La giornata della memoria e il tentativo di controllare il passato

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Si dice che la storia la scrivono i vincitori, ce lo ripetono spesso i nostri avversari. Ci dicono che è necessaria una pacificazione delle memorie del passato. Ma la pacificazione si raggiunge facendo ognuno un passo indietro, ammettendo ognuno le proprie colpe, trovando un terreno comune di dialogo. Qui abbiamo una richiesta di resa, più che di pace.

Ci viene chiesto di ammettere i crimini partigiani, di arrenderci all’evidenza che la Costituzione non è antifascista, di riconoscere che la Resistenza non voleva la democrazia. Intanto chi ce lo chiede arriva al potere vantandosi dei busti del duce sulla scrivania, portando avanti un’agenda politica nazionalista e razzista, minacciando o licenziando i dissidenti, rifiutando il dialogo e imponendo la propria visione della storia.

Ci dicono che la storia l’hanno scritta i vincitori. Non è vero. La storia la scrivono i vincitori quando vincono loro, i fascisti. Siccome la Seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta noi, la storia l’hanno scritta tutti. O meglio, la storia l’hanno scritta gli storici, mentre ognuno ha coltivato la propria memoria. Persino i fascisti, che hanno scritto libri, hanno pubblicato giornali, hanno realizzato film con il loro punto di vista, falsificando la storia per poter nascondere il proprio passato criminale. Ora che hanno raggiunto il potere stanno cercando di imporre quella narrazione falsata come storia di tutti, come storia ufficiale del Paese. È una storia che fa leva sul vittimismo, come tutte le narrazioni nazionaliste. Gli italiani sarebbero un popolo buono e innocente per definizione, e il fascismo sarebbe solo una pagina fra le tante di quella fulgida storia.

Chi sono invece i veri criminali dell’epoca fascista? Ce lo dovrebbero insegnare le giornate memoriali istituite per commemorare la Seconda guerra mondiale. Da una parte il Giorno della Memoria, in cui ricordiamo le vittime dei crimini nazisti, cioè la volontà genocidiaria di cancellare dalla faccia della terra interi popoli (rom, ebrei…) e intere categorie umane (disabili, omosessuali…). Dall’altra il Giorno del Ricordo, che ha lo stesso peso istituzionale, ma subisce un uso politico ben maggiore. Quella giornata dovrebbe ricordare i crimini commessi dai partigiani jugoslavi a fine guerra, una reazione eccessiva alle violenze subite nei vent’anni precedenti, tra cui gli stessi crimini nazisti, contro cui i partigiani combattevano. Qual è invece il messaggio che veicola nell’opinione pubblica? Che le foibe sono la “nostra Shoah”, l’esodo è una pulizia etnica e chi sostiene il contrario è un “negazionista”. In pratica i partigiani avrebbero commesso crimini analoghi ai nazisti, anzi forse peggiori, visto che se ne parla di più e più spesso. Non a caso il comune di Lucca poche settimane fa ha rifiutato di intitolare una via a Sandro Pertini con la motivazione che “è stato un partigiano”! Non c’è da stupirsene, purtroppo. E l’Anpi non a caso è costantemente attaccata da chi diffonde questa visione distorta della storia. Cosa manca nelle politiche della memoria su quell’epoca storica? Abbiamo il Giorno della Memoria per condannare i crimini nazisti, quello del Ricordo sui crimini partigiani… E i crimini fascisti? I fascisti evidentemente sono innocenti, anzi vengono addirittura rappresentati come vittime innocenti delle foibe. Se i fascisti non hanno commesso crimini, evidentemente il fascismo “ha fatto solo cose buone”, perché quelle cattive non ce le raccontano mai. Questo è lo scenario sul nostro passato creato da chi ci governa. La storia, oggi, non la stanno scrivendo i vincitori: la stanno scrivendo i vinti della Seconda guerra mondiale, distorcendola a proprio vantaggio.

Chi controlla il passato, controlla il futuro”, diceva uno slogan del Partito Unico in 1984 di George Orwell. Io credo sia vero. Attraverso il controllo di quel passato, di quella storia, gli eredi del modello politico fascista hanno imposto il proprio dominio sul presente, e un’ipoteca sul futuro. Hanno raggiunto l’egemonia politica dopo aver ottenuto quella culturale. E l’hanno fatto attraverso inganni retorici in cui sono caduti molti sinceri democratici (le foibe come pulizia etnica, lo stereotipo degli italiani brava gente per negare i crimini fascisti…) e vere e proprie bugie (sulle cifre delle vittime delle foibe, sui “poveri nazisti” definiti “musicisti in pensione”… e tante altre).

Voi dell’Anpi avete scelto di impegnarvi in una battaglia culturale che ha un valore immenso. Certo fate anche altro, magari fate anche politica, ma come dirigenti Anpi avete il compito di difendere la storia della Resistenza e i valori che incarna. Dunque è necessario innanzitutto capire come contrastare l’uso capovolto che la politica fa di quella storia negli ultimi decenni. Sono stato invitato, in quanto storico, per offrirvi degli strumenti di autodifesa. Purtroppo non ho molto da dirvi. Studiate, imparate, non smettete di documentarvi, non arrendetevi all’ignoranza: una battaglia culturale si combatte con gli strumenti della cultura. E come ci insegna Orwell, non è una battaglia inutile o irrilevante: è la principale battaglia da combattere, oggi, per riportare al centro della nostra vita civile i valori della democrazia e della libertà.

Oggi mi sono vestito con i colori dell’Italia. Non ho paura di mostrarmi patriottico. Io mi identifico nei valori della nostra Costituzione antifascista, della nostra Italia libera e democratica, non di una nazione eterna fuori dal tempo, un popolo immutato da Cesare a oggi, che è una visione irrealistica e antistorica, che in questo modo includerebbe anche il contrario della nostra patria, cioè l’Italia fascista. Voi vi siete assunti il compito di difendere questo Stato democratico e la storia da cui è nato. Non è un compito facile, ma è un compito realmente patriottico.

