Le parole non sono neutre (a proposito di distinzione di genere)

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Il 27 luglio si è discusso, in Senato, di alcuni emendamenti al testo della Riforma del Regolamento del Senato a seguito della revisione costituzionale concernente la riduzione del numero dei parlamentari (Doc. II, n. 12), in particolare della proposta numero 5.0.200 [già 5.7 (testo 2)] della senatrice Maiorino di aggiungere come articolo 5 bis il seguente testo, con la rubrica Disposizioni per l’utilizzo di un linguaggio inclusivo: «1. Il Consiglio di Presidenza stabilisce i criteri generali affinché nella comunicazione istituzionale e nell’attività dell’Amministrazione sia assicurato il rispetto della distinzione di genere nel linguaggio attraverso l’adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche, ovvero evitando l’utilizzo di un unico genere nell’identificazione di funzioni e ruoli, nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne. […]». La proposta, votata a scrutinio segreto, ha ottenuto 152 voti favorevoli, 60 contrari e 16 astenuti, non sufficienti a raggiungere la maggioranza assoluta necessaria per approvare l’emendamento.

Prendo una delle condivisioni della notizia sui social, quella a opera del profilo verificato del Corriere della Sera (https://www.facebook.com/corrieredellasera/photos/a.284654007529/10160205813272530), e scorro i commenti (di utenti di ogni genere), che riporto qui senza alcuna correzione al testo originale.

  • Ci mancava la Presidenta del Senato
  • …oggi ho l’appuntamento dal dentisto !!! Che orrore però se dobbiamo cambiare, cambiamo tutto !
  • Ma perché dire “Senatora” sarebbe parità di genere?
  • La parità di genere non è certo questo! Servono i fatti!
  • Chi fa queste proposte, pensando che così si favoriscono i diritti delle donne, è da sottoporre a TSO
  • Penso che ci siano questioni più urgenti e sopratutto importanti, che mettere una A o una O alla fine delle parole… Dai su, ragazzi, ma veramente siamo fermi a questo punto in Italia? L’inglese (una su tutte) non ha il femminile/maschile delle parole…
  • Coi mega problemi, debito pubblico monster, inverno al freddo e buio , inflaziine alle stelle , son baggianate da fare? Queste?
  • ! La cosa importante è il rispetto, anzi usare il termine generico è proprio segno di “parità” perché non distingue tra i generi. Altrimenti dovremmo anche abolire l’utilizzo del nome Andrea per le donne… o va bene solo perché termina con la a
  • Per la Boldrini : queste di certi nomi da mettere al femminile sono solo chiacchiere da voltastomaco . Se veramente si vuole valorizzare la figura della donna si incominciasse a non discriminarle nel mondo del lavoro specialmente nel privato, dove spesso e volentieri le giovani spose non sono assunte perché potenziali mamme a cui spetterebbero i periodi sacrosanti di esonero dal lavoro della gravidanza e del puerperio. A questo poi si aggiunga la parità di salario, il divieto legale delle molestie sessuali, gli avanzamenti di carriera, etc etc etc etc etc etc etc etc etc etc. e mi fermo qui per ora!!!!! Sempre per la Boldrini : mettere la “a” al posto della “o” al titolo di certe professioni per una questione di parità tra i sessi fa ridere i pulcini colorati alla festa del paese. Bisogna fare i fatti, la favoletta del genere dei nomi vada a raccontarsela davanti allo specchio vedrà che neanche lei se la sciropperà
  • È sufficiente conoscere la Lingua Italiana per decidere… poi se la lingua si evolve non lo decide certo un politico
  • Giusto, ma perché non cambiare anche Guardia in Guardio? Mi raccomando continuate a lavorare alacremente su questo tema “È l’Italia che ce lo chiede”
  • Ma chi se ne frega, SOPRATTUTTO LE DONNE se ne strabattono , sono troppo intelligenti per farsi attrarre da certe idiozie .

