Il carcere scoppia? C’è una risposta possibile e razionale: il numero chiuso

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Il 31 dicembre 2023 le persone detenute presenti nelle carceri italiane hanno toccato quota 60.166. La capienza regolamentare degli istituti di pena prevede un massimo di 51.179 ospiti, ma quella effettiva si aggira attorno ai 48.000 posti. Le carceri italiane, dunque, tornano a esplodere.

Il sovraffollamento è un buco nero che ingoia tutto, a partire dalle vite dei detenuti: 84 suicidi nel 2022, 68 nel 2023. Nel carcere straripante di presenze, ogni prospettiva di umanità della pena e di rispetto dei diritti soggettivi delle persone ristrette rischia di essere uccisa in culla, per non parlare delle concrete possibilità di reinserimento sociale delle condannate e dei condannati. Sotto quest’ultimo profilo, le cifre sono spietate: nel carcere italiano, in media, è presente un educatore ogni 75 detenuti, con il picco negativo (ma non isolato) raggiunto dalla Casa Circondariale romana di Regina Coeli, dove nel 2022 gli educatori effettivi erano 3 a fronte di 1002 detenuti; a lavorare è solo il 29% della popolazione ristretta, mentre poco più del 6% è coinvolto in progetti di formazione professionale. Anche gli sforzi più apprezzabili (ve ne sono di quasi eroici) di gestire al meglio gli spazi a disposizione e le risorse esistenti sono frustrati dalla durezza della situazione.

Il carcere sovraffollato è un luogo violento, nel quali i soggetti più vulnerabili sono in costante pericolo. Crescono gli episodi di insofferenza, di autolesionismo, di auto ed etero aggressività dei detenuti ed aumenta, in parallelo, il rischio di risposte altrettanto violente da parte dell’istituzione. Il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (d’ora in poi: CPT), Alan Mitchell, ha rimarcato che «il sovraffollamento carcerario mina ogni tentativo di dare un significato pratico al divieto di tortura e di altre forme di maltrattamenti». Far entrare nel carcere sovraffollato la persona condannata significa inserirla in un incubatore di odio; lasciarla in quel contesto per tutto il tempo della pena, secondo un malinteso e purtroppo egemone concetto di “certezza della pena”, vuol dire restituire alla società un recidivo quasi certo. È utile, per descrivere la realtà penitenziaria sovraffollata, conservare quel «chiodo fisso di chiamare le cose per quelle che sono» di cui ci parla il protagonista di Sunset Limited, il coraggioso romanzo di Cormac McCarthy: la prigione torna a essere una galera; le camere detentive, celle; i detenuti, camosci ingabbiati.

Se questo è lo stato delle cose, occorre chiedersi cosa fare per cambiarlo. Cambiarlo oggi, nell’immediato, se vogliamo offrire risposte non simboliche e propagandistiche alla esigenze di sicurezza e senso all’unica e ragionevole funzione della pena detentiva: reinserire in società persone responsabili.

Nella politica governativa, così come nell’opinione pubblica diffusa e in quella specializzata (anche progressista o soi-disant progressista), suscita consensi la soluzione più semplice: costruire nuove carceri. In quest’ottica, il 6 novembre 2023, il Comitato interministeriale sull’edilizia carceraria ha disposto la ripartizione di 166 milioni di euro per ristrutturare, ampliare e, soprattutto, costruire nuove carceri. Per più di un motivo, si tratta di una soluzione ingannevole. Primo: calcoli e statistiche alla mano, i nuovi istituti saranno pronti soltanto tra dieci anni e potranno assorbire una quota estremamente ridotta del sovraffollamento (il nuovo carcere di San Vito al Tagliamento – progetto da 40 milioni di euro sui complessivi 166 da ripartire – prevede una capienza di 300 posti). Secondo: in assenza di personale educativo e di risorse organizzative e materiali, le nuove carceri amplieranno il profilo meramente custodiale della detenzione, riducendo o elidendo ulteriormente il profilo del trattamento finalizzato al reinserimento e, dunque, moltiplicando i problemi del carcere. Terzo: in un mondo in cui la pena assolve anche una funzione di controllo e incapacitazione dei marginali – non codificata ma reale –, accrescere il numero dei posti a disposizione significa accrescere anche il numero di coloro che andranno a occuparli. Se aumentano le prigioni, prima o poi verranno riempite. Non a caso, il Manuale sulle strategie per ridurre il sovraffollamento penitenziario, adottato nel 2013 dall’Ufficio delle Nazioni Unite sulla droga e il crimine, è lapidario sul punto: «Oggi è ampiamente accettato che l’aumento della capacità carceraria non costituisce, di per sé, una strategia sostenibile per combattere il sovraffollamento carcerario»; a lungo termine, «l’incremento dell’edilizia penitenziaria può persino portare a un aumento dei tassi di detenzione», mentre a breve «il sollievo offerto dalle nuove costruzioni può ritardare la discussione sulle cause del sovraffollamento».

L’unica risposta adeguata sarebbe quella in grado di agire, a monte, sulle cause del sovraffollamento, per lo più note: l’investimento politico nel diritto e nella giustizia penali quali strumenti di consenso; l’illusoria metamorfosi del carcere in surrogato dello stato sociale; i conseguenti rigorismi punitivi (pene più lunghe, minor accesso alle misure alternative). Si tratta di una prospettiva non realistica e nell’attuale contesto politico e culturale, persino le sacrosante strategie miranti ad aumentare il catalogo delle pene e delle misure alternative al carcere risulta fallimentare. La recente riforma Cartabia (decreto legisltivo n. 150/2022) fornisce un esempio chiarificatore. Dal 30 dicembre 2022 i giudici che condannano possono sostituire le pene detentive brevi – fino a quattro anni di reclusione – con le pene sostitutive dei lavori di pubblica utilità, della detenzione domiciliare e della semilibertà (oltre che, fino a un anno di reclusione, con la sola pena pecuniaria). Nel lasso di tempo tra il 30 dicembre 2022 e la metà di novembre 2023 sono state applicate circa 1.500 pene sostitutive. I numeri delle presenze in carcere, tuttavia, sono aumentati ugualmente: al 31 dicembre 2022 erano 56.196, oggi, come detto, sono 60.166. Un balzo in avanti di quasi quattromila unità, che esprime una sola cosa: a quadri culturali immutati, incrementare le offerte di alternative al carcere produce l’effetto di ampliare il controllo sociale penale senza sfoltire la popolazione carceraria.

Nel dibattito più approfondito sulla questione penitenziaria, per fortuna, torna ad affacciarsi con una certa continuità una soluzione ulteriore al problema del sovraffollamento: il numero chiuso nelle carceri. A dirla così sembra un’idea bizzarra, pura eresia: è concepibile che lo Stato metta un tetto massimo al numero di detenuti che può ospitare nelle patrie galere? Non si garantirebbe, in tal modo, una sorta di impunità a chi, legittimamente condannato, dovesse risultare eccedente rispetto al limite? Ad analizzare meglio i termini del problema, ci si accorge che l’idea è tutt’altro che bislacca. Ci si trova di fronte, invece, a un’importante rivoluzione copernicana; necessaria, se si vuole riportare il carcere al livello delle promesse costituzionali. Per spiegarla non esistono parole migliori di quelle Massimo Zanchin, detenuto: «Invece di pensare di costruire nuove carceri, chissà dove, chissà quando, abbiamo qui e ora la possibilità di ricostruire nuove vite».

Il carcere, come è stato osservato, è rimasta l’unica istituzione pubblica di welfare a non poter contingentare gli accessi. Si dà ormai per scontato, infatti, che istituzioni fondamentali della Repubblica – università e ospedali in prima battuta – prevedano il numero chiuso. La Corte costituzionale (sentenza n. 383/1998), nel dare il via libera al numero chiuso universitario e nel riflettere sul rapporto tra organizzazione dell’insegnamento e diritto ad accedervi, pose l’accento sui seguenti profili: «Organizzazione e diritti sono aspetti speculari della stessa materia, l’una e gli altri implicandosi e condizionandosi reciprocamente. Non c’è organizzazione che, direttamente o almeno indirettamente, non sia finalizzata a diritti, così come non c’è diritto a prestazione che non condizioni l’organizzazione». Per promuovere al meglio i diritti costituzionali della persona alla formazione culturale e alla scelta libera e consapevole delle professioni, dunque, la Consulta sancì la legittimità di una limitazione degli accessi all’organizzazione universitaria, purché basata su scelte di legge chiare e condivise. Di lì a poco, la legge n. 264 del 1999 tradusse in disposizioni normative questi principi, istituendo le prime facoltà a numero chiuso. Si può criticare o assecondare questa impostazione, ma non suscita scandalo. Vale lo stesso, come anticipato, per gli ospedali: esistono classi di priorità e liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali e per i ricoveri. La tutela adeguata della salute come diritto fondamentale di tutti gli individui e come interesse della collettività (art. 32 Costituzione) ha imposto di censire le risorse e, conseguentemente, limitare e scaglionare gli accessi in base all’urgenza e alla tendenza all’aggravamento delle patologie.

Gli stessi principi dovrebbero essere utilizzati per tutelare la dignità delle persone ristrette e promuovere il finalismo rieducativo delle pena. Lo raccomanda il CPT nel suo rapporto sulle attività svolte nel 2021, caldeggiando l’adozione da parte degli Stati membri di un numero massimo di detenuti da accogliere in ogni istituto penitenziario. Nessuno scandalo, nessuna fantascienza. Semmai, un meccanismo pratico ed efficace per garantire il rispetto degli standard relativi allo spazio abitativo minimo offerto a ciascuno detenuto – per il CPT, 6 metri quadri in celle singole e quattro in celle condivise, esclusi gli annessi sanitari – e tutelare l’efficacia dei percorsi risocializzanti. Analizziamone da vicino il funzionamento: la legge dovrebbe stabilire un limite di capienza invalicabile per ogni istituto, calcolato non soltanto sugli spazi detentivi, ma anche sulla reale offerta educativa e di assistenza socio-sanitaria, sui numeri del personale e su altri fattori determinanti; entro tale limite massimo, poi, dovrebbe essere stabilito chi debba entrare in carcere con priorità – i responsabili dei reati più gravi e di reale offensività sociale – e chi, invece, in attesa che i numeri scendano sotto il limite, possa iniziare a scontare la pena in altre modalità (ad esempio, detenzione domiciliare). Anche la Corte costituzionale, sia pure nell’ambito di una pronuncia di inammissibilità che rimetteva la palla in mano al legislatore, aveva riconosciuto la necessità di «un rimedio estremo, il quale, quando non sia altrimenti possibile mediante le ordinarie misure dell’ordinamento penitenziario, permetta una fuoriuscita del detenuto dal circuito carcerario, eventualmente correlata all’applicazione nei suoi confronti di misure sanzionatorie e di controllo non carcerarie (sentenza n. 279 del 2013).

Gli effetti vantaggiosi del numero chiuso, debitamente calibrato, sono numerosi e prevalgono sulle criticità. In primo luogo, il principio di extrema ratio del carcere assumerebbe una sua misura chiara e univoca, tale da indurre cautela nell’applicazione delle misure cautelari e nel dosaggio della pena. I detenuti che devono fare ingresso in carcere con priorità, poi, si troverebbero a fruire appieno di tutte le risorse messe a disposizione dall’amministrazione penitenziaria, con la concreta speranza di potersi davvero preparare a un reingresso in società senza recidive e ad abbandonare in maniera definitiva tutto il circuito della giustizia penale. Inoltre, lo Stato sarebbe costretto a investire su tutte quelle misure di controllo penale non penitenziario che, nel breve periodo, dovrebbero escludere l’impunità di coloro che sono in lista di attesa e, alla lunga, potrebbero diventare il motore di una penalità non più incentrata sul moloch della prigione. Insomma, come ha scritto Stefano Anastasia, riprendendo le parole di un celebre direttore di San Vittore, conviene ed è «importante fare in modo che le carceri possano dire di no».