Essere patriottici è il contrario di essere nazionalisti. Non significa giustificare gli italiani in quanto tali, metterli tutti sullo stesso piano, fascisti e antifascisti, vittime e carnefici, colpevoli e innocenti. Significa invece distinguere, identificare nella storia chi ha tradito i valori della democrazia, chi ha mandato i nostri nonni a uccidere e morire in nome della patria. Significa anche operare, lottare se è necessario, per una patria giusta, solidale, realmente democratica. Quindi anche lottare contro un governo nazionalista, contro le sue logiche razziste, contro gli egoismi dei più ricchi, contro le bugie storiche di chi si identifica con la dittatura fascista. Non abbiate paura di scegliere e di schierarvi, anche contro le istituzioni, se tradiscono gli ideali da cui è nata la nostra patria.

Ma essere patriottici significa anche non dimenticare di essere parte dell’umanità. Agite sempre in un’ottica internazionale, perché i diritti degli italiani devono essere i diritti di tutti, se no si chiamano privilegi. Difendere la nostra storia, quella storia, significa anche identificare ogni oppressione nel mondo, schierarci sempre dalla parte degli ultimi, dei deboli, degli oppressi, e di chi si ribella all’oppressione. Significa lottare per chi subisce un’invasione e una occupazione, ma anche per chi è oppresso da un governo nazionalista e antidemocratico, come o peggiore del nostro. Difendere la storia della Resistenza significa lottare per la pace e per la giustizia per tutti i popoli del mondo, in ogni parte del mondo.

È la lectio tenuta dall’autore nella Assemblea nazionale dei giovani dirigenti Anpi (Riccione, 2-3 dicembre 2023)


Le foibe, il fascismo e i politici che scrivono la storia (senza conoscerla)

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La settimana scorsa Panorama ha pubblicato un singolare articolo di Carlo Giovanardi, ex senatore ed ex ministro del secondo Governo Berlusconi, dal titolo “Ora basta con l’ipocrisia sulle foibe”. Come in altre occasioni, un politico evidentemente digiuno di storia se la prende con gli studiosi (citando esplicitamente gli autori di questo articolo) definiti “negazionisti” perché, a suo dire, giustificherebbero il dramma delle foibe, viste come la conseguenza della politica repressiva dell’’esercito italiano nei confronti delle popolazioni jugoslave nei due anni precedenti, dopo l’invasione avvenuta nell’aprile del 1941. «Per nulla», tuona l’ex ministro, non è vero niente! Secondo lui questa tesi è del tutto arbitraria, frutto della «protervia manichea» di una banda di «nostalgici di Tito» che avrebbero come unico scopo quello di «attenuare le gravissime responsabilità dei comunisti». La prova verrebbe da un documento «presentato per la prima volta» al pubblico, scrive il periodico.

Peccato che i documenti in realtà siano due – l’autore li fonde erroneamente – e che siano entrambi noti agli storici da decenni, citati in innumerevoli saggi e manuali, e facilmente reperibili in rete. Il primo è la famigerata “circolare 3c”, emanata dal generale Mario Roatta nel marzo 1942 in Jugoslavia, quella che prevede la cattura di ostaggi, la fucilazione immediata dei prigionieri, la creazione di campi di concentramento (dove vennero internati 100.000 civili). Le pratiche repressive evidenziate in quel documento vengono però attribuite per sbaglio a una seconda circolare, emanata dallo stesso Roatta in Italia dopo la caduta del regime fascista, il 25 luglio 1943, e che niente hanno a che vedere con le «complesse vicende del confine orientale». Così, alla luce di questa svista macroscopica, le repressioni in Jugoslavia nei due anni precedenti alle foibe, secondo Giovanardi, non sarebbero mai avvenute. In sostanza l’autore cita un documento che prova proprio i crimini che vorrebbe minimizzare… per minimizzarli! Accecato dalla volontà di dimostrare a tutti i costi una tesi ideologica precostituita, l’ex ministro ci dà una lezione di metodo al contrario.

Siamo al paradosso. Da una parte abbiamo due studiosi, uno dei quali ha dedicato tutta la carriera a studiare la guerra in Jugoslavia in quegli anni e ha da poco pubblicato, proprio sul tema delle foibe, un libro per Laterza nella collana Fact Checking. La storia alla prova dei fatti, nata proprio con lo scopo di smentire questo genere di luoghi comuni storici favoriti dall’ignoranza o dalla malafede. Dall’altra abbiamo un politico nettamente schierato su posizioni anti-resistenziali il quale, partendo da un assunto clamorosamente sbagliato (la confusione fra due documenti scritti in anni e contesti diversi), porta avanti una tesi “negazionista”, in questo caso sì, nei confronti dei crimini dell’Italia fascista in Jugoslavia, sui quali esistono valanghe di prove, innumerevoli saggi e documenti. Insomma: un “negazionista della storia”, accecato dalla furia ideologica accusa di malafede gli studiosi, confondendo date e luoghi, in un articolo che umilia, tra l’altro, il concetto stesso di deontologia giornalistica.

Sarebbe ridicolo, se non fosse drammatico. Perché questo è il modo in cui ancora oggi qualcuno pensa di poter fare politica della memoria, con toni da odiatore seriale e senza alcuna conoscenza dei fatti, continuando a sfruttare la sofferenza patita da centinaia di migliaia di persone a causa di un’analoga politica d’odio che ottant’anni fa ha portato la guerra, la violenza e la morte in un territorio fino a quel momento in pace.

Questo infelicissimo, imbarazzante scivolone di Giovanardi insegna che chi strumentalizza la storia quasi sempre non la conosce. La foga con la quale il passato viene piegato alle esigenze polemiche del presente impedisce quella aderenza ai fatti, quella conoscenza capillare delle fonti, quella serietà dell’interpretazione che sono il pane quotidiano degli storici. Per questo bisogna diffidare della storia riscritta dai partiti, dai parlamenti, dai politici di professione: perché serve semmai a capire questi ultimi, non già i fatti dei quali pretende di fornire una lettura ufficiale. È una regola con poche eccezioni: chi usa i fatti del confine orientale come una clava, dimostra immancabilmente di ignorarli, quei fatti.

Un milione di caduti ha avuto la Jugoslavia all’epoca, e i cinquemila morti delle foibe sono parte di quell’immensa carneficina. La storia va raccontata tutta, ricordando le vittime, ma anche i carnefici. Ed è questo che dovremmo fare, senza farci trarre in inganno dalle tesi deliranti di chi usa la storia senza conoscerla.


