Le contraddizioni della guerra e le vie della pace

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Siamo alla quarta settimana di guerra. La Russia è un Paese invasore e l’Ucraina è un Paese invaso. Gli ucraini hanno il diritto alla resistenza: a loro la scelta di quale tipo. Ma alla comunità internazionale spetta l’imprescindibile compito di cercare una soluzione politica per evitare l’escalation del conflitto. Dialogo e mediazione degli interessi è ciò che chiamiamo “politica” ed è quella di cui abbiamo bisogno se vogliamo risparmiare altre vittime innocenti. Perché la vera notizia sono le migliaia di vittime civili. Se li vogliamo aiutare dobbiamo fare di tutto per fermare la guerra e non lo possiamo fare se partecipiamo al conflitto, perché il passo successo è la terza guerra mondiale. Non significa non condannare l’oligarca Putin e il disegno imperialista che ne muove gli istinti più profondi. Dobbiamo lavorare tutti per rafforzare la voce della richiesta di tregua e trattare, con l’obiettivo di fermare la guerra che in questo momento colpisce soprattutto la popolazione ucraina. Non possiamo accettare che l’umanità sia incapace di ragionare e di comprendere che non ci potranno mai essere vincitori in un conflitto globale di tipo atomico. 

Purtroppo, invece, l’Italia e l’Europa hanno preferito la soluzione militare (nonostante la stragrande maggioranza della nostra popolazione sia contraria, anche se sottoposta quotidianamente a una costante campagna di arruolamento attraverso i media). Inviando aiuti militari abbiamo perso la possibilità di essere al centro della via diplomatica. Ma soprattutto allunghiamo l’agonia della popolazione ucraina che non potrà vincere la guerra contro la Russia. Un altro gigantesco quesito va affrontato: se è giusto inviare armi all’Ucraina, allora sarà corretto fornire armi a ogni popolo aggredito, cominciando ad esempio dai curdi e dai palestinesi? La lista rischia di essere lunga e di svelare profonde ipocrisie. Il voto non unanime all’assemblea delle Nazioni unite di condanna all’invasione russa ci dice tra l’altro che la Russia non è isolata sul piano internazionale. Tra coloro che hanno votato contro e si sono astenuti (5 e 34) si sono, ad esempio, paesi come la Cina e l’India. L’escalation del conflitto è dietro l’angolo. 

L’Europa non è stata capace di affrontare le cause della crisi. Per questo è condannata ad affrontarne le conseguenze. Un’Europa senza visione e senza memoria ha finito per essere dominata in politica estera dagli interessi di tre oligarchie: il complesso militare-industriale; il complesso del gas, del petrolio e delle miniere; e il complesso bancario-immobiliare. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi.

Corre un brivido lungo la schiena nel leggere le posizioni e i commenti di molte firme dei nostri principali quotidiani. Servono davvero la retorica dei buoni e dei cattivi, la polarizzazione e l’isterismo per affrontare la complessità della situazione che abbiamo davanti, con il suo grumo di interessi e il suo carico di rischi per tutta l’umanità? Se nel nostro Paese chi manifesta per la pace, la giustizia sociale e la giustizia ecologica è considerato “putiniano” e descritto come tale dai media, allora il declino della nostra democrazia, messa in crisi da disuguaglianze, povertà, corruzione, mafie, pandemia e assenza di partecipazione, sarà inevitabile. Da quando è scoppiato il conflitto è cominciata una campagna di mobilitazione bellica organizzata dalla comunicazione che, inneggiando all’acquisto di armi e massacrando chiunque dissenta, ha lo scopo di semplificare in buoni e cattivi il contesto dinanzi a noi. In realtà siamo parte di quel contesto e dividere il mondo in buoni e cattivi, oltre che sbagliato e non vero, ci porta dritti dritti verso l’escalation del conflitto che ha un inevitabile esito viste, le forze in campo: la guerra mondiale. Stupisce, spaventa ed è profondamente sbagliato il linguaggio politico usato in queste settimane nel nostro Paese. Se la maggioranza del Parlamento usa il linguaggio della guerra, contribuendo a dividere l’umanità in due, da una parte il male e dall’altra il bene, mentre il dissenso non è tollerato perché “giova al nemico”, allora siamo in serio pericolo perché gli spazi del pensiero e della complessità sono finiti e con esso finisce la democrazia.

Intanto la spesa mondiale per l’acquisto di armi è, da anni, in continuo e costante aumento. Secondo i dati dell’Istituto di studi sulla pace di Stoccolma (Sipri) sono duemila i miliardi di dollari spesi. Gli Stati Uniti sono il paese più armato, con 766 miliardi di dollari “investiti”. A seguire Cina, con quasi 245 miliardi, India con 73, Russia con oltre 66 miliardi, Regno Unito con più di 58 miliardi, Arabia Saudita con 55 miliardi, e così via. In Europa dal 2019 la spesa è cresciuta del 4 per cento, nonostante la pandemia. Anche nell’Europa orientale è aumentata del 3,4 per cento. Dal rapporto di Sipri apprendiamo che i paesi membri della Nato sono tra i maggiori acquirenti di armi con più di 1103 miliardi, circa il 56 per cento della spesa globale. L’Italia, che ripudia la guerra in Costituzione, è al quinto posto in Europa per spesa in armi e all’undicesimo a livello globale. Anche quest’anno, più che in passato, cresce l’investimento nel comparto militare. Il 9 marzo scorso la Camera ha approvato un ordine del giorno al decreto-legge Ucraina che prevede l’incremento delle spese militari al 2 per cento del Pil, impegnando il governo italiano a inviare armi a Kiev. Siamo passati da 25 a 38 miliardi: 104 milioni di euro al giorno.

A niente sono servite le mobilitazioni e gli appelli della Global campaign on military spending che circa un anno fa aveva lanciato le Giornate globali di azione sulle spese militari, riprese in Italia dalla Rete pace e disarmo, per chiedere una riduzione drastica delle spese militari. L’obiettivo era ed è quello di investire la parte dei fondi tagliati alle armi in risorse per i vaccini, per l’istruzione, per la lotta alle disuguaglianze, per il collasso climatico, i rifugiati ambientali. Investimenti per la vita e non per strumenti di morte. Perché la difesa e la sicurezza dipendono innanzitutto dalla qualità della democrazia, dall’effettivo esercizio dei propri diritti, dalla partecipazione dei cittadini, dall’accesso alle risorse, dagli investimenti nella ricerca, nella cultura, nella sanità pubblica e nella prevenzione. Senza equità sociale e sostenibilità ambientale non c’è futuro per gli umani. Riconvertire le nostre attività produttive e la nostra filiera energetica, riducendo i consumi per rientrare nei limiti e nelle capacità di autorigenerazione e autorganizzazione della Terra, è l’unica strada per rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute. Sono le priorità della società che definiscono il percorso della sicurezza e della difesa, non gli interessi delle lobby. Ma la pace e la democrazia non sono un affare per il comparto militare-industriale né per coloro che sostenendolo ne traggano un personale vantaggio.

In Italia il richiamo della guerra e le necessità del complesso militare-industriale stanno cancellando qualsiasi speranza di utilizzare davvero i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza  (PNRR) per equità sociale e sostenibilità ambientale. Lo stato di emergenza dichiarato dal governo Draghi stabilisce, in nome della guerra e della sicurezza, che è necessario aumentare le estrazioni nazionali di gas, insistere sull’uso del carbone, investire in nuovi rigassificatori e così via. Addio neutralità climatica, multilateralismo e salute pubblica. A poco serve la retorica secondo la quale avremo bisogno di scaldarci d’inverno e che quindi la giustizia climatica può aspettare. Se chi siede al governo avesse continuato a investire in impianti di energie rinnovabili come nel triennio 2010-2013 l’Italia disporrebbe oggi di 60GW di rinnovabili in più, che significano 18 miliardi di metri cubi di gas in meno (circa due terzi di quello che importiamo dalla Russia). Di chi sono le responsabilità? Se si vuole costruire la pace parlamento e governo dovrebbero puntare su un nuovo programma di politiche energetiche, investendo su rinnovabili, idrogeno verde ed eco-sufficienza, coinvolgendo la cittadinanza in questa sfida per il lavoro, la salute e la giustizia ecologica.