L’ispettore Callaghan a Caivano

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L’annunciato decreto-legge Caivano è un manuale. La rapida storia della sua approvazione, il clima e il contesto politico in cui è maturato costituiscono una didattica esemplare di quella politica legge e ordine contro la quale Loïc Wacquant puntava il dito: le pene e il carcere non servono a combattere il crimine, ma, prendendo il posto delle politiche inclusive di stato sociale, mirano a disciplinare i reietti della società postindustriale, i poveri schiacciati dalla spietatezza di un’economia liberista abbinata alla cultura del merito.

In questo senso, le vicende legislative di questi ultimi giorni fanno davvero lezione. Tra fine luglio e inizio agosto 2023 il Governo annuncia una proposta di modifica del piano nazionale di ripresa e resilienza che prevede il definanziamento degli interventi relativi ai progetti di rigenerazione urbana e ai piani urbani integrati, entrambi finalizzati a ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale e alla riqualificazione delle periferie. In tutto, vengono meno 6,5 miliardi di euro prima destinati a quegli scopi. A subire il taglio, secondo stime Anci, sono soprattutto le grandi metropoli, in particolare Napoli e la sua cintura. Al disinvestimento sociale è seguito a ruota (meno di un mese) il dispiegamento dell’armamentario della repressione e del controllo sociale: carcere, polizia, misure di prevenzione. Questa volta, l’ennesimo pacchetto sicurezza è particolarmente arcigno perché a essere toccati sono i minori.

Da quello che si può leggere al momento – sostanzialmente, il testo del comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 49 – il decreto-legge squaderna un ampio ventaglio di misure in tema di controllo sociale e sanzioni penali, di cui basta ricordare le più rilevanti: applicabilità del Daspo urbano (divieto di accesso a determinate aree della città) ai maggiori di 14 anni; ampliamento della durata delle misure di prevenzione (ivi compreso il divieto di rientro dai comuni dai quali si è stati allontanati) e aumento delle sanzioni penali per il caso di violazione di tali misure; innalzamento delle pene sancite per i reati di porto d’armi o oggetti atti ad offendere e di spaccio di stupefacenti nei casi di lieve entità, con conseguente estensione dei casi di arresto in flagranza (non poteva mancare un capitolo di tradizionale guerra alla droga!); introduzione di una nuova tipologia di ammonimento del Questore per minori di età compresa tra 12 e 14 anni; incremento del potere di disporre misure cautelari, anche in carcere, nei confronti di minori con più di 14 anni; previsione di un autonomo delitto – punito fino a due anni di reclusione – incriminante la condotta di quei genitori che non fanno impartire ai figli l’istruzione dell’obbligo. Insomma, c’è quanto basta per ritenere che possa essere innescata, questa volta anche nei confronti dei minori, l’ennesima spirale repressiva e carcerogena.

Lo spettacolo terribile degli ultimi episodi di violenza giovanile – Caivano, Palermo, Napoli – potrebbe fare incorrere nella tentazione di condannare come retorico l’appello a investire in scuola, presidi territoriali educativi, sanitari, servizi sociali, cultura della prevenzione: meglio l’ispettore Callaghan della passione delle belle coscienze per la prevenzione. Basta mettere il naso fuori dal nostro Paese, tuttavia, per accorgersi che è proprio la politica di repressione penale dei minori a essere, allo stesso tempo, crudele e fallimentare. Gli Stati Uniti – inutile dirlo – evidenziano uno dei più alti tassi di detenzione minorile al mondo. Nonostante anche in quel Paese, almeno dal 2005, sia iniziata una seria riflessione sulla peculiarità della giustizia minorile (accompagnata da qualche timida riforma), in molti Stati non c’è un’età minima per subire un arresto e in gran parte del territorio americano possono scattare le manette – nel vero senso della parola, non si tratta di espressione figurata – nei confronti di chi ha almeno 10 anni. Tra il 2013 e il 2018 sono stati arrestati oltre 30.000 bambini sotto i 10 anni e oltre 250.000 tra i 10 e i 12 anni. Difficile da calcolare il numero degli arresti dei minori sopra i 14 anni, molti dei quali destinati a essere processati con le regole degli adulti e a essere imprigionati in carceri per adulti. Una durezza necessaria per eliminare il crimine, risolvere il problema della violenza giovanile e della vivibilità dei centri urbani? Neppure per sogno: negli USA, il tasso di omicidi tra persone in età compresa dai 15 ai 19 anni è aumentato del 91% tra il 2014 e il 2021. Ogni anno 30.000 persone rimangono uccise da armi da fuoco e un terzo della cifra complessiva è rappresentato da giovanissimi, ragazzi con meno di 20 anni, spesso uccisi per mano di altri ragazzi come loro (i dati statistici variano poco se si consultano le rilevazioni del Council on Criminal Justice o le statistiche dell’Uniform Crime Report FBI). Inutile sottolineare, poi, il dramma visibile delle sparatorie all’interno delle scuole, dei campus, delle università.

Ecco, dobbiamo sapere a cosa andiamo incontro a metterci sulla strada del pugno duro nei confronti dei minori, a invocare l’abbassamento dell’età per l’imputabilità (ora fissata a 14 anni), a buttare al macero le risoluzioni ONU sulla giustizia minorile (le c.d. Regole di Pechino) e sulla prevenzione della delinquenza minorile (c.d. Regole di Riyadh) e a dimenticare anni di pratica di giustizia minorile imperniata sul carattere transitorio della devianza giovanile, sulla necessità di evitare la desocializzazione del carcere, sull’impegno militante per il reinserimento. Con questo decreto, tuttavia, il piano inclinato è stato imboccato.

Rimaniamo per un momento sul terreno delle “lezioni americane”. Negli Usa esiste un reato odioso, che colpisce soltanto i minori e che incrimina l’assenteismo scolastico. La reiterazione delle assenze da scuola, superata una certa soglia, viene contrastata con il carcere. A Los Angeles, nel 2008, oltre 12.000 minorenni sono stati arrestati per aver evaso la scuola (B. Ehrenreich, Is It Now a Crime To Be Poor?, NYT, 9 agosto 2009). Anche in questo caso, nessun risultato apprezzabile, se non in termini di moltiplicazione del disagio e di incremento del ciclo espulsivo (soprattutto delle minoranze). Alle nostre latitudini non siamo arrivati a tanto, ma è inquietante la scelta di incriminare con pene fino a due anni di reclusione i genitori che non mandando i figli a scuola (nel linguaggio tecnico della legge, omettono, senza giusto motivo, di impartirgli o fargli impartire l’istruzione obbligatoria). L’inutilità di tale rigore è palese. Ci si potrebbe soffermare su come anni di abbandono e definanziamento dell’istruzione – negli anni Settanta un quinto del PIL era destinato a scuola, cultura, ricerca; ora siamo a meno di un decimo – abbiano inciso sulla stessa possibilità di “fare scuola”. Si potrebbe mettere in risalto come il tratto di penna del legislatore abbia cancellato anni di riflessione sulla dispersione scolastica e sulle sue cause, sulla relazione educativa, sulla discriminazione nei contesti educativi (dai Disability studies sino all’Index per l’inclusione).

La cosa che colpisce profondamente, però, è che si possa davvero credere che la minaccia del carcere per i genitori possa indurre i figli a non abbandonare la scuola. Chi ha esperienza di scuola in quelli che David Forgacs, in un bel libro, chiamava i “margini d’Italia”, chi conosce il carcere degli adulti e dei minori sa bene che in territori nei quali anche mangiare e curarsi è diventato troppo costoso, la scuola è un miraggio e l’illegalità – con tutto ciò che ne viene, carcere compreso – è l’unico romanzo di formazione concesso, l’unica strada in grado di dare risposte, immediate e sbagliate, ai problemi e ai desideri della vita. Circa un terzo della popolazione delle carceri italiane proviene da Sud e Isole e, in questo segmento, meno di un terzo è dentro per reati di criminalità organizzata. La gente delle periferie geografica ed economica dell’Italia e dell’Europa, dunque, conosce il carcere, è abituata a confrontarsi con tonnellate di anni di carcere che non hanno mai cambiato la realtà loro e delle città in cui vivono. Due anni di reclusione in più per non aver mandato i figli a scuola potrà aumentare la quantità di carcere, ma non la quantità di studenti.

Un’obiezione a questa analisi inesorabile del decreto legge potrebbe essere quella di non fare i conti con il pilastro dedicato ai soldi messi in bilancio per dare risorse alle scuole e agli asili del Sud e delle Isole, alle risorse per fornire di personale amministrativo, tecnico e docente istituti scolastici che oggi sono ridotti a pura immanenza urbanistica ed edilizia. Questo innesto normativo, senza dubbio più apprezzabile, ha due limiti: da un lato, si tratta di intervento non tarato su modelli organizzativi, pedagogici e didattici adeguati ai casi specifici: «non esiste un modello di scuola astratto, ma esiste solo una scuola politica, in cui la relazione educativa si pianta nel tempo in cui vive», ha scritto giustamente Christian Raimo; dall’altro, si tratta di un progetto che, richiedendo un’attuazione basata sulla lunga durata, stride con gli interventi immediati basati esclusivamente su pene e distintivi: a creare un mondo migliore, per ora, sono impropriamente chiamati giudici e questori. A condizione, naturalmente, che non si lascino prendere dalla tenerezza…

Sta qui il difetto di questo ulteriore salto di qualità nelle scelte sicuritarie che, sino ad oggi, hanno accomunato destra e sinistra (il Daspo urbano, ora piegato alla devianza minorile, è stato messo punto dal decreto Minniti del 2017). Sta nell’incapacità di rispondere – con la cultura, la ricerca, la politica – a una domanda che gli studenti americani di Fresno, nel 2003, hanno rivolto a Ruth Wilson Gilmore, docente di geografia ed esponente dell’abolizionismo (R. Kushner, Abolire il carcere, NYT, 18 agosto 2023, reperibile su internazionale.it). Una domanda che, nella sua semplicità, è drammatica ed essenziale: «Perché abbiamo l’impressione di vivere in un posto dove la vita non è preziosa?». Da qui dovrebbe partire l’immaginazione del futuro, disperatamente necessaria per ristrutturare il presente.

In homepage particolare di un’installazione di Botto&Bruno


La vicenda giudiziaria del sottosegretario Delmastro e uno scandalo che non c’è

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L’ultimo capitolo della storia del rapporto tra politica (o meglio: Governo) e magistratura prorompe da un caso specifico. Se volessimo attestarci sul lessico enfatico dei media, potremmo chiamarlo “affaire Delmastro”: un giudice di Roma ordina al pubblico ministero di quella città di formulare l’imputazione coatta nei confronti (nientemeno!) del Sottosegretario alla Giustizia. A ben vedere, tuttavia, non c’è alcun caso. Per chiarirlo, vale la pena di provare a scomporre i fatti, metterli in fila, tentare l’anatomia di uno scandalo che, all’esito dell’analisi, si potrà riscontrare non essere tale. Chinare la testa sul caso concreto costituisce l’unico criterio proficuo per affrontare il dibattito suscitato dalle decisioni giudiziarie. La critica ai provvedimenti dei magistrati, che provenga dalla politica, dall’opinione pubblica o dall’interno della magistratura, non soltanto è legittima – il potere giudiziario non è sottratto al controllo democratico –, ma è addirittura il lievito dell’indipendenza della magistratura, un incentivo all’esercizio trasparente della funzione giudiziaria, un momento prezioso nella continua tessitura dei legami di fiducia tra giudici e società. Tutto questo a condizione che si affronti il merito delle questioni, senza strumentalizzare le vicende in uno scontro tra fazioni opposte, entrambe pericolose per la democrazia: da un lato chi è insofferente all’indipendenza della magistratura e al controllo di legalità, dall’altro chi attribuisce ai magistrati una missione salvifica da compiere anche a costo di sacrificare le garanzie. Proviamo, dunque, a cimentarci con la concretezza del fatto.

