dice apertamente di voler chiedere il voto popolare a sostegno delle modifiche costituzionali. Anche con il soccorso di Renzi la maggioranza non arriverebbe ad approvare il disegno di legge con i due terzi dei parlamentari (circostanza che, sola, potrebbe impedire il referendum popolare). Soltanto una frana politica di altri settori dell’opposizione potrebbe consentire alle destre di evitare il referendum.

In questo contesto occorre aver chiaro che non c’è spazio per modificare la proposta del Governo. Fratelli d’Italia non può accettare cambiamenti di sostanza. Non siamo di fronte a tecnicismi, ma a una scelta politica che punta a restare al potere con la possibilità di avviare ulteriori cambiamenti istituzionali. Un esempio: se si voterà nel 2027, dopo due anni scadrà il mandato di Mattarella e la maggioranza uscita dalle urne potrebbe eleggere un suo presidente della Repubblica (magari La Russa) completando l’occupazione del potere, perché il Presidente nomina un terzo della Corte costituzionale e presiede il Consiglio superiore della magistratura. Questo disegno va nella direzione di quanto chiedevano all’Italia grandi finanziarie e agenzie di rating: abbandonare i connotati antifascisti e sociali della Costituzione nata dalla Resistenza.

Sarebbe imperdonabile dare ascolto alle sirene che si muovono per convincere settori dell’opposizione che con queste destre una trattativa è possibile. Non si può attenuare la denuncia del disegno autoritario in atto. Occorre preparare da subito gli argomenti che dovranno essere posti al centro del confronto politico parlamentare e nel paese, in vista del referendum popolare che andrà gestito come oppositivo, senza se e senza ma. Non va sottovalutato l’argomento che Giorgia Meloni ha già usato: volete decidere voi elettori o lasciare decidere ai partiti? L’astensionismo è misura della sfiducia, del distacco dalla politica. Affermazioni come quelle della Meloni vengono fatte da chi è contemporaneamente presidente del partito che ha più voti, presidente dei Conservatori europei e presidente del Consiglio. È incredibile che proprio lei si appelli al voto diretto contro i partiti, ma ciò ha una spiegazione nel populismo della destra e nella volontà di non dipendere più, in futuro, da Salvini e da altri alleati.

Ma non basta dire no. È necessario ma non basta. Occorre contrapporre alla proposta di votare direttamente il presidente del Consiglio il ripristino dell’elezione diretta dei deputati e dei senatori da parte di elettrici ed elettori, per ridare un ruolo centrale al Parlamento come luogo della rappresentanza. In altre parole occorre cambiare la legge elettorale ma nella direzione opposta: sistema proporzionale e scelta diretta degli eletti da parte degli elettori (che oggi non hanno più rapporti diretti). Giorgia Meloni sta puntando a portarci fuori dalla Costituzione del 1948. Non è la prima che si prova a stravolgerla. Renzi è l’esempio più vicino, per fortuna sconfitto dal referendum nel 2016. Ma non è automatico che ciò accada di nuovo. Non sottovalutiamo la sfida attuale. È indispensabile che le opposizioni capiscano che è necessaria una svolta rispetto alla faciloneria con cui sono stati fatti in passato tentativi di cambiare la Costituzione, che ha bisogno più che mai di essere attuata e difesa, non stravolta. Non è stato un bell’esordio quello del neo presidente della Corte costituzionale che ha auspicato un accordo in Parlamento per evitare il referendum popolare. Questo appartiene a un passato che ha subito la pressione di un decisionismo volto ad affidare al Governo e al capo le decisioni. Oggi il ruolo del Governo si è dilatato fino a rendere il Parlamento subalterno. È il momento di ridare a quest’ultimo un ruolo decisivo, come da Costituzione, correggendo errori del passato, come la modifica del titolo V voluta nel 2001 dal centro sinistra, nel tentativo di inseguire la Lega sul suo terreno, che si è rivelata sbagliata in punti importanti e non è servita a dare vantaggi elettorali. L’indigestione nell’uso dei decreti legge, dei voti di fiducia, dei maxiemendamenti che le destre hanno portato a sistema sta creando seri problemi di ingorgo nei lavori parlamentari e peggiora le iniziative legislative, sempre più contingenti e propagandistiche. Il confronto parlamentare dovrebbe costringere tutti a dare il meglio di sé, a guardare lontano, ad agire per progetti, con lo sguardo al futuro.

La modifica della Costituzione proposta da Giorgia Meloni va respinta perché farebbe male all’Italia. Se, per la forza dei numeri, il Parlamento non riuscirà a fermarla si dovrà tenere aperta ad ogni costo la strada del referendum popolare per fare decidere elettrici ed elettori, tra i quali non esiste maggioritario. Così ogni elettore potrà contribuire a difendere la Costituzione nata dalla Resistenza.


Referendum. L’assordante congiura del silenzio

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Il Governo ha fissato una data molto ravvicinata per il referendum costituzionale. Ha prevalso la convinzione che potrebbe essere un pericolo, per chi vuole ad ogni costo il taglio del Parlamento, dare più tempo ad elettrici ed elettori per capire su cosa voteranno il 29 marzo (https://volerelaluna.it/politica/2020/01/31/il-referendum-sulla-riduzione-dei-parlamentari-e-la-fretta-del-governo/).

Del resto tutti i partiti presenti in Parlamento, seppure in fasi diverse, hanno votato a favore. Prima la maggioranza giallo verde del Governo Conte 1, poi nell’ultimo voto della Camera la nuova maggioranza tra M5Stelle e sinistre. Le sinistre prima avevano votato contro, poi con un brusco cambio di posizione hanno capovolto il voto contrario iniziale. Rendendosi conto dell’enormità del fatto (o ci si era sbagliati prima, o ci si è sbagliati dopo) hanno posto alcune condizioni al voto favorevole al taglio dei parlamentari: altre modifiche alla Costituzione, per ora scomparse nella nebbia, e una nuova legge elettorale, che viene presentata come proporzionale ma che in realtà non lo è perché prevede di innalzare al 5% la soglia (oggi è al 3%) per eleggere i deputati, ma il risultato sarà in realtà più alto perché peserebbe il 37% di parlamentari in meno. Naturalmente è la media di Trilussa, in molti casi la soglia reale diventerebbe molto più alta. Comunque anche la nuova legge elettorale è avvolta nella nebbia. Sia le ulteriori modifiche della Costituzione, sia la proposta di nuova legge elettorale sono state presentate per giustificare il capovolgimento di posizione in vista del voto del 29 marzo, ma in realtà si voterà solo sul taglio dei parlamentari. Il resto non c’è.

Per fortuna la Corte costituzionale, anche ascoltando gli argomenti degli avvocati Besostri e Adami, ha bocciato il referendum truffa della Lega che voleva arrivare a un maggioritario secco, attraverso trucchi e artifici (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/01/14/il-referendum-elettorale-leghista-davanti-alla-corte-costituzionale/).

Il 29 marzo quindi si voterà solo sul taglio del Parlamento, mediamente il 36,5%, creando così due camere ridotte di oltre un terzo, creando seri problemi al loro funzionamento. Basta leggere il dossier degli uffici studi di Camera e Senato disponibili su Internet per capirlo. Ad esempio dovranno essere cambiati i regolamenti di Camera e Senato, che finora hanno richiesto un paio di anni.

Perché il taglio del Parlamento? Per risparmiare? Il risparmio è lo 0,007% del bilancio dello Stato (Cottarelli), un cappuccino a testa all’anno. Di Maio per cercare, invano, di dimostrare che il risparmio sarebbe molto alto ha dovuto moltiplicare per 10 anni una cifra arrotondata verso l’alto. Comunque sia il costo non può essere l’argomento per tagliare il Parlamento. Il Parlamento è diventato il punto centrale di un attacco demagogico contro la casta, dimenticando che il suo ruolo è centrale nella Costituzione e intaccarlo significa metterne in discussione l’equilibrio, aprire uno scenario di ulteriori modifiche. Eppure la Camera dei Deputati è stata riconquistata dopo la vittoria sul nazifascismo perché era stata abolita per lasciare spazio a un organo del regime fascista, dovremmo sempre ricordarlo.