Ignoranza esibita senza ritegno – e livello di istruzione ben intuibile dall’uso delle faccine (visibili al link del Corriere sopra segnalato), che mia figlia quattordicenne definirebbe senza dubbio assai cringe –; benaltrismo, aggressività: nulla sembra essere cambiato rispetto a quanto riportavo in Femminili Singolari (effequ), il libro del 2019 in cui mi occupavo proprio di questo argomento.

Da una parte, dunque, sento un senso di desolazione nel constatare che mediamente la popolazione italiana non è, in questi anni, diventata linguisticamente più competente. Intanto, nonostante la strenua opera di divulgazione messa in atto, la maggior parte delle persone continua a ignorare l’esistenza di nomi di genere fisso, di genere comune, ambigeneri e di genere mobile; nozione che permetterebbe di non dire sciocchezze come “dentisto” (che è nome di genere comune, e di conseguenza necessita solo di cambiare l’articolo e le reggenze attorno a esso, cfr. https://dizionaripiu.zanichelli.it/cultura-e-attualita/le-parole-del-giorno/parola-del-giorno/femminile/). Dopodiché, si continua a cavalcare un’inutile e inesistente contrapposizione tra fatti e parole: non è che occuparsi delle parole voglia dire ignorare i problemi pratici; più semplicemente, le istanze possono andare a braccetto, darsi man forte a vicenda, oppure ostacolarsi altrettanto vicendevolmente. Chi continua a fare discorsi benaltristi, del genere “i problemi delle donne sono ben altri”, per l’appunto, molto spesso non sta facendo assolutamente nulla per suddetti problemi, ma al massimo pratica il famoso sport olimpico del “sollevamento obiezioni”: dalla comodità del proprio divano, sentenzia su quello di cui ci si dovrebbe occupare o, ancora meglio, di quali istanze si dovrebbero occupare le “vere donne”, quelle che possono ambire al bollino blu Chiquita di donnità, ovviamente conferito dal genere maschile. Volevate un esempio di mentalità patriarcale? Eccolo.

Lo studioso Pascal Gygax, assieme al suo gruppo di lavoro, ha scritto nel 2021 un bel libro, purtroppo al momento non tradotto in italiano, dal titolo molto esplicito: Le cerveau pense-t-il au masculin? – Cerveau, langage et représentations sexistes (https://livre.fnac.com/a15701417/Pascal-Gygax-Le-cerveau-pense-t-il-au-masculin-Cerveau-langage-et-representations-sexistes). Il testo si inserisce in un filone di studi più ampio che, nell’ambito della linguistica, della psicologia, della psicolinguistica e della sociolinguistica, raccoglie dati empirici sulle conseguenze d’uso del maschile sovraesteso – nelle lingue con genere grammaticale, come quelle romanze – sul pensiero. Checché ne dicano alcuni studiosi nostrani (cfr. ad es. https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018), il maschile sovraesteso non viene decodificato dal nostro cervello come neutro, ma finisce per creare dei bias, delle inclinazioni, inconsapevoli, che manipolano la nostra visione del mondo. A tale proposito, si veda anche il bel TED della psicologa americana di origine bielorussa Lera Boroditsky, How language shapes the way we think (https://www.ted.com/talks/lera_boroditsky_how_language_shapes_the_way_we_think?language=it), che bene spiega quanto il nostro cervello “pensi linguisticamente”, e di conseguenza quanto l’uso di questa o quella parola possa cambiare letteralmente forma al nostro pensiero. In una società di stampo patriarcale come la nostra, il potere ha, al momento, e da secoli, forma maschile; il linguaggio, dunque, non può che puntare a perpetuare questo “ordine sociale”, con chi detiene il potere che mostra fastidio perfino per una questione, quella linguistica, che quelle stesse persone bollano come “irrilevante”, salvo poi opporsi strenuamente a ogni possibile cambiamento. Lingua e potere: un intreccio gordiano, che peraltro la maggior parte della società viene portata a ignorare, preferendo pensare che il “si è sempre detto così” configuri una legge divina e immutabile. E invece, lo sanno bene coloro che queste questioni le studiano, il linguaggio non è altro che il prodotto della mentalità della società che lo ha creato (anche se, al contempo, può concorrere anche a cambiare tale mentalità).