1.
Il 31 gennaio 2023, nel corso di dichiarazioni alla Camera, il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli, diffonde il contenuto di una relazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sulle conversazioni tenute in carcere dall’anarchico Alfredo Cospito, sottoposto al regime di cui all’art. 41-bis, con altri detenuti sottoposti a quel regime. Sostiene di aver ricevuto le informazioni direttamente dal sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. La Procura di Roma, a seguito di un esposto di alcuni parlamentari, ipotizza la possibile commissione del reato di rivelazione di segreto d’ufficio e apre un’indagine a carico del Sottosegretario. La conclusione è una richiesta di archiviazione. Da una nota della Procura di Roma, in data 22 maggio 2023, capiamo che «la richiesta di archiviazione riconosce l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo» e, tuttavia, esclude ogni dolo. In quella stessa occasione apprendiamo che il Gip del Tribunale di Roma ha fissato udienza per decidere se accogliere o meno la richiesta. La fine è nota. Va raccontata con le parole dell’Ansa, 6 luglio 2023, ore 18.42: «Imputazione coatta per il sottosegretario alla Giustizia Andrea Dalmastro […]. È quanto ha deciso il Gip di Roma che non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, che ora dovrà formulare una richiesta di rinvio a giudizio». Apriti cielo.
A fronte di equilibrate dichiarazioni dello stesso Delmastro, Palazzo Chigi lascia filtrare una nota informale nella quale mette nero su bianco che «non è consueto che la parte pubblica chieda l’archiviazione» e il giudice «imponga che si avvii il giudizio». Nella nota la vicenda Delmastro viene accostata a quella della Ministra Santanché (che avrebbe appreso dai giornali di essere indagata proprio il giorno dell’informativa in Parlamento) e la conclusione è tranchant: «È lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee». Con altrettanta tempestività, fonti del Ministero della Giustizia aggiungono che «l’imputazione coatta è irragionevole», che il pubblico ministero «non può essere smentito da un giudice sulla base di elementi cui l’accusatore stesso non crede» e si affrettano a promettere l’inserimento della proposta di abolizione delle norme che consentono tale scempio nel c.d. “pacchetto Nordio”. Immediata la reazione dell’Anm: «Il Governo rispetti le prerogative dei magistrati».

2.
Una riflessione più pacata consente di verificare come la decisione del Giudice per le indagini preliminari di Roma di addivenire alla c.d. “imputazione coatta” (vedremo tra poco di cosa si tratta) è stata adottata nell’ambito di un fondamentale meccanismo di protezione del principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale: si chiama “controllo del giudice sull’inazione del pubblico ministero”. Per capire meglio – afferrare che non si tratta di fumisterie ideologiche – occorre chiarire alcune premesse e uscire dalle tecnicalità del linguaggio giuridico.
Esercitare l’azione penale significa chiedere di svolgere un processo per accertare il dovere del giudice di punire colui che risulti aver commesso un reato, vale a dire un fatto per il quale le norme di legge comminano una pena. Nel nostro Paese, come in tutti quelli in cui vige il sistema accusatorio, a chiedere che si proceda a un giudizio penale non può essere lo stesso magistrato che andrà a giudicare – accadeva nei sistemi inquisitori, privi di garanzia in ordine all’assenza di pregiudizi del giudice onniscente: ricerca le prove, chiede il giudizio, condanna –, ma unicamente il diverso magistrato del pubblico ministero, monopolista dell’azione penale. Sulla base dell’art. 112 della Costituzione, inoltre, «il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale».
Mettiamo ordine nelle sequenze procedimentali: per definire un’azione umana in termini di reato è necessario che ci sia una legge del Parlamento che in conseguenza di quella azione preveda una pena; ogni qual volta il pubblico ministero, all’esito di indagini, ravvisi la probabile commissione di un reato ad opera di taluno, deve esercitare l’azione penale, dunque chiedere a un giudice che si apra un processo per verificare la tesi accusatoria; diversamente, se già il requirente si convince dell’inesistenza del reato nel caso concreto, chiederà l’archiviazione; soltanto all’esito della condanna definitiva (non basta il rinvio a giudizio, neppure una misura cautelare e, ancora, non è sufficiente una sentenza di primo grado o di appello oggetto di impugnazione) ci potrà essere un autore di reato: fino ad allora, sempre per Costituzione, si è presunti innocenti (art. 27 Costituzione).
Perché, in questo delicato sistema di garanzie, i costituenti hanno sancito che il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale? Perché non è stata prevista una semplice discrezionalità? L’evidenza logica della risposta non toglie nulla alla sua importanza in termini di garanzie: se i comportamenti di reato sono stabiliti da leggi valide per tutti, dinanzi alle quali tutti sono uguali, allora non è tollerabile che le procure possano scegliere di procedere nei confronti di alcuni e non di altri. Discrezionalità dell’azione penale – solo entro certi limiti sopportata dal nostro ordinamento, a causa dei grandi numeri e della conseguente impossibilità di gestire in tempo utile tutte le notizie di reato – significherebbe affidare al pubblico ministero la decisione sul se procedere, offrendogli la possibilità di farlo soltanto nei confronti del “brigante” e non del “galantuomo”, del migrante e non del cittadino, del socialmente marginale e non del titolare di pubblici poteri, del povero e non del ricco (si potrebbe aggiungere un “e viceversa”, se non fosse che i Robin Hood sono statisticamente minoritari!). L’obbligatorietà dell’azione penale, dunque, traduce a livello processuale il principio sostanziale di uguaglianza di tutte le persone davanti alla legge.
Non è sufficiente, tuttavia, sancire un principio per farlo esistere, neppure metterlo nero su bianco nella Costituzione. Come ha scritto Franco Cordero, “non basta dirlo: se tutto finisse lì, sarebbe puro eufemismo”. Per questo motivo, il nostro sistema processuale si è posto un ulteriore problema. Cosa succede se il pubblico ministero, convinto che una persona abbia commesso un reato, decidesse di non agire, violando l’obbligo? Ecco scattare i meccanismi protettivi di cui sopra, vale a dire il controllo di un giudice terzo sulla decisione del requirente di non procedere. Quando il pubblico ministero scelga di non domandare l’apertura di un processo per verificare l’imputazione – l’enunciato che attribuisce a una specifica persona un determinato fatto di reato –, deve chiedere al giudice di essere esonerato dall’obbligo, formulando la c.d. richiesta di archiviazione. Su questa domanda il giudice può decidere conformemente, disponendo l’archiviazione, oppure dissentire. In tale evenienza avrà a disposizione due alternative: ordinare al pubblico di indagare ancora e di riconsiderare la decisione all’esito del supplemento investigativo o, qualora ritenga che gli elementi di prova siano sufficienti per chiedere un giudizio, disporre che il pubblico ministero proceda a formulare l’imputazione. È la c.d. imputazione coatta di cui si è discusso in questi giorni. Il Gip di Roma non ha condiviso la scelta del pubblico ministero di archiviare l’ipotesi di rivelazione di segreto d’ufficio a carico del sottosegretario Delmastro e ha ordinato di chiedere il giudizio.

3.
La vicenda Delmastro, debitamente inquadrata nelle norme che la disciplinano, può essere affrontata con maggior chiarezza. In primo luogo, la decisione adottata dal giudice, come visto, rientra nelle opportune possibilità di sindacato che il giudice terzo esercita sull’inazione del pubblico ministero, al fine di garantire che la legge sia davvero uguale per tutti: poveri o ricchi, deboli o potenti, sprovvisti di ogni titolo o muniti di cariche pubbliche. Non meno importante è porre l’attenzione sul soggetto cui la legge attribuisce il sindacato: il giudice. Non è sempre stato così: nel codice del Regno d’Italia erano i pubblici ministeri – allora procuratori del Re – a sbarazzarsi delle decisioni di non procedere, gettandole in archivio senza chiedere permessi al giudice. Sarà di nuovo così, dopo una breve parentesi, con il codice Rocco del 1930: i procuratori tornano a essere i padroni della scelta di non agire. Il codice di rito entrato in vigore nel 1989, quello della riforma in senso accusatorio del processo, viceversa, incarica il giudice terzo della decisione di controllo. È un bene: niente accade al buio (ancora Franco Cordero) e, allo stesso tempo, si chiude la strada all’opzione alternativa, ossia che a esercitare il medesimo controllo siano gli organi di vertice delle Procure Generali. Prospettiva rischiosa, quest’ultima: la decisione rimarrebbe nei corridoi degli uffici requirenti, i quali, vedendo aumentata la struttura piramidale, pagherebbero dazio sul versante dell’indipendenza interna. Un’ulteriore conclusione importante vale anche come avviso ai naviganti giustizialisti (diffusi a destra e a sinistra, egemoni sui media e puntualmente dimentichi del principio di non colpevolezza): ordinare di formulare l’imputazione coatta non significa aprire il processo, ma, come detto, disporre che il pubblico ministero chieda un rinvio a giudizio. Si dovrà fare un’udienza preliminare, che potrà anche concludersi con sentenza di non luogo a procedere. Particolare non irrilevante: a sedere, in quell’udienza, non potrà esservi il giudice che ha deciso di imporre l’imputazione coatta.

Esaurita l’analisi, tornano le domande: ordinare l’imputazione coatta è un atto fuori dal sistema? O, viceversa, uno strumento per garantire che la legge valga per i cittadini upper class come per gli underdogs, senza alcuna perdita di garanzie processuali? È possibile fare di una decisione giudiziale l’appiglio per eliminare dall’ordinamento un sistema di difesa di questi principi? Non si chiede molto, ma almeno che si discuta di questo e non di presunte opposizioni politiche.


La giustizia, ascoltando De André

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Alla Stazione successiva (di Raffaele Caruso, sottotitolo La giustizia, ascoltando De André, Edizioni San Paolo, 2023) è un libro da leggere e ascoltare. A sfogliarlo (in parallelo, a sentire i brani del cantautore), si incontrano riflessioni sulle canzoni di Fabrizio De André e sulla dimensione giuridica dei suoi testi, imbastite con spezzoni di vita professionale e familiare dello scrittore, avvocato penalista. Tutto il libro chiama in gioco di continuo le emozioni e le esperienze del lettore, soprattutto di quello che condivide con l’autore due condizioni: la passione per le visioni del cantautore genovese e, in un modo o nell’altro, il lavoro con gli arnesi del diritto.

Nel mio caso, a queste condizioni se ne aggiunge un’altra. Ho svolto per tanto tempo il lavoro di giudice a Tempio Pausania. Il dato sarebbe del tutto irrilevante, se non fosse che Tempio Pausania è la cittadina della Sardegna dove Dori Ghezzi e Fabrizio De André avevano scelto di vivere, in quello stazzo dell’Agnata nel quale, il 29 agosto 1979, «il silenzio della casa venne rotto dai passi dei tre sequestratori». L’Agnata – l’angolo riparato, in dialetto gallurese – è ancora lì, popolata dai libri sottolineati e chiosati da Fabrizio, immune a ogni colonizzazione culturale nonostante la rifunzionalizzazione turistica. A poca distanza da quella località, sull’altro versante della statale che conduce al lago Coghinas, vi è ora un carcere di alta sicurezza. I due luoghi, quell’angolo di germinazione delle potenti immagini dedicate agli ultimi (e tra questi, i detenuti) e la prigione degli ergastolani senza (o quasi) diritto alla speranza, generano una sorta di contrappunto ideale e urbanistico. Sembra che inscrivano nel paesaggio il dissidio interiore di chi si trova di frequente a misurare lo scarto tra l’inesorabilità della legge e le potenzialità di cambiamento delle persone; di chi, impegnato nelle aule di giustizia, è costretto a verificare la distanza, a volte piccola a volte grande, tra i doveri che lo scettro del Re deve portare a compimento e il grido perenne di Antigone, che continua a rivendicare la non anticipabilità dell’essere umano. Questo contrasto percorre i ragionamenti del libro e i pensieri di chi si pone una domanda inevitabile: cosa racconta De André al giurista?

