L’orsa JJ4 e noi umani

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Mi si chiede un articolo sulla vicenda dell’orsa JJ4 che in Trentino ha ammazzato Andrea Papi mentre correva nel bosco, forse incontrato all’improvviso e preoccupata per la sicurezza dei propri cuccioli. Provo a radunare qualche pensiero, perché non posso sottrarmi alle richieste di chi mi conosce e conosce il mio mestiere e le mie passioni. Ma «io di risposte non ne ho», come cantava Edoardo Bennato nel 1980. Continuando a citarlo, potrei proseguire con «io faccio solo lo zoologo» (ho lasciato il rock’n roll da tempo…). E so per esperienza che ragionare sui nostri rapporti con la Natura e con il mondo dei selvatici è fastidioso e divisivo perché tocca nel profondo i nostri valori, il nostro immaginario, le nostre paure profonde, giuste o sbagliate, e la nostra presunzione antropocentrica.

Aprile è stato un mese nefasto per i giovani. Slavine hanno travolto aspiranti guide alpine; auto e velocità hanno ucciso ragazzi italiani e stranieri di ritorno da feste e discoteche; un terrorista ha falciato un avvocato in vacanza; il mare in tempesta ha annegato un soccorritore; una pallavolista è caduta dal balcone di un albergo; un’orsa ha ucciso un corridore in Trentino. E chissà quanti altri giovani sono morti nello stesso periodo in tutto il mondo senza che ne venissi a conoscenza.

La sofferenza di queste morti non è uguale, come l’infelicità delle famiglie raccontata da Tolstoj in Anna Karenina. Trascorso il lutto e conclusi i riti funebri resta il dolore privato delle famiglie e degli amici mentre il mondo va avanti e i mass media cambiano notizie. Soltanto una di queste tragedie continua a occupare le nostre menti, i giornali e i talkshow. E non so darmi una risposta. È forse una morte non concepibile? Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità documenta che sulla Terra gli animali selvatici che assassinano umani sono prima di tutto gli insetti (725.000 casi all’anno al mondo), seguiti dai serpenti (50.000), dai cani (25.000) e poi, molto lontani, da coccodrilli, ippopotami, tigri, leoni ed elefanti che insieme ammazzano circa 1700 persone all’anno. Al fondo della classifica ci sono i lupi e gli squali, con circa 10 episodi all’anno nel mondo. Se la gran parte di questi omicidi avviene, per fortuna, lontano dall’Europa, non è più così vero per gli insetti. Negli ultimi anni aumentano nelle nostre regioni le infezioni da zecche, alcune gravi e prostranti, e addirittura le morti causate dai calabroni, per allergie e shock anafilattici. E dunque? Solo in Italia morire a causa di una belva è inaccettabile e inaspettato? Perché siamo completamente separati dal mondo naturale e ancor più da quello selvatico? Nonostante le buone intenzioni e le conoscenze scientifiche enormemente superiori a quelle dei nostri nonni, vediamo gli animali come pupazzi puffosi, rappresentazioni disneyane dei nostri simboli immaginari, anziché come fiere. Dal latino ferus: feroce, grande, pericoloso, selvatico (appunto: abitante delle selve, cioè di ambienti dove gli umani sono intrusi).

Ora si discute del destino di questa orsa. Se ne discute come se si trattasse di un essere umano per il quale la punizione può essere espiativa e rieducativa, se lo mettiamo in prigione, oppure espiativa e vendicativa, se ne decretiamo la condanna a morte. Nessuno però, credo, ritiene l’orsa colpevole nel senso che attribuiamo agli esseri umani, cioè responsabile di un delitto commesso in base al suo libero arbitrio. Nemmeno i genitori di Andrea che hanno manifestato una pietas e una comprensione della quale io non sarei stato capace. Intanto vanno ricordati due aspetti gestionali: animali così erratici devono/possono essere amministrati da governi di quale livello? In casi come orsi, lupi, linci, avvoltoi, transfrontalieri per definizione, nemmeno quello nazionale è adeguato. Il dominio di una (piccola) provincia – che magari assume decisioni diverse da quella altrettanto piccola confinante – non può certo essere sufficiente. E ancora: in caso di animali protetti da leggi nazionali o internazionali la cui presenza causa danni su basi locali, chi ha diritto a prendere decisioni sulla loro gestione? Il contadino autoctono o il cittadino romano? O addirittura Bruxelles? Il dibattito è continuo e irrisolto, ben prima di JJ4. Chi studia la fauna e si occupa di conservazione, poi, ha ben chiaro un principio altrettanto scomodo: è importante tutelare la specie, una sua popolazione, mentre un individuo o addirittura alcuni possono essere sacrificati – sempre a malincuore! – in vista di prospettive migliori per il gruppo più ampio. E infine non si può dimenticare che gli animali hanno personalità e caratteri individuali, esattamente come noi. In un gruppo di orsi troveremo esemplari timidi o sfrontati, impulsivi o riflessivi, miti e sfuggevoli in caso di sorprese improvvise oppure reattivi e aggressivi. Dovremmo essere abbastanza “sapiens” da saperlo e da comportarci di conseguenza.

Io di risposte non ne ho. Posso offrire solo un po’ di conoscenza, qualche competenza in biologia e in gestione della fauna selvatica, esperienze di campo e solidi rapporti con altri studiosi e ricercatori. Da settimane tutti noi scambiamo pensieri tristi e riflessioni laiche. Condividiamo poche considerazioni basiche che provo a riassumere. Il progetto iniziale (Life Ursus) era piuttosto ben fatto, così come il piano di gestione successivo (il PacoBace). Certamente perfettibili come ogni protocollo, soprattutto man mano che si procede con l’applicazione e si accumulano errori imprevisti e dati di monitoraggio su animali e umani, ma comunque ben impostati e completi. Entrambi prevedevano campagne di informazioni prolungate e capillari, che sono state via via abbandonate. Mancanza grave, dovuta a ragioni politiche di basso livello e al malriposto timore che i turisti spaventati possano indirizzarsi verso altre mete (paradossale contrappasso: agli inizi degli anni 2000 una delle ragioni primarie che hanno sostenuto la decisione di reintrodurre gli orsi in Trentino è stata proprio la loro attrattività turistica!). Il Parco Adamello-Brenta, per dire, ha scelto proprio l’orso come simbolo molti anni prima che ritornasse nelle sue montagne.

Dobbiamo anche ricordare che 25 anni fa il progetto Life Ursus era stato programmato in un contesto montano dove la frequentazione umana era minima rispetto a oggi. Soltanto un po’ di sport invernale – mentre gli orsi sono in letargo – concentrato attorno alle piste da sci, pochissimi scialpinisti pionieri, piccoli nuclei di turisti estivi raggruppati in poche settimane e in aree limitate rispetto alla vastità del territorio, nessuno in giro di notte, nessun corridore, nessun bikers muscolare né tantomeno elettrico. E gli inverni freddi e nevosi duravano sei mesi durante i quali gli orsi dormivano molto più a lungo di oggi. Però – si dice – adesso gli orsi sono troppi. Forse sì, ma dobbiamo essere onesti con noi stessi. Il Trentino ha una superficie di circa 13.600 km2 e oltre un milione di abitanti (fonte Wikipedia). Se ospita 120 orsi ne avremmo 0,008 per km2 e potremmo cercare di avvistarli senza riuscirci per mesi! “Meno male, visto cos’è successo!”. Sicuramente in alcune vallate la possibilità è più alta ma proprio in queste aree dovremmo imparare a fare un passo indietro – se correttamente informati – noi italiani che ci affolliamo in 200 ogni km2. Perché il rischio zero non esiste e non esisterà mai, soprattutto in natura. Il pericolo insito in valanghe e fulmini, zecche e calabroni, meduse e scorfani, gabbiani e cinghiali, fino a lupi e orsi, incombe su di noi come il Fato degli antichi Dei: di solito lo scampiamo ma in rari casi sfortunati ci colpisce alla cieca. Per questo educazione e informazione sono così importanti e imprescindibili.

Mi chiedo perché, se le scuole svolgono esercitazioni di evacuazione in caso di terremoti o incendi – che le colpiscono in casi infinitesimali, per fortuna – non organizziamo analoghe prove in caso di incontro con una bestia infoiata di testosterone nel periodo degli amori o di ossitocina in quello dell’allevamento? Tanto più che questi incontri potenzialmente a rischio diventeranno sempre più probabili negli anni prossimi, visto il continuo abbandono delle aree periferiche da parte degli esseri umani. La natura non ama i vuoti e gli spazi che noi lasciamo vengono subito occupati da altre specie. E alcune di queste non ci piacciono, danneggiano le nostre economie o ci fanno male.

Un tema collaterale ma altrettanto urticante è quello dell’informazione. In un caso come questo, chi ha titolo a esprimersi? E con quale gerarchia, posto che l’art. 21 della Costituzione non è in discussione e chiunque può legittimamente dire la sua? Qui mi taccio perché Marco Fattor, a mio avviso, ha scritto in maniera esaustiva e definitiva quello che condividiamo in molti: https://ildolomiti.it/montagna/2023/caso-jj4-dai-tuttologi-severgnini-lucarelli-colo-gassman-a-quelli-della-montagna-messner-cognetti-salsa-corona-piu-il-tema-e-complesso-e-piu-se-ne-parla.

Io di risposte non ne ho. Ma ringrazio chi ha voluto che mi esprimessi, chi mi ha letto fin qui e chiunque abbia critiche da opporre.


Vi stanno imbrogliando, ci stanno truffando

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cari amministratori della Val Susa,

le ragioni che da trent’anni sostengono l’opposizione al raddoppio della ferrovia esistente tra Torino e Lione possono essere riassunte in quattro macro-capitoli: è inutile, devasta l’ambiente, costa tantissimo, è truffaldino. Forse poi ce n’è un’altra coperta: è guerrafondaio. Lo sappiamo bene, lo abbiamo ripetuto in tantissime occasioni. Perché ricordarlo ancora una volta? Perché negli ultimi due anni non solo queste argomentazioni non sono state smentite ma, anzi, hanno avuto nuove, ripetute e autorevoli conferme. Ne elenco alcune tra le più significative.