La storia falsificata in omaggio all’Italia fascista: il caso di Norma Cossetto

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Da qualche tempo Norma Cossetto è diventata uno dei simboli delle violenza delle foibe. Dopo aver ricevuto nel 2005 la medaglia d’oro alla memoria per merito civile, la giovane donna uccisa nel 1943, talvolta definita la “Anna Frank italiana”, è ormai costantemente presente nell’immaginario pubblico. Sulla sua morte sono stati realizzati un film co-prodotto dalla Rai, Rosso Istria, e una graphic novel, Foiba Rossa edita da una casa editrice neofascista (Ferrogallico), firmata da Emanuele Merlino. Entrambe queste opere sono state acquistate in gran numero da amministrazioni compiacenti e distribuite gratuitamente nelle scuole di mezza Italia. Da molti mesi poi il “comitato 10 febbraio” (un’associazione di estrema destra il cui presidente è lo stesso Emanuele Merlino) porta avanti una campagna per intitolare a Norma Cossetto luoghi della memoria in ogni comune d’Italia. Secondo il comitato, nell’ottobre del 2021 erano già 170 le località che avevano aderito all’iniziativa. Una proposta che, pur provenendo da ambienti inequivocabilmente di estrema destra, viene presentata come a-politica perché la giovane donna sarebbe stata uccisa, secondo una retorica consolidata, “solo perché italiana”.

Sgombriamo subito il campo da qualunque equivoco: Norma Cossetto è una vittima inerme della guerra e come tale va umanamente rispettata. Ma cosa sappiamo realmente di lei e della sua vita? Abbastanza poco, per la verità. Studentessa, maestra, giovane donna attiva e indipendente (almeno per le limitate possibilità consentite alle ragazze dell’epoca), Norma Cossetto era certamente fascista. Non nel senso per cui “lo erano tutti”, come si dice spesso. Innanzitutto perché questa è un’affermazione storicamente scorretta: nonostante i grandi vantaggi che offriva la tessera, nella sua massima espansione il partito fascista contava 6 milioni di iscritti su 40 milioni di abitanti. Inoltre c’erano anche gli antifascisti (pochi coraggiosi, va detto), un’ampia maggioranza silenziosamente dubbiosa e una larga minoranza palesemente critica (sono stati circa 200.000 i fascicoli aperti presso il Tribunale speciale per la difesa dello Stato). Norma Cossetto però non apparteneva a queste categorie, ma a una famiglia di riconosciuta fede fascista: lei stessa era iscritta ai GUF (Gruppi universitari fascisti) mentre il padre Giuseppe, squadrista della prima ora, aveva ricoperto importanti cariche politiche del regime, tra cui quella di podestà. Egli venne ucciso negli stessi giorni combattendo come ufficiale della milizia al fianco dei nazisti durante l’operazione “Nubifragio”, che fece in Istria 2500 morti civili (anche italiani). La figlia venne quindi arrestata e fucilata dai partigiani non “perché italiana” (negli stessi giorni decine di migliaia di altri italiani-istriani non vengono affatto toccati), ma in quanto fascista. In pieno conflitto ideologico, nel cuore della seconda guerra mondiale, in un contesto di violenza e sopraffazione portato dal regime fascista in quelle terre, la giovane viene considerata una nemica dai resistenti locali (italiani e slavi).

Tutto ciò non giustifica il suo arresto e la sua condanna. Ma se Norma Cossetto rappresenta simbolicamente qualcosa, non è l’italianità, bensì la sua versione estremista e aggressiva, che in quell’epoca si incarnava nel regime fascista. Così infatti è sempre stata ricordata da chi ne condivideva il pensiero politico: durante l’occupazione nazista (a lei venne intitolato un reparto militare femminile della RSI di Mussolini), dai nostalgici del regime nel dopoguerra, e infine nella recente rappresentazione che di lei viene fatta nel film Rosso Istria, dove Norma e i suoi famigliari sono (onestamente, va detto) mostrati come fascisti che inneggiano al Duce e invocano l’intervento nazista in loro difesa. Insomma, ben prima di diventare una martire italiana, Norma Cossetto è sempre stata considerata una martire fascista, e così continua ad essere rappresentata da chi la intende omaggiare. Ciononostante le richieste di intitolazioni pubbliche a Norma Cossetto continuano ad essere accolte da amministratori locali appartenenti a schieramenti politici diversi, talvolta anche sinceramente democratici. Ma è davvero impossibile sottrarsi a questo tipo di richieste senza essere etichettati come pericolosi estremisti e antipatriottici?

Negli ultimi decenni si è affermata, nel discorso pubblico sulle guerre, e sul secondo conflitto mondiale in particolare, una cultura della memoria che mette al centro le vittime inermi. Dopo decenni di glorificazione della vittoria militare contro i fascismi, di esaltazione dell’uso della forza “giusta” da parte dei liberatori e dei partigiani in armi, l’attenzione si è sempre più spostata su chi la guerra l’ha subita senza combatterla. Questa nuova visione, che deriva da una sensibilità informata dalla cultura dei diritti umani, ha il merito di portare alla luce aspetti della “guerra totale” meno conosciuti e categorie di persone in precedenza poco considerate: i civili, innanzitutto; ma pure, ad esempio, i prigionieri di guerra, gli internati militari, le vittime di rappresaglie, i profughi, e anche le migliaia di donne vittime di violenze sessuali durante il conflitto.

Nel discorso pubblico, a tanti decenni di distanza dai fatti, l’attenzione verso le vittime inermi favorisce una maggiore identificazione da parte di chi vive nelle attuali, pacifiche, società europee. E tuttavia rischia di far dimenticare proprio il contesto di violenza diffusa e generalizzata che caratterizzava quegli anni. Inoltre, in un contesto post-ideologico, risultano sempre meno comprensibili le contrapposizioni politiche che caratterizzarono il secondo conflitto mondiale. Che non furono esclusivamente tra fascismo e comunismo (secondo un immaginario veicolato dalla stessa propaganda fascista), ma fra chi si riconosceva nel sistema di valori su cui si fondavano le politiche di sterminio fasciste e chi le osteggiava, lottando per la liberazione di interi popoli oppressi e schiavizzati.