È una contraddizione lacerante quella che, spesso, si vive immersi nella giurisdizione, soprattutto penale e penitenziaria. Per descriverla, ancora oggi, non trovo parole più efficaci di quelle che Franco Basaglia riservava al lavoro nelle istituzioni della psichiatria: «Finché si resta all’interno del sistema, la nostra situazione non può che essere contraddittoria: l’istituzione è contemporaneamente negata e gestita, la malattia è messa tra parentesi e curata, l’atto terapeutico rifiutato e agito». Ecco, direi che tutto il libro di Raffaele Caruso si fa carico del bagaglio di angoscia e di domande che quella contraddizione porta alla luce quando al camice si sostituisce la toga. È possibile, si chiede l’autore alla fine del viaggio attraverso l’opera di De André, «giungere alla richiesta di una giustizia che abbracci il volto dei servi disobbedienti alle leggi del branco»? O ancora, con le parole della prefazione di mons. Antonio Staglianò: è umana una giustizia basata sulla «concezione della neutralità del punto di vista nell’interpretare la giustizia, senza affetti o sentimenti»? Sono questioni che, capitolo dopo capitolo, zampillano da un dialogo con i testi di Fabrizio De André.

Il libro ha un merito enorme: accettare come punto di partenza tutta la scomodità dell’opera di Faber, l’intera radicalità di un’intelligenza che non ha mai tradito signora libertà e signorina fantasia ed è arrivata alla conclusione che non ci sono poteri buoni, neppure quello dei giudici. Nessun tentativo di addomesticare l’irrequietezza anarchica a uso e consumo della buona coscienza dei contestatori di maniera, di confinarla in «quel pauperismo paternalistico e intriso di moralismo con cui per molto tempo tanti poveri si sono misurati – e a volte devono ancora misurarsi – di fronte a chi li sta aiutando: come ti senti amico fragile? Se vuoi posso occuparmi un’ora al mese di te». Troppe volte abbiamo visto agire questa retorica riduzionista che, nel denunciare a metà, legittima gli obiettivi polemici che intende combattere. Ancora una volta la penalità penitenziaria è uno specchio della situazione: è sufficiente aprire molti giornali liberal per vedere, accanto al lamento formale per un carcere più umano, l’incessante operare della rappresentazione mostrificata dei condannati, che giustifica il carcere duro, disumano.

Chiuso il libro – un percorso che dal Pescatore arriva sino a Smisurata Preghiera, ultima traccia di Anime Salve e ultima voce che abbiamo sentito di Fabrizio –, ci si ritrova nella certezza che De André sia stato l’intellettuale italiano più immediato nel comunicare il paradosso di una legalità troppe volte pretesa solo da coloro cui è stata resa impossibile o molto difficile nella vita. Una legalità a senso unico, schiacciata su un solo lato della medaglia. «Non desiderare la roba degli altri / Non desiderarne la sposa / Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi / Che hanno una donna e qualcosa», ripetono le strofe del Testamento di Tito, cogliendo in modo profetico la parabola delle democrazie contemporanee dallo stato sociale allo stato securitario, dalla prevenzione dei conflitti attraverso la soddisfazione dei bisogni alla repressione poliziesca e carceraria, dalla politica al diritto penale. La traiettoria del diritto all’abitare e dei movimenti per difenderlo, la lotta dei lavoratori della logistica, l’impegno dei soccorritori in mare raccontano questa storia: alla mancata tutela del diritto del più debole, alla mancata attivazione di una camera di compensazione sociale del conflitto, al tradimento di una promessa costituzionale fanno spesso seguito l’incriminazione e la repressione.

Per De André, tuttavia, la giustizia e le garanzie non si misurano soltanto sul povero cristo che ruba per fame, ma sull’assassino, sul reato grave. All’assassino che ebbe il coraggio di chiedere «dammi il pane, dammi il vino», il pescatore «versò il vino» e «spezzò il pane». È una dimensione contraria a quella della pena istituzionale, che tende ancora a sottrarre diritti al condannato. In questa scena, al contrario, il vecchio aggiunge, in una dimensione di incontro che «va oltre l’etichetta di assassino senza negarla» e che è capace di suscitare nel colpevole «una memoria che è già dolore / È già il rimpianto d’un aprile / Giocato all’ombra di un cortile». Mi pare un messaggio potente, evocativo di una funzione di risocializzazione che deve guardare nelle storie dei condannati e che deve lavorare anche con tutto ciò che, in quelle storie, è ricordo di ciò che reato non è stato. In una lettura più profonda, Raffaele Caruso nota la costruzione a chiasmo dei versi: l’assassino chiede il pane e il vino, il pescatore, invertendo il gesto liturgico, versa il vino e spezza il pane. Cosa raccontano questo chiasmo, quest’inversione? «De André nega la divinità di Gesù, per combattere gli alibi di chi, considerandolo Dio, lo ritiene modello inimitabile».

La giustizia del pescatore, dunque, non è giustizia impossibile agli uomini. E questo, Fabrizio De André lo ha dimostrato. Torniamo a Tempio Pausania, torniamo all’Agnata. Il 29 agosto 1979 Fabrizio e Dori furono prelevati dalla loro abitazione, condotti nei paraggi del Supramonte e costretti a una prigionia che durò oltre cento giorni, sino al 21 dicembre 1979. Il 20 marzo 1983, la sentenza di condanna per il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione pose fine a un processo in cui Fabrizio De André e Dori Ghezzi si erano costituiti parti civili soltanto nei confronti dei mandanti, ma non nei confronti degli esecutori: « Io ho avuto a che fare con i guardiani: due pastori, due strumenti. Ho perdonato loro perché, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene. Hanno fatto di tutto perché Dori e io soffrissimo il meno possibile». A novembre 1985, Dori e Fabrizio sottoscrissero la domanda di grazia nei confronti di uno dei vivandieri. Quando De André parla di reintegrazione, di riparazione, bisogna ascoltarlo, perché ha vissuto l’esperienza della vittimizzazione, non lo si può accusare di pensare a un solo corno della penalità. Ed è rimasto coerente con la sua poetica. O viceversa: la poetica è stata coerente con la sua vita.

Una versione più ampia del testo può leggersi in Questione giustizia (https://www.questionegiustizia.it/articolo/de-andre-giustizia)


I magistrati, il Consiglio superiore, la politica

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Nei film western, “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto”. Metafora minacciosa, ma è più o meno ciò che è accaduto al dibattito pubblico sulle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura, le prime generali dopo la “vicenda Palamara” e le conseguenti riforme dell’ordinamento giudiziario: quando le elezioni del Csm sono prossime alle elezioni politiche – quelle dei magistrati si sono svolte il 18 e il 19 settembre, appena una settimana prima di quelle per il rinnovo di Camera e Senato – l’attenzione sulle prime è destinata a evaporare.

A dire il vero, la coincidenza temporale che si è creata quest’anno è rara, quasi unica, dunque anche utile per qualche spunto di riflessione.

Si può partire da un curioso dato di ingegneria istituzionale. La riforma Cartabia, nell’intento di ridurre il peso delle correnti nel Consiglio, ha aumentato il numero dei consiglieri da eleggere: dalle recenti elezioni in avanti saranno venti magistrati e dieci laici, in luogo dei precedenti sedici e otto. Su di un piano diametralmente opposto si è collocata la scelta per Camera e Senato, dove la lotta alle oligarchie politiche è passata attraverso la discutibile riforma costituzionale sulla diminuzione del numero dei parlamentari. Certo, non si tratta di organi elettivi e di corpi elettorali comparabili (nonostante la ripetuta immagine giornalistica del Csm come “parlamentino” dei giudici); tuttavia, questo aggiungere su un versante e togliere dall’altro offre la misura di quanto, a volte anche in maniera schizofrenica, la politica continui a cedere alla vana illusione di risolvere “la questione democratica” con formule elettorali o alchimie istituzionali.

Una cosa, comunque, è certa: il Csm è parte essenziale della “questione democratica”, gravando su di esso il decisivo compito (spesso tradito, ma non per questo meno doveroso) di promuovere l’indipendenza esterna e interna della magistratura. La centralità del tema è ribadita dalla recente risoluzione con la quale il Parlamento europeo (324/2022) ha dichiarato che l’Ungheria non possa più essere «considerata pienamente una democrazia». Tra i motivi di questa decisione spicca il tentativo del governo ungherese di mettere le mani sulla magistratura attraverso la sottrazione di prerogative al Consiglio Nazionale della Magistratura (il Csm ungherese) in favore di un organo di derivazione politica come l’Ufficio Giudiziario Nazionale. Tenere i riflettori accesi sulle vicende che riguardano il Csm, anche se spesso poco avvincenti, è necessario.

Ecco, dunque, la fatidica domanda: cosa è accaduto nelle recenti elezioni?

In primo luogo è successo che, oltre a cambiare il numero dei consiglieri da eleggere, è cambiato il sistema elettorale (sempre la triste passione per le formule!), con l’introduzione di un sistema binominale maggioritario che vede i concorrenti in gara su collegi più piccoli (salvo quello per eleggere i due giudici di Cassazione) rispetto a quello unico nazionale. In sostanza, vincono il primo e il secondo eletto di ogni collegio territoriale, con un recupero proporzionale che opera per i giudici di merito e un piccolo correttivo per la categoria dei pubblici ministeri. Il risultato del meccanismo maggioritario binominale è stato scontato: una sovra rappresentanza, rispetto al numero di voti, degli attuali due gruppi più grandi della magistratura, Magistratura Indipendente e Area Democratica per la Giustizia – grosso modo corrispondenti la prima alla rappresentanza della magistratura conservatrice o moderata, la seconda a quella della magistratura progressista –, che hanno incassato tredici consiglieri su venti (rispettivamente sette e sei consiglieri). In termini di voti, va detto che il risultato di Magistratura Indipendente – che ha continuato a coltivare in campagna elettorale il mito dell’apoliticità (meglio: del tecnicismo avaloriale) della giurisdizione quale baluardo dell’indipendenza – è stato un vero successo: la normalizzazione burocratica costituisce ancora una prospettiva rassicurante per la corporazione. I grandi numeri dei due gruppi maggiori non sono stati una sorpresa. Del resto, entrambe le correnti, quando si è trattato di confrontarsi con la politica sulla riforma elettorale, non avevano certo espresso una radicale critica (al di là di formule di stile o del pensiero di qualche esponente individuale) a un meccanismo che, era evidente, avrebbe costretto la magistratura a un bipolarismo riproduttivo delle logiche della politica nazionale. L’opportunità di massimizzare il bottino, all’epoca, ha fatto premio su tutto, comportando la sottovalutazione di due rischi: lasciare il Csm in balia di logiche di “governo” che dovrebbero essergli estranee e ridurre o azzerare il tasso di pluralismo culturale all’interno dell’istituzione.

Per fortuna, verrebbe da dire, le idee e le pratiche politiche oppongono resistenza alla cogenza dei meccanismi elettorali e alla fine in Consiglio sederanno anche rappresentanti esterni ai due gruppi maggiori. La storia personale di chi scrive, in proposito, non può che salutare una novità di queste elezioni: il ritorno nella competizione elettorale di Magistratura democratica quale gruppo autonomo, non più inglobato in Area. Un nuovo inizio incoraggiante, premiato dall’elezione di una consigliera e di un candidato indipendente ma vicino e, soprattutto, da una percentuale non irrisoria di voti: circa il 13%. Lo “strano animale” (Pietro Ingrao docet) riprende il suo cammino, senza rinunciare alla sua stranezza e al suo anticonformismo. Semmai, rafforzandoli: una forte vocazione assembleare unita alla scelta di fare delle differenze interne una ricchezza; l’opzione anticorporativa vissuta nei fatti (unico gruppo a guardare con favore l’apertura all’avvocatura nelle valutazioni dei magistrati: arriverà il momento in cui si capirà che si tratta anche di un baluardo dell’indipendenza interna, oltre che di uno strumento per ricostruire la fiducia nella giustizia); la rivendicazione del carattere valoriale della giurisdizione (da abbinare alle armi del giudice democratico: indipendenza, professionalità, comprensibilità dei percorsi motivazionali dei provvedimenti) e la pratica della critica dei provvedimenti giudiziari quale momento di crescita dell’intera magistratura; l’apertura al confronto con tutte le componenti della magistratura, senza cedimenti aprioristici al mito evanescente dell’unità della magistratura progressista; l’attenzione costante alle garanzie, sostanziali e processuali.