È vero il Parlamento ha una crisi di credibilità presso i cittadini. La risposta non sta nel contribuire ad aggravarla ma nel rimuoverne le ragioni.

In questi anni le leggi elettorali hanno consolidato un Parlamento di nominati dai capi. Gli elettori possono scegliere la lista non chi li deve rappresentare, creando una prima frattura con gli elettori che non sanno chi entrerà in Parlamento. Anni di uso a raffica di decreti legge da parte dei governi, spesso senza ragioni di urgenza, di voti di fiducia ripetuti, hanno creato una prassi di preponderanza politica del Governo sul Parlamento fino a invertire i ruoli. Il Parlamento dovrebbe approvare le leggi che il Governo deve applicare sotto il suo controllo, invece oggi la discussione verte su come togliere le garanzie dell’articolo 67 sulla libertà di comportamento dei parlamentari. Il risultato di questo taglio dei parlamentari sarebbe definitivamente un Parlamento di yes man, di soldatini del voto.

Sotto tiro non è solo il Parlamento ma la Costituzione e l’assetto istituzionale della nostra democrazia, faticosamente conquistata (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/02/13/diminuire-i-parlamentari-non-aiuta-la-democrazia/). Infatti dare un colpo alla rappresentanza, com’è il taglio del 37%, vuol dire compromettere la capacità di rappresentare gli elettori e insieme aprire una fase di instabilità istituzionale che la destra fiuta come possibile e che traduce nella richiesta di maggioritario spinto, di pieni poteri verso l’uomo solo al comando, di presidente eletto direttamente (quindi capo di una maggioranza, non più figura di garanzia istituzionale e tra i poteri). Se il Parlamento prende un colpo ulteriore e diventa il parafulmine di tutte le insoddisfazioni non solo non troverà soluzione il malessere di tanti cittadini ma si rischia seriamente di aprire una fase di ulteriori modifiche della Costituzione, il cui impianto rischia di essere in discussione.

La discussione sul taglio del Parlamento viene condotta con supponenza da chi da per scontato l’esito del referendum. Vedremo. Anche nel 2016 il No veniva dato al 20% e sappiamo com’è finita. Certo ogni volta la situazione è diversa, ma oggi è in gioco l’esigenza di arrestare una deriva demagogica e populista che si è concentrata sul taglio del Parlamento. Eppure il M5Stelle dovrebbe sapere che l’esperienza di governo con la Lega non gli ha portato fortuna. Anzi ha perso più della metà dei voti a favore dell’alleato. La destra è pronta a beneficiare ulteriormente di questa fase e il taglio dei parlamentari porterebbe ancora acqua al mulino della destra, con buona pace del M5Stelle.

Non si deve dimenticare che fu Berlusconi a proporre di fare votare solo i capigruppo in Parlamento, confermando una concezione ben povera del ruolo del Parlamento, del resto confermato dal voto che Ruby era la nipote di Mubarak. Perché mai si dovrebbe oggi portare acqua alla destra colpendo seriamente il ruolo del Parlamento? Non contano le buone intenzioni, peseranno i fatti come il taglio del Parlamento.

L’articolo è pubblicato anche su “Il Riformista”


Il Fondo Salvastati così non va

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Fiscal Compact con le connesse direttive, Sistema bancario europeo e Fondo Salvastati (Mes) sono aspetti tra loro legati. Valutarli divisi può portare solo guai. Le sceneggiate e i toni aggressivi della Lega e del resto della destra in Parlamento, da scontro frontale, sono strumentali e servono a coprire i loro stessi errori. La rissa della destra non deve però impressionare e tanto meno spingere a una posizione arroccata, impedendo un esame equilibrato di queste misure. Ci sono già state esperienze negative per avere affrontato con leggerezza e approssimazione le trattative per accordi a livello europeo su materie finanziarie ed economiche. Stracciarsi le vesti solo dopo è un atteggiamento che non ci possiamo permettere.

 Il Fiscal Compact prevede il rientro nei ranghi dei paesi che non rispettano i parametri del 3% di deficit e hanno un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Il debito dell’Italia è al 135% del Pil. Non risulta invece che qualcuno abbia chiesto di aggiungere un altro punto per obbligare i paesi con forte surplus a investire quanto potrebbero, come prevedono le regole in vigore. I tagli sono un obbligo mentre gli investimenti no? Per ora è difficile capire se il vagheggiato strumento di bilancio per convergenza e competitività sarebbe qualcosa di più di un auspicio: con quali risorse, per quali obiettivi? Con Two packs e Six packs, collegati al Fiscal compact, sono stati aggiunti vincoli più severi. Questi provvedimenti (non inseriti finora nel sistema giuridico europeo) hanno ispirato la cura da cavallo riservata alla Grecia. In sostanza dal trattato di Maastricht, 1992, sono state via via irrigidite le regole. La modifica nel 2012 dell’articolo 81 della Costituzione è stata conseguenza di queste regole. Come sappiamo è stata introdotta durante il Governo Monti (con un sostegno rigorosamente bipartisan tanto che il relatore di maggioranza alla Camera fu l’on. leghista Giancarlo Giorgetti) e approvata con i voti di oltre i due terzi del Parlamento sì da non essere sottoponibile a referendum popolare. Solo una nuova modifica della Costituzione approvata da Camera e Senato potrebbe cancellare quella versione dell’articolo 81 della Costituzione, la cui applicazione – per di più – è stata finora rimandata di volta in volta per gentile concessione dei controllori europei. Tornare al precedente art. 81 potrebbe essere fatica inutile se il Fiscal Compact e i suoi collegati divenissero, come ora si vorrebbe fare, parte dei trattati europei (secondo la Corte europea sovraordinati alla Costituzione). Va ricordato che l’obiettivo originario del trattato di Maastricht era “stabilità e crescita”. La stabilità con annesse politiche di bilancio restrittive c’è stata, la crescita è rimasta solo un titolo. Perché una interpretazione restrittiva del trattato di Maastricht dovrebbe ora entrare nei trattati europei? Queste regole dovrebbero essere riviste e finalmente dovrebbe vivere la parte che non c’è (la crescita) degli obiettivi di Maastricht, visto che ora anche la Germania soffre una fase difficile dell’economia. I nuovi strumenti di bilancio a livello europeo rispondono a questa esigenza? È tutto da dimostrare.
La proposta è di inserire queste regole nel sistema giuridico europeo, modificabile solo o uscendo dall’Unione (da evitare come dimostra la Brexit) o modificando i trattati stessi (obiettivo che richiede l’unanimità). Quindi prima di arrivare alla firma è necessario capire bene cosa si sta facendo. Gli atti di fede sono controproducenti e lasciano a una destra becera uno spazio che non dovrebbe avere. Tante volte si sono sentite autocritiche sulla pesante cura imposta alla Grecia, qualcuno ha ammesso che era sbagliata, ma troppo tardi. In realtà continua a prevalere la stessa linea. Evitare che scatti questo irrigidimento senza averne valutato le conseguenze è il minimo necessario.