La scelta di commemorare ufficialmente la morte di Norma Cossetto diventa dunque accettabile in questa logica che mette al centro la vittima, spogliata di qualunque connotazione politica. La figura di Norma Cossetto poi è particolarmente funzionale perché incarna la versione archetipica della vittima: una giovane donna disarmata, uccisa “barbaramente” (sono ormai entrati nell’immaginario comune i dettagli macabri sull’uso delle foibe come luogo di sepoltura), e forse anche sessualmente abusata. Lo stupro di Norma Cossetto non è suffragato da prove certe, al punto che persino un volume edito dalla Lega Nazionale di Trieste (un ente che non può certo essere accusato di partigianeria filojugoslava) parla di “incontrollate fantasie e presunte testimonianze” circa questo episodio (Roberto Spazzali, Foibe. Un dibattito ancora aperto, Editrice Lega Nazionale, Trieste 1990, p. 149). Tuttavia non c’è ragione di dubitarne, considerato il clima di violenza e di rabbia popolare diffuso nell’area in quei giorni. D’altra parte lo stupro è uno strumento di dominio sempre utilizzato in guerra, specie nel contesto di società profondamente patriarcali. In guerra la violenza è strutturale e, in una “guerra civile globale” come il secondo conflitto mondiale, i civili sono coloro che più ne subiscono le conseguenze. Le donne più ancora di altri soggetti, in ragione di una subalternità tradizionale al potere maschile.

L’oppressione esercitata sul gruppo nemico attraverso la violazione del corpo femminile è stata ampiamente praticata da tutti gli schieramenti in conflitto anche durante la seconda guerra mondiale. Ma c’è una differenza che non va dimenticata: i fascismi operano, ovunque vanno al potere, anche per ribadire e se possibile accentuare il controllo maschile sul corpo delle donne. Peraltro la violenza per i fascisti non è uno strumento, ma un valore; il che riguarda anche la violenza di genere, realmente o simbolicamente esercitata. La violenza, nell’ideologia fascista, è il mezzo ideale, e regolarmente utilizzato, per la risoluzione di ogni contesa politica, adottato fin dalla fondazione del movimento e mai abbandonato, né durante il Ventennio, né tanto meno nella guerra antipartigiana. Nei due anni precedenti all’uccisione di Norma Cossetto, in quegli stessi territori, l’esercito italiano ha ampiamente utilizzato, come arma di antiguerriglia, i campi di concentramento, la cattura di ostaggi, le fucilazioni per rappresaglia, la tortura e violenze di ogni tipo, anche sessuali.

Per gli eserciti liberatori invece l’uso della forza non è il prodotto di un’ideologia, ma una necessità contingente, a cui si ricorre per mancanza di alternative, a cui si è costretti dallo stato di guerra e spesso, come accade ad esempio in Istria, da una brutale occupazione militare. Pur in un contesto sociale globale improntato ai valori patriarcali e caratterizzato da pratiche virili, gli antifascisti e i partigiani agiscono ovunque secondo prospettive di cambiamento sociale che includono anche una visione diversa della donna. Ciò è particolarmente evidente nel caso jugoslavo, dove la Resistenza rappresenta una straordinaria opportunità di emancipazione femminile. Nelle unità partigiane jugoslave, che arrivano a includere il 20% di donne combattenti, sono addirittura proibiti i rapporti sessuali fra commilitoni, per impedire eventuali prevaricazioni. L’insistenza morbosa sulle modalità dell’uccisione di Norma Cossetto da parte di chi intende celebrarne il “martirio” vuole anche trasmettere l’idea che i partigiani (soprattutto quelli slavi e comunisti) usassero lo stupro come consueta arma di guerra, specie contro popoli culturalmente superiori – secondo i nostalgici del fascismo – come quello italiano. Ma nella realtà ogni forma di violenza sessuale era proibita dai comandi partigiani jugoslavi, socialmente stigmatizzata dai combattenti e severamente punita, anche con la fucilazione dei responsabili. Il caso di Norma Cossetto, se accertato, rappresenterebbe dunque un evento eccezionale, quasi unico in quel contesto di guerra, mentre lo stupro veniva praticato abitualmente, nella medesima zona, dai torturatori fascisti.

Quella stessa parte politica che promuove adesso le iniziative per celebrare Norma Cossetto non ha mai nascosto la sua ammirazione per il fascismo e i suoi metodi. È una parte politica che ancora oggi diffonde odio e razzismo, omofobia e sessismo, che invoca la pena di morte o l’evirazione per il reato di stupro quando commesso da migranti (in particolare se “di colore”), ma è sempre pronta a giustificare lo stesso crimine (mettendo sotto accusa la vittima) quando commesso da uomini “bianchi”, specie se in divisa. Appare evidente dunque come sia pretestuosa l’insistenza sulle circostanze della morte di Norma Cossetto. A questa gente non interessa la sofferenza fisica e psicologica di una donna vittima di violenza; il corpo di Norma Cossetto, per loro, non è altro che uno strumento politico, brutalmente utilizzato come simbolo di una patria presuntamente violata.

Ma di quale patria parlano, in effetti?

Non ci sono dubbi che Norma Cossetto sia una vittima inerme e come tale merita umanamente rispetto. Ma per poter essere considerata un simbolo della patria dovrebbe aver fatto in vita qualcosa di straordinario per il suo paese. Oppure, come nel caso dei martiri cristiani, dovrebbe essere morta in nome di valori che noi riconosciamo come fondanti della nostra civiltà. Ma da quello che gli storici sanno (e che non nascondono nemmeno i promotori delle iniziative in suo nome), Norma Cossetto in vita era una studentessa come tante, membro di una importante famiglia fascista, morta per questa ragione e in nome di quell’ideale. Non che questo sia un crimine in sé (in Italia in verità oggi il fascismo è un reato, ma questa è un’altra storia…), e ovviamente non dovrebbe giustificarne l’omicidio, lo ripetiamo per la quarta volta. Tuttavia ciò significa anche che, nel contesto in cui viveva e agiva, la giovane donna fosse schierata dalla parte di chi praticava violenza in maniera sistematica e programmatica, di chi sterminava intere popolazioni e categorie umane per ragioni politiche e razziali. Presentarla come una martire della nazione non rende onore alla realtà dei fatti e nemmeno alle sue scelte di campo. La morte di Norma Cossetto avviene proprio in relazione a tali scelte di campo, quando era schierata dalla parte di quelle idee che, fortunatamente, la Resistenza ha contribuito a sconfiggere, in difesa di un’idea di patria che non può e non deve essere la nostra.