Fuori del perimetro del bipolarismo, tuttavia, non c’è solo Md. Quattro consiglieri vengono eletti da Unità per la Costituzione (Unicost), il gruppo una volta di Luca Palamara. Attenzione, però: il magistrato più votato in assoluto nelle categorie di merito, un pubblico ministero di Catania militante di Unicost, è anche quello costituito parte civile a Perugia nei processi contro lo stesso Luca Palamara. Un segnale importante per tutta la magistratura: il rinnovamento non è una chimera. C’è posto, tra gli eletti, anche per un magistrato “indipendente”, ingaggiato nella competizione elettorale dal sorteggio previsto dalla legge Cartabia quale ennesimo bilanciamento al peso delle correnti. Ironia della sorte, a essere estratto è lo stesso magistrato che da anni si batte per il sorteggio quale meccanismo di scelta dei componenti del Csm e per una radicale rivisitazione del metodo di scelta dei direttivi, anche qui guardando con favore a criteri di rotazione automatica. Le sue posizioni si possono criticare, ma certo si tratta di analisi con le quali occorre fare i conti. Alle proposte a volte davvero qualunquistiche di altri candidati indipendenti, viceversa, il corpo elettorale dei magistrati pare aver voltato le spalle.

È il momento, ora, di tornare alla riflessione iniziale. Le simultanee elezioni politiche hanno favorito la vittoria di una destra che ha mostrato di voler mettere mano a riforme istituzionali e costituzionali di non poco momento. Con la dichiarata scelta del modello presidenzialista pare essere in gioco anche la forma di governo parlamentare della Repubblica. È una prospettiva “caporalista”, per dirla in termini gramsciani, che inciderà anche sul Csm e, a cascata, sull’ordinamento giudiziario, di per sé già oggetto di annunciate attenzioni. Quale sarà l’atteggiamento dei magistrati eletti al Csm? Ciascuna sponda della magistratura, progressista o moderata, si avvicinerà ai laici di riferimento o vi sarà, come ai tempi dei governi Berlusconi, un ricompattamento di tutte le componenti della magistratura? Ciascuna strada ha pregi e difetti. C’è da augurarsi, comunque, che le differenze culturali e politiche non si annacquino: è questo, in ultima analisi, il vero mantice del Consiglio.


Isole carcere. Un atlante di pensieri sulla detenzione

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1.

Abbondano le riflessioni sul carcere. Troppe volte sono limitate alla commiserazione del presente detentivo, atteggiamento intellettuale remunerativo a condizione che non si accompagni a una proposta engagé di trasformazione del sistema penitenziario così come lo conosciamo, del volto quotidiano della pena e della sua fisionomia normativa.

Si sottrae a questo destino Isole carcere. Geografia e storia, di Valerio Calzolaio (Edizioni Gruppo Abele, 2022), preziosa mappatura – concettuale prima che geografica – dei luoghi di detenzione in mezzo ai mari, nonché originale prospettiva di approccio alla tematica della punizione. Un progetto culturale inedito, che scava in un terreno fecondo e in qualche modo preparato alla coppia isola/carcere, alla metafora della prigione come isola.

Nell’immaginario collettivo conquistato dalla celluloide quasi ogni evasione è una Fuga da Alcatraz. Non c’è scrostatura di intonaco che non riporti alla mente il cucchiaio-scalpello utilizzato per bucare la prigione da Frank Morris e dai fratelli Anglin nella realtà (11 giugno 1962) e da Clint Eastwood nella finzione (un racconto di entrambe le avventure si trova nella parte seconda del libro: da Alcatraz si parte per un appassionante viaggio tra le isole carcere più significative). Allargando lo sguardo (tendendo l’orecchio), riflessi del binomio si ritrovano nella canzone d’autore italiana. La casa in riva al mare – sublime inno di Lucio Dalla all’amore e alla libertà che non si arrendono al fine pena mai – è quella a cui guarda un ergastolano dalla sua cella: dal carcere si «vedeva solo il mare» e, appunto, «una casa bianca in mezzo al blu», miraggio e sogno di una risocializzazione che si allontana man mano che «gli anni stan passando, tutti gli anni insieme» (inimitabile definizione del tempo senza verso del carcere). Curioso e simbolico che, nel 1971, la canzone esca su un 45 giri insieme a un altro brano dedicato alla più famosa delle isole, Itaca. Carcere e isola sono fenomeni correlati, lato a e lato b dello stesso disco, dritto e rovescio di una medaglia. Mostra di saperlo bene anche il legislatore, che quando vuole punire in maniera più rigorosa, costruire il carcere del carcere, differenziare i regimi, punta tutto sulle isole: «I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari». È l’incipit del comma 2-quater dell’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario.

A questo stretto intreccio tra le realtà e i concetti di isola e di carcere sono dedicati il libro e il progetto di Valerio Calzolaio: «Non si dovrebbe separare la questione delle carceri sulle isole da quella più generale delle carceri, nei suoi numerosi rilevanti profili: il precetto costituzionale, la legislazione penale, il concreto sistema giudiziario, l’amministrazione generale e la gestione dei singoli istituti penitenziari, qualità e quantità della popolazione carceraria, la concreta durata della detenzione e la concreta occupazione degli spazi, la vita materiale e affettiva dei detenuti e delle forze di polizia, la specificità familiare e geografica dell’adolescenza».

2.

Da dove nasce questa «persistente tentazione» dei sapiens di costruire carceri nelle isole e di fare delle stesse isole carceri a cielo aperto?

L’analisi storica e biogeografica che occupa i primi paragrafi del libro ci mette di fronte a un dato inquietante. La scimmia nuda ha in qualche misura copiato dalla biologia evoluzionistica: «il processo di riduzione delle dimensioni di grossi animali (quasi sempre mammiferi) avviene sia sulle isole vere e proprie che sulle isole di habitat (cime montane, foreste residue o inaccessibili, valli marginali, oasi nel deserto)… Noi, Homo sapiens, ci abbiamo aggiunto arte e scienza, sapienza e una maggiore intenzionalità sociale». E così abbiamo capito, da prima che il carcere venisse inventato come pena, che lo spostamento coattivo di singoli e gruppi nelle isole era il miglior modo per ridurre e depotenziare nemici, avversari politici, oppositori, folli, malati, in genere le persone che «il potere dominante nel gruppo considera minacciosi per sé e/o nocivi alla comunità stessa».

Adultere, anche: la figlia maggiore di Augusto, Giulia, subisce la condanna ad insulam, a dimostrazione che «come ogni ecosistema e ogni fenomeno umano, anche l’isolamento detentivo ha una vicenda sessuata», da indagare nei suoi intrecci «con la riproduzione e il patriarcato, con il matrimonio e la famiglia». È anche dalla relegazione per adulterio che inizia la storia dell’isola quale luogo di pena. Una storia che mai si incaricherà di fare troppe distinzioni tra condannati all’esito di un processo e ostracizzati da un regime politico, perché l’isola è funzionale in entrambi i casi. Ne è un esempio l’arcipelago delle Isole Pontine: nel raggio di poche miglia marine un vero e proprio carcere – l’ergastolo dell’isola di Santo Stefano, tra i primi e più puri esempi di architettura panottica rivolta al controllo della mente sulle menti – sta accanto a luoghi deputati all’esilio romano (a Pandataria, l’odierna Ventotene, saranno spedite Giulia, ma anche Agrippina e, da ultima, Flavia Domitilla, rea di conversione al verbo dei seguaci di Cristo) o al confino fascista (Altiero Spinelli a Ventotene, Giorgio Amendola a Ponza, per citarne alcuni).

Al di là delle tipologie del singolo reietto, o delle comunità di isolati, spostare forzatamente esseri umani sulle isole è azione che rende in termini di differenziazione sociale e di gerarchie di potere. Il nanismo dei viventi in quegli ecosistemi diventa nanismo politico degli oppositori e degli avversari ovvero minorità e degradazione dei condannati. Sotto quest’ultimo profilo l’isola lavora davvero «come acceleratore evoluzionistico» e «laboratorio cognitivo» di una sanzione criminale basata sul concetto di sottrazione: punire, nella sua manifestazione oggettiva ed effettiva, significa ancora amputare l’essere umano. Non più di parti del corpo, come accadeva nell’epoca dello splendore dei supplizi, ma di ogni relazione umana autonoma e, nel caso di edifici costruiti su isole, del territorio di riferimento. Il “doppio isolamento” è la migliore metafora di un carcere che, indipendentemente da dove sia costruita la prigione, non si arresta alla privazione della libertà e mira all’incapacitazione della persona.

In questa direzione di approfondimento il libro diventa una potente e originale occasione per ragionare sulla funzione della repressione penale, sul carcere della Costituzione e su quello della realtà, sul paradosso, caro a Radbruch, di (ri)educare i condannati a nuotare nel mare della società tirandoli fuori da quello stesso mare (a proposito di isole), sull’urgenza di un cambio di paradigma. Accanto al progetto di chiusura e trasformazione delle isole carcere – «facciamo parchi sulle isole […] fabbriche di natura o, meglio, fabbriche di vita, ricca produzione ed equilibrata riproduzione delle esistenze dinamiche e sostenibili di ogni fattore biotico» – è come se l’autore suggerisse l’ormai evidente necessità di sperimentare un metodo meno violento e crudele di risolvere i conflitti sociali e di rispondere al crimine. Anche perché «resta il fatto che il carcere non è tanto una risposta alla criminalità quanto piuttosto alla malattia psichiatrica, alla dipendenza da alcol o da droghe, alla povertà disperata»; e, inoltre, produce morte: «non si può omettere di ricordare che negli ultimi venti anni sono morti in carcere circa 3.300 detenuti (età media 45 anni), dei quali oltre 1.200 probabilmente suicidi (età media 41)».

Una versione più ampia dell’articolo può leggersi nel sito di Questione giustizia: https://www.questionegiustizia.it/articolo/isole-carcere-un-atlante-di-pensieri-sulla-detenzione


I referendum sulla giustizia: l’ennesima occasione mancata

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1.

Le urne si approssimano: il 12 giugno si vota per i referendum abrogativi in materia di giustizia. Si arriva all’appuntamento carichi di equivoci informativi, a partire dalle notizie su chi di fatto ha promosso l’iniziativa referendaria. Nonostante l’intensa campagna da parte di Lega e Radicali, i promotori dei referendum sono esclusivamente alcune Regioni nelle persone dei propri delegati dai rispettivi consigli. È un argomento che rende meno attraente lo strumento di democrazia diretta? Certamente no, anche se sarebbe interessante (benché forse impossibile, in assenza di certificazione) verificare l’entità delle firme raccolte e confrontarla con il numero di quelle che hanno sostenuto e promosso le iniziative referendarie su cannabis e fine vita. Non si tratterebbe di puro esercizio computazionale: permetterebbe di meglio valutare il dato dell’affluenza alle urne e, soprattutto, di afferrare la capacità di mobilitazione delle questioni giudiziarie e istituzionali oggetto della consultazione. È sufficiente leggere i testi dei quesiti, infatti, per rendersi conto del profilo ostico di tali questioni, che mal si prestano alla logica binaria tipica dei referendum, una logica, in questa occasione, persino canalizzata in una prospettiva manichea atta a mettere in ombra, anziché rischiarare, il reale momento di buio in cui si trova il sistema-giustizia.