Il report 2020 della Corte dei conti UE: costi lievitati, cronoprogrammi falliti, obiettivi irraggiungibili. I numeri ISTAT dei passeggeri trasportati per km: nel 1995 49.700.000, nel 2019 39.308.000, e delle merci trasportate per km: nel 1995 66.682.000 di tonnellate, nel 2019 10.671.000. Il (nuovo!) collegamento Frecciarossa Milano-Parigi (che non fa più fermate a Oulx e Bardonecchia), l’aumento dei transiti dei treni merci sulla attualissima ferrovia Torino-Modane in funzione e continuamente ammodernata. E infine, quali sono le prime opere che il TAV sta costruendo in valle, prima ancora di cominciare a scavare? Un grande parcheggio per auto (Ferriera), uno svincolo autostradale (Chiomonte), un autoporto per i TIR (San Didero e Borgone). Eccetera. Il consumo prolungato di suolo e acqua (con la siccità incombente!), le emissioni di inquinanti e gas serra (sempre sottovalutate dai proponenti, sempre controdedotte dalla nostra commissione tecnica senza confutazioni), la vanificazione degli impegni comunitari in tema ambientale (altro che orizzonte 2030!). Dobbiamo affrontare terribili emergenze climatiche e sociali che sono state causate proprio dallo schema che ha prodotto la NLTL. Accanirsi nel volerla costruire acuirà quelle crisi. I ritardi accumulati e i conseguenti tempi dilatati inficiano qualsiasi seria valutazione ambientale o sanitaria; esempio perenne e inconfutabile rimane il cantiere di Chiomonte che, terminato lo scavo geognostico, avrebbe dovuto essere chiuso e ripristinato e proprio per la sua durata limitata a 5 anni aveva ottenuto una (risicata) autorizzazione ambientale. Dalla settimana scorsa, poi, è palese che quest’opera è incostituzionale perché di fatto confligge con il nuovo articolo 41 della Carta. Eccetera eccetera.

Sui costi c’è poco da dire. Pagheremo oltre 10 miliardi di euro pubblici solo per il traforo da 2×57 km e la cifra è soggetta a rivalutazioni al rialzo; la nuova tratta – tutta da progettare – da Avigliana a Orbassano e a Settimo era stimata dieci anni fa in quasi 2 miliardi. Al territorio vengono elargite briciole di compensazioni necessarie per la sicurezza idrogeologica che andrebbe comunque garantita e, anzi, è stata continuamente rinviata con criminale cinismo proprio a causa del TAV.

Sullo sfondo, secondo informazioni indefinite ma attendibili, sembrerebbe esistere una giustificazione nascosta: la realizzazione di un percorso europeo a scopi militari, per trasportare carri e truppe verso chissà quali manovre o conflitti. D’altronde, quando venne concepito – prima della caduta del muro di Berlino – quel corridoio doveva finire a Kiev, in Ucraina… Personalmente, mi convince poco perché sarebbe troppo vulnerabile. Le gallerie appaiate o i viadotti sarebbero facilmente esposti, in caso di belligeranza, a eventuali sabotaggi. Ogni anno nella nostra valle vengono celebrate le azioni dei partigiani. Una delle più famose fu quella del 29 dicembre 1943 quando fecero saltare con la dinamite il ponte ferroviario dell’Arnodera, interrompendo proprio la Torino-Modane. Se invece quella militare fosse davvero una delle motivazioni che spingono la NLTL, ancora maggiore dovrebbe alzarsi l’opposizione popolare e istituzionale per ragioni umanitarie, pacifiste, costituzionali.

Voglio dilungarmi maggiormente sull’ultima ragione, la fraudolenza, perché vi riguarda ancor più direttamente. Nulla di quanto avete chiesto ufficialmente negli ultimi tempi è stato concesso dal Governo, dai ministri, dalla regione, da Telt. Dov’è la nuova VIA sulla variante dello smarino di Salbertrand? Dov’è la garanzia di non avere un cantiere unico esteso su tutte le aree di lavoro? Dov’è un cronoprogramma definito e affidabile della sequenza delle prossime lavorazioni? Persino la Commissione UE rifiuta di pubblicare il Grant Agreement con scadenza 31 dicembre 2022 del quale, solo grazie agli sforzi testardi di PresidioEuropa, si ottengono versioni annerite e censurate che sembrano scappate dagli archivi della CIA. Non bastasse, la società francese Telt spesso invia ai vari comuni i documenti progettuali a singhiozzo, evitando quelli a suo dire sensibili per segreti industriali o commerciali o di intelligence, come se non fosse pagata interamente con denari pubblici. Una condotta altezzosa che nessun ufficio tecnico comunale accetterebbe da qualsiasi altro imprenditore privato.

Vi hanno forse consultato o almeno avvisato prima di dichiarare altri sette comuni “siti strategici di interesse nazionale” così da poter impiegare l’esercito per il mantenimento dell’ordine pubblico? Avete forse ottenuto il coinvolgimento di tutti i comuni e della Unione Montana in ogni tavolo, riunione, incontro che riguardi il territorio? O la risposta puntuale ad almeno alcune delle osservazioni presentate in tanti momenti ufficiali (gli ultimi tre sono avvenuti con la ministra De Micheli, con la commissione trasporti regionale, con il nuovo commissario Mauceri)? O qualcos’altro? Non solo nulla è stato concesso ma le più recenti decisioni procedurali e amministrative vanno nella direzione opposta alle vostre (nostre) più che legittime pretese. Più che legittime, perché esulano dalla contrapposizione Si/No, tanto è vero che sono state sottoscritte anche dagli amministratori meno contrari all’opera. Riguardano trasparenza nelle decisioni e negli appalti pubblici, rispetto delle procedure di legge, adesione agli obiettivi ambientali comunitari, attenzione al territorio coinvolto, eppure non vengono mai esaudite nemmeno parzialmente. Invece, abbiamo davanti a noi il peggior scenario possibile. Per almeno 12 anni da oggi, forse di più, la valle sarà deturpata da cantieri stop-and-go, inaugurati in pompa magna, attivi per qualche settimana poi fermi per mesi, ma sempre presidiati ininterrottamente dalle varie forze armate o dell’ordine. Uno stillicidio collaudato: i cantieri di Chiomonte e San Didero lo testimoniano esemplarmente.

Dunque, anche la quarta motivazione è dimostrata. Vi stanno imbrogliando, ci stanno truffando. E i furbacchioni sono sempre gli stessi. Com’è possibile fidarsi ancora di loro?


La Val Susa tra legalità e giustizia

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Se provo a guardare con un po’ di distacco la situazione irredimibile della Val Susa, individuo quale sentimento dominante, alla base di ogni forma di contestazione, quello della ingiustizia istituzionale. Partendo dal quadro generale per poi scendere al particolare, metto in fila alcuni fattori esemplificativi.

Innanzitutto, in un periodo storico caratterizzato da una fame diffusa di investimenti pubblici e di buona spesa, i miliardi immobilizzati da oltre un ventennio per costruire un’opera preistorica e palesemente inefficiente, indignano i cittadini e gli amministratori locali strangolati da bilanci da fame. E non è da credere che questa sensibilità “economica” sia legata all’epidemia del 2020, perché, stante l’anzianità del progetto, valeva anche per la crisi del 2008, per quella del 2001, perfino per quelle del 1993-‘94 (l’epoca della “ripresina” che qualcuno ricorderà nelle rassicurazioni del non ancora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi).

Un secondo fattore di ingiustizia istituzionale si trova nella perdurante sordità di tutti gli organi di controllo, ministeri in primis, alle fondate richieste di approfondimenti, di rispetto ambientale, di correttezza delle procedure autorizzative, che il territorio e i suoi rappresentanti hanno inviato infinite volte in ogni modalità ufficiale e formale possibile, in tutte le sedi deputate, commissioni governative ed europee comprese. Avendo sempre e solo ricevuto in cambio risposte evasive, derisorie o semplicemente indifferenti, i sentimenti di impotenza e di rabbia repressa si accumulano da oltre due decenni. La relativa documentazione occupa ormai numerosi faldoni di carta e diversi terabyte di archivi digitali, è ben conosciuta e facilmente consultabile da chiunque voglia approfondire il tema. Non è questa la sede per una disamina puntuale di tutti gli argomenti, ma è opportuno ricordare soltanto che quelle criticità che sono state evidenziate ma mai risolte nelle varie fasi preparatorie, nell’ultimo anno e nei prossimi futuri arrivano fatalmente alle forche caudine della progettazione esecutiva e dell’apertura dei cantieri. Avendole ignorate fino ad oggi, è inevitabile che diventino i punti caldi dell’opposizione sia formale sia sostanziale alle singole opere così sciattamente approvate.
Dopo Chiomonte, iniziato nel luglio del 2011 e tuttora oggetto di lavorazioni preliminari, agli inizi di aprile del 2021 è stato aperto il cantiere di San Didero, per preparare l’area da mettere a disposizione di un nuovo autoporto per i camion, perché quello esistente a Susa deve essere sgomberato per lasciare spazio a impianti e fabbricati al servizio del futuro traforo sotto le Alpi. Come quello di Chiomonte, anche questo deve essere difeso giornoenotte da un nutrito spiegamento di militari. È dimostrato ormai che vigilare sugli impianti della Torino-Lione costa molto più che costruirla. Al momento non sembrano esistere ragionevoli prospettive per aprire i previsti prossimi cantieri ‒ Caprie, Bussoleno, Susa, Salbertrand ‒ senza continuare a mantenere un tale spiegamento di servizio d’ordine. Il loro perimetro complessivo assommerà a svariati chilometri, tutti da pattugliare ininterrottamente, con l’inevitabile corollario di costi per il personale, per gli automezzi e per gli strumenti come i droni e le torri faro che illuminano a giorno la notte, e di impatti ambientali specifici che non sono mai stati valutati né approvati in termini di emissioni, consumi di carburante, inquinamento luminoso, interruzione di corridoi faunistici. Le prospettive, anzi, sono ancor più fosche e grottesche. I lavori all’interno dei singoli cantieri sono limitati, hanno una fine, talvolta si fermano per mesi a causa di ragioni intrinseche (economiche, contrattuali, sindacali, meteorologiche). Invece la sorveglianza non può avere soste né vacanze. A parte una manciata di giornate all’anno di adrenalina per via dei manifestanti in campo, restano 51 settimane di noia e nullafacenza in uniforme. Così il senso di ingiustizia si allarga a comprendere il tempo male impiegato di tantissimi giovanotti nel pieno delle loro forze, aspirazioni e addestramenti, costretti a presidiare tante Fortezze Bastiani all’interno delle quali sono stati rinchiusi senza comprendere le motivazioni della loro condanna.