Fra le vittime dei crimini commessi dall’esercito italiano durante l’epoca fascista in varie parti del mondo (dall’Etiopia alla Libia, dalla Grecia ai territori dell’ex Jugoslavia) si contano migliaia di donne. Anche in Italia sono decine le partigiane torturate e uccise dai fascisti e dai nazisti. Sono morte per la patria: non per il fascismo, ma per un’Italia giusta e democratica, la nostra Italia. Perché allora non dedicare vie, piazze e giardini alle “Italiane antifasciste” o alle “Partigiane d’Italia” o a una delle 47 donne decorate per la propria attività resistenziale durante la guerra? Tra le migliaia di partigiane combattenti spicca un’altra Norma. Quasi coetanea della Cossetto, l’emiliana Norma Barbolini sceglie la Resistenza nel novembre 1943 e pochi mesi dopo diventa comandante di una formazione partigiana che agisce nell’area della Repubblica di Montefiorino. Sopravvive a numerosi combattimenti, alle stragi compiute da fascisti e nazisti nella zona, e dopo la guerra continua la sua attività politica e di lotta a favore dell’emancipazione femminile. In tutta Italia, risulta un solo luogo intitolato a Norma Barbolini, un parco pubblico nella sua Sassuolo.

È evidente quanto sia pretestuosa la scelta di celebrare invece, a livello nazionale, Norma Cossetto: con la sua figura non si vogliono commemorare le vittime civili della seconda guerra mondiale, le italiane morte per la patria, né tanto meno le donne in sé o le vittime di violenza di genere. Si vogliono celebrare le vittime fasciste dei partigiani. È naturale che i nostalgici del fascismo promuovano i loro “martiri”, ma questa non può diventare la politica memoriale del nostro paese. Di questo devono essere consapevoli gli amministratori pubblici che si riconoscono negli ideali democratici, che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica, quando autorizzano l’intitolazione di monumenti, piazze e giardini a Norma Cossetto. Quale nazione intendono celebrare? Quale Norma? Quella che ha lottato per la libertà e la democrazia o quella schierata dall’altra parte, che stava con fascisti e nazisti?

Una società democratica compiuta deve dare valore alla Storia, ai suoi meccanismi, alla sua complessità, alle sue contraddizioni; non pescare nel passato per proporre di volta in volta nuovi martiri o nuovi eroi. Commemorare i femminicidi in guerra, le vittime di violenza di genere è giusto e necessario. Ma va fatto con onestà e chiarezza, senza dimenticare il ruolo del patriarcato, del modello sociale maschilista, dell’uso pubblico del corpo della donna in funzione nazionalista. E soprattutto cercando di impedire che soggetti politici senza scrupoli ne approfittino per capovolgere i valori politici e morali su cui si fonda la nostra democrazia. Le richieste di intitolazione pubbliche per Norma Cossetto non sono affatto neutrali. Sono iniziative di parte, di quella parte che ancora giudica la forza una virtù, la violenza un valore, la morte (più spesso inflitta che subita) un vanto. Non è solo l’ennesimo caso di abuso politico del corpo di una donna; è anche un esplicito omaggio a quell’Italia fascista che non vogliamo ritorni.

L’articolo è tratto, con il consenso dell’autore, da www.valigiablu.it


Foibe: la macchina dell’oblio. Strumentalizzazioni del Giorno del Ricordo

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10 febbraio 2022: il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, interviene in una cerimonia al villaggio di Dane, a pochi chilometri dall’attuale confine tra Italia e Slovenia, rifiutando il consolidato protocollo delle orazioni alla foiba di Basovizza. In questa occasione Mattarella ricorda che l’occupazione nazifascista della Jugoslavia, iniziata il 6 aprile 1941, ha provocato un milione di morti, e mostra alle autorità slovene e ai giornalisti internazionali presenti la fotografia di una fucilazione. «Contrariamente a quanto spesso si afferma ‒ argomenta il presidente italiano ‒ quella che vedete è la fucilazione di cinque partigiani sloveni per mano di soldati italiani, avvenuta qui, in questo villaggio, il 31 luglio del 1942». In un silenzio irreale, l’interprete sloveno legge i nomi dei caduti: Franc Žnidaršič, Janez Krajc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič, Edvard Škerbec.
Segue un lungo e commosso applauso, poi Mattarella riprende la parola: «Siamo qui oggi per fare finalmente i conti – a livello storico, istituzionale, politico e culturale – con il passato del nostro paese. Un paese che, prima ancora dell’avvento del fascismo, è stato guidato da una deprecabile brama coloniale e imperiale, che nel ventennio ha trovato il suo culmine più atroce – aggiunge il presidente prima di inginocchiarsi davanti alle autorità slovene presenti, in evidente omaggio al famoso gesto di Willy Brandt a Varsavia, nel dicembre del 1970. I crimini di guerra dell’Italia fascista vanno condannati senza tentennamenti, e ci aiutano a comprendere quella successiva pagina dolorosa della nostra storia, quella delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata. A questi eventi tragici è stato dedicato il Giorno del Ricordo il quale, tuttavia, senza contestualizzazione storica, rischia di far passare gli italiani, e i fascisti, per vittime di una violenza “slava” improvvisa, indiscriminata, atavica. E invece la storia ci aiuta a capire come ogni manifestazione di nazionalismo aggressivo non porti che morte e distruzione, che poi – inevitabilmente – ti si ritorce contro. E non mi riferisco solo all’aggressione del 6 aprile 1941 e all’occupazione che è seguita, ma anche all’italianizzazione forzata di questi territori di confine, che ha prodotto indicibili sofferenze per due decenni», termina il presidente Mattarella, tra gli applausi degli astanti.

Controstoria

Naturalmente queste parole Sergio Mattarella non le ha finora mai pronunciate. Né, a oggi, lo ha fatto alcun alto esponente delle nostre istituzioni. Eppure, dopo la fine della guerra fredda e della logica dei blocchi contrapposti, si era tentata una via diversa per affrontare queste tragedie storiche. Una Commissione mista storico-culturale italo-slovena (1993-2001) aveva lavorato per anni, producendo un documento che cercava di fornire un racconto condiviso dai due paesi sull’epoca di violenza che ha contraddistinto quest’area dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento. In questo testo si può leggere, ad esempio, che durante l’occupazione italiana centomila jugoslavi subirono «l’internamento nei numerosi campi istituiti in Italia (fra i quali vanno ricordati quelli di Arbe, Gonars e Renicci)». Solo nella Slovenia annessa, la cosiddetta Provincia di Lubiana, «migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi. I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti. Furono concepiti pure disegni di deportazione in massa degli sloveni residenti nella provincia».