 Il secondo capitolo è il rafforzamento dell’Unione bancaria. Potrebbe essere un risultato utile, a condizione che non diventi a sua volta una trappola per imporre alle banche di considerare tossico il debito pubblico mentre ci sono grandi banche europee che hanno quantità enormi di veri titoli finanziari tossici in pancia. È evidente che un sistema europeo proteggerebbe meglio le banche dai fallimenti (le banche, non gli azionisti) e i depositi dei correntisti, almeno fino a 100.000 euro come è previsto oggi in Italia. Troppe “distrazioni” quando si discuteva dei fallimenti bancari hanno lasciato passare il bail in, senza neppure un tempo congruo di entrata in vigore. Bail in che obbliga a caricare il fallimento sulle spalle non solo degli azionisti ma anche di chi ha acquistato titoli delle banche e perfino sui correntisti oltre i 100.000 euro, come è accaduto recentemente nelle crisi delle banche venete e popolari. Questo è costato caro a quanti hanno investito risparmi, talora indotti con l’inganno, ma anche allo Stato che è stato spinto a restituire parte dei soldi perduti, vedremo alla fine con quali costi e risultati. Il bail in è stato introdotto all’insegna della parola d’ordine “mai più soldi pubblici nei fallimenti delle banche”. Parola d’ordine velleitaria perché lo Stato non può disinteressarsi degli aspetti sistemici e delle conseguenze sociali ed economiche, come infatti si è visto con i recenti provvedimenti. Semmai il sistema dovrebbe fare i controlli ex ante per evitare i costi successivi.
Anche Bush jr decise di lasciare fallire Lehman Brother ma innescò la crisi finanziaria mondiale, da cui l’Italia dopo oltre 10 anni non è del tutto uscita. Come ha osservato Penati su Repubblica il sistema bancario non è avulso dal contesto economico del paese. Le banche italiane hanno acquistato centinaia di miliardi di titoli di Stato: se dovessero liberarsene in poco tempo, per evitare di partecipare a un eventuale consolidamento del debito pubblico, si aprirebbe un serio problema per il finanziamento del debito pubblico. In alternativa se dovessero vedersi tagliato il credito vantato verso lo Stato per la ristrutturazione del debito (una parte non verrebbe più pagato) si potrebbe creare una situazione ai limiti dell’ingovernabilità. Lo Stato non avrebbe soldi per intervenire, le banche avrebbero parte dei titoli trasformati in carta straccia, con relative perdite e rischio nei conti. Perché l’Italia dovrebbe accettare ora queste regole? Che tra l’altro sono controcorrente rispetto agli acquisti dei debiti pubblici fatti dalla BCE, in gran parte attraverso le banche centrali? Va ricordato inoltre che le garanzie europee sia per i depositi che per le banche in difficoltà entrerebbero in campo solo dopo avere esaurito le risorse nazionali.

 Infine il terzo caposaldo delle decisioni europee è il Fondo Salvastati (MES). Non basta sottolineare che nei documenti è scritto che il Fondo “può” anziché “deve” chiedere la ristrutturazione del debito pubblico prima di intervenire per concedere prestiti. Il MES ha un finanziamento mutualistico: ogni Stato partecipa pro quota, l’Italia fino a un massimo di 125 miliardi di euro, terzo contribuente dopo Germania e Francia. La parte più preoccupante è nel meccanismo di decisione del MES. Viene costruita in sostanza una istituzione separata, finanziata dagli Stati ma resa del tutto autonoma. Tanto che nemmeno la Commissione europea avrebbe un ruolo di indirizzo e controllo; tanto meno il Parlamento europeo. Quando lo Stato in difficoltà si rivolgesse alla tecnostruttura del MES sarebbe di fronte a una scelta: o subisce le condizioni poste o niente intervento salvastati. Infatti non è previsto un organo politico di appello, perché tutto è concepito come una tecnostruttura indipendente, al punto che il suo comportamento viene sottratto alle leggi ed è esente da responsabilità. Sarebbe una tecnostruttura indipendente, potentissima perché avrebbe a disposizione le munizioni conferite dagli Stati che però sarebbero esclusi da qualunque indirizzo e controllo. Attaccarsi alla differenza tra “deve” e “può” è molto meno delle garanzie necessarie. Ha ragione chi afferma che già al momento della richiesta di intervento ci sarebbero rischi per gli Stati. Perché potrebbe partire la speculazione nel momento stesso della notizia della richiesta, creando con ciò stesso un’emergenza. Le banche verrebbero coinvolte con il rischio di perdere parte importante dei crediti verso lo Stato e di fatto diventerebbe impossibile trovare gli spazi per interventi pubblici a favore delle aree sociali più colpite perché il fondo Mes porrebbe le sue condizioni (Grecia docet).

 Chi ha concepito questi strumenti aveva ben presente la loro coerenza: criteri derivanti dal Fiscal compact e annessi, sistema di intervento europeo nelle crisi bancarie, Fondo salvastati i cui orientamenti probabilmente sarebbero ispirati al Fiscal compact. Penati conclude il suo intervento su Repubblica ricordando che il treno è ormai partito. Buttarla in rissa come vuole la Lega è pericoloso, bisognerebbe invece negoziare duramente le contropartite e si dovrebbero aggiungere le garanzie che tutto il percorso resti guidato dalle istituzioni democratiche, senza scivolamenti tecnocratici. Tuttavia, se non fosse possibile ottenere risposte adeguate meglio rinviare la firma e pensarci ancora: troppo rilevanti le conseguenze per il nostro paese. Se un giorno dovesse finire la “comprensione europea” per il bilancio pubblico italiano, se dovesse esserci un impazzimento dello spread, l’Italia potrebbe, in linea ipotetica, essere costretta a chiedere aiuto al Fondo MES e a quel punto va ricordata la spiegazione che diede Monti sulla durezza dei provvedimenti che adottò il suo Governo. Voleva rispettare i parametri ma non voleva cedere sovranità al Fondo salvastati. Quindi scelse di decidere autonomamente i tagli della spesa pubblica, ad esempio con la normativa Fornero sulle pensioni, ma evitò di chiedere aiuto al Fondo salvastati per non cedere sovranità. Se non l’ha fatto Monti…


Sardine e rappresentanza politica: qualche riflessione

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Il movimento delle sardine è iniziato a Bologna – a sorpresa – con ironia e determinazione per contrastare la crescita della Lega e la sua presunta vittoria politica, data troppo per scontata da gruppi dirigenti frastornati dai sondaggi e indeboliti dal distacco da settori decisivi della società. Questo movimento si sta diffondendo, confermando che settori importanti della società sono decisi a farsi sentire per bloccare la resistibile ascesa della Lega. Vedremo dove arriverà e quanto si estenderà. Speriamo molto.

La prima riflessione che si può fare è che fino a poco tempo fa il Movimento 5 Stelle raccoglieva settori importanti di insoddisfazione, ma il governo giallo verde ha dato un colpo decisivo alla rappresentanza politica “né di destra né di sinistra”, perché è apparso chiaro che sotto questa formula ha dominato di fatto una svolta a destra, culturale, sociale e politica in tanti campi, segnatamente su migranti e sicurezza, argomenti in cui Salvini ha fatto il bello e il cattivo tempo per tutto il Conte 1.

La seconda riflessione è che “né di destra né di sinistra” è una formula politica ormai logora e che non ha più la forza di indicare un percorso politico convincente. Le prove concrete di questa formula dal marzo 2018 a oggi hanno dimostrato che così in realtà si dà spazio alla crescita dei valori e del peso della destra. Per di più una destra estremista che mette in serio imbarazzo perfino i moderati che avevano contribuito a dare vita al vecchio centrodestra. Salvini sta cercando strumentalmente di stemperare a fini elettorali alcuni comportamenti ma la sostanza non cambia.

La terza riflessione è che c’è un’area di persone, giovani ma non solo, che non ha il timore (tutto ideologico) di apparire solo contro. Perché essere contro le ingiustizie, contro il razzismo, contro il rifiuto degli stranieri, contro il fascismo è del tutto motivato, anche se non basta: ma questo è un altro discorso. Riuscire a bloccare le derive peggiori vuol dire darsi il tempo per creare le condizioni per elaborare proposte e trovare soluzioni. Del resto fermare la crescita della Lega è oggi la premessa per riaprire la possibilità per l’Italia di non precipitare nel buco nero, di diventare un paese cattivo, egoista, chiuso in sé stesso, reazionario, perfino sanfedista, tentazioni ben visibili e che la Lega spande a piene mani.

La quarta riflessione è che non si può rispondere a un movimento come questo solo rivendicando risultati e buon governo. Non bastano i risultati del buon governo, sottovalutando l’impatto dell’attacco politico generale che sta cercando di fare la Lega. I risultati sono importanti ma non bastano. L’Emilia ha dato una particolare torsione all’iniziativa locale, con orizzonti di solidarietà oltre quello regionale, con l’ambizione di creare un modello sociale nuovo, più avanzato, di fare crescere l’insieme, di impostare legami forti attraverso l’estensione dello stato sociale e in una dialettica forte ma regolata nella società e nell’economia. In sostanza con ambizioni di costituire un modello a respiro nazionale. Come si fa a esercitare un ruolo nazionale se l’orizzonte coincide con quello regionale? È evidente che l’ambizione deve essere di parlare al paese e oltre, cioè essere un esempio, anche se non un universo compiuto e appagato. Altrimenti il movimento delle sardine non ha ruolo perché il suo no parte da altre motivazioni che si aggiungono ai risultati del governo locale.