Scendendo la scala troviamo poi l’ultimo fattore di ingiustizia. Il più antipatico, forse, il più dimenticato dai soggetti che si avvicendano ai ruoli di vertice ‒ siano essi ministri, prefetti o questori ‒ ma il più radicato nella memoria collettiva del territorio. Fin dal tradimento della parola data da un vicequestore ai sindaci al Seghino di Mompantero nel dicembre del 2005, la fiducia nei rappresentanti delle istituzioni è scesa a livelli bassissimi. Rimane lì e non potrà risalire perché gli sgomberi di Venaus, ha certificato una sentenza del tribunale, sono stati compiuti usando coercizioni ingiustificate (e i funzionari di PS, stabilisce il giudice, furono “reticenti”). Così come furono esagerate ‒ distingue ancora la magistratura ‒ le azioni di repressione poste in essere a Chiomonte. Così come è esasperata e irrituale ‒ e riconosciuto da altre Corti, dal Tribunale dei Popoli, persino da Amnesty International ‒ la persecuzione degli esponenti del Movimento, culminata nella illogica detenzione di Dana Lauriola e Nicoletta Dosio ma preceduta, non dimentichiamolo, da denunce verso sindaci in fascia tricolore che si frapponevano tra poliziotti e manifestanti. Furono poi assolti perché il fatto non sussisteva, ma intanto dovettero subire il processo, difendersi, entrare da imputati nell’aula bunker usata in precedenza soltanto per terroristi e mafiosi. Per arrivare alle ultime vicende, quando centinaia di militari sono stati schierati in piena notte contro gli amministratori locali legalmente eletti come se non indossassero anche loro il simbolo della Repubblica sul petto ma fossero truppe di occupazione straniere. Come tali infatti, è doloroso dirlo, vengono percepiti dai cittadini.

Si dirà «ma l’opera è stata approvata, ha ottenuto, pur con centinaia di prescrizioni, tutte le autorizzazioni di legge». È vero. Nonostante i difetti sopracitati, è vero. Ma qui entra in gioco la differenza che non si può mai dimenticare tra legalità e giustizia. La Torino-Lione si ammanta di uno schermo di legalità formale, ma è sostanzialmente ingiusta nel senso più alto del termine. Fino a quando questi due termini, che talvolta vengono confusi, resteranno separati in Val Susa non ci potrà essere nessuna tranquillità né tanto meno una qualche forma di accettazione dell’opera. Ogni valsusino e tutti, tanti, i loro amici, ha scolpito in testa l’ammonimento che Giuseppe Dossetti voleva far entrare nella Costituzione: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino».

La foto della homepage è di Marco Allasio


«Deus vult!». Gli oscurantisti della Torino-Lione

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Oramai non ci sono più dubbi. A denti stretti e sottovoce, lo ammette persino qualche decennale tifoso. La Torino-Lione è indifendibile, vecchia, superata. Chi è rimasto a sostenerla usa soltanto più argomenti reazionari e dottrinali. Sembra di ascoltare – molto in piccolo, per carità! si parva licet componere magnis – le tesi del Sant’Uffizio contro Galileo Galilei. Dogma contro scienza.

Gli ultimi mesi lo dimostrano limpidamente. Mettiamo in fila tre episodi.

1. In estate la Corte dei Conti europea ha pubblicato una relazione molto drastica su otto grandi progetti infrastrutturali, tra i quali spicca per difetto la Torino-Lione. Lo studio (www.presidioeuropa.net/blog/wp-content/uploads/2020/06/ECA-SR_Transport_Flagship_Infrastructures_IT.pdf) si avvale, tra tanti contributi, anche dell’analisi del prof. Yves Crozet dell’Università di Lione, recuperata con non poche difficoltà dalla testardaggine del movimento e delle sue articolazioni amministrative (www.presidioeuropa.net/blog/wp-content/uploads/2020/10/YCNote-CO2-it.pdf). La Corte e il docente sono stati severi: ritardo di tre lustri, finanziamenti persi, obiettivi non raggiungibili in tempo utile, bilancio ambientale fortemente negativo, presupposti manipolati e fantasiosi. Il tutto dimostrato con numeri, tabelle, grafici, citazioni, autorevole bibliografia. Normale pratica scientifica. Confutabile, certo, ma soltanto se si contrappongono argomenti altrettanto comprovati e robusti. La risposta della società TELT incaricata di scavare il nuovo traforo si trova in poche righe di un comunicato stampa (www.telt-sas.com/it/telt-chiarisce-i-punti-sollevati-dal-rapporto-della-corte-dei-conti-europea/): la Corte dei Conti si è sbagliata. Bon, basta così. Sufficit. O anche: De minimis non curat praetor.

2. A settembre è diventato palese e pubblico – ancora una volta grazie al movimento NoTav perché i proponenti non brillano mai per trasparenza e condivisione – un problema ben noto: a Salbertrand non sono disponibili le aree previste per il cantiere principale sul versante italiano. I cumuli di detriti, rifiuti, materiali vari che ne impediscono l’occupazione non saranno evacuati prima del 2024 o addirittura il 2027. Nel frattempo il materiale di scavo dovrà andare a Susa, rimangiandosi promesse e valutazioni ambientali. L’Unione Montana Val Susa, attraverso la sua commissione tecnica, ha preparato uno studio di 80 pagine approfondito e dettagliato (persino un po’ noioso per i tanti calcoli e numeri, disponibile qui www.unionemontanavallesusa.it/Home/DettaglioNews?IDNews=170653) nel quale dimostra che una nuova valutazione di impatto ambientale è indispensabile e proceduralmente necessaria ai sensi di legge. Lo ha formalmente inviato ai Ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture, offrendo nel contempo e come sempre la disponibilità a riunioni tecniche per analizzare a fondo la questione. La risposta è stata fornita dal Ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli nell’audizione alla Camera del 14 dicembre: la quantità di smarino è la stessa, è quella prevista nell’intero scavo, non importa dove, come e quando sarà trasportata; quindi probabilmente sarà sufficiente una verifica sbrigativa anziché una vera e completa valutazione di impatto ambientale (VIA). E la relazione di 80 pagine? È stata controdedotta e puntigliosamente confutata? Ma quando mai! Basta e avanza l’opinione del ministro. Ubi major minor cessat.

3. A dicembre le Commissioni Trasporti di Camera e Senato hanno esaminato il contratto di programma che deve essere stipulato tra FF.S. MIT e Telt per i lavori definitivi della Torino-Lione e i relativi finanziamenti. I parlamentari hanno convocato un folto numero di esperti, registrando i loro contributi [tutti disponibili sul sito di Camera e Senato]. Tra questi, anche il prof. Crozet la cui impietosa disanima è già online [www.notav.info/post/intervento-di-crozet-alla-camera-tav-torino-lione-classico-esempio-di-manipolazione]. Giuristi, economisti, esperti di traffico e di ambiente, hanno elencato, in base alle loro competenze, esperienze e autorevolezza, una serie di problematiche argomentate e solide. Ma nonostante falle giuridiche e amministrative, incertezze finanziarie, obiettivi falliti, il contratto verrà firmato senza difficoltà. E le criticità dimostrate in punta di scienza? Bazzecole, bagatelle, puntigli da azzeccagarbugli o da ragionieri noiosi. Resteranno nei verbali parlamentari a futura memoria senza alcuna replica adeguata o conforme agli standard internazionali. Vox clamantis in deserto.

Allora, ecco il punto. Da un lato troviamo numeri, dati, relazioni tecniche approfondite, esperti di vario titolo, professori universitari. In un normale dibattito scientifico, comune per metodo a tutto il mondo da oltre 400 anni (Galileo docet), ci si aspetterebbe che le loro argomentazioni venissero controbattute, discusse, ed eventualmente rigettate, sulla base di numeri, dati, relazioni, esperienze di campo, bibliografie, almeno di pari livello. Invece no. Quello che sarebbe pacifico e normale in ogni campo dell’umano sapere non vale nel caso della Torino-Lione. Qui siamo alle Crociate: Deus vult! Per proponenti e sostenitori è diventata un articolo di fede. Non è in discussione nessuna delle sue articolazioni. Le critiche ormai grandinanti che provengono da svariati settori vengono liquidate con qualche battuta, mai con argomenti altrettanto solidi e verificabili. Un rovesciamento grottesco e paradossale della normalità: i proponenti non dimostrano le ragioni dell’opera che propugnano, gli oppositori ne documentano danni e inutilità. Ideologia acritica contro analisi fattuali.

In ultima analisi, si tratta di una pervicace mancanza di rispetto per il territorio, i suoi abitanti e i suoi amministratori. E per la Logica. Ci interroghiamo sempre sulle ragioni di tale atteggiamento, da tre decenni adoperato da chiunque rappresenti la controparte. Sciatteria? Supponenza? Incompetenza? O semplicemente paura di affrontare la realtà e quindi di perdere faccia e quattrini? Non lo sappiamo; probabilmente un velenoso mix di tutte queste meschinità.