Ma mentre i due punti precedenti erano da me già stati verificati durante il lavoro di ricerca per il libro del 2019, il dato ancora più evidente è che negli ultimi tempi ci sono perfino meno remore a scrivere e a condividere commenti non solo beceri e disinformati, ma anche violenti. Ho la sensazione che stiamo assistendo ai prodromi di ciò che accadrà prossimamente, quando le destre, che appaiono alimentarsi della rabbia e della paura che attanagliano buona parte della società italiana attuale, prenderanno il potere. Questo, ovviamente, piuttosto che farmi perdere d’animo, mi suggerisce di sforzarmi ancora di più per divulgare temi linguistici e sociali, in modo da dare strumenti di resistenza a chi, invece, non vuole cedere alle malìe di una narrazione xenofoba e ombelicale del nostro presente.

Aggiungo una osservazione per me rilevante: in realtà, ritengo che questa proposta di emendamento nasca già obsoleta. Oggigiorno, infatti, si discute già molto della necessità di ridefinire le categorie di genere, in modo da uscire da una prospettiva binaria, figlia del dimorfismo sessuale il cui avvento, ben più recente (e di conseguenza molto meno “naturale”) di quanto si possa pensare, è stato ben spiegato da Maya De Leo nel suo magistrale Queer. Storia culturale della comunità LGBT+ (2021, Einaudi). Di conseguenza, ritengo che si sarebbe dovuto puntare non tanto e non solo all’emersione del femminile e al riequilibrio dei due generi maschile e femminile, quanto a una riduzione del maschile sovraesteso (magari favorendo formule semanticamente neutre come i nomi collettivi, e usando “essere umano” o “persona” invece di “uomo”), all’uso corretto dei nomina agentis al femminile quando pertinenti, ma riconoscendo anche l’esistenza di generi “altri”, pur non arrivando magari ad adottare soluzioni sperimentali come l’asterisco, lo schwa o la u, che al momento non vedrei pertinenti in testi istituzionali, data la loro tutto sommato ancora bassa diffusione. Viste le reazioni isteriche ad assessora e ministra, direi che la mia idea sia ancora ascrivibile al mondo della fantascienza. Tuttavia, ricordiamo che la conquista di spazi linguistici implica la conquista di spazi mentali, culturali e sociali: per questo, citando Daniela Brogi (https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/lo-spazio-delle-donne-daniela-brogi-9788806250980/), abbiamo bisogno di continuare a impegnarci tanto sul fronte linguistico quanto su tutti gli altri, in modo non solo da conquistare, ma anche da mantenere saldo lo spazio delle donne e, perché no, di tutte le persone queer.


Liberi con gli altri, non da soli

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Il 25 aprile di ogni anno celebriamo la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista. La festa della liberazione venne istituita, su proposta di Alcide De Gasperi, l’anno successivo all’avvenimento, il 22 aprile del 1946. E la festeggiamo ancora, sempre con un certo gioioso entusiasmo, nonostante i tentativi di farla diventare qualcos’altro, magari di “meno politicizzato” (per esempio, è stato proposto di intitolarla a «tutti i caduti di tutte le guerre, compreso il coronavirus»). Certo, quest’anno non ci saranno sfilate e manifestazioni e scarseggeranno le cerimonie collettive di posa delle corone d’alloro davanti ai monumenti per ricordare i caduti; chiusi come siamo in una sorta di cattività preventiva, necessaria per il bene nostro e della collettività, passeremo questa festa della liberazione in attesa: di un cambiamento, di una novità, forse di una luce in fondo al tunnel; magari, della nostra liberazione, letteralmente. Perché diciamocelo: dopo due mesi passati in casa, a parte le uscite essenziali, con scuole, posti di lavoro e luoghi di aggregazione chiusi, l’idea stessa della festa della liberazione assume tutto un altro sapore.

