Il Kosovo, quel “lontano” Donbass degli Stati Uniti e della Nato

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Si riaccende in modo violento la crisi in Kosovo. Non si era mai spenta, l’avevano solo silenziata. Ma lì, in 24 anni dalla guerra umanitaria della Nato del 1999, è andato in onda uno stravolgimento del diritto internazionale che non ha pari nella storia e che è stato sicuramente viatico di tutte le guerre che sono seguite.

I serbi – i pochi rimasti in enclave sparse e nel ghetto del nord in quattro paesi – sono in piazza ogni giorno dopo i violenti scontri dei giorni scorsi con tanti feriti tra militari Nato e civili, presidiano le loro città: protestano da due anni contro le imposizioni e le provocazioni del governo kosovaro-albanese, a cominciare da quelle delle targhe obbligatorie di uno Stato che non è da loro riconosciuto – e da molti paesi Ue e da metà di quelli dell’Onu –, per il mancato riconoscimento della Comunità delle municipalità serbe, organismo deciso da accordi internazionali nel 2013, e per la presenza massiccia da mesi di forze militari speciali kosovaro-albanesi; per questo da molti mesi boicottano elezioni e istituzioni, con dimissioni in massa di agenti, magistrati, deputati, sindaci. Ecco che è scattata la provocazione del premier di Pristina Kurti che ha deciso elezioni suppletive ad aprile proprio nei Comuni dove i serbi avevano deciso di non candidarsi. Ne è uscito un imbroglio con i soli voti al 3% dei pochi albanesi presenti nel nord a maggioranza ancora serba. Ha fatto il resto la decisione unilaterale di insediarli – contro la quale, con occhio alla crisi ucraina, si è espresso anche il “filoserbo” segretario di Stato Usa Antony Blinken.

Ma capire tutto questo è possibile solo riavvolgendo il nastro di questa storia. Testimoniata a partire dal 24 marzo 1999 direttamente mentre piovevano bombe su tutta la piccola Jugoslavia (Serbia con Vojvodina e Kosovo, e Montenegro). Quando, di notte, nella bella Novi Sad la meraviglia dei tre ponti moderni della città venne spezzata dai bombardieri partiti da Aviano. Ma il dolore vero fu correre per giorni a raccogliere notizie e resti umani, come nel cratere di Surdulica, tra case contadine con i resti di anziani e bambini. Difficile raccontare che tra le case popolari di Belgrado avevamo visto chiuse nei rifugi tante famiglie terrorizzate. Mentre la guerra aveva ormai come primo target l’informazione: i media ufficiali pendevano dalle labbra di Jamie Shea. Era il portavoce della Nato che cianciava di “effetti collaterali” e “bombe intelligenti”. Invece scoprivamo tante stragi di civili. Per questi “risultati” vennero utilizzati, in 78 giorni di bombardamenti aerei ininterrotti, 1.200 aerei per un totale di 26.289 azioni accertate, 10.000 Cruise, 2.900 missili e bombe. Nel corso di 2.300 attacchi, su 995 target furono scaricate 21.700 tonnellate di esplosivo – spesso all’uranio impoverito –, compresi 152 container con 35.450 cluster bomb. Su istituzioni, scuole, ospedali, treni, mercati, autobus, infrastrutture.

Come raccontarlo? Luigi Pintor inventò una prima pagina bianca de il manifesto che fece il giro del mondo: in calce gridava: “I bambini non ci guardano”. Ma ci furono in Italia anche troppe pagine nere, come quelle che giustificarono il bombardamento della tv di Belgrado, con 16 vittime, colpita dai missili Cruise in mezzo alle case dei belgradesi, ai panni stesi sui terrazzi, con i cavi tranciati che piovevano nel quartiere una specie di neve chimica.