La quinta riflessione è che valutare la società dell’Emilia Romagna come un insieme di obiettivi raggiunti, appagata, porta a sottovalutare le contraddizioni, i problemi che esistono anche in questa regione. Non a caso il movimento dei raider è partito da Bologna, non a caso molti intervistati alle manifestazioni di Salvini hanno motivato il loro cambio di campo con problemi irrisolti nella sanità, nel sociale, nel sentirsi soli. Certo votare per la destra sarebbe la soluzione peggiore ma le motivazioni del disagio vanno ascoltate e rappresentate perché indicano che non tutto è risolto, anzi. Di più, ci sono scelte importanti da compiere per garantire il futuro economico, produttivo eccetera e non dipendono solo dall’ambito regionale, altrimenti si rischia di sentirsi appagati e questo non consente di capire i problemi da affrontare.

La sesta riflessione è che senza abbandonare la valutazione proposta agli elettori sui risultati dell’amministrazione regionale resta il problema di uscire dalla difensiva, altrimenti il contesto politico rischia di rimanere appannaggio di Salvini e della destra. Il movimento delle sardine ha il merito di avere sollevato il problema, anche se non lo risolve almeno per ora, e quindi è necessario che, senza mettere in secondo piano il confronto sul governo della regione, venga posta con chiarezza in campo anche l’alternativa politica alla destra. Ad esempio sui migranti e l’accoglienza, oppure sull’ambiente. Contro la destra per un’alternativa politica e con una discussione sui risvolti nazionali ed europei che ne derivano perché deve riemergere lo schema del confronto tra alternative politiche.

La settima riflessione riguarda le nuove modalità per diffondere una posizione politica. Già all’epoca di Berlusconi si crearono movimenti di contrasto come i girotondi. È evidente che il movimento appena iniziato è diverso e oggi il perno è la convinzione che occorre fare diga contro una destra inaccettabile, reazionaria, sanfedista, usando lo strumento della rete per mobilitare. La rete è la novità che ha consentito a Salvini di lanciare un’OPA sul governo del paese, facendo crescere l’incubo della sua vittoria, da troppi data per scontata, ma la rete è anche lo strumento che può essere usato contro, confermando che esiste una domanda politica che oggi non trova risposta. Si caratterizza con un contro perché l’alternativa è confusa e per ora non è disponibile. Se la risposta a questa domanda di politica alternativa alla destra non trovasse risposta si potrebbe verificare un ripiegamento oppure una proiezione politica diretta, un po’ come è avvenuto con il M5Stelle.

L’ottava riflessione riguarda il problema politico che emerge. Da un lato c’è una consapevolezza politica probabilmente con motivazioni diverse tra loro, un orientamento democratico e di sinistra che sembrava scomparso da questa stagione, dall’altra un interfaccia politico che non è in grado per ora di candidarsi a diventarne l’interlocutore, di tradurre questa spinta in progresso politico. Purtroppo questo avviene senza distinzioni interne sostanziali.

La nona riflessione riguarda l’individuazione di una modalità per rispondere all’esigenza di un’alternativa politica netta. Un contributo potrebbe venire dall’intellettualità e dall’associazionismo democratico e di sinistra che potrebbero aiutare a raccordare positivamente questi due mondi oggi sostanzialmente paralleli. La questione non è tanto di evitare di mettere il cappello sulle sardine, per la semplice ragione che non se lo farebbero mettere, quanto di raccoglierne il messaggio politico e la spinta, ammettere l’incredibile caduta di credibilità dell’interfaccia politico di sinistra e tentare di risalire con l’aiuto delle energie disponibili che sono tante e hanno statura intellettuale sufficiente, a patto che ci sia disponibilità all’ascolto e alla traduzione politica delle richieste, scuotendosi di dosso subalternità e giorno per giorno. C’è da augurarsi che le elezioni regionali in Emilia Romagna abbiano offerto l’occasione non solo per respingere l’offensiva della Lega ma per avviare la ricostruzione politica e sociale di un’alternativa credibile alla destra in Italia. Limitarsi a ritardarne la vittoria non basta e le sardine chiedono di più.


Un referendum contro il taglio dei parlamentari

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Le forze che hanno espresso il governo Conte2 hanno deciso di approvare il taglio dei parlamentari nella versione già votata in tre letture dalla maggioranza Lega-M5Stelle. Sotto la pressione di quest’ultimo, l’accordo dell’attuale maggioranza ha previsto l’approvazione definitiva della legge costituzionale che taglia i deputati (ridotti a 400) e i senatori (ridotti a 200) e l’8 ottobre essa è stata votata in quarta e ultima lettura. Va ricordato che Pd e Leu avevano votato contro per tre volte e solo alla quarta votazione hanno capovolto la posizione, sottovalutando il peso di questa decisione e senza impegnarsi a spiegarne adeguatamente le ragioni. Così l’impressione è della serie: il governo con i 5 Stelle vale il sacrificio.

Dopo questa piroetta sono stati individuati due correttivi per riequilibrare la scelta: la modifica di altre norme costituzionali e una nuova legge elettorale. Anche prendendo per buone le intenzioni va, peraltro, sottolineato che l’ulteriore modifica costituzionale che parificherebbe l’età per eleggere i senatori e per essere eletti in Senato ha una contraddizione logica con il mantenimento di due camere. Attualmente il nostro è un bicameralismo con poteri paritari ma con elettorati ed eletti diversificati sulla base dell’età e delle modalità di elezione. Se venisse meno questa differenza sarebbe ancora meno comprensibile il permanere di due camere ormai identiche praticamente in tutto, ma entrambe con una capacità di rappresentare i cittadini e i territori ridotta di un terzo. Chi sostiene che sarebbe meglio una sola Camera ma con numeri adeguati avrebbe un buon argomento a disposizione. Alcuni sostengono che avere due camere porta a due distinte approvazioni del testo delle leggi, consentendo maggiori garanzie e forse di evitare errori. Ma è comunque evidente che due camere ridotte di un terzo dei componenti sono meno rappresentative dei cittadini, dei territori, del pluralismo politico. Tanto è vero che un’altra modifica costituzionale presente nell’accordo di maggioranza in pratica riconosce questo problema e punta a superare l’elezione dei senatori su base regionale in modo da consentire di arrivare a una ripartizione nazionale, come per la camera. In questo modo ci sarebbe la possibilità di elezione anche di rappresentanti di partiti minori. Infatti ridurre a 200 i senatori ha come conseguenza che il loro numero per regione sarebbe molto ridotto e di fatto in quelle piccole potrebbero essere eletti solo i rappresentanti di uno, al massimo due partiti, con una distorsione enorme e un maggioritario implicito con soglie altissime. Per chiarire: la legge può anche prevedere un sistema elettorale proporzionale, ma resta una possibilità solo teorica se gli eletti possono essere pochi, solo 1 o 2, senza collegio nazionale di recupero. In questo caso parlare di proporzionale è un trucco.