Sic stantibus rebus, cosa accadrà in futuro? Saranno ancora una volta i villici con i forconi a risolvere la contesa? Se accadesse, questa volta si troverebbero dalla parte della ragione e della scienza, gli altri da quella dell’oscurantismo e dell’ignoranza.


Lo sterminio dei visoni e lo stupore assente

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Ci risiamo. Di nuovo lockdown, di nuovo chiusi in casa, di nuovo weekend affollatissimo di escursionisti ansiosi dell’ultima passeggiata all’aria aperta prima dei divieti totali. Di nuovo servizi solitari in quota, dedicati alle incombenze di questa stagione: i monitoraggi, il controllo dei cacciatori (fino alla sospensione dell’attività venatoria stabilita dalla Regione), la verifica del rispetto delle ordinanze, che non sono solo quelle del Covid! Tanto tempo per pensare, per rimuginare, per provare a mettere in fila qualche considerazione che mi faccia capire un po’ di più cosa sta succedendo all’umanità.

Pensieri meno cattivi che a primavera, forse, ma lunghi e scuri come le ombre di questo autunno soleggiato e spietato. Lo spunto questa volta, fra i tanti possibili, arriva da un’amica che mi passa una notizia internazionale: in Danimarca si stanno abbattendo 15 milioni di visoni perché potenzialmente infettati dal virus Covid-19. Uno sterminio pianificato, che però – mi accorgo preoccupato – non mi indigna abbastanza. Com’è possibile? Cerco di approfondire notizia e sentimenti.

I visoni sono allevati per la produzione di pellicce. La Danimarca è il primo esportatore mondiale. I visoni portano sulle membrane cellulari recettori affini a quelli umani e quindi sono attaccabili dal Covid-19 (e da altri simili). In mezzo a migliaia di animali confinati in spazi ristretti il virus circola rapido e aumenta la sua velocità di variazione genica. Potrebbe “inventare” nuovi ceppi virali e trasmetterli agli umani, vanificando sul nascere le ricerche sui vaccini. Il governo danese ha segnalato all’OMS di aver già trovato una nuova mutazione in una dozzina di persone. È improbabile che sia più contagiosa di quella attuale ma la prudenza, si sa, non è mai troppa (il principio di precauzione è negli statuti della UE, ma viene applicato solo quando fa comodo). Meglio abbattere tutti i visoni.

Non è una novità, ed è questo che non mi fa stupire. Influenza aviaria, peste suina, SARS hanno comportato conseguenze uguali negli anni scorsi (tra gli altri, proprio sui visoni danesi nel 2003, nel 2009 e nel 2013). L’aviaria c’è ancora e ha appena imposto l’abbattimento di oltre 200.000 polli nei Paesi Bassi. Il Covid ne sta uccidendo milioni di altri, non solo direttamente come in Danimarca, ma di riflesso: non appena la domanda internazionale cala a causa della paura mondiale, gli allevamenti intensivi, soprattutto del Sudest asiatico, trovano più conveniente sterminare per soffocamento o annegamento migliaia di capi invenduti, ma vivi, piuttosto che nutrirli inutilmente. Animali ammassati e tenuti in condizioni insostenibili sono focolai costanti di vecchie e nuove zoonosi. Da sempre. Un esempio tragico è la tubercolosi. Deriva dai bovini e praticamente non esisteva prima della rivoluzione agricola e della sedentarizzazione di Homo sapiens, diciamo 12.000 anni fa. La TBC è stata debellata in Europa a forza di vaccinazioni di massa, ma uccide ogni anno oltre 100 milioni di persone nel mondo; i morti sono africani e asiatici, non occidentali: quindi il dato scompare dai nostri orizzonti quotidiani. A proposito di bovini, ci siamo dimenticati in fretta della “mucca pazza”. Anche in quel caso, umane forzature dei cicli naturali provocarono epidemia, psicosi, migliaia di capi uccisi in massa, crollo della domanda di carne, fallimenti di aziende, nuove leggi di sicurezza. Non impariamo mai!

E poi, lo scandalo dei visoni danesi dove sta? Nell’ucciderne tutti insieme 15 milioni anziché qualche centinaio alla settimana per la “normale” produzione di pellicce? Viene in mente una battuta in veneto dal terzo atto de I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni: «Alla piegora tanto la fa che la magna el lovo, quanto che la scana el becher» («Per la pecora è uguale essere mangiata dal lupo che sgozzata dal macellaio»). Un altro esempio disturbante viene alla testa piegata dalle raffiche del vento valsusino: i fagiani allevati in batteria per essere rilasciati poco prima dell’apertura della caccia (quest’anno, in Piemonte, oltre 4.500 solo in 4 ATC e 2 CA), fucilati legalmente dopo poche ore di libertà “vigilata”.

Nessuna novità, dunque. Fenomeni noti, informazioni facilmente reperibili online, catene di cause-effetti conosciute, ben studiate e ben divulgate. La mia amica ha ragione a stupirsi della mia mancanza di stupore? Non so darmi una risposta convincente.

O riduciamo drasticamente i consumi di carne e di pelli, quindi gli allevamenti intensivi, i traffici e le merci che ne conseguono, le superfici agricole coltivate per alimentarli, gli scarti che a miliardi formano già le stratificazioni che verranno studiate dai geologi futuri. Oppure non abbiamo il diritto di indignarci per una aberrazione tra le tante. Stiamo vivendo non solo una catastrofe sanitaria ma una vera e propria crisi ecologica. Stiamo ricevendo indietro gli interessi degli sfregi che infliggiamo al pianeta. Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, alle nostre economie, ai guadagni e a questi tipi di lavori? Non mi sembra. Siamo avviluppati senza scappatoie in un patto faustiano: tecnologia, consumi, benesseri vari, non sono gratis. Costano l’anima. Nostra, della Terra e dei visoni.


Covid-19: qualcosa abbiamo imparato ma la strada è ancora lunga

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A sberle e cinghiate, il professor Secondo Covidio mi ha costretto a ripassare tre o quattro lezioni basilari. Mi ha rimesso sul banco, testa china e polpastrelli inchiostrati, a compilare colonne di aste per ficcarmi in testa un abbecedario universale ma – ahimé – incrostato da muffe e nascosto da parassiti superficiali. Mi ha assegnato esercizi da svolgere chiuso in casa isolato dalle distrazioni: «Guai a te se esci prima di aver finito i compiti!».

Avevo proprio dimenticato che su questo pianeta posso ancora ritrovarmi preda. Mi ero troppo cullato nella tranquillità di essere solo io a cacciare e cibarmi degli altri. Quel passaggio de I Promessi Sposi, «La peggior condizione era quella di un animale senza artigli e senza zanne che pure non si sentisse inclinazione di essere divorato», era rimasto sepolto tra le memorie liceali studiate ma inutilizzate. Avevo proprio dimenticato che posso edificare tutti i muri, i fili spinati, le barriere che voglio; posso stabilire confini, dogane, dazi ovunque mi aggradi; posso comandare documenti, autorizzazioni, certificati finché mi pare. A virus, animali, piante, funghi, parassiti, alla natura insomma, non importa nulla. Quando vuole passare, passa – come ricordano tutti i Papillon del mondo (Steve McQueen nel 1973 o Orso M49 nel 2019; toh, lo stesso anno del mio sadico professore).

Avevo dimenticato che – se non siamo proprio tutti uguali alla partenza – almeno dobbiamo sforzarci di comprimere le disuguaglianze per giungere all’arrivo un po’ meno svantaggiati.

Avevo proprio dimenticato le priorità della vita vera: affetti, cibo, lavoro, educazione, socialità, arte.

Avevo proprio dimenticato che gli impieghi fondamentali sono produrre e distribuire cibo (contadini e fattorini), curare le persone (medici e infermieri) e le loro menti (maestri, professori, educatori di ogni livello e servizio), allargare gli orizzonti (gli stessi di prima, più ricercatori, artisti, sovrintendenti, guide, filosofi). E pensare che un libriccino studiato anni fa aveva già nel titolo tutto il sapere necessario: Buono, pulito, giusto! (Carlo Petrini di Slow Food).

Avevo proprio dimenticato che proteggere la natura, curare la biodiversità, studiare animali e piante, consumare poco e sprecare ancor meno, non sono fissazioni da idealisti rompiscatole ma carte vincenti nella partita della mia sopravvivenza terrestre. Mi ero illuso che qualche impresa eccezionale, qualche risposta immediata alle emergenze, un po’ di italiota («Ci penso io!») potesse sostituire manutenzione ordinaria e cure quotidiane. Fallocrazia versus custodia, anziché armoniose congiunzioni di entrambe.

Avevo dimenticato di leggere ogni sera, per conciliare sogni belli prima di addormentarmi, un articolo della Costituzione della Repubblica Italiana. Di colpo, sotto la bacchetta del prof. Covidio, mi sono ricordato che al liceo una professoressa severissima mi fece innamorare – oltre che di lei stessa … – di due in particolare. Il 4, là dove recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», perché stabilisce che il lavoro – già esaltato da altri articoli fondamentali – non basta che sia garantito ma deve essere dignitoso e gratificante per il singolo e per la collettività. Una rivoluzione, ancora oggi! E il 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», perché raduna e protegge insieme quello che ha fatto dell’Italia, l’Italia che il resto del mondo invidia: una lenta e sapiente commistione tra natura, storia, cultura e saper vivere (ma guarda: 4 e 9, come la sigla dell’orso fuggiasco!).

Avevo proprio dimenticato che uno Stato che vuole essere Nazione si regge su tre edifici: Sanità, Scuola, Carcere. Ognuno con molte stanze, aule, laboratori e qualche scantinato, ma tutti abitati da donne e uomini al servizio degli utenti e della comunità intera. Il resto sono supporti accessori, utili ma non indispensabili, non qualificanti, non identitari.

Avevo dimenticato il proverbio spagnolo: «Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la Natura mai!» ma per fortuna mia – perché ha usato carezze e non schiaffi! – lo ha ricordato Papa Francesco durante la Giornata Mondiale per la Terra.