Ben diverso sarebbe stato avere la possibilità di votare sulla legalizzazione della cannabis o sulla disciplina del fine vita, come differente è stato ritirare la scheda su divorzio e aborto: in fondo anche queste sono delicate questioni di diritto e diritti, ma chiamano in causa una giustizia della relazioni umane e uno sfondo filosofico, morale, politico e ideale che, al di là dei necessari aggiustamenti normativi, presuppone una scelta irriducibile, un sì o un no a una visione del mondo. Tutt’altro discorso per i quesiti della tornata elettorale del 12 giugno. Sia chiaro: è ben lontana da ma l’idea che ci si possa avvalere della “complessità” come ostacolo o schermo all’espressione del voto popolare. Il problema, in questo caso, non è tanto una presunta indecifrabilità degli argomenti – ogni complessità si risolve, se sciolta in un dibattito che abbandoni le pedanterie di chierici e iniziati –, ma la loro poliedricità, l’intrinseca natura che li porta a sfuggire a semplificazioni, la loro attitudine produrre nuovi interrogativi ogni volta che si pensa di avere in tasca la risposta; in poche parole, la loro inadattabilità alla inevitabile strettoia di un referendum. Il problema, inoltre, è aggravato dal carattere “onnivoro” di alcuni quesiti.

2.

Prendiamo ad esempio la domanda di abrogazione della cosiddetta legge Severino sulla incandidabilità di persone condannate per reati gravi o gravissimi. La legge, piuttosto articolata, contiene una norma odiosa, scolpita nell’art. 11, che prescrive la sospensione degli eletti nelle amministrazioni locali anche in caso di condanna non definitiva o di misura cautelare. È una disciplina in grave contrasto con il principio di non colpevolezza sancito dalla Costituzione, in base al quale nessuno può essere considerato colpevole fino a che la sentenza non diventi definitiva. Sarebbe giusto abrogarla e tutta la campagna per il ‘sì’ è incentrata sulla abolizione di questa norma. Il fatto è che il quesito referendario riguarda l’abrogazione non solo di quella disposizione, ma di tutta la legge Severino, per intero, comprese le norme relative alla incandidabilità (e impossibilità di assumere incarichi di governo) dei condannati in via definitiva per reati gravissimi. Occorre fare attenzione: personalmente contesto anche quest’aspetto della norma, almeno nella parte in cui non fa i conti con l’altrettanto essenziale principio costituzionale del finalismo rieducativo della pena. Ci si chiede, tuttavia, se problemi così dibattuti e tormentati possano essere risolti attraverso il rasoio del referendum e non debbano, al contrario, essere affrontati dalla politica e dal Parlamento attraverso una disciplina capace di porre “paletti”, tracciare una mediazione, disegnare principi idonei a mettere d’accordo chi non vorrebbe vedere candidarsi alle politiche un condannato definitivo per mafia o terrorismo a poca distanza temporale dai reati, ma accetterebbe di votarlo una volta scontata la pena e dimostrata una qualche forma di riabilitazione civile. Ecco, un elettore di questo tipo che libertà di scelta possiede di fronte a un quesito che gli pone l’alternativa secca del tutto o niente?

Lo stesso può dirsi in relazione al quesito sulla custodia cautelare. È innegabile che la giustizia penale sconti un eccesso di ricorso alla custodia cautelare in carcere, a volte adoperata per “far correre” i processi in tempi di bulimia repressiva (i limiti temporali della custodia costringono a scansioni processuali più rapide), troppo spesso indirizzata verso chi si trova ai margini del perimetro sociale, comunque prigioniera, in non rari casi, di un uso di scopo del diritto penale. Anche su questo tema, tuttavia, pare opportuno chiedersi se la proposta di abrogazione del «pericolo di commissione di reati della stessa specie», quale presupposto per l’emissione di qualsiasi misura cautelare (non solo la custodia in carcere, sia davvero la via maestra per contrastare l’eccesso di cui si è parlato. A venire sul tappeto non pare tanto un problema di tutela della sicurezza delle persone (che pure si pone), quanto una possibile eterogenesi dei fini, peraltro di frequente verificazione nella storia delle riforme penali. Il rischio, detto altrimenti, è che per sopperire alla lacuna si faccia ricorso a criteri che consentano di tenere dentro i recinti delle misure cautelari ipotesi che ne sarebbero fuori, magari ampliando l’estensione e la portata applicativa degli altri presupposti che giustificano l’applicazione di una misura sulla base del pericolo di reiterazione: “armi”, “mezzi di violenza contro la persona”, “ordine costituzionale”. Sì è al cospetto, dunque, di una risposta semplicistica e incompleta (dunque azzardata) a un problema che avrebbe bisogno di ben altro approfondimento. Anche sul quesito inerente alla custodia cautelare la (poca) informazione pubblica – oscillante tra motti che da un lato inneggiano a una “giustizia giusta contro gli abusi della custodia cautelare”, dall’altro profetizzano sciagure pubbliche per l’abrogazione della norma – si affretta a far trangugiare chilometri di slogan che, anziché far venire a galla il cuore del problema, lasciano sul terreno un «sempre più ampio divario tra ciò che si è capito e ciò che si pensa di aver capito […] il buco nero che divide i dati dalla conoscenza» (Richard S. Wurman, così citato da Gaia Benzi, L’epoca del linguaggio assoluto, in Jacobin Italia, n. 14/primavera 2022). È un buco nero di cui si avverte il pericolo proprio nel momento in cui, per altro verso, si deve riconoscere che ciascun quesito referendario tocca snodi nevralgici irrisolti della giustizia e del suo modo di organizzarsi. Se si è arrivati al referendum, tagliola in questa occasione poco praticabile, è soltanto per l’inerzia della politica e per un notevole tasso di incapacità della magistratura di riflettere su sé stessa, sul proprio operato, sulla crisi del “fare giustizia”.

3.

Non mancano argomenti analoghi anche in ordine agli altri quesiti, a partire da quello sulla radicale separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri. Troppo spesso il valore capitale dell’unitarietà della magistratura è stato difeso con la ripetizione a iosa del mantra della “comune cultura delle giurisdizione”, senza accorgersi che tale comune cultura sta evaporando per effetto, da un lato, di una separazione che di fatto è in corso da lungo tempo (rari sono i passaggi dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa) e, dall’altro, di una contrapposizione – fittizia e pericolosa, ma troppe volte alimentata nella prassi – tra la magistratura e l’ordine professionale degli avvocati. Non saprei trovare parole più efficaci di quelle di Massimo Donini: «Ci si culla ancora nell’ideale “pubblico, da copertina”, di una giustizia cieca e bendata dove pm e giudici avrebbero “la medesima cultura della giurisdizione” e dunque devono “stare dalla stessa parte” che è quella della suddetta giustizia apolitica, laddove gli avvocati sono loro i “separati” in carriera, perché svolgono un ufficio privato e “stanno dalla stessa parte degli imputati”, che non sono affatto presunti innocenti, se non sulla carta» (Massimo Donini, Crisi della giustizia e ruolo politico della magistratura. Quando si cerca il potere perché non si vuole fare il diritto, in Questione Giustizia, 6. 4. 2021). È a partire dal doveroso ripudio di questa contrapposizione che si dovrebbe ripensare anche il tema della valutazione della professionalità del magistrato da parte degli avvocati e dei professori universitari nei consigli giudiziari, oggetto di altro quesito referendario. Anche in questo caso, una visione corporativa si è impossessata della magistratura – con l’eccezione della presa di posizione di Magistratura democratica – e ha finito per mettere al bando la prospettiva; senza tenere in debito conto che tale opzione sarebbe, oltre che una potente iniezione di trasparenza, un antidoto alle cadute di professionalità e, non da ultimo, allo strapotere dei direttivi nelle valutazioni di professionalità. A quest’ultimo tema, come a quello di una più netta separazione delle funzioni, ha messo mano la riforma Cartabia (criticabilissima per molti aspetti, meno per altri, tra cui quello relativo all’ampliamento delle fonti di valutazione), la cui discussione nell’aula del Senato è stata calendarizzata subito dopo il voto referendario. Non tutti i problemi squadernati dai referendum, tuttavia, sono affrontati, direttamente o indirettamente, da questa riforma. Il peggio che potrebbe capitare è che, passato l’appuntamento referendario, cali il silenzio sulle questioni urticanti cui si è accennato e i problemi vengano rimossi, spostati sotto il tappeto insieme a un po’ di cenere della democrazia diretta.

4.

Un’ultima riflessione la merita proprio l’opposizione democrazia diretta/democrazia rappresentativa. La Costituzione italiana ci ha abituato a una forma di coabitazione, testimoniata tra l’altro anche dall’innesto del referendum abrogativo. Come visto, non sempre lo strumento si presta a offrire risposte adeguate. Allo stesso tempo, tuttavia, si è consapevoli della debolezza di un “affidamento” cieco alle forme e ai tempi di una democrazia rappresentativa che appare sempre più sclerotizzata, illeggibile nei suoi percorsi e nelle sue derive. Senza una rivitalizzazione dal basso della rappresentanza, che in qualsiasi settore della vita la metta in collegamento con i bisogni e le aspettative del Paese e con chi quei bisogni e quelle aspettative li vive, non si faranno passi avanti. Lasciare la palla in mano alla politica, dunque, non deve significare abbandonare il campo, ma presidiarlo ancora di più, reinventando forme e luoghi di discussione, dibattito, partecipazione che scavalchino l’abbandono in cui versano i corpi intermedi tradizionali e lo stato di degradazione in cui è precipitata l’informazione pubblica. Su questo terreno anche la magistratura è chiamata a una sfida: aprirsi di nuovo alla società, provare a spiegarsi, farsi capire.


Il referendum sulla cannabis e il giudizio della Corte costituzionale. La grande delusione

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1.

Sono state le parole del Presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, nel tardo pomeriggio del 16 febbraio scorso, a comunicare che quella del 2022 non sarà la primavera del referendum sulla cannabis. Quesito inammissibile, sipario chiuso. Finiscono in fumo, è il caso di dirlo, oltre seicentomila firme e le speranze dei sottoscrittori di vedere il popolo italiano prendere la parola in una materia, la politica della droga, sulla quale le istituzioni e i partiti da troppo tempo tacciono o balbettano. Alla delusione per il mancato voto si sono unite l’amarezza e una sensazione di beffa.

Il Presidente della Consulta, nell’affrettarsi a comunicare le ragioni dell’inammissibilità in una conferenza stampa convocata subito dopo il termine della camera di consiglio, ha dichiarato che il quesito, così come formulato, aveva ad oggetto la depenalizzazione non soltanto della coltivazione di cannabis, ma anche delle piante da cui estrarre droghe pesanti. Sono affermazioni che hanno ingenerato confusione e fatto sorgere interrogativi, gettando un’ombra su chi ha combattuto una battaglia informativa sotto insegne che non lasciavano margini di dubbio: “Referendum cannabis legale”. Si è trattato di un colossale inganno ordito dai promotori? Di un equivoco in buona fede? Nulla di tutto questo, pare di poter dire. E una risposta, sul punto, è già possibile prima del deposito delle motivazioni da parte della Corte.

Le intenzioni dei comitati erano chiare: attenuare il rigore repressivo delle norme in tema di coltivazione e uso di droghe leggere, facendo fuoriuscire dalla sfera di applicazione della sanzione penale tout court la coltivazione della cannabis a uso personale e dal fuoco della sanzione detentiva le altre condotte aventi ad oggetto le droghe leggere. In altri termini, si perseguiva l’idea di stabilizzare a livello normativo quello che il massimo consesso della Corte di Cassazione, le Sezioni Unite, aveva scritto: la coltivazione della cannabis non costituisce reato quando, «in assenza di significativi indici di un inserimento nel mercato illegale, denoti un nesso di immediatezza oggettiva con la destinazione esclusiva all’uso personale, in quanto svolta in forma domestica, utilizzando tecniche rudimentali e uno scarso numero di piante, da cui ricavare un modestissimo quantitativo di prodotto». La Corte costituzionale, al contrario, ha ritenuto che i ritagli proposti dai quesiti sul Testo Unico stupefacenti lasciassero sopravvivere il rischio di mancata incriminazione di condotte aventi ad oggetto droghe pesanti. Il perché di un tale giudizio lo capiremo leggendo le motivazioni. Quel che preme osservare, tuttavia, è che stiamo parlando di un rischio fisiologico dei referendum: non essendo possibile dare impulso a referendum propositivi, ci si muove sul terreno delle abrogazioni delle norme o di parte di esse per ottenere una disciplina di risulta che arrivi al risultato sperato. Utilizzando la più banale delle metafore, si potrebbe dire che la ciambella può uscire senza il buco, ma non è detto che gli ingredienti siano sbagliati o la ricetta sia adulterata. Proviamo, dunque, a esaminare gli ingredienti della proposta referendaria.