Tra i molti filoni di discussione che hanno monopolizzato l’opinione pubblica in queste settimane di clausura, una che mi ha colpito particolarmente è quella che di fatto, più o meno esplicitamente, rimprovera noi, sani o perlomeno poco acciaccati, rintanati al sicuro, nell’abbraccio delle nostre case, senza problemi di approvvigionamento alimentare, di lamentarci per il “semplice fatto” di essere stati privati della libertà di movimento. Ne ho letti a bizzeffe di articoli, approfondimenti e commenti di questo genere: gli italiani dipinti come popolo di piagnoni perché si lamentano di non poter uscire a correre, di non avere modo di portare i bambini al parco o magari di non poter andare dal partner non convivente: sciocco popolo di viziatelli, abituati a vivere nell’agio. E poi, immancabile, la china che io definirei benaltrista: bisognerebbe pensare a chi in questo momento sta rischiando la vita negli ospedali, a chi è in terapia intensiva, a chi non ha un tetto sopra la testa…

Intendiamoci: per un verso, sono completamente d’accordo; penso continuamente a chi si trova a tu per tu con il coronavirus, e la mia stima per queste persone è immensa, come pure la mia gratitudine; e i problemi sono ben altri che non il mio fastidio di passare la maggior parte della giornata, quando non tutta, tra le quattro mura; i problemi sono ben altri che non trovare il proprio ristorante preferito chiuso, o magari dover fare un’ora di coda per andare al supermercato: dovrei essere felice di essere in grado di andarci, al supermercato! I problemi sono anche ben altri rispetto all’impossibilità di vedere i propri affetti… Però, non so a voi, ma a me questo parallelismo ricorda vagamente i ricatti morali di genitori e nonni per farmi finire il piatto di pasta quando ero piccola: pensa a chi in questo momento muore di fame…

Forse, proprio nell’ottica del 25 aprile, conviene chiedersi esattamente di cosa siamo stati privati con le misure di contenimento del contagio che sono state definite social distancing, distanziamento sociale, e che forse potrebbero essere chiamate con l’espressione distanziamento fisico o qualcosa di simile, che sottolinei la necessità di tenersi fisicamente lontani dagli altri, senza però dare adito a una distanza psicologica dal prossimo, a un eccesso di egoismo e solipsismo, come ha notato ad esempio il linguista David Crystal su Twitter.

Siamo stati privati delle “giratine”, che detta così sembra veramente un capriccio da bimbi viziati. Però riflettiamo su una cosa: anche le misure carcerarie implicano principalmente la perdita della possibilità di muoversi liberamente. Certo, in questo caso siamo in linea di massima a casa nostra, non in carcere; ma cosa vuol dire per ognuno di noi stare a casa? L’abitazione non è per tutti un luogo piacevole per trascorrerci la maggior parte del tempo, sia per questioni strutturali (si pensi ai quartieri-dormitorio, concepiti soprattutto per il riposo, non certo per una vita intensiva tra le mura domestiche) che per motivi di convivenza; ma anche per il fortunato che è felice di passare tutto il tempo con i propri cari e magari ha una bella casa con tutti i comfort, la sola idea di non poter andare e venire a piacimento può diventare, con il tempo, difficilmente sopportabile. Il nostro essere “animali sociali” implica anche lo stare tra le persone, la normalità dei contatti interpersonali (sia forti che deboli) quotidiani. Per quanto possiamo sforzarci di vedere i lati positivi della situazione, dobbiamo ricordarci che non poter uscire di casa non è una condizione di vita normale e facilmente sostenibile sul lungo periodo, anche nella situazione apparentemente più agiata: semplicemente perché è innaturale. Siamo sicuramente diventati stanziali, ma nessuno ci aveva mai preparati a una stanzialità così ristretta, a una parcellizzazione domestica della nostra società.