Qualche giorno fa il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, commentando l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), ha denunciato come il ricorso alle fonti fossili e l’attuale mix energetico sia fallimentare, esponendoci al rischio di shock geopolitici. Ha aggiunto: «La rinuncia degli Stati a una leadership climatica è criminale. Ogni ulteriore ritardo significa morte. I più grandi inquinatori del mondo sono colpevoli di aver incendiato la nostra unica casa. Ovunque c’è gente ansiosa e arrabbiata. Lo sono anch’io. Ora è il momento di trasformare la rabbia in azione. Ogni frazione di grado conta, ogni voce può fare la differenza. E ogni secondo conta» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/03/17/clima-ogni-ulteriore-ritardo-significa-morte/).

Bisogna dare forza e gambe alla stragrande maggioranza – a cui non viene data voce – che in Italia, in Europa e nel mondo non vuole la guerra e rappresenta l’unica opzione possibile che abbiamo per sopravvivere e convivere come specie vivente su questo pianeta: pace con giustizia sociale, ambientale ed ecologica. Abbiamo urgente bisogno di rappresentare questo punto di vista e non quello di chi, in maniera irresponsabile, soffia sul fuoco della catastrofe. Per ego, interessi o stupidaggine non cambia.


20 anni dopo Genova: in basso a sinistra

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Cosa ti porti dietro dell’esperienza di Genova di venti anni fa?

La consapevolezza della necessità di costruire un altro modello economico e culturale. Una consapevolezza, oggi, resa ancora più forte dalla relazione tra la pandemia e il collasso climatico; dalla perdita di biodiversità che ci espone a rischi per la nostra salute mai visti; dall’insostenibilità ambientale, sociale e culturale del modello economico capitalista che rende le nostre vite precarie. Mi porto dietro l’ansia di non aver fatto abbastanza, venti anni fa, per spiegare tutto questo. Forse non ci siamo interrogati a sufficienza su quanto fosse importante alimentare un’altra cultura, non solo contestare il modello. Oggi sappiamo che se vogliamo garantire la nostra dignità e il nostro futuro come specie umana, dobbiamo riconoscere le relazioni e le connessioni con tutte le altre entità viventi, da cui le nostre vite dipendono. Dobbiamo invertire il processo di mercificazione e oggettivizzazione della vita portato avanti dal modello capitalista. Contestualmente, mi porto dietro la consapevolezza di essere dalla parte giusta della storia. Ma a Genova è mancato l’ultimo pezzo di strada: abbiamo contestato il modello capitalista, indicato la necessità di un’altra idea di sviluppo economico, di un altro modello, ma rimane da fare il lavoro per un diverso paradigma di civilizzazione. 

Genova è servita?

Certo! Quel percorso ha costruito un movimento molto grande che è riuscito a farsi ascoltare da una larga parte della nostra società, dando vita a una polifonia di voci capaci di mettere in moto un grande dibattito nel paese. Aver dimostrato l’insostenibilità sociale e ambientale del pensiero unico, denunciato la mercificazione della vita, rivendicato la necessità di un perimetro più grande rispetto a quello praticato dalla sinistra novecentesca è stato importante. E lo è ancora oggi. Sono consapevolezze acquisite.

Genova, dal tuo punto di vista, ha avuto dei limiti?

Assolutamente. I limiti, ovviamente visti con gli occhi di oggi, sono soprattutto nella parte italiana ed europea di quel movimento. Risiedono nell’incapacità di comprendere come il vero problema fosse legato alla nostra cultura. Dovevamo metterla sotto accusa. Sfidare il capitalismo non è stato sufficiente: avremmo dovuto sfidare altri due virus, il patriarcato e il colonialismo, che sono patologie più antiche. In Italia abbiamo creduto, per anni, di essere depositari – come movimento – di chissà quale verità. Ma il percorso culminato nelle giornate di Genova non è nato nel nostro paese ma all’interno di un contesto planetario che ha visto come protagonisti i movimenti del Sud del mondo, i primi a interrogarsi sulla “fine della storia”. Lì c’erano – e ci sono ancora – società in movimento. Lì i movimenti per la giustizia ambientale e sociale con le loro azioni hanno messo in evidenze l’inefficacia sia dell’ambientalismo subalterno che della sinistra ferma sui paradigmi dei secoli passati. Sono andati oltre il dibattito “capitale-lavoro”. Già venti anni fa i movimenti per la giustizia ambientale e sociale parlavano di come ricostruire la relazione tra identità e nazione, tra indigeno e urbano, tra donna e uomo, tra esseri umani e natura. Di questo, oggi, in Italia, ancora non si parla, o se ne parla poco. Non abbiamo “inventato” Genova e i forum sociali. Genova nasce a Porto Alegre, nasce dal Forum sociale mondiale, che dà forma e struttura alle proposte e alle relazioni costruite dai movimenti per la giustizia ambientale e sociale impegnati dalla fine degli anni ‘80. Partendo dalla complessità dell’esistente per la prima volta è stato introdotto un approccio “sistemico” contro le crisi, insieme a forme di democrazia deliberative e partecipative per superare i limiti della democrazia rappresentativa in questa fase della storia. È così che i movimenti per la giustizia ambientale hanno fatto egemonia culturale su alcuni punti cruciali. Quello che manca qui da noi oggi.

Leggo un po’ di preoccupazione nelle tue parole. Se da Genova fossi proiettato direttamente a oggi, cosa penseresti?

Che abbiamo sbagliato molto. Hai parlato di preoccupazione. Come posso non essere preoccupato davanti a una situazione che vede il 33 percento della popolazione italiana a rischio esclusione sociale? Abbiamo più di nove milioni di persone in povertà relativa e sei milioni in povertà assoluta, di cui oltre un milione sono minori. Due milioni di “neet”, più del 10% di disoccupati, 4 milioni di lavoratori poveri ed un modello che continua a sfruttare esseri umani, animali e natura per accrescere le proprie oscene ricchezze. Solo lo scorso anno i 36 miliardari italiani hanno guadagno 45,6 miliardi in più rispetto al 2019: un furto di diritti e democrazia. Come faccio a non essere preoccupato se a garantire i diritti sociali sono sempre più le mafie con il loro welfare sostitutivo. Il problema è che in Italia, anche a sinistra, si continuano a semplificare situazioni complesse. Come si fa a non indignarsi davanti alla povertà che cresce e ai ricchi che diventano sempre più ricchi? Perché gli interessi della maggioranza delle persone vengono sempre dopo quelli di pochi? Credo che le élite siano ben rappresentate. Noi per nulla. Venti anni fa usavamo parole e concetti alti, ma ben ancorati al contesto. Oggi il problema del lavoro è il lavoro, il problema dell’ambiente è l’ambiente: come se non ci fossero collegamenti. Guarda Taranto la questione Ilva. Lavoratori, cittadini e comitati impegnati contro l’inquinamento e per la bonifica non vanno nella stessa direzione. Se esistesse una forza politica che mette insieme giustizia sociale, ambientale ed ecologica questa separazione non esisterebbe, perché è possibile garantire lavoro, salute, bonifiche e giustizia per le vittime. Ma bisogna fare delle scelte strutturali, e far pagare ai responsabili il prezzo della riconversione. Invece a pagare sono i più deboli. 

E a Taranto c’è una parte della sinistra che non ha chiesto scusa – politicamente – per il proprio fallimento.

Quale sinistra? A che sinistra ti riferisci? Io non vedo “sinistra”. Per me la sinistra di Taranto è Alessandro Marescotti, sono i comitati dei cittadini, quelli che hanno lottato. Vessati, criticati, minacciati, abbandonati. Facciamo nomi e cognomi perché è ingiusto, oltre che inutile, parlare di “sinistra” o “pezzi di sinistra”.

Riformulo. La condanna di Vendola in primo grado è una condanna politica o giudiziaria, dal tuo punto di vista?