Mentre la ricerca ha proseguito in questa direzione, con un approfondimento sia delle violenze fasciste durante il ventennio e l’occupazione militare (1941-1943) sia di quelle delle vendette popolari e dei partigiani jugoslavi nel 1943 e nel 1945, le istituzioni dello Stato italiano hanno seguito intenti celebrativi diversi, incentrati sul vittimismo nazionale. In particolare a partire dall’istituzione del Giorno del Ricordo si è sempre più divaricata la distanza fra i risultati della ricerca storica e la narrazione mediatica a cui è soggetta l’opinione pubblica. Esistono oggi diversi strumenti che consentirebbero di approfondire la complessità di queste vicende, dal Vademecum per il Giorno del Ricordo realizzato dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia alla mostra virtuale A ferro e fuoco (a cura di Raoul Pupo), dedicata all’occupazione italiana della Jugoslavia tra il 1941 e il 1943. Eppure la politica sembra evitare (o addirittura condannare) questo tipo di approccio, insistendo in una narrazione parziale, se non del tutto scollegata dai fatti. 

«Ci raccontiamo sempre che siamo stati vittime della Seconda guerra mondiale, ma c’è anche un’altra parte che dobbiamo ricordare: quella in cui siamo stati carnefici» scrivevamo ad aprile in un appello firmato da 133 studiosi (tra cui i sottoscritti) e studiose italiani, sloveni e croati e rivolto al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei ministri, al Senato, alla Camera, al Ministero della Difesa e a quello degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Si trattava di un invito alle istituzioni «per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano» che, com’era prevedibile, è rimasto lettera morta. 

E le istituzioni tacciono anche quando, come è accaduto di recente, si scatena l’ennesima gogna mediatica contro una figura pubblica – in questo caso uno storico dell’arte, prossimo rettore dell’Università per Stranieri di Siena – che osa anche solo mettere in discussione la narrazione tossica sulle foibe messa in circolo forzatamente negli ultimi quindici anni. Ci riferiamo, ovviamente, al “caso Montanari”. 

10 febbraio tutto l’anno

Cosa ha detto Tomaso Montanari di così sconvolgente? La sua è stata una «mascalzonata» che «svilisce la grande tragedia», come ha sostenuto Aldo Grasso sul Corriere della Sera il 28 agosto? I «conti col passato» possono essere fatti davvero grazie a «una visione più condivisa della storia nazionale», come ha sostenuto sul medesimo quotidiano Antonio Polito, accorpando in un’unica polemica esternazioni filofasciste come quella del leghista Claudio Durigon e le posizioni di Montanari, e invocando «forme di “pacificazione” senza impossibile “parificazione” di responsabilità storiche ormai acclarate»? 

Il futuro rettore è intervenuto proprio per il bisogno – legittimo e a nostro avviso anche necessario – di fare i conti con il passato, e di farli con onestà intellettuale. Partendo dall’accesa controversia sulla nomina di Andrea De Pasquale alla guida dell’Archivio Centrale dello Stato, il docente ha esternato sul Fatto quotidiano del 23 agosto la propria preoccupazione per la «cancellazione della storia che racconta cosa fu davvero il fascismo e cosa è stato il neofascismo criminale nella seconda metà del Novecento. Non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte, grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente contrapposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica». Sono osservazioni condivise dalla comunità degli storici e delle storiche, e che hanno scatenato l’immediato (e prevedibile) shitstorm da destra. L’accusa – ormai scontata – è quella di “negazionismo”. Che riguarda anche, ma solo in parte, la “contabilità dei morti”.

Con poco rispetto del dato attestato dagli addetti ai lavori e gusto mediatico per l’iperbole, in questi anni sono state sparate cifre astronomiche, come quando il conduttore televisivo Paolo Mieli è arrivato a sostenere in una puntata de La Grande Storia che le vittime delle foibe (tutte “innocenti”, secondo lui) sarebbero decine se non «centinaia di migliaia», centuplicando così le stime piuttosto precise degli storici sulle quali ci stiamo per soffermare brevemente. Al di là della denuncia della macchina mitologica della destra postfascista, la “colpa” di Montanari sarebbe quella di aver citato la celebre lettera a Mattarella dello storico Angelo d’Orsi che, a febbraio 2020, ricordava che «la storiografia ci dice tutt’altro dalla chiacchiera politico-mediatica: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali» e specificava che «nessun generale italiano accusato di crimini di guerra [commessi in Jugoslavia, ndr] è mai stato punito».

La guerra delle cifre

Al di là delle vittime “accertate” (effettivamente ritrovate nelle foibe) citate da D’Orsi, intervenuto nuovamente il 29 agosto su La Stampa e poi il 30 agosto sul Fatto quotidiano, Montanari ha sottolineato il fatto che la versione neofascista di quella vicenda complessa è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano e ha, tra le altre cose, riportato ai lettori le stime su cui tutti gli studiosi seri concordano, vale a dire che nel fenomeno noto come “foibe” (ma la maggior parte delle vittime non vennero effettivamente “infoibate”, bensì morirono nei campi di prigionia a fine guerra) sono morte «circa 5000 persone – fascisti, collaborazionisti ma anche innocenti – per mano dei partigiani di Tito». Cosa ci dicono queste nude cifre?