Io sto relativamente bene con me stessa; la pandemia non mi ha costretta a immobilizzarmi e “guardarmi dentro”, il rallentamento non mi ha “colta di sorpresa” e, soprattutto, non mi sento “meno me stessa” perché mi sono dovuta fermare (ho virgolettato le espressioni perché le ho ritrovate in numerosi pezzi di esperti, intellettuali, pensatori pubblicati in queste settimane). Chi pensa che sia questo il problema della maggior parte delle persone secondo me è fuori strada. Se è pur vero che, ad esempio, il lavoro contribuisce alla nostra autodefinizione, e che quindi la sua mancanza o il suo stravolgimento pesano, non penso che per la maggior parte delle persone il trauma sia stato dover rallentare a tutti i costi.

Al netto di problemi pratici (mancanza di prospettive lavorative, scarsezza di denaro, disagi oggettivi), ritengo che per me, come per molti altri, la questione centrale sia che senza il contatto con il mondo e con gli altri esseri viventi mi sento umana a metà. Certo, sono più o meno sana, respiro, non sono all’ospedale e appartengo a quella schiera di fortunati che possono ancora lavorare, seppure a distanza (mi rifiuto di chiamare smart working il disbrigo faticosissimo delle faccende lavorative dal salotto di casa mia, tra figlia, gatti, campanello che squilla e altre emergenze giornaliere: chi l’ha definito così riferendolo alla situazione attuale non deve avere mai provato il brivido di partecipare a una sessione di tesi di laurea in queste condizioni). Ciononostante, mi mancano i miei simili.

Questo 25 aprile io vorrei celebrare la mia appartenenza a una società libera, democratica, fatta di esseri umani, ma anche la prospettiva di tornare a parteciparvi in maniera attiva, reale e fisica. E francamente, non ci vedo nulla di disdicevole o sbagliato nel vivere con disagio la mia agiata, ma straniante, settima settimana di confinamento tra le mura domestiche.

Propongo di fare un piccolo sforzo collettivo: ricordandoci che in questo momento più che mai c’è bisogno di fare proprio il motto di Don Milani, I care (sottinteso: del prossimo), «“Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”», una misura concreta per rimanere umani, perfettamente umani, e di conservarci al contempo anche animali sociali, potrebbe essere smetterla di giudicare per cosa e in quale modo ognuno di noi stia male: se c’è qualcosa di davvero e infinitamente personale è il dolore; non penso che si debba cedere alla tentazione di definire dolori di serie A, degni, e dolori indegni di serie B.

Anche quella di soprassedere sul perenne giudizio del prossimo potrebbe essere una forma di liberazione, del resto: da una pessima abitudine nella quale indulgiamo forse troppo di frequente.


Femminicidi: i fatti e le parole

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Notizie orrende, che fanno riflettere sulla necessità di conservare l’umanità, ne sentiamo ogni giorno. Purtroppo, tra tutti gli omicidi efferati che avvengono quasi quotidianamente, una quota preoccupante è quella dei femminicidi. Sulla parola torneremo tra poco. Intanto, soffermiamoci sull’ultimo caso che ci ha scosso: quello del delitto di Elisa Pomarelli, ventottenne strangolata dal suo amico quarantacinquenne Massimo Sebastiani che ne ha occultato il cadavere per due settimane prima di rivelare alle forze dell’ordine il luogo della improvvisata sepoltura. Quello che mi ha particolarmente colpito, delle notizie di questi giorni, è il tipo di parole impiegate soprattutto per descrivere l’omicida, reo confesso: in alcuni titoli su testate nazionali era descritto come gigante buono (non a caso, in un tweet Christian Raimo ha chiosato, con grande amarezza, così: «Je rompi il cazzo fino alla morte, l’ammazzi proprio, occulti il cadavere, sparisci per quindici giorni, gigante buono. Pensa se eri nano stronzo»; io sono rimasta particolarmente colpita da un articolo, uscito su un quotidiano nazionale, che ho voluto analizzare sul mio profilo Facebook. Ho omesso volutamente sia autore che testata (che comunque si ricostruiscono in pochi clic) perché non mi interessa scagliarmi contro la persona, ma rimanere sul testo. Peraltro, ritengo che la responsabilità non sia solamente dell’autore, sicuramente in buona fede, ma di un sistema che ha ritenuto opportuna la pubblicazione di un pezzo di questo tono. Per questo non ne faccio una battaglia personale contro qualcuno o qualcosa.