La lezione è stata durissima. L’ho vissuta come l’addestramento urlato ai marines di Full Metal Jacket dal sergente maggiore Hartman (che non a caso viene ucciso da un suo soldato). Riconosco che ne avevo bisogno, ma confesso che ne avrei fatto volentieri a meno.

Però. Miei pensieri in ordine sparso… 

Però se costringerà Milano a costruire piste ciclabili e le ferrovie a allungare i treni sovraffollati finalmente rispondendo alle annose e inascoltate lamentele dei pendolari; se concederà un bonus per acquistare biciclette e non automobili; se vieterà ai calciatori di sputare ogni momento; se porterà la banda larga in Val Chiusella; se farà riaprire qualche ospedale periferico, o punto nascite, o pronto soccorso; e poi scuole, uffici postali, negozietti e presidi forestali; se ci farà fare file ordinate senza numeretti; infine se (magari, forse, speriamo!) farà spostare gli investimenti pubblici da F35 a FP2, dai cacciabombardieri alla sanità e agli asili.

Epperò se intanto ha già: mostrato la netta differenza che passa tra i cialtroni onnipresenti e i competenti meno visibili; inflazionato il petrolio, abbattuto polveri sottili, ossidi di azoto, smog, traffico; favorito amplessi trascurati (forse anche i divorzi, ma il loro bilancio comparativo dovrà essere valutato sul lungo periodo – almeno 9 mesi); aumentato i libri letti e i manicaretti casalinghi; abbattuto gli euri buttati nelle slot machine; redento tanti tabagisti; stimolato fantasia e creatività per passare il tempo in casa e per motivare le autocertificazioni; esaltato persino le penne lisce, snobbate fino a febbraio; e infine e soprattutto convinto i maschi a lavarsi le mani dopo essere stati in bagno (nemmeno mamme mogli fidanzate c’erano riuscite!), allora le dure lezioni del prof. Covidio hanno avuto e avranno qualche buona conseguenza. Saranno state almeno in parte proprio “positive” (ah ah ah).

P.S.: Perché ci ostiniamo a scrivere pensierini su questa storia? Perché una raccomandazione ripetuta fino al lavaggio del cervello recita «Non mettere le dita su bocca, naso, occhi e orecchie». Cioè non fare come le tre scimmiette «non vedo non sento non parlo». Anzi. Proprio perché vediamo meglio di prima senza la folla sfuocante, perché sentiamo meglio nel silenzio inusuale, proprio per questo, parliamo. E prima, pensiamo.

L’articolo è pubblicato anche su “Piemonte parchi”


Se vogliamo sopravvivere, impariamo dalla natura

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Quegli animali che si salvano

Confermo: ai tempi del Coronavirus la presenza di animali in zone inconsuete, in particolare ai bordi delle strade e vicino alle borgate. Ne è un esempio, fra i tanti, l’airone cenerino: non è insolito osservarlo nei prati interclusi da svincoli e strade, ma questo ormai sfiora il marciapiede e non scappa subito.

È di nuovo facile avvistare i caprioli di giorno, persino dai balconi delle varie quarantene. Fenomeno interessante, se comparato alla percezione diffusa, soprattutto tra i cacciatori, di una loro progressiva rarefazione causata dal lupo. Che sicuramente ne uccide molti, ma i caprioli patiscono anche la competizione con il cervo – le cui popolazioni crescono ovunque – e la chiusura delle radure nei boschi, loro habitat d’elezione. In questo periodo silenzioso e tranquillo, le ritrovano proprio vicino a noi, dove fresca erba di primavera cresce in prati e campi falciati regolarmente. Ora non si possono programmare censimenti esaustivi, ma sarà opportuno farne tesoro per quelli futuri.

E ancora, appassionati esperti o neofiti in tutta Italia trascorrono qualche ora alle finestre per avvistare uccellini in orti, parchi e giardini prospicienti, scoprendo una ricchezza inconsapevole soltanto qualche mese fa. Ci sono sempre stati ma non ce ne eravamo accorti, logorati dalla vita moderna, oppure ce ne sono di più, attirati dalla nostra forzata ritirata? Di sicuro, stanno meglio tassi, ricci, rane, rospi, serpenti e bisce varie, lucertole e affini, cioè tutti quelli che attraversano le nostre strade – soprattutto di notte – e vengono falciati dalle auto. Ne sopravviveranno diverse centinaia e potranno ringraziare il virus.

Usiamo i fondamenti della fisica

Dobbiamo comprendere appieno che – quando noi siamo presenti – gli ambienti e gli animali non sono gli stessi di quando non ci siamo. Usiamo arditamente i fondamenti della fisica del ‘900: il principio di esclusione di Pauli (o noi o loro); quello di indeterminazione di Heisenberg: la nostra osservazione (presenza) modifica l’oggetto osservato. Mentre, continuando la metafora, ci culliamo nella falsa convinzione di vivere come il gatto di Schrödinger, nello stesso momento vivo e morto: dentro e fuori la natura contemporaneamente, a nostro piacimento. Non è così.

La natura esiste fuori di noi. Soprattutto, senza di noi. Noi le apparteniamo, lei no. A noi serve tantissimo, ma noi a lei, affatto. Anzi. Viene in mente la ricerca pubblicata un anno fa riguardo la Exclusion-zone di Chernobyl. La vastissima area disabitata da 33 anni a causa dell’incidente nucleare del 26 aprile 1986 ha visto aumentare la sua biodiversità vivente. Gli individui di ogni specie – nemmeno di tutte – possono avere vita più breve a causa delle mutazioni genetiche provocate dalle radiazioni ancora potenti, ma il loro numero totale è maggiore di quando la regione era frequentata dagli umani. La nostra presenza fa più danni all’ambiente, in termini evolutivi e bio-diversi, di una esplosione atomica.

Come abbiamo sconfitto il vaiolo

«Capire il nostro legame complesso con la natura significa accettare che in essa abitano disordine e distruttività che non possiamo dominare completamente» (Mauro Ceruti, ex multis). I guardiaparco sono stufi della narrazione imperante di una natura disneyana, tutta buona, benintenzionata, moralmente orientata, mammifera. Non è così. È bellissima, certo, ma è nello stesso tempo sporca, pungente, urticante, velenosa, infettante, mordace, assassina, crudele, senza senso (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/07/12/il-lupo-scomodo-e-i-perseguitati-umani-e-animali/). Questo virus è una zoonosi, cioè una malattia che attacca gli umani provenendo da animali, sia direttamente sia attraverso organismi serbatoi e incubatori. L’OMS (Organismo Mondiale della Sanità) ne descrive oltre 200, dalla peste alla TBC, da Ebola alle influenze stagionali. Ne abbiamo sconfitto definitivamente soltanto una, il vaiolo, a furia di vaccini (dalla parola “vacca”, non dimentichiamolo!) inventati da Jenner, Pasteur e seguaci. A dirla tutta, la nostra unica vittoria è stata in gran parte favorita da uno sbaglio evolutivo del vaiolo: non si è modificato abbastanza da sopravvivere al di fuori del corpo umano. Una volta sterminato lì dentro, non ha avuto scampo. Si è infilato in un vicolo cieco, ha eliminato le possibili alternative, non è rimasto adattabile. Ogni organismo che si riduce così, come il famoso Dodo, può sopravvivere a lungo solo se non cambiano le condizioni ambientali. Appena succede, sparisce dalla Storia. Gli altri virus a RNA come questo Covid-19 invece mantengono la capacità di sopravvivere anche in altri animali e quindi sono praticamente indistruttibili. Bisognerà conviverci a lungo, con alterni equilibri.

La partita della sopravvivenza

Mantenersi adattabili invece di specializzarsi, diffondere invece di accentrare, essere flessibili anziché rigidi, tenere pronte opzioni diverse anziché seguire una sola direzione irreversibile. Sono gli assi vincenti nella partita della sopravvivenza attraverso i millenni, come dimostrano continuamente etologia e storia dell’evoluzione. Forse sarebbe il caso di applicarli anche a campi che sembrano lontani, come l’economia o l’organizzazione sociale, dove potrebbe emergere come più durevole non concentrare tutti gli uffici in un unico palazzo o tutti i servizi sanitari in un’unica struttura o tutti i finanziamenti in una sola soluzione o tutti gli abitanti in un’unica città. Può essere scomodo e meno affaristico, ma non sarebbe da sciocchi immaginare di risolvere un problema usando gli stessi strumenti che lo hanno creato? [«We won’t return to normality, because normality was the problem»].

Non mi piace la terminologia di guerra applicata al contrasto al virus. Per ragioni sostanziali, non estetiche. Perché in questo momento di grande tragedia per noi, ci sono migliaia di persone che subiscono una guerra vera con tutte le dannazioni che questa comporta. Ce lo ha ricordato Paolo Rumiz pubblicando la lettera di una donna che ha vissuto l’assedio di Sarajevo: chiusa in casa come noi, ma senza gas, cinque maglioni addosso contro il freddo, poco cibo, i cecchini a sparare sulle file ai mercati… E poi perché una guerra può avere tre esiti: vittoria, certamente, ma anche sconfitta o resa. E mi sa che la terza opzione – arrendersi e convivere con il nemico – non sia meno probabile della prima.

Altro che debellare il nemico (“de-bellare” portare fuori dalla guerra…). L’ultima ragione perché la guerra è un’impresa di taglio maschile, fallocratica, straordinaria (extra – ordinario) mentre noi abbiamo disperato bisogno di rilasciare e far funzionare soprattutto la componente femminile, normale, ordinaria nell’accezione migliore. Prima di essere accusato di sessismo, preciso che non ne faccio una questione di genere ma di atteggiamento mentale. Molti uomini hanno tratti femminili e molte donne viceversa comportamenti maschili. Voglio dire che dobbiamo applicare uno schema di manutenzione quotidiana, di piccole azioni che passano inosservate, di prevenzione diffusa, in una parola di “cura” (esposta da don Milani, cantata da Battiato), piuttosto che grandi azioni in condizioni speciali con uno sforzo mostruoso ma limitato nel tempo («L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale» Lucio Dalla, 1977, guarda caso in una canzone titolata «Disperata ed erotica»). 