Non a caso la Lega di Salvini, spinta da sondaggi e risultati favorevoli, ha virato seccamente verso il maggioritario, promuovendo addirittura un referendum abrogativo per cancellare il proporzionale dalle leggi attuali, sia nel Rosatellum vigente oggi, che nella nuova versione fatta approvare da Calderoli, ai tempi della maggioranza precedente, immediatamente applicabile dopo il taglio dei parlamentari. Il referendum probabilmente non ci sarà perché è stato proposto un testo cervellotico, complicato, difficilmente approvabile dalla Corte costituzionale in quanto lascerebbe il paese senza una legge elettorale immediatamente applicabile, in contrasto con una precedente sentenza della stessa Corte. La Lega va per le spicce, è convinta di avere le condizioni, con un maggioritario spinto, di fare cappotto nell’elezione del parlamento e ha rivelato le sue vere intenzioni quando Salvini ha detto apertamente che punta all’elezione diretta del Presidente della Repubblica nel 2029, prenotando uno stravolgimento di fondo della nostra Costituzione. Tuttavia la Lega vuole salvare la nomina dall’alto dei parlamentari che è il lato più nefasto del Rosatellum. Come è noto, oggi gli elettori possono scegliere solo la lista da votare, non chi eleggere mentre viene eletto chi ha il posto giusto nella lista secondo l’ordine deciso dai capi partito. Basta ricordare come Renzi ha maneggiato le liste del Pd nelle ultime elezioni assicurandosi la maggioranza degli eletti, che in parte lo hanno seguito nella scissione dal Pd, consentendogli di formare i suoi gruppi parlamentari.

Le altre modifiche costituzionali concordate dall’attuale maggioranza riguardano la riduzione della presenza dei delegati regionali nell’elezione del Presidente della Repubblica, da riequilibrare per la riduzione dei parlamentari.

Sulla nuova legge elettorale è buio pesto. Il proporzionale, che all’inizio sembrava possibile, è entrato subito nel tritacarne dei sostenitori del maggioritario che ora si fanno forti anche della pressione della Lega. Così si rischia la paralisi politica e l’impossibilità di approvare una nuova legge elettorale degna di questo nome, con l’effetto di lasciare quella che c’è.

Non rassicurano gli impegni della maggioranza, mentre la riduzione dei parlamentari è già approvata e, se non interverrà il referendum costituzionale (unico strumento ancora disponibile per bocciarla), entrerà in vigore. La proposta di Renzi di deformazione della Costituzione fu, come noto, fermata dal referendum. Ora è in atto tra i senatori la raccolta di adesioni alla richiesta di un nuovo referendum. Ad oggi le firme raccolte sono 50 rispetto alla soglia necessaria di 64. Visto che la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il testo della riduzione dei parlamentari il 12 ottobre c’è tempo, per completare la raccolta, fino al 12 gennaio. Sembra dunque possibile arrivare al referendum.

Ciò sarebbe utile per diverse ragioni. La principale è far esprimere gli elettori su una modifica centrale della Costituzione. Il taglio dei parlamentari è stato presentato come un grande risparmio, ma non è così. Esso è lo 0,007 del bilancio dello Stato e i 5 Stelle, per dimostrare che si tratta di cifre importanti, hanno dovuto arrotondare di molto la cifra e moltiplicare il risparmio di un anno per 10 anni. In ogni caso il problema non è l’entità dei risparmi. Non si può, infatti, partire da lì per affrontare il ruolo del parlamento che è centrale nella Costituzione e decisivo nella nostra democrazia. È vero che la credibilità del parlamento è in caduta libera, ma non solo la sua (ché ciò tocca tutte le istituzioni). Le ragioni di tale crisi di credibilità stanno nella modalità di scelta dei parlamentari, nominati di fatto dall’alto, cooptati, con il risultato di un abbassamento di qualità, perché il primo criterio per la loro scelta è la fedeltà. Inoltre sul parlamento pesa un potere eccessivo del governo che lo concepisce come sede per l’approvazione di decisioni già prese. Infine pesano le decisioni prese fuori dal parlamento, sia attraverso piattaforme come Rousseau che con decisioni di partito accentrate, che vincolano i comportamenti parlamentari anche su materie in cui è riconosciuta da sempre la libertà di coscienza.

Queste ragioni, aggiunte all’uso spregiudicato dei voti di fiducia, dei decreti leggi imposti senza reali ragioni di urgenza e a un uso disinvolto delle espulsioni dai gruppi parlamentari come ricatto, mettono i parlamentari in una condizione di sudditanza rispetto all’esecutivo. Questo percorso è iniziato da anni con la motivazione dell’esigenza di maggiore governabilità: forse quest’ultima era insufficiente ma ora è il ruolo del parlamento che è ridotto ai minimi termini. Tagliare il numero dei parlamentari significa individuare nel parlamento il responsabile della crisi di credibilità istituzionale e scaricare su di esso le responsabilità di altri: governi invadenti e partiti non funzionanti, privi di una reale vita democratica, visto che ormai si assiste alla lotta tra partiti personali. Per questo il taglio dei parlamentari non è affatto una questione marginale e poco importante. Al contrario esso è una scelta non convincente e demagogica.

A questo punto la scelta può essere ribaltata solo dal referendum ex art. 138 Costituzione. Con esso ci sarebbe la possibilità di un confronto politico fino a oggi mancato e di chiamare in causa i cittadini. Si potrebbero esprimere riserve e contrarietà che sono il sale della democrazia. Per questo è bene che ci si arrivi. Se i senatori riusciranno a promuoverlo dimostreranno che i parlamentari possono ancora svolgere un ruolo importante, affidando ai cittadini l’ultima parola sulle modifiche della Costituzione.


L’ultimo treno contro la secessione dei ricchi

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Il Governo ha rinviato la decisione sull’autonomia differenziata. Questo consente tempo in più per gettare l’allarme sul pericolo che incombe sul futuro dell’Italia perché Salvini sta esercitando una forte spinta per farla partire subito, complice la batosta elettorale del M5Stelle.

Il periodo luglio-agosto è storicamente quello dei colpi di mano parlamentari. La scuola – uno dei punti di maggiore resistenza a questa follia istituzionale che rischia di spezzare il nostro Paese – prima di settembre difficilmente potrà rilanciare un’azione di contrasto. Salvini lo sa e tenta di costringere i 5Stelle a subire, sotto il ricatto della crisi di Governo. La scuola non è l’unico settore in cui l’autonomia differenziata a trazione leghista può creare fratture non ricomponibili tra regioni, fino a creare una divaricazione nei diritti effettivamente esigibili nelle diverse aree del Paese.

La voce dal sen fuggita di Zaia, dopo la decisione sulle olimpiadi invernali, rende evidente un disegno di allontanamento del Veneto e della Lombardia dal resto dell’Italia, prendendo a modello la Baviera.

La pressione di due regioni molto importanti del nostro Paese per ottenere tutti i poteri possibili, fino all’affermazione che il 90% delle risorse debbono restare in Veneto, indica con chiarezza che il rischio dell’Italia è una frattura in cui le regioni economicamente più forti abbandonano sostanzialmente al loro destino le altre. Altrimenti non si spiega perché la trattativa tra Veneto, Lombardia e Governo è avvenuta in gran segreto, fino a quando qualcosa è trapelato ed è stato possibile iniziare a contrastare questo disegno.

Perché l’Emilia Romagna si sia accodata, sia pure con meno pretese, è difficile da comprendere. Questo regionalismo estremizzato, volto a conquistare nuovi ed estesi poteri, mette a rischio l’unità del Paese, ed è una scelta avvenuta senza alcun coinvolgimento delle altre regioni, del tutto all’oscuro della trattativa tra Veneto, Lombardia e Governo. Quasi si trattasse di un accordo privato, a due, ignorando le enormi implicazioni che questi accordi tra Governo e regioni avrebbero sul futuro delle altre regioni e dell’Italia tutta.

Il tentativo della Lega di governo è stato fare accordi diretti con le regioni da portare in Parlamento senza la possibilità di emendarli, da approvare o respingere in toto come se si trattasse di confessioni religiose. Per di più bloccando la possibilità di sottoporre queste decisioni a referendum abrogativo, come può avvenire sulle altre leggi.

La Lega di Salvini vuole presentarsi come un partito nazionale, per prendere voti ovunque, ma in realtà questa propaganda nasconde la sostanza della separazione di queste regioni, in realtà la Lega di Salvini non è altro che la proiezione politica della Lega Nord.

La debolezza di Di Maio e dei 5 Stelle dopo la sconfitta alle europee offre alla Lega l’occasione per l’affondo sui nuovi poteri per Lombardia e Veneto. Questo confermerebbe che la Lega è il dominus di questa coalizione.