2.

Una schematica ricostruzione del tessuto normativo inciso dal referendum abrogativo è indispensabile. L’art. 73, comma 1, del Testo unico in materia di stupefacenti punisce, con la reclusione da sei a vent’anni e con la multa da euro 25.822 a euro 258.228, «chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, o comunque illecitamente detiene, fuori dalle ipotesi previste dall’art. 75, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle I e III previste dall’art. 14». Il comma 4 del medesimo articolo stabilisce che «se taluno dei fatti previsti dai commi 1, 2 e 3 riguarda sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle II e IV previste dall’art. 14, si applicano la reclusione da due a sei anni e la multa da euro 5.164 a euro 77.468». Proviamo a fare piazza pulita dei tecnicismi legati alle tabelle: il comma 1 dell’art. 73 punisce con pene draconiane le condotte (ivi compresa la coltivazione) che riguardano le c.d. “droghe pesanti” tipo eroina, cocaina, ecstasy. Il comma 4, viceversa, prescrive pene detentive e pecuniarie più lievi quando le medesime condotte abbiano ad oggetto le c.d. “droghe leggere”, tra cui appunto la cannabis e i derivati. Insomma, per capire quali sono le condotte punibili in materia di cannabis non possono non leggersi le due norme nel loro insieme. I giuristi direbbero che occorre far riferimento “al combinato disposto”.

L’intento dei promotori dei referendum era in primo luogo quello di sottrarre la coltivazione ad uso personale della cannabis ad ogni tipo di sanzione penale (carcere e pena pecuniaria) e di far in modo che le ulteriori condotte relative alle droghe leggere (ivi compresa la detenzione a fine di cessione) fossero assoggettate non più a pene detentive, ma soltanto a pene pecuniarie. Per raggiungere il risultato, un quesito proponeva di eliminare dall’art. 73, comma 4, Testo Unico le parole «da due a sei anni». Con ciò tutte le condotte descritte nel comma 1 dell’art. 73 aventi ad oggetto la cannabis, avrebbero perso la sanzione del carcere, ma sarebbero rimaste sotto la scure della sanzione pecuniaria. Risultato volutamente perseguito per tutte le condotte differenti dalla coltivazione domestica, ma non per quest’ultima, in relazione alla quale l’obiettivo era di ottenere una depenalizzazione totale: niente carcere né pena in moneta. Per raggiungere lo scopo, l’unica possibilità era eliminare la parola “coltiva” direttamente dal comma 1 dell’art. 73 del Testo Unico.

Nell’ottica dei proponenti ciò non avrebbe impedito la punizione delle condotte aventi ad oggetto la coltivazione domestica e rudimentale di droghe pesanti, per un molteplice ordine di ragioni. In primo luogo, non si danno o sono rari i casi di coltivazione domestica di papavero o foglia di coca, vale a dire delle piante da cui estrarre eroina e cocaina. Al di là di questo argomento empirico, tuttavia, c’è un ragionamento che appare decisivo: l’unica pianta che è possibile consumare immediatamente come stupefacente è la cannabis; tutte le altre piante (papavero e coca), per trasformarsi in eroina e cocaina, devono attraversare complessi procedimenti di produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione. Sono tutte operazioni che il comma 1 dell’art. 73 avrebbe continuato a punire, anche in caso di esito positivo del referendum. Insomma, il coltivatore domestico di piantine di oppio e coca avrebbe potuto dedicarsi solo a un po’ di giardinaggio: per arrivare a ottenere sostanza drogante avrebbe dovuto attraversare una serie di ulteriori condotte penalmente perseguibili che lo avrebbero spedito dritto in carcere.

Come detto, la Corte costituzionale ha ritenuto tale collage normativo non adatto a raggiungere lo scopo: il risultato finale si sarebbe posto in contrasto con gli obblighi assunti a livello internazionale dal nostro Paese e aventi ad oggetto l’incriminazione delle condotte illecite relative alla droga. Tale conflitto con fonti internazionali è vietato dall’art. 75 della Costituzione, estensivamente interpretato dalla Consulta.

3.

Vediamoli da vicino questi trattati internazionali. Non serve a cambiare le sorti del referendum, ma l’analisi offre spunti importanti per il futuro delle battaglie in tema di legalizzazione, uniti a qualche motivo di rammarico in più per il mancato voto. Il diniego della Corte, infatti, arriva proprio nel momento in cui, a livello globale, si assiste a un’inversione di rotta rispetto all’epoca della “tolleranza zero”, del proibizionismo totale, della guerra alla droga (e ai drogati).

In materia di stupefacenti lo Stato italiano ha assunto obblighi internazionali mediante la ratifica della Convenzione di New York del 1961 (con relativo Protocollo di Emendamento del 1972) e delle Convenzioni di Vienna del 1971 e 1988. L’art. 36, paragrafo 1, lett. a, della Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961 – ratificata con legge n. 412/1974 – prescrive alle Parti contraenti, compatibilmente con le proprie norme costituzionali, di adottare le misure necessarie affinché le condotte aventi ad oggetto sostanze stupefacenti, cannabis compresa, siano oggetto di sanzione penale. In particolare, la disposizione stabilisce che tutte le condotte – anche la coltivazione – non conformi alle disposizioni della Convenzione «siano considerate infrazioni punibili qualora siano commesse intenzionalmente e sempreché le infrazioni gravi siano passibili di una pena adeguata, in particolare di pene che prevedono la reclusione o altre pene detentive».

Nonostante il vincolo internazionale, tuttavia, sono stati proprio i referendum a cambiare il volto dell’America proibizionista: ben 19 Stati USA – 28 se si considerano anche le liberalizzazioni a scopo terapeutico – hanno legalizzato la produzione, il commercio e il consumo di cannabis, seguendo l’esperienza pioneristica dei referendum del 2012 in Colorado e Washington. Non basta, perché la lista dei Paesi che a livello mondiale hanno posto fine al proibizionismo della cannabis, in modo più o meno assoluto, si allunga di giorno in giorno. Dopo l’esperienza dell’Uruguay di Mujica (2014), sulla strada della piena legalizzazione si è aggiunto un pezzo da novanta come il Canada, che nel 2018 è stato il primo Paese del G20 a consentire e regolare l’uso ricreativo della sostanza. Sul versante del vecchio continente, poi, va tenuta in considerazione la recente svolta antiproibizionista di Malta (2022). Sono tutti Paesi responsabili di illeciti internazionali?

Le cose, ovviamente, stanno in maniera diversa e a spiegarle è il mutato approccio sulla natura, vincolante o flessibile, delle Convenzioni internazionali in materia di stupefacenti. All’esito della Speciale Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulle droghe (UNGASS 2016), la flessibilità delle convenzioni può considerarsi un dato acquisito: le convenzioni «consentono agli Stati membri una sufficiente flessibilità per progettare e attuare politiche nazionali in materia di droga in base alle loro priorità ed esigenze, in linea con il principio della responsabilità comune e condivisa e il diritto internazionale applicabile». Al di là della riconosciuta flessibilità delle Convenzioni, non può essere trascurato un dato decisivo che riguarda nello specifico proprio la cannabis. A gennaio 2019 l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha pubblicato sei raccomandazioni sulla canapa, caldeggiando la rimozione della stessa dalla Tabella IV della Convenzione unica del 1961 – quella che contiene le sostanze «particolarmente dannose e di valore medico o terapeutico estremamente ridotto» – e l’inserimento di alcune preparazioni a base di canapa nella Tabella III, comprendente sostanze con valore terapeutico e basso rischio di abuso. Il 2 dicembre 2020, la Commissione droghe delle Nazioni Unite (Cnd), con 27 voti a favore (Italia compresa), ha accolto ufficialmente questa raccomandazione. La svolta, comunque la si valuti, ha determinato la messa in crisi dell’approccio normativo di tipo puramente repressivo.

4.

La bocciatura del referendum, dunque, arriva in un’epoca di crisi delle politiche proibizioniste, che non sono riuscite ad arginare la diffusione delle droghe – della cannabis in particolare – ma, in compenso, hanno riempito le carceri di tossicodipendenti. Sotto il profilo delle incarcerazioni, ad esempio, è passato sotto traccia il rapporto del gruppo di lavoro sulle detenzioni arbitrarie presentato alla 47ª sessione del Human Rights Council delle Nazioni Unite (21 giugno – 9 luglio 2021). Oggetto di indagine sono state proprio le detenzioni arbitrarie determinate dalle politiche sulle droghe. L’analisi spietata, numeri alla mano, offre spunti per capire come la lotta al narcotraffico continui a concentrarsi troppo spesso sull’anello debole della catena, quello del consumatore. Per questo motivo, le raccomandazioni finali sono quasi trancianti: decriminalize the use, possession, acquisition or coltivation of drugs for personal use. Colpiscono, in quel rapporto, i dati che riguardano l’Italia. Se il tasso medio mondiale di incarcerazioni per droga è pari al 21,65%, il tasso italiano, a giugno 2021, arrivava al 35,91%: quasi il doppio della media europea (18%) e di quella statunitense (20%). Una lettura più utile di queste statistiche, per quel che si verifica sul territorio del nostro Paese con specifico riferimento alla cannabis, può scaturire dal loro confronto con le informazioni contenute nel rapporto Relazione annuale 2021 della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga. Nella stessa prefazione, si dà atto di un sensibile calo dei sequestri di hashish e marijuana, ma si specifica che, in controtendenza, il dato relativo alle piante «mostra invece uno scostamento positivo, essendo raddoppiato il numero di quelle cadute in sequestro (414.396) rispetto all’anno precedente» (confronto 2020/2019). Le operazioni di polizia antidroga, nel 2020, sono state nel complesso 22.695: di queste, quelle finalizzate al contrasto dei derivati della cannabis sono state ben 12.066. Le stesse proporzioni si ritrovano nelle denunce e negli arresti. All’occhio di chi frequenta le aule giudiziarie non sfugge che a cadere nelle maglie delle agenzie di polizia – nonostante qualche cambiamento nelle priorità degli arresti – sono anche tanti coltivatori domestici. Del resto, come testimonia la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (anno 2021), «il mercato delle sostanze stupefacenti muove attività economiche per 16,2 miliardi di euro, di cui circa il 39% attribuibile al consumo dei derivati della cannabis».

Cosa raccontano i numeri del carcere e della diffusione del consumo di cannabis? Nell’ottica di chi ha promosso la consultazione referendaria, molto semplicemente, il fallimento delle politiche repressive. La cannabis continua a essere diffusa e utilizzata, il mercato illegale dominato dalle mafie prospera e a farne le spese, anche in termini di tutela della salute, è ancora troppo spesso il consumatore, indotto a diventare delinquente e a comprare in un mercato nero dove il pusher gli mette immediatamente a disposizione la possibilità del salto dalla cannabis alle droghe pesanti. Non trascurabili, sempre in quest’ottica, i costi in termini di appesantimento e malfunzionamento della giustizia penale.