Ho cercato di analizzare cosa non funzionasse, secondo me, nell’articolo; a mio parere, il problema principale è che travalica i limiti del testo informativo (come dovrebbe essere, secondo me, un pezzo di cronaca) per lambire (pericolosamente) il testo narrativo, la fiction anche un po’ grandguignolesca, carica, a tinte forti. Leggiamone assieme alcuni estratti.

L’incipit è il seguente (ho messo in maiuscolo alcune parole per me rilevanti ai fini dell’analisi):

“L’ho uccisa, ho fatto una STUPIDAGGINE”, sbotta alla fine M.S. in LACRIME nella stanza del comando provinciale dei carabinieri. Le sue MANONE da tornitore mulinano nell’aria sopperendo alle PAROLE CHE NON VENGONO. Rimangono STRETTE IN GOLA senza uscire e lasciano spazio ai SINGHIOZZI. […] S. S’IMPAPPINA, si agita sulla sedia, ma per un uomo SEMPLICE qual è non è facile spiegare quel gesto orrendo che gli inquirenti ritengono sia uscito d’IMPETO senza una premeditazione.

Qual è l’idea che ci facciamo dell’interrogato? Piange, le sue manone da tornitore cercano di sopperire alle parole che non vengono. Non è in grado di parlare perché, dalla descrizione, sembra grande e grosso e molto rozzo. Del resto, lo dice il testo poco dopo: è un uomo semplice, che ha ucciso senza premeditazione, d’impeto: ha fatto una stupidaggine. Segue un pezzo in cui si descrive lo scarto di intenti tra i due: per lui erano fidanzati, lei continuava a ribadire che erano solo amici.

Lui insisteva, la incalzava e ogni volta lei precisava il confine entro il quale doveva stare la relazione. Un confine che forse alla lunga è risultato FRUSTRANTE per S, un uomo che tutti descrivono molto ISTINTIVO, uno un po’ SELVAGGIO, capace di ARRAMPICARSI SUGLI ALBERI E DI CORRERE A PIEDI NUDI NELLA GHIAIA. Una persona di animo SEMPLICE che forse NON HA SAPUTO ELABORARE un legame che avrebbe voluto essere molto diverso da quella amicizia che prescindeva da un rapporto più intimo.

L’uomo, quindi, non ce l’ha fatta a reggere il fatto che lei volesse solo un’amicizia. Certo, è frustrante per tutti essere innamorati di una persona che ti risponde “per me siamo solo amici”; ma questo può mai giustificare un omicidio? Ovviamente no. Non lo dice esplicitamente nemmeno il testo, questo, ma a me, in qualche modo, lo fa pensare. Le righe successive sono per me ancora più stupefacenti. S., infatti, non solo è un istintivo, ma uno un po’ selvaggio, e soprattutto uno capace di arrampicarsi sugli alberi e di correre a piedi nudi nella ghiaia.

Ancor più della reiterazione dell’informazione che S. sia un uomo semplice, soffermiamoci sui particolari forniti: qual è, da un punto di vista cronachistico, la rilevanza di queste informazioni, e cioè che l’omicida amasse arrampicarsi sugli alberi e correre a piedi nudi nella ghiaia? Qual è lo scopo di questo dettaglio, se non quello di aumentare le “pennellate” che dipingono l’uomo di animo semplice, che si diverte in maniera quasi puerile? Chiaro che, essendo così semplice, non ha saputo elaborare il fatto che la donna non volesse darsi a lui.

Forse E. ha respinto per l’ennesima volta gli assalti di S. ribadendo quel limite che nel pomeriggio di una domenica di agosto, dopo un pranzo, il caldo e forse QUALCHE BICCHIERE, è risultato insopportabile per S.

La chiusa dell’articolo dice che quello dell’assassino per la vittima era un amore primitivo e morboso, che avrebbe fatto perdere la testa all’uomo incapace di assorbire l’ennesimo rifiuto.

Una storia maledetta conclusa con il PIANTO TARDIVO di un uomo SBIGOTTITO persino da se stesso.

Adesso l’assassino piange, piange dopo aver occultato il cadavere della donna per due settimane. Lui piange, ma ricordiamocelo: la donna non può più piangere, essendo stata privata della sua giovane vita.

Ne vedo tanti, di articoli così. Spesso i femminicidi sono provocati da uomini “stanchi di subire rifiuti”, da ex mariti “incapaci di processare la fine del loro amore”, da fidanzati respinti “presi da un raptus di follia”. Da uomini che “amavano troppo”.

Ho sollevato un polverone. Nei commenti, molti mi hanno dato ragione e hanno condiviso il mio disagio nel leggere quell’articolo (e quei titoli). Altri mi hanno detto che secondo loro il pezzo non aveva nulla che non andasse, ma che veicolava efficacemente la vicenda. Davvero? Per esempio, ci dice qualcosa della donna? Di chi fosse, di come vivesse, di chi o come amasse? Dell’uomo sappiamo molte cose; che era corpulento, che era un semplicione, ma che sembrava innocuo. E di lei? Abbiamo solo un po’ di foto (credo prese dai social network, com’è prassi da anni) e l’informazione che probabilmente fosse lesbica; io della vittima non so nient’altro. In compenso, so un sacco di cose dell’assassino, compreso il fatto che gli piacesse camminare a piedi nudi sulla ghiaia. E a lei cosa piaceva fare? Perché si era fidata di pranzare con l’uomo e farsi accompagnare a casa?

Un commentatore ha scritto:

lei voleva lui solo come amico. questo rapporto asimmetrico è andato avanti 3 anni. lei si è fatta portare a pranzi, cene, vacanze, escursioni nei boschi. lui voleva di più invece veniva rifiutato sistematicamente ogni giorno. lei invece di lasciarlo l’ha tenuto al suo fianco e lui ha sofferto.

Il commento sembra quasi dire che in fondo la colpa sia un po’ di lei perché l’ha in qualche modo illuso. Ma possiamo saperlo, questo? Può qualcuno di noi lettori sapere perché la donna continuasse a uscire, occasionalmente, con l’uomo? Per quale sentimento lo facesse? Si può parlare di “illusione” data dalla donna all’uomo (soprattutto se la donna era dichiaratamente lesbica)? Non è che stiamo sovrapponendo ai dati che possiamo conoscere, da semplici spettatori, una “cornice” che dà dell’episodio una spiegazione comprensibile, ma semplicistica?

In maniera per me interessante, secondo altri il mio intervento sarebbe censorio e un attacco alla libertà di stampa. Io penso una cosa: che in un’era in cui tutti possiamo “improvvisarci” giornalisti, perché i mezzi oggi li abbiamo tutti, ci sia necessità, da parte di chi invece è giornalista di professione, di riprendersi il ruolo di anello di congiunzione tra i fatti e il lettore, sia scegliendo cosa condividere sia prestando attenzione a come condividerlo. Questa è un’esigenza, del resto, che non esprimo certo io per prima, tanto che la Federazione Nazionale dei Giornalisti Italiani ha varato, nel 2017, il cosiddetto “Manifesto di Venezia” per una “corretta informazione contro la violenza sulle donne” al quale ogni giornalista potrebbe, in caso di qualsiasi dubbio, fare riferimento. Il Manifesto, tra le altre cose, dice che è prioritario:

1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori; […]

5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale; […]

9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10. […] evitare: a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili; b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento; c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”; d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via; d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza nel rispetto della sua persona.

In tutto questo, qualcuno ha costantemente da eccepire sull’uso del termine femminicidio. Per una disamina sui perché della parola invito a leggere una bella scheda scritta da Matilde Paoli, validissima collaboratrice dell’Accademia della Crusca; per conto mio, mi è bastato soffermarmi sui dati ISTAT 2017 della sezione intitolata “Omicidi di donne” per comprendere appieno il senso di usare il termine specifico, senza chiamarlo genericamente “omicidio”. Secondo i dati 2017, 54 donne su un totale di 123 sono state uccise da un partner o da un ex partner, a fronte di 8 uomini su un totale di 234. È vero, in termini assoluti sono morti più uomini che donne, ma le donne, molto, molto più spesso degli uomini, muoiono per mano di qualcuno che le ama, o le ha amate, “troppo”, come dicono i giornali: al punto da togliere loro la vita. Questo è il motivo per cui si parla di femminicidio e non di maschicidio, che a oggi è un fenomeno residuale rispetto al suo opposto. Dunque, a me sembra evidente perché il femminicidio non sia un normale omicidio, e nemmeno il semplice omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna per mano di qualcuno che la conosce(va) intimamente, con cui ha o aveva un rapporto di fiducia.

Io penso che abbiamo bisogno di una riflessione collettiva sulla questione dei femminicidi e sul modo in cui vengono comunicati. Quello che leggiamo e ascoltiamo sui media tradizionali forse è ancora spesso frutto di una visione non equilibrata, nella quale alla mera comunicazione dei fatti di cronaca si sovrappongono altre questioni: una certa visione della società e della donna, la necessità, a volte, di “fare traffico” sulla propria pagina, una tendenza molto nostrana al melodramma e alle tinte forti. Penso che sia compito di tutti, non solo donne, non solo uomini, non solo giornalisti, soffermarsi un attimo a riflettere su quanto i mezzi di comunicazione di massa ci propongono, per valutare, ognuno con il proprio cervello, se è davvero ciò che vogliamo, anzi, che ci serve sentire, o se piano piano possiamo modificare il mercato stesso delle informazioni chiedendo una comunicazione più sobria.

È possibile farlo? Io penso di sì. Una mia amica su Facebook, Marianna Peracchi, ha provato a riscrivere il pezzo che ho analizzato in apertura in modo da cercare di rendere in qualche modo giustizia alla defunta; ne copio qui, con il permesso dell’autrice, un piccolo saggio.

“L’ho uccisa”, sbotta alla fine S. in lacrime nella stanza del comando provinciale dei carabinieri. […] le sue mani da tornitore, che ora mulinano l’aria sopperendo alle parole, sono le stesse che si sono strette attorno alla gola di Elisa, uccidendola. […] S’impappina, si agita sulla sedia, non sa raccontare il suo gesto orrendo. Gli inquirenti vorrebbero capire se è stata una decisione presa davanti al suo rifiuto oppure se lo premeditava da tempo. […] si tratta di un omicidio efferato, causato dalla rabbia, dall’impossibilità di scendere a patti col fatto che Elisa potesse non ricambiare il suo amore, una scelta così inaccettabile da diventare violenza.

Se siamo i primi a dire che non vogliamo più il “circo delle informazioni”, forse qualcosa può cambiare, anche a livello di macrosistema. Sicuramente, inveire ma nel contempo dire, sconsolati, che “tanto è inutile protestare”, non serve a molto. Io credo molto nel potere della parola, soprattutto quando scelta bene, in maniera oculata. E questo cambiamento lo possiamo aiutare tutti, nel nostro piccolo.