Anche il PD deve cambiare orientamento. La riforma costituzionale del 2001 che ha modificato il titolo V si è rivelata un errore. La correzione tentata da Renzi era inaccettabile e tuttavia a suo modo confermava l’esistenza del problema. La modifica del titolo V è stata un errore e neppure ha pagato in termini elettorali. Tuttavia neppure dal titolo V del 2001 discende l’autonomia differenziata nella versione estremista della Lega che rappresenta la forzatura del nuovo dettato costituzionale, al di là dei suoi difetti. È stato un errore che il Governo Gentiloni abbia fatto pre-intese con le regioni interessate per i nuovi poteri, tanto più che era in ordinaria amministrazione.

Gli errori ci sono, ma l’unico modo per affrontarli è scegliere la stella polare dell’interesse nazionale, correggendo quello che è necessario e invitando tutta l’opposizione a contrastare con decisione la pressione leghista.

Diritti fondamentali come istruzione, salute, lavoro, ambiente, beni culturali e demaniali ecc. diventerebbero differenti a seconda della regione di residenza.

Siamo di fronte a un passaggio decisivo da cui può dipendere anche il futuro delle classi sociali, della loro rappresentanza. Da questa forzatura della Costituzione può derivare una seria minaccia per una visione unitaria e nazionale della società. Anche i contratti di lavoro potrebbero cambiare radicalmente, fino a far tornare dalla finestra le gabbie salariali. Scendere in campo è necessario, con chiarezza e impegno, anche per le imprese che dopo avere alzato la bandiera della semplificazione si troveranno a fare i conti con normative diverse da regione a regione.

Questo è un passaggio decisivo per il futuro del nostro Paese. Per bloccare la torsione leghista occorre unire le energie attorno a un obiettivo: bloccare questa autonomia regionale differenziata in salsa leghista.

L’articolo è pubblicato anche su “il manifesto” del 27 giugno


Il lupo, l’agnello e il regionalismo differenziato

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Sotto la pelle dell’agnello dell’attuazione del regionalismo differenziato si nasconde il lupo dello stravolgimento della Costituzione. L’autonomia regionale differenziata, voluta con insistenza dalla Lega, è esattamente questo. Con la definizione soft di “attuazione” si cerca di far passare una vera e propria rottura istituzionale e politica dell’Italia, che finirebbe con il manomettere la nostra Costituzione.

Questo tentativo va bloccato.

La Lega, mentre si presenta come un partito a dimensione nazionale, cerca di fare passare i vecchi obiettivi di quando era Lega Nord, con buona pace degli elettori delle altre regioni letteralmente presi in giro da queste scelte. Non potendo modificare la Costituzione facendo della Lombardia, del Veneto e in una certa misura dell’Emilia regioni a statuto speciale il “genio” leghista cerca di arrivarci senza dirlo. Se non è ancora una secessione a tutto tondo è certamente una frattura profonda tra le diverse regioni, con l’ambizione di ottenere più risorse e poteri per Lombardia e Veneto, abbandonando a sé stesso il Sud. Un documento fatto approvare da Zaia in Veneto tradisce che l’ambizione è ottenere che il 90% delle entrate dello Stato resti nella regione, perfino più dei precedenti obiettivi.

La riforma della Costituzione del 2001, fatta dal centro sinistra a fine legislatura nella speranza (infondata) di guadagnare un pugno di voti, non è stata una scelta felice. Quella modifica si è rivelata infelice sotto almeno due profili. Il primo è la cosiddetta legislazione concorrente tra Stato e regioni, che ha creato confusione e che ha finito con l’intasare di ricorsi la Corte costituzionale. Il secondo è, appunto, l’autonomia differenziata, purtroppo definita in modo che ricorda la pelle di zigrino e viene interpretato dalla Lega come la possibilità, ad esempio, di passare dallo Stato alle regioni i poteri sulla scuola pubblica, cioè poteri tipicamente statali.

Il governo Gentiloni non ha resistito a ripetere, diabolicamente, l’errore del 2001. Infatti quando addirittura non aveva più i poteri per farlo, a poche settimane dalle elezioni, ha siglato pre-accordi con Lombardia, Veneto ed Emilia sull’autonomia differenziata. Accordi che, ancora una volta, avrebbero dovuto portare voti e invece hanno di nuovo prodotto la sconfitta e per di più hanno regalato alla Lega argomenti per le pretese attuali. Cosa ci fa l’Emilia Romagna in mezzo ai suoni leghisti è poi un mistero non del tutto chiarito.

La proposta di autonomia differenziata che la Lega porta avanti va contrastata con determinazione perché lambisce la secessione, rompe l’unitarietà dei diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti ai cittadini italiani (e non solo) in materia di scuola, di sanità, di lavoro, di ambiente etc. Essa rischia di allargare la distanza tra Nord e Sud proprio quando dovrebbero esserci politiche regionali per avvicinare il futuro delle diverse aree del Paese e per dare slancio a una ripresa economica che malgrado le chiacchiere non c’è.

Purtroppo nelle forze politiche la resistenza alle pretese leghiste è poco affidabile. Nella maggioranza ci sono resistenze del Movimento 5 Stelle ma abbiamo già visto altre volte che dopo roboanti dichiarazioni c’è stata la capitolazione. Nell’opposizione prevale, a destra, il tatticismo mentre, a sinistra, pesa il condizionamento degli errori fatti, un imbarazzo paralizzante.

Occorre, dunque, che sia la società a prendere la guida della resistenza alla disgregazione del Paese. Se è vero che diritti e Stato sociale sono stati un collante formidabile è evidente che lacerare questo tessuto porterebbe a conseguenze gravi e, per certi versi, imprevedibili.

Fino a qualche mese fa c’era silenzio, complice la tesi dei ministri leghisti che la materia doveva restare riservata, se non addirittura secretata come certi atti dei giudici, e il Parlamento doveva approvare tutto a scatola chiusa, come avvenuto con la legge di bilancio 2019. I partiti in Parlamento sembravano attoniti, rassegnati. La fantasia leghista si è sbizzarrita cercando di dipingere gli accordi tra Governo e regioni alla stregua di accordi, inemendabili, dello Stato con le confessioni religiose: così il Parlamento avrebbe potuto solo prendere o lasciare.

Il lavoro di associazioni, di alcuni intellettuali, di pochi giornalisti ha finito con il portare alla luce la verità di questo furto con destrezza ai danni dell’unità nazionale, per di più tentato da un partito che si autodefinisce nazionale e sovranista. Anziché prima gli italiani siamo arrivati rapidamente a prima i veneti o i lombardi, ben sapendo che in realtà non si tratta di tutti i veneti o di tutti i lombardi ma delle classi dirigenti che vogliono più risorse a disposizione e più poteri per la loro politica regionale. Si finge di dimenticare che le regioni, in particolare quelle di cui si parla, non ha dato grandi prove di comportamenti etici. Non c’è solo la nuova tangentopoli lombarda (in regione, a Lodi, a Legnano) ma va ricordato che Cota, Formigoni e Galan, presidenti delle tre regioni del Nord, hanno avuto tutti guai più o meno impegnativi con la giustizia.

Contrapporre Stato e regioni è un grave errore. Tutti dovrebbero fronteggiare insieme la criminalità e i guasti che essa sta facendo nel costume e nell’economia, ma non è così. La richiesta di più poteri, forse perché i presidenti delle regioni vogliono meritare il titolo di governatore, è diventata bulimica, senza alcun serio criterio istituzionale. Tutto fa brodo. Per questo il Ministero dell’economia ha messo nella partita il vincolo dell’invarianza totale dei costi: ne deriva che se qualche regione avrà più risorse, altre ne avranno meno. Questo è la verità nascosta e il risultato di questa manovra, se mai dovesse andare in porto. I diritti delle persone saranno condizionati dalla targa regionale. Per cercare di evitare le reazioni delle altre regioni ci si è inventati la via di accordi a due tra Governo e singole regioni. Le altre sapranno la verità quando tutto sarà concluso e non avranno strumenti per intervenire.