Ti rispondo così. Vorrei vedere la stessa vicinanza mostrata da quello che tu chiami “pezzo di sinistra” a Vendola, che ha fallito politicamente, nei confronti di Mimmo Lucano – che sta dando la sua vita alla politica – senza attendere di sapere come andrà il processo per capire se conviene salire o scendere dal carro di Riace. Una delle grandi problematiche di questi anni, a sinistra, è stata quella di aver scelto le battaglie da portare avanti nel momento in cui erano più convenienti, quando c’erano le telecamere, quando si poteva ottenere consenso elettorale. Ma è vero anche che c’è una sinistra sociale diffusa molto grande e non rappresentata. Ecco, quella è la mia sinistra. E non vuole “parlare a tutti”, perché sarebbe ipocrita e non risolve i problemi. Ad esempio, quando parlo di giustizia ambientale e sociale non parlo a Confindustria, non parlo a Bonomi, non parlo a Draghi, non parlo alle destre. Loro difendono altri interessi. Parlo ai ceti popolari e ai ceti medi che avrebbero maggiori convenienze a cambiare modello economico e culturale. Parlo a chi è tutti i giorni in strada, con le proprie pratiche. A chi fa mutualismo, a chi organizza presìdi sociali e culturali nei quartieri, parlo anche a un pezzo grande di cattolicesimo e non solo. Ecco, la cosa che non avrei mai immaginato, dopo venti anni, è sentire Papa Francesco usare anche le nostre analisi e le nostre parole per leggere la crisi e costruire l’alternativa. Invece in molti hanno smesso di farlo, o preferiscono un prudente silenzio.

Oggi, riconosci i tuoi compagni di allora? Di venti anni fa?

Sinceramente, molti non li riconosco. Ma è anche vero che lungo la strada abbiamo incontrato altri compagni e compagne. La memoria orienta, ma bisogna guardare avanti. Credo che un errore sia stato quello di non mettere sotto accusa – uso un concetto forte – i nostri limiti culturali e relazionali con la stessa determinazione con cui abbiamo messo sotto accusa il modello economico. Per chi ha scelto di non giocare la parte del parlamentare di finta opposizione questi anni sono serviti a destrutturare tutto ciò che non andava e a costruire una connessione con tutto ciò che oggi è in trasformazione nel nostro Paese. Sono nate nuove soggettività politiche importanti – magari non mainstream – grazie al vuoto lasciato da quella che tu prima chiamavi sinistra: dal vuoto della politica. E anche dalle nostre incapacità. Uno dei limiti, forse il maggiore, di “Genova” è stato la presunzione di sentirsi avanguardia, mentre le società in movimento – penso a quelle dell’America Latina – ci hanno spiegato che era proprio quella stessa presunzione il problema della sinistra novecentesca europea. 

A chi ti riferisci quando parli di sinistra diffusa?

Potrei fare un elenco lunghissimo, dai No Tav ai No Muos, da nord a sud. Penso a chi lotta da anni per un nuovo welfare comunitario, a chi fa mutualismo. Ogni movimento oggi che sta consentendo all’Italia di non sprofondare nel baratro dell’assenza di alternative è figlio, anche inconsapevolmente, di quei movimenti per la giustizia ambientale e sociale che all’inizio degli anni Novanta hanno non solo denunciato i limiti del capitalismo ma costruito un paradigma di civilizzazione fondato su una maniera diversa di intendere le relazioni, contribuendo a “ridemocratizzare la democrazia”. Per anni ci hanno spiegato che la liberazione dell’uomo e della donna dipende dalla liberazione dal capitale. Negli ultimi trent’anni invece la realtà ci ha detto altro: dobbiamo innanzitutto liberarci da un antropocentrismo radicale che non ci fa comprendere quanto fondamentale anche per la nostra sopravvivenza sia riconoscere dignità e diritti al resto della vita intorno a noi. Pensare di essere sani in un mondo malato è irrealistico, perché la vita è un insieme di “relazioni inseparabili”. Siamo parte del ciclo della vita. Non siamo il dominus. Non siamo il centro. Non siamo l’avanguardia politica. Non siamo i migliori. Siamo vita in mezzo alla vita che vuole vivere. Se non riusciamo a riconoscere ed allearci con chi difende la vita in ogni sua forma, dai diritti sociali a quelli umani, da quelli della natura a quelli degli animali, saremo spazzati via. La pandemia, il collasso climatico e la riduzione della biodiversità ce lo stanno mostrando. Usciremo dal pantano in cui siamo immersi non solo ridistribuendo ricchezze ma ripensando una visione culturale che garantisca un equilibrio salvifico a tutti.

Torno al post Genova. Tanti “portavoce” o presunti tali ricoprono oggi incarichi di partito. Tu non hai mai avuto proposte?

Ne ho ricevute diverse.

E?

Se mi vedi qui, non le ho accettate. Ma non perché mi sentissi migliore degli altri, più puro.  

Spiegati.

Più volte mi sono interrogato sul ruolo che avrei ricoperto all’interno del Parlamento, di un consiglio regionale, in un assessorato. Nelle formazioni politiche attuali, semplicemente, non avrei mai potuto fare quello che ho fatto da volontario, da attivista comune. Non ho scelto quella strada semplicemente perché non c’è stata – e non c’è – nessuna forza politica che ha come obiettivo la giustizia sociale ambientale ed ecologica. Non ci sono partiti che hanno come mission prioritaria quella di garantire i diritti sociali, redistribuire la ricchezza, ri-pubblicizzare i servizi basici, ri-convertire le attività produttive e la filiera energetica per rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute. Oggi non c’è ancora un’offerta politica che possa essere al livello delle nostre aspirazioni, delle nostre necessità, delle nostre urgenze.

In quale forza politica immaginaria giocheresti un ruolo attivo?

In una formazione che metta al centro del suo impegno la lotta alle diseguaglianze, alle mafie, alle ingiustizie sociali e ambientali, che rimetta insieme lavoro e salute, che punti sulla partecipazione, che promuova cultura popolare, che interroghi nel profondo il nostro paradigma di civilizzazione, avendo il coraggio di riconoscere diritti alla natura. 

Come ti spieghi, allora, quello che potremmo definire “entrismo” di pezzi di quel movimento nei partiti? Addirittura, c’è stato chi da Genova è finito oggi con Renzi.

Hanno semplicemente fatto prevalere i propri interessi privati su quelli collettivi. Ma cooptare qualcuno non significa avere alle spalle i movimenti o averne fatte proprie le proposte: anzi. Spesso è un modo comodo per non cambiare niente. Credo che MicroMega stia parlando con me non per il mio nome e cognome ma per il lavoro fatto con altri in questi anni. Per fortuna, dopo Genova, alcuni di noi hanno continuato quel percorso. Altri sono spariti, anche se partecipano ai salotti televisivi o siedono in Parlamento. Non giudico le scelte fatte dagli altri, ma possiamo valutare la storia come è andata. Chi ha scelto la scorciatoia, mi chiedo, ha contribuito a fare una buona politica? Ha cambiato la condizione materiale delle persone? Ha costruito nuova consapevolezza tra i ragazzi? Le persone – non i movimenti – che abbiamo perso per strada dal 2001 a oggi hanno smesso di camminare nella nostra direzione. Ma nel frattempo ne abbiamo incontrate tante altre, e molte inaspettate. Oggi abbiamo un Papa che ha – passami il termine – “rilanciato” in due encicliche quello che dicevamo a Genova. Ed è una cosa molto bella che ci aiuta ad andare avanti. Del resto, Francesco è stato da subito vicino alle istanze dei movimenti popolari del sud del mondo.

Torno alla domanda iniziale. Cosa c’è, oggi, di Genova.

Se guardi con attenzione, c’è la strada che abbiamo davanti. Siamo dentro una crisi complessa, dove tutte le questioni sono intrecciate. Abbiamo problemi di lavoro, di salute, ambientali, economici, culturali. Sono tutti problemi connessi. Vanno letti attraverso una visione sistemica, non semplificata come fanno le attuali forze politiche, ancorate a vecchie visioni e teorie del passato. E “Genova”, venti anni fa, lo aveva capito. Non ha senso oggi divederci tra radicali e riformisti. Serve un pensiero integro che dia soluzioni, che sia credibile, altrimenti – e mi riferisco a quei politici di cui sopra – non beccherai un voto da chi è in difficoltà e da chi lotta per la giustizia sociale e ambientale: la gente chiede soluzioni e alternative solide per oggi e per il futuro. Come nel caso della pandemia. E invece le soluzioni sono parziali, non tengono conto del futuro, omettendo conseguenze e sacrifici richiesti. Il capitalismo è per sua natura e struttura insostenibile. Non c’è un capitalismo buono e non esiste una crescita “verde”. Hanno fallito tutti coloro che pensavano di riformarlo. Ma non basta nemmeno sostenere che ne usciamo attraverso un modello economico alternativo se non lavoriamo sulle relazioni, la cultura, i linguaggi e le forme della partecipazione, decolonizzando una parte del nostro immaginario che ha nell’antropocentrismo radicale il principale alleato del capitalismo. Per mettere insieme giustizia sociale, ambientale ed ecologica abbiamo bisogno di una nuova etica, di un nuovo patto, di impegno. Non basta chiedere agli altri di cambiare se non siamo disposti noi per primi a farlo. Dobbiamo riconoscere diritti alla natura se vogliamo garantire i diritti umani. Perché ciò che succede alla Terra succede a noi. È questa la grande conquista culturale alla base del cambiamento di cui abbiamo bisogno in questo nuovo millennio. A Genova lo avevamo intuito. Un altro mondo è urgente e necessario, non solo possibile. Sono convinto che ce la faremo quando ci accorgeremo che al nostro fianco abbiamo una grandissima alleata: nostra Madre Terra.