A 24 anni di distanza, a che sono servite quella guerra e quelle menzogne? La menzogna diplomatica di Rambouillet, che imponeva alla Jugoslavia di essere tutta presidiata dalla Nato? La bugia di Racak, il casus belli sostenuto dall’uomo della Cia William Walker che guidava la missione Osce che doveva mediare tra le parti? Perché fino al 24 marzo c’erano vittime e profughi da una parte e dall’altra. Come dimostrò l’incriminazione prima dell’ex premier Ramush Haradinay, capo dell’Uck – organizzazione terrorista anche per gli Usa fino al 1998 – nella Drenica, all’Aja per stragi di civili rom e serbi già nel 1998. E come denunciò Carla Del Ponte nel suo libro (La caccia, Feltrinelli) e un rapporto del Consiglio d’Europa: nel 1998 molti civili serbi furono sequestrati proprio dall’Uck per un barbaro mercato di espianto di organi, per il quale è sotto accusa all’Aja Hashim Thaqi il leader indiscusso dell’Uck poi presidente kosovaro. Così, con i raid aerei, si volevano salvare i profughi in fuga albanesi? Che fuggivano non solo per timore delle milizie serbe ma, per la stessa Corte penale kosovaro-albanese che lo stabilì in un processo nel 2001, anche perché terrorizzati per i raid della Nato. E avevano ragione, perché centinaia di loro furono letteralmente inceneriti dai missili “intelligenti”.

Ma i risultati di quella “guerra sciagurata” – così la definì Claudio Magris – ci sono. Eccome. La Nato da coalizione di difesa è diventata offensiva, da lì in poi dispiegata in tutto il mondo. La contropulizia etnica di 300mila serbi e rom cacciati sotto gli occhi della Nato e mai più rientrati, insieme alla distruzione di 150 monasteri ortodossi. Inoltre l’edificazione in Kosovo, di Camp Bondsteel, la più grande base militare Usa in Europa. Infine l’indipendenza autoproclamata del Kosovo del 2008, che spacca ancora il Consiglio di sicurezza Onu e l’Ue ed è riconosciuta solo dalla metà dei circa 200 Paesi delle Nazioni unite. Nel disprezzo del diritto internazionale, perché la guerra umanitaria dei 78 giorni di raid finì con la pace di Kumanovo del giugno 1999, documento diventato Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu: imponeva alla Serbia il ritiro temporaneo del suo esercito, permetteva l’ingresso temporaneo dei contingenti Nato ma riconosceva la sovranità di Belgrado sul Kosovo. Ora quell’accordo è carta straccia con il diritto internazionale, anche grazie all’Italia, che nel 2008 riconobbe l’ultima indipendenza etnica dei Balcani dopo tutte quelle che avevamo riconosciuto aiutando i nazionalismi criminali, che hanno devastato la struttura federale jugoslava. Una indipendenza unilaterale che rappresenta un precedente pericoloso, come dimostrò in quello stesso anno il conflitto tra Georgia e Russia, accorsa in armi a difendere il “suo Kosovo” in Ossetia e Abkhazia. E la guerra in Ucraina con l’aggressione russa del febbraio 2022, che però dopo gli oscuri fatti di Majdan era iniziata nel 2014 come guerra civile, con la secessione del Donbass-Kosovo e la riannessione della Crimea, dopo referendum, alla Russia. Tante le ferite che si sono riaperte. E che si ripropongono a specchio una dell’altra. Perché in Kosovo nel 1999 la Nato fu protagonista, contro l’Onu, di una guerra d’aggressione con una operazione speciale di polizia internazionale che chiamò “guerra umanitaria”.

Quale segnale ha inviato questa scellerata decisione – con tutte le altre guerre in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria – alla Russia di Putin se non quello di riaccreditarsi a sua volta, in chiave guerrafondaia, ipernazionalista e di potenza militare, con una nuova guerra d’aggressione e di crimini contro i civili, anche per lui sinonimo di impunità e che dura ormai da un anno e tre mesi? E a che cosa è servita se dopo 24 anni sotto la maschera della pax atlantica, la crisi riesplode. Ora tutti commentano che «la Russia soffia sul fuoco». Certo Putin fa il suo sporco gioco e soffia sul fuoco… ma il fuoco in Kosovo chi lo ha acceso? Un fatto è certo. Quella del 1999 è stata la prima guerra post-moderna in Europa, nel suo sud-est, sospesa tra l’uso della forza che riproduce la forza e l’immaginario del potere occidentale, dopo l’89 e l’implosione dell’Urss, gestita dalla sinistra atlantica di governo alla ricerca insieme del nuovo nemico e della sua “costituente” legittimazione attraverso un conflitto armato.

L’articolo è tratto da il manifesto del 1 giugno