È come se il bosco bruciasse

Un parallelo meno drammatico ma molto simile possiamo ritrovarlo negli incendi di ottobre 2017 che si verificarono in Piemonte (https://volerelaluna.it/ambiente/2018/10/24/le-lezioni-del-fuoco/). Anche allora comportamenti umani hanno preparato le condizioni necessarie alla tragedia, in quel caso l’inurbamento e il conseguente abbandono di colline e montagne che ha comportato la perdita delle manutenzioni costanti e quindi l’accumularsi al suolo di una lettiera facilmente infiammabile. Il fenomeno si è protratto per anni nell’indifferenza, fino a quando un evento momentaneo – la prolungata siccità, anch’essa non esente da responsabilità umane – ha innescato (termine esatto) la catastrofe. Gli incendi ci sono sempre stati, esattamente come i contatti con gli animali selvatici e i loro parassiti, ma si estinguevano rapidamente per la scarsità di materiale adatto a propagarli. Ma se azioni o omissioni umane favoriscono contagi e diffusione, aveva ragione la stessa nonna analfabeta: «Chi semina vento, raccoglie tempesta» (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/04/16/la-natura-si-riprende-i-suoi-spazi/). E anche in quel caso, chi denunciava il pericolo era inascoltato, tacciato di catastrofismo o di fare la Cassandra (la quale, mannaggia!, aveva ragione ma era stata condannata dal Dio Apollo, appunto, a non essere creduta). Già Edgar Morin diceva che Homo non è solo sapiens ma anche demens

Appello a uno stimato progettista

L’ultimo cattivo pensiero lo dedico alla Rete Natura 2000, ai suoi tecnici e gestori. Lo formulo come un appello:

«Stimato progettista, la prossima volta che presentando una nuova opera a un parco o a un altro ente pubblico, ti verrà richiesto di preparare una Valutazione di Incidenza o di Impatto Ambientale e ti verrà controllata con attenzione e forse ti costringerà a cambiare i tuoi piani, per favore, non pensare più che si tratta di un adempimento burocratico sterile e inutile. È invece un lavoro meritorio e doveroso per difendere quel poco di biodiversità che è rimasta intorno a noi. Quella stessa, la cui distruzione è riconosciuta come una delle cause non secondarie del salto dei coronavirus dagli animali selvatici a quelli domestici e infine a noi.

La biodiversità piemontese è minore in quantità rispetto a quella delle foreste amazzoniche o asiatiche, ma non in qualità. Difendere una torbiera in quota o una piccola popolazione di Ephedra o una farfallina incolore non sono manie di qualche ambientalista nullafacente, ma sono doveri morali ancor prima che istituzionali. E per favore, non confondere picchio nero con picchio rosso: uno è in Direttiva, l’altro no. Non sono la stessa cosa. Se non te ne intendi, incarica un biologo, un forestale, un naturalista. Risparmieremo tempo. Egregio professionista, siamo pronti ad aiutarti ma non faremo sconti. Perché siamo preoccupati che la lezione che ci lascia Covid-19 non venga imparata.

Un recente articolo de IlSole24Ore pretende che l’Europa dirotti i fondi del cosiddetto Green New Deal al rilancio di opere e cantieri, invocando «semplificazione e sburocratizzazione». Questo lamento è spesso ripetuto insieme ai “lacci e laccioli”, espressione che richiama il bracconaggio. Con ragione, perché in realtà la semplificazione non può sacrificare la progressiva riduzione di ogni possibile controllo pubblico. Gentile tecnico, vuoi un esempio recente?  

In Val Susa intorno a Natale un centinaio di persone ha dovuto ricorrere al pronto soccorso per i disturbi seguenti all’intossicazione da trichinella, contratta mangiando carni di cinghiale infestate dal parassita (un verme, non un virus, ma sempre una zoonosi). Sono ancora in corso indagini di polizia sanitaria, ma un fattore è chiaro: una sorta di deregulation ha concesso la possibilità di trasformare l’obbligo di far certificare ogni singolo capo abbattuto da un “sistema pubblico” (veterinario Asl o tecnico faunistico), in una sorta di autocontrollo con prelievo dei diaframmi animali effettuato dai cacciatori. Non tutti i Comparti di caccia se ne sono avvalsi, ma le conseguenze erano prevedibili, prima o poi. Allora facciamo tesoro delle tragiche esperienze che stiamo vivendo. È l’unico modo per dare un senso agli ammalati e ai morti. Grazie dell’attenzione».

L’articolo è pubblicato anche su “Piemonte Parchi”


Cattivi pensieri di un guardiaparco in servizio in Valsusa

Autore:

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti,
siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare

(Lucio Dalla, Com’è profondo il mare, 1977)

Strano equinozio quello del 2020. La primavera è prorompente come sempre, i fiori esplodono, tornano i migratori, cantano gli uccelli, ronzano i calabroni e gracidano le rane. A causa della pandemia, non abbiamo il consueto stato d’animo per rallegrarcene e a causa delle restrizioni nessuno può godersela all’aperto. I guardiaparco della Regione Piemonte garantiscono la vigilanza essenziale e i monitoraggi indifferibili, adeguandosi scrupolosamente alle prescrizioni impartite dai Governi nazionali e regionali e dalle direzioni di settore e di ente. Durante il servizio in quota, più solitario del solito, la testa del naturalista produce riflessioni in libertà, qualcuna anche antipatica («Mi vengono in mente pensieri che non condivido», scrisse il meraviglioso Altan).

Equinozio = stessa durata del giorno e della notte. Ce ne sono due ogni anno, quello di primavera e quello d’autunno, quando l’orbita della Terra attraversa l’eclittica e produce l’alternarsi delle stagioni. Si avvicendano ai solstizi d’estate e d’inverno, quando si verificano rispettivamente i giorni più lunghi e più corti dell’anno. Solstizio = il Sole sembra fermarsi nel suo punto più alto o più basso per poi invertire il moto e scendere o risalire. In questi tempi brutti, noi tutti stiamo aspettando con ansia il giorno del “virus-stizio”. Al contrario del solstizio d’estate ‒ che lascia sempre un po’ di malinconia ‒ quando il contagio raggiungerà il suo picco, si stabilizzerà per qualche giorno e poi lentamente declinerà, la speranza allargherà i nostri cuori. 

Che senso hanno i confini?

In natura non esistono. Esistono limiti – altitudinali, climatici, chimici, ad esempio – che sono continuamente in movimento e sempre permeabili da un qualche pioniere più intraprendente dei consimili, ma non resistono invalicabili. Infatti l’ecologia descrive gli ecotoni, habitat di transizione tra ambienti diversi, ricchi di biodiversità proprio perché contaminati da abitanti provenienti da luoghi e famiglie differenti. Un esempio famoso di animale insofferente alle tante dogane è il lupo, per tacere di avvoltoi, istrici, orsi, sciacalli dorati e compagnia. Oggi il virus a forma di corona ci sbatte in faccia l’assurdità dei confini amministrativi – molti in Europa risalgono addirittura alla Pace di Vestfalia del 1648 – la loro inutilità e impotenza («Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro», Ivano Fossati, 1983).

La prima settimana di quarantena

Nel primo weekend di marzo montagne e parchi sono stati presi d’assalto per sfogare la compressione della prima settimana di quarantena. Non erano ancora in vigore i severi obblighi decretati subito dopo. Impianti di sci e ristoranti erano aperti. E – purtroppo – affollati. Se, come dicono i medici, il virus incuba per circa quattordici giorni, allora intorno all’equinozio scontiamo i contagi distribuiti in quel fine-settimana scellerato. Fa riflettere che – ancora una volta nella storia – la Montagna e i Parchi diventano un rifugio in tempi di emergenza. Un vero rifugio, un riparo per chi scappa: un ventre materno cui tornare, al quale non si pensa durante la quotidianità ma – sepolto al fondo dell’anima e inavvertito per anni – appena c’è davvero bisogno torna a galla e indica una meta da raggiungere. Sbagliato in questo momento ma indicativo della nostra incancellabile appartenenza. Oggi impressionano le immagini delle città deserte come inaspettate ghost-towns. Alpi e Appennini sono piene di medie e piccole “town” che diventano sempre più “ghost” perché progressivamente si chiudono i servizi che le rendono cittadine socialmente vivibili. Ricordiamocene, finita l’emergenza. Può darsi che difendere una scuola periferica, conservare un ufficio postale, mantenere una caserma del Corpo Forestale, favorire un negozio multi-servizi, portare la banda larga in una vallata montana (quanto si parla di smart-working, in questi giorni, e quanto velocissimamente si è realizzato!) possa aiutarci per la prossima pandemia e anche per una vita normale migliore.

Ripensare la nostra vita “normale”

Dall’alto delle aree protette valsusine si vedono normalmente la Sacra di San Michele e Superga. Emergono dalla foschia lattiginosa che ingrigisce Torino soprattutto d’inverno. In questi giorni non solo si stagliano più limpide, ma lo sguardo può spingersi fino alle colline di Langhe e Monferrato. Lo smog è scomparso a velocità inaspettata. Un effetto collaterale positivo dei blocchi forzati di movimenti e mestieri. Non è l’unico. Una ricerca da approfondire ha messo in relazione le polveri sottili con la diffusione del contagio. Le particelle virali potrebbero essere favorite nella loro dispersione aerea da quelle di particolato sottile – i famigerati PM – che fungerebbero da trasportatori: voli charter per i microscopici invasori! Se fosse dimostrato compiutamente, dovrebbe costringerci a ripensare la nostra vita “normale” quando potremo ricominciarla. Anche perché il Ministero della Salute individua migliaia di ammalati e morti annuali per l’inquinamento di tutto il bacino del Po dal Monviso a Comacchio.