L’intervista, realizzata da Daniele Nalbone, è ripresa, con il consenso dell’autore, dal sito di MicroMega dove è stata pubblicata con il titolo Da Genova a oggi: “Quel movimento c’è ancora, ma con nuovi compagni di strada”.


La favola del Draghi verde

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La svolta ambientalista del Governo di Mario Draghi non esiste. Siamo dinanzi all’ennesimo camuffamento del sistema che cerca di sopravvivere, ritardando il cambiamento di cui abbiamo bisogno. I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) non serviranno a finanziare la svolta green. Nel testo predisposto dal Governo la transizione ecologica ha addirittura perso alcuni miliardi rispetto all’ultima bozza del Conte II (12 gennaio).

I 209 miliardi di fondi del NextGenerationEu (NGEU) non saranno investiti su un modello economico che punti a promuovere equità sociale e sostenibilità ecologica. Emerge dai progetti del PNRR e dalle audizioni dei ministri. Istituire un ministero per la Transizione ecologica, voluto e rivendicato da Beppe Grillo, non è da solo garanzia del cambiamento, anzi. Roberto Cingolani, ministro della Transizione, vuole convincerci che saranno la fusione nucleare e la rivoluzione digitale a garantirci un futuro sostenibile, come ha affermato il 16 marzo in Parlamento. Sotto il Green new deal spuntano le lobby del fossile e delle armi, a cui saranno destinati fondi per “rinnovare” la capacità e i sistemi a disposizione.

Dal Governo Draghi, che si è definito ambientalista, nessun accenno alla relazione tra conflitti ecologici distributivi e aumento delle disuguaglianze sociali, al nesso tra perdita di biodiversità, insicurezza sanitaria, collasso climatico e diffusione di nuove patologie come il Covid-19. Nemmeno una parola sull’urgenza di ridurre i consumi energetici, sull’importanza dell’eco-sufficienza e dell’utilizzo di materiali biogeni, sulla necessità di difendere i nostri habitat e rigenerare gli spazi urbani. Niente per investimenti su manutenzione e dissesto idrogeologico. Nessuna consapevolezza sul legame tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Insomma, tutto ciò di cui si discute da 50 anni tra economisti ecologici, scienziati, premi Nobel, movimenti per la giustizia ambientale e sociale, agenzie delle Nazioni unite non rientra tra gli obiettivi del Governo dei migliori.

Anche la modalità con cui il Governo porta avanti questa gigantesca operazione di greenwasshing  (ambientalismo di facciata) preoccupa: nessuna partecipazione e inclusione di associazioni, movimenti e cittadini nella co-programmazione e co-progettazione sui progetti del PNRR, eccezion fatta per le lobby del fossile. Anche quest’anno infatti soldi pubblici, per un ammontare di 20 miliardi, serviranno a finanziare sussidi ambientalmente dannosi. Un’incoerenza sfacciata rispetto agli obiettivi del NGEU ammessa persino da Cingolani in Parlamento. Ma la giustificazione data è per certi versi peggiore. Il ministro si è appellato alla necessità, in tempo di crisi, di prendere decisioni sostenibili. Sostenibili per chi? Si riferiva alle necessità (interessi) della lobby del fossile? E per quale motivo valgono di più rispetto al diritto alla salute di milioni di persone che continua a essere messo in contrapposizione al diritto al lavoro? Questa sproporzione impressionante dimostra quali siano gli interessi prioritari.

Del resto Cingolani ha detto di puntare per la transizione ecologica su due tecnologie: il sequestro di carbonio (carbon capture storage) e la fusione nucleare. La prima tecnologia è quanto di più lontano ci sia dalla riconversione ecologica e serve solo a garantire l’aumento della produzione dell’idrogeno blu, bloccando così gli investimenti sulle rinnovabili. La fusione nucleare viene inseguita da mezzo secolo per giustificare la possibilità della crescita economica infinita, ritardando i cambiamenti strutturali necessari. Una fede cieca nella tecnica che ignora i limiti del pianeta e le ragioni della crisi. La “transizione” di Draghi non ha nulla di ecologico. L’intreccio e l’interdipendenza delle crisi denunciano la necessità di cambiamenti strutturali e di una visione culturale non più fondata sul dominus ma sul frater

Più che di transizione dovremmo parlare di riconversione ecologica e dei principi per attuarla davvero: deve essere pianificata, inclusiva, equa, partecipata, decentrata. Le leve con cui applicare questi principi sono investimenti pubblici, lavoro di cittadinanza, socializzazione delle infrastrutture strategiche, attività di riproduzione socio-ecologica, partendo dalla cura del vivente. Il Governo Draghi, impedendoci di utilizzare i fondi del NGEU per una vera riconversione ecologica, mina i nostri diritti e quelli delle generazioni future. L’assenza di una opposizione sulla questione più importante è preoccupante.

Dobbiamo interrogarci sul senso e sui risultati del nostro lavoro in questi anni. Non basta più dire «facciamo quello che si può». Le condizioni sociali, ambientali e culturali del Paese sono in costante peggioramento da troppo tempo. Accontentarsi di essere ascoltati o di risultati parziali sarebbe un errore esiziale per l’Italia. È necessario e urgente fare molto di più. Più che controllori, dobbiamo essere promotori di nuove alleanze, consolidate sugli obiettivi dell’ecologia integrale, l’unica strada in grado di rimettere insieme i diritti umani e i diritti della natura, garantendo allo stesso tempo lavoro e salute. Perché se la politica non è in grado di difendere e battersi per questi fondamentali diritti, abbiamo il diritto e la responsabilità non solo di opporci, ma di costruire l’alternativa.

L’articolo è pubblicato anche sul n. 8 de lavialibera


C’è una sola soluzione: la giustizia ecologica e sociale

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1.

Da più di un decennio l’OMS ha denunciato che i cambiamenti climatici mettono in moto una reazione a catena che minaccia la nostra sopravvivenza. L’aumento della temperatura e la distruzione di molti habitat naturali costringono alla migrazione gli animali, in particolar modo selvatici, che devono adattarsi a climi differenti. Anche i loro patogeni si adattano al nuovo clima, con la conseguenza di una maggiore diffusione a livello territoriale. L’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive, come il Coronavirus, la SARS, Ebola, è una delle più gravi e dirette conseguenze del collasso climatico. Oggi sappiamo che questi nuovi virus si diffondono più velocemente quando vengono favoriti da una condizione: l’inquinamento dell’aria. C’è una relazione tra l’aumento della diffusione del virus e i luoghi dove più alte sono le concentrazione di polveri nocive (PM10). Appena un anno fa l’OMS denunciava come fossero 7 milioni gli esseri umani uccisi da quello che è stato definito il big killer (nel nostro Paese più di 80 mila vittime: https://volerelaluna.it/ambiente/2020/04/02/e-i-morti-per-inquinamento/). La minaccia è dunque duplice: la nostra salute è danneggiata dall’aria inquinata e dall’insorgenza di malattie infettive. Dagli anni ’70 sono infatti più di 40 le patologie apparse come conseguenza del collasso climatico. Siamo parte di un sistema complesso, interdipendente e connesso che favorisce la diffusione di nuove patologie. 

2.