Quando in passato Confindustria svolgeva un ruolo forte avrebbe fatto sentire che le imprese sono terrorizzate di dover fare i conti con 20 normative diverse in materie di questo rilievo. Se poi dovesse passare anche un qualche potere sul sistema di tassazione avrebbero ragione di essere doppiamente preoccupate. Dopo la concorrenza fiscale tra Stati euroepei ci manca solo la concorrenza tra regioni…

Non è vero che i referendum regionali hanno creato dei diritti. Già la Corte aveva tolto le unghie ai quesiti di quelle discutibili consultazioni. Non c’è alcun automatismo con quello che sta portando avanti la ministra Stefani sotto la dettatura di Zaia e con l’appoggio di Salvini.

L’Italia dovrebbe fare di più sistema nel mondo globale, semmai accordarsi più e meglio con il resto dell’Europa. L’idea del fai da te delle piccole regioni italiane porterebbe a non contare nulla e a subire tutti i condizionamenti dei poteri finanziari internazionali. Dove sarebbe il vantaggio?

Veniamo alla scuola, un pilastro dell’unità nazionale. Fino ad un certo punto lo è stato, quasi da sola; poi insieme ad altri punti forti di formazione dell’identità nazionale; tuttora ha un ruolo insostituibile come dimostra l’esperienza di altri Paesi. Un sistema pubblico di istruzione è un punto forte, non una debolezza. Semmai dovrebbe essere chiarito, anche in altri settori come la sanità, che ci sono parametri nazionali da rispettare e non possono esserci 20 sanità diverse.

Dopo le elezioni europee è prevedibile che la Lega torni all’attacco. Certo dipenderà anche dai risultati elettorali. Tuttavia occorre preparare fin d’ora una strategia unitaria contro questa autonomia differenziata a trazione leghista. Se dovesse passare, infatti, sarà poi pressoché impossibile cambiare in tempi brevi, in quanto dopo l’approvazione delle camere e l’entrata in vigore degli eventuali accordi le modifiche potranno intervenire solo con l’accordo della regione interessata (o in un quadro di modifiche costituzionali più impegnativo come il presidenzialismo, anch’esso nel programma del centro destra).


Una storia già vista: la Costituzione a rischio

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La maggioranza della stampa e dei media ha parlato tre settimane del caso Siri e delle liti vere o presunte nel Governo, mentre ha praticamente ignorato che è stata votata dalla Camera un’importante modifica della Costituzione, per fortuna non ancora definitiva. Anche i parlamentari hanno dato pessima prova di sé con assenze incomprensibili, voti scontati, poca voglia di combattere una battaglia importante, sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Uno spettacolo desolante.

Il disegno di legge costituzionale approvato il 9 maggio dalla Camera prevede la riduzione dei deputati e dei senatori del 30%. Esso è già passato al Senato e dovrà essere riapprovato, trascorsi almeno tre mesi, dai due rami del Parlamento nello stesso testo, come prevede l’art. 138 Costituzione. Inoltre è imminente l’approvazione, da parte della Camera, di una nuova legge elettorale, che adeguerà i collegi e il resto delle norme elettorali ai cambiamenti della Costituzione, quando diventeranno efficaci.

È la seconda volta che le Camere approvano la legge elettorale prima di avere la certezza che la Costituzione verrà effettivamente modificata. Questo peccato di orgoglio è costato caro al Governo Renzi, che aveva fatto approvare una nuova legge elettorale (l’Italicum) in vista della corposa modifica della Costituzione che la maggioranza parlamentare aveva approvato e dava per scontato sarebbe stata confermata dal voto popolare. La sorpresa (amara per Renzi e C.) fu che il referendum del 4 dicembre 2016 bocciò clamorosamente la proposta deformazione della Costituzione. Il Governo Renzi era talmente sicuro di vincere il referendum, anzi di avere un plebiscito, da far di tutto per arrivarci e da farlo promuovere dagli stessi parlamentari della maggioranza (mentre di norma è la minoranza parlamentare che, essendo stata sconfitta nelle aule del Senato e della Camera, lo chiede). In questo caso abbiamo assistito all’iniziativa anomala che il referendum lo chiedeva anche la maggioranza. Stranezze del periodo.

L’attuale maggioranza parlamentare giallo verde sta imitando, più di quanto non voglia ammettere, il Governo Renzi e vuole a ogni costo fare approvare la legge elettorale prima della definitiva approvazione della modifica costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Il messaggio che viene da questa scelta è molto chiaro: la legge costituzionale non dovrà cambiare nei successivi passaggi parlamentari. Se essa dovesse essere bocciata il Parlamento avrà approvato un’altra legge inutile. In altre parole, dalla maggioranza viene un messaggio di totale chiusura al confronto: diversamente da quanto è avvenuto sul cosiddetto referendum propositivo ora all’esame del Senato, la norma che riduce il numero dei parlamentari nei prossimi passaggi potrà essere solo approvata o respinta.

La legge elettorale, la cui approvazione definitiva è prossima, è un riproporzionamento del Rosatellum e rende permanente l’attuale sistema che impedisce agli elettori di scegliere i loro rappresentanti. In pratica la legge elettorale con cui abbiamo votato il 4 marzo 2018 permette solo di scegliere il partito: nel collegio uninominale viene eletto il parlamentare indicato che, a sua volta, porta con sé l’elezione dei candidati nel proporzionale in ordine di presentazione fino a concorrenza dei posti conquistati dalla lista.

La legge elettorale in via di approvazione, inoltre, riduce il numero dei collegi. Ci saranno, in media, collegi di 400.000 abitanti alla Camera e di 800.000 al Senato, con punte più alte in alcune regioni (mentre sono state fatte concessioni ad altre con soglie molto più basse). La soglia reale per essere eletti in alcuni casi può arrivare al 20% dei voti espressi. In ogni caso i piccoli partiti verranno spazzati via: nemmeno la Lega e il M5 Stelle delle origini avrebbero oggi la possibilità di accedere al Parlamento. In pratica la combinazione della diminuzione dei parlamentari e della legge elettorale ridurrà drasticamente i partiti rappresentati in Parlamento e soprattutto favorirà quelli che ci sono già, scoraggiando nuovi ingressi.

Perché questa smania di cambiare la Costituzione? L’unica motivazione addotta è ridurre i costi. Superfluo dire che, portando il ragionamento all’eccesso, se il Parlamento venisse chiuso come avvenne durante il fascismo, non costerebbe nulla. Ma la democrazia ne risentirebbe pesantemente, visto che per riavere il Parlamento in Italia c’è voluta la caduta del fascismo, con la vittoria della Resistenza e degli alleati.

In realtà la scelta di ridurre i parlamentari aggrava la crisi del Parlamento, prodotta anzitutto da una prevalenza del Governo che assume un ruolo centrale nel nostro sistema di democrazia rappresentativa, largamente al di fuori della previsione della Costituzione. Ciò è in atto da un paio di decenni e l’attuale maggioranza opera in continuità con quelle precedenti: non solo governa con decreti legge, voti di fiducia a ripetizione, uso improprio dei regolamenti parlamentari, ma è arrivata a fare approvare a scatola chiusa la legge di bilancio, che deputati e senatori non hanno potuto leggere, né tanto meno modificare. Del resto l’accentramento è andato molto oltre. Oggi il presidente del Consiglio e due vice presidenti sono di fatto la cupola che decide tutto per il Governo, il quale, a sua volta, impone a cascata le sua scelte al Parlamento.

La riduzione dei parlamentari viene decisa in questo quadro di mortificazione del Parlamento e porterà ad allontanare ancora di più rappresentanti e rappresentati. Le riduzioni non sono tutte uguali. Si può discutere di un nuovo progetto istituzionale con meno parlamentari purché abbia un senso, ad esempio non riduca la rappresentanza del territorio. Ho citato più volte Rodotà e la sua antica proposta di riduzione, che era tutt’altra cosa perché puntava a ridare centralità al Parlamento e rimetteva il Governo al suo posto di esecutivo, di attuatore.

Oggi invece autorevoli esponenti della maggioranza hanno parlato senza mezzi termini di superamento del Parlamento, altri hanno siglato patti per il presidenzialismo, mentre centri di potere internazionali spingono per cambiare la Costituzione.