La Natura che si riprende i suoi spazi

In un tempo incredibilmente breve la natura si riprende spazi occlusi dalla nostra invadenza. I delfini nel porto di Cagliari, i fondali di Venezia visibili attraverso l’acqua subito trasparente, i rospi incolumi nell’attraversare le strade, i caprioli fiduciosi sugli sterrati, uccellini di ogni tipo che invadono alberi e parchi cittadini (mi segnalano un picchio muratore nel centro di Bologna…). La sensazione urticante è che noi homo sapiens siamo il vero microbo del Pianeta: appena si riduce il nostro contagio, la natura si riprende e guarisce dalla nostra … influenza. «Chi è causa del suo mal pianga se stesso» diceva la nonna analfabeta. Il salto di specie – lo spillover – è stato favorito dalle nostre attività alimentari e commerciali, dalla deforestazione e dalla distruzione della biodiversità. Su youtube argomenti chiari sono postati, tra gli altri – non tanti sono attendibili, in realtà – da Ilaria Capua e Telmo Pievani. Il virus fa il suo mestiere evolutivo: si riproduce ogni volta che può in ogni occasione adatta. E noi gliene forniamo in quantità. Non bisogna incolpare i pipistrelli (http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/ambiente/divulgazione/item/3408-cosa-c-entrano-i-pipistrelli-con-il-coronavirus). Se mai, vanno invidiati. Sono sulla Terra da molto più tempo di noi e il loro fortissimo sistema immunitario li ha portati a convivere in qualche modo con i loro parassiti: le popolazioni sopravvivono nonostante una percentuale di individui ne muoia a ogni generazione (sentenza per noi inaccettabile).

Neuroni da naturalista 

Qualche cifra, qualche zero grossolano intasa i neuroni del naturalista con il binocolo. I virus sono documentati sulla Terra da oltre 3 miliardi di anni (3 seguito da nove zeri, tre volte mille milioni); gli archeo-pipistrelli da 3 milioni di anni; il genere Homo da 300.000 anni circa. Siamo appena arrivati e se proseguiamo così, ce ne andremo via presto («Chissà il cordoglio e il rimpianto che susciteremo», scrisse sempre il fulminante Altan). Colpiscono e angosciano le morti senza conforti, senza funerali, le bare accatastate sui camion dell’esercito. Sono morti normali in ogni contesto naturale, tranne che per noi. Quella morte primitiva che abbiamo allontanato mentre incombe ogni istante su ogni vivente, improvvisa e imprevedibile. Disumana, appunto, perché non preceduta da nessuna consolazione e non seguita da nessuna commemorazione. In natura la morte è, e basta: «Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli», Fabrizio De André, Il testamento, 1963, ripreso da Georges Brassens del 1955 a sua volta ispirato da versi di François Villon del 1461. Per dire che da sempre l’umanità si interroga sul tema e i poeti – maledetti, per lo più – lo raccontano in versi crudeli.

L’articolo è pubblicato anche su “Piemonte Parchi”


TAV. Un’opera irreversibile?

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TgR Piemonte, venerdì 9 agosto 2019, ore 14:00: Il Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, in visita al cantiere di Chiomonte, ha scandito due volte con determinata soddisfazione: «Ormai l’opera è irreversibile». Una volta lo ha anche ripetuto il cronista Vanni Caratto.

Ora, al di là di come la si pensi sulla Torino-Lione e su altre grandi opere, una riflessione si impone. Perché la categoria “irreversibile” deve essere una qualità positiva? A me sembra, soprattutto in questo momento storico, che si tratti invece di una caratteristica completamente negativa, che andrebbe evitata come la peste, soprattutto da una politica che volesse essere saggia e lungimirante.

Cominciamo ad orientarci con il Dizionario Treccani: «irreversibile, aggettivo detto in genere di qualsiasi cosa che non può essere invertita, rispetto al movimento, all’equivalenza, al rapporto logico ecc.: moto, direzione, processo, sviluppo, per leggi storiche irreversibili. Usato in chimica, fisica, economia, meccanica, medicina, filosofia». E poi tuffiamoci nella filosofia, cercando di capire qualcosa della “scienza postnormale”. Non l’avete mai sentita nominare? Male, molto male. È un pensiero importante e innovativo, introdotto da Silvio Funtowicz e Jerry Ravetz agli inizi degli anni ’90 del Novecento (curiosa coincidenza cronologica: gli stessi anni in cui nascevano la Torino-Lione e la sua opposizione). Vi consiglio caldamente di approfondire, cominciando anche solo da Wikipedia. Qui basta riassumere un paio di fondamenti. Quando siamo di fronte a «fatti incerti, valori in discussione, interessi elevati e decisioni urgenti» (cioè sempre, nel mondo attuale) la scienza normale non può più essere di aiuto, perché ottiene buoni risultati quando il livello di incertezza è basso e gli interessi coinvolti sono limitati. Tradizionalmente, infatti, cerca una verità ‒ per quanto provvisoria ‒ attraverso la semplificazione di fenomeni complessi, la replicabilità in laboratorio e la loro eventuale falsificabilità (sensu Popper).

Se invece l’incertezza è alta e gli interessi in gioco sono tanti ed elevati, questo tipo di scienza non basta più. Escludendo per principio le conoscenze dei non esperti e quelle esterne al metodo scientifico classico, essa utilizza semplificazioni e assunzioni culturali implicite (spesso condizionate da interessi nascosti) tali da rendere inaffidabili i risultati “scientifici” e spesso negativi i loro effetti. Quando l’elevata incertezza dei dati si aggiunge a conseguenze altamente indeterminate e/o potenzialmente irreversibili, dovrebbe intervenire, appunto, una “scienza post-normale”. È necessario cioè allargare i soggetti incaricati di raccogliere informazioni e di giudicare i documenti e le teorie proposte; non dovrebbero essere solo specialisti appartenenti alla scienza ufficiale di una data materia, ma anche gli studiosi di prospettive minoritarie, gli esperti di altri settori, i cittadini coinvolti (depositari di conoscenze tradizionali non riconosciute dalle dottrine normali o di opzioni socio-politiche originali), nonché tutti i titolari di interessi in gioco.

Scopo della scienza post-normale non è, infatti, raggiungere una qualche “verità” ma di radunare le maggiori informazioni possibili sulla base delle quali assumere decisioni sagge, che tengano conto di tutte le prospettive legittime, producano il più largo consenso praticabile e si ispirino al principio di precauzione. Quindi scelte collettive reversibili, sottoposte a verifiche periodiche che permettano, eventualmente, di fermarsi, di tornare indietro, di scegliere alternative inesplorate e inusuali.

Il Presidente Cirio è uomo di montagna come moltissimi piemontesi. Il primo fondamentale insegnamento che riceve ogni alpinista alle prime armi dai più esperti, è: se sei in difficoltà, se cambia il tempo, se il tuo compagno non sta bene, TORNA INDIETRO. Non importa se sei a pochi metri dalla meta, torna indietro. Cioè: sii reversibile! Perché ciò che è irreversibile non è mai buono.

Vediamo un elenco incompleto.

Dunque, irreversibile come la Salerno Reggio Calabria, che ingoia da cinquant’anni milioni di soldi pubblici, senza restituirli in un’opera utile e compiuta. Come le “decisioni irrevocabili” che Mussolini annunciò il 10 giugno 1940, spedendo il Paese in una guerra devastante e perduta. Come l’inchino del capitano Schettino o il dentifricio fuori dal tubetto. Come una bocciatura a scuola o la calvizie. Irreversibile come le verginità perdute o l’arrosto bruciato. Come il calzino rosso nella lavatrice di bianco o la formattazione del PC o la scoreggia nello spazio di bossiana memoria. Come il consumo dei combustibili fossili e i cambiamenti climatici. Irreversibile come il decadimento radioattivo dell’uranio nelle rocce d’Ambin morsicate dalla talpa ormai irrefrenabile. Come la reazione nucleare a catena che ha spianato Hiroshima e Nagasaki, o come lo strategico piano “R” del generale Ripper nel Dottor Stranamore di Kubrik. Come il doppio fallo nel tennis, due poker di sette a pinnacola, il rigore di Baggio nel 1994. Irreversibile come l’entropia, come l’estinzione dei dinosauri, della tigre dai denti a sciabola, del dodo. Come l’Alzheimer, come un cancro non curato, come il mesotelioma provocato dall’amianto, quello che la talpa inarrestabile sveglierà dalle rocce della Val Susa. Irreversibile come la diossina a Seveso, i fanghi dell’ACNA a Cengio, i metalli pesanti a Taranto, i rifiuti tombati in Campania. Come il consumo di suolo in Italia, con il deserto biologico che irreversibilmente asfalto e bitume producono. Come la sterilizzazione, come l’odioso numero tatuato dai nazisti sul braccio dei deportati. Come il coma, lo stupro, l’omicidio. Come la forca e la ghigliottina. Irreversibile come la morte.

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Ognuno può aggiungere esempi divertenti o tragici, tutti inesorabilmente negativi. Per ora fermiamoci qui, con l’ultima analogia: irreversibile come il Titanic, Presidente?


Il lupo “scomodo” e i perseguitati (umani e animali)

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Paure e false paure

Nel mio mestiere, ho raccolto spesso frasi di questo tipo: «ho trovato vicino a casa un capriolo sbranato e mi ha fatto molta impressione». Persino i sindaci montani, sollecitati dai loro cittadini allarmati, chiedono come evitare “simili spettacoli” attorno ai paesi. Ma di cosa crediamo che si cibino i lupi? Può un carnivoro uccidere senza sangue, senza “fare impressione”?