Diversa, come naturale, la ricostruzione del fronte avverso alla campagna referendaria. Il rischio di una legalizzazione è individuato nella circostanza che l’abolizione del divieto legale di coltivazione ad uso personale sarebbe un definitivo segnale di sdoganamento per l’uso di sostanze che comunque producono assuefazione e che, soprattutto, costituiscono un trampolino di lancio verso le sostanze psicoattive più pericolose. È la c.d. “teoria del passaggio” (gateway drug theory). Non è questa la sede per indagarla. È sufficiente ricordare che è fuori discussione come, a fronte della crescita del numero di utilizzatori di marijuana, il pericolo di passaggio si annidi soprattutto nello spacciatore all’angolo della strada, nel carcere e nell’ingresso nel circuito chiuso dello stigma. Del resto, come dimostrano gli studi più approfonditi (Gessa, Nutt), quello che occorre chiedersi non è se tutti coloro che fanno uso di eroina e cocaina abbiano fatto uso di marijuana (circostanza quasi pacifica), ma quanti tra i consumatori totali di cannabis passano effettivamente al consumo di sostanze pesanti. I numeri testimoniano che il salto è effettuato soltanto da una minoranza esigua di consumatori. In questa direzione sembrano muovere anche le prime analisi delle esperienze dei Paesi che, proprio tramite i referendum, si sono avviati sulla strada della legalizzazione: il numero dei consumatori di cannabis tende a stabilizzarsi e diminuire; l’età media del primo approccio tende a innalzarsi; il consumo resta limitato alle droghe leggere.

Il dibattito internazionale, dunque, è quanto mai dinamico e le oltre seicentomila firme raccolte dai comitati promotori dimostrano che anche a livello nostrano i movimenti per la legalizzazione hanno un seguito importante. Un capitale, quest’ultimo, da valorizzare per guardare al futuro senza scoramenti e provare a immettere la politica della droga nell’agenda delle istituzioni, smuovendo dal palo al quale sono inchiodati i disegni di legge finalizzati alla depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis. In fondo si tratta di un tema che riguarda aspetti decisivi del vivere in comune: salute, sicurezza, giustizia, contrasto delle illegalità. Le generazioni più giovani lo sanno, la rappresentanza politica meno.


Travisamenti e realtà dell’ergastolo ostativo

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Il 13 giugno 2019 la Corte europea di Strasburgo (caso Viola c. Italia) ha sancito che l’ergastolo ostativo – quello per cui o collabori utilmente con la giustizia o muori in carcere – è contrario all’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Quest’ultima disposizione, come noto, proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, ponendo un divieto che non tollera eccezioni per motivi di emergenza, fosse pure lo stato di guerra.

Il 22 ottobre anche la Corte costituzionale è chiamata a pronunciarsi sulla compatibilità della variante italiana della life sentence without hope (condanna a vita senza speranza) con la Carta fondamentale; dovrà farlo, necessariamente, confrontandosi con le statuizioni della sentenza Viola, che nel frattempo (7 ottobre 2019) è divenuta irrevocabile. Siamo di fronte a un passaggio saliente della penalità penitenziaria, che potrebbe cambiare la configurazione dell’armamentario repressivo dell’ordinamento italiano per renderlo nuovamente conforme all’articolo 27 della Costituzione e all’obbligo di tutte le pene di tendere alla rieducazione del reo.

Ma cosa impone, in concreto, la sentenza Viola allo Stato italiano tutto, Parlamento e giudici? Certamente non prescrive l’automatica scarcerazione dei boss e dei capi-mafia, né di essere meno rigorosi nel contrasto alla criminalità organizzata, sebbene questa storiella sia stata ammannita all’opinione pubblica persino da qualificati e autorevoli esponenti della magistratura.

Il messaggio che arriva dall’Europa – in verità già scolpito nella Costituzione –, viceversa, afferma con chiarezza il diritto di ogni ergastolano ostativo a che un giudice valuti il suo concreto ravvedimento, s’interroghi sul perché dell’eventuale mancata collaborazione ed effettui un bilanciamento, caso per caso, tra rieducazione e pericolosità.

La ragione criminologica dell’ostatività, introdotta nel nostro ordinamento a seguito delle stragi di mafia del 1992, è presto detta: solo collaborando – dice la legge – il mafioso (o il terrorista) perde credito presso il sodalizio di appartenenza, dimostra di non poter più offrire e ricevere “fedeltà” e, dunque, offre la prova della cessata pericolosità sociale.

La quasi trentennale sperimentazione di questa norma, tuttavia, ha dimostrato che i motivi di mancata collaborazione con l’autorità giudiziaria non si rinvengono soltanto nella persistente attitudine criminale, ma sono molteplici: la paura di esporre i propri familiari alla vendetta omicida degli ex-sodali; il rifiuto di barattare la propria libertà con quella di chi magari ha scontato la pena, riga dritto e si è ricostruito una vita lontano dalle mafie; l’impossibilità di conoscere – non tutti gli ergastolani ostativi hanno avuto posizioni verticistiche nell’organizzazione criminale – la completa dinamica dei fatti e l’intero orizzonte delle responsabilità; la circostanza, infine, di essere innocenti ma di non avere le prove per avviare un giudizio di revisione. I condannati che vivono sulla loro pelle anche una sola di queste ragioni possono essere ravveduti. Non è infrequente vedere nelle carceri italiane persone che nella vita non hanno avuto l’educazione, i mezzi e le opportunità per voltare le spalle alla mafia e che invece, dopo un percorso carcerario di decenni, hanno trovato il coraggio di dissociarsi, di accostare le vittime, di credere in un futuro diverso e di liberare la mente dall’appartenenza al clan. La Convenzione e la Carta costituzionale – ora anche la famosa sentenza Viola – impongono al magistrato di sorveglianza di vagliare seriamente la personalità e il cambiamento di quelle persone, senza chiudere le porte del carcere sulla base di un automatismo degno di un robot, ma non di una decisione giudiziaria.

Impedire questa valutazione, in concreto e caso per caso, significa potenzialmente lasciare a vita nelle sezioni detentive persone rieducate, che attraverso le loro storie potrebbero offrire un contributo essenziale nel contrasto alla criminalità organizzata, anche per la presa che possono esercitare su altri detenuti. Vuol dire, in sostanza, fare un regalo alla mafia. Lo si era capito ai tempi del terrorismo, quando tra la categoria degli “irriducibili” e quella dei “pentiti” si andò delineando quella dei “dissociati” i quali, inseriti in aree omogenee, esercitarono appeal tra gli altri detenuti e dettero il colpo di grazia al metodo del terrore nella lotta politica.

Eliminare l’ergastolo ostativo, dunque, non significa dare un colpo di spugna alla lotta alla mafia, né tanto meno abrogare alcuni strumenti strategici di questa lotta. Si tratta, piuttosto, di mantenere quella lotta nel solco della democrazia costituzionale, di liberarla da pratiche disumane e di renderla persino più efficiente attraverso la responsabilizzazione dei condannati, resa possibile da una rigorosa valutazione individualizzata sui progressi trattamentali e sulla meritevolezza dei benefici.

Prova di questo rigore, del resto, la magistratura di sorveglianza l’ha fornita nel recente caso Brusca: niente detenzione domiciliare, nonostante la collaborazione avvenuta e il parere favorevole della procura antimafia. Al contempo l’automatismo basato sull’equiparazione tra collaborazione e cessazione della pericolosità ha mostrato in alcuni casi la sua fallacia, come l’affaire Scarantino insegna.

Neppure la prevenzione generale risentirà dell’eventuale abrogazione dell’ergastolo ostativo, dal momento che per accedere ai benefici il detenuto non collaborante dovrà comunque espiare termini più lunghi di pena e provare l’assenza di ogni collegamento con la criminalità organizzata.

Sul terreno dell’efficacia deterrente delle “pene esemplari”, infine, occorre svolgere alcune considerazioni che muovono dall’esperienza. Il Portogallo, ad esempio, ha eliminato la pena perpetua nel 1884 e ad oggi è uno dei Paesi con il minor tasso di omicidi al mondo. Si potrebbe obiettare che quel Paese, a differenza del nostro, non conosce la mafia. A tacer del fatto che l’ergastolo ostativo (e più in generale le pene ostative) non riguarda soltanto i mafiosi, va detto però che la mafia può certamente richiedere un diritto penale specifico, ma non può legittimare un diritto penale che rinuncia al paradigma dell’offensività del fatto per abbracciare soltanto quello del modo di essere dell’autore. Dire infatti – come è stato detto – che un mafioso si libera dal vincolo criminoso solo con la morte o con la collaborazione comporta un’idea del diritto penale lontana dalla nostra tradizione costituzionale. Un’idea, come abbiamo visto, spesso non rispondente ai fatti, che la Corte costituzionale ha ora la possibilità di rimuovere dal nostro ordinamento.


Droghe. Un segnale contro l’illusione repressiva

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Mentre la politica di governo – per bocca del Ministro dell’Interno – mastica gli slogan triti della fallimentare war on drugs, la Corte costituzionale, con la sentenza 40 del 2019, interviene sulla legislazione penale in materia di stupefacenti.

La decisione scaturisce dall’urgenza di sopperire al silenzio del legislatore, il quale, a fronte dei ripetuti inviti rivoltigli dalla stessa Corte costituzionale, non aveva ripristinato «il principio di necessaria proporzionalità del trattamento sanzionatorio» e risanato «la frattura che separa le pene inflitte per i fatti lievi e i fatti non lievi».

Tale frattura era stata causata dall’affastellarsi di leggi e sentenze della stessa Corte che, sconfessando gli inasprimenti repressivi della legge Fini-Giovanardi, avevano però determinato un divario sanzionatorio di eccessiva ampiezza tra fatti di lieve entità e fatti di non lieve entità: da sei mesi a quattro anni di reclusione per i primi, indipendentemente dal fatto che avessero ad oggetto droghe leggere o pesanti; da otto anni a venti anni per i secondi, quando si avesse a che fare con droghe pesanti. Nell’ambito delle droghe pesanti, dunque, la pena minima per i fatti gravi era diventata pari al doppio di quella massima prevista per i fatti lievi. L’«anomalia sanzionatoria» era accresciuta dal fatto che al banco del giudice non fosse possibile stabilire contorni netti tra i diversi fatti di reato, molti dei quali, come si legge nella sentenza, «si collocano in una “zona grigia”, al confine fra le due fattispecie di reato». Pertanto, a fronte di condotte non oltremodo differenziate sul piano della concreta offensività, il giudice si vedeva costretto a fornire risposte punitive gravemente differenziate.

A questo trattamento diseguale la Consulta mette ora fine, dichiarando illegittimo l’art. 73, comma 1, del Testo unico stupefacenti – contenente la disciplina dei fatti non lievi per le droghe pesanti – «nella parte in cui prevede la pena minima edittale della reclusione nella misura di otto anni anziché di sei anni».

Sono molti i profili di interesse di questa pronuncia, alcuni dei quali travalicano la materia degli stupefacenti.

Occorre dare atto che la sentenza scrive una pagina ulteriore e importante del rapporto tra Corte costituzionale e legislatore (dunque: politica). Preso atto dell’immobilismo del Parlamento, la Consulta decide di intervenire, anche a rischio di attirarsi critiche per avere invaso la sfera della discrezionalità politica. Lo fa perché, come è scritto nella sentenza n. 40/2019, «occorre evitare che l’ordinamento presenti zone franche immuni dal sindacato di legittimità costituzionale proprio in ambiti in cui è maggiormente impellente l’esigenza di assicurare una tutela effettiva dei diritti fondamentali, tra cui massimamente la libertà personale, incisi dalle scelte sanzionatorie del legislatore».

Va poi evidenziato che la mitigazione del trattamento punitivo degli illeciti conseguente alla pronuncia avrà effetto non solo per l’avvenire, ma anche per il passato, visto che sarà possibile rimodulare le pene irrogate in via definitiva, ma all’interno di cornici edittali illegittime. Gli effetti, si auspica, potranno in parte riverberarsi anche sul sovraffollamento carcerario, fenomeno di ritorno nonostante le parole ufficiali dei vertici dell’Amministrazione penitenziaria lo neghino.

Sul piano più strettamente riguardante le sostanze d’abuso, a fronte delle preoccupanti aperture politiche all’inasprimento delle pene per i fatti lievi, la Consulta restituisce fiato a una razionalità giuridica che è bene non dimenticare. Sempre che si voglia contrastare il traffico di droga e non tornare a riempire il carcere di consumatori.

L’articolo è pubblicato anche su “il manifesto” del 17 aprile