Il Coronavirus, come tutte le crisi che stiamo vivendo negli ultimi anni, è figlio di un modello economico che non riconosce nessuna relazione e interdipendenza con il resto della vita. Il liberismo economico considera la vita al suo servizio, teorizza la crescita economica infinita nonostante viviamo in un pianeta con risorse finite, preleva una quantità di risorse e servizi ambientali gratuiti maggiore rispetto a quello che la Terra è in grado di rigenerare, bruciando così l’unica vera ricchezza di cui disponiamo per vivere e che abbiamo il dovere di lasciare a chi verrà. Una visione meccanicistica della vita che ha modificato in peggio e nel profondo le relazioni tra noi e il resto della natura non umana. L’aver compromesso le capacità di autoregolazione dei sistemi naturali ci espone a rischi enormi: aumento fuori controllo di disuguaglianze sociali, ingiustizie ambientali ed ecologiche. Se vogliamo sconfiggere non solo nel breve ma nel medio e lungo periodo le minacce alla nostra sicurezza e al nostro diritto alla vita, dobbiamo riconoscere la relazione, la corrispondenza, la complementarietà e la reciprocità tra tutte le entità viventi, senzienti e non, su questo pianeta. Questo ci permette di riscoprire  la nostra fragilità e l’interdipendenza con il resto della vita di cui siamo parte. Cooperazione e solidarietà sono il modo con cui evolve la vita nel nostro pianeta, non attraverso la competizione individuale. Lo vediamo anche in queste ore così difficili: dove si coopera e siamo solidali i risultati ci sono.

3.

Abbiamo bisogno di un cambiamento culturale se vogliamo affrontare l’emergenza e ridurre i rischi per il futuro. Noi non siamo il centro dell’universo e non siamo l’unica forma vivente che ha diritto alla vita su questo pianeta. È la Terra a garantirci la vita e la possibilità di rigenerare il nostro sviluppo. Da qui discende l’obbligo morale di difenderla. La Terra è la nostra Costituzione biologica, come lei siamo gli uni collegati agli altri, abbiamo bisogno di tutta la comunità vivente per vivere e prosperare. Siamo fragili e allo stesso tempo straordinariamente complessi, relazionati, reciproci, interdipendenti. Ciò che facciamo alla Terra facciamo a noi stessi. Noi siamo la Terra.

4.

Le politiche di austerità, i tagli alla sanità pubblica, al sociale, alla ricerca, alla cultura, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, l’assenza di misure per garantire a tutti i lavoratori il diritto alla salute, le mancate bonifiche ambientali, l’urbanizzazione selvaggia, il sostegno economico e finanziario alle multinazionali dei fossili e ai loro progetti estrattivi, il patto di stabilità in Costituzione, l’assenza di un piano strategico di riconversione industriale ed energetica, l’assenza di un piano integrato di interventi per adattarci e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici nelle nostre città sono scelte politiche che hanno come conseguenza maggiori ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche. Oggi capiamo attraverso il dramma del coronavirus che il liberismo economico ci ha reso tutti più insicuri, soli, impauriti. Per questo abbiamo urgente bisogno di istituzionalizzare un’economia che difende e garantisca la vita e non l’accumulazione di capitale.

L’articolo è pubblicato anche su “L’Espresso”


Roma, Centocelle. Per i diritti, contro le mafie

Autore:

Cineforum, attività di mutualismo, servizi gratuiti, sportello psicologico, laboratori contro bullismo e ludopatia, corsi di italiano, mense popolari, corsi di giornalismo, carnevale liberato, proposte sulle politiche sociali, sul diritto all’abitare e sull’utilizzo dei beni confiscati, mobilitazioni in vista della giornata della Memoria e dell’impegno il prossimo 21 marzo e per il 23 maggio in ricordo della strage di Capaci, spettacoli teatrali e tanto altro.

Queste alcune delle attività e proposte concrete messe in campo dalla affollata assemblea Centocelle è CøAsa Nostra che si è tenuta ieri presso la scuola via dei Sesami, nel V municipio a Roma. A promuoverla moltissime realtà: tra queste l’Istituto comprensivo via dei Sesami, l’associazione Islamica in Italia, diverse cooperative sociali, Libera contro le mafie, la libera assemblea di Centocelle, Nonna Roma, Cgil, Fiom, Usicons, Comitato del Parco, Piazza del dialogo, Casa del Popolo di Centocelle, centro di giornalismo permanente, Agende Rosse, associazioni di commercianti, studenti e altri.

È la risposta a quanto avvenuto lo scorso novembre nel quartiere di Centocelle, balzato suo malgrado agli onori delle cronache in seguito agli attentati e alle bombe contro la libreria Pecora Elettrica (https://volerelaluna.it/territori/2019/11/13/roma-perche-brucia-la-pecora-elettrica/), la pinseria Cento55 e il Baraka bistrot. La cittadinanza e le reti sociali si sono organizzate portando in piazza prima migliaia di persone per rispondere al clima di paura e intimidazione prodotto dalle organizzazioni criminali e poi costruendo attività di mutualismo e condivisione dal basso. Perché le condizioni che hanno determinato quel contesto non sono cambiate, nonostante non vi sia più l’attenzione dei media.

Il quartiere, così come il resto della città, è da molto tempo vittima di attività e iniziative criminali. La penetrazione mafiosa, il numero dei clan, le piazze dello spaccio sono in costante aumento nella Capitale, secondo i dati della Direzione Distrettuale Antimafia. A Roma ci sono 94 clan e 100 piazze dello spaccio. E le mafie sono forti quando la democrazia è debole.

Non può definirsi libera una città in cui intere parti di territorio, settori dell’economia e relazioni sociali sono in mano alle organizzazioni criminali. Non si può definire libera una città in cui una persona su tre è a rischio di esclusione sociale, 135 mila giovani non lavorano, non cercano lavoro perché convinti che non lo troveranno, non studiano e non sono nemmeno in formazione, 150 mila anziani vivono con meno di 11 mila euro all’anno e non possono affrontare una spesa imprevista, 40 mila sono le persone senza dimora e 15 mila le famiglie che aspettano una casa popolare da vent’anni.

L’aumento della povertà economica e culturale, unita all’insufficiente impegno di tutte le forze politiche sulla priorità di sconfiggere povertà e mafie, come obbliga la Costituzione, ha rafforzato le organizzazioni criminali e indebolito gli anticorpi sociali, seminando un clima di paura, fomentando la convinzione (sbagliata) che individualismo e competizione, e la legge del più forte, siano la via più facile per poter migliorare la propria condizione materiale, favorendo ulteriori disuguaglianze e corruzione.

Invece, la lotta alle mafie è innanzitutto una battaglia per la democrazia, un esercizio di partecipazione collettiva, per ottenere quella concreta giustizia sociale che rende praticabili diritti, garanzie e miglioramenti economici e sociali per le classi lavoratrici e i settori popolari disagiati.

C’è un potere criminale, ma c’è anche e soprattutto una criminalità del potere ancora più grande a Roma. Le mafie oggi sono più forti e sono favorite dalla loro capacità di adattamento ai nuovi contesti sociali e dall’assenza di risposte adeguate da parte della politica. La forza delle mafie oggi, sta fuori dalle mafie: nella zona grigia, nella convergenza degli interessi economici, nella povertà culturale e relazionale, nelle alleanze di potere, nel patriarcato e nella sottomissione, che legittimano la cultura mafiosa, nell’insofferenza per la democrazia, nella cultura della scorciatoia, nella deresponsabilizzazione individuale che sposa l’idea dell’uomo forte al comando, nella negazione del diritto. Parliamo di culture, comportamenti e obiettivi complici o funzionali a quelli mafiosi. Siamo tutti e tutte chiamati a unire il nostro impegno per far crescere la consapevolezza e la partecipazione. Sono questi i veri anticorpi di contrasto alle mafie. Di questo le mafie hanno paura.

Cultura, bellezza e diritti sono strumenti straordinari di cambiamento e di contrasto alle mafie. Povertà culturale, economica, razzismo, subalternità e sottomissione a chi si crede più forte sono i loro alleati. Oggi nessuno ce la fa da solo a combattere le mafie. Serve una dimensione collettiva dove ognuno faccia la sua parte.

L’articolo è pubblicato anche su “il manifesto” del 16 febbraio


Contro il collasso climatico una “Internazionale della Terra”

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Quanto costa il collasso climatico in termini di vite, di miliardi di euro di danni, di posti di lavoro persi, di malattie, di guerre, di migrazioni forzate? Che dobbiamo fare per mitigarne gli effetti e invertire la rotta? Quale visione, e quali politiche sono in grado di rispondere alla crisi di sistema e garantire una vita e un futuro dignitoso per tutti? Sono alcune delle domande forti sollevate dallo sciopero climatico del 27 settembre lanciato dai ragazzi del FFF che non trovano risposte nelle scelte e nelle priorità della politica.  