Per questo occorre pretendere che il Parlamento non approvi queste norme, in seconda lettura, con i due terzi dei voti perché ciò renderebbe impossibile il referendum costituzionale. L’ultima parola deve, invece, essere degli elettori e conviene prepararsi a un nuovo referendum costituzionale. La paura di affrontare una prova difficile non è all’altezza della sfida di chi punta a cambiare la Costituzione. Troppo alta è la posta in gioco e la partita va affrontata in ogni caso. Il ministro Fraccaro ha fatto di tutto per evitare il referendum costituzionale: evidentemente tanto tranquillo non è, perché sa per esperienza come è finita la vicenda della deformazione costituzionale di Renzi, in cui pure il No era dato inizialmente ad appena il 20%…


Quale primo maggio?

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Il 1° maggio negli anni è diventato per troppi un giorno di festa tra gli altri, dimenticando che è giorno di riscatto e di ricordo delle lotte per e nel lavoro. Così il lavoro, i suoi drammatici problemi, la memoria delle faticose conquiste nel corso dei decenni, la scarsità di lavoro disponibile sono via via spariti dall’attenzione, con alcune eccezioni.

La considerazione sociale del lavoro è crollata con il peggioramento del potere contrattuale e delle condizioni di lavoro della maggioranza dei lavoratori. Non solo in Italia, dove pure è esistito un movimento sindacale forte e combattivo, ma nel mondo perché la pressione della globalizzazione neoliberista ha spinto verso il basso il lavoro. Come ha detto con arroganza il finanziere Buffet: la lotta di classe l’abbiamo vinta noi.

Per questo può essere importante una giornata come il 1° maggio: per riflettere, discutere, organizzare una risposta politica e sociale, per risalire la china.

Dobbiamo al contributo dato dai lavoratori alla Resistenza, alla sconfitta dei nazifascisti, alla libertà, la conquista della Costituzione del 1948 che, non a caso, recita nell’articolo 1: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La Costituzione avrebbe dovuto essere applicata con più coerenza, mentre il peso di politiche conservatrici ha precluso per molti anni l’adozione di leggi ispirate da una Carta fondamentale tra le più progressiste nel mondo.

Nel 1970, al culmine di una fase di conquiste contrattuali importanti, fu approvato lo statuto dei diritti dei lavoratori. Una legge che era una svolta. Alcuni, forse troppi, anche a sinistra lo capirono in ritardo. In anni più recenti, con il dispiegarsi della globalizzazione, è iniziato un attacco allo statuto che ha portato allo smantellamento di sue parti fondamentali come la regola che prevedeva il reintegro senza giusta causa. contro i licenziamenti immotivati. Questo attacco, portato in nome dell’ideologia dominante che cantava le lodi della soppressione di tutte le regole sul lavoro, ha purtroppo fatto proseliti anche a sinistra. E dobbiamo al Governo Renzi un attacco tra i più gravi allo statuto dei lavoratori. È ovvio che a destra hanno approfittato di questo varco e hanno fatto di tutto per andare oltre.

Ciò che manca tuttora è una chiara e coerente autocritica su quanto è avvenuto, tale da consentire alla sinistra di diventare di nuovo riconoscibile agli occhi di chi lavora come sua rappresentanza politica, con l’obiettivo di fare dei lavoratori classe dirigente del Paese. Altrimenti nessuno può meravigliarsi se i lavoratori cercano altre rappresentanze della loro frustrazione, che non risolve ma dà sfogo alla rabbia.

La Costituzione è da anni sotto l’attacco di quanti la ritengono troppo favorevole al ruolo dei lavoratori. L’attacco viene da sedi finanziarie internazionali che ne vogliono la modifica sia sul lavoro che sostenendo l’esigenza di decisioni anche senza il consenso dei cittadini. In altre parole una svolta autoritaria. Per questo da tempo è in corso un’iniziativa per riscrivere l’articolo 1 a favore del ruolo dell’impresa. Ovviamente a scapito del lavoro. Il ruolo dell’impresa è definito con equilibrio nell’articolo 41 che ne sancisce l’importanza e la libertà insieme alla sua responsabilità sociale.

L’attacco alla Costituzione è un fiume carsico che periodicamente riemerge. La Costituzione è una conquista continuamente rimessa in discussione. Anche in questa fase ci sono stati e ci sono tuttora tentativi di modificarla.

A troppi sembra non essere chiaro che la Costituzione è una garanzia fondamentale per tutti. In essa è previsto che le classi sociale subordinate possano diventare dirigenti attraverso le loro rappresentanze sociali e adeguate scelte politiche. Da molti anni è in corso non solo una crescente divaricazione sociale della ricchezza e dei redditi ma una lacerazione anche dentro il mondo del lavoro. Accanto a ristrette aree di lavoro più tutelato ci sono ampie aree con tutele scarse o inesistenti, in mezzo un saliscendi da far venire il mal di mare, di cui sono parte integrante le centinaia di aziende che vedono l’occupazione a rischio.

Questa è la prima ragione delle difficoltà di unificare e far pesare il mondo del lavoro come è accaduto in altre fasi della nostra storia recente. Anche la Costituzione risente di questa debolezza del ruolo del mondo del lavoro, che pure ha tanto contribuito alla sua conquista e in seguito alla sua attuazione.

Eppure il mondo del lavoro oggi ha più che mai bisogno della Costituzione e di scelte politiche. In altri periodi il lavoro ha ispirato risposte politiche che andavano oltre il suo ambito, fino a diventare scelte generali, per tutta la società, come la scuola, il sistema pubblico di pensione, il sistema sanitario nazionale che fino a qualche decennio fa sono stati non solo conquiste sociali importanti ma collanti decisivi per la società italiana. Ora tutto è in movimento.

Il mondo del lavoro ha bisogno di scelte politiche che aiutino a riunificare dispersione, frantumazione, potere contrattuale, oggi scarso e spesso scoraggiato con un attacco continuato al ruolo di rappresentanza dei sindacati. In altri periodi il potere contrattuale e l’iniziativa sindacale potevano supplire in parte ai vuoti legislativi. Ora invece occorrono leggi ben fatte, attente all’obiettivo di invertire la tendenza alla concorrenza esasperata tra lavoratori, di allentare la pressione di una disoccupazione a livelli troppo alti in particolare tra i giovani. Occorre impostare un disegno ambizioso che ispirandosi alla Costituzione realizzi un nuovo impianto di diritti (la Carta dei diritti di tutti i lavoratori presentata dalla Cgil è un buon riferimento), di obiettivi sociali tali da garantire elementi nuovi e importanti di unificazione del mondo del lavoro. Il lavoro oggi ha bisogno più che mai della attuazione della Costituzione, di buone leggi che chiudano la fase della regressione fino al riemergere dal passato di forme di vera e propria schiavitù.

Se vuole risalire la china la sinistra deve ritrovare una iniziativa politica sul lavoro.

Alcuni temi sono già chiari da tempo. I diritti di chi lavora, a partire da una normativa contro il ricatto del licenziamento ingiustificato. Il diritto dei lavoratori ad avere un controllo contrattuale sulla propria condizione di lavoro, sulla retribuzione, sugli orari, con contratti definiti con i sindacati in base alla loro effettiva rappresentanza. A questo la legge può dare una spinta importante. Poi occorre ridisegnare gli interventi a favore delle aree di lavoratori che non riescono a difendersi adeguatamente da sole. La discussione sul reddito di cittadinanza ha il merito di avere portato alla luce che il salario in Italia è molto basso e che l’adozione di un salario minimo può essere utile se è rivolto a sostenere la contrattazione (non a sostituirla, come un pericoloso paternalismo ripropone). Infine occorre ridisegnare i pilastri dello Stato sociale, non per abbatterli (come propone la destra neoliberista), ma per rafforzarli negli aspetti che hanno perso la capacità di difendere aree di lavoratori che oggi sono esclusi o ai margini e, ad esempio, sono costretti a non curarsi perché non se lo possono permettere.

Il 1° maggio 2019 deve essere anche una festa ma soprattutto l’occasione per rimettere in campo il tema del lavoro, per ridargli il ruolo e la dignità che merita nella società, invertendo una fin troppo lunga fase di regressione.