È un esempio, tra i tanti, della mentalità di cui siamo impregnati. Eppure ogni istante in natura qualcuno mangia qualcun altro, che ce ne accorgiamo o meno. Dalla mantide alla cinciallegra, dal tonno alla faina, dal rospo al granchio, tutti azzannano e ammazzano per nutrirsi (e ho scelto apposta un esemplare per ogni classe: insetti, uccelli, pesci, mammiferi, anfibi e crostacei). Questa realtà ci angoscia e non vogliamo vederla. Le poche volte che la osserviamo ci facciamo sopra la morale: l’averla che infilza i vermi sulle spine o la vespa che inocula il proprio uovo nel ventre vivo di un bruco ci fanno orrore perché ci appaiono crudeli.

Il lupo è l’animale principe di questo atteggiamento. Incastrato come nessun altro nel nostro immaginario collettivo, lo proteggiamo e lo mitizziamo, lo detestiamo e lo diffamiamo. Sotto sotto speriamo che diventi vegetariano…

Nel 2019 il lupo incarna, ancora, una dualità esasperata. Da un lato, è il simbolo della voracità, della lussuria, della ferocia. Volete un esempio facile facile? Cliccate  sui motori di ricerca su sinonimi di lupo: troverete “persona prepotente, crudele”. Dall’altro, gli attribuiamo valori positivi come la lealtà, la fierezza, il lavoro di squadra, la conoscenza dei segreti della natura e dei misteri della notte. Lo sa bene la pubblicità, che usa continuamente riferimenti lupeschi più o meno espliciti, ma anche qualsiasi giornalista, che appena può lancia “lupo” e tutti i possibili derivati nel titolo di un articolo ‒ cha parla magari di Valentino Rossi o di terroristi ‒ sapendo che sarà più accattivante di altri.

Secondo Harari (Da uomini a dei) addirittura una delle ragioni profonde della nostra ammirazione per i lupi risiede nell’invidia verso il loro essere rimasti gruppo familiare che occupa ogni funzione sociale, mentre noi abbiamo delegato tutte le funzioni non-individuali allo Stato e al Mercato.

Dicevamo delle paure. Potrò ancora andar per funghi nei boschi? I bambini potranno ancora giocare senza pericolo nei prati? Il Cappuccetto Rosso mai sopito dentro di noi si preoccupa. Eppure, la nostra specie non è una preda cacciata dal lupo, che oggi, al contrario di un secolo fa, ha tanto da mangiare. Eppure, è lui quello che ci teme, e con ragione, visto che la sua principale causa di morte sono gli incidenti e il bracconaggio. Eppure, la scienza documenta che sulla Terra gli animali selvatici che assassinano umani sono prima di tutto gli insetti (725.000 casi all’anno al mondo), seguiti dai serpenti (50.000) e dai cani (25.000). Già, proprio i migliori amici dell’uomo feriscono solo in Italia quasi una persona al giorno, spesso bambini e talvolta con conseguenze gravi. Poi, coccodrilli, ippopotami, leoni ed elefanti ammazzano circa 1700 persone all’anno. Per fortuna, questi ultimi agiscono lontano dall’Europa, ma non gli insetti. Negli ultimi anni aumentano in Piemonte le infezioni da zecche e addirittura le morti causate dai calabroni per allergie e shock anafilattici. Per non parlare di zanzare-tigre e altri esotici pungitori pericolosi.

Le nostre paure sono in parte giustificate dalla storia. Nel vecchio contesto rurale e alpino, i lupi si sono mangiati un bel po’ di bambini. È stato inevitabile, quasi “naturale”. Donne e uomini abitavano ovunque, in ogni collina, montagna, valle, poggio o prato d’Italia. E dove si insedia, la nostra specie disbosca, impone i propri armenti ed elimina chi la disturba. Le uniche prede possibili erano le poche pecore di ogni borgata o villaggio abitati da una ventina di famiglie, ognuna delle quali possedeva 4-5 capi. Ogni mattina, i bambini piccoli ‒ 6-7 anni al massimo, poi erano considerati abbastanza robusti per lavorare sul serio nei campi ‒ e soprattutto le bambine, le portavano al pascolo. Ce lo ricordano, tra tanti esempi possibili, Heidi e i tre pastorelli di Fatima: quando assistettero all’apparizione miracolosa della Madonna avevano 10 anni Lucia, 9 Francesco e appena 7 Giacinta.

Oggi queste condizioni non ci sono più, almeno nell’Europa occidentale. Non ci sono ragioni, dunque, per aver paura di un lupo incontrato in condizioni naturali. Certo, infilare il braccio dentro una tana abitata o maneggiare un lupo intrappolato, vuol dire affrontare i denti e la potenza di un killer professionista, non di un cocker un po’ arrabbiato. Dunque, la paura non è un sentimento sempre sbagliato. Aiuta ogni animale a rimanere vivo in un mondo ostile. E poi finiamola con la natura sempre bella e buona, disneyana. La natura punge, graffia, morde, sporca, puzza, ammala, ferisce, talvolta uccide. Per questo è così meravigliosa. Come noi. E se tu che leggi appartieni al genere femminile, rischi di più ad avere vicino un maschio familiare della tua stessa specie piuttosto che aggirarti da sola nel territorio di un branco di lupi. Veri.

Un giorno o l’altro, comunque, nonostante le rassicurazioni etologiche, capiterà purtroppo anche in Italia che un lupo assalga un umano. Forse per provocazione, forse per rabbia, forse per sbaglio, ma succederà. E allora in un attimo saranno spazzati decenni di progetti di conservazione, la notizia aprirà ogni telegiornale della sera e tanti esperti mai visti prima diranno la loro. Con buona pace dei professionisti che li studiano e li spiegano da anni, delle loro esperienze e competenze multidisciplinari, sarà immediatamente aperta la caccia indiscriminata.

La difficile posizione degli ibridi

Un aspetto poco conosciuto ma importante nella gestione della fauna è l’ibrido. Nel caso del cane e del lupo, ha rilevanti risvolti giuridici. Il lupo è protetto dalle leggi sulla fauna selvatica e sulla caccia. Il cane è considerato animale d’affezione e quindi ricade nell’ambito delle leggi specifiche. Tutto chiaro. Ma se una lupa si accoppia con un cane e genera figli ibridi, costoro, cosa sono? Giuridicamente, un casino! Chi gli sparasse, non può essere considerato bracconiere (non è specie protetta) e nemmeno un torturatore di cani (non è animale d’affezione). Sembrano cavilli, ma chi lavora sul campo ‒ veterinari, carabinieri forestali, guardiaparco ‒ deve affrontarli quotidianamente, perché a seconda dell’interpretazione che daranno, le strade dell’animale o delle eventuali indagini prenderanno direzioni diverse.

Oggi che la situazione del lupo in Italia è buona, l’ibridazione è considerato il principale rischio per la conservazione della sottospecie italiana. Non a caso, molte ricerche sono attive in questo campo e l’Unione Europea finanzia appositi progetti Life (Ibriwolf, ad esempio). Un rischio reale esaltato da numeri impressionanti: a fronte di circa 2.000 lupi stimati oggi nella nostra penisola, ISPRA certifica la presenza di oltre 800.000 cani vaganti, completamente rinselvatichiti e quindi ben più pericolosi dei lupi, diffusi soprattutto al centro e al sud.

L’impossibile “gestione”

Talvolta, sull’onda di emergenze locali e polemiche nazionali, si lanciano appelli per riaprire la caccia al lupo. A parte il fatto – attualmente insormontabile ‒ che si tratta di una specie protetta a livello europeo e internazionale, chi ha sperimentato uccisioni (presunte) selettive, ha rilevato che spesso sono controproducenti.

Se non si abbatte con sicurezza uno dei giovani, è probabile far fuori uno degli adulti Alpha. A questo punto gli immaturi del branco restano senza guida, senza disciplina. Allora facilmente si rivolgono alle prede più facili, cioè le pecore. Proprio quelle che si volevano proteggere facendo fuori qualche lupo. Come succede purtroppo nelle società umane, dove l’esempio più calzante – e tragico – sono le guerre per il potere che si scatenano alla morte di un capo, sia esso un imperatore romano, un imprenditore danaroso o un narcotrafficante. Come nei lupi, si verifica un periodo di disordine, i cui danni collaterali coinvolgono anche chi non c’entra (pecore, cortigiani, dipendenti, piccoli spacciatori).

Lupi e Curdi

Anni fa una V ͣ elementare mi chiese notizie sul ritorno dei lupi in Val Susa. Concentrai la mia esposizione sui tre fattori che hanno permesso l’espansione del lupo, a partire dall’Abruzzo, quando l’uomo ha abbandonato la montagna dopo la seconda guerra mondiale: la fine di uccisioni dirette, con fucilate, trappole o bocconi avvelenati; il recupero di un ambiente forestale misto e diffuso, inframmezzato da radure, non coltivato e non disturbato, adatto alla vita del lupo; e, infine, l’abbondanza di prede come cervi, caprioli e cinghiali reintrodotti dall’uomo, non più sterminanti da una caccia insensata e anch’essi favoriti dal ritorno del bosco. Argomenti noti a chi si occupa di natura, e, a giudicare dall’attenzione suscitata, ben esposti e interessanti.

Durante i commenti della classe al termine della spiegazione, un bambino disse, rivolto alla maestra: «Allora è come quando abbiamo parlato dei clandestini che sbarcano al Sud: anche loro scappano perché qualcuno li uccide o distrugge le loro case o perché non trovano più da mangiare. Proprio come i lupi». Noi “adulti” siamo rimasti colpiti. Non avevamo pensato a questo parallelo tra lupi e curdi [erano gli anni interessati da quell’emigrazione], a questa triste concordanza tra perseguitati umani e animali. I ragazzi in seguito hanno ovviamente allargato il dibattito, inglobando la storia e la geografia, e un sacco di altri argomenti, senza che gli insegnanti intervenissero più di tanto. Si sono poi fermati sul baratro di una domanda ‒ perché gli uomini sono cattivi? ‒ che ha fornito loro lo spunto per successivi lavori “portati” all’esame di fine anno ai quali fui, con molto orgoglio da parte mia, invitato a partecipare.