Il collasso climatico è già in atto e bisogna fare molto di più che premiare le imprese che fanno green economy: utile, ma affidarsi esclusivamente ai privati come fanno il ministro dello sviluppo e il nuovo governo non significa certo avere un’idea di politica industriale e ambientale per evitare la catastrofe. Consegnarsi alla cosiddetta mano invisibile del mercato significa solo condannare tutti all’estinzione. 

L’ultimo rapporto del SNPA – Sistema nazionale di protezione ambientale – del 17 settembre denuncia un Paese in cui si continua a consumare suolo, mentre da sette anni sono chiuse nei cassetti le proposte di legge per impedirlo. Il Veneto e la Lombardia sono le regioni messe peggio. Un danno di oltre 3 miliardi di euro annui, molti di più se guardiamo in prospettiva. A questi potremmo sommare i 14 miliardi di euro denunciati dalla Coldiretti come danni all’agricoltura per l’aumento del caldo che brucia le nostre estati: sarebbero in realtà almeno il doppio se facessimo un’analisi più approfondita sul comparto. Il calcolo continua con le perdite in bilancio di molti Comuni per l’aumento solo in questo anno del 62% dei fenomeni metereologici estremi che hanno causato morti e danni enormi. Il cui impatto in termini di vite e di economia bruciata cresce esponenzialmente per l’incapacità degli amministratori e per l’assenza degli investimenti necessari per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e adeguarsi con politiche urbanistiche radicalmente diverse. Le ingiustizie ambientali e quelle sociali sono indissolubilmente legate.  

Il governo parla di “new green deal” ma non trova nemmeno le coperture per sostenere il decreto “ambiente” proposto dal ministro Costa. Non si trovano tracce di concretezza e coerenza ma solo slogan. Mancano misure efficaci a garantire la sostenibilità ecologica, non c’è nessuna politica industriale ed energetica pubblica adeguata alla sfida, non ci sono investimenti, né impegni in agenda. Si continua invece come se niente fosse a finanziare con decine di miliardi le lobby dei fossili e a sostenere il modello responsabile del collasso. In campo non c’è nessuna visione alternativa capace di sfidare i responsabili del collasso climatico che minaccia la nostra specie. E non ci salva di certo l’idea dello sviluppo sostenibile descritta dai teorici del disaccoppiamento (www.volerelaluna.it/ambiente/2019/09/12/linganno-della-green-economy/), visto quanto denunciato recentemente dallo European Environmental Bureau: è impossibile garantire la crescita economica in regime capitalista con la protezione dell’ambiente e la riduzione della CO2.  

Il 27 settembre siamo stati in piazza perché i cambiamenti climatici causati dal modello capitalista stanno già minacciando la sopravvivenza di noi esseri umani, non quella della Terra. L’impatto è già catastrofico e la contabilità dei morti, delle guerre per il controllo delle risorse rimaste, dei danni economici, dei milioni di esseri umani costretti a migrare, in continuo aumento. In questo contesto, in assenza di alternative, a rafforzarsi sono solo quei politici capaci di cavalcare la rabbia sociale. Non danno risposte ma spostano il problema altrove, coprendone le cause. Una maniera facile per non assumersi responsabilità e per coprire il grumo di interessi di cui sono espressione Bolsonaro, Trump, Salvini, Johnson, per citarne alcuni. 

Dobbiamo ribellarci con determinazione e forza a questo stato di cose e saldare con chiunque nel mondo prospettive, iniziative e pratiche in grado di rispondere alle due grandi esigenze dell’umanità: giustizia e sostenibilità. Dovrebbe essere obiettivo di tutti coloro che hanno a cuore la giustizia sociale e ambientale lavorare per costruire una “Internazionale della Terra” che sappia agire globalmente, perché solo a quel livello possiamo affrontare il tema del collasso climatico, promuovendo alternative, stimolando soluzioni, imponendo limiti e sanzioni. La scienza va ascoltata ma non è neutra. È la politica che dobbiamo riprenderci. 

Il 27 non abbiamo protestato per salvare il pianeta come erroneamente si continua volutamente a propagandare per confondere le acque. Siamo stati in piazza per ribellarci al modello economico e sociale che sta minacciando di estinguere la razza umana. La cosa è molto diversa. Ma dietro questa voluta ipocrisia si nasconde tutta la partita per neutralizzare la forza che potrebbe avere un movimento in cui si saldino i ragazzi del Friday for Future con i tanti soggetti per la giustizia ambientale e sociale che anche nel nostro Paese sono nati in questi ultimi 20 anni e rappresentano la più grande e concreta speranza di cambiamento. A questo invece dobbiamo lavorare: mettere insieme quanti, partendo da punti di vista diversi, si ritrovino nella necessità di puntare su un modello economico che superi il capitalismo e metta insieme i diritti umani e quelli della natura. Concretamente significa promuovere leggi, iniziative, investimenti, azioni, alleanze, che perseguano la giustizia sociale, ambientale ed ecologica. 

È l’unica strada che ci consente di far emergere il perimetro di un nuovo blocco sociale definito sulla base di interessi materiali ed esistenziali che difendono il diritto della vita alla vita. È l’unica strada per sconfiggere l’egemonia culturale delle destre, rendendo “desiderabile” il cambiamento e non l’odio. È l’unica strada che rimette insieme il diritto al lavoro, il diritto alla salute e il diritto all’accoglienza, sconfiggendo la guerra tra poveri. È l’unica strada che garantisce il diritto al futuro che ci stanno rubando. È l’unica strada che permette di sconfiggere il razzismo sociale e ambientale prodotto dall’assenza di un’alternativa politica.   

L’articolo è pubblicato anche sul n. 39 di “Left”


L’inganno della green economy

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Il primo ghiacciaio della Terra è morto a causa del riscaldamento globale e del cambiamento climatico. Okjokull, questo il nome dell’ex gigante di ghiaccio islandese. Si è sciolto dopo 700 anni. Sono centinaia i ghiacciai a rischio minacciati dalle alte temperature, anche nel nostro Paese, come denuncia l’ultimo studio degli Istituti di scienze marine, dell’atmosfera e del clima del CNR. Quelli che stanno già scomparendo sono 26. Si prevede che entro fine secolo nel nostro Paese tutti i ghiacciai montani potrebbero essere estinti. Da un lato lo scioglimento dei ghiacciai provocato dall’aumento delle temperature. Dall’altro il disboscamento selvaggio e gli incendi che hanno devastato nord e sud del mondo in questi mesi. In Amazzonia quest’anno sono già più di 73 mila gli incendi, un aumento dell’83% rispetto allo scorso anno. Il disboscamento nell’ultimo anno è cresciuto del 278% secondo l’Istituto nazionale per le ricerche spaziali (INPE) brasiliano. Il presidente Bolsonaro dà la colpa ad ambientalisti e ONG, autorizza il disboscamento e licenzia il direttore dell’INPE, Ricardo Galvao. Scioglimento dei ghiacciai, disboscamento, incendi, aumento delle temperature: un circolo vizioso che mostra la spirale di violenza innestata dalla crisi di sistema e di visione nella quale siamo immersi tutti.

C’è chi ha pensato in questi decenni di superare la crisi ecologica promuovendo la cosiddetta “crescita verde”, nel tentativo di mettere d’accordo gli interessi del capitalismo e della Terra. Per molto tempo si è erroneamente affermato che si potesse allo stesso tempo realizzare un aumento del PIL diminuendo il consumo di risorse naturali. Già l’economista Jevons aveva dimostrato molto tempo fa come fosse impossibile. Lo spiegò con la teoria dell’effetto rimbalzo, o paradosso: sul mercato l’aumento dell’efficienza di una risorsa alla lunga fa aumentare il consumo di quella risorsa, anziché diminuirlo. Oggi a seppellire l’idea di un “disaccoppiamento” tra crescita e ambiente, colpevolmente sostenuta in questi decenni anche da forze politiche cosiddette progressiste e da una larga parte dell’ambientalismo occidentale, ci ha pensato lo European Environmental Bureau.