Se si vuole comprendere un contesto storico – e non avallare una visione puramente nazionalista – i morti “delle foibe” andrebbero confrontati con le altre vittime in quel contesto geografico; e ci limitiamo a soffermarci sul contesto dell’Alto Adriatico e delle aree a ridosso dell’attuale confine italo-sloveno, per non fare impallidire questi numeri se confrontati con i milioni di morti (tedeschi compresi) dello stesso periodo in varie parti d’Europa. Lo abbiamo visto: i soldati italiani fucilarono migliaia di partigiani e civili durante l’occupazione, ne internarono decine di migliaia e circa 5000 morirono di stenti nei campi di concentramento. L’occupazione italiana è durata due anni e mezzo, ma il rastrellamento condotto dai tedeschi nell’ottobre del 1943 fece, in meno di una settimana, circa 2500 morti, in gran parte civili. Nelle stesse identiche zone dove, nei giorni precedenti, la vendetta popolare e partigiana aveva ucciso circa 500 persone. Tuttavia di queste migliaia di morti nelle stesse zone, nei mesi precedenti e successivi alle foibe, in effetti, non si parla mai. Si preferisce insistere sul mito infondato della “pulizia etnica”, anche questa una interpretazione respinta dagli studiosi, che parlano piuttosto di “resa dei conti” ed “epurazione preventiva”, ma sempre in termini politico-ideologici, non nazionali. In nome di una malintesa concezione di patriottismo, si finisce per innescare un paradossale capovolgimento della narrazione antifascista: si celebrano solo le vittime della Resistenza (sia essa italiana o jugoslava) e non quelle uccise da fascisti e nazisti, quasi come se quelli non fossero “nostri” morti, non meritassero la nostra attenzione. In questo modo le vittime vengono usate politicamente e in modo a-storico, e la legittima memoria privata delle famiglie viene sostituita da una narrazione martirologica, nazionalistica e mitica. I morti che celebriamo (ignorando volutamente gli altri) finiscono inevitabilmente per sembrare tutti fascisti, come gli eroi del recente film coprodotto dalla Rai, Rosso Istria. Ed è proprio questo, ci pare, che qualche politico senza scrupoli vorrebbe dimostrare.

Secondo Giorgia Meloni, che storica non è e che nell’agone politico attuale ha importanti interessi da difendere e capitalizzare, è «falso e puro riduzionismo dire che nelle foibe sarebbero morte cinquemila persone». Al di là dell’uso strumentale del lessico preso forzatamente a prestito dagli studi sulla Shoah e sugli altri genocidi del Novecento (il “riduzionismo”, come il “negazionismo” attribuito falsamente a molti studiosi e studiose), “il folle messaggio” del futuro rettore di Siena sarebbe «che infoibare migliaia di “fascisti” non sia stato un crimine». Attribuendo un “folle messaggio” alle parole di Montanari, e rasentando la diffamazione, Meloni sta però dicendo altro. Naturalmente non stupisce che la leader del partito erede, per filiazione, della Repubblica sociale italiana e del Movimento sociale italiano gridi allo scandalo contro chi considera una colpa il «non essere stat[i] ostil[i] al fascismo (come gran parte degli italiani di allora)» e invochi de facto la legittimità di essere (considerati) “fascisti” oggi. Ricordiamo che questi “fascisti” di oggi che Meloni mette costantemente tra virgolette, compresi i suoi giovani di Aliud, non esitano a minacciare fisicamentee a più riprese – gli storici, percepiti come intrusi nel loro “campo” culturale. «Mi auguro che qualcuno abbia la decenza di fermare questa pericolosa deriva», scrive sempre Meloni su Il Giornale il 29 agosto, in quella che suona come una cupa intimidazione. Almeno questo è il “folle messaggio” che “passa dalle sue parole”. «Siamo al punto in cui la leader di un partito palesemente neofascista può accusare un professore antifascista di essere antidemocratico e dunque indegno di ricoprire una carica istituzionale», ha commentato, a ragione, Montanari su Twitter il 29 agosto. «Ma dove sono i vertici della Repubblica, che hanno giurato sulla Cost[ituzione] antifascista?», ha chiesto. E ce lo chiediamo anche noi. 

Febbraio 2020, Torino. Striscione minatorio di Casa Pound contro Eric Gobetti. Fonte: Nuovasocietà.it

Contro il Giorno del Ricordo?

Questo significa essere contrari al Giorno del Ricordo? Non necessariamente. Significa piuttosto essere contrari a un’imbarazzante semplificazione, all’uso strumentale (nello specifico dell’estrema destra) della «complessa vicenda del confine orientale» (occidentale, se visto dall’altra parte) evocata dalla stessa legge istitutiva. Significa in definitiva che pretendiamo dai rappresentanti della Repubblica italiana, in una logica aderente allo spirito della Costituzione, un’assunzione di responsabilità pubblica dei drammi provocati dalla politica di potenza dell’Italia fascista. E che le violenze – oltretutto successive, e in parte consequenziali – subìte da molti italiani vengano correttamente ricordate come il risultato di un circolo vizioso di odio scatenato dallo stesso fascismo. Il racconto pubblico che la destra ha consolidato come senso comune si basa invece sulla deliberata rimozione dei crimini fascisti. Dalla conquista della Libia e dell’Africa Orientale, passando per i bombardamenti sulla Spagna repubblicana, per giungere alla guerra contro i civili in Grecia, Unione Sovietica e appunto in Jugoslavia, l’esercito italiano in epoca fascista si è macchiato di indicibili atrocità, sterminando le popolazioni locali, guidato da una feroce sete imperiale.

Un imperialismo e un nazionalismo ancora in larga misura taciuti nel racconto mainstream del Novecento italiano, oppure – ed è peggio – narrati come una legittima ambizione a un ruolo di grande potenza. I soli massacri di Addis Abeba e Debre Libanos in Etiopia, tra febbraio e maggio del 1937, produssero oltre 20.000 morti – quattro volte quelli “delle foibe” – in una sanguinosa caccia all’uomo che coinvolse gran parte della società coloniale. Eppure non ricordiamo un solo esponente delle istituzioni che abbia riconosciuto le colpe dell’Italia in questa tragedia, per non parlare del silenzio che ha accompagnato nel 2016 la ricorrenza degli ottant’anni dell’“impresa” imperialista in Etiopia. La strada è ancora lunga: e scusate se – da storici e studiosi del tema – al momento abbiamo la sensazione che questa data memoriale altro non sia che una macchina dell’oblio e dell’orgoglio nazionale. E nazionalista.

La vittoria revisionista

L’anno successivo all’istituzione del Giorno del Ricordo, Sergio Luzzatto già dava voce al sospetto che fosse quella resistenziale, e non quella fascista, a «somigli[are] fin troppo a una storia dei vinti». Un anno dopo Giovanni De Luna firmava un articolo dall’eloquente titolo Resistenza: hanno vinto i revisionisti: complice la stagione di governi di destra che avevano permesso al revisionismo di dilagare, si iniziò a parlare, ancora con Angelo d’Orsi, di “rovescismo”. Ormai nello spazio pubblico sono più presenti le violenze sporadiche sui fascisti che quella sistemica del regime e di Salò; nella logica del «non esistono morti di serie B» i gerarchi della RSI dovrebbero essere degni dello stesso rispetto degli antifascisti che lottavano per un’Italia libera e democratica, e persino delle vittime innocenti dei crimini fascisti. 