Una rete di 143 organizzazioni e un team internazionale di ricercatori di 30 Paesi ha pubblicato lo scorso 8 luglio la prima analisi scientifica sul “Decoupling debunked”, denunciando come «non solo non ci sono prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali in misura anche solo vicina a ciò che servirebbe per affrontare il collasso ambientale, ma, e forse è ancora più importante, sembra improbabile che tale disaccoppiamento si verifichi in futuro». La strategia basata sull’aumento dell’efficienza, tanto cara alle grandi coalizioni bipartisan, non funziona se non si integra con la necessità di raggiungere la “sufficienza”. Vuol dire consumare meno e ridimensionare molti settori produttivi, per ricondurre lo sviluppo all’interno dei limiti del pianeta e delle sue capacità di rigenerazione e autorganizzazione. Altrimenti continueremo a contrarre un deficit ecologico che ogni anno peggiora. Il giorno dell’anno in cui consumiamo prima del tempo le risorse che la terra è in grado di rigenerare, l’overshoot day, quest’anno è stato il primo agosto. In concreto per noi umani un aumento del deficit ecologico significa crescita di povertà, aumento delle disuguaglianze, migrazioni ambientali forzate, mancata coesione sociale, guerre.

Il rapporto EEB chiede un radicale cambio di paradigma per “riaccoppiare” il presente con il futuro. Il disaccoppiamento non consente di raggiungere la sostenibilità ecologica. «È irrealistico aspettarsi che gli aumenti dell’efficienza possano scollegare in modo assoluto, globale e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante crescita. Cercare di risolvere questioni di giustizia sociale ed ecologica con il disaccoppiamento è come provare a tagliare un albero con il cucchiaio: un’operazione probabilmente lunga, e ancora più probabilmente destinata a fallire», conclude il rapporto.

Che fare dunque se non sarà la green economy capitalista a salvarci, né a garantirci nel breve periodo lavoro, salute, sicurezza e pace sociale? Il nuovo Governo, dopo i disastri compiuti sino ad oggi, come primo atto dichiari l’emergenza climatica e lavori da subito per scrivere con l’aiuto dei movimenti per la giustizia ambientale e sociale una manovra economica che investa finalmente sulla riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica, per rimettere insieme lavoro, salute e territorio. Ma a prescindere da quanto possa avvenire in questa fase politica, caratterizzata da gruppi dirigenti che sembrano non avere la forza, né le conoscenze, né il coraggio di pensare a un’inversione di rotta, si deve lavorare per costruire un’alleanza sociale stabile e strutturata insieme a tutti quei soggetti e realtà che hanno compreso come la giustizia ambientale ed ecologica sia l’unica via per garantire la giustizia e la sicurezza sociale, contrastando allo stesso tempo la minaccia dei cambiamenti climatici e le catastrofi provocate dalla crisi ecologica.

L’articolo è stato pubblicato anche su “Left” del 5 settembre


Governo. Un’alleanza non basta se non viene dal basso

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Per sconfiggere le destre e l’ondata d’odio che sembra avvolgere il destino politico del nostro Paese non basta costruire un’alleanza politica, a prescindere da chi la guidi. Serve prima ristabilire l’ordine naturale delle cose, ripartendo dalla necessità di ricostruire un’alleanza sociale con tutti quei soggetti, realtà, associazioni, comitati, operatori, insegnanti, lavoratori, comunità, artigiani, piccoli imprenditori, cittadini che in questi anni di crisi hanno continuato a battersi, credere e lavorare per un Paese più giusto, solidale, in cui valesse la pena viverci. Solo mobilitando la parte viva e sana del Paese è possibile superare una crisi di sistema e di visione come quella in cui per la prima volta siamo immersi.

Va costruita un’alleanza che si assuma la responsabilità storica di perseguire la giustizia sociale, ambientale ed ecologica come unica strada possibile per garantire libertà e diritti sociali a tutti e tutte nel terzo millennio, ristabilendo il primato della politica e della democrazia sul caos generato dall’assenza di pensiero che ha reso possibile l’aumento senza precedenti dell’esclusione sociale e la conseguente egemonia culturale delle destre. È l’assenza di una alternativa al pensiero unico liberista in tutti questi anni ad aver reso possibile e accettabile la guerra tra poveri, sino a capovolgere le priorità politiche, arrivando a farci odiare poveri e migranti invece che chi ha impoverito noi e loro, rendendo la nostra casa comune un posto sempre più insicuro.

Non si può pensare di costruire un progetto contro qualcuno o qualcosa quando non si è portatori di una visione alternativa e di una proposta di sistema in grado di rispondere alla catastrofe sociale, ambientale, culturale e morale in cui siamo immersi, anche per responsabilità delle forze politiche del centro sinistra. La copertina dell’Espresso della scorsa settimana e l’editoriale del direttore Damilano fotografano una verità a lungo elusa. In assenza di visioni differenti, la partita è stata sulle sfumature e sul livello personale. Terreno su cui vince sempre la destra. Abbiamo invece bisogno di fare il percorso inverso: spersonalizzare il dibattito per poterlo politicizzare, così da far emergere e rendere visibili differenze, convergenze e blocchi sociali ed economici di interesse e di riferimento. Ad esigerlo è l’evidenza dei fatti, a partire dalla crisi che ha precipitato l’Italia agli ultimi gradini delle statistiche europee sulle disuguaglianze sociali, con i più bassi investimenti e risorse stanziate per sconfiggerne le cause e invertire la rotta.

Dai numeri emerge che, a prescindere dal colore dei governi in questi ultimi anni, nessuno ha messo al centro della propria agenda politica la necessità di sconfiggere il principale problema: l’aumento senza precedenti delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale. È questo che ha favorito mafie e corruzione e oggi rappresenta il vero carburante per la destra xenofoba. I numeri non mentono e ci dicono che nonostante la crisi mordesse in tutta Europa a causa delle politiche di austerità, sostenute in maniera bipartisan da socialisti e conservatori, in quasi tutti i Paesi, tranne che da noi, grazie ai sistemi di protezione sociale, si è ridotta una parte dell’aumento della povertà provocata da quelle politiche. Dove è stato fatto, le forze di estrema destra arretrano.

In Italia il sistema di protezione sociale è inadeguato e sottofinanziato rispetto all’aumento della povertà senza precedenti nella storia repubblicana: 5 milioni in povertà assoluta, 9,1 in povertà relativa, 18,6 a rischio esclusione sociale, 11 che non possono più curarsi. A denunciarlo l’ex presidente dell’Istat, Alleva, già il 20 maggio 2016 in Parlamento. Eppure nulla è stato fatto e di riforma del welfare nemmeno a parlarne. A sentire il Governo la povertà è stata abolita per legge e certificata dal balcone con una festa a 5 stelle. Peccato che non sia così e che l’unica misura acchiappa voti messa in campo dal Governo sia stata quella che impropriamente chiamano reddito di cittadinanza. Hanno spacciato al posto del reddito di cittadinanza uno strumento di workfare e un sussidio per le famiglie, con l’obiettivo di rendere “occupabili” i poveri chiedendogli di svolgere lavori sottopagati o gratuiti, così da mostrare un miglioramento delle statistiche, non certo delle condizioni di vita. Niente che riguarda l’autonomia e la dignità della persona, così come richiamato dai social pillar europei e dall’art. 34 della Carta di Nizza. Le politiche di destra, come le privatizzazioni, l’austerità, i tagli al sociale, alla scuola, alla ricerca, la precarizzazione del lavoro, le mancate bonifiche ambientali hanno sempre favorito i più ricchi e dato garanzie alla rendita mafiosa, mentre impoveriscono ceti medi e popolari. Altro che “prima gli italiani”. Forse il ministro dell’inferno si riferisce ai suoi amici ultraricchi o in odore di mafia, visto che a essere triplicata negli ultimi dieci anni non è solo la povertà ma anche il numero dei miliardari: da 12 a 35.

Giustizia, migrazioni, terra. La nostra agenda politica deve partire da qui, non separando ma mettendo insieme temi che sono collegati e relazionati, offrendo soluzioni coerenti ed efficaci che risolvano i problemi. Consapevoli di come l’economia sia solo un sottosistema dell’ecologia, e che oggi senza giustizia ambientale ed ecologica sia impossibile raggiungere la giustizia sociale. È questa l’unica via per rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute, i diritti umani con i diritti della natura. È questa la visione e l’agenda che mobiliterebbe una parte maggioritaria del Paese: non contro qualcuno ma per costruire finalmente un processo di trasformazione e di partecipazione in grado di risolvere i problemi e ridare speranza e fiducia nel futuro. La politica è lo strumento per migliorare la nostra condizione materiale ed esistenziale, altrimenti è vassallaggio al sistema dominante ed esercizio del più forte.

L’articolo è stato già pubblicato su “L’Espresso” del 25 agosto 2019


I “tagli” impoveriscono, nonostante la propaganda

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Anche questo Governo impoverisce il lavoro: lo denunciano gli ultimi dati sui working poors. Poveri nonostante lo stipendio. Secondo i dati Eurostat, circa 12 lavoratori italiani su 100 sono a rischio povertà nonostante percepiscano uno stipendio. Si tratta dell’11,7% della forza lavoro, una percentuale ben al di sopra della media Ue, che è del 9,6%.

Una vera e propria bomba sociale che va disinnescata e che rischia di determinare un conflitto intergenerazionale senza precedenti. Bisogna infatti mettere in campo risposte adeguate anche per quei 3 milioni di Neet (ragazzi disoccupati che non studiano, non fanno formazione e non cercano il lavoro) che rappresentano una vergogna inaccettabile per un paese che vuole definirsi libero e democratico, e una priorità ineludibile per chiunque voglia governare con l’obiettivo di migliorare le condizioni sociali e lavorative del paese. Offrire un lavoro dignitoso e condizioni di lavoro adeguate richiede un cambio di rotta sulle politiche lavorative, industriali, energetiche e sociali.

I dati Istat sbandierati in questi giorni che parlano di un aumento degli occupati e del calo di uno 0,2 della disoccupazione sono sicuramente sul piano contabile un fatto positivo. Però, a ben guardare i dati, incrociandoli con quanto emerge da studi e ricerche sulla qualità del nostro lavoro, sull’aumento senza precedenti dei working poors e dei Neet, scopriamo che la situazione è ben diversa da quella descritta dal due volte ministro e capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Nonostante i toni trionfalistici del ministro, le disuguaglianze nel nostro Paese continuano a crescere e il lavoro è di pessima qualità, intermittente e precario, con pochissime garanzie e con salari tra i peggiori d’Europa. Due decimali in più di occupati non corrispondono a due decimali in più di lavoratori che ricevono finalmente un giusto salario e adeguate garanzie come prevedono leggi e trattati internazionali. Proprio quelle leggi continuamente ignorate dagli stessi ministri che fanno della legalità securitaria la loro stella polare quando si tratta di applicare banalmente la legge del più forte ma che si girano invece dall’altra parte quando le leggi garantiscono la giustizia sociale e ambientale.

I tagli ai servizi sociali, alla sanità, all’istruzione, l’assenza di investimenti del Governo su una nuova base produttiva, la mancanza di politiche industriali ed energetiche che rispondano alla necessità di mettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute, i limiti del cosiddetto reddito di cittadinanza varato dal governo ben lontano da una vera misura di sostegno al reddito come prevista dall’Europa nei cosiddetti “Social Pillar” – pilastri sociali ‒, le politiche fiscali regressive, la forza crescente delle mafie e i loro legami sempre più stretti con il potere economico e finanziario, spiegano la crescita del numero dei lavoratori poveri in Italia, con buona pace di quanti ancora una volta festeggiano alla faccia di chi sta male e non riesce ad arrivare a fine mese.

Il decreto “antiprocedura Ue” velocemente varato dal Governo, con il quale vengono bloccati 7,5 miliardi per far calare di qualche decimale il nostro deficit, dimostra infatti come il Governo non stia confliggendo con l’Europa dell’austerità e delle banche, non stia lavorando per un cambio delle regole e delle politiche di austerità, ma nella realtà vi si adegui pienamente.

Ministro Di Maio, eviti brutte figure come ha fatto in passato affacciandosi dal balcone per dirci che la povertà è stata abolita. Ma soprattutto la smetta di umiliare con i suoi toni semplicistici, paternalistici e trionfalistici quanti continuano a essere sfruttati, precari e costretti a una vita di stenti da politiche sbagliate ed escludenti fondate sul liberismo economico e l’austerità che il suo Governo, purtroppo, ben rappresentano.

Un ultimo appello lo rivolgiamo ai padri di famiglia impegnati ad augurarsi lo stupro per quelli che, come la comandante della Sea Watch, decidono di far prevalere la legge del diritto della vita alla vita. In questi giorni il Governo ha tagliato 4 miliardi all’istruzione pubblica, tra questi sicuramente ad essere colpiti ci saranno anche i vostri figli. Cooperare tra chi è in difficoltà è l’unica strada che abbiamo per individuare i veri responsabili della crisi e cambiare la nostra condizione. La pancia usatela per mangiare e digerire. Torniamo a usare la testa e il cuore per pensare e per capire chi davvero ci rappresenta.

L’articolo è stato pubblicato anche su “Il Manifesto” del 6 luglio

 


Il nuovo sciopero climatico degli adolescenti, i media, la politica

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Il prossimo 24 maggio tornano in strada i ragazzi dello “sciopero climatico”.

Cosa aspettarsi da media e politica? La provocatoria stupidità a pagamento dei portatori di smog alla Libero che negano la crisi ecologica oppure l’ode ipocrita ai nuovi leader (?) adolescenti che si faranno carico di “salvare la Terra” entro 11 anni altrimenti moriamo tutti?

Entrambe le letture non ci consentono di capire le ragioni che spingono decine di migliaia di ragazzi italiani a scendere in piazza e non ci permetteranno di comprendere la posta in gioco. Ridicolizzare, personalizzare e semplificare i problemi posti dal movimento per la giustizia climatica, è la strategia utilizzata per nascondere problemi e responsabilità. Le risposte alle domande forti poste dai movimenti per la giustizia climatica non arriveranno dagli slogan e dalle false soluzioni del Governo, né da chi in questo momento se ne professa oppositore.

Questa classe dirigente ha girato la testa per anni dall’altra parte, ignorando l’origine della crisi, non comprendendo la relazione tra disuguaglianze sociali e distruzione ambientale, tra cambiamenti climatici e diritto alla salute, tra diritto al lavoro e crisi ecologica, tra migrazioni e distruzione delle condizioni di riproducibilità della vita in giro per il pianeta. Hanno sprecato 20 anni delle nostre vite e del futuro dei nostri figli. E nemmeno oggi riescono a capire che siamo prossimi al collasso se non interverremo radicalmente e in maniera strutturale per cambiare la nostra base produttiva, modificando produzioni e stili di vita. Un’occasione unica e irripetibile per rimettere a posto le cose rotte e capovolte da questi ultimi decenni di capitalismo terminale.

Questa la posta in gioco e il massaggio che mandano decine di migliaia di ragazzi. Con la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica creeremmo un numero di posti di lavoro sette volte superiore a quello della filiera dei fossili. Con la decarbonizzazione avremmo città più vivibili, territori e agricoltura più sani, imprese all’avanguardia sul mercato e competitive grazie alla produttività collegata alla materia prima e non al costo del lavoro. Risparmieremmo annualmente intere manovre finanziarie evitando i costi ambientali e sociali provocati dagli effetti e dall’impatto dei cambiamenti climatici che ogni anno valgono più di 40 miliardi euro.

Solo questa primavera il nostro Paese ha avuto 175 eventi metereologici estremi, il 62% in più rispetto all’anno precedente. L’emergenza climatica e l’eccezionalità della crisi ecologica nel suo complesso sono ormai la norma.

Che faranno il nostro Governo, le opposizioni in Parlamento e i principali media dinanzi a tutto questo?

Parleranno del colore dei capelli di Greta, ci diranno che non esistono i cambiamenti climatici, o che faranno di tutto per prevenirli a partire da progetti come il TAV, investendo in perforazioni, sostenendo fiscalmente i fossili e l’agrobusiness, privatizzando acqua e servizi basici e portando avanti politiche di austerità? Oppure quando parliamo del Friday for Nature e dell’urgenza della giustizia ecologica potremo finalmente discutere di politiche industriali, energetiche, agricole, economiche, migratorie, alimentari e internazionali? Perché di questo stiamo concretamente parlando quando affrontiamo l’impatto dei cambiamenti climatici e le modalità con cui dovremmo adeguarci e mitigarne gli effetti.

L’articolo è pubblicato su “Il Paese sera” del 20 maggio 2019