Ora il partito che – senza una chiara elaborazione del suo passato e della sua incompatibilità con la democrazia repubblicana, come ha scritto Piero Ignazi su Domani –, raccoglie l’eredità di quella esperienza, Fratelli d’Italia, dopo aver proposto che l’articolo del codice penale che punisce chi nega, minimizza gravemente o fa apologia della Shoah renda perseguibile anche chi fa lo stesso con i «massacri delle foibe», prosegue la sua offensiva. Lo scopo di fare di quella vicenda (decontestualizzata, ingigantita e mitizzata) il contraltare nazionalista della Shoah è sempre stato piuttosto esplicito, come ha egregiamente dimostrato lo stesso De Luna ne La repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisae come ricorda oggi (sabato 4 settembre) su La Stampa, anche nell’ottica di insabbiare ulteriormente i crimini dell’Asse, ribaltando letteralmente la mappa dei valori dell’Europa postbellica. È l’obiettivo di chi, nella “partita” della memoria pubblica, vuole che un gerarca fascista fedelmente schierato dalla parte dei nazisti debba essere ricordato (e celebrato), esclusivamente in quanto “vittima”, allo stesso modo di un neonato gasato ad Auschwitz. Come se le vite e non le morti fossero tutte uguali; come se non contasse nulla come e in base a quali valori le persone hanno vissuto – se è stato loro concesso di farlo. 

È noto infatti che negli ultimi vent’anni, in Italia e in molti altri paesi, ha trionfato quello che è stato definito dallo stesso De Luna (ma non solo) il “paradigma vittimario”: una rivendicazione continua (e che struttura rapporti di “concorrenza”) dello statuto di “vittima” da parte di chiunque, di cui hanno sapientemente approfittato i nostalgici del fascismo e i post-fascisti. Anche da parte di chi, in effetti, era stato carnefice, o difende i carnefici di allora, o propugna una visione discriminatoria di nuovi “altri”: ieri erano gli slavi, gli etiopi, gli ebrei; oggi, per fare gli esempi più scontati, sono i migranti e i rom. Per dirla in breve: la giusta e tardiva centralità della Shoah nel discorso pubblico viene usata, in un meccanismo perverso, per fornire argomenti ai sacerdoti del nuovo odio, che spesso si rappresentano come vittime di qualcosa o qualcuno. L’ha scritto molto chiaramente la semiologa Valentina Pisanty: «È triste a dirsi, ma l’efficacia della narrazione “olocaustica” ne ha, sì, determinato l’egemonia culturale, ma anche la perversa mutazione in paradigma vittimario con cui chiunque può farsi scudo mentre avanza a spallate a spese delle vittime vere». Gli alfieri del “non si può più dire niente” diventano infine quelli che evocano misure draconiane – ancora, di nuovo, sempre – contro chiunque intralci la loro strada. Non stupisce che a farlo siano i rappresentanti dell’estrema destra, quanto che a seguirli siano le firme “illustri” dei quotidiani di tradizione liberale e addirittura politici con recenti trascorsi di sinistra, come Gennaro Migliore, sempre su Twitter, il 25 agosto: «Ma vi pare possibile che il [futuro, ndr] Rettore di una prestigiosa Università come quella degli [per, ndr] Stranieri di Siena definisca “revisionismo storico” la Giornata del Ricordo? A me no. Chi nega una tragedia come quella delle #foibe non ha proprio nulla da insegnare». Non stupisce, forse, ma indigna, che l’onestà intellettuale venga sacrificata in nome della sopravvivenza nella politica del presente e delle sue logiche mediatiche.

Un quarto di secolo fa Gian Enrico Rusconi (non certo un “agit-prop”, per riprendere ancora le parole con cui Grasso definisce Montanari) ci ammoniva: l’offensiva storico-politica di Alleanza nazionale, partito “padre” di FdI, proponeva con forza inedita «innanzitutto il riconoscimento della dignità e dell’onore personale dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana». Ma nel discorso pubblico si chiedeva qualcosa di politicamente più rilevante, insisteva Rusconi, e cioè che si ammettesse che le motivazioni dei fascisti «avevano ragioni storicamente valide che oggi si possono finalmente dire ad alta voce: erano le ragioni dell’anticomunismo»; tesi non originale che puntava a «spostare l’asse politico più a destra». Pare ci siano riusciti, e anche piuttosto efficacemente.

Raccontiamola tutta

Pochi anni dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo, Claudio Pavone scriveva nella sua Prima lezione di storia contemporanea che «le invocazioni ad una memoria unificata, fatte nell’ambito di una comunità nazionale, nascondono un sottofondo nazionalistico. […] La memoria riconciliata è una variante peggiorativa della memoria condivisa. Sono i popoli che debbono riconciliarsi; ma non avrebbe senso che la memoria dei democratici si riconciliasse con quella dei responsabili dei vari totalitarismi, o che la memoria dei colonialisti si riconciliasse con quella dei colonizzati e del cammino da loro percorso per liberarsi. Antifascisti ed eredi del fascismo hanno in Italia trovato modo, in virtù della vittoria dei primi, di convivere per più di mezzo secolo, ognuno con la propria memoria, irriducibile a quella dell’altro. Smussare, levigare, ripulire, addomesticare le memorie significa addormentarsi nella convinzione che le grandi partite della storia si concludano con un pari e patta». Così non può, così non deve essere. 

Come abbiamo scritto in un altro appello firmato da centinaia di studiosi/e e cittadini/e a febbraio 2020 proprio in occasione delle minacce fasciste a uno dei due firmatari di questo articolo, la storia va raccontata, e va raccontata tutta, «senza edulcorare le responsabilità che il nostro paese ha avuto nell’aggressione alle popolazioni che abitavano la penisola balcanica o nelle guerre coloniali […]. Restituire alla verità storica e alla memoria pubblica le pagine più oscure del nostro passato è un dovere a cui non vogliamo sottrarci. Lo facciamo da tempo, ma ci impegneremo a farlo con ancora maggiore convinzione nelle scuole, negli Istituti di ricerca, nelle università, negli spazi pubblici reali e virtuali e ovunque sarà possibile».

 

L’articolo è tratto da Valigia Blu (https://www.valigiablu.it/foibe-strumentalizzazioni-politiche-montanari/?fbclid) e viene pubblicato con il consenso del sito